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2024-05-08
Macron prima fa il bullo, poi fa la ola all’incoronazione di Putin
Vladimir Putin (Ansa)
Se il passaggio di testimone per la guida del Paese si facesse con lo scambio della campanella come in Italia, Vladimir Putin se la passerebbe da solo. Il presidente della Federazione russa con l’insediamento di ieri inizia ufficialmente il suo quinto mandato con una cerimonia di insediamento che come da tradizione si è tenuta contemporaneamente in tre sale del Cremlino, dove si riuniscono gli invitati. Nel suo discorso, Putin ha reso omaggio agli uomini dell’esercito impiegati in Ucraina: «Mi inchino ai nostri soldati che partecipano all’operazione militare speciale». Sulla quale resta ottimista: «Siamo un popolo unito e grande. E insieme supereremo tutti gli ostacoli, daremo vita a tutti i nostri piani. Insieme vinceremo!». È il rapporto con i Paesi occidentali logorato dalla guerra con l’Ucraina a rendere diverso questo insediamento. «La Russia non rifiuta il dialogo con i Paesi occidentali, la scelta spetta a loro» avverte Putin.
Alla cerimonia la grande maggioranza degli ambasciatori dei Paesi europei, inclusa la rappresentanza Ue, non ha partecipato. La raccomandazione dell’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, era di evitare l’evento. Presenti invece le delegazioni di Francia (singolare, dopo le minacce di intervento...), Ungheria, Slovacchia, Grecia, Malta e Cipro. Gran polemica ha sollevato la presenza francese negli stessi giorni in cui Macron continua a lusingare il suo ospite, il presidente cinese Xi Jinping. Dopo l’ufficialità a Parigi, ieri una scappatella intima tra i Pirenei, fra balli locali sotto alla neve.
Si rifà vivo a Mosca anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov smentendo le notizie che lo davano in gravissime condizioni di salute. Secondo un rapporto dell’intelligence britannica, le unità cecene, dopo un periodo nelle retrovie, sarebbero tornate in prima linea contro l’Ucraina. Per questo Kadyrov si concentra sugli obiettivi di campo: «Questo mese dobbiamo prendere il territorio più vicino. Odessa e Kharkiv devono essere conquistate. Poi dovremmo mettere Zelensky in prigione».
Volodymyr Zelensky però si sarebbe salvato da un piano organizzata dai servizi segreti russi per ucciderlo. Il servizio di sicurezza statale ucraino Sbu infatti ha dichiarato di aver catturato agenti russi che tramavano l’assassinio del presidente e di altri alti funzionari governativi. Oltre a Zelensky, i russi intendevano eliminare il capo della Sbu Vasily Malyuk e il capo della Gur Kirill Budanov. Uno dei compiti della rete di intelligence russa era quello di cercare tra i militari vicini alla sicurezza del presidente persone che potessero prendere in ostaggio il capo dello Stato e poi ucciderlo. Malyuk ha rivelato che una cerchia ristretta di persone era a conoscenza di questa operazione speciale per smascherare gli agenti nemici. Secondo lui l’attacco terroristico avrebbe dovuto essere «un regalo a Putin per il suo insediamento».
Ai confini dell’Ucraina continuano le esercitazioni nucleari tattiche. Insieme a Mosca anche la Bielorussia ha iniziato a verificare la prontezza del proprio esercito a schierare armi nucleari tattiche. La decisione arriva dopo che Mosca il giorno precedente aveva annunciato il loro dispiegamento nell’ambito di un’esercitazione militare. Già ad aprile il leader bielorusso Alexander Lukashenko aveva rivelato che diverse decine di dotazioni nucleari russe sono state dispiegate in Bielorussia in base a un accordo chiuso l’anno scorso da lui stesso e dal presidente Putin. Armi che, secondo Lukashenko, servono soltanto per la «deterrenza». «Nessuno userà queste armi a scopo offensivo», ha chiarito.
Il centro studi americano Isw (Istituto per lo studio della guerra) sostiene che il Cremlino stia nuovamente intensificando una campagna di controllo riflessivo per influenzare le decisioni dell’Occidente con minacce nucleari e manipolazioni diplomatiche. Il controllo riflessivo, spiega il rapporto del centro studi statunitense, è un elemento chiave degli strumenti di guerra ibrida della Russia: si tratta di una tattica basata sul modellamento di un avversario con operazioni retoriche e informative mirate, in modo che l’avversario intraprenda volontariamente azioni vantaggiose per la Russia. In questo quadro potrebbe inquadrarsi la notizia circolata negli scorsi giorni circa la presenza di militari della Legione straniera francese a Slovyansk, nella regione ucraina orientale di Donetsk, diffusa dal quotidiano Asia Times con un articolo firmato dall’ex sottosegretario alla Difesa Usa Stephen Bryen. La notizia che era stata ripresa da molti media internazionali è stata poi ribattuta dallo stesso quotidiano con il chiarimento: l’informazione proveniva da un canale Telegram russo Military Chronicle. Già due giorni fa Parigi aveva ufficialmente smentito la presenza di militari francesi in Ucraina.
Ufficiale invece l’avvio dell’esercitazione Nato a Vilnius e Kaunas in Lituania la notte scorsa. Ai residenti dei due centri abitati è stato vietato circolare per le strade dalle 22 alle 5 del mattino, un coprifuoco, imposto per la prima volta nel Paese baltico. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani è tornato a parlare delle forniture militati a Kiev. «Tutto il materiale militare che inviamo è destinato ad essere usato solo dentro il territorio dell’Ucraina. Non diamo materiale che possa essere usato al di là dei confini dell’Ucraina. Noi non siamo in guerra con la Russia». Il capo della diplomazia italiana ha poi commentato le ultime dichiarazioni del presidente francese. «Non credo che Macron voglia fare la guerra alla Russia, si chieda a lui che cosa vuole fare. Le decisioni della Nato vengono prese dalla Nato e noi siamo parte della Nato. Noi non siamo in guerra con la Russia e siamo contrari ad inviare militari a combattere contro i russi».
Hacker di Mosca contro la Meloni
L’Italia finisce di nuovo nel mirino degli degli hacktivisti russi di NoName057, con una serie di attacchi Ddos mirati a diversi siti istituzionali italiani: i portali dei ministeri delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico, un sottodominio della Guardia di finanza e quello personale del premier, Giorgia Meloni. Non è la prima volta che accade, ma dà la giusta misura di quanto avevano avvertito nei giorni scorsi i servizi segreti di tutta Europa: impegnata militarmente in Ucraina, la Russia prosegue nella sua guerra telematica in Europa. Gli attacchi di ieri sembrano più un’azione dimostrativa che una vera e propria offensiva cyber. «Una “risposta” non affiliata, anche sempre di stessa matrice, a cui siamo oramai siamo - in qualche modo - abituati» spiega Pierguido Iezzi, strategic business development director di Tinexta Cyber. Con tutta probabilità gli attacchi di queste ore sono riconducibile all’avvicinarsi del G7 dove sul tavolo del summit ci sarà all’ordine del giorno anche la ridistribuzione degli asset moscoviti confiscati dopo lo scoppio del conflitto. Di norma le attività di NoName057 per natura non sono distruttive, si limitano a bloccare temporaneamente l’operatività on line di un sito, subissandolo di richieste di accesso, e non provocano ulteriori danni. Qui sta la differenza tra hacktivisti e gang. «Non stiamo parlando di una minaccia pari ai ransomware, che esfiltrano informazioni dalle infrastrutture digitali attaccate e le rilasciano solo dietro il pagamento di un riscatto, o i più temibili wiper, progettati per distruggere database, software e sistemi operativi» aggiunge Iezzi. «A differenza delle attività portate avanti dagli hacktivisti, queste azioni richiedono una serie di informazioni in merito a sistemi e vulnerabilità ben più approfondite. Informazioni, molto spesso al di fuori della portata e del bagaglio tecnico dei semplici attivisti digitali». Come si legge nel rapporto Clusit di quest’anno, «Mosca utilizza da tempo cyber operations per realizzare campagne di disinformazione di massa e plasmare la percezione pubblica». Obiettivo è «indebolire l’Alleanza Atlantica, influenzare l’esito delle prossime elezioni di vari paesi occidentali e mantenere il sostegno interno in Russia». All’attività di disinformazione (in particolare tramite i social media), i russi hanno poi intensificato «le loro operazioni cibernetiche “contro” il cyberspazio». Infine, hanno «anche “messo a sistema” diversi gruppi cybercriminali, i quali hanno aumentato le proprie attività contro bersagli occidentali» come il nostro Paese che risulta inevitabilmente sempre più colpito, come dimostra il significativo incremento di attacchi andati a segno nel 2023. Basti pensare che il nostro Paese rappresenta un bersaglio particolarmente facile, dal momento che ha ricevuto ben l ’11% degli attacchi rilevati a livello globale (contro un 3,4% del 2021 e un 7,6% del 2022)». Secondo Iezzi, «per ora l’Italia non è a rischio critico di essere investita da una simile escalation, poiché le posizioni del governo così come espresse dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sono molto più concilianti rispetto ai colleghi d’oltralpe e di oltre Manica». Sono aumentati (+163%) gli eventi cyber che hanno riguardato le istituzioni pubbliche del Paese. Nel 2023, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ne ha gestiti in tutto 422 (erano stati 160 nel 2022). Il capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, Carmine Masiello, ha sottolineato nei giorni scorsi come sia necessario innovare le nostre forze armate a tutto campo, a partire dalla tecnologia, per potenziare strumenti, strutture, sistemi d’arma e procedure. La stessa urgenza manifestata più volte dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, e che è con tutta evidenza fondata su dati di fatto oggettivi: il cyberspazio è ormai uno dei cinque domini in cui opera la forza militare e non ci si può far trovare impreparati.
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Dopo le dichiarazioni bellicose, il leader di Parigi manda l’ambasciatore a celebrare l’insediamento dello zar. Intanto porta Xi sui Pirenei per conquistarlo con danze locali.Attacchi dal gruppo NoName057, nel mirino il sito personale del premier e di due ministeri. Nel nostro Paese l’11% delle operazioni globali dei pirati informatici. Lo speciale contiene due artcoli.Se il passaggio di testimone per la guida del Paese si facesse con lo scambio della campanella come in Italia, Vladimir Putin se la passerebbe da solo. Il presidente della Federazione russa con l’insediamento di ieri inizia ufficialmente il suo quinto mandato con una cerimonia di insediamento che come da tradizione si è tenuta contemporaneamente in tre sale del Cremlino, dove si riuniscono gli invitati. Nel suo discorso, Putin ha reso omaggio agli uomini dell’esercito impiegati in Ucraina: «Mi inchino ai nostri soldati che partecipano all’operazione militare speciale». Sulla quale resta ottimista: «Siamo un popolo unito e grande. E insieme supereremo tutti gli ostacoli, daremo vita a tutti i nostri piani. Insieme vinceremo!». È il rapporto con i Paesi occidentali logorato dalla guerra con l’Ucraina a rendere diverso questo insediamento. «La Russia non rifiuta il dialogo con i Paesi occidentali, la scelta spetta a loro» avverte Putin.Alla cerimonia la grande maggioranza degli ambasciatori dei Paesi europei, inclusa la rappresentanza Ue, non ha partecipato. La raccomandazione dell’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, era di evitare l’evento. Presenti invece le delegazioni di Francia (singolare, dopo le minacce di intervento...), Ungheria, Slovacchia, Grecia, Malta e Cipro. Gran polemica ha sollevato la presenza francese negli stessi giorni in cui Macron continua a lusingare il suo ospite, il presidente cinese Xi Jinping. Dopo l’ufficialità a Parigi, ieri una scappatella intima tra i Pirenei, fra balli locali sotto alla neve.Si rifà vivo a Mosca anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov smentendo le notizie che lo davano in gravissime condizioni di salute. Secondo un rapporto dell’intelligence britannica, le unità cecene, dopo un periodo nelle retrovie, sarebbero tornate in prima linea contro l’Ucraina. Per questo Kadyrov si concentra sugli obiettivi di campo: «Questo mese dobbiamo prendere il territorio più vicino. Odessa e Kharkiv devono essere conquistate. Poi dovremmo mettere Zelensky in prigione».Volodymyr Zelensky però si sarebbe salvato da un piano organizzata dai servizi segreti russi per ucciderlo. Il servizio di sicurezza statale ucraino Sbu infatti ha dichiarato di aver catturato agenti russi che tramavano l’assassinio del presidente e di altri alti funzionari governativi. Oltre a Zelensky, i russi intendevano eliminare il capo della Sbu Vasily Malyuk e il capo della Gur Kirill Budanov. Uno dei compiti della rete di intelligence russa era quello di cercare tra i militari vicini alla sicurezza del presidente persone che potessero prendere in ostaggio il capo dello Stato e poi ucciderlo. Malyuk ha rivelato che una cerchia ristretta di persone era a conoscenza di questa operazione speciale per smascherare gli agenti nemici. Secondo lui l’attacco terroristico avrebbe dovuto essere «un regalo a Putin per il suo insediamento».Ai confini dell’Ucraina continuano le esercitazioni nucleari tattiche. Insieme a Mosca anche la Bielorussia ha iniziato a verificare la prontezza del proprio esercito a schierare armi nucleari tattiche. La decisione arriva dopo che Mosca il giorno precedente aveva annunciato il loro dispiegamento nell’ambito di un’esercitazione militare. Già ad aprile il leader bielorusso Alexander Lukashenko aveva rivelato che diverse decine di dotazioni nucleari russe sono state dispiegate in Bielorussia in base a un accordo chiuso l’anno scorso da lui stesso e dal presidente Putin. Armi che, secondo Lukashenko, servono soltanto per la «deterrenza». «Nessuno userà queste armi a scopo offensivo», ha chiarito. Il centro studi americano Isw (Istituto per lo studio della guerra) sostiene che il Cremlino stia nuovamente intensificando una campagna di controllo riflessivo per influenzare le decisioni dell’Occidente con minacce nucleari e manipolazioni diplomatiche. Il controllo riflessivo, spiega il rapporto del centro studi statunitense, è un elemento chiave degli strumenti di guerra ibrida della Russia: si tratta di una tattica basata sul modellamento di un avversario con operazioni retoriche e informative mirate, in modo che l’avversario intraprenda volontariamente azioni vantaggiose per la Russia. In questo quadro potrebbe inquadrarsi la notizia circolata negli scorsi giorni circa la presenza di militari della Legione straniera francese a Slovyansk, nella regione ucraina orientale di Donetsk, diffusa dal quotidiano Asia Times con un articolo firmato dall’ex sottosegretario alla Difesa Usa Stephen Bryen. La notizia che era stata ripresa da molti media internazionali è stata poi ribattuta dallo stesso quotidiano con il chiarimento: l’informazione proveniva da un canale Telegram russo Military Chronicle. Già due giorni fa Parigi aveva ufficialmente smentito la presenza di militari francesi in Ucraina. Ufficiale invece l’avvio dell’esercitazione Nato a Vilnius e Kaunas in Lituania la notte scorsa. Ai residenti dei due centri abitati è stato vietato circolare per le strade dalle 22 alle 5 del mattino, un coprifuoco, imposto per la prima volta nel Paese baltico. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani è tornato a parlare delle forniture militati a Kiev. «Tutto il materiale militare che inviamo è destinato ad essere usato solo dentro il territorio dell’Ucraina. Non diamo materiale che possa essere usato al di là dei confini dell’Ucraina. Noi non siamo in guerra con la Russia». Il capo della diplomazia italiana ha poi commentato le ultime dichiarazioni del presidente francese. «Non credo che Macron voglia fare la guerra alla Russia, si chieda a lui che cosa vuole fare. Le decisioni della Nato vengono prese dalla Nato e noi siamo parte della Nato. Noi non siamo in guerra con la Russia e siamo contrari ad inviare militari a combattere contro i russi».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-prima-bullo-poi-putin-2668189932.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="hacker-di-mosca-contro-la-meloni" data-post-id="2668189932" data-published-at="1715115837" data-use-pagination="False"> Hacker di Mosca contro la Meloni L’Italia finisce di nuovo nel mirino degli degli hacktivisti russi di NoName057, con una serie di attacchi Ddos mirati a diversi siti istituzionali italiani: i portali dei ministeri delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico, un sottodominio della Guardia di finanza e quello personale del premier, Giorgia Meloni. Non è la prima volta che accade, ma dà la giusta misura di quanto avevano avvertito nei giorni scorsi i servizi segreti di tutta Europa: impegnata militarmente in Ucraina, la Russia prosegue nella sua guerra telematica in Europa. Gli attacchi di ieri sembrano più un’azione dimostrativa che una vera e propria offensiva cyber. «Una “risposta” non affiliata, anche sempre di stessa matrice, a cui siamo oramai siamo - in qualche modo - abituati» spiega Pierguido Iezzi, strategic business development director di Tinexta Cyber. Con tutta probabilità gli attacchi di queste ore sono riconducibile all’avvicinarsi del G7 dove sul tavolo del summit ci sarà all’ordine del giorno anche la ridistribuzione degli asset moscoviti confiscati dopo lo scoppio del conflitto. Di norma le attività di NoName057 per natura non sono distruttive, si limitano a bloccare temporaneamente l’operatività on line di un sito, subissandolo di richieste di accesso, e non provocano ulteriori danni. Qui sta la differenza tra hacktivisti e gang. «Non stiamo parlando di una minaccia pari ai ransomware, che esfiltrano informazioni dalle infrastrutture digitali attaccate e le rilasciano solo dietro il pagamento di un riscatto, o i più temibili wiper, progettati per distruggere database, software e sistemi operativi» aggiunge Iezzi. «A differenza delle attività portate avanti dagli hacktivisti, queste azioni richiedono una serie di informazioni in merito a sistemi e vulnerabilità ben più approfondite. Informazioni, molto spesso al di fuori della portata e del bagaglio tecnico dei semplici attivisti digitali». Come si legge nel rapporto Clusit di quest’anno, «Mosca utilizza da tempo cyber operations per realizzare campagne di disinformazione di massa e plasmare la percezione pubblica». Obiettivo è «indebolire l’Alleanza Atlantica, influenzare l’esito delle prossime elezioni di vari paesi occidentali e mantenere il sostegno interno in Russia». All’attività di disinformazione (in particolare tramite i social media), i russi hanno poi intensificato «le loro operazioni cibernetiche “contro” il cyberspazio». Infine, hanno «anche “messo a sistema” diversi gruppi cybercriminali, i quali hanno aumentato le proprie attività contro bersagli occidentali» come il nostro Paese che risulta inevitabilmente sempre più colpito, come dimostra il significativo incremento di attacchi andati a segno nel 2023. Basti pensare che il nostro Paese rappresenta un bersaglio particolarmente facile, dal momento che ha ricevuto ben l ’11% degli attacchi rilevati a livello globale (contro un 3,4% del 2021 e un 7,6% del 2022)». Secondo Iezzi, «per ora l’Italia non è a rischio critico di essere investita da una simile escalation, poiché le posizioni del governo così come espresse dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sono molto più concilianti rispetto ai colleghi d’oltralpe e di oltre Manica». Sono aumentati (+163%) gli eventi cyber che hanno riguardato le istituzioni pubbliche del Paese. Nel 2023, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ne ha gestiti in tutto 422 (erano stati 160 nel 2022). Il capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, Carmine Masiello, ha sottolineato nei giorni scorsi come sia necessario innovare le nostre forze armate a tutto campo, a partire dalla tecnologia, per potenziare strumenti, strutture, sistemi d’arma e procedure. La stessa urgenza manifestata più volte dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, e che è con tutta evidenza fondata su dati di fatto oggettivi: il cyberspazio è ormai uno dei cinque domini in cui opera la forza militare e non ci si può far trovare impreparati.
Ansa
Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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Massimo Calearo Ciman in una foto d'archivio (Ansa)
L’ex deputato del Pd Massimo Calearo Ciman è indagato per il fallimento della Calearo Antenne: contestate truffa aggravata allo Stato, malversazione e bancarotta fraudolenta. La Finanza sequestra beni per oltre 4 milioni di euro.
Sembra un film tragicomico. C’è poco da ridere però per Massimo Calearo Ciman, finito in guai giudiziari serissimi: frode da 9 milioni su fondi pubblici.
Imprenditore di 71 anni, ex deputato del Pd dal 2008 al 2013, durante il IV governo Berlusconi e, dopo il 2011, quello di Mario Monti, si è fatto notare più per le sue intemperanze e goliardate che per i risultati ottenuti nella vita. È stato anche a capo di Confindustria Vicenza dal 2003 al 2008, e contemporaneamente presidente nazionale di Federmeccanica (2004-2008).
L’imprenditore ora è indagato per il fallimento dell’azienda di famiglia, la Calearo Antenne spa di Isola Vicentina, fondata nel 1957, che contava 600 dipendenti, già in grave crisi finanziaria e dallo scorso anno sottoposta a liquidazione giudiziale a causa delle difficoltà economiche derivate dalle perdite indotte dalla pandemia e poi dalla difficile ripresa. Assieme a lui, nel registro della procura, ci sono finiti i figli Carlo Alberto ed Eugenio già presidente dei Giovani imprenditori di Vicenza, oltre all’ex amministratore delegato dell’azienda Luca Corazza. Le accuse nei loro confronti sono, a vario titolo, di truffa aggravata ai danni dello Stato, malversazione di erogazioni pubbliche e bancarotta fraudolenta.
La Finanza ha sequestrato beni e liquidi per oltre 4 milioni di euro: 15 immobili, tra i quali la villa di famiglia sui Colli Berici del valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro, 18 terreni, 2 veicoli, le quote di 8 società di capitali. Ricostruito un articolato sistema di distrazione patrimoniale e di utilizzo illecito di fondi pubblici, sviluppatosi mentre la società si trovava in uno stato di dissesto economico. Gli indagati avrebbero dapprima aggravato la situazione debitoria per poi ottenere finanziamenti garantiti dallo Stato presentando documenti e dati contabili falsi. Sotto la lente delle fiamme gialle ci sono due finanziamenti: uno da 7,5 milioni di euro erogato da Invitalia e uno da 1,5 milioni di euro concesso da Banca Sistema e garantito da Sace per 1,35 milioni.
Le indagini avrebbero poi evidenziato come parte di quelle somme sarebbe stata destinata a finalità diverse rispetto a quelle dichiarate nei progetti di investimento. Circa 3,8 milioni di euro sarebbero stati trasferiti verso partecipate estere nonostante il vincolo di destinazione dei fondi a investimenti e attività produttive esclusivamente in Italia. Nel mirino anche la cessione di immobili all’estero per 2,8 milioni di euro a fronte di pagamenti che, secondo gli investigatori, non sarebbero mai stati effettuati. Tra gli episodi contestati figurano l’erogazione di compensi non concordati al presidente del consiglio d’amministrazione per circa 186.000 euro e l’utilizzo illecito di crediti d’imposta finanziati con risorse del Pnrr per circa 115.000 euro. Di particolare rilievo l’impiego fraudolento di 282.000 euro provenienti da finanziamenti pubblici destinati a favorire le imprese in difficoltà durante il Covid che sarebbero stati inviati dalla società vicentina a una controllata estera attraverso l’indebita applicazione dell’Iva sugli acquisti effettuati da quest’ultima.
«Io sono tranquillo, pacifico e sereno. È una tempesta in un bicchiere d’acqua. Dimostreremo che abbiamo agito per l’interesse dell’azienda e che non ci siamo messi in tasca un euro. Non ho niente da nascondere. Questo è un dato di fatto», commenta Calearo. «Andremo a vedere cosa è stato fatto da chi ci è subentrato, quando ci hanno consigliato di non gestire più noi l’azienda. Per fortuna o purtroppo, io non sono un “Signor nessuno”. Il mio nome fa cassetta. Hanno sbagliato bersaglio, dispiace per tutta questa pubblicità negativa».
D’altronde lui è un vero espero di pubblicità negativa, abilissimo a procurarsela anche in passato. Nel 2012, durante un’intervista alla Zanzara, disse che in Parlamento non ci va quasi più («Rimango a casa a fare l'imprenditore, invece che andare a premere un pulsante. Non serve a niente. Anzi, credo che da questo momento fino alla fine della legislatura non ci andrò più») e che lo stipendio lo prendeva solo per pagare un mutuo da 12.000 euro al mese. Walter Veltroni, che nel 2008, da segretario, lo aveva candidato capolista nel Pd, facendolo diventare parlamentare, si definì disgustato, descrivendolo come «una persona orrenda». Dopo le polemiche Calearo annunciò le dimissioni da deputato salvo poi ripensarci affermando: «In Parlamento ci sono i condannati, non è giusto che mi dimetta io che non ho fatto niente di male».
Sul piano politico è stato a dir poco discontinuo. Partito da Pd si è ritrovato tra le braccia di Berlusconi. Nel 2009 lascia il Pd in rotta con il nuovo segretario Pier Luigi Bersani. Fonda Alleanza per l'Italia con Francesco Rutelli e Bruno Tabacci. Nel 2010 lascia anche Api e dà vita al Movimento di Responsabilità Nazionale con Domenico Scilipoti e vota contro la mozione di sfiducia al governo Berlusconi. Questo gli vale un posto da consigliere personale del presidente del Consiglio per il Commercio estero. Personaggio interessante.
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