Ci si può sedere a tavola con un orco? Ovvio che no, perché si rischia di fare una brutta fine. Dunque, mi chiedo, perché Macron insiste a dire che Putin è un orco? Crede, in questo modo, di agevolare le trattative per la pace in Ucraina o ritiene che il presidente russo sia un tale mostro che lo si debba escludere da ogni consesso civile, negandogli la possibilità di negoziare un cessate il fuoco? La mia sensazione è che l’obiettivo non sia la tregua, ma la prosecuzione del conflitto. Intendiamoci: che lo zar del Cremlino sia un dittatore con sulla coscienza la morte di centinaia di migliaia di giovani, e non si sia fatto scrupolo di ammazzare uomini, donne e bambini ucraini con ogni genere di ordigno, siamo tutti d’accordo. Così come è assodato che le bombe sganciate su una popolazione inerme non siano un incentivo a raggiungere un’intesa, ma semmai ad allontanarla. Però il tema non è quanto sia criminale Putin. Che lo sia è certo. Il problema è che spesso, per questioni di Realpolitik, l’Occidente ha scelto e continua a scegliere di sedersi al tavolo con capi di Stato che hanno le mani insanguinate, senza porsi troppe domande e senza badare a questioni etiche. Quando Joe Biden disse che Putin era un macellaio ovviamente aveva tutto il diritto di dirlo, ma sapeva che dicendolo allontanava qualsiasi ipotesi di discussione per far cessare la guerra. E Macron non può non comprendere che più rincara la dose e più sarà difficile un dialogo, così come è complicato da quando il tribunale dell’Aja ha emesso un mandato d’arresto contro il presidente russo. Un ordine che non ha impedito allo zar di viaggiare, come vediamo in queste ore, ma ha precluso qualsiasi trattativa. Dunque, torno a chiedere: qual è l’obiettivo di Macron, raggiungere un’intesa che ponga fine al conflitto o chiudere ogni spiraglio di pace? La mia potrebbe sembrare una domanda provocatoria, ma in queste ore non sono il solo a pormi il quesito. Secondo Axios, un sito americano con sede ad Arlington, la Casa Bianca è convinta che una parte dell’Europa lavori per far saltare la trattativa avviata da Trump in Alaska. Il quotidiano online non fa nomi, ma non è difficile capire che i principali riferimenti siano a Macron. Secondo Axios, i funzionari americani pensano che gli europei stiano spingendo Zelensky a resistere per spuntare un accordo migliore di quello prospettato fra Trump e Putin. Scott Ritter, ex funzionario dell’intelligence americano ed ex ispettore delle Nazioni unite, crede che l’Europa sarebbe pronta a sacrificare l’Ucraina anche per impedire un avvicinamento fra Stati Uniti e Russia, nella convinzione che un’intesa tra superpotenze (anche se Mosca appare sempre più debole) non convenga alla Ue, in quanto ne resterebbe tagliata fuori. «Queste persone sono disposte a sacrificare l’Ucraina pur di raggiungere il proprio obiettivo», ha detto Scott Ritter in un’intervista a Dialogue Works. «E quando dico sacrificio intendo letteralmente distruggere il patrimonio genetico dell’Ucraina, iniziando a mandare in prima linea anche i diciottenni». Perfino Politico, altro sito di informazione, ritiene che la strategia di alcuni leader europei punti a blandire Trump, ma abbia come obiettivo nascosto lo stop ai negoziati. Certo, un successo negoziale del presidente americano rappresenterebbe una sconfitta per una Ue che in tre anni e mezzo non è riuscita a raggiungere una soluzione del conflitto. Soprattutto, toglierebbe all’Europa qualsiasi possibilità di ottenere dei vantaggi, sia economici che politici. I risultati sarebbero tutti per Trump, mentre a Francia e Gran Bretagna resterebbe solo il conto da pagare, senza alcun merito per la propria classe politica. Considerando poi che, secondo i piani di Trump, la futura difesa di Kiev sarebbe principalmente a carico dell’Europa, si capisce che Macron e compagni non gioiscano. Tuttavia, far saltare i negoziati non pare una idea così geniale, in quanto non soltanto si continuano a mandare al macello migliaia di giovani, distruggendo come dice Scott Ritter un’intera generazione, ma si rischia una saldatura fra gli interessi di Putin con quelli di Xi Jinpng, come appunto stiamo vedendo in questi giorni.Perciò torno alla domanda iniziale: Macron vuole la pace o la guerra? Il presidente francese, con le sue sparate, intende difendere Kiev o la sua carriera politica? Credo siano quesiti legittimi, perché insistere nel dire che Putin è un orco, dunque una persona esecrabile, da escludere da qualsiasi consesso civile, non è una soluzione al problema di una guerra che ha già fatto un milione di morti, senza comunque aver ottenuto sul campo una sconfitta del grande macellaio.
Trump: «Qualche settimana e il conflitto può terminare. Putin dirà sì alle truppe Ue»
Nel giorno in cui a Kiev si è celebrato il terzo anno dall’invasione russa, tre anni definiti da Volodymyr Zelensky «di resistenza ed eroismo assoluto degli ucraini», l’Europa prova a far sentire la propria voce, insistendo tuttavia sulla strada delle armi e delle sanzioni. E lo fa con un mantra ben preciso: «Raggiungere la pace attraverso la forza».
Ieri il presidente ucraino ha ricevuto 13 leader occidentali e 21 commissari Ue. Tra questi, oltre al presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, anche il premier spagnolo Pedro Sánchez e quello canadese Justin Trudeau. Un vertice dal quale è emersa la chiara volontà di continuare a spingere forte il piede sull’acceleratore per quanto riguarda non solo il sostegno economico e militare a Kiev, ma anche il rapido ingresso dell’Ucraina nell’Unione entro il 2030: «L’Europa è qui per rafforzare l’Ucraina in questo momento critico. Posso annunciare che un nuovo pagamento di 3,5 miliardi di euro arriverà già a marzo», ha affermato la Von der Leyen. «Presenterò un piano completo su come aumentare la nostra produzione di armi e le nostre capacità di difesa in Europa. Una pace giusta e duratura si ottiene solo con la forza. Aumenteremo le sanzioni punitive contro la Russia, anche se dimostrerà una reale volontà di trovare un accordo per una pace duratura».
Dichiarazioni non proprio distensive che, unite al 16° pacchetto di sanzioni appena approvato da Bruxelles e a quello record varato ieri dal Regno Unito che andrà a colpire 107 tra entità e individui sia in Russia che in altri Paesi, hanno provocato l’immediata reazione del Cremlino, con il portavoce Dmitry Peskov che ha accusato: «Gli europei continuano sulla strada delle sanzioni, sulla strada della convinzione della necessità di continuare la guerra che contrasta completamente con la mentalità di trovare un accordo sull’Ucraina, cosa che stiamo facendo ora con gli americani». Peskov ha inoltre spiegato come al momento non esista «nessuna condizione per riprendere il dialogo con l’Europa». Un dialogo che obiettivamente mai c’è stato e mai ci sarà, anche perché l’Europa pare non avere ancora abbandonato l’illusione di sovvertire le sorti di una guerra che vede, sul piano militare, la Russia in vantaggio. In tal senso sono eloquenti le parole pronunciate ieri dall’Alto rappresentante dell’Unione, Kaja Kallas: «Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina per metterla in una posizione di forza per negoziare una pace giusta e stiamo lavorando alla preparazione del 17° pacchetto di sanzioni». Sulla questione relativa alle sanzioni è intervenuta anche la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: «Prima pensavo che sfornassero questi pacchetti contro la Russia per stupidità. Ma le sanzioni non funzionano e ci sono sempre più pacchetti, mentre le cose in Europa occidentale stanno peggiorando». Per quanto riguarda invece il nuovo pacchetto di aiuti stanziato per Kiev, va segnalato come Ungheria e Slovacchia si siano dichiarate apertamente contrarie; mentre stando a quanto fatto circolare da alcune fonti diplomatiche europee, Italia e Francia avrebbero chiesto a Bruxelles maggiori delucidazioni in merito. Europa che in questi tre anni di conflitto, come comunicato ieri dal servizio stampa dell’ufficio del vice primo ministro ucraino per l’integrazione europea ed euro-atlantica, ha fornito a Kiev un totale di 134 miliardi di euro in aiuti economici, umanitari e militari.
Il prossimo 6 marzo, intanto, è previsto un vertice straordinario dei leader Ue in cui verrà discussa la proposta messa sul tavolo da Costa riguardo alla necessità di nominare un inviato speciale per l’Ucraina in modo da essere preparati in vista dei futuri negoziati di pace, «se e quando ci saranno», ha detto il presidente del Consiglio europeo.
All’International summit di Kiev, dove Sánchez ha annunciato che la Spagna è pronta a inviare un nuovo pacchetto da un miliardo di euro, c’è stata inoltre una significativa e massiccia presenza dei Paesi scandinavi e baltici. «Se l’Ucraina cade tutti i Paesi simili al nostro, ovvero le ex Repubbliche sovietiche, sono a rischio a causa delle politiche del Cremlino» aveva ammonito Zelensky. Motivo per cui Svezia, Danimarca e Norvegia hanno annunciato un aumento del supporto economico all’Ucraina; mentre i ministri degli Esteri di Estonia, Lettonia e Lituania hanno emesso una nota congiunta in cui spiegano di «essere pronti a fare ancora di più per garantire a Kiev maggiori aiuti militari».
E mentre l’Ue discute di armi e sanzioni, è Donald Trump a imprimere l’accelerata sui negoziati. Il presidente americano ha fatto sapere ieri, attraverso un post sul suo social Truth, di essere in contatto con il Cremlino non solo per la risoluzione della crisi ucraina, ma anche per discutere «importanti transazioni economiche che avranno luogo tra gli Stati Uniti e la Russia». Il tycoon, oltre ad aver annunciato che, oltre a Vladimir Putin, incontrerà Zelensky nel corso di questa o della prossima settimana per firmare l’accordo sulle terre rare, ha affermato che la guerra potrebbe finire «entro alcune settimane», che sarà l’Europa a dare le garanzie di sicurezza a Kiev e che Putin è disposto ad accettare la presenza di peacekeeper europei in Ucraina. Zar che ieri ha incassato l’ennesimo sostegno di Xi Jinping. Tra i due c’è stata una telefonata nella quale il presidente cinese ha fatto sapere di apprezzare i colloqui tra Russia e Usa per un processo di pace in cui «Pechino vuole svolgere un ruolo costruttivo».
- Dopo le dichiarazioni bellicose, il leader di Parigi manda l’ambasciatore a celebrare l’insediamento dello zar. Intanto porta Xi sui Pirenei per conquistarlo con danze locali.
- Attacchi dal gruppo NoName057, nel mirino il sito personale del premier e di due ministeri. Nel nostro Paese l’11% delle operazioni globali dei pirati informatici.
Lo speciale contiene due artcoli.
Se il passaggio di testimone per la guida del Paese si facesse con lo scambio della campanella come in Italia, Vladimir Putin se la passerebbe da solo. Il presidente della Federazione russa con l’insediamento di ieri inizia ufficialmente il suo quinto mandato con una cerimonia di insediamento che come da tradizione si è tenuta contemporaneamente in tre sale del Cremlino, dove si riuniscono gli invitati. Nel suo discorso, Putin ha reso omaggio agli uomini dell’esercito impiegati in Ucraina: «Mi inchino ai nostri soldati che partecipano all’operazione militare speciale». Sulla quale resta ottimista: «Siamo un popolo unito e grande. E insieme supereremo tutti gli ostacoli, daremo vita a tutti i nostri piani. Insieme vinceremo!». È il rapporto con i Paesi occidentali logorato dalla guerra con l’Ucraina a rendere diverso questo insediamento. «La Russia non rifiuta il dialogo con i Paesi occidentali, la scelta spetta a loro» avverte Putin.
Alla cerimonia la grande maggioranza degli ambasciatori dei Paesi europei, inclusa la rappresentanza Ue, non ha partecipato. La raccomandazione dell’Alto rappresentante Ue, Josep Borrell, era di evitare l’evento. Presenti invece le delegazioni di Francia (singolare, dopo le minacce di intervento...), Ungheria, Slovacchia, Grecia, Malta e Cipro. Gran polemica ha sollevato la presenza francese negli stessi giorni in cui Macron continua a lusingare il suo ospite, il presidente cinese Xi Jinping. Dopo l’ufficialità a Parigi, ieri una scappatella intima tra i Pirenei, fra balli locali sotto alla neve.
Si rifà vivo a Mosca anche il leader ceceno Ramzan Kadyrov smentendo le notizie che lo davano in gravissime condizioni di salute. Secondo un rapporto dell’intelligence britannica, le unità cecene, dopo un periodo nelle retrovie, sarebbero tornate in prima linea contro l’Ucraina. Per questo Kadyrov si concentra sugli obiettivi di campo: «Questo mese dobbiamo prendere il territorio più vicino. Odessa e Kharkiv devono essere conquistate. Poi dovremmo mettere Zelensky in prigione».
Volodymyr Zelensky però si sarebbe salvato da un piano organizzata dai servizi segreti russi per ucciderlo. Il servizio di sicurezza statale ucraino Sbu infatti ha dichiarato di aver catturato agenti russi che tramavano l’assassinio del presidente e di altri alti funzionari governativi. Oltre a Zelensky, i russi intendevano eliminare il capo della Sbu Vasily Malyuk e il capo della Gur Kirill Budanov. Uno dei compiti della rete di intelligence russa era quello di cercare tra i militari vicini alla sicurezza del presidente persone che potessero prendere in ostaggio il capo dello Stato e poi ucciderlo. Malyuk ha rivelato che una cerchia ristretta di persone era a conoscenza di questa operazione speciale per smascherare gli agenti nemici. Secondo lui l’attacco terroristico avrebbe dovuto essere «un regalo a Putin per il suo insediamento».
Ai confini dell’Ucraina continuano le esercitazioni nucleari tattiche. Insieme a Mosca anche la Bielorussia ha iniziato a verificare la prontezza del proprio esercito a schierare armi nucleari tattiche. La decisione arriva dopo che Mosca il giorno precedente aveva annunciato il loro dispiegamento nell’ambito di un’esercitazione militare. Già ad aprile il leader bielorusso Alexander Lukashenko aveva rivelato che diverse decine di dotazioni nucleari russe sono state dispiegate in Bielorussia in base a un accordo chiuso l’anno scorso da lui stesso e dal presidente Putin. Armi che, secondo Lukashenko, servono soltanto per la «deterrenza». «Nessuno userà queste armi a scopo offensivo», ha chiarito.
Il centro studi americano Isw (Istituto per lo studio della guerra) sostiene che il Cremlino stia nuovamente intensificando una campagna di controllo riflessivo per influenzare le decisioni dell’Occidente con minacce nucleari e manipolazioni diplomatiche. Il controllo riflessivo, spiega il rapporto del centro studi statunitense, è un elemento chiave degli strumenti di guerra ibrida della Russia: si tratta di una tattica basata sul modellamento di un avversario con operazioni retoriche e informative mirate, in modo che l’avversario intraprenda volontariamente azioni vantaggiose per la Russia. In questo quadro potrebbe inquadrarsi la notizia circolata negli scorsi giorni circa la presenza di militari della Legione straniera francese a Slovyansk, nella regione ucraina orientale di Donetsk, diffusa dal quotidiano Asia Times con un articolo firmato dall’ex sottosegretario alla Difesa Usa Stephen Bryen. La notizia che era stata ripresa da molti media internazionali è stata poi ribattuta dallo stesso quotidiano con il chiarimento: l’informazione proveniva da un canale Telegram russo Military Chronicle. Già due giorni fa Parigi aveva ufficialmente smentito la presenza di militari francesi in Ucraina.
Ufficiale invece l’avvio dell’esercitazione Nato a Vilnius e Kaunas in Lituania la notte scorsa. Ai residenti dei due centri abitati è stato vietato circolare per le strade dalle 22 alle 5 del mattino, un coprifuoco, imposto per la prima volta nel Paese baltico. Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani è tornato a parlare delle forniture militati a Kiev. «Tutto il materiale militare che inviamo è destinato ad essere usato solo dentro il territorio dell’Ucraina. Non diamo materiale che possa essere usato al di là dei confini dell’Ucraina. Noi non siamo in guerra con la Russia». Il capo della diplomazia italiana ha poi commentato le ultime dichiarazioni del presidente francese. «Non credo che Macron voglia fare la guerra alla Russia, si chieda a lui che cosa vuole fare. Le decisioni della Nato vengono prese dalla Nato e noi siamo parte della Nato. Noi non siamo in guerra con la Russia e siamo contrari ad inviare militari a combattere contro i russi».
Hacker di Mosca contro la Meloni
L’Italia finisce di nuovo nel mirino degli degli hacktivisti russi di NoName057, con una serie di attacchi Ddos mirati a diversi siti istituzionali italiani: i portali dei ministeri delle Infrastrutture e dello Sviluppo economico, un sottodominio della Guardia di finanza e quello personale del premier, Giorgia Meloni. Non è la prima volta che accade, ma dà la giusta misura di quanto avevano avvertito nei giorni scorsi i servizi segreti di tutta Europa: impegnata militarmente in Ucraina, la Russia prosegue nella sua guerra telematica in Europa. Gli attacchi di ieri sembrano più un’azione dimostrativa che una vera e propria offensiva cyber. «Una “risposta” non affiliata, anche sempre di stessa matrice, a cui siamo oramai siamo - in qualche modo - abituati» spiega Pierguido Iezzi, strategic business development director di Tinexta Cyber. Con tutta probabilità gli attacchi di queste ore sono riconducibile all’avvicinarsi del G7 dove sul tavolo del summit ci sarà all’ordine del giorno anche la ridistribuzione degli asset moscoviti confiscati dopo lo scoppio del conflitto. Di norma le attività di NoName057 per natura non sono distruttive, si limitano a bloccare temporaneamente l’operatività on line di un sito, subissandolo di richieste di accesso, e non provocano ulteriori danni. Qui sta la differenza tra hacktivisti e gang. «Non stiamo parlando di una minaccia pari ai ransomware, che esfiltrano informazioni dalle infrastrutture digitali attaccate e le rilasciano solo dietro il pagamento di un riscatto, o i più temibili wiper, progettati per distruggere database, software e sistemi operativi» aggiunge Iezzi. «A differenza delle attività portate avanti dagli hacktivisti, queste azioni richiedono una serie di informazioni in merito a sistemi e vulnerabilità ben più approfondite. Informazioni, molto spesso al di fuori della portata e del bagaglio tecnico dei semplici attivisti digitali». Come si legge nel rapporto Clusit di quest’anno, «Mosca utilizza da tempo cyber operations per realizzare campagne di disinformazione di massa e plasmare la percezione pubblica». Obiettivo è «indebolire l’Alleanza Atlantica, influenzare l’esito delle prossime elezioni di vari paesi occidentali e mantenere il sostegno interno in Russia». All’attività di disinformazione (in particolare tramite i social media), i russi hanno poi intensificato «le loro operazioni cibernetiche “contro” il cyberspazio». Infine, hanno «anche “messo a sistema” diversi gruppi cybercriminali, i quali hanno aumentato le proprie attività contro bersagli occidentali» come il nostro Paese che risulta inevitabilmente sempre più colpito, come dimostra il significativo incremento di attacchi andati a segno nel 2023. Basti pensare che il nostro Paese rappresenta un bersaglio particolarmente facile, dal momento che ha ricevuto ben l ’11% degli attacchi rilevati a livello globale (contro un 3,4% del 2021 e un 7,6% del 2022)». Secondo Iezzi, «per ora l’Italia non è a rischio critico di essere investita da una simile escalation, poiché le posizioni del governo così come espresse dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sono molto più concilianti rispetto ai colleghi d’oltralpe e di oltre Manica». Sono aumentati (+163%) gli eventi cyber che hanno riguardato le istituzioni pubbliche del Paese. Nel 2023, l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale ne ha gestiti in tutto 422 (erano stati 160 nel 2022). Il capo di Stato Maggiore dell’esercito italiano, Carmine Masiello, ha sottolineato nei giorni scorsi come sia necessario innovare le nostre forze armate a tutto campo, a partire dalla tecnologia, per potenziare strumenti, strutture, sistemi d’arma e procedure. La stessa urgenza manifestata più volte dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, e che è con tutta evidenza fondata su dati di fatto oggettivi: il cyberspazio è ormai uno dei cinque domini in cui opera la forza militare e non ci si può far trovare impreparati.
- Uno scoop del sito «disclose.ngo» svela le forniture francesi dal 2014 fino al 2020 proprio mentre il presidente sfoggia il ruolo di interlocutore di Vladimir Putin. Molti dei sistemi sarebbero montati su tank e velivoli usati in Ucraina.
- Il ferimento in carcere di un leader indipendentista in circostanze poco chiare scatena le violenze in Corsica. L’Eliseo teme di perdere voti e spedisce il ministro dell’Interno.
Lo speciale contiene due articoli.
Al presidente francese Emmanuel Macron piace atteggiarsi a leader di un Paese in guerra, pronto a proteggere i suoi concittadini da un virus mortale nato in Cina o dalle bombe lanciate da un dittatore. La sera del 16 marzo 2020, il capo di Stato aveva detto sette volte che la Francia era «in guerra» contro il Covid. Il 2 marzo scorso invece, dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito russo, l’inquilino dell’Eliseo ha detto che «Putin ha scelto la guerra» e che la Francia è «a fianco dell’Ucraina», ritagliandosi il ruolo di mediatore telefonico con lo zar. In questa seconda occasione Macron non ha potuto essere così diretto come nel 2020, probabilmente a causa delle forniture d’armi - per 152 milioni di euro - che la Francia ha continuato ad assicurare alla Russia fino a due anni fa. E non è da escludere che, in questi giorni, queste armi siano utilizzate dalle forze armate di Mosca per attaccare Kiev e il resto dell’Ucraina.
Secondo un’inchiesta pubblicata dal media francese on line disclose.ngo, Parigi avrebbe continuato a vendere armi all’esercito di Vladimir Putin anche tra il 2015 e il 2020, quindi anche dopo l’inizio dell’embargo decretato dall’Unione europea, il 1 agosto 2014. La misura era stata decisa da Bruxelles in seguito all’invasione russa della Crimea e all’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines colpito, nei cieli sopra Donetsk, da un missile di Mosca.
Va precisato che la scelta di continuare a fornire armi alla Russia non riguarda solo Emmanuel Macron, visto che è diventato presidente nel 2017. Il suo predecessore François Hollande aveva già cercato di vendere delle navi da guerra Mistral. Ma la pressione dei partner Ue e degli Stati Uniti erano state troppo forti, quindi l’ex presidente socialista aveva dovuto optare per delle forniture belliche meno appariscenti. Tutto questo è possibile grazie al fatto che l’embargo Ue non è retroattivo. Lo stesso portavoce del ministero della Difesa di Parigi, Hervé Grandjean, ha ammesso su Twitter che «la Francia ha permesso l’esecuzione di certi contratti stipulati dal 2014 in base alla cosiddetta clausola “del nonno” ». Essa consente di proseguire «un contratto concluso prima dell’annessione della Crimea» nonché «le consegne di equipaggiamenti acquistati prima del luglio 2014». Per il portavoce non c’è nulla di male visto che la possibilità di continuare a vendere armi ai russi «è chiaramente prevista dal regime di sanzioni adottate contro la Russia nel 2014». Per cercare di spegnere la polemica, Grandjean ha ricordato anche che la difesa di Parigi ha dato «prova di trasparenza» visto che ogni anno viene pubblicato un rapporto pubblico contenente «i dettagli sulle forniture di armi». Messa così la questione sembrerebbe quasi banale. Peccato che questi equipaggiamenti potrebbero essere impiegati per ammazzare (anche) dei civili ucraini.
Secondo il media on line transalpino, tra le forniture francesi dirette in Russia ci sarebbero delle telecamere termiche (del modello Matis Std) prodotte dal gruppo Safran e destinate ai carri armati di tipo T-72, T-90 e T-80 Bvm. Sembra che le telecamere siano state installate su circa 1.000 carri armati. È forse di queste attrezzature che parlava il presidente ucraino Volodymyr Zelensky nel suo intervento di condanna al lancio di razzi su edifici amministrativi della centrale nucleare di Zaporijia. In quell’occasione, il leader di Kiev aveva detto che i militari russi «sanno dove mirare» perché «dotati di telecamere termiche».
Secondo i documenti riservati citati da Disclose, il gruppo Thales avrebbe invece fornito dei sistemi di navigazione Tacan, degli schermi video Smd55s, dei visori ad infrarossi modello Hud e dei caschi per piloti del modello Topowl. Queste attrezzature si troverebbero su degli aerei caccia Soukhoï SU-30 o dei Mig-29.
Alla luce delle rivelazioni pubblicate da Disclose, la favola del presidente francese pacifista, tollerante e inclusivo, che per sei mesi presiede anche il Consiglio Ue, sembra sbiadire. Forse è anche per questo che Macron non perde occasione per esprimere il proprio sostegno a Zelensky. Come detto, il leader francese ama apparire come difensore della patria. Per questo non ha esitato a scimmiottare il suo omologo ucraino, attraverso una serie di foto scattate all’Eliseo il 13 marzo. Le immagini ritraggono il presidente transalpino spettinato, non rasato da due giorni e vestito con un paio di jeans e una felpa nera con cappuccio dei «Cpa 10» i paracadutisti d’élite dell’aeronautica francese. Visto che Macron, non molto democraticamente, si rifiuta di partecipare a dibattiti elettorali in presenza di altri candidati, con questi scatti l’inquilino dell’Eliseo punta forse a convincere degli elettori indecisi ma spaventati dal conflitto in Ucraina. E sulle armi fornite alla Russia, il leader d’Oltralpe fa spallucce. In una conferenza stampa improvvisata, tenutasi ieri in un centro d’accoglienza di profughi ucraini, Macron ha detto solo che «la Francia si è conformata al diritto internazionale e alle scelte che erano proprie».
Intanto la Corsica è una polveriera
La Corsica è in fiamme dopo l’aggressione a un indipendentista, in carcere per l’omicidio di un prefetto. Tutto è iniziato lo scorso 2 marzo quando Yvan Colonna, mentre faceva attività fisica nella prigione di Arles, è stato aggredito da un altro detenuto. Il fatto ha fatto scalpore in Francia e soprattutto nell’isola mediterranea appartenente a Parigi. Questo perché né Colonna né il suo aggressore - il trentaseienne camerunese Franck Elong Abé - sono dei detenuti comuni. Il primo è un ex pastore corso sessantunenne, condannato in via definitiva all’ergastolo per la morte del prefetto Claude Erignac, ucciso con tre colpi sparati alle spalle il 9 febbraio 1998. Il secondo è un jihadista - arrestato in Afghanistan nel 2012 e consegnato alla Francia nel 2014 - che sta scontando diverse condanne come quella per «associazione a delinquere in previsione della preparazione di un atto terroristico». Dopo l’aggressione, a Elong Abé è stato contestato anche il reato di «tentativo di omicidio in relazione ad un impresa terroristica».
La Procura nazionale antiterrorismo (Pnat) francese ha acquisito rapidamente la competenza sulle indagini relative all’aggressione. Questo perché, come ha spiegato alla stampa il procuratore capo della Pnat, Jean-François Ricard, è stato escluso «ogni movente diverso da quello religioso» nonostante il terrorista camerunese, durante l’interrogatorio, avesse riferito che Colonna avesse «sputato su Dio» e «parlato male del profeta». Grazie alle immagini delle telecamere di sorveglianza gli inquirenti hanno potuto ricostruire la dinamica dell’aggressione che Ricard ha definito otto minuti di «accanimento sistematico» con colpi violentissimi, tecniche di strangolamento e un tentativo di soffocamento con un sacchetto di plastica. Ma oltre alla violenza inaudita scaricata su Colonna da Elong Abé, è apparso chiaro fin da subito che il jihadista non avrebbe dovuto svolgere delle mansioni di pulizia nella palestra del carcere, durante i periodi di accesso di un «detenuto particolarmente segnalato» come l’indipendentista corso.
La notizia dell’aggressione a Yvan Colonna ha subito infiammato la Corsica perché, da anni, era stato richiesto il trasferimento del detenuto in un carcere dell’isola. Ma Parigi si era sempre rifiutata di concedere lo spostamento, tenuto conto della pericolosità dell’ex pastore. Fin dai primi giorni in varie città corse si sono svolte manifestazioni ed è stato un crescendo di violenza. Su muri e striscioni si potevano leggere frasi come «Stato francese assassino». La sera del 9 marzo è stato parzialmente devastato e incendiato il tribunale di Ajaccio. Il 13 marzo, a Bastia, sono invece scese in piazza circa 7.000 persone. Anche in questo caso i manifestanti hanno dimostrato una forte aggressività. Per i poliziotti intervenuti a sedare i disordini si è trattato di una vera e propria «guerriglia». Anche a Bastia è stato incendiato un ufficio pubblico, quello della locale Agenzia delle entrate.
Emmanuel Macron ha mandato oggi sull’isola il ministro dell’interno Gérald Darmanin per mostrare l’attenzione di Parigi alle richieste corse. Ma anche per evitare l’emorragia di voti isolani alle prossime elezioni presidenziali. Secondo alcuni commentatori della stampa francese, Colonna sarebbe diventato una sorta di pedina «offerta» ai corsi in cambio di un sostegno a Macron alle prossime elezioni. Per questo, a Parigi ci sarebbe apprensione per le condizioni di salute dell’ergastolano, tuttora gravissime. Nelle stanze dei bottoni si spera che Colonna si riprenda altrimenti sarà più difficile contenere la collera dei corsi.






