Ma per auto, alluminio e acciaio rimangono le tariffe al 25%
Ansa
Non tutti i beni godono dei dazi ridotti temporaneamente al 10%. Esenti invece i farmaci, settore strategico per l’Italia.

Gli Stati Uniti danno tre mesi di tempo all’Europa per negoziare. Una moratoria per i dazi portati al 10%. Secondo gli analisti, Washington è stata costretta ad abbandonare, almeno per il momento, la linea dura su pressione dei grandi investitori, di diversi donatori repubblicani e della Silicon Valley a causa di quanto stava accadendo sul mercato obbligazionario, con il rendimento dei titoli di Stato in forte rialzo per le vendite che hanno fatto crollare i prezzi.

La marcia indietro di Donald Trump non è però totale, restano i dazi sulla Cina che li vede alzare fino al 125% (ma sono in totale al 145% se si somma il 20% di dazi imposti in precedenza per il fentanyl), dopo che Pechino ha portato le sue tariffe sui beni made in Usa dal 34% all’84% e su alcuni settori. Il presidente americano ha fermato solo le tariffe reciproche (al 10% dal precedente 20%). «I dazi su acciaio e alluminio e sulle auto, rimarranno invariati» ha chiarito il ministro del Commercio americano Howard Lutnick, sottolineando che «il presidente Trump è stato molto chiaro su questo».

Per l’automotive non c’è tregua. I veicoli leggeri europei continueranno a pagare l’imposta aggiuntiva del 25% introdotta a marzo sotto la section 232 del trade expansion act del 1962 e operativa dal 3 aprile per l’importazione negli Stati Uniti. Senza dimenticare che il 3 maggio entrerà in vigore la tariffa addizionale del 25% anche sui singoli componenti degli autoveicoli europei ed è proprio questo tipo di tariffe che potrebbe penalizzare soprattutto le case americane come Ford e Gm.

L’esclusione dell’automotive dalla moratoria è una vera doccia fredda per quello che è un settore di punta nelle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Per Stellantis, che da inizio anno ha visto crollare la produzione del 42,5% con soltanto 60.533 vetture realizzate in tre mesi in tutti gli stabilimenti italiani (i numeri peggiori dal 1956), è una vera stangata. Stesso discorso per le altre case automobilistiche europee, come quelle della Germania (da Volkswagen a Bmw e a Mercedes), altro Paese votato all’export. Queste case si trovano a fronteggiare costi aggiuntivi stimati in circa 11 miliardi di euro, secondo l’analisi della società Bernstein.

Eppure in Borsa i titoli dei principali brand dell’automotive ieri hanno guadagnato, spinti dal clima di ottimismo per l’inizio delle trattative tra Bruxelles e la Casa Bianca. Dopo un avvio con il turbo, con Stellantis che a inizio contrattazioni volava del 14% seguita da Bmw (+10%), Volkswagen e Mercedes (entrambe +8%), tutti hanno ripiegato ma mantenendosi comunque in terreno positivo: Stellantis ha chiuso a +2,59%, Bmw a +3,14% e Mercedes a +2,07%.

Restano in vigore le tariffe del 25% anche su acciaio e alluminio. Il presidente americano aveva già tassato le importazioni di questi due materiali durante il suo primo mandato (2017-2021). Sono interessati anche diversi tipi di prodotti semilavorati e finiti realizzati con entrambi i materiali, come tubi in acciaio, fili e fogli di stagno, utensili da cucina o infissi e prodotti realizzati solo in parte in acciaio o alluminio, come macchinari, attrezzature da palestra, alcuni elettrodomestici e mobili.

Al momento resta fuori dall’offensiva l’industria farmaceutica. Con oltre 11 miliardi di euro di farmaci esportati ogni anno verso gli Stati Uniti, il nostro Paese è tra i più esposti. Finora l’esenzione dai dazi è stata rispettata in coerenza con gli impegni multilaterali sull’accesso alle cure. Ma tutto può succedere.

La moratoria non vale inoltre per Messico e Canada per i quali restano in vigore i dazi del 25% su tutti i loro beni, tranne gli idrocarburi prodotti in Canada per i quali c’è un tariffa agevolata del 10%.

Nei giorni scorsi Stellantis ha annunciato lo stop temporaneo alla produzione negli stabilimenti dell’azienda in Messico e Canada, probabilmente per strizzare l’occhio a Trump che ha introdotto le tariffe come strategie per riportare alcune produzioni negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda i dazi generalizzati al 10% (che gli analisti si attendevano fossero annunciati il 2 aprile, quando invece la Casa Bianca ha alzato il tiro) ai quali si è tornati con la moratoria, valgono su quasi tutti i prodotti importati, esclusi petrolio e gas, su alcuni minerali preziosi (rame, oro, argento, platino e palladio) e materiali strategici per la produzione, legnami, minerali non presenti sul territorio Usa e semiconduttori.

Questo scenario rappresenta la piattaforma di partenza della trattativa tra Stati Uniti ed Europa. È una tregua parziale oltre che temporanea. Non a caso il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, ha detto che «l’approccio non è cambiato» e che ci si prepara «per tutto gli esiti possibili e tutti gli strumenti restano sul tavolo». Compreso quindi lo strumento anti coercizione ventilato dalla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen e da un’imposta sui ricavi da servizi digitali con cui colpire i colossi tecnologici.

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