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2024-05-06
Macron vuol riportare la Francia a un'economia di guerra
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nemmeno una settimana fa, il leader francese ha scelto di indossare nuovamente l’elmetto per andare a dichiarare guerra per conto terzi a Vladimir Putin, responsabile dell’aggressione all’Ucraina. Ieri è arrivata la risposta del ministero della difesa russo che ha dichiarato di avviare delle esercitazioni volte «alla preparazione e all'utilizzazione di armi nucleari non strategiche». Lo stesso ministero ha spiegato che si tratta di una risposta alle minacce contro la Russia proferite dai leader occidentali.
Usando un registro più leggero, qualche settimana fa Macron ha fatto pubblicare dalla sua fotografa ufficiale, Soazig de La Moissonnière, alcuni scatti in cui lo si vedeva tirare pugni coi guantoni a un sacco da boxe. Sudore, bicipiti guizzanti, sguardo aggressivo come per dire al mondo che il capo di Stato francese, nel caso si dovesse arrivare alle mani con altri Paesi, può trasformarsi in bad boy pronto alla rissa. Ma internet ha una memoria da elefante, così qualcuno è andato a confrontare (a dire il vero un po’ malignamente) delle vecchie foto in costume da bagno di Macron con quelle con i guantoni, avanzando il sospetto che queste ultime fossero state ritoccate. Cattiveria gratuita. Tuttavia, anche su una questione di lana caprina come il volume dei bicipiti del presidente francese, si è creata tensione. Come a ricordare che non tutte le ciambelle escono col buco, nemmeno per quello che, un tempo, veniva definito un enfant prodige della politica.
Dall’inizio del suo secondo mandato all’Eliseo, il capo di Stato transalpino ha inanellato una serie di scivoloni (che qualcuno definirebbe fallimenti) su varie tematiche di politica interna. Solo per citarne alcuno: l’insicurezza e la sommersione migratoria, il deficit pubblico che si impenna o ancora la pericolosa rinuncia, per far contenti gli ecologisti, alla produzione di energia nucleare, che per decenni è stato uno dei punti di forza della Francia. Nonostante il leader d’Oltralpe, da bravo tecnocrate, sembri fare spallucce di fronte alle crisi interne, dai francesi arrivano sempre più segnali chiari sul declassamento della Francia che non è quel Paese delle meraviglie osservato attraverso le finestre distorsive dell’Eliseo. Anche i sondaggi in vista delle prossime elezioni europee parlano chiaro: il partito macronista Renaissance è in forte difficoltà e non supera il 16% delle intenzioni di voto. Un dato che è circa la metà di quello attribuito dalle proiezioni al Rassemblement National di Jordan Bardella e Marine Le Pen.
Che fare allora per ritrovare un posto al sole? A giudicare dalle recenti dichiarazioni, il presidente Macron sarebbe pronto (quasi) a tutto, persino a spedire dei giovani francesi o europei sul fronte ucraino. E se, per un colpo di fortuna, qualche leader dei Paesi Ue si convincesse che Macron è davvero l’uomo della situazione capace di dare ai 27 un ministro della difesa europeo? Quale ascendente potrebbe avere Parigi su questa ipotetica struttura?
Difficile rispondere a queste domande, allo stato attuale, tuttavia è possibile fare qualche constatazione. Ad esempio che il presidente francese sembra essere determinato per motivare gli alleati europei. Alla fine di aprile, in un’intervista pubblicata dalle testate regionali dell’est della Francia (gruppo editoriale Ebra, ndr), Macron si è detto pronto a mettere sul tavolo anche le bombe nucleari transalpine. «Sono disposto ad aprire il dibattito» sulla difesa europea «che deve includere la difesa antimissile, le armi a lunga gittata, le armi nucleari per coloro che l’hanno o che dispongono delle armi nucleari americane». Il capo dello Stato d’Oltralpe ha però anche precisato che la Francia manterrebbe la sua specificità ma che è pronta a contribuire maggiormente alla difesa del territorio europeo. L’uscita sulle armi nucleari non è stata presa bene da tutti. Una fonte ministeriale che La Verità ha contattato, e che preferisce mantenere l’anonimato, ha commentato le parole presidenziali in modo lapidario: «il silenzio sulla capacità di dissuasione militare fa parte della capacità stessa». Dopo l’intervista di Macron sui quotidiani regionali il capolista dei Républicains (Lr) alle elezioni europee, François-Xavier Bellamy, aveva dichiarato che «un presidente non dovrebbe dire queste cose».
E’ innegabile che, dopo la Brexit, la Francia possiede il miglior esercito dell’Unione Europea dotato di armi atomiche. Ma tutto è relativo, perché essere il migliore tra piccoli, non significa per forza essere un campione. Come scriveva nel 2022 il quotidiano L’Opinion, se i miliari transalpini fossero stati inviati a partecipare ad un ingaggio maggiore ad alta intensità, sarebbero stati in grado di tenere un fronte di soli 80 chilometri, poco più della distanza tra Milano e Piacenza.
Nel gennaio scorso una commissione senatoriale ha lanciato un altro allarme sulle capacità belliche francesi. Presentando i risultati dei lavori della commissione, il suo presidente Cédric Perrin (Lr) ha dichiarato che «in Francia siamo in grado di produrre 20.000 ogive da 155 millimetri all’anno», ma che l’esercito ucraino ne spara «quotidianamente tra i 5000 e gli 8000» invece quello russo spara «tra i 10.000 e 15.000 colpi».
E’ facile immaginare come, ricevendo questi allarmi, l’Eliseo abbia dovuto battere un colpo. E così, Macron e i suoi ministri hanno rilanciato la necessità di far passare la Francia ad una economia di guerra. Un concetto già evocato nel primo anno del conflitto scatenato dalla Russia contro l’Ucraina. Circa un mese fa il capo dello Stato francese è andato sul sito produttivo di Eurenco, leader europeo delle polveri e degli esplosivi per la posa della prima pietra di una nuova fabbrica di polvere da sparo. Ad accompagnare il presidente c’erano anche i ministri francesi dell'Economia, Bruno Le Maire, e della Difesa, Sébastien Lecornu. In quell’occasione l’Eliseo ha reso noto che la fabbrica di esplosivi potrà produrre fino a 1.200 tonnellate di polvere all'anno. Tale produzione permetterà di riempire 500.000 cariche modulari per i cannoni.
Ma oltre a risultare relativizzato dalla mancanza di scorte belliche, l’attivismo macronista volto a assumere un ruolo egemonico nella difesa europea, non riesce a scaldare nemmeno cuori di alcuni alleati di Parigi. Ad esempio, lo scorso marzo, il ministro tedesco dell’economia, Robert Habeck, ha scritto a Thierry Breton, il commissario Ue responsabile del progetto di attività spaziali, criticando il futuro sistema satellitare Ue, chiamato Iris2 perché considerato troppo favorevole ai francesi. La notizia è stata data dal quotidiano tedesco Handelsblatt, all'inizio di maggio. Secondo la testata il ministro di Berlino ha contestato soprattutto la procedura d’appalto definendola «mal concepita» e troppo importante «per prendere in fretta decisioni rischiose» che potrebbero avere «conseguenze negative massicce per Iris2 e il programma spaziale Ue». La costellazione di satelliti Iris2 servirà anche alla difesa visto che dovrà garantire l’accesso a internet anche in caso di saturazione delle reti terrestri o di cyber attacchi. Inoltre diventerà un mezzo di comunicazione sicuro e sovrano per gli eserciti europei.
La voglia di comandare di Macron cozza quindi contro tutta una serie di ostacoli che sembrerebbero essere invisibili ai suoi occhi. D’altra parte, da quando è arrivato all’Eliseo sette anni fa, il giovane presidente ha spesso dato prova di voler fare solo di testa sua, senza risparmiare provocazioni. Ma ora un numero sempre più grande di suoi compatrioti sembra aver capito il trucco e non si lascia più incantare dal leader della start up nation, come Macron ama definire la Francia. Come farà il leader di Parigi a riarmare la Francia non è chiaro. Di certo non potrà contare su altri partiti. L’ultimo a sbattergli la porta in faccia è stato, proprio oggi, il capolista socialista alle europee, Raphaël Glucksmann. In una tribuna pubblicata da Le Monde nel giorno in cui Macron riceveva il leader cinese Xi Jinping, il politico di sinistra si è rivolto direttamente al capo dello Stato chiedendogli : «Signor Macron, cosa ha ottenuto finora con la sua strategia di accomodamento nei confronti del Partito comunista cinese?». Stendendo il tappeto rosso al leader cinese, Macron ha cercato di farsi passare come un parigrado. Il problema è che, anche per le ragioni sopra esposte, la Francia non arriva nemmeno alle caviglie della Cina. Le aspirazioni del leader d’Oltralpe sono grandi, ma forse lui non ha ancora capito che la Francia non è più quella di una volta e che tra il dire, di volersi riarmare, e il fare… c’è di mezzo il mare.
Record di ordini nel 2023 per l’industria bellica
Il conflitto russo-ucraino ha stimolato l'industria difensiva francese, costituita da una decina di grandi gruppi e oltre 4.000 aziende, che ora sono alle prese con una crescente richiesta da parte del governo.
Come recentemente evidenziato da
Le Monde, il concetto di economia di guerra era stato relegato al passato dalla Grande Guerra del 1914-1918, quando l'intera nazione si mobilitò, anche con la partecipazione delle donne nelle fabbriche, per fornire equipaggiamenti alle forze armate impegnate in uno scontro totale con la Germania. È stato Emmanuel Macron a riportare in auge tale espressione nel giugno 2022, durante la mostra Eurosatory sulle armi terrestri, quasi quattro mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Il Presidente ha sottolineato «la necessità di un'economia più agile, che riconsideri i ritmi produttivi, gestisca un aumento del carico di lavoro e ottimizzi i margini per fornire attrezzature essenziali non solo alla Francia, ma anche ai suoi alleati».
Nonostante siano passati due anni dal discorso di Macron, la Francia non ha ancora adottato un'economia di guerra come hanno fatto Russia e Israele, tuttavia, la mobilitazione ha raggiunto una fase critica il 26 marzo 2024, almeno a livello di dichiarazioni. Il ministro della Difesa,
Sébastien Lecornu, aveva anticipato la possibilità «di requisizioni di risorse umane, scorte e attrezzature produttive nel caso in cui i produttori non rispondessero abbastanza rapidamente». Ha ordinato alle imprese con attività sia civili che militari di dare priorità alla produzione di equipaggiamenti difensivi. Di fronte a questa prospettiva, una parte della base industriale e tecnologica della difesa (BITD) ha intensificato la propria produzione per far fronte a una situazione che va ben oltre la crisi in Ucraina. Macron ha sottolineato la necessità «di essere rapidi, forti e solidi» durante la cerimonia di posa della prima pietra dell'ampliamento dello stabilimento di Eurenco a Bergerac (Dordogna) lo scorso 11 aprile. Questo ampliamento simboleggia la nuova strategia del gruppo pubblico, che mira a delocalizzare la produzione di polveri per l'artiglieria in Svezia, Germania e Italia.
Secondo
Thierry Francou, un alto dirigente di Eurenco, «si tratta di un'impresa eccezionale, considerando che di solito ci vogliono da quattro a cinque anni per completare un progetto del genere». L'azienda passerà da 200 dipendenti nel 2022 a 450 nel 2025 e prevede un investimento totale di 500 milioni di euro, di cui metà in Francia. Lo stesso giorno, a Bergerac, l'amministratore delegato di Aresia (ex Rafaut), partner di Eurenco, ha ricevuto un ordine di centinaia di corpi bomba da 250 chili destinati all'esportazione. L'azienda ha finanziato una nuova linea di produzione con il supporto del Ministero delle Forze Armate per accelerare la qualificazione di questi ordinativi. Inoltre, la produzione annua di sessantamila proiettili KNDS dovrà aumentare del 50% nel 2024 e raddoppiare nel 2025. Anche Exail Technologies (ex Groupe Gorgé), produttore di sistemi inerziali e droni contro le mine sottomarine, ha mostrato reattività, con 1.000 ordini dall'Europa occidentale a partire dalla seconda metà del 2023. Il gruppo ha recentemente collaborato con Geomines (e Cefal) per ampliare la propria offerta di sminamento a livello globale, in particolare in Ucraina, dove il 40% del territorio è minato. Thales ha ridotto i tempi di produzione per un radar GM200 da diciotto a sei mesi, consegnandone anche uno all'Ucraina. Safran sta valutando la possibilità di potenziare i propri impianti di produzione di bombe AASM, mentre l'industria francese continua a concentrarsi su attrezzature pesanti e alta tecnologia, beneficiando di oltre 30 miliardi di euro di ordini, di cui 20 miliardi piazzati nel 2023 e destinati alle 4.000 aziende BITD. Questo segna un notevole aumento rispetto ai 9,5 miliardi di euro annui sotto François Hollande e ai 15 miliardi del primo quinquennio di Macron.
Il Ministero delle Forze Armate ha annunciato che nel 2023 gli ordini francesi di armi hanno raggiunto un nuovo record. La Direzione Generale degli Armamenti (DGA) ha registrato un aumento senza precedenti degli ordini di difesa, con un totale di 20,3 miliardi di euro, di cui quasi 9 miliardi solo nel mese di dicembre 2023. Questo aumento degli ordini militari è conforme alla nuova Legge sulla Programmazione Militare (LPM) 2024-2030, che prevede un budget di 413,3 miliardi di euro distribuiti in sette anni. Il Ministero ha sottolineato che questo aumento degli ordini riflette la politica di riarmo avviata dal presidente Emmanuel Macron. Nel comunicato stampa, sono stati dettagliati gli ordini volti a modernizzare e rinnovare le capacità delle forze armate in vari settori: aereo, terrestre, navale e spaziale. Tra i progetti significativi, l'ordine per la quinta tranche di produzione del programma Rafale, con la consegna di 42 velivoli standard F4 a partire dal 2027, oltre all'acquisizione di 109 cannoni Caesar Mk II e munizioni da 155 mm. L'esercito beneficerà anche di 420 veicoli corazzati leggeri multiruolo Serval, nel contesto del programma Scorpion, mentre la marina sarà dotata di sette motovedette d'altura. È previsto un importante ammodernamento della portaerei Charles de Gaulle durante il suo terzo arresto tecnico, e le forze speciali saranno equipaggiate con otto elicotteri NH90, continuando i lavori sul futuro strumento di intelligence e imaging spaziale (IRIS). Il Ministero ha confermato anche l'acquisto di 329 missili Mistral e 1.300 missili AKERON MP. Il Ministro delle Forze Armate, Sébastien Lecornu, ha enfatizzato l'importanza di questo approccio, evidenziando i risultati ottenuti nel 2023 con la consegna di attrezzature per un valore superiore ai 20 miliardi di euro, tutte prodotte in Francia.
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Da qualche tempo il presidente francese ha deciso di mostrare i muscoli e consolidare l’immagine da uomo di guerra sullo scacchiere internazionale. O magari quella di potenziale futuro ministro della difesa Ue.Il conflitto russo-ucraino ha stimolato l'industria difensiva francese, costituita da una decina di grandi gruppi e oltre 4.000 aziende, che ora sono alle prese con una crescente richiesta da parte del governo. Lo speciale contiene due articoli.Nemmeno una settimana fa, il leader francese ha scelto di indossare nuovamente l’elmetto per andare a dichiarare guerra per conto terzi a Vladimir Putin, responsabile dell’aggressione all’Ucraina. Ieri è arrivata la risposta del ministero della difesa russo che ha dichiarato di avviare delle esercitazioni volte «alla preparazione e all'utilizzazione di armi nucleari non strategiche». Lo stesso ministero ha spiegato che si tratta di una risposta alle minacce contro la Russia proferite dai leader occidentali. Usando un registro più leggero, qualche settimana fa Macron ha fatto pubblicare dalla sua fotografa ufficiale, Soazig de La Moissonnière, alcuni scatti in cui lo si vedeva tirare pugni coi guantoni a un sacco da boxe. Sudore, bicipiti guizzanti, sguardo aggressivo come per dire al mondo che il capo di Stato francese, nel caso si dovesse arrivare alle mani con altri Paesi, può trasformarsi in bad boy pronto alla rissa. Ma internet ha una memoria da elefante, così qualcuno è andato a confrontare (a dire il vero un po’ malignamente) delle vecchie foto in costume da bagno di Macron con quelle con i guantoni, avanzando il sospetto che queste ultime fossero state ritoccate. Cattiveria gratuita. Tuttavia, anche su una questione di lana caprina come il volume dei bicipiti del presidente francese, si è creata tensione. Come a ricordare che non tutte le ciambelle escono col buco, nemmeno per quello che, un tempo, veniva definito un enfant prodige della politica. Dall’inizio del suo secondo mandato all’Eliseo, il capo di Stato transalpino ha inanellato una serie di scivoloni (che qualcuno definirebbe fallimenti) su varie tematiche di politica interna. Solo per citarne alcuno: l’insicurezza e la sommersione migratoria, il deficit pubblico che si impenna o ancora la pericolosa rinuncia, per far contenti gli ecologisti, alla produzione di energia nucleare, che per decenni è stato uno dei punti di forza della Francia. Nonostante il leader d’Oltralpe, da bravo tecnocrate, sembri fare spallucce di fronte alle crisi interne, dai francesi arrivano sempre più segnali chiari sul declassamento della Francia che non è quel Paese delle meraviglie osservato attraverso le finestre distorsive dell’Eliseo. Anche i sondaggi in vista delle prossime elezioni europee parlano chiaro: il partito macronista Renaissance è in forte difficoltà e non supera il 16% delle intenzioni di voto. Un dato che è circa la metà di quello attribuito dalle proiezioni al Rassemblement National di Jordan Bardella e Marine Le Pen. Che fare allora per ritrovare un posto al sole? A giudicare dalle recenti dichiarazioni, il presidente Macron sarebbe pronto (quasi) a tutto, persino a spedire dei giovani francesi o europei sul fronte ucraino. E se, per un colpo di fortuna, qualche leader dei Paesi Ue si convincesse che Macron è davvero l’uomo della situazione capace di dare ai 27 un ministro della difesa europeo? Quale ascendente potrebbe avere Parigi su questa ipotetica struttura? Difficile rispondere a queste domande, allo stato attuale, tuttavia è possibile fare qualche constatazione. Ad esempio che il presidente francese sembra essere determinato per motivare gli alleati europei. Alla fine di aprile, in un’intervista pubblicata dalle testate regionali dell’est della Francia (gruppo editoriale Ebra, ndr), Macron si è detto pronto a mettere sul tavolo anche le bombe nucleari transalpine. «Sono disposto ad aprire il dibattito» sulla difesa europea «che deve includere la difesa antimissile, le armi a lunga gittata, le armi nucleari per coloro che l’hanno o che dispongono delle armi nucleari americane». Il capo dello Stato d’Oltralpe ha però anche precisato che la Francia manterrebbe la sua specificità ma che è pronta a contribuire maggiormente alla difesa del territorio europeo. L’uscita sulle armi nucleari non è stata presa bene da tutti. Una fonte ministeriale che La Verità ha contattato, e che preferisce mantenere l’anonimato, ha commentato le parole presidenziali in modo lapidario: «il silenzio sulla capacità di dissuasione militare fa parte della capacità stessa». Dopo l’intervista di Macron sui quotidiani regionali il capolista dei Républicains (Lr) alle elezioni europee, François-Xavier Bellamy, aveva dichiarato che «un presidente non dovrebbe dire queste cose». E’ innegabile che, dopo la Brexit, la Francia possiede il miglior esercito dell’Unione Europea dotato di armi atomiche. Ma tutto è relativo, perché essere il migliore tra piccoli, non significa per forza essere un campione. Come scriveva nel 2022 il quotidiano L’Opinion, se i miliari transalpini fossero stati inviati a partecipare ad un ingaggio maggiore ad alta intensità, sarebbero stati in grado di tenere un fronte di soli 80 chilometri, poco più della distanza tra Milano e Piacenza. Nel gennaio scorso una commissione senatoriale ha lanciato un altro allarme sulle capacità belliche francesi. Presentando i risultati dei lavori della commissione, il suo presidente Cédric Perrin (Lr) ha dichiarato che «in Francia siamo in grado di produrre 20.000 ogive da 155 millimetri all’anno», ma che l’esercito ucraino ne spara «quotidianamente tra i 5000 e gli 8000» invece quello russo spara «tra i 10.000 e 15.000 colpi». E’ facile immaginare come, ricevendo questi allarmi, l’Eliseo abbia dovuto battere un colpo. E così, Macron e i suoi ministri hanno rilanciato la necessità di far passare la Francia ad una economia di guerra. Un concetto già evocato nel primo anno del conflitto scatenato dalla Russia contro l’Ucraina. Circa un mese fa il capo dello Stato francese è andato sul sito produttivo di Eurenco, leader europeo delle polveri e degli esplosivi per la posa della prima pietra di una nuova fabbrica di polvere da sparo. Ad accompagnare il presidente c’erano anche i ministri francesi dell'Economia, Bruno Le Maire, e della Difesa, Sébastien Lecornu. In quell’occasione l’Eliseo ha reso noto che la fabbrica di esplosivi potrà produrre fino a 1.200 tonnellate di polvere all'anno. Tale produzione permetterà di riempire 500.000 cariche modulari per i cannoni. Ma oltre a risultare relativizzato dalla mancanza di scorte belliche, l’attivismo macronista volto a assumere un ruolo egemonico nella difesa europea, non riesce a scaldare nemmeno cuori di alcuni alleati di Parigi. Ad esempio, lo scorso marzo, il ministro tedesco dell’economia, Robert Habeck, ha scritto a Thierry Breton, il commissario Ue responsabile del progetto di attività spaziali, criticando il futuro sistema satellitare Ue, chiamato Iris2 perché considerato troppo favorevole ai francesi. La notizia è stata data dal quotidiano tedesco Handelsblatt, all'inizio di maggio. Secondo la testata il ministro di Berlino ha contestato soprattutto la procedura d’appalto definendola «mal concepita» e troppo importante «per prendere in fretta decisioni rischiose» che potrebbero avere «conseguenze negative massicce per Iris2 e il programma spaziale Ue». La costellazione di satelliti Iris2 servirà anche alla difesa visto che dovrà garantire l’accesso a internet anche in caso di saturazione delle reti terrestri o di cyber attacchi. Inoltre diventerà un mezzo di comunicazione sicuro e sovrano per gli eserciti europei. La voglia di comandare di Macron cozza quindi contro tutta una serie di ostacoli che sembrerebbero essere invisibili ai suoi occhi. D’altra parte, da quando è arrivato all’Eliseo sette anni fa, il giovane presidente ha spesso dato prova di voler fare solo di testa sua, senza risparmiare provocazioni. Ma ora un numero sempre più grande di suoi compatrioti sembra aver capito il trucco e non si lascia più incantare dal leader della start up nation, come Macron ama definire la Francia. Come farà il leader di Parigi a riarmare la Francia non è chiaro. Di certo non potrà contare su altri partiti. L’ultimo a sbattergli la porta in faccia è stato, proprio oggi, il capolista socialista alle europee, Raphaël Glucksmann. In una tribuna pubblicata da Le Monde nel giorno in cui Macron riceveva il leader cinese Xi Jinping, il politico di sinistra si è rivolto direttamente al capo dello Stato chiedendogli : «Signor Macron, cosa ha ottenuto finora con la sua strategia di accomodamento nei confronti del Partito comunista cinese?». Stendendo il tappeto rosso al leader cinese, Macron ha cercato di farsi passare come un parigrado. Il problema è che, anche per le ragioni sopra esposte, la Francia non arriva nemmeno alle caviglie della Cina. 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Come recentemente evidenziato da Le Monde, il concetto di economia di guerra era stato relegato al passato dalla Grande Guerra del 1914-1918, quando l'intera nazione si mobilitò, anche con la partecipazione delle donne nelle fabbriche, per fornire equipaggiamenti alle forze armate impegnate in uno scontro totale con la Germania. È stato Emmanuel Macron a riportare in auge tale espressione nel giugno 2022, durante la mostra Eurosatory sulle armi terrestri, quasi quattro mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Il Presidente ha sottolineato «la necessità di un'economia più agile, che riconsideri i ritmi produttivi, gestisca un aumento del carico di lavoro e ottimizzi i margini per fornire attrezzature essenziali non solo alla Francia, ma anche ai suoi alleati». Nonostante siano passati due anni dal discorso di Macron, la Francia non ha ancora adottato un'economia di guerra come hanno fatto Russia e Israele, tuttavia, la mobilitazione ha raggiunto una fase critica il 26 marzo 2024, almeno a livello di dichiarazioni. Il ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, aveva anticipato la possibilità «di requisizioni di risorse umane, scorte e attrezzature produttive nel caso in cui i produttori non rispondessero abbastanza rapidamente». Ha ordinato alle imprese con attività sia civili che militari di dare priorità alla produzione di equipaggiamenti difensivi. Di fronte a questa prospettiva, una parte della base industriale e tecnologica della difesa (BITD) ha intensificato la propria produzione per far fronte a una situazione che va ben oltre la crisi in Ucraina. Macron ha sottolineato la necessità «di essere rapidi, forti e solidi» durante la cerimonia di posa della prima pietra dell'ampliamento dello stabilimento di Eurenco a Bergerac (Dordogna) lo scorso 11 aprile. Questo ampliamento simboleggia la nuova strategia del gruppo pubblico, che mira a delocalizzare la produzione di polveri per l'artiglieria in Svezia, Germania e Italia. Secondo Thierry Francou, un alto dirigente di Eurenco, «si tratta di un'impresa eccezionale, considerando che di solito ci vogliono da quattro a cinque anni per completare un progetto del genere». L'azienda passerà da 200 dipendenti nel 2022 a 450 nel 2025 e prevede un investimento totale di 500 milioni di euro, di cui metà in Francia. Lo stesso giorno, a Bergerac, l'amministratore delegato di Aresia (ex Rafaut), partner di Eurenco, ha ricevuto un ordine di centinaia di corpi bomba da 250 chili destinati all'esportazione. L'azienda ha finanziato una nuova linea di produzione con il supporto del Ministero delle Forze Armate per accelerare la qualificazione di questi ordinativi. Inoltre, la produzione annua di sessantamila proiettili KNDS dovrà aumentare del 50% nel 2024 e raddoppiare nel 2025. Anche Exail Technologies (ex Groupe Gorgé), produttore di sistemi inerziali e droni contro le mine sottomarine, ha mostrato reattività, con 1.000 ordini dall'Europa occidentale a partire dalla seconda metà del 2023. Il gruppo ha recentemente collaborato con Geomines (e Cefal) per ampliare la propria offerta di sminamento a livello globale, in particolare in Ucraina, dove il 40% del territorio è minato. Thales ha ridotto i tempi di produzione per un radar GM200 da diciotto a sei mesi, consegnandone anche uno all'Ucraina. Safran sta valutando la possibilità di potenziare i propri impianti di produzione di bombe AASM, mentre l'industria francese continua a concentrarsi su attrezzature pesanti e alta tecnologia, beneficiando di oltre 30 miliardi di euro di ordini, di cui 20 miliardi piazzati nel 2023 e destinati alle 4.000 aziende BITD. Questo segna un notevole aumento rispetto ai 9,5 miliardi di euro annui sotto François Hollande e ai 15 miliardi del primo quinquennio di Macron. Il Ministero delle Forze Armate ha annunciato che nel 2023 gli ordini francesi di armi hanno raggiunto un nuovo record. La Direzione Generale degli Armamenti (DGA) ha registrato un aumento senza precedenti degli ordini di difesa, con un totale di 20,3 miliardi di euro, di cui quasi 9 miliardi solo nel mese di dicembre 2023. Questo aumento degli ordini militari è conforme alla nuova Legge sulla Programmazione Militare (LPM) 2024-2030, che prevede un budget di 413,3 miliardi di euro distribuiti in sette anni. Il Ministero ha sottolineato che questo aumento degli ordini riflette la politica di riarmo avviata dal presidente Emmanuel Macron. Nel comunicato stampa, sono stati dettagliati gli ordini volti a modernizzare e rinnovare le capacità delle forze armate in vari settori: aereo, terrestre, navale e spaziale. Tra i progetti significativi, l'ordine per la quinta tranche di produzione del programma Rafale, con la consegna di 42 velivoli standard F4 a partire dal 2027, oltre all'acquisizione di 109 cannoni Caesar Mk II e munizioni da 155 mm. L'esercito beneficerà anche di 420 veicoli corazzati leggeri multiruolo Serval, nel contesto del programma Scorpion, mentre la marina sarà dotata di sette motovedette d'altura. È previsto un importante ammodernamento della portaerei Charles de Gaulle durante il suo terzo arresto tecnico, e le forze speciali saranno equipaggiate con otto elicotteri NH90, continuando i lavori sul futuro strumento di intelligence e imaging spaziale (IRIS). Il Ministero ha confermato anche l'acquisto di 329 missili Mistral e 1.300 missili AKERON MP. Il Ministro delle Forze Armate, Sébastien Lecornu, ha enfatizzato l'importanza di questo approccio, evidenziando i risultati ottenuti nel 2023 con la consegna di attrezzature per un valore superiore ai 20 miliardi di euro, tutte prodotte in Francia.
L'abbordaggio di una nave della Flotilla da parte dell'Idf (Ansa)
Che quella della Global Sumud Flotilla sia una missione politica e non umanitaria è ormai certezza. Lo dicono gli stessi attivisti, lo dimostrano i cortei pro Pal a sostegno delle imbarcazioni con le foto del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a testa in giù o persino imbrattate o bruciate. E infine lo si evince dai fiumi di comunicati battuti dalle opposizioni nelle ultime ore dopo il fermo delle navi da parte dell’Idf, l’esercito israeliano. «Stiamo seguendo la vicenda da questa notte con la nostra ambasciata a Tel Aviv, con il nostro consolato, con l’ambasciata italiana a Cipro. Abbiamo già mandato i nostri messaggi. Chiediamo e abbiamo chiesto che venissero comunque tutelati i nostri concittadini, liberati il prima possibile così come è accaduto per l’episodio di qualche settimana fa» ha dichiarato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, dimostrando di intervenire prontamente anche in questa ennesima occasione. E poi severo, non ha mancato di commentare l’azione di Israele: «Abbiamo mandato un messaggio chiaro a Israele: devono fare in modo di rispettare le regole e il diritto internazionale». Già al mattino il vicepremier aveva chiesto all’Unità di crisi, alle ambasciate d’Italia a Tel Aviv, Ankara e Nicosia di effettuare tutti i passi necessari «per tutelare l’incolumità degli italiani e assisterli in caso di sbarco». Dodici le persone fermate dei 35 connazionali imbarcati e come sempre accaduto, lo Stato si è messo in moto per tutelarli. Insomma tanto lavoro per una missione che mette in pericolo la sicurezza di molte persone con il solo fine di innescare un moto di proteste da parte delle opposizioni contro il governo italiano.
Così anche questa volta: il copione è già scritto. A cominciare dalla segretaria del Partito democratico Elly Schlein. «Il nuovo attacco contro la Flotilla rappresenta l’ennesimo atto di pirateria in acque internazionali del governo israeliano. Il governo italiano e l’Unione europea devono lavorare con ogni canale per la liberazione immediata di tutti gli attivisti sequestrati, che non devono essere portati in Israele. E devono lavorare anche per sbloccare tutti gli aiuti umanitari necessari ai palestinesi, che non stanno arrivando. Ma ricordiamolo ancora una volta: non bastano le parole, se non arriveranno sanzioni vere, il governo israeliano continuerà a violare il diritto internazionale con un inaccettabile senso di impunità». Il più scatenato è Nicola Fratoianni, leader di Alleanza Verdi Sinistra, che parla persino di «atto di terrorismo internazionale». Parole che per chi il terrorismo lo conosce davvero, come il popolo ebraico, risultano rivoltanti. «Israele abbordando la flottiglia conferma il suo disprezzo nei confronti del diritto internazionale» ha proseguito Fratoianni, «non basta una blanda condanna, serve che il governo italiano si attivi subito per garantire l’incolumità degli equipaggi».
Non mancano tre le decine di comunicati, anche quelle del Movimento 5 stelle che ha uno dei suoi esponenti a bordo, il parlamentare Dario Carotenuto. «Il governo italiano, mostrando ancora una volta mancanza totale di dignità e coraggio, non condanna l’ennesimo atto illegale di pirateria condotto da Israele» denunciano i deputati e i senatori del M5s. «Tajani si è limitato a chiedere garanzie sull’incolumità dei nostri concittadini, tacendo su tutto il resto e quindi implicitamente approvando l’azione criminale di Israele». E poi immancabile il commento dell’ex presidente della Camera Laura Boldrini, oggi parlamentare del Pd che però se la prende con l’Unione europea: «L’Ue tace, quindi acconsente. Non è accettabile che il governo israeliano goda di totale impunità qualsiasi cosa faccia contro chiunque la faccia e ovunque la faccia. Netanyahu e il suo governo vanno fermati con tutti i mezzi economici, diplomatici e politici».
E mentre si levavano le proteste delle opposizioni che invocano il rispetto del diritto internazionale, a Milano durante il corteo a sostegno della Flotilla, sfilavano cartelli con la bandiera di Israele, il simbolo della Nato e le immagini di Giorgia Meloni e del ministro della Difesa Guido Crosetto imbrattati con vernice rossa. Dal palco gli organizzatori hanno detto: «Contro le barbarie, contro questo impero, la resistenza è l’unica cosa che ci può salvare. Resistenza è Palestina, è Libano, è Iran».
Il corteo era organizzato per lo sciopero generale indetto della Usb in solidarietà alla Flotilla. «Sciopero generale. Nemmeno un chiodo per il genocidio. Insorgiamo, resistiamo, blocchiamo tutto. Rompere ogni rapporto con il sionismo» si leggeva su uno striscione mentre si scandivano slogan contro Meloni, il governo italiano e il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per quello che è successo a Modena, per le novità emerse, invece, piazze vuote e zero comunicati dalle opposizioni. Le missioni dei fricchettoni pro Pal sembrano essere l’unica priorità di questa sinistra.
Nel blitz di Israele fermati 12 nostri connazionali
Ieri le forze speciali israeliane hanno fermato e preso il controllo di parte della Global Sumud Flotilla, il convoglio navale partito dalla Turchia con l’obiettivo dichiarato di raggiungere la Striscia di Gaza. L’operazione è avvenuta al largo di Cipro e ha coinvolto decine di imbarcazioni con a bordo centinaia di attivisti filopalestinesi. A quanto si apprende, sono 12 gli italiani intercettati nell’operazione dell’Idf contro la Flotilla, sui 35 connazionali presenti su 21 imbarcazioni. Secondo quanto mostrato dalle dirette streaming diffuse dagli organizzatori, i militari dell’Idf sono saliti a bordo delle navi in assetto tattico mentre gli attivisti, indossando giubbotti di salvataggio, alzavano le mani in segno di resa. Dettaglio non secondario è il fatto che in molti casi si tratta di persone che si sono imbarcate per la seconda o terza volta. Insomma, si tratta di professionisti ormai rodati.
Israele ha scelto di bloccare la flottiglia lontano dalle coste di Gaza, replicando uno schema già adottato in passato contro convogli diretti verso l’enclave palestinese. Gli attivisti fermati sono stati trasferiti su una nave utilizzata come centro di detenzione temporaneo in mare, in attesa del successivo trasferimento nel porto israeliano di Ashdod. Alcune imbarcazioni, però, continuavano ancora a trasmettere immagini in diretta mentre l’operazione era in corso. Nei filmati pubblicati online si vedono diversi attivisti gettare i telefoni cellulari in acqua poco prima dell’abbordaggio da parte delle unità israeliane armate. Alla missione avrebbero preso parte circa 50 barche e almeno 500 persone provenienti da diversi Paesi, Italia compresa. L’agenzia di stampa statale turca ha riferito che i responsabili della spedizione avevano perso i contatti con almeno 23 imbarcazioni dopo l’intervento della marina israeliana. Secondo fonti della sicurezza di Gerusalemme, l’obiettivo iniziale non era sequestrare l’intera flottiglia, ma concentrarsi sulle circa venti navi considerate principali, nella convinzione che le altre avrebbero invertito la rotta una volta compreso che l’operazione israeliana era in corso. Alcune delle imbarcazioni sono riuscite a evitare l’intercettazione israeliana e si stanno dirigendo verso l’Egitto. La decisione, presa dagli organizzatori della Global Sumud Flotilla, sarebbe servita a consentire alle barche ancora operative di riorganizzarsi prima delle prossime iniziative. Tra le navi dirette verso le coste egiziane c’è anche quella su cui si trova il deputato del Movimento 5 stelle Dario Carotenuto, unico esponente politico italiano presente nella spedizione.
Una portavoce della flottiglia, intervistata dall’emittente qatariota Al-Araby, ha confermato di aver perso i collegamenti con gran parte delle imbarcazioni fermate. «Ci aspettavamo che Israele intervenisse per impedire alla flottiglia di raggiungere Gaza», ha dichiarato, accusando lo Stato ebraico di «violazione del diritto marittimo internazionale» e di «pirateria contro navi civili». Prima dell’operazione, il ministero degli Esteri israeliano aveva definito la flottiglia una «provocazione politica» più che una reale missione umanitaria, sostenendo che il convoglio avesse l’obiettivo di favorire Hamas sul piano mediatico e politico. Nel comunicato venivano citati anche i gruppi turchi Mavi Marmara e Ihh, quest’ultimo considerato da Israele un’organizzazione terroristica. Tel Aviv ha ribadito che non consentirà violazioni del blocco navale su Gaza e aveva avvertito del rischio di possibili tensioni durante gli abbordaggi. Israele aveva inoltre tentato, senza successo, di fermare la missione attraverso pressioni diplomatiche sulla Turchia. Nelle settimane precedenti la marina israeliana aveva già bloccato un’altra flottiglia vicino a Creta e, secondo fonti della sicurezza, questa volta i partecipanti fermati potrebbero restare detenuti più a lungo.
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«La navigazione entro i confini dello Stretto di Hormuz, precedentemente stabiliti dalle Forze armate e dalle autorità della Repubblica islamica dell’Iran, è subordinata al pieno coordinamento con tali entità e il passaggio senza autorizzazione sarà considerato illegale», ha dichiarato il nuovo ente. Non solo. I pasdaran hanno anche minacciato di far pagare l’uso dei cavi sottomarini che attraversano lo Stretto. Dall’altra parte, Centcom ha fatto sapere che sono finora 84 le navi «reindirizzate» a causa del blocco statunitense imposto ai porti iraniani.
In serata è arrivato un ulteriore sviluppo: Donald Trump ha sospeso l’attacco contro l’Iran previsto per il 19 maggio, una decisione maturata su richiesta degli alleati del Golfo e alla luce dei contatti diplomatici in corso. Secondo indiscrezioni rilanciate da Al Arabiya, Teheran avrebbe avanzato una proposta che include una tregua articolata in più fasi, una riapertura graduale dello Stretto di Hormuz e la disponibilità a un lungo congelamento del programma nucleare, eventualmente con trasferimento delle attività in Russia. Il presidente americano, tuttavia, ha ribadito la linea dura: «Non sono aperto a concessioni, l’Iran sa cosa accadrà a breve».
Nel frattempo, il processo diplomatico tra Washington e Teheran continua a navigare nell’incertezza. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha reso noto che la Repubblica islamica ha risposto a una nuova proposta di pace statunitense tramite la mediazione di Islamabad. «Come annunciato, le nostre preoccupazioni sono state comunicate alla parte americana», ha dichiarato. Secondo l’agenzia di stampa iraniana (e vicina ai pasdaran) Tasnim, l’ultima proposta di Teheran risulterebbe articolata in 14 punti. In particolare la testata, citando una fonte, ha riportato che il piano iraniano si concentrerebbe sui «negoziati per porre fine alla guerra e sulle misure di rafforzamento della fiducia da parte americana».
Sempre Tasnim ha riferito che Washington avrebbe acconsentito a congelare le sanzioni contro Teheran durante il processo negoziale. Una fonte iraniana ha anche rivelato che gli Stati Uniti avrebbero aperto alla possibilità che la Repubblica islamica possa mantenere una limitata attività nucleare a scopo pacifico, purché posta sotto la supervisione dell’Aiea. Dall’altra parte, secondo Al Arabiya, la proposta in 14 punti prevedrebbe una riapertura graduale di Hormuz, oltre a vedere l’Iran disposto a congelare per un lungo periodo il proprio programma atomico. Tuttavia, secondo Axios, Washington riterrebbe la nuova posizione iraniana «insufficiente per raggiungere un accordo». In particolare, la Casa Bianca lamenterebbe scarsi progressi sulla spinosa questione dell’uranio arricchito. «È ora che gli iraniani facciano un po' di promesse. Abbiamo bisogno di un dialogo reale, concreto e dettagliato sul programma nucleare. Se ciò non accadrà, saremo costretti a dialogare attraverso le bombe, il che sarà un vero peccato», ha affermato un funzionario americano alla testata.
Non a caso, oggi - mentre il Pakistan, la Turchia e il Qatar spingevano a favore della diplomazia - due funzionari mediorientali hanno detto al New York Times che gli Usa e Israele si starebbero preparando all’eventualità di riprendere, in settimana, gli attacchi militari contro il regime khomeinista. In tal senso, Axios aveva riferito che, domani, Donald Trump avrebbe tenuto una riunione di sicurezza nella situation room per discutere della possibilità di lanciare nuove azioni belliche contro la Repubblica islamica. Nel frattempo, un crescente numero di aerei cargo statunitensi si sta spostando dalla Germania verso il Medio Oriente. «Al momento non sono aperto a nulla», ha detto il presidente americano, stasera, al New York Post. «Vogliono concludere un accordo più che mai, perché sanno cosa succederà presto», ha aggiunto, riferendosi agli iraniani. Trump deve d’altronde gestire spinte contrastanti. Se Israele, Emirati, Bahrein e il capo del Pentagono Pete Hegseth auspicano il ritorno alla linea dura, il vicepresidente statunitense, JD Vance, appare maggiormente incline a mantenere in piedi il processo diplomatico. Il presidente americano non può ritirarsi con Hormuz ancora chiuso, ma, dall’altra parte, ha urgenza di contrastare l’aumento dei prezzi dell’energia. In questo quadro, ieri, il Dipartimento del Tesoro di Washington ha prorogato la deroga alle sanzioni imposte al petrolio russo trasportato via mare.
Al contempo, anche il regime khomeinista continua a essere internamente spaccato tra un’ala dura, che fa capo ai pasdaran, e una dialogante, gravitante attorno al presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Dobbiamo anche affrontare la realtà: non è vero che non abbiamo subito danni», ha dichiarato lo stesso Pezeshkian, per poi aggiungere: «Informazioni fuorvianti, messaggi falsi o la rappresentazione di una realtà in cui “loro stanno crollando mentre noi prosperiamo” sono inaccettabili. La verità è che sia noi che gli altri ci troviamo ad affrontare delle sfide». Si è trattato di una stoccata, neanche troppo implicita, ai Guardiani della rivoluzione. E proprio vicino ai pasdaran è storicamente l’attuale Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei. Ebbene, oggi, un funzionario di Teheran ha escluso che quest’ultimo sia rimasto gravemente ferito durante il bombardamento che ha ucciso suo padre. «Le ferite non erano tali da sfigurare il volto della Guida Suprema, né da renderlo invalido o da richiedere l’amputazione di un arto», ha dichiarato. Insomma, la situazione complessiva resta intricata: in bilico tra diplomazia e ripresa dei combattimenti.
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(IStock)
Ciò che vediamo nello scaffale del supermercato è arrivato da poco in Italia e comunque non è l’intera pianta, ma un estratto. Conosciamo la stevia per gradi. La stevia porta il nome botanico di Stevia rebaudiana ed è una pianta angiosperma (sono le piante con fiore vero e con seme protetto da un frutto), dicoletidone (sono le piante il cui seme ha due foglie embrionali o cotiledoni), erbacea (sono i vegetali con fusto tenero, verde e flessibile, privo di parti legnose o corteccia), perenne (è perenne la pianta che vive oltre due anni, diversamente dall’annuale che ne vive uno e la biennale che ne vive due). Appartiene alla famiglia delle Asteracee ed è originaria dell’area montuosa sita tra Brasile e Paraguay.
Abbiamo detto che il dolcificante stevia appare in Italia a un certo punto, ma esisteva già da un pezzo come pianta e infatti le sue proprietà dolcificanti erano già note agli abitanti del suo territorio originario. La stevia rebaudiana, infatti, è stata sempre usata dal popolo Guaraní, gruppo indigeno sudamericano che da millenni vive tra Brasile, Paraguay, Argentina e Bolivia. Con la stevia rebudiana che essi chiamano kaʼa heʼe che significa erba dolce, addolciscono il mate, usandone le foglie come dolcificante naturale, e poi la usano anche come medicina naturale, per le sue proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Noi non siamo Guaraní e ci interessa solo per l’aspetto dolcificante.
In Europa, la pianta è conosciuta da un secolo e mezzo soltanto. Fu il botanico svizzero Mosè Giacomo Bertoni che la descrisse, alla fine dell’Ottocento, come pianta del Paraguay caratterizzata da un sapore dolce, delle foglie soprattutto.
Bertoni gli attribuì - in linea con le conoscenze empiriche dei Guaraní - anche effetti digestivo, ipotensivo, energizzante, ipoglicemizzante, regolatore dell’omeostasi glucidica, digestivo, riequilibratore di cute e mucose e del cavo orale.
Dopo un cinquantennio, negli anni Trenta del secolo successivo, i chimici M. Bridel e R. Lavielle riuscirono ad isolare in laboratorio i responsabili del potere dolcificante della stevia: i due glicosidi stevioside e rebaudioside, che sono la ragione del sapore dolce delle foglie. Sono dolci solo le foglie? No. Anche lo stelo è dolce, ma la concentrazione maggiore dei due glicosidi è nelle foglie. Il contenuto totale di glicosidi steviolici può superare il 10% del peso della massa secca (cioè delle foglie essiccate e tritate). Lo stevioside è il 2-10% della foglia, il rebaudioside A è il 2-4%, poi ci sono anche i rebaudiosidi C, D, E, dulcoside A e steviolbioside. Sintetizzando, i glicosidi sono una parte importante del peso secco della foglia, il 10% circa. Il contenuto di glicosidi è al massimo nelle foglie poco prima della fioritura della pianta e si capisce perché i Guaraní chiamino la pianta «erba dolce». Pensate che le foglie, essiccate o fresche, sono da 30 a 40 volte più dolci dello zucchero comune, mentre l’estratto concentrato può esserlo tra 100 e 400 volte (secondo alcuni studi lo stevioside è tra 110 e 270 volte più dolce del saccarosio, il rebaudioside A da 150 a 320 volte, il rebaudioside C da 40 a 60 volte). Inoltre, i glicosidi steviolici estratti dalle foglie sono considerati stabili al calore, rendendo la stevia adatta all’uso in cottura e nelle bevande calde (l’aspartame, per esempio, subisce degradazione). La stevia, infine, presenta zero calorie, ben diversamente dallo zucchero, e non ha alcun impatto sulla glicemia, non la alza. Per questi numeri e per le prestazioni, si capisce come la stevia sia considerata un dolcificante naturale superiore a quelli di sintesi poiché naturale e al contempo pari allo zucchero - naturale anch’esso - per la dolcificazione, ma, ancora, superiore allo zucchero per l’apporto calorico pari a zero.
Tornando alla storia del suo arrivo nei supermercati, quando il mondo scopre le proprietà della stevia, inizia a volerla. È nel 1960 che inizia la sua coltivazione a scopo commerciale, poi si diffonde in Giappone, nel sud-est dell’Asia e negli Stati Uniti. La pianta ama il clima caldo umido e soleggiato, infatti attecchisce anche in climi appena tropicali nelle zone collinari del Nepal o dell’India (regione dell’Assam). E siccome non sopravvive al gelo in inverno, in Europa è solitamente coltivata in serra. Si usa anche la pacciamatura, che protegge la base della pianta che poi, arrivata la primavera, rivegeterà. La stevia si può coltivare anche in vaso e nel caso, dopo averla riparata in casa se siete in un punto freddo, rimettetela fuori all’arrivo della primavera.
Pare che gli steviosidi servano a proteggere le parti aeree della pianta dai predatori e sono stati condotti studi che hanno evidenziato sostanze antifungine e antimicrobiche, ciò che i Guaraní sapevano e che rende le parti aeree della stevia anche possibili sostitutivi degli antibiotici negli allevamenti di polli.
L’arrivo della stevia nei supermercati ha visto varie tappe. All’inizio, in Europa e negli Stati Uniti l’uso della stevia nei prodotti alimentari è stato limitato, perché ad alte dosi alcuni componenti come lo stevioside erano stati giudicati genotossici. Poi, la Fda americana (Food and Drug Administration) ne permise l’uso solo come integratore dietetico, ma non come ingrediente o additivo alimentare. Poi, dopo la domanda di Cargill e di Whole Earth Sweetener Company Llc, nel 2008 è stato approvato il rebaudioside come food additive e poco dopo, nel 2010, l’Europa ha approvato anch’essa l’uso della stevia come food additive, come già era in Svizzera e in tutti i Paesi latinoamericani. Quindi ora, nei nostri famosi supermercati, possiamo trovare la stevia (in forma di estratto) per dolcificare e prodotti dolci dolcificati con stevia. Sulla base delle dichiarazioni dell’Oms, il consumo di glicosidi steviolici considerato sicuro per l’uomo è di 4 mg per kg di peso corporeo al giorno. Si chiama Dga e ci ricorda - e impone - di non esagerare con l’assunzione. I glicosidi steviolici sono indicati nelle etichette con la sigla E960.
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La filiale italiana del gruppo del controllo dei fluidi sale da 8 a 29 milioni di fatturato tra il 2020 e il 2025. Da Milano arriva il nuovo indicatore KRP25 e un cambio di approccio: meno standardizzazione, più soluzioni personalizzate per i clienti industriali globali.
Un marchio storico dell’industria europea che negli ultimi anni ha trovato in Italia uno dei suoi principali motori di crescita. Klinger, gruppo internazionale attivo nel controllo dei fluidi industriali, rafforza la propria presenza nel nostro Paese e rilancia la strategia globale puntando su innovazione e soluzioni personalizzate.
Fondata a Vienna nel 1886 da Richard Klinger, l’azienda ha costruito la propria reputazione a partire da un’invenzione destinata a segnare la storia dell’industria: l’indicatore di livello per liquidi, brevettato oltre 140 anni fa dalla famiglia Klinger. Da allora il gruppo è cresciuto fino a diventare una realtà globale da 686 milioni di euro di fatturato, 2.900 dipendenti e una presenza in 80 Paesi, con un posizionamento consolidato nei settori delle valvole, degli indicatori di livello e delle guarnizioni industriali.
Accanto alla dimensione internazionale, negli ultimi anni si è rafforzato in modo significativo il ruolo della filiale italiana. Klinger Italy, con sede nell’area milanese, ha infatti registrato una crescita rilevante: dai circa 8 milioni di euro di fatturato nel 2020 è passata a 29 milioni nel 2025, con una redditività a doppia cifra e una struttura finanziaria solida. Un percorso sostenuto da crescita organica, acquisizioni mirate e investimenti su competenze tecniche e capacità produttiva.
È proprio dall’Italia che arriva ora una delle principali novità strategiche del gruppo. Un progetto sviluppato interamente nel nostro Paese introduce un cambio di approccio industriale: non più solo prodotti standardizzati, ma soluzioni progettate su misura per specifici segmenti di mercato.
Tra queste, il KRP25, nuovo indicatore di livello pensato per i costruttori di caldaie industriali, rappresenta il primo esempio concreto di questa evoluzione verso applicazioni dedicate. Una soluzione che punta a rafforzare il posizionamento del gruppo ampliandone il portafoglio prodotti.
L'amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro
Secondo l’amministratore delegato di Klinger Italy, Peppino Sampietro, la direzione è chiara: «Partiamo dalle esigenze concrete dei clienti per sviluppare soluzioni più semplici, efficienti e competitive. È un approccio che rafforza il nostro posizionamento come partner tecnologico a livello internazionale».
L’obiettivo dichiarato è quello di migliorare efficienza operativa e sicurezza, semplificando i processi produttivi e riducendo i costi lungo la filiera, in un contesto industriale sempre più competitivo e orientato all’ottimizzazione.
La strategia italiana si inserisce in un disegno più ampio del gruppo, che punta allo sviluppo di tecnologie dedicate per comparti industriali complessi come energia, chimica e farmaceutico, rafforzando la propria presenza nei mercati globali.
In questo quadro, l’Italia assume un ruolo sempre più centrale non solo come base produttiva, ma anche come polo di sviluppo e innovazione. Un’evoluzione che si riflette in ricadute attese su export, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico.
A oltre un secolo e mezzo dalla sua fondazione, Klinger prova così a rilanciare la propria crescita globale partendo proprio dal Made in Italy, sempre più al centro della strategia industriale del gruppo.
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