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2019-01-11
Macron fa la corte a Al Sisi per entrare in Libia dalla finestra
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Ansa
Nelle ore in cui il segretario di Stato americano Mike Pompeo pronunciava al Cairo l'atteso discorso con cui l'amministrazione guidata da Donald Trump ha seppellito la dottrina del predecessore Barack Obama in materia di Medio Oriente, nella capitale egiziana si muoveva anche una nutrita delegazione francese per preparare la visita del presidente Emmanuel Macron. Quattordici funzionari di alto livello dell'Eliseo, come ha anticipato il quotidiano locale El Masry El Youm, hanno iniziato a lavorare all'incontro tra il presidente francese e l'omologo egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Un bilaterale annunciato pochi giorni prima dall'ambasciatore francese in Egitto, Stéphane Romatet in occasione del lancio dell'anno culturale francoegiziano all'Opera house del Cairo.
Nell'agenda del vertice previsto nelle prossime settimane ci saranno sicuramente turismo e cooperazione nella lotta contro il terrorismo. Ma non mancherà, come accadde nell'ottobre 2017 in occasione della visita del presidente Al Sisi all'Eliseo, il dossier libico, sul quale il governo francese sta cercando di recuperare lo svantaggio nei confronti dell'esecutivo italiano, capace di organizzare lo scorso novembre la conferenza di Palermo ma i cui rapporti con il Cairo sono ancora oggi frenati dal caso di Giulio Regeni.
Parigi si sta muovendo nella scia di Washington, come dimostra il fatto che il segretario Pompeo ha incontrato, durante i suoi giorni al Cairo, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry. I due hanno parlato, come hanno affermato in conferenza stampa, di lotta al terrorismo e del «sostegno egiziano a favore del processo democratico in Libia». Roma, in tutto questo, è divisa tra il sostegno di Washington e le forze interne alla maggioranza che, a causa dell'omicidio del ricercatore italiano avvenuto a inizio 2016, non vedono di buon occhio il presidente Al Sisi. Che è però il principale sostenitore del Nord Africa di Khalifa Haftar, il generale che comanda la Cirenaica divenuto primo interlocutore in Libia dell'Occidente tutto, Italia compresa.
Sul caso di Giulio Regeni, intanto, tra Italia e Egitto ci sono prove di disgelo. Presto, infatti, rappresentati dei due Paesi si incontreranno per «rimuovere le ombre» in relazione all'omicidio, come ha annunciato il portavoce della Camera dei rappresentanti egiziana Salah Hasaballah. «I legami bilaterali saranno più forti che mai dopo aver fatto luce sull'uccisione di Regeni», ha spiegato durante un intervento televisivo. La mossa di Hasaballah arriva a due mesi di distanza dalla decisione presa in novembre dal presidente della Camera dei deputati Roberto Fico, che aveva annunciato l'interruzione di «ogni tipo di relazione diplomatica» tra il parlamento italiano e quello egiziano dopo che i magistrati egiziani avevano respinto la richiesta della procura di Roma di incriminare cinque agenti egiziani ritenuti coinvolti nel caso. Ora, invece, come riferito da Hasaballah e confermato da fonti diplomatiche alla Verità, i due Paesi sono tornati a collaborare sul dossier sia a livello politico che parlamentare.
Intanto però, Parigi sta approfittando dello stallo di Roma rilanciando la sua campagna diplomatica per la Libia. Partendo dal sostegno alle forze di Oussama Al Jouili, comandante di Zintan (città a Ovest di Tripoli) e protagonista della guerra contro Muammar Gheddafi (le sue milizie catturarono uno dei figli del rais, Saif Al Islam, che oggi spera nel sostegno di Mosca per candidarsi alle prossime elezioni che si terranno, secondo la road map dell'Onu, entro fine anno). Sarai lui il collegamento francese tra il primo ministro di Tripoli Fayez Al Serraj e l'uomo forte di Bengasi Khalfia Haftar. Come riporta Africa Intelligence, le forze speciali francesi hanno addestrato per quasi un anno le truppe di Al Jouili ad Al Khamia e Al Azizia, con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti e dell'Egitto.
Parigi punta sul comandante, già sostenuto con armi e attrezzature durante la guerra civile del 2011, in quanto lui non soltanto riconosce il governo di Serraj a Tripoli (che lo ha reso leader militare della Libia occidentale) ma è anche considerato compatibile con Haftar, l'altro comandante a cui la Francia offre sostegno militare. Di concerto con gli Emirati Arabi Uniti, la Francia cerca in Al Jouili l'uomo in grado di riunire la Libia, dando il potere politico a Serraj e mettendo Haftar a capo dell'esercito unito.
Occhio quindi all'asse Parigi-Cairo-Dubai. Haftar, dopo l'incontro nella capitale egiziana con Al Sisi a metà dicembre, rivedrà il presidente egiziano nei prossimi giorni negli Emirati. Nel frattempo, questa coalizione lavora su Misurata per garantire al leader della Cirenaica un'altra conquista militare da far pesare ai tavoli con Serraj. Il tutto, mentre l'Italia, dopo la visita lampo del premier Giuseppe Conte in Libia a fine anno, non sembra in grado di separare dossier Libia e caso Regeni.
Pompeo cancella la dottrina Obama: l'Iran è il nemico numero uno
A distanza di dieci anni dal discorso con cui l'allora presidente Barack Obama annunciò una svolta nella politica degli Stati Uniti in Medio Oriente, porgendo all'Iran quel ramoscello d'ulivo che ha portato all'accordo sul nucleare, il segretario di Stato Mike Pompeo, ex capo della Cia e uno degli uomini più fidati dell'attuale presidente Donald Trump, ha deciso di seppellire quella dottrina. E l'ha fatto nello stesso luogo, all'Università americana del Cairo, in Egitto. «Ricordate bene che», ha detto, «in questa stessa città un altro americano di fronte a voi ha detto che dopo l'11 settembre il mio Paese ha abbandonato i suoi ideali, soprattutto in Medio Oriente. Che serviva un nuovo inizio. I risultati di questo errore di giudizio sono stati disastrosi». Niente più disimpegno dal Medio Oriente bensì sforzi per bloccare le esportazioni petrolifere iraniane al fine di far pressione sul regime di Teheran e i suoi alleati, in particolare Hezbollah, le milizie libanesi che Washington considera un'organizzazione terroristica.
L'addio di Pompeo alla dottrina Obama inizia con un no, gli Usa non sono la causa dei problemi della regione. «Presentandoci come parte di ciò che affligge il Medio Oriente», ha spiegato il segretario di Stato facendo riferimento al predecessore di Trump, «siamo stati timidi nel portare avanti le nostre posizioni quando i tempi e i nostri alleati lo hanno richiesto». Anche per questo, gli Stati Uniti non si ritireranno e rimarranno sul campo per combattere lo Stato islamico. Manca poco al ritiro annunciato da Trump ma non è ancora l'ora, ha spiegato Pompeo. Infatti, l'ex capo della Cia, in una conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, ha sostenuto che in Siria è stato annientata «il 99%» della presenza dell'Isis. Washington, ha detto, ritirerà le sue forze quando sarà raggiunto il 100%.
Le bordate più dure contro Obama sono arrivate però sul dossier iraniano. «Lavoriamo per fermare le esportazioni petrolifere dell'Iran, affinché scendano a zero», ha avvertito il capo della diplomazia Usa secondo cui bene ha fatto Trump a sbarazzarsi «dello sbagliato accordo nucleare» perché «tale accordo non avrebbe dovuto essere concluso». La campagna statunitense contro l'Iran prende di mira anche gli alleati di Teheran, a partire da Hezbollah, ha concluso Pompeo.
«Le sanzioni statunitensi, le più forti di sempre contro Teheran, continueranno a crescere», ha rimarcato il segretario di Stato americano. Ma occhio anche a ciò che capita a Bruxelles: le recenti sanzioni europee contro contro due cittadini iraniani e un'unità dei servizi di intelligence del regime degli ayatollah (le prime dopo l'intesa del 2015) dimostrano, infatti, come le politiche dell'amministrazione Trump abbiano trovato un certo consenso anche oltreatlantico.
L'attenzione di Washington all'Iran più che all'Isis dimostra, ancora una volta, la ritrovata vicinanza, dopo l'insediamento di Trump alla Casa Bianca, con Gerusalemme. «Sosteniamo fortemente lo sforzo di Israele per impedire a Teheran di trasformare la Siria nel Libano degli anni Ottanta», ha detto al Cairo Pompeo accogliendo gli appelli che lo Stato ebraico già facevi agli Usa ai tempi di Obama trovando però disinteresse.
Va sottolineato il fatto che tour mediorientale di Pompeo è stato anticipato da un'intervista della televisione statunitense Cbs con il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che palesa un asse politico tra Usa, Egitto e Israele che era già chiaro a livello militare. Durante il colloquio, il leader del Cairo ha confermato che Israele sta aiutando l'Egitto a combattere l'Isis con raid aerei segreti nel Sinai. Si tratta di un'ammissione di cooperazione con l'ex nemico («abbiamo un ampio spettro di cooperazione con gli israeliani», ha detto Al Sisi) che ha creato non pochi problemi in patria al presidente, il cui governo che ha chiesto inutilmente che l'intervista, in cui l'ex militare nega tra l'altro che in Egitto esistano detenuti politici e svicola sul massacro di Rabaa del 2013, non venisse trasmessa.
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Nelle ore in cui il segretario di Stato americano Mike Pompeo pronunciava al Cairo l'atteso discorso con cui l'amministrazione guidata da Donald Trump ha seppellito la dottrina del predecessore Barack Obama in materia di Medio Oriente, nella capitale egiziana si muoveva anche una nutrita delegazione francese.L'ex capo della Cia e uno degli uomini più fidati dell'attuale presidente ha deciso di seppellire la dottrina Usa.Lo speciale contiene due articoliNelle ore in cui il segretario di Stato americano Mike Pompeo pronunciava al Cairo l'atteso discorso con cui l'amministrazione guidata da Donald Trump ha seppellito la dottrina del predecessore Barack Obama in materia di Medio Oriente, nella capitale egiziana si muoveva anche una nutrita delegazione francese per preparare la visita del presidente Emmanuel Macron. Quattordici funzionari di alto livello dell'Eliseo, come ha anticipato il quotidiano locale El Masry El Youm, hanno iniziato a lavorare all'incontro tra il presidente francese e l'omologo egiziano Abdel Fattah Al Sisi. Un bilaterale annunciato pochi giorni prima dall'ambasciatore francese in Egitto, Stéphane Romatet in occasione del lancio dell'anno culturale francoegiziano all'Opera house del Cairo.Nell'agenda del vertice previsto nelle prossime settimane ci saranno sicuramente turismo e cooperazione nella lotta contro il terrorismo. Ma non mancherà, come accadde nell'ottobre 2017 in occasione della visita del presidente Al Sisi all'Eliseo, il dossier libico, sul quale il governo francese sta cercando di recuperare lo svantaggio nei confronti dell'esecutivo italiano, capace di organizzare lo scorso novembre la conferenza di Palermo ma i cui rapporti con il Cairo sono ancora oggi frenati dal caso di Giulio Regeni. Parigi si sta muovendo nella scia di Washington, come dimostra il fatto che il segretario Pompeo ha incontrato, durante i suoi giorni al Cairo, il ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry. I due hanno parlato, come hanno affermato in conferenza stampa, di lotta al terrorismo e del «sostegno egiziano a favore del processo democratico in Libia». Roma, in tutto questo, è divisa tra il sostegno di Washington e le forze interne alla maggioranza che, a causa dell'omicidio del ricercatore italiano avvenuto a inizio 2016, non vedono di buon occhio il presidente Al Sisi. Che è però il principale sostenitore del Nord Africa di Khalifa Haftar, il generale che comanda la Cirenaica divenuto primo interlocutore in Libia dell'Occidente tutto, Italia compresa.Sul caso di Giulio Regeni, intanto, tra Italia e Egitto ci sono prove di disgelo. Presto, infatti, rappresentati dei due Paesi si incontreranno per «rimuovere le ombre» in relazione all'omicidio, come ha annunciato il portavoce della Camera dei rappresentanti egiziana Salah Hasaballah. «I legami bilaterali saranno più forti che mai dopo aver fatto luce sull'uccisione di Regeni», ha spiegato durante un intervento televisivo. La mossa di Hasaballah arriva a due mesi di distanza dalla decisione presa in novembre dal presidente della Camera dei deputati Roberto Fico, che aveva annunciato l'interruzione di «ogni tipo di relazione diplomatica» tra il parlamento italiano e quello egiziano dopo che i magistrati egiziani avevano respinto la richiesta della procura di Roma di incriminare cinque agenti egiziani ritenuti coinvolti nel caso. Ora, invece, come riferito da Hasaballah e confermato da fonti diplomatiche alla Verità, i due Paesi sono tornati a collaborare sul dossier sia a livello politico che parlamentare.Intanto però, Parigi sta approfittando dello stallo di Roma rilanciando la sua campagna diplomatica per la Libia. Partendo dal sostegno alle forze di Oussama Al Jouili, comandante di Zintan (città a Ovest di Tripoli) e protagonista della guerra contro Muammar Gheddafi (le sue milizie catturarono uno dei figli del rais, Saif Al Islam, che oggi spera nel sostegno di Mosca per candidarsi alle prossime elezioni che si terranno, secondo la road map dell'Onu, entro fine anno). Sarai lui il collegamento francese tra il primo ministro di Tripoli Fayez Al Serraj e l'uomo forte di Bengasi Khalfia Haftar. Come riporta Africa Intelligence, le forze speciali francesi hanno addestrato per quasi un anno le truppe di Al Jouili ad Al Khamia e Al Azizia, con il sostegno degli Emirati Arabi Uniti e dell'Egitto.Parigi punta sul comandante, già sostenuto con armi e attrezzature durante la guerra civile del 2011, in quanto lui non soltanto riconosce il governo di Serraj a Tripoli (che lo ha reso leader militare della Libia occidentale) ma è anche considerato compatibile con Haftar, l'altro comandante a cui la Francia offre sostegno militare. Di concerto con gli Emirati Arabi Uniti, la Francia cerca in Al Jouili l'uomo in grado di riunire la Libia, dando il potere politico a Serraj e mettendo Haftar a capo dell'esercito unito.Occhio quindi all'asse Parigi-Cairo-Dubai. Haftar, dopo l'incontro nella capitale egiziana con Al Sisi a metà dicembre, rivedrà il presidente egiziano nei prossimi giorni negli Emirati. Nel frattempo, questa coalizione lavora su Misurata per garantire al leader della Cirenaica un'altra conquista militare da far pesare ai tavoli con Serraj. Il tutto, mentre l'Italia, dopo la visita lampo del premier Giuseppe Conte in Libia a fine anno, non sembra in grado di separare dossier Libia e caso Regeni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/macron-fa-la-corte-a-al-sisi-per-entrare-in-libia-dalla-finestra-2625728940.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pompeo-cancella-la-dottrina-obama-l-iran-e-il-nemico-numero-uno" data-post-id="2625728940" data-published-at="1770328827" data-use-pagination="False"> Pompeo cancella la dottrina Obama: l'Iran è il nemico numero uno A distanza di dieci anni dal discorso con cui l'allora presidente Barack Obama annunciò una svolta nella politica degli Stati Uniti in Medio Oriente, porgendo all'Iran quel ramoscello d'ulivo che ha portato all'accordo sul nucleare, il segretario di Stato Mike Pompeo, ex capo della Cia e uno degli uomini più fidati dell'attuale presidente Donald Trump, ha deciso di seppellire quella dottrina. E l'ha fatto nello stesso luogo, all'Università americana del Cairo, in Egitto. «Ricordate bene che», ha detto, «in questa stessa città un altro americano di fronte a voi ha detto che dopo l'11 settembre il mio Paese ha abbandonato i suoi ideali, soprattutto in Medio Oriente. Che serviva un nuovo inizio. I risultati di questo errore di giudizio sono stati disastrosi». Niente più disimpegno dal Medio Oriente bensì sforzi per bloccare le esportazioni petrolifere iraniane al fine di far pressione sul regime di Teheran e i suoi alleati, in particolare Hezbollah, le milizie libanesi che Washington considera un'organizzazione terroristica.L'addio di Pompeo alla dottrina Obama inizia con un no, gli Usa non sono la causa dei problemi della regione. «Presentandoci come parte di ciò che affligge il Medio Oriente», ha spiegato il segretario di Stato facendo riferimento al predecessore di Trump, «siamo stati timidi nel portare avanti le nostre posizioni quando i tempi e i nostri alleati lo hanno richiesto». Anche per questo, gli Stati Uniti non si ritireranno e rimarranno sul campo per combattere lo Stato islamico. Manca poco al ritiro annunciato da Trump ma non è ancora l'ora, ha spiegato Pompeo. Infatti, l'ex capo della Cia, in una conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry, ha sostenuto che in Siria è stato annientata «il 99%» della presenza dell'Isis. Washington, ha detto, ritirerà le sue forze quando sarà raggiunto il 100%. Le bordate più dure contro Obama sono arrivate però sul dossier iraniano. «Lavoriamo per fermare le esportazioni petrolifere dell'Iran, affinché scendano a zero», ha avvertito il capo della diplomazia Usa secondo cui bene ha fatto Trump a sbarazzarsi «dello sbagliato accordo nucleare» perché «tale accordo non avrebbe dovuto essere concluso». La campagna statunitense contro l'Iran prende di mira anche gli alleati di Teheran, a partire da Hezbollah, ha concluso Pompeo. «Le sanzioni statunitensi, le più forti di sempre contro Teheran, continueranno a crescere», ha rimarcato il segretario di Stato americano. Ma occhio anche a ciò che capita a Bruxelles: le recenti sanzioni europee contro contro due cittadini iraniani e un'unità dei servizi di intelligence del regime degli ayatollah (le prime dopo l'intesa del 2015) dimostrano, infatti, come le politiche dell'amministrazione Trump abbiano trovato un certo consenso anche oltreatlantico.L'attenzione di Washington all'Iran più che all'Isis dimostra, ancora una volta, la ritrovata vicinanza, dopo l'insediamento di Trump alla Casa Bianca, con Gerusalemme. «Sosteniamo fortemente lo sforzo di Israele per impedire a Teheran di trasformare la Siria nel Libano degli anni Ottanta», ha detto al Cairo Pompeo accogliendo gli appelli che lo Stato ebraico già facevi agli Usa ai tempi di Obama trovando però disinteresse. Va sottolineato il fatto che tour mediorientale di Pompeo è stato anticipato da un'intervista della televisione statunitense Cbs con il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi che palesa un asse politico tra Usa, Egitto e Israele che era già chiaro a livello militare. Durante il colloquio, il leader del Cairo ha confermato che Israele sta aiutando l'Egitto a combattere l'Isis con raid aerei segreti nel Sinai. Si tratta di un'ammissione di cooperazione con l'ex nemico («abbiamo un ampio spettro di cooperazione con gli israeliani», ha detto Al Sisi) che ha creato non pochi problemi in patria al presidente, il cui governo che ha chiesto inutilmente che l'intervista, in cui l'ex militare nega tra l'altro che in Egitto esistano detenuti politici e svicola sul massacro di Rabaa del 2013, non venisse trasmessa.
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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