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2024-05-06
Macron vuol riportare la Francia a un'economia di guerra
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Emmanuel Macron (Ansa)
Nemmeno una settimana fa, il leader francese ha scelto di indossare nuovamente l’elmetto per andare a dichiarare guerra per conto terzi a Vladimir Putin, responsabile dell’aggressione all’Ucraina. Ieri è arrivata la risposta del ministero della difesa russo che ha dichiarato di avviare delle esercitazioni volte «alla preparazione e all'utilizzazione di armi nucleari non strategiche». Lo stesso ministero ha spiegato che si tratta di una risposta alle minacce contro la Russia proferite dai leader occidentali.
Usando un registro più leggero, qualche settimana fa Macron ha fatto pubblicare dalla sua fotografa ufficiale, Soazig de La Moissonnière, alcuni scatti in cui lo si vedeva tirare pugni coi guantoni a un sacco da boxe. Sudore, bicipiti guizzanti, sguardo aggressivo come per dire al mondo che il capo di Stato francese, nel caso si dovesse arrivare alle mani con altri Paesi, può trasformarsi in bad boy pronto alla rissa. Ma internet ha una memoria da elefante, così qualcuno è andato a confrontare (a dire il vero un po’ malignamente) delle vecchie foto in costume da bagno di Macron con quelle con i guantoni, avanzando il sospetto che queste ultime fossero state ritoccate. Cattiveria gratuita. Tuttavia, anche su una questione di lana caprina come il volume dei bicipiti del presidente francese, si è creata tensione. Come a ricordare che non tutte le ciambelle escono col buco, nemmeno per quello che, un tempo, veniva definito un enfant prodige della politica.
Dall’inizio del suo secondo mandato all’Eliseo, il capo di Stato transalpino ha inanellato una serie di scivoloni (che qualcuno definirebbe fallimenti) su varie tematiche di politica interna. Solo per citarne alcuno: l’insicurezza e la sommersione migratoria, il deficit pubblico che si impenna o ancora la pericolosa rinuncia, per far contenti gli ecologisti, alla produzione di energia nucleare, che per decenni è stato uno dei punti di forza della Francia. Nonostante il leader d’Oltralpe, da bravo tecnocrate, sembri fare spallucce di fronte alle crisi interne, dai francesi arrivano sempre più segnali chiari sul declassamento della Francia che non è quel Paese delle meraviglie osservato attraverso le finestre distorsive dell’Eliseo. Anche i sondaggi in vista delle prossime elezioni europee parlano chiaro: il partito macronista Renaissance è in forte difficoltà e non supera il 16% delle intenzioni di voto. Un dato che è circa la metà di quello attribuito dalle proiezioni al Rassemblement National di Jordan Bardella e Marine Le Pen.
Che fare allora per ritrovare un posto al sole? A giudicare dalle recenti dichiarazioni, il presidente Macron sarebbe pronto (quasi) a tutto, persino a spedire dei giovani francesi o europei sul fronte ucraino. E se, per un colpo di fortuna, qualche leader dei Paesi Ue si convincesse che Macron è davvero l’uomo della situazione capace di dare ai 27 un ministro della difesa europeo? Quale ascendente potrebbe avere Parigi su questa ipotetica struttura?
Difficile rispondere a queste domande, allo stato attuale, tuttavia è possibile fare qualche constatazione. Ad esempio che il presidente francese sembra essere determinato per motivare gli alleati europei. Alla fine di aprile, in un’intervista pubblicata dalle testate regionali dell’est della Francia (gruppo editoriale Ebra, ndr), Macron si è detto pronto a mettere sul tavolo anche le bombe nucleari transalpine. «Sono disposto ad aprire il dibattito» sulla difesa europea «che deve includere la difesa antimissile, le armi a lunga gittata, le armi nucleari per coloro che l’hanno o che dispongono delle armi nucleari americane». Il capo dello Stato d’Oltralpe ha però anche precisato che la Francia manterrebbe la sua specificità ma che è pronta a contribuire maggiormente alla difesa del territorio europeo. L’uscita sulle armi nucleari non è stata presa bene da tutti. Una fonte ministeriale che La Verità ha contattato, e che preferisce mantenere l’anonimato, ha commentato le parole presidenziali in modo lapidario: «il silenzio sulla capacità di dissuasione militare fa parte della capacità stessa». Dopo l’intervista di Macron sui quotidiani regionali il capolista dei Républicains (Lr) alle elezioni europee, François-Xavier Bellamy, aveva dichiarato che «un presidente non dovrebbe dire queste cose».
E’ innegabile che, dopo la Brexit, la Francia possiede il miglior esercito dell’Unione Europea dotato di armi atomiche. Ma tutto è relativo, perché essere il migliore tra piccoli, non significa per forza essere un campione. Come scriveva nel 2022 il quotidiano L’Opinion, se i miliari transalpini fossero stati inviati a partecipare ad un ingaggio maggiore ad alta intensità, sarebbero stati in grado di tenere un fronte di soli 80 chilometri, poco più della distanza tra Milano e Piacenza.
Nel gennaio scorso una commissione senatoriale ha lanciato un altro allarme sulle capacità belliche francesi. Presentando i risultati dei lavori della commissione, il suo presidente Cédric Perrin (Lr) ha dichiarato che «in Francia siamo in grado di produrre 20.000 ogive da 155 millimetri all’anno», ma che l’esercito ucraino ne spara «quotidianamente tra i 5000 e gli 8000» invece quello russo spara «tra i 10.000 e 15.000 colpi».
E’ facile immaginare come, ricevendo questi allarmi, l’Eliseo abbia dovuto battere un colpo. E così, Macron e i suoi ministri hanno rilanciato la necessità di far passare la Francia ad una economia di guerra. Un concetto già evocato nel primo anno del conflitto scatenato dalla Russia contro l’Ucraina. Circa un mese fa il capo dello Stato francese è andato sul sito produttivo di Eurenco, leader europeo delle polveri e degli esplosivi per la posa della prima pietra di una nuova fabbrica di polvere da sparo. Ad accompagnare il presidente c’erano anche i ministri francesi dell'Economia, Bruno Le Maire, e della Difesa, Sébastien Lecornu. In quell’occasione l’Eliseo ha reso noto che la fabbrica di esplosivi potrà produrre fino a 1.200 tonnellate di polvere all'anno. Tale produzione permetterà di riempire 500.000 cariche modulari per i cannoni.
Ma oltre a risultare relativizzato dalla mancanza di scorte belliche, l’attivismo macronista volto a assumere un ruolo egemonico nella difesa europea, non riesce a scaldare nemmeno cuori di alcuni alleati di Parigi. Ad esempio, lo scorso marzo, il ministro tedesco dell’economia, Robert Habeck, ha scritto a Thierry Breton, il commissario Ue responsabile del progetto di attività spaziali, criticando il futuro sistema satellitare Ue, chiamato Iris2 perché considerato troppo favorevole ai francesi. La notizia è stata data dal quotidiano tedesco Handelsblatt, all'inizio di maggio. Secondo la testata il ministro di Berlino ha contestato soprattutto la procedura d’appalto definendola «mal concepita» e troppo importante «per prendere in fretta decisioni rischiose» che potrebbero avere «conseguenze negative massicce per Iris2 e il programma spaziale Ue». La costellazione di satelliti Iris2 servirà anche alla difesa visto che dovrà garantire l’accesso a internet anche in caso di saturazione delle reti terrestri o di cyber attacchi. Inoltre diventerà un mezzo di comunicazione sicuro e sovrano per gli eserciti europei.
La voglia di comandare di Macron cozza quindi contro tutta una serie di ostacoli che sembrerebbero essere invisibili ai suoi occhi. D’altra parte, da quando è arrivato all’Eliseo sette anni fa, il giovane presidente ha spesso dato prova di voler fare solo di testa sua, senza risparmiare provocazioni. Ma ora un numero sempre più grande di suoi compatrioti sembra aver capito il trucco e non si lascia più incantare dal leader della start up nation, come Macron ama definire la Francia. Come farà il leader di Parigi a riarmare la Francia non è chiaro. Di certo non potrà contare su altri partiti. L’ultimo a sbattergli la porta in faccia è stato, proprio oggi, il capolista socialista alle europee, Raphaël Glucksmann. In una tribuna pubblicata da Le Monde nel giorno in cui Macron riceveva il leader cinese Xi Jinping, il politico di sinistra si è rivolto direttamente al capo dello Stato chiedendogli : «Signor Macron, cosa ha ottenuto finora con la sua strategia di accomodamento nei confronti del Partito comunista cinese?». Stendendo il tappeto rosso al leader cinese, Macron ha cercato di farsi passare come un parigrado. Il problema è che, anche per le ragioni sopra esposte, la Francia non arriva nemmeno alle caviglie della Cina. Le aspirazioni del leader d’Oltralpe sono grandi, ma forse lui non ha ancora capito che la Francia non è più quella di una volta e che tra il dire, di volersi riarmare, e il fare… c’è di mezzo il mare.
Record di ordini nel 2023 per l’industria bellica
Il conflitto russo-ucraino ha stimolato l'industria difensiva francese, costituita da una decina di grandi gruppi e oltre 4.000 aziende, che ora sono alle prese con una crescente richiesta da parte del governo.
Come recentemente evidenziato da
Le Monde, il concetto di economia di guerra era stato relegato al passato dalla Grande Guerra del 1914-1918, quando l'intera nazione si mobilitò, anche con la partecipazione delle donne nelle fabbriche, per fornire equipaggiamenti alle forze armate impegnate in uno scontro totale con la Germania. È stato Emmanuel Macron a riportare in auge tale espressione nel giugno 2022, durante la mostra Eurosatory sulle armi terrestri, quasi quattro mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Il Presidente ha sottolineato «la necessità di un'economia più agile, che riconsideri i ritmi produttivi, gestisca un aumento del carico di lavoro e ottimizzi i margini per fornire attrezzature essenziali non solo alla Francia, ma anche ai suoi alleati».
Nonostante siano passati due anni dal discorso di Macron, la Francia non ha ancora adottato un'economia di guerra come hanno fatto Russia e Israele, tuttavia, la mobilitazione ha raggiunto una fase critica il 26 marzo 2024, almeno a livello di dichiarazioni. Il ministro della Difesa,
Sébastien Lecornu, aveva anticipato la possibilità «di requisizioni di risorse umane, scorte e attrezzature produttive nel caso in cui i produttori non rispondessero abbastanza rapidamente». Ha ordinato alle imprese con attività sia civili che militari di dare priorità alla produzione di equipaggiamenti difensivi. Di fronte a questa prospettiva, una parte della base industriale e tecnologica della difesa (BITD) ha intensificato la propria produzione per far fronte a una situazione che va ben oltre la crisi in Ucraina. Macron ha sottolineato la necessità «di essere rapidi, forti e solidi» durante la cerimonia di posa della prima pietra dell'ampliamento dello stabilimento di Eurenco a Bergerac (Dordogna) lo scorso 11 aprile. Questo ampliamento simboleggia la nuova strategia del gruppo pubblico, che mira a delocalizzare la produzione di polveri per l'artiglieria in Svezia, Germania e Italia.
Secondo
Thierry Francou, un alto dirigente di Eurenco, «si tratta di un'impresa eccezionale, considerando che di solito ci vogliono da quattro a cinque anni per completare un progetto del genere». L'azienda passerà da 200 dipendenti nel 2022 a 450 nel 2025 e prevede un investimento totale di 500 milioni di euro, di cui metà in Francia. Lo stesso giorno, a Bergerac, l'amministratore delegato di Aresia (ex Rafaut), partner di Eurenco, ha ricevuto un ordine di centinaia di corpi bomba da 250 chili destinati all'esportazione. L'azienda ha finanziato una nuova linea di produzione con il supporto del Ministero delle Forze Armate per accelerare la qualificazione di questi ordinativi. Inoltre, la produzione annua di sessantamila proiettili KNDS dovrà aumentare del 50% nel 2024 e raddoppiare nel 2025. Anche Exail Technologies (ex Groupe Gorgé), produttore di sistemi inerziali e droni contro le mine sottomarine, ha mostrato reattività, con 1.000 ordini dall'Europa occidentale a partire dalla seconda metà del 2023. Il gruppo ha recentemente collaborato con Geomines (e Cefal) per ampliare la propria offerta di sminamento a livello globale, in particolare in Ucraina, dove il 40% del territorio è minato. Thales ha ridotto i tempi di produzione per un radar GM200 da diciotto a sei mesi, consegnandone anche uno all'Ucraina. Safran sta valutando la possibilità di potenziare i propri impianti di produzione di bombe AASM, mentre l'industria francese continua a concentrarsi su attrezzature pesanti e alta tecnologia, beneficiando di oltre 30 miliardi di euro di ordini, di cui 20 miliardi piazzati nel 2023 e destinati alle 4.000 aziende BITD. Questo segna un notevole aumento rispetto ai 9,5 miliardi di euro annui sotto François Hollande e ai 15 miliardi del primo quinquennio di Macron.
Il Ministero delle Forze Armate ha annunciato che nel 2023 gli ordini francesi di armi hanno raggiunto un nuovo record. La Direzione Generale degli Armamenti (DGA) ha registrato un aumento senza precedenti degli ordini di difesa, con un totale di 20,3 miliardi di euro, di cui quasi 9 miliardi solo nel mese di dicembre 2023. Questo aumento degli ordini militari è conforme alla nuova Legge sulla Programmazione Militare (LPM) 2024-2030, che prevede un budget di 413,3 miliardi di euro distribuiti in sette anni. Il Ministero ha sottolineato che questo aumento degli ordini riflette la politica di riarmo avviata dal presidente Emmanuel Macron. Nel comunicato stampa, sono stati dettagliati gli ordini volti a modernizzare e rinnovare le capacità delle forze armate in vari settori: aereo, terrestre, navale e spaziale. Tra i progetti significativi, l'ordine per la quinta tranche di produzione del programma Rafale, con la consegna di 42 velivoli standard F4 a partire dal 2027, oltre all'acquisizione di 109 cannoni Caesar Mk II e munizioni da 155 mm. L'esercito beneficerà anche di 420 veicoli corazzati leggeri multiruolo Serval, nel contesto del programma Scorpion, mentre la marina sarà dotata di sette motovedette d'altura. È previsto un importante ammodernamento della portaerei Charles de Gaulle durante il suo terzo arresto tecnico, e le forze speciali saranno equipaggiate con otto elicotteri NH90, continuando i lavori sul futuro strumento di intelligence e imaging spaziale (IRIS). Il Ministero ha confermato anche l'acquisto di 329 missili Mistral e 1.300 missili AKERON MP. Il Ministro delle Forze Armate, Sébastien Lecornu, ha enfatizzato l'importanza di questo approccio, evidenziando i risultati ottenuti nel 2023 con la consegna di attrezzature per un valore superiore ai 20 miliardi di euro, tutte prodotte in Francia.
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Da qualche tempo il presidente francese ha deciso di mostrare i muscoli e consolidare l’immagine da uomo di guerra sullo scacchiere internazionale. O magari quella di potenziale futuro ministro della difesa Ue.Il conflitto russo-ucraino ha stimolato l'industria difensiva francese, costituita da una decina di grandi gruppi e oltre 4.000 aziende, che ora sono alle prese con una crescente richiesta da parte del governo. Lo speciale contiene due articoli.Nemmeno una settimana fa, il leader francese ha scelto di indossare nuovamente l’elmetto per andare a dichiarare guerra per conto terzi a Vladimir Putin, responsabile dell’aggressione all’Ucraina. Ieri è arrivata la risposta del ministero della difesa russo che ha dichiarato di avviare delle esercitazioni volte «alla preparazione e all'utilizzazione di armi nucleari non strategiche». Lo stesso ministero ha spiegato che si tratta di una risposta alle minacce contro la Russia proferite dai leader occidentali. Usando un registro più leggero, qualche settimana fa Macron ha fatto pubblicare dalla sua fotografa ufficiale, Soazig de La Moissonnière, alcuni scatti in cui lo si vedeva tirare pugni coi guantoni a un sacco da boxe. Sudore, bicipiti guizzanti, sguardo aggressivo come per dire al mondo che il capo di Stato francese, nel caso si dovesse arrivare alle mani con altri Paesi, può trasformarsi in bad boy pronto alla rissa. Ma internet ha una memoria da elefante, così qualcuno è andato a confrontare (a dire il vero un po’ malignamente) delle vecchie foto in costume da bagno di Macron con quelle con i guantoni, avanzando il sospetto che queste ultime fossero state ritoccate. Cattiveria gratuita. Tuttavia, anche su una questione di lana caprina come il volume dei bicipiti del presidente francese, si è creata tensione. Come a ricordare che non tutte le ciambelle escono col buco, nemmeno per quello che, un tempo, veniva definito un enfant prodige della politica. Dall’inizio del suo secondo mandato all’Eliseo, il capo di Stato transalpino ha inanellato una serie di scivoloni (che qualcuno definirebbe fallimenti) su varie tematiche di politica interna. Solo per citarne alcuno: l’insicurezza e la sommersione migratoria, il deficit pubblico che si impenna o ancora la pericolosa rinuncia, per far contenti gli ecologisti, alla produzione di energia nucleare, che per decenni è stato uno dei punti di forza della Francia. Nonostante il leader d’Oltralpe, da bravo tecnocrate, sembri fare spallucce di fronte alle crisi interne, dai francesi arrivano sempre più segnali chiari sul declassamento della Francia che non è quel Paese delle meraviglie osservato attraverso le finestre distorsive dell’Eliseo. Anche i sondaggi in vista delle prossime elezioni europee parlano chiaro: il partito macronista Renaissance è in forte difficoltà e non supera il 16% delle intenzioni di voto. Un dato che è circa la metà di quello attribuito dalle proiezioni al Rassemblement National di Jordan Bardella e Marine Le Pen. Che fare allora per ritrovare un posto al sole? A giudicare dalle recenti dichiarazioni, il presidente Macron sarebbe pronto (quasi) a tutto, persino a spedire dei giovani francesi o europei sul fronte ucraino. E se, per un colpo di fortuna, qualche leader dei Paesi Ue si convincesse che Macron è davvero l’uomo della situazione capace di dare ai 27 un ministro della difesa europeo? Quale ascendente potrebbe avere Parigi su questa ipotetica struttura? Difficile rispondere a queste domande, allo stato attuale, tuttavia è possibile fare qualche constatazione. Ad esempio che il presidente francese sembra essere determinato per motivare gli alleati europei. Alla fine di aprile, in un’intervista pubblicata dalle testate regionali dell’est della Francia (gruppo editoriale Ebra, ndr), Macron si è detto pronto a mettere sul tavolo anche le bombe nucleari transalpine. «Sono disposto ad aprire il dibattito» sulla difesa europea «che deve includere la difesa antimissile, le armi a lunga gittata, le armi nucleari per coloro che l’hanno o che dispongono delle armi nucleari americane». Il capo dello Stato d’Oltralpe ha però anche precisato che la Francia manterrebbe la sua specificità ma che è pronta a contribuire maggiormente alla difesa del territorio europeo. L’uscita sulle armi nucleari non è stata presa bene da tutti. Una fonte ministeriale che La Verità ha contattato, e che preferisce mantenere l’anonimato, ha commentato le parole presidenziali in modo lapidario: «il silenzio sulla capacità di dissuasione militare fa parte della capacità stessa». Dopo l’intervista di Macron sui quotidiani regionali il capolista dei Républicains (Lr) alle elezioni europee, François-Xavier Bellamy, aveva dichiarato che «un presidente non dovrebbe dire queste cose». E’ innegabile che, dopo la Brexit, la Francia possiede il miglior esercito dell’Unione Europea dotato di armi atomiche. Ma tutto è relativo, perché essere il migliore tra piccoli, non significa per forza essere un campione. Come scriveva nel 2022 il quotidiano L’Opinion, se i miliari transalpini fossero stati inviati a partecipare ad un ingaggio maggiore ad alta intensità, sarebbero stati in grado di tenere un fronte di soli 80 chilometri, poco più della distanza tra Milano e Piacenza. Nel gennaio scorso una commissione senatoriale ha lanciato un altro allarme sulle capacità belliche francesi. Presentando i risultati dei lavori della commissione, il suo presidente Cédric Perrin (Lr) ha dichiarato che «in Francia siamo in grado di produrre 20.000 ogive da 155 millimetri all’anno», ma che l’esercito ucraino ne spara «quotidianamente tra i 5000 e gli 8000» invece quello russo spara «tra i 10.000 e 15.000 colpi». E’ facile immaginare come, ricevendo questi allarmi, l’Eliseo abbia dovuto battere un colpo. E così, Macron e i suoi ministri hanno rilanciato la necessità di far passare la Francia ad una economia di guerra. Un concetto già evocato nel primo anno del conflitto scatenato dalla Russia contro l’Ucraina. Circa un mese fa il capo dello Stato francese è andato sul sito produttivo di Eurenco, leader europeo delle polveri e degli esplosivi per la posa della prima pietra di una nuova fabbrica di polvere da sparo. Ad accompagnare il presidente c’erano anche i ministri francesi dell'Economia, Bruno Le Maire, e della Difesa, Sébastien Lecornu. In quell’occasione l’Eliseo ha reso noto che la fabbrica di esplosivi potrà produrre fino a 1.200 tonnellate di polvere all'anno. Tale produzione permetterà di riempire 500.000 cariche modulari per i cannoni. Ma oltre a risultare relativizzato dalla mancanza di scorte belliche, l’attivismo macronista volto a assumere un ruolo egemonico nella difesa europea, non riesce a scaldare nemmeno cuori di alcuni alleati di Parigi. Ad esempio, lo scorso marzo, il ministro tedesco dell’economia, Robert Habeck, ha scritto a Thierry Breton, il commissario Ue responsabile del progetto di attività spaziali, criticando il futuro sistema satellitare Ue, chiamato Iris2 perché considerato troppo favorevole ai francesi. La notizia è stata data dal quotidiano tedesco Handelsblatt, all'inizio di maggio. Secondo la testata il ministro di Berlino ha contestato soprattutto la procedura d’appalto definendola «mal concepita» e troppo importante «per prendere in fretta decisioni rischiose» che potrebbero avere «conseguenze negative massicce per Iris2 e il programma spaziale Ue». La costellazione di satelliti Iris2 servirà anche alla difesa visto che dovrà garantire l’accesso a internet anche in caso di saturazione delle reti terrestri o di cyber attacchi. Inoltre diventerà un mezzo di comunicazione sicuro e sovrano per gli eserciti europei. La voglia di comandare di Macron cozza quindi contro tutta una serie di ostacoli che sembrerebbero essere invisibili ai suoi occhi. D’altra parte, da quando è arrivato all’Eliseo sette anni fa, il giovane presidente ha spesso dato prova di voler fare solo di testa sua, senza risparmiare provocazioni. Ma ora un numero sempre più grande di suoi compatrioti sembra aver capito il trucco e non si lascia più incantare dal leader della start up nation, come Macron ama definire la Francia. Come farà il leader di Parigi a riarmare la Francia non è chiaro. Di certo non potrà contare su altri partiti. L’ultimo a sbattergli la porta in faccia è stato, proprio oggi, il capolista socialista alle europee, Raphaël Glucksmann. In una tribuna pubblicata da Le Monde nel giorno in cui Macron riceveva il leader cinese Xi Jinping, il politico di sinistra si è rivolto direttamente al capo dello Stato chiedendogli : «Signor Macron, cosa ha ottenuto finora con la sua strategia di accomodamento nei confronti del Partito comunista cinese?». Stendendo il tappeto rosso al leader cinese, Macron ha cercato di farsi passare come un parigrado. Il problema è che, anche per le ragioni sopra esposte, la Francia non arriva nemmeno alle caviglie della Cina. 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Come recentemente evidenziato da Le Monde, il concetto di economia di guerra era stato relegato al passato dalla Grande Guerra del 1914-1918, quando l'intera nazione si mobilitò, anche con la partecipazione delle donne nelle fabbriche, per fornire equipaggiamenti alle forze armate impegnate in uno scontro totale con la Germania. È stato Emmanuel Macron a riportare in auge tale espressione nel giugno 2022, durante la mostra Eurosatory sulle armi terrestri, quasi quattro mesi dopo l'invasione russa dell'Ucraina. Il Presidente ha sottolineato «la necessità di un'economia più agile, che riconsideri i ritmi produttivi, gestisca un aumento del carico di lavoro e ottimizzi i margini per fornire attrezzature essenziali non solo alla Francia, ma anche ai suoi alleati». Nonostante siano passati due anni dal discorso di Macron, la Francia non ha ancora adottato un'economia di guerra come hanno fatto Russia e Israele, tuttavia, la mobilitazione ha raggiunto una fase critica il 26 marzo 2024, almeno a livello di dichiarazioni. Il ministro della Difesa, Sébastien Lecornu, aveva anticipato la possibilità «di requisizioni di risorse umane, scorte e attrezzature produttive nel caso in cui i produttori non rispondessero abbastanza rapidamente». Ha ordinato alle imprese con attività sia civili che militari di dare priorità alla produzione di equipaggiamenti difensivi. Di fronte a questa prospettiva, una parte della base industriale e tecnologica della difesa (BITD) ha intensificato la propria produzione per far fronte a una situazione che va ben oltre la crisi in Ucraina. Macron ha sottolineato la necessità «di essere rapidi, forti e solidi» durante la cerimonia di posa della prima pietra dell'ampliamento dello stabilimento di Eurenco a Bergerac (Dordogna) lo scorso 11 aprile. Questo ampliamento simboleggia la nuova strategia del gruppo pubblico, che mira a delocalizzare la produzione di polveri per l'artiglieria in Svezia, Germania e Italia. Secondo Thierry Francou, un alto dirigente di Eurenco, «si tratta di un'impresa eccezionale, considerando che di solito ci vogliono da quattro a cinque anni per completare un progetto del genere». L'azienda passerà da 200 dipendenti nel 2022 a 450 nel 2025 e prevede un investimento totale di 500 milioni di euro, di cui metà in Francia. Lo stesso giorno, a Bergerac, l'amministratore delegato di Aresia (ex Rafaut), partner di Eurenco, ha ricevuto un ordine di centinaia di corpi bomba da 250 chili destinati all'esportazione. L'azienda ha finanziato una nuova linea di produzione con il supporto del Ministero delle Forze Armate per accelerare la qualificazione di questi ordinativi. Inoltre, la produzione annua di sessantamila proiettili KNDS dovrà aumentare del 50% nel 2024 e raddoppiare nel 2025. Anche Exail Technologies (ex Groupe Gorgé), produttore di sistemi inerziali e droni contro le mine sottomarine, ha mostrato reattività, con 1.000 ordini dall'Europa occidentale a partire dalla seconda metà del 2023. Il gruppo ha recentemente collaborato con Geomines (e Cefal) per ampliare la propria offerta di sminamento a livello globale, in particolare in Ucraina, dove il 40% del territorio è minato. Thales ha ridotto i tempi di produzione per un radar GM200 da diciotto a sei mesi, consegnandone anche uno all'Ucraina. Safran sta valutando la possibilità di potenziare i propri impianti di produzione di bombe AASM, mentre l'industria francese continua a concentrarsi su attrezzature pesanti e alta tecnologia, beneficiando di oltre 30 miliardi di euro di ordini, di cui 20 miliardi piazzati nel 2023 e destinati alle 4.000 aziende BITD. Questo segna un notevole aumento rispetto ai 9,5 miliardi di euro annui sotto François Hollande e ai 15 miliardi del primo quinquennio di Macron. Il Ministero delle Forze Armate ha annunciato che nel 2023 gli ordini francesi di armi hanno raggiunto un nuovo record. La Direzione Generale degli Armamenti (DGA) ha registrato un aumento senza precedenti degli ordini di difesa, con un totale di 20,3 miliardi di euro, di cui quasi 9 miliardi solo nel mese di dicembre 2023. Questo aumento degli ordini militari è conforme alla nuova Legge sulla Programmazione Militare (LPM) 2024-2030, che prevede un budget di 413,3 miliardi di euro distribuiti in sette anni. Il Ministero ha sottolineato che questo aumento degli ordini riflette la politica di riarmo avviata dal presidente Emmanuel Macron. Nel comunicato stampa, sono stati dettagliati gli ordini volti a modernizzare e rinnovare le capacità delle forze armate in vari settori: aereo, terrestre, navale e spaziale. Tra i progetti significativi, l'ordine per la quinta tranche di produzione del programma Rafale, con la consegna di 42 velivoli standard F4 a partire dal 2027, oltre all'acquisizione di 109 cannoni Caesar Mk II e munizioni da 155 mm. L'esercito beneficerà anche di 420 veicoli corazzati leggeri multiruolo Serval, nel contesto del programma Scorpion, mentre la marina sarà dotata di sette motovedette d'altura. È previsto un importante ammodernamento della portaerei Charles de Gaulle durante il suo terzo arresto tecnico, e le forze speciali saranno equipaggiate con otto elicotteri NH90, continuando i lavori sul futuro strumento di intelligence e imaging spaziale (IRIS). Il Ministero ha confermato anche l'acquisto di 329 missili Mistral e 1.300 missili AKERON MP. Il Ministro delle Forze Armate, Sébastien Lecornu, ha enfatizzato l'importanza di questo approccio, evidenziando i risultati ottenuti nel 2023 con la consegna di attrezzature per un valore superiore ai 20 miliardi di euro, tutte prodotte in Francia.
Donald Trump (Ansa)
Ci fosse ancora Dante direbbe: «Stavvi Minòs orribilmente e ringhia: essamina le colpe ne l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia», perché il presidente degli Stati Uniti assolve e danna sentendosi giudice universale. Nella seconda telefonata improvvisa al Corriere della Sera ieri Donald Trump, ancora un po’ piccato con Giorgia Meloni, ha dettato: «Sto ancora prendendo in considerazione la possibilità di spostare le truppe dall’Italia». Poi il maestrone dal pennarello nero - quello con cui firma gli estemporanei e incisivi executive order - ci ha dato la pagella: «L’Italia non c’era quando avevamo bisogno di lei. E io ci sono sempre stato per l’Italia, e così il mio Paese». Viviana Mazza la corrispondente da Washington del Corriere che ha risposto alla Casa Bianca come già il 14 aprile quando Trump si disse scioccato da Gorgia Meloni ha provato a insistere: l’Italia potrebbe fornire utilissimi cacciamine per bonificare Hormuz, e Trump: «L’Italia non c’era quando ne avevamo bisogno e quanto a Hormuz sulla lettera di risposta dell’Iran non commento». Quello del presidente Usa è evidentemente uno «squillo» politico. Il 3 maggio alla vigila della visita di Marco Rubio in Italia - venerdì si è intrattenuto per un’ora e mezzo con Giorgia Meloni e giovedì il Segretario di Stato ha avuto un lungo colloquio con Leone XIV per ricucire le relazioni col Papa - il presidente americano aveva rilanciato su Truth, il suo social personale, un’intervista di Matteo Salvini al sito ultra conservatore Breitbart in cui tra l’altro ha affermato: «Il presidente Trump è il nostro alleato e il nostro amico e ogni malinteso sarà risolto molto presto», aggiungendo: «Siamo stati gli unici a sostenere apertamente il presidente Trump, sia nel primo che nel secondo mandato. È stata una bella conversazione quella che ho avuto con il vicepresidente J.D. Vance». A domanda di Viviana Mazza sul perché abbia ripostato quella intervista, il tycoon ha tagliato corto: «Lo ritenevo appropriato». Per avvertire silenziosamente Giorgia Meloni che ora il suo interlocutore più prossimo è Matteo Salvini dopo le critiche che la premier gli ha avanzato sulle frasi che Trump ha rivolto al Papa da lei definite «inaccettabili»? O per lanciare un messaggio a Marco Rubio avvertendolo: chi decide sono io. Non è un caso che la telefonata arrivi il giorno dopo l’incontro - «franco e costruttivo in una cornice di comune aderenza ai valori occidentali» - tra il Segretario di Stato americano e il presidente del Consiglio italiano. Meloni ha sintetizzato: «Entrambi comprendiamo quanto sia importante il rapporto transatlantico, ma entrambi comprendiamo quanto sia necessario per ciascuno difendere i propri interessi nazionali. Ed è bene che su questo ci si trovi d’accordo». Marco Rubio nulla ha detto di preciso sulla presenza delle truppe americane in Italia. Ben sapendo che Trump ci «sta ancora pensando» si è limitato a confermare che si è discusso «delle sfide alla sicurezza regionale, tra cui il Medio Oriente e l’Ucraina, e dell’importanza di una collaborazione transatlantica costante per affrontare le minacce globali in un quadro di rafforzamento della partnership strategica tra Usa e Italia». Insomma molto è appeso alle volontà di Trump, ma anche all’opera di ricucitura che Giorgia Meloni farà con la Casa Bianca. Peraltro Trump è ben consapevole che l’Italia resta il suo alleato più forte in Europa e infatti mentre ha maltrattato sia Friedrich Merz (le truppe dalla Germania le ritira sul serio) sia Pedro Sánchez (lo spagnolo ribelle a parole) con Meloni ha avuto toni duri, ma non di rottura. E se per Nicola Fratoianni (Avs) l’incontro con Rubio «è stato una farsa», Elly Schlein (Pd) che è alla corte di Barack Obama a Toronto, ha commentato: «Noi siamo alleati degli Usa, non di Trump». Peraltro si sa che la premier con Rubio si è «lamentata» della imprevedibilità e delle reazioni di Trump dicendo sostanzialmente che per l’alleanza con lui in Europa ha pagato un prezzo.
La lettura più «morbida» di queste ore l’ha data il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani che peraltro ha visto Rubio prima di Meloni suggerendo che non è alle viste un incontro della premier con Trump e così ha riassunto questi due giorni «americani»: «Gli Stati Uniti sono il nostro principale alleato. I rapporti transatlantici sono fondamentali e siamo sempre pronti ad avere un dialogo franco. Se ci sono delle cose che non condividiamo, le diciamo. Noi le abbiamo sempre dette. Questo perché siamo convinti che l’Italia e l’Europa hanno bisogno degli Stati Uniti, ma anche gli Usa hanno bisogno dell’Italia e dell’Europa».
Un po’ più deciso il ministro della Difesa Guido Crosetto che pone l’accento su un punto, la qualità delle relazioni: «Sono contento», ha detto il ministro, «di essere, il 4 luglio, a New York, a festeggiare con gli Stati Uniti i 250 anni di indipendenza. È un momento nel quale sembra che le relazioni tra Italia e Stati Uniti non siano buone. Noi ricordiamo però che le relazioni sono tra popoli».
Trump: «Aspetto presto risposte dall’Iran»
La tensione nel Golfo Persico continua a crescere mentre Stati Uniti, Iran e potenze internazionali cercano un equilibrio sempre più fragile tra diplomazia e pressione militare. Washington ha rivisto la propria proposta di risoluzione all’Onu sullo Stretto di Hormuz nel tentativo di evitare uno scontro diretto con Cina e Russia al Consiglio di Sicurezza. Secondo Reuters, la nuova bozza chiede all’Iran di interrompere gli attacchi e le attività di minamento nello Stretto, eliminando però il riferimento al Capitolo VII della Carta Onu che avrebbe potuto aprire formalmente la strada a sanzioni o azioni militari.
Nonostante il linguaggio più prudente, il testo resta duro contro Teheran. La risoluzione prevede infatti che, in caso di mancato rispetto, il Consiglio possa valutare «misure efficaci, comprese le sanzioni» per garantire la libertà di navigazione. Viene inoltre riaffermato il diritto degli Stati membri a difendere le proprie navi da minacce e attacchi nello Stretto di Hormuz. Sulle modifiche americane pesa soprattutto il fattore geopolitico: un veto cinese rappresenterebbe infatti un grave imbarazzo diplomatico per Donald Trump alla vigilia del suo viaggio a Pechino previsto la prossima settimana. Nel frattempo il Comando centrale americano ha annunciato di aver reindirizzato 57 navi commerciali e impedito ad altre quattro di entrare o uscire dai porti iraniani. Il Centcom ha inoltre confermato che i cacciatorpediniere Uss Truxtun, Uss Rafael Peralta e Uss Mason stanno operando nel Mar Arabico a sostegno del blocco navale contro Teheran.
La crisi rischia però di trasformarsi anche in un’emergenza ambientale. Una vasta chiazza di petrolio si sta espandendo al largo dell’isola iraniana di Kharg, terminale strategico per le esportazioni energetiche della Repubblica islamica. Il New York Times, citando immagini satellitari, riferisce che lo sversamento avrebbe già raggiunto oltre 52 chilometri quadrati e si starebbe spostando verso Sud, in direzione delle acque saudite.
Sul fronte interno iraniano cresce intanto il peso politico di Mojtaba Khamenei, figlio della storica Guida suprema, morta all’inizio della guerra. Secondo la Cnn, l’intelligence americana ritiene che Mojtaba stia assumendo un ruolo centrale nella strategia militare iraniana. Per la prima volta Teheran ha anche confermato che il nuovo leader ha riportato ferite alla rotula e alla schiena durante i bombardamenti. La situazione resta estremamente delicata anche all’interno del Paese. Domani il Parlamento iraniano tornerà a riunirsi in sessione plenaria per la prima volta dall’inizio della guerra, ma lo farà in videoconferenza per motivi di sicurezza. Il dibattito si concentrerà soprattutto sull’aumento dei prezzi e sulla crisi economica aggravata dal conflitto e dalle sanzioni.
Mentre la pressione militare continua, emergono segnali di stanchezza anche da parte americana. Secondo The Atlantic, Donald Trump sarebbe sempre più riluttante a riaprire le ostilità contro l’Iran. Il presidente statunitense teme di restare intrappolato in un nuovo conflitto mediorientale e vuole evitare nuove escalation almeno fino alla conclusione della visita in Cina. Trump ha inoltre dichiarato di attendere «molto presto» una risposta ufficiale di Teheran all’ultima proposta americana per porre fine alla guerra e riaprire lo Stretto di Hormuz.
Le mosse americane continuano però ad alimentare la diffidenza di Teheran. Il New York Times rivela che la Russia starebbe usando il Mar Caspio come corridoio strategico per rifornire l’Iran aggirando il blocco navale americano. Per questo il Caspio viene ormai definito da diversi analisti un «corridoio ombra» tra Mosca e Teheran. In quest’ottica va letto anche il recente attacco israeliano contro Bandar Anzali: non solo un raid contro una base navale iraniana, ma un colpo a una infrastruttura chiave per i collegamenti logistici e militari tra Russia e Iran.
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In Asia cominciano a scarseggiare i carburanti. Soffre anche la filiera della plastica. La Cina riduce le importazioni di greggio e frena i rincari del greggio. Rame in salita in attesa dei dazi Usa.