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2020-05-28
L'Ue ci presta i nostri fondi e noi esultiamo
Emmanuel Macron e Angela Merkel (Kay Nietfeld:picture alliance via Getty Images)
Dopo un'attesa durata mesi e un rimbalzo del tema tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione, quest'ultima ha finalmente svelato la proposta che sarà rimessa alla valutazione e alla decisione del Consiglio europeo del 19 giugno prossimo.
Per comprendere meglio la vicenda, si immagini un condominio che solo a febbraio scorso aveva litigato furiosamente per pochi miliardi del bilancio pluriennale Ue (Mff), cioè uno scostamento di 20-30 miliardi su un bilancio di 1.100. Ora immaginate che l'amministratore di condominio proponga di aumentare quel bilancio da 1.100 a 1.850 miliardi e, poiché i condomini non hanno momentaneamente risorse proprie da mettere a disposizione, decida di indebitare il condominio emettendo obbligazioni, ed eroghi poi quelle somme ai singoli condomini. Cosa potrebbe mai andare storto? Tutto.
1 Innanzitutto, il semplice conto della serva tra dare e avere. Lasciando da parte i 250 miliardi di prestiti, concentriamoci sui 500 miliardi di contributi, di cui 82 per l'Italia (e non i 100 propagandati ultimamente). Tale somma arriverà in 3 o 4 anni, e non prima del 1° gennaio 2021, sempre che le trattative in sede di Consiglio europeo si concludano in tempo. Si tratta di circa 27 miliardi all'anno, l'1,5% del Pil 2019. Ma se osservassimo il beneficio netto, cioè dopo aver sottratto i rimborsi che necessariamente saranno dovuti a partire dal 2028, il saldo potrebbe essere intorno a 20 miliardi. Che sia qualcosa di irrilevante dal punto di vista macroeconomico non lo affermiamo noi, ma lo lasciamo dire al professor Friedrich Heinemann del Centro di ricerca economica tedesco Zew. Il quale, proprio il 25 maggio, ha pubblicato una simulazione che è risultata poi molto vicina ai dati ufficiali pubblicati ieri dalla Commissione, e ha concluso che «l'importanza macroeconomica per tutti i principali Paesi beneficiari netti (tra cui l'Italia) è modesta». Inoltre, «tale modesto contributo netto non fa alcuna significativa differenza per la sostenibilità del debito di un Paese avviato verso un debito/Pil verso del 160%».
2 Tale contributo netto deve essere inoltre confrontato con quanto accadrà alla parte più importante del budget, cioè i 1.100 miliardi del bilancio ordinario 2021-2027. Infatti la destinazione di tali somme, interamente finanziate con i contributi degli Stati membri, è stata anch'essa modificata, penalizzando alcuni capitoli sensibili per l'Italia quali l'agricoltura e la pesca. Ci potremmo così ritrovare di fronte alla sorpresa di dover versare ancor più dei 37 miliardi dell'ultimo settennio, anche perché nel frattempo è uscita la Gran Bretagna, a sua volta contributore netto.
3 Il tema del vincolo di destinazione dei contributi Ue è potenzialmente deflagrante. Infatti, la parte più rilevante dei fondi è sottoposta alla specifica condizione di assoggettamento al quadro normativo del Semestre europeo e, ancor più rilevante, deve essere di sostegno alle riforme e agli investimenti pubblici. La politica economica del nostro Paese non si potrà permettere la benché minima deviazione rispetto al ciclo di coordinamento imposto dalla Ue. E quando da Bruxelles si usa la parola riforme il significato è uno solo: flessibilità dei mercati e del lavoro, competitività e deflazione. In particolare, il pilastro più rilevante (Rrf) distribuirà sia sussidi (310 miliardi) che prestiti (250) che verosimilmente dovranno essere utilizzati congiuntamente. Inoltre il ventaglio di settori coinvolti è molto ampio: dal turismo alle costruzioni, dalla sanità al digitale, ai trasporti, alla svolta ecologica, non c'è settore in cui la Ue non metterà il suo zampino. E molti di questi settori sono cari alla Germania. L'accesso a tali fondi non è poi automatico: bisognerà convincere la Commissione della bontà della destinazione delle somme e della coerenza con gli obiettivi fissati dal piano, pomposamente definito Next Generation Eu. Per stare alla similitudine del condominio, occorrerà persuadere l'amministratore che il colore delle piastrelle sia coerente con le sue linee guida e, forse, rinunciare a qualche opera ritenuta più utile per l'abitazione perché non rientra tra le priorità fissate nel regolamento.
4 Come saranno rimborsati questi 750 miliardi? Tra il 2027 ed il 2058, con maggiori entrate proprie della Ue (la scelta preferita dalla Von der Leyen), maggiori contributi nazionali o riduzione nella spesa programmata. Non ci sono pasti gratis alla mensa di Bruxelles. Siamo pronti a nuove tasse dopo il 2027?
5 La proposta della Commissione è solo una base di partenza per la trattativa, e il primo commento proveniente da fonti diplomatiche olandesi - «è solo l'inizio dei negoziati, non certamente la fine. Ci vorrà tempo, perché le posizioni sono distanti e l'unanimità è necessaria» - la dice lunga sul rischio che il Consiglio si trasformi in un Vietnam per la stessa presidente. Alla fine, considerando anche il saldo del bilancio Mff ordinario, il beneficio netto per l'Italia potrebbe essere ancora più modesto.
6 Reggerà questa costruzione alla verifica di divieto di aiuti finanziari tra Stati membri previsto dall'articolo 125 del Tfue? La pressione sulla Bce, che nella settimana scorsa, ha comprato altri 41 miliardi di titoli (di cui probabilmente 9 italiani) stava diventando insostenibile, soprattutto dopo la sentenza di Karlsruhe, e Angela Merkel aveva bisogno di qualcosa da dare in pasto all'Italia. In fondo pare aver fatto un buon affare: con una modesta spesa aggiuntiva, ci mette sotto tutela e incentiva settori decisivi per la sua economia. Cosa pretendere di più?
Ultima balla: così taglieremo le tasse. E invece ne pagheremo ancora di più
Primo step del Recovery Fund, la mega emissione di obbligazioni destinata ai Paesi membri dell'Unione europea. Al momento è solo una proposta. Ha già incontrato il no dell'Olanda. Per cui lo schema potrà soltanto diventare peggiorativo. Ma ciò che conta, per una buona fetta del governo italiano, è che basta l'annuncio della Commissione Ue per sbandierare un imminente taglio delle tasse. Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, lancia «il piano choc del governo per la riduzione delle tasse, intervento che deve essere fatto ora, perché non è più possibile aspettare, e che sarà finanziato anche con il Recovery fund della Commissione europea». Rullo di tamburi e si aggiunge anche Luigi Di Maio. «Stima per i leader stranieri con cui ha avuto a che fare, orgoglio per aver portato sulla poltrona di Palazzo Chigi il premier Conte e l'impegno per far ripartire l'Italia abbassando le tasse con i fondi del Recovery Fund per uscire dalla più grande crisi economica mai vissuta», spiega il ministro degli Esteri a Maurizio Costanzo in occasione de L'Intervista. Tralasciamo tutte le altre dichiarazioni provenienti dagli esponenti del Pd. Il partito di Nicola Zingaretti era già a priori a favore del fondo partito, per una scelta politica e non di merito. A questo punto tocca far presente ai rappresentanti dei 5 stelle come si finanzia il Recovery Fund: con nuove tasse o con i tagli alle spese o al welfare.
Il mega piano da 750 miliardi destina al nostro Paese circa 90 miliardi di prestiti e altri 82 di stanziamenti definiti a «fondo perduto». I prestiti si ripagano per definizione a rate in base al capitale e a un minimo tasso. Le sovvenzioni si finanziano con le tasse più o meno come è sempre avvenuto con i fondi europei. D'altronde gli 82 miliardi sono lordi, perché l'Italia è contributore netto. Nel senso che un minimo di 55 miliardi sono nostri soldi che manderemo a Bruxelles per contribuire al piano. E la cifra è destinata a salire se la Brexit impatterà sulle percentuali di contribuzione. In sostanza se ci va bene avremo un saldo netto di 26 miliardi. Se ci va male di poco sopra i 20 miliardi.
Con l'aggravante che stavolta rispetto ai consueti piani di bilancio Ue siamo di fronte a una grande novità. Il maxi piano con cui l'Ue vuole rilanciare il Continente prevederà tasse aggiuntive a quelle che già finanziano i fondi Ue. Per capirsi, la Commissione riesce a portare a termine un obiettivo che aleggia da almeno 5 anni. Cioè, la creazione del primo nocciolo della fiscalità paneuropea. Lo schema del Recovery Fund prevede nero su bianco che vengano istituite le imposte uniche sugli Ets, emissions trading system. Chi più inquina, più versa. E l'Ue prevede di incassare circa 10 miliardi all'anno. Allo stesso tempo sarà lanciata la carbon tax per penalizzare le emissioni transfrontaliere. Anche da qui fino a un massimo di 14 miliardi. Inoltre saranno create nuove imposte per le big company per un gettito totale (inclusa la web tax) di circa 12 miliardi. Il totale stimato all'anno è di 35 miliardi. A spanne 5 miliardi provenienti dalle tasche dei contribuenti italiani. Di conseguenza se incassiamo netti 26 miliardi in 3 o 4 anni (il periodo non è ancora chiaro) il saldo è positivo, ma di poco. Senza contare che i capitoli di spesa sarebbero tracciati con solchi così rigidi che i governi a Roma non avrebbero voce in capitolo. È vero che i miliardi extra per le tasse comuni vedrebbero diminuire il capitolo annuale dei versamenti, ma agli italiani resterebbero in capo tutte le altre tasse nazionali. E se il governo le vuole tagliare dovrà abbattere la spesa o i servizi. Ci auguriamo la prima, ma visto l'andazzo il rischio concreto è che si limeranno i secondi. Basta vedere ciò che stato fatto in occasione del recente decreto Rilancio. Il testo in via di discussione alla Camera prevede una piccola sforbiciata all'Irap. Per l'esattezza 3,9 miliardi. «Data l'emergenza ci sono interventi in numerosi settori e detassazioni di breve periodo. Ma tra qualche mese andranno riconsiderati facendo scelte strategiche», ha spiegato ieri l'Ufficio parlamentare di bilancio in audizione sul decreto Rilancio. «In particolare» gli interventi «frammentati sul fronte fiscale andranno collocati negli anni a venire in un quadro organico di riordino complessivo. Ciò si rende in particolare necessario anche in considerazione delle specificità di alcune imposte, come ad esempio nel caso dell'Irap, fortemente ridotta per l'anno in corso, il cui gettito contribuisce in maniera rilevante al finanziamento della sanità». Tradotto, o si troveranno altri 3,9 miliardi di coperture o Giuseppe Conte dovrà penalizzare il servizio sanitario nazionale. E così per molte altre voci tenendo presente che le future tasse uniche europee andranno pure in conflitto con imposte nazionali già esistenti.
La Web tax già esiste in Italia. Siamo stati i primi a introdurla e cuba più o meno 600 milioni all'anno. Quella sovranazionale porterà il gettito a Bruxelles e creerà pure un buco nel nostro bilancio. Anche se di soli 600 milioni, il conto va spalmato nell'arco degli anni di vita del Recovery fund. Insomma, è vero che potremo usare liquidità per investire nel green e magari rilanciare la siderurgia, ma niente è gratis. I contribuenti saranno il motore del rilancio, augurandosi che esso almeno ci sia. Dovremo pagare l'Ue e pure Roma. Il vantaggio è solo immediato. I soldi dovrebbero arrivare prima delle gabelle. Ma si sa, un contribuente morto non paga le tasse.
Conte e Berlusconi fanno festa. Salvini: «Nessuna buona notizia»
Come se fossero già arrivati i soldi, che invece, molto probabilmente, non vedremo mai, considerato che siamo solo al momento degli annunci propagandistici, i principali esponenti della maggioranza e del governo, esultano per la proposta di Ursula von der Leyen, mentre Giorgia Meloni e Matteo Salvini mostrano scetticismo e preoccupazione. Più moderata la posizione di Silvio Berlusconi.
«Ottimo segnale da Bruxelles», esulta il premier, Giuseppe Conte», «va esattamente nella direzione indicata dall'Italia. Siamo stati descritti come visionari perché ci abbiamo creduto dall'inizio. 500 miliardi a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo sul negoziato per liberare le risorse presto. Che le capitali europee lo assecondino».
«Una svolta da parte della Commissione a una crisi senza precedenti», festeggia il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, «si tratta di un fatto storico per l'avvenire dell'Unione. Finora la politica economica europea è stata prevalentemente in termini di sorveglianza, adesso c'è una svolta senza precedenti, la Ue disporrà di un volume di fuoco proprio per finanziare investimenti, riforme, spesa indirizzati calla transizione ecologica e digitale. Siamo di fronte a una svolta di grande portata. La discussione non sarà semplice», ammette Gentiloni, «ma sono ottimista».
«La proposta della Commissione europea», scrive su Twitter il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, «è all'altezza della sfida e delle necessità di sostenere il rilancio dell'Economia con strumenti e risorse comuni. È un passo avanti storico. Ora lavoriamo per adottarla rapidamente. Well done». «Il Recovery fund», brinda il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, «delineato oggi dalla commissione Ue lascia ben sparare sul cambio di passo che ci aspettavamo dall'Europa». «Bene la proposta della Commissione Europea», commenta il leader del M5s, Vito Crimi, «di un Recovery Fund da 750 miliardi».
«Molto bene la proposta della Commissione Europea sul Recovery Fund. Unione europea batte populisti 750 (miliardi) a zero», afferma sui social Matteo Renzi.
Un po' più cauto il deputato di Leu Stefano Fassina: «La proposta della Commissione europea», argomenta Fassina, «è un passo avanti sul piano politico e un utile contributo all'economia. Ma, in primo luogo è una proposta che deve andare all'approvazione del Consiglio europeo. Inoltre, i numeri non sono quello che sembrano: si riferiscono a un orizzonte pluriennale», precisa Fassina, «riguardano i 27 Stati membri e i prestiti, senza golden rule, allargano deficit e debito».
Vagamente minatoria la presa di posizione di Giuliano Pisapia, secondo cui stiamo assistendo a «una nuova “primavera"» dell'Europa, grazie alla proposta della Commissione che «deve condurre al silenzio i sovranisti che continuano a dire “l'Europa non c'è"».
Passiamo al centrodestra. «L'Europa ha seguito la strada che noi avevamo indicato», sottolinea il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, «e per la quale ci siamo molto spesi all'interno del Ppe: 750 miliardi sono un impegno importante per la ripresa, che si avvicina alle nostre richieste. La cosa più importante, però, è che di essi ben 500 sono sovvenzioni a fondo perduto. Naturalmente», avverte il Cav, lanciando una frecciata al veleno al premier Conte, «è essenziale che il Consiglio Europeo, a cui spetta il via libera definitivo, non scenda sotto queste cifre. In quella sede l'Italia dovrà farsi valere, ricercando le necessarie alleanze e convergenze».
Duro il commento di Matteo Salvini: «Nessuna buona notizia concreta per l'Italia», argomenta il leader della Lega, «per ora solo altre parole. La Commissione propone di aggiungere al bilancio europeo 750 miliardi, raccolti collocando titoli e distribuiti come prestiti o sussidi. Come già annunciato, queste somme dovranno essere rimborsate con nuove tasse europee su consumi e produzione. Inoltre, essendo legate al meccanismo del semestre europeo, difficilmente saranno utilizzabili prima del 2021 e la loro disponibilità sarà subordinata a riforme strutturali. Appena passata l'emergenza», evidenzia Salvini, «sulle macerie del Paese, ci aspettano nuovi attacchi alle pensioni e al welfare, oltre ad una tassa patrimoniale sui risparmi».
«Siamo stati i primi», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «ad auspicare un Recovery Fund cospicuo, immediato, con una quota maggioritaria di contributi a fondo perduto e senza condizionalità. Prendiamo atto che qualcosa si è mosso in questa direzione ma la proposta della Commissione Ue non è soddisfacente. Peraltro, siamo all'inizio di un lungo negoziato e il rischio concreto è che la proposta sia rivista al ribasso in seno al Consiglio Ue», afferma la Meloni, «che dovrà necessariamente tenere conto delle posizioni dei rigoristi Olanda, Danimarca, Austria e Svezia. Il diavolo è nei dettagli e sappiamo bene come l'Europa ci abbia spesso riservato brutte sorprese».
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Eurolirici in estasi per il Recovery fund che ci porta 82 miliardi. Netti, però, sono solo 20. Da spendere come vogliono loro. Luigi Di Maio e Laura Castelli esultano: «Grazie a Bruxelles abbasseremo la pressione fiscale». Ma la proposta prevede nuove gabelle europee, oltre a quelle nazionali. Con il rischio che a rimetterci sia lo stato sociale. Le compagini di governo e Forza Italia celebrano la proposta di Bruxelles. Giuliano Pisapia minaccia: «Ora riduciamo al silenzio i sovranisti». Giorgia Meloni: «Progetto non soddisfacente». Lo speciale contiene tre articoli. Dopo un'attesa durata mesi e un rimbalzo del tema tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione, quest'ultima ha finalmente svelato la proposta che sarà rimessa alla valutazione e alla decisione del Consiglio europeo del 19 giugno prossimo. Per comprendere meglio la vicenda, si immagini un condominio che solo a febbraio scorso aveva litigato furiosamente per pochi miliardi del bilancio pluriennale Ue (Mff), cioè uno scostamento di 20-30 miliardi su un bilancio di 1.100. Ora immaginate che l'amministratore di condominio proponga di aumentare quel bilancio da 1.100 a 1.850 miliardi e, poiché i condomini non hanno momentaneamente risorse proprie da mettere a disposizione, decida di indebitare il condominio emettendo obbligazioni, ed eroghi poi quelle somme ai singoli condomini. Cosa potrebbe mai andare storto? Tutto. 1 Innanzitutto, il semplice conto della serva tra dare e avere. Lasciando da parte i 250 miliardi di prestiti, concentriamoci sui 500 miliardi di contributi, di cui 82 per l'Italia (e non i 100 propagandati ultimamente). Tale somma arriverà in 3 o 4 anni, e non prima del 1° gennaio 2021, sempre che le trattative in sede di Consiglio europeo si concludano in tempo. Si tratta di circa 27 miliardi all'anno, l'1,5% del Pil 2019. Ma se osservassimo il beneficio netto, cioè dopo aver sottratto i rimborsi che necessariamente saranno dovuti a partire dal 2028, il saldo potrebbe essere intorno a 20 miliardi. Che sia qualcosa di irrilevante dal punto di vista macroeconomico non lo affermiamo noi, ma lo lasciamo dire al professor Friedrich Heinemann del Centro di ricerca economica tedesco Zew. Il quale, proprio il 25 maggio, ha pubblicato una simulazione che è risultata poi molto vicina ai dati ufficiali pubblicati ieri dalla Commissione, e ha concluso che «l'importanza macroeconomica per tutti i principali Paesi beneficiari netti (tra cui l'Italia) è modesta». Inoltre, «tale modesto contributo netto non fa alcuna significativa differenza per la sostenibilità del debito di un Paese avviato verso un debito/Pil verso del 160%». 2 Tale contributo netto deve essere inoltre confrontato con quanto accadrà alla parte più importante del budget, cioè i 1.100 miliardi del bilancio ordinario 2021-2027. Infatti la destinazione di tali somme, interamente finanziate con i contributi degli Stati membri, è stata anch'essa modificata, penalizzando alcuni capitoli sensibili per l'Italia quali l'agricoltura e la pesca. Ci potremmo così ritrovare di fronte alla sorpresa di dover versare ancor più dei 37 miliardi dell'ultimo settennio, anche perché nel frattempo è uscita la Gran Bretagna, a sua volta contributore netto. 3 Il tema del vincolo di destinazione dei contributi Ue è potenzialmente deflagrante. Infatti, la parte più rilevante dei fondi è sottoposta alla specifica condizione di assoggettamento al quadro normativo del Semestre europeo e, ancor più rilevante, deve essere di sostegno alle riforme e agli investimenti pubblici. La politica economica del nostro Paese non si potrà permettere la benché minima deviazione rispetto al ciclo di coordinamento imposto dalla Ue. E quando da Bruxelles si usa la parola riforme il significato è uno solo: flessibilità dei mercati e del lavoro, competitività e deflazione. In particolare, il pilastro più rilevante (Rrf) distribuirà sia sussidi (310 miliardi) che prestiti (250) che verosimilmente dovranno essere utilizzati congiuntamente. Inoltre il ventaglio di settori coinvolti è molto ampio: dal turismo alle costruzioni, dalla sanità al digitale, ai trasporti, alla svolta ecologica, non c'è settore in cui la Ue non metterà il suo zampino. E molti di questi settori sono cari alla Germania. L'accesso a tali fondi non è poi automatico: bisognerà convincere la Commissione della bontà della destinazione delle somme e della coerenza con gli obiettivi fissati dal piano, pomposamente definito Next Generation Eu. Per stare alla similitudine del condominio, occorrerà persuadere l'amministratore che il colore delle piastrelle sia coerente con le sue linee guida e, forse, rinunciare a qualche opera ritenuta più utile per l'abitazione perché non rientra tra le priorità fissate nel regolamento. 4 Come saranno rimborsati questi 750 miliardi? Tra il 2027 ed il 2058, con maggiori entrate proprie della Ue (la scelta preferita dalla Von der Leyen), maggiori contributi nazionali o riduzione nella spesa programmata. Non ci sono pasti gratis alla mensa di Bruxelles. Siamo pronti a nuove tasse dopo il 2027? 5 La proposta della Commissione è solo una base di partenza per la trattativa, e il primo commento proveniente da fonti diplomatiche olandesi - «è solo l'inizio dei negoziati, non certamente la fine. Ci vorrà tempo, perché le posizioni sono distanti e l'unanimità è necessaria» - la dice lunga sul rischio che il Consiglio si trasformi in un Vietnam per la stessa presidente. Alla fine, considerando anche il saldo del bilancio Mff ordinario, il beneficio netto per l'Italia potrebbe essere ancora più modesto. 6 Reggerà questa costruzione alla verifica di divieto di aiuti finanziari tra Stati membri previsto dall'articolo 125 del Tfue? La pressione sulla Bce, che nella settimana scorsa, ha comprato altri 41 miliardi di titoli (di cui probabilmente 9 italiani) stava diventando insostenibile, soprattutto dopo la sentenza di Karlsruhe, e Angela Merkel aveva bisogno di qualcosa da dare in pasto all'Italia. In fondo pare aver fatto un buon affare: con una modesta spesa aggiuntiva, ci mette sotto tutela e incentiva settori decisivi per la sua economia. Cosa pretendere di più? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-come-e-buona-lue-ci-presta-i-nostri-soldi-e-ci-dice-come-usarli-2646109284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ultima-balla-cosi-taglieremo-le-tasse-e-invece-ne-pagheremo-ancora-di-piu" data-post-id="2646109284" data-published-at="1590606737" data-use-pagination="False"> Ultima balla: così taglieremo le tasse. E invece ne pagheremo ancora di più Primo step del Recovery Fund, la mega emissione di obbligazioni destinata ai Paesi membri dell'Unione europea. Al momento è solo una proposta. Ha già incontrato il no dell'Olanda. Per cui lo schema potrà soltanto diventare peggiorativo. Ma ciò che conta, per una buona fetta del governo italiano, è che basta l'annuncio della Commissione Ue per sbandierare un imminente taglio delle tasse. Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, lancia «il piano choc del governo per la riduzione delle tasse, intervento che deve essere fatto ora, perché non è più possibile aspettare, e che sarà finanziato anche con il Recovery fund della Commissione europea». Rullo di tamburi e si aggiunge anche Luigi Di Maio. «Stima per i leader stranieri con cui ha avuto a che fare, orgoglio per aver portato sulla poltrona di Palazzo Chigi il premier Conte e l'impegno per far ripartire l'Italia abbassando le tasse con i fondi del Recovery Fund per uscire dalla più grande crisi economica mai vissuta», spiega il ministro degli Esteri a Maurizio Costanzo in occasione de L'Intervista. Tralasciamo tutte le altre dichiarazioni provenienti dagli esponenti del Pd. Il partito di Nicola Zingaretti era già a priori a favore del fondo partito, per una scelta politica e non di merito. A questo punto tocca far presente ai rappresentanti dei 5 stelle come si finanzia il Recovery Fund: con nuove tasse o con i tagli alle spese o al welfare. Il mega piano da 750 miliardi destina al nostro Paese circa 90 miliardi di prestiti e altri 82 di stanziamenti definiti a «fondo perduto». I prestiti si ripagano per definizione a rate in base al capitale e a un minimo tasso. Le sovvenzioni si finanziano con le tasse più o meno come è sempre avvenuto con i fondi europei. D'altronde gli 82 miliardi sono lordi, perché l'Italia è contributore netto. Nel senso che un minimo di 55 miliardi sono nostri soldi che manderemo a Bruxelles per contribuire al piano. E la cifra è destinata a salire se la Brexit impatterà sulle percentuali di contribuzione. In sostanza se ci va bene avremo un saldo netto di 26 miliardi. Se ci va male di poco sopra i 20 miliardi. Con l'aggravante che stavolta rispetto ai consueti piani di bilancio Ue siamo di fronte a una grande novità. Il maxi piano con cui l'Ue vuole rilanciare il Continente prevederà tasse aggiuntive a quelle che già finanziano i fondi Ue. Per capirsi, la Commissione riesce a portare a termine un obiettivo che aleggia da almeno 5 anni. Cioè, la creazione del primo nocciolo della fiscalità paneuropea. Lo schema del Recovery Fund prevede nero su bianco che vengano istituite le imposte uniche sugli Ets, emissions trading system. Chi più inquina, più versa. E l'Ue prevede di incassare circa 10 miliardi all'anno. Allo stesso tempo sarà lanciata la carbon tax per penalizzare le emissioni transfrontaliere. Anche da qui fino a un massimo di 14 miliardi. Inoltre saranno create nuove imposte per le big company per un gettito totale (inclusa la web tax) di circa 12 miliardi. Il totale stimato all'anno è di 35 miliardi. A spanne 5 miliardi provenienti dalle tasche dei contribuenti italiani. Di conseguenza se incassiamo netti 26 miliardi in 3 o 4 anni (il periodo non è ancora chiaro) il saldo è positivo, ma di poco. Senza contare che i capitoli di spesa sarebbero tracciati con solchi così rigidi che i governi a Roma non avrebbero voce in capitolo. È vero che i miliardi extra per le tasse comuni vedrebbero diminuire il capitolo annuale dei versamenti, ma agli italiani resterebbero in capo tutte le altre tasse nazionali. E se il governo le vuole tagliare dovrà abbattere la spesa o i servizi. Ci auguriamo la prima, ma visto l'andazzo il rischio concreto è che si limeranno i secondi. Basta vedere ciò che stato fatto in occasione del recente decreto Rilancio. Il testo in via di discussione alla Camera prevede una piccola sforbiciata all'Irap. Per l'esattezza 3,9 miliardi. «Data l'emergenza ci sono interventi in numerosi settori e detassazioni di breve periodo. Ma tra qualche mese andranno riconsiderati facendo scelte strategiche», ha spiegato ieri l'Ufficio parlamentare di bilancio in audizione sul decreto Rilancio. «In particolare» gli interventi «frammentati sul fronte fiscale andranno collocati negli anni a venire in un quadro organico di riordino complessivo. Ciò si rende in particolare necessario anche in considerazione delle specificità di alcune imposte, come ad esempio nel caso dell'Irap, fortemente ridotta per l'anno in corso, il cui gettito contribuisce in maniera rilevante al finanziamento della sanità». Tradotto, o si troveranno altri 3,9 miliardi di coperture o Giuseppe Conte dovrà penalizzare il servizio sanitario nazionale. E così per molte altre voci tenendo presente che le future tasse uniche europee andranno pure in conflitto con imposte nazionali già esistenti. La Web tax già esiste in Italia. Siamo stati i primi a introdurla e cuba più o meno 600 milioni all'anno. Quella sovranazionale porterà il gettito a Bruxelles e creerà pure un buco nel nostro bilancio. Anche se di soli 600 milioni, il conto va spalmato nell'arco degli anni di vita del Recovery fund. Insomma, è vero che potremo usare liquidità per investire nel green e magari rilanciare la siderurgia, ma niente è gratis. I contribuenti saranno il motore del rilancio, augurandosi che esso almeno ci sia. Dovremo pagare l'Ue e pure Roma. Il vantaggio è solo immediato. I soldi dovrebbero arrivare prima delle gabelle. Ma si sa, un contribuente morto non paga le tasse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-come-e-buona-lue-ci-presta-i-nostri-soldi-e-ci-dice-come-usarli-2646109284.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="conte-e-berlusconi-fanno-festa-salvini-nessuna-buona-notizia" data-post-id="2646109284" data-published-at="1590606737" data-use-pagination="False"> Conte e Berlusconi fanno festa. Salvini: «Nessuna buona notizia» Come se fossero già arrivati i soldi, che invece, molto probabilmente, non vedremo mai, considerato che siamo solo al momento degli annunci propagandistici, i principali esponenti della maggioranza e del governo, esultano per la proposta di Ursula von der Leyen, mentre Giorgia Meloni e Matteo Salvini mostrano scetticismo e preoccupazione. Più moderata la posizione di Silvio Berlusconi. «Ottimo segnale da Bruxelles», esulta il premier, Giuseppe Conte», «va esattamente nella direzione indicata dall'Italia. Siamo stati descritti come visionari perché ci abbiamo creduto dall'inizio. 500 miliardi a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo sul negoziato per liberare le risorse presto. Che le capitali europee lo assecondino». «Una svolta da parte della Commissione a una crisi senza precedenti», festeggia il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, «si tratta di un fatto storico per l'avvenire dell'Unione. Finora la politica economica europea è stata prevalentemente in termini di sorveglianza, adesso c'è una svolta senza precedenti, la Ue disporrà di un volume di fuoco proprio per finanziare investimenti, riforme, spesa indirizzati calla transizione ecologica e digitale. Siamo di fronte a una svolta di grande portata. La discussione non sarà semplice», ammette Gentiloni, «ma sono ottimista». «La proposta della Commissione europea», scrive su Twitter il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, «è all'altezza della sfida e delle necessità di sostenere il rilancio dell'Economia con strumenti e risorse comuni. È un passo avanti storico. Ora lavoriamo per adottarla rapidamente. Well done». «Il Recovery fund», brinda il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, «delineato oggi dalla commissione Ue lascia ben sparare sul cambio di passo che ci aspettavamo dall'Europa». «Bene la proposta della Commissione Europea», commenta il leader del M5s, Vito Crimi, «di un Recovery Fund da 750 miliardi». «Molto bene la proposta della Commissione Europea sul Recovery Fund. Unione europea batte populisti 750 (miliardi) a zero», afferma sui social Matteo Renzi. Un po' più cauto il deputato di Leu Stefano Fassina: «La proposta della Commissione europea», argomenta Fassina, «è un passo avanti sul piano politico e un utile contributo all'economia. Ma, in primo luogo è una proposta che deve andare all'approvazione del Consiglio europeo. Inoltre, i numeri non sono quello che sembrano: si riferiscono a un orizzonte pluriennale», precisa Fassina, «riguardano i 27 Stati membri e i prestiti, senza golden rule, allargano deficit e debito». Vagamente minatoria la presa di posizione di Giuliano Pisapia, secondo cui stiamo assistendo a «una nuova “primavera"» dell'Europa, grazie alla proposta della Commissione che «deve condurre al silenzio i sovranisti che continuano a dire “l'Europa non c'è"». Passiamo al centrodestra. «L'Europa ha seguito la strada che noi avevamo indicato», sottolinea il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, «e per la quale ci siamo molto spesi all'interno del Ppe: 750 miliardi sono un impegno importante per la ripresa, che si avvicina alle nostre richieste. La cosa più importante, però, è che di essi ben 500 sono sovvenzioni a fondo perduto. Naturalmente», avverte il Cav, lanciando una frecciata al veleno al premier Conte, «è essenziale che il Consiglio Europeo, a cui spetta il via libera definitivo, non scenda sotto queste cifre. In quella sede l'Italia dovrà farsi valere, ricercando le necessarie alleanze e convergenze». Duro il commento di Matteo Salvini: «Nessuna buona notizia concreta per l'Italia», argomenta il leader della Lega, «per ora solo altre parole. La Commissione propone di aggiungere al bilancio europeo 750 miliardi, raccolti collocando titoli e distribuiti come prestiti o sussidi. Come già annunciato, queste somme dovranno essere rimborsate con nuove tasse europee su consumi e produzione. Inoltre, essendo legate al meccanismo del semestre europeo, difficilmente saranno utilizzabili prima del 2021 e la loro disponibilità sarà subordinata a riforme strutturali. Appena passata l'emergenza», evidenzia Salvini, «sulle macerie del Paese, ci aspettano nuovi attacchi alle pensioni e al welfare, oltre ad una tassa patrimoniale sui risparmi». «Siamo stati i primi», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «ad auspicare un Recovery Fund cospicuo, immediato, con una quota maggioritaria di contributi a fondo perduto e senza condizionalità. Prendiamo atto che qualcosa si è mosso in questa direzione ma la proposta della Commissione Ue non è soddisfacente. Peraltro, siamo all'inizio di un lungo negoziato e il rischio concreto è che la proposta sia rivista al ribasso in seno al Consiglio Ue», afferma la Meloni, «che dovrà necessariamente tenere conto delle posizioni dei rigoristi Olanda, Danimarca, Austria e Svezia. Il diavolo è nei dettagli e sappiamo bene come l'Europa ci abbia spesso riservato brutte sorprese».
Giorgia Meloni e Tetsuo Hara (Ansa)
La frase del premier è peraltro significativa. Due parole risaltano: «crescita» e «immaginario». Nata nel 1977, la Meloni si è sicuramente trovata, da bambina, al centro dello tsunami giapponese che travolse un’intera generazione, la prima che ha vissuto la televisione come una esperienza formativa autonoma, oltre e spesso contro la vigilanza dei genitori. Nel libro Mia figlia, la filosofia, Simone Regazzoni ha dedicato a questo argomento alcune pagine ispirate: «Siamo alla fine degli anni Settanta e anch’io come milioni di altri bambini e bambine prendo parte a un evento inaudito, a un rito collettivo che provoca la reazione allarmata di genitori, intellettuali, uomini politici che portano Goldrake sui giornali e in Parlamento lanciando allarmi contro l’eccesso di violenza della religione delle macchine». Lo sbarco dei tecnomostri nipponici era avvenuto il 4 aprile 1978 quando, su Rai 2, era andata in onda la prima puntata di Goldrake. Grazie a lui, l’Italia scopriva finalmente il mondo eroico del Sol Levante. Da lì in poi sarebbe stato un diluvio di cartoni animati giapponesi, distribuiti per lo più su reti locali, in un’anarchia di traduzioni, censure e salti narrativi a casaccio.
Per i bambini di allora, il salto culturale fuori dall’universo Disney fu abbacinante: di punto in bianco un prodotto per ragazzini (o quanto meno qui percepito come tale) mescolava ironia surreale, parentesi poetiche, ammiccamenti erotici, tensione tragica. Gli adulti non si accorsero subito del fenomeno. E quando lo fecero, fu immediatamente moral panic. Silverio Corvisieri denunciava ad esempio su Repubblica «l’orgia della violenza annientatrice, il culto della delega al grande combattente, la religione delle macchine elettroniche, il rifiuto viscerale del “diverso”». Ken il guerriero, poi, ci mise il carico.
In Giappone, l’anime (e prima ancora il manga) comparve in un contesto contrassegnato da storie sempre più edonistiche ed eroticizzate. Kenshiro rappresentò un brutale richiamo all’ordine, grazie anche alla penna di Buronson, al secolo Yoshiyuki Okamura, lo sceneggiatore del fumetto disegnato per l’appunto da Tetsuo Hara. Buronson proveniva dal mondo militare e si ispirava a Mad Max e Sergio Leone. Nulla a che vedere con i nuovi autori fighetti che si affacciavano sulla scena. Arrivato in Italia nel 1987, l’anime vedeva il protagonista, Kenshiro, erede di una delle più importanti scuole di arti marziali del Giappone, attraversare un mondo post apocalittico popolato di bande di predoni. Nel cartone non c’erano i classici robottoni, ma c’era di peggio: una violenza smisurata. Ken sapeva come far, letteralmente, esplodere i suoi nemici toccando specifici punti di pressione. Di punto in bianco, l’Italia si popolò di bambini che tentavano, con risultati dubbi, di far esplodere fratelli minori e compagni di giochi.
Ma non c’era solo violenza bruta. Come gli eroi omerici, Ken era un eroe capace di alternare stragi di nemici e lacrime sincere. Era poi un eroe che non combatteva più «per l’umanità» o per ideali astratti, come Mazinga e gli altri, bensì per la sua famiglia, per l’amicizia, per legami concreti e solidi. Come educatore di una generazione, ci poteva capitare di peggio.
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Pasquale Stanzione (Ansa)
Perché è importante la sua età? Come ci ricorda l’ex ministro per gli Affari regionali nei governi Renzi e Gentiloni, ex vicesegretario di Azione e oggi deputato di Fi, Enrico Costa, Stanzione venne scelto dal Pd, non tanto per le sue competenze, ma proprio per la sua età, che avrebbe permesso di scalzare un altro candidato eccellente, Ignazio La Russa. L’attuale presidente del Senato, infatti, cinque anni fa, quando aveva 73 anni, ambiva a ricoprire proprio il ruolo di Garante per la protezione dei dati. Ma il meccanismo che venne straordinariamente introdotto quella volta, non gli permise di conquistare quel posto. «Perché nel 2020 il Pd ha scelto Stanzione come commissario e poi Garante della privacy? Per competenza, per appartenenza, per le pubblicazioni? Niente di tutto ciò. Venne scelto per anzianità», scrive Costa su X. «I commissari privacy vengono eletti da Camera e Senato. Due eletti dal centrodestra, due dal centrosinistra. Tra di loro si elegge il presidente. A parità di voti vince il più anziano. Siccome La Russa non nascose il desiderio di fare il Garante, il Pd corse ai ripari per impedirglielo. Come? Scorrendo l’elenco dei candidati, non alla voce “cv”, ma alla voce “data di nascita”». Nome dopo nome, l’attenzione dei dem si fermò sulla domanda di “Stanzione Pasquale, nato il 3 luglio 1945”, due anni in più di La Russa. A quel punto Stanzione diventò il candidato anziano del Pd». Peraltro entrambi nati in luglio, ma per La Russa la corsa si interruppe lì. «Ecco la genesi di Stanzione presidente a cura delle menti sopraffine della sinistra», commenta Costa. «Magari era pure bravo ma non era quella la priorità in quel momento. La priorità era non far vincere La Russa. Fu scelto da loro e votato da loro. Il M5s aveva scelto Guido Scorza. La Lega Ginevra Cerrina Feroni. E Fratelli d’Italia Agostino Ghiglia. Ricordo questa storiella a chi parla di asservimento del Garante alla politica, ma dimentica qualche dettaglio. E la ricordo a quei dem che oggi fanno gli indignati. Fanno finta di nulla e fischiettano come i passanti».
Giovedì, infatti, la Procura di Roma ha ordinato la perquisizione della sede romana del Garante della privacy, e delle case a Roma, Torino, Firenze e Salerno dei quattro membri del collegio direttivo, incluso il presidente Stanzione, tutti indagati. Nelle accuse si legge di una gestione «abbastanza disinvolta» delle spese pubbliche e viene riportata una serie di episodi in cui i membri del collegio avrebbero usato in modo improprio fondi a cui avevano accesso. Inoltre, i membri del collegio si sarebbero fatti influenzare nelle loro decisioni in cambio di favori o denaro: i reati ipotizzati sono peculato e corruzione. La Procura dice che, dal 2021 al 2024, le spese per il collegio direttivo sono aumentate del 46 per cento. L’eccedenza sarebbe riconducibile «a rimborsi per viaggi, voli aerei in business, soggiorni in hotel di lusso, cene, servizi di lavanderia, fitness e cura della persona». Tra le accuse a Stanzione c’è anche quella di aver comprato carne per oltre 6.000 euro in una famosa macelleria e di essersi fatto rimborsare le spese dell’affitto della sua casa a Roma per 3.700 euro al mese, quando l’affitto era di 2.900 euro. Ieri, in serata, Scorza, membro del collegio del Garante (accusato di per peculato e corruzione), si è dimesso. Ma il Pd continua a fischiettare.
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Matteo Renzi (Ansa)
È una chiamata alle armi, nel senso di turibolo da sacrestia. È un segnale di fumo a Ernesto Maria Ruffini e al suo «Più Uno», l’ammucchiata cattodem che si sta strutturando. Ma soprattutto è un siluro al Nazareno a trazione Elly Schlein e al campo largo, che Renzi boccia senza pudore dopo aver tentato in tutti i modi di entrarci come stampella morotea. A un anno abbondante dalle elezioni i movimenti politici pseudo-centristi hanno l’urgenza di definire un perimetro che somiglia al lodo Garofani, a quell’uscita natalizia del consigliere per la Difesa del Quirinale nella quale veniva auspicato «un provvidenziale scossone» per sconfiggere il centrodestra, con la chiosa: «Basterebbe una grande lista civica nazionale». Sotto il prestigioso cappello, ça va sans dire, del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, la più margheritosa delle margherite.
È l’obiettivo dell’ex Gabelliere dell’Agenzia delle entrate. È il punto di approdo di «Comunità riformista» e dei ramoscelli sparsi dell’Ulivo prodiano. Adesso anche di Renzi, che sogna di diventarne il leader, o meglio il federatore. Ecco perché aggiunge: «Non vogliamo che questa casa riformista dia le chiavi di casa solo a qualcuno. Ma c’è un punto, chi entra non sta alla finestra e chi viene, viene a dare una mano. Questa è casa riformista, che fa vincere o perdere le elezioni, che decide se al Quirinale ci va una persona normale o no». Per normali, con un accenno di razzismo politico, intende coloro che piacciono a lui.
Francesco Saverio Garofani non può che stappare un’altra bottiglia. Quella che il nostro giornale anticipò e venne definita «un ridicolo sconfinamento» dal Colle, in realtà era una profezia. E il senatore di Scandicci - primo elettore di Mattarella da premier nel 2015 e sponsor del consigliere profeta nella sua avventura piddina - intende avverarla chiamando in causa soprattutto sindaci e riformisti del Pd, i più critici della gestione Schlein appiattita sul M5s e sulla Cgil estremista di Maurizio Landini. Gli fanno comodo. E infatti conclude: «Da soli non bastiamo, allargare le porte è indispensabile. Iv ha questo compito, dare una grande mano perché c’è un governo che sta impoverendo l'Italia. E l’opposizione deve smetterla di piangersi addosso, deve fare opposizione sui contenuti. Anche perché non va sottovalutato l’effetto Vannacci, che a destra porterà via il 3%».
Renzi spera di coalizzare il centrosinistra rosè, quello della «provvidenza» mattarelliana che va da Paolo Gentiloni ad Andrea Riccardi con tutto il Sant’Egidio; dal cardinal Matteo Zuppi ai gesuiti vaticani; da Dario Franceschini (anche se ha da poco varato il Correntone guardando a sinistra) a Graziano Delrio; dagli amici di Base riformista messi in un angolo nel Pd ai possibili esodati dalla segretaria che ha in mano le prossime liste elettorali. Al Nazareno è infatti in atto una guerriglia sotterranea per la deroga al tetto delle tre legislature, come da statuto. Riguarda 37 big. C’è chi la otterrà facilmente (gli ex ministri e gli ex capogruppo), chi con qualche escamotage (la durata temporale dei mandati, compresi i festivi), ma i peones rischiano grosso e la forbice è nelle mani della segretaria.
I riformisti si sentono nel mirino dopo che il presidente del partito, Stefano Bonaccini, li ha definiti «socialdemocratici da salotto». Un mese fa erano tutti alla convention di Siena guidati da ex sindaci che fanno il pieno di voti come Antonio Decaro e Giorgio Gori. Fra loro, numeri uno dell’epoca renziana come Lorenzo Guerini, Simona Malpezzi, Filippo Sensi, Marco Nannicini, oggi defilati. Non per niente ieri ad applaudire l’ex premier c’era il Vanity borgomastro di Milano, Beppe Sala. Quando l’ha visto, Renzi si è lanciato in un’invettiva contro il Pd milanese, che qualche giorno fa (parole del segretario Alessandro Capelli) aveva auspicato una discontinuità per lanciare la candidatura di Pierfrancesco Majorino. «A Milano vinciamo da 15 anni, la discontinuità è se perdiamo», ha tuonato Renzi. «I dem milanesi hanno commesso un errore da dilettanti perché la discontinuità ha un nome e un cognome: Matteo Salvini».
Garofani del Colle, cattodem, riformisti e sindaci: la scacchiera del leader di Iv al servizio del centrosinistra è quasi completa. A lui piacerebbe dare un attico con vista sulla torre di Babele anche a Forza Italia. Blandisce e strizza l’occhio invano. Per ora siamo alla risposta di Piersilvio Berlusconi: «Renzi è privo di credibilità politica». Margherita 4.0, nuova casa riformista. Il Metternich di Rignano si atteggia a gran visir ma su di lui aleggia pur sempre il giudizio del suo ex alleato naturale, Carlo Calenda: «La sua è la meravigliosa politica del ‘ndo cojo cojo».
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Gerry Cardinale (Getty Images)
Dopo circa 3 anni e mezzo infatti la telenovelas del vendor loan da 489 milioni, il prestito del venditore all’acquirente, per il trasferimento del club dal fondo Elliott a RedBird, ha le ore contate. Da tempo Gerry Cardinale (fondatore di RedBird) è a caccia un soggetto finanziario disposto ripagare il fido che intanto, con gli interessi, è arrivato a quota 566 milioni, e secondo diversi fonti sarebbe prossimo ad arrivare a dama.
Chi ci sia dietro l’operazione al momento non è certo. Il nome più accreditato, per la prima volta è apparso sul sito Calcio e Finanza, è quello di Manulife Comvest, gruppo che fornisce finanziamenti a società private per accompagnarle nei processi di crescita e ristrutturazione. Il suo focus è il mercato nordamericano di fascia media e come rivelato dalla Verità ha già un piede nel Milan avendo preso garanzie su Redbird in virtù di un finanziamento che fa capo alla Ccp Agency (gruppo Manulife Comvest) ed ha come debitori la Rb Fc Holdings Fund IV Intermediate e la scatola che nell’albero di controllo del Milan le sta appena sopra, la RedBird Capital Partners Fund IV GenPar.
L’altro nome che è circolato è ben più noto alle cronache calcistiche e finanziarie. Parliamo di Apollo Sports Capital che ha già la maggioranza dell’Atletico Madrid oltre ad aver chiuso diversi investimenti nel mondo del tennis. In questo caso si tratterebbe di un mero rifinanziamento.
Di certo se l’operazione dovesse andare in porto, a cascata ci saranno ripercussioni anche sull’assetto societario del club. Probabile la convocazione di un cda per informare i consiglieri della nuova situazione finanziaria e del rilascio del pegno che Sheva Investments Limited (la società delle Cayman attraverso la quale Elliott ha prestato i 489 milioni a RedBird) vanta sul Milan.
La gestione ne guadagnerebbe in chiarezza. Non si sono mai dissipati infatti i dubbi su una sorta di doppia regia, spesso in scontro, su tutte le decisioni prese dal board. A questo proposito sta per concludersi l’indagine della Procura di Milano per ostacolo alla vigilanza a seguito della passaggio del Milan tra i due fondi. E ovviamente cambierebbero alcuni nomi.
Molto probabilmente i primi ad uscire sarebbero Dominic Mitchell e Gordon Singer che sono stati indicati direttamente da Elliott e al loro posto subentrerebbero altre figure di riferimento del rifinanziatore.
Così come dei ragionamenti andrebbero fatti rispetto all’attuale amministratore delegato, Giorgio Furlani, e al direttore finanziario, Stefano Cocirio, anche loro provenienti da Elliott. Cocirio si salva grazie ai risultati, non tutti ovviamente ascrivibili all’attuale cfo. Sta di fatto il Milan dopo la gestione turbolenta dell’ultimo periodo Berlusconi e quella dissennata di Yonghong Li, ha inanellato una serie utili (profitti per tre anni di seguito) e ha chiuso l’ultimo bilancio con il record di ricavi, a quota 494,5 milioni. Per Furlani la questione è diversa.
La sua gestione è stata spesso criticata, in primis dai tifosi, e i dissidi con Zlatan Ibrahimović (il consulente diretto di Gerry Cardinale mai entrato formalmente nell’organico del Milan) sono apparsi in alcune occasioni plateali. In passato si era parlato di Damien Comolli, l’ex Tolosa che poi si è accasato alla Juventus, per prendere il suo posto. E adesso il nome caldo è quello di Massimo Calvelli, l’ex ad dell’Atp (Association of Tennis Professionals) che nel giugno del 2025 ha lasciato il ruolo che ricopriva con successo dal 2020 per approdare in casa RedBird.
Il passaggio, a novembre, nel consiglio di amministrazione del Milan è stato quasi naturale, così come potrebbe essere altrettanto naturale la scalata verso la gestione della società. L’ingresso di Calvelli (fiorentino ex tennista e finalista nel 1990 del torneo Avvenire a Milano) rappresenta un passo importante nella strategia di RedBird, orientata a consolidare il legame tra la dimensione sportiva e quella economica del club.
«Con la cessione di San Siro all’orizzonte e la costruzione di nuove sinergie commerciali», si leggeva nel comunicato di presentazione del club, «il Milan punta a rafforzare la propria governance con figure di comprovata esperienza internazionale. L’era RedBird continua a evolversi, e il Milan sembra pronto a scrivere un nuovo capitolo nel suo percorso di crescita, tra tradizione italiana e visione globale». Sapremo a breve se con una nuova figura sulla tolda di comando.
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