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2020-05-28
L'Ue ci presta i nostri fondi e noi esultiamo
Emmanuel Macron e Angela Merkel (Kay Nietfeld:picture alliance via Getty Images)
Dopo un'attesa durata mesi e un rimbalzo del tema tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione, quest'ultima ha finalmente svelato la proposta che sarà rimessa alla valutazione e alla decisione del Consiglio europeo del 19 giugno prossimo.
Per comprendere meglio la vicenda, si immagini un condominio che solo a febbraio scorso aveva litigato furiosamente per pochi miliardi del bilancio pluriennale Ue (Mff), cioè uno scostamento di 20-30 miliardi su un bilancio di 1.100. Ora immaginate che l'amministratore di condominio proponga di aumentare quel bilancio da 1.100 a 1.850 miliardi e, poiché i condomini non hanno momentaneamente risorse proprie da mettere a disposizione, decida di indebitare il condominio emettendo obbligazioni, ed eroghi poi quelle somme ai singoli condomini. Cosa potrebbe mai andare storto? Tutto.
1 Innanzitutto, il semplice conto della serva tra dare e avere. Lasciando da parte i 250 miliardi di prestiti, concentriamoci sui 500 miliardi di contributi, di cui 82 per l'Italia (e non i 100 propagandati ultimamente). Tale somma arriverà in 3 o 4 anni, e non prima del 1° gennaio 2021, sempre che le trattative in sede di Consiglio europeo si concludano in tempo. Si tratta di circa 27 miliardi all'anno, l'1,5% del Pil 2019. Ma se osservassimo il beneficio netto, cioè dopo aver sottratto i rimborsi che necessariamente saranno dovuti a partire dal 2028, il saldo potrebbe essere intorno a 20 miliardi. Che sia qualcosa di irrilevante dal punto di vista macroeconomico non lo affermiamo noi, ma lo lasciamo dire al professor Friedrich Heinemann del Centro di ricerca economica tedesco Zew. Il quale, proprio il 25 maggio, ha pubblicato una simulazione che è risultata poi molto vicina ai dati ufficiali pubblicati ieri dalla Commissione, e ha concluso che «l'importanza macroeconomica per tutti i principali Paesi beneficiari netti (tra cui l'Italia) è modesta». Inoltre, «tale modesto contributo netto non fa alcuna significativa differenza per la sostenibilità del debito di un Paese avviato verso un debito/Pil verso del 160%».
2 Tale contributo netto deve essere inoltre confrontato con quanto accadrà alla parte più importante del budget, cioè i 1.100 miliardi del bilancio ordinario 2021-2027. Infatti la destinazione di tali somme, interamente finanziate con i contributi degli Stati membri, è stata anch'essa modificata, penalizzando alcuni capitoli sensibili per l'Italia quali l'agricoltura e la pesca. Ci potremmo così ritrovare di fronte alla sorpresa di dover versare ancor più dei 37 miliardi dell'ultimo settennio, anche perché nel frattempo è uscita la Gran Bretagna, a sua volta contributore netto.
3 Il tema del vincolo di destinazione dei contributi Ue è potenzialmente deflagrante. Infatti, la parte più rilevante dei fondi è sottoposta alla specifica condizione di assoggettamento al quadro normativo del Semestre europeo e, ancor più rilevante, deve essere di sostegno alle riforme e agli investimenti pubblici. La politica economica del nostro Paese non si potrà permettere la benché minima deviazione rispetto al ciclo di coordinamento imposto dalla Ue. E quando da Bruxelles si usa la parola riforme il significato è uno solo: flessibilità dei mercati e del lavoro, competitività e deflazione. In particolare, il pilastro più rilevante (Rrf) distribuirà sia sussidi (310 miliardi) che prestiti (250) che verosimilmente dovranno essere utilizzati congiuntamente. Inoltre il ventaglio di settori coinvolti è molto ampio: dal turismo alle costruzioni, dalla sanità al digitale, ai trasporti, alla svolta ecologica, non c'è settore in cui la Ue non metterà il suo zampino. E molti di questi settori sono cari alla Germania. L'accesso a tali fondi non è poi automatico: bisognerà convincere la Commissione della bontà della destinazione delle somme e della coerenza con gli obiettivi fissati dal piano, pomposamente definito Next Generation Eu. Per stare alla similitudine del condominio, occorrerà persuadere l'amministratore che il colore delle piastrelle sia coerente con le sue linee guida e, forse, rinunciare a qualche opera ritenuta più utile per l'abitazione perché non rientra tra le priorità fissate nel regolamento.
4 Come saranno rimborsati questi 750 miliardi? Tra il 2027 ed il 2058, con maggiori entrate proprie della Ue (la scelta preferita dalla Von der Leyen), maggiori contributi nazionali o riduzione nella spesa programmata. Non ci sono pasti gratis alla mensa di Bruxelles. Siamo pronti a nuove tasse dopo il 2027?
5 La proposta della Commissione è solo una base di partenza per la trattativa, e il primo commento proveniente da fonti diplomatiche olandesi - «è solo l'inizio dei negoziati, non certamente la fine. Ci vorrà tempo, perché le posizioni sono distanti e l'unanimità è necessaria» - la dice lunga sul rischio che il Consiglio si trasformi in un Vietnam per la stessa presidente. Alla fine, considerando anche il saldo del bilancio Mff ordinario, il beneficio netto per l'Italia potrebbe essere ancora più modesto.
6 Reggerà questa costruzione alla verifica di divieto di aiuti finanziari tra Stati membri previsto dall'articolo 125 del Tfue? La pressione sulla Bce, che nella settimana scorsa, ha comprato altri 41 miliardi di titoli (di cui probabilmente 9 italiani) stava diventando insostenibile, soprattutto dopo la sentenza di Karlsruhe, e Angela Merkel aveva bisogno di qualcosa da dare in pasto all'Italia. In fondo pare aver fatto un buon affare: con una modesta spesa aggiuntiva, ci mette sotto tutela e incentiva settori decisivi per la sua economia. Cosa pretendere di più?
Ultima balla: così taglieremo le tasse. E invece ne pagheremo ancora di più
Primo step del Recovery Fund, la mega emissione di obbligazioni destinata ai Paesi membri dell'Unione europea. Al momento è solo una proposta. Ha già incontrato il no dell'Olanda. Per cui lo schema potrà soltanto diventare peggiorativo. Ma ciò che conta, per una buona fetta del governo italiano, è che basta l'annuncio della Commissione Ue per sbandierare un imminente taglio delle tasse. Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, lancia «il piano choc del governo per la riduzione delle tasse, intervento che deve essere fatto ora, perché non è più possibile aspettare, e che sarà finanziato anche con il Recovery fund della Commissione europea». Rullo di tamburi e si aggiunge anche Luigi Di Maio. «Stima per i leader stranieri con cui ha avuto a che fare, orgoglio per aver portato sulla poltrona di Palazzo Chigi il premier Conte e l'impegno per far ripartire l'Italia abbassando le tasse con i fondi del Recovery Fund per uscire dalla più grande crisi economica mai vissuta», spiega il ministro degli Esteri a Maurizio Costanzo in occasione de L'Intervista. Tralasciamo tutte le altre dichiarazioni provenienti dagli esponenti del Pd. Il partito di Nicola Zingaretti era già a priori a favore del fondo partito, per una scelta politica e non di merito. A questo punto tocca far presente ai rappresentanti dei 5 stelle come si finanzia il Recovery Fund: con nuove tasse o con i tagli alle spese o al welfare.
Il mega piano da 750 miliardi destina al nostro Paese circa 90 miliardi di prestiti e altri 82 di stanziamenti definiti a «fondo perduto». I prestiti si ripagano per definizione a rate in base al capitale e a un minimo tasso. Le sovvenzioni si finanziano con le tasse più o meno come è sempre avvenuto con i fondi europei. D'altronde gli 82 miliardi sono lordi, perché l'Italia è contributore netto. Nel senso che un minimo di 55 miliardi sono nostri soldi che manderemo a Bruxelles per contribuire al piano. E la cifra è destinata a salire se la Brexit impatterà sulle percentuali di contribuzione. In sostanza se ci va bene avremo un saldo netto di 26 miliardi. Se ci va male di poco sopra i 20 miliardi.
Con l'aggravante che stavolta rispetto ai consueti piani di bilancio Ue siamo di fronte a una grande novità. Il maxi piano con cui l'Ue vuole rilanciare il Continente prevederà tasse aggiuntive a quelle che già finanziano i fondi Ue. Per capirsi, la Commissione riesce a portare a termine un obiettivo che aleggia da almeno 5 anni. Cioè, la creazione del primo nocciolo della fiscalità paneuropea. Lo schema del Recovery Fund prevede nero su bianco che vengano istituite le imposte uniche sugli Ets, emissions trading system. Chi più inquina, più versa. E l'Ue prevede di incassare circa 10 miliardi all'anno. Allo stesso tempo sarà lanciata la carbon tax per penalizzare le emissioni transfrontaliere. Anche da qui fino a un massimo di 14 miliardi. Inoltre saranno create nuove imposte per le big company per un gettito totale (inclusa la web tax) di circa 12 miliardi. Il totale stimato all'anno è di 35 miliardi. A spanne 5 miliardi provenienti dalle tasche dei contribuenti italiani. Di conseguenza se incassiamo netti 26 miliardi in 3 o 4 anni (il periodo non è ancora chiaro) il saldo è positivo, ma di poco. Senza contare che i capitoli di spesa sarebbero tracciati con solchi così rigidi che i governi a Roma non avrebbero voce in capitolo. È vero che i miliardi extra per le tasse comuni vedrebbero diminuire il capitolo annuale dei versamenti, ma agli italiani resterebbero in capo tutte le altre tasse nazionali. E se il governo le vuole tagliare dovrà abbattere la spesa o i servizi. Ci auguriamo la prima, ma visto l'andazzo il rischio concreto è che si limeranno i secondi. Basta vedere ciò che stato fatto in occasione del recente decreto Rilancio. Il testo in via di discussione alla Camera prevede una piccola sforbiciata all'Irap. Per l'esattezza 3,9 miliardi. «Data l'emergenza ci sono interventi in numerosi settori e detassazioni di breve periodo. Ma tra qualche mese andranno riconsiderati facendo scelte strategiche», ha spiegato ieri l'Ufficio parlamentare di bilancio in audizione sul decreto Rilancio. «In particolare» gli interventi «frammentati sul fronte fiscale andranno collocati negli anni a venire in un quadro organico di riordino complessivo. Ciò si rende in particolare necessario anche in considerazione delle specificità di alcune imposte, come ad esempio nel caso dell'Irap, fortemente ridotta per l'anno in corso, il cui gettito contribuisce in maniera rilevante al finanziamento della sanità». Tradotto, o si troveranno altri 3,9 miliardi di coperture o Giuseppe Conte dovrà penalizzare il servizio sanitario nazionale. E così per molte altre voci tenendo presente che le future tasse uniche europee andranno pure in conflitto con imposte nazionali già esistenti.
La Web tax già esiste in Italia. Siamo stati i primi a introdurla e cuba più o meno 600 milioni all'anno. Quella sovranazionale porterà il gettito a Bruxelles e creerà pure un buco nel nostro bilancio. Anche se di soli 600 milioni, il conto va spalmato nell'arco degli anni di vita del Recovery fund. Insomma, è vero che potremo usare liquidità per investire nel green e magari rilanciare la siderurgia, ma niente è gratis. I contribuenti saranno il motore del rilancio, augurandosi che esso almeno ci sia. Dovremo pagare l'Ue e pure Roma. Il vantaggio è solo immediato. I soldi dovrebbero arrivare prima delle gabelle. Ma si sa, un contribuente morto non paga le tasse.
Conte e Berlusconi fanno festa. Salvini: «Nessuna buona notizia»
Come se fossero già arrivati i soldi, che invece, molto probabilmente, non vedremo mai, considerato che siamo solo al momento degli annunci propagandistici, i principali esponenti della maggioranza e del governo, esultano per la proposta di Ursula von der Leyen, mentre Giorgia Meloni e Matteo Salvini mostrano scetticismo e preoccupazione. Più moderata la posizione di Silvio Berlusconi.
«Ottimo segnale da Bruxelles», esulta il premier, Giuseppe Conte», «va esattamente nella direzione indicata dall'Italia. Siamo stati descritti come visionari perché ci abbiamo creduto dall'inizio. 500 miliardi a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo sul negoziato per liberare le risorse presto. Che le capitali europee lo assecondino».
«Una svolta da parte della Commissione a una crisi senza precedenti», festeggia il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, «si tratta di un fatto storico per l'avvenire dell'Unione. Finora la politica economica europea è stata prevalentemente in termini di sorveglianza, adesso c'è una svolta senza precedenti, la Ue disporrà di un volume di fuoco proprio per finanziare investimenti, riforme, spesa indirizzati calla transizione ecologica e digitale. Siamo di fronte a una svolta di grande portata. La discussione non sarà semplice», ammette Gentiloni, «ma sono ottimista».
«La proposta della Commissione europea», scrive su Twitter il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, «è all'altezza della sfida e delle necessità di sostenere il rilancio dell'Economia con strumenti e risorse comuni. È un passo avanti storico. Ora lavoriamo per adottarla rapidamente. Well done». «Il Recovery fund», brinda il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, «delineato oggi dalla commissione Ue lascia ben sparare sul cambio di passo che ci aspettavamo dall'Europa». «Bene la proposta della Commissione Europea», commenta il leader del M5s, Vito Crimi, «di un Recovery Fund da 750 miliardi».
«Molto bene la proposta della Commissione Europea sul Recovery Fund. Unione europea batte populisti 750 (miliardi) a zero», afferma sui social Matteo Renzi.
Un po' più cauto il deputato di Leu Stefano Fassina: «La proposta della Commissione europea», argomenta Fassina, «è un passo avanti sul piano politico e un utile contributo all'economia. Ma, in primo luogo è una proposta che deve andare all'approvazione del Consiglio europeo. Inoltre, i numeri non sono quello che sembrano: si riferiscono a un orizzonte pluriennale», precisa Fassina, «riguardano i 27 Stati membri e i prestiti, senza golden rule, allargano deficit e debito».
Vagamente minatoria la presa di posizione di Giuliano Pisapia, secondo cui stiamo assistendo a «una nuova “primavera"» dell'Europa, grazie alla proposta della Commissione che «deve condurre al silenzio i sovranisti che continuano a dire “l'Europa non c'è"».
Passiamo al centrodestra. «L'Europa ha seguito la strada che noi avevamo indicato», sottolinea il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, «e per la quale ci siamo molto spesi all'interno del Ppe: 750 miliardi sono un impegno importante per la ripresa, che si avvicina alle nostre richieste. La cosa più importante, però, è che di essi ben 500 sono sovvenzioni a fondo perduto. Naturalmente», avverte il Cav, lanciando una frecciata al veleno al premier Conte, «è essenziale che il Consiglio Europeo, a cui spetta il via libera definitivo, non scenda sotto queste cifre. In quella sede l'Italia dovrà farsi valere, ricercando le necessarie alleanze e convergenze».
Duro il commento di Matteo Salvini: «Nessuna buona notizia concreta per l'Italia», argomenta il leader della Lega, «per ora solo altre parole. La Commissione propone di aggiungere al bilancio europeo 750 miliardi, raccolti collocando titoli e distribuiti come prestiti o sussidi. Come già annunciato, queste somme dovranno essere rimborsate con nuove tasse europee su consumi e produzione. Inoltre, essendo legate al meccanismo del semestre europeo, difficilmente saranno utilizzabili prima del 2021 e la loro disponibilità sarà subordinata a riforme strutturali. Appena passata l'emergenza», evidenzia Salvini, «sulle macerie del Paese, ci aspettano nuovi attacchi alle pensioni e al welfare, oltre ad una tassa patrimoniale sui risparmi».
«Siamo stati i primi», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «ad auspicare un Recovery Fund cospicuo, immediato, con una quota maggioritaria di contributi a fondo perduto e senza condizionalità. Prendiamo atto che qualcosa si è mosso in questa direzione ma la proposta della Commissione Ue non è soddisfacente. Peraltro, siamo all'inizio di un lungo negoziato e il rischio concreto è che la proposta sia rivista al ribasso in seno al Consiglio Ue», afferma la Meloni, «che dovrà necessariamente tenere conto delle posizioni dei rigoristi Olanda, Danimarca, Austria e Svezia. Il diavolo è nei dettagli e sappiamo bene come l'Europa ci abbia spesso riservato brutte sorprese».
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Eurolirici in estasi per il Recovery fund che ci porta 82 miliardi. Netti, però, sono solo 20. Da spendere come vogliono loro. Luigi Di Maio e Laura Castelli esultano: «Grazie a Bruxelles abbasseremo la pressione fiscale». Ma la proposta prevede nuove gabelle europee, oltre a quelle nazionali. Con il rischio che a rimetterci sia lo stato sociale. Le compagini di governo e Forza Italia celebrano la proposta di Bruxelles. Giuliano Pisapia minaccia: «Ora riduciamo al silenzio i sovranisti». Giorgia Meloni: «Progetto non soddisfacente». Lo speciale contiene tre articoli. Dopo un'attesa durata mesi e un rimbalzo del tema tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione, quest'ultima ha finalmente svelato la proposta che sarà rimessa alla valutazione e alla decisione del Consiglio europeo del 19 giugno prossimo. Per comprendere meglio la vicenda, si immagini un condominio che solo a febbraio scorso aveva litigato furiosamente per pochi miliardi del bilancio pluriennale Ue (Mff), cioè uno scostamento di 20-30 miliardi su un bilancio di 1.100. Ora immaginate che l'amministratore di condominio proponga di aumentare quel bilancio da 1.100 a 1.850 miliardi e, poiché i condomini non hanno momentaneamente risorse proprie da mettere a disposizione, decida di indebitare il condominio emettendo obbligazioni, ed eroghi poi quelle somme ai singoli condomini. Cosa potrebbe mai andare storto? Tutto. 1 Innanzitutto, il semplice conto della serva tra dare e avere. Lasciando da parte i 250 miliardi di prestiti, concentriamoci sui 500 miliardi di contributi, di cui 82 per l'Italia (e non i 100 propagandati ultimamente). Tale somma arriverà in 3 o 4 anni, e non prima del 1° gennaio 2021, sempre che le trattative in sede di Consiglio europeo si concludano in tempo. Si tratta di circa 27 miliardi all'anno, l'1,5% del Pil 2019. Ma se osservassimo il beneficio netto, cioè dopo aver sottratto i rimborsi che necessariamente saranno dovuti a partire dal 2028, il saldo potrebbe essere intorno a 20 miliardi. Che sia qualcosa di irrilevante dal punto di vista macroeconomico non lo affermiamo noi, ma lo lasciamo dire al professor Friedrich Heinemann del Centro di ricerca economica tedesco Zew. Il quale, proprio il 25 maggio, ha pubblicato una simulazione che è risultata poi molto vicina ai dati ufficiali pubblicati ieri dalla Commissione, e ha concluso che «l'importanza macroeconomica per tutti i principali Paesi beneficiari netti (tra cui l'Italia) è modesta». Inoltre, «tale modesto contributo netto non fa alcuna significativa differenza per la sostenibilità del debito di un Paese avviato verso un debito/Pil verso del 160%». 2 Tale contributo netto deve essere inoltre confrontato con quanto accadrà alla parte più importante del budget, cioè i 1.100 miliardi del bilancio ordinario 2021-2027. Infatti la destinazione di tali somme, interamente finanziate con i contributi degli Stati membri, è stata anch'essa modificata, penalizzando alcuni capitoli sensibili per l'Italia quali l'agricoltura e la pesca. Ci potremmo così ritrovare di fronte alla sorpresa di dover versare ancor più dei 37 miliardi dell'ultimo settennio, anche perché nel frattempo è uscita la Gran Bretagna, a sua volta contributore netto. 3 Il tema del vincolo di destinazione dei contributi Ue è potenzialmente deflagrante. Infatti, la parte più rilevante dei fondi è sottoposta alla specifica condizione di assoggettamento al quadro normativo del Semestre europeo e, ancor più rilevante, deve essere di sostegno alle riforme e agli investimenti pubblici. La politica economica del nostro Paese non si potrà permettere la benché minima deviazione rispetto al ciclo di coordinamento imposto dalla Ue. E quando da Bruxelles si usa la parola riforme il significato è uno solo: flessibilità dei mercati e del lavoro, competitività e deflazione. In particolare, il pilastro più rilevante (Rrf) distribuirà sia sussidi (310 miliardi) che prestiti (250) che verosimilmente dovranno essere utilizzati congiuntamente. Inoltre il ventaglio di settori coinvolti è molto ampio: dal turismo alle costruzioni, dalla sanità al digitale, ai trasporti, alla svolta ecologica, non c'è settore in cui la Ue non metterà il suo zampino. E molti di questi settori sono cari alla Germania. L'accesso a tali fondi non è poi automatico: bisognerà convincere la Commissione della bontà della destinazione delle somme e della coerenza con gli obiettivi fissati dal piano, pomposamente definito Next Generation Eu. Per stare alla similitudine del condominio, occorrerà persuadere l'amministratore che il colore delle piastrelle sia coerente con le sue linee guida e, forse, rinunciare a qualche opera ritenuta più utile per l'abitazione perché non rientra tra le priorità fissate nel regolamento. 4 Come saranno rimborsati questi 750 miliardi? Tra il 2027 ed il 2058, con maggiori entrate proprie della Ue (la scelta preferita dalla Von der Leyen), maggiori contributi nazionali o riduzione nella spesa programmata. Non ci sono pasti gratis alla mensa di Bruxelles. Siamo pronti a nuove tasse dopo il 2027? 5 La proposta della Commissione è solo una base di partenza per la trattativa, e il primo commento proveniente da fonti diplomatiche olandesi - «è solo l'inizio dei negoziati, non certamente la fine. Ci vorrà tempo, perché le posizioni sono distanti e l'unanimità è necessaria» - la dice lunga sul rischio che il Consiglio si trasformi in un Vietnam per la stessa presidente. Alla fine, considerando anche il saldo del bilancio Mff ordinario, il beneficio netto per l'Italia potrebbe essere ancora più modesto. 6 Reggerà questa costruzione alla verifica di divieto di aiuti finanziari tra Stati membri previsto dall'articolo 125 del Tfue? La pressione sulla Bce, che nella settimana scorsa, ha comprato altri 41 miliardi di titoli (di cui probabilmente 9 italiani) stava diventando insostenibile, soprattutto dopo la sentenza di Karlsruhe, e Angela Merkel aveva bisogno di qualcosa da dare in pasto all'Italia. In fondo pare aver fatto un buon affare: con una modesta spesa aggiuntiva, ci mette sotto tutela e incentiva settori decisivi per la sua economia. Cosa pretendere di più? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-come-e-buona-lue-ci-presta-i-nostri-soldi-e-ci-dice-come-usarli-2646109284.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ultima-balla-cosi-taglieremo-le-tasse-e-invece-ne-pagheremo-ancora-di-piu" data-post-id="2646109284" data-published-at="1590606737" data-use-pagination="False"> Ultima balla: così taglieremo le tasse. E invece ne pagheremo ancora di più Primo step del Recovery Fund, la mega emissione di obbligazioni destinata ai Paesi membri dell'Unione europea. Al momento è solo una proposta. Ha già incontrato il no dell'Olanda. Per cui lo schema potrà soltanto diventare peggiorativo. Ma ciò che conta, per una buona fetta del governo italiano, è che basta l'annuncio della Commissione Ue per sbandierare un imminente taglio delle tasse. Il vice ministro dell'Economia, Laura Castelli, lancia «il piano choc del governo per la riduzione delle tasse, intervento che deve essere fatto ora, perché non è più possibile aspettare, e che sarà finanziato anche con il Recovery fund della Commissione europea». Rullo di tamburi e si aggiunge anche Luigi Di Maio. «Stima per i leader stranieri con cui ha avuto a che fare, orgoglio per aver portato sulla poltrona di Palazzo Chigi il premier Conte e l'impegno per far ripartire l'Italia abbassando le tasse con i fondi del Recovery Fund per uscire dalla più grande crisi economica mai vissuta», spiega il ministro degli Esteri a Maurizio Costanzo in occasione de L'Intervista. Tralasciamo tutte le altre dichiarazioni provenienti dagli esponenti del Pd. Il partito di Nicola Zingaretti era già a priori a favore del fondo partito, per una scelta politica e non di merito. A questo punto tocca far presente ai rappresentanti dei 5 stelle come si finanzia il Recovery Fund: con nuove tasse o con i tagli alle spese o al welfare. Il mega piano da 750 miliardi destina al nostro Paese circa 90 miliardi di prestiti e altri 82 di stanziamenti definiti a «fondo perduto». I prestiti si ripagano per definizione a rate in base al capitale e a un minimo tasso. Le sovvenzioni si finanziano con le tasse più o meno come è sempre avvenuto con i fondi europei. D'altronde gli 82 miliardi sono lordi, perché l'Italia è contributore netto. Nel senso che un minimo di 55 miliardi sono nostri soldi che manderemo a Bruxelles per contribuire al piano. E la cifra è destinata a salire se la Brexit impatterà sulle percentuali di contribuzione. In sostanza se ci va bene avremo un saldo netto di 26 miliardi. Se ci va male di poco sopra i 20 miliardi. Con l'aggravante che stavolta rispetto ai consueti piani di bilancio Ue siamo di fronte a una grande novità. Il maxi piano con cui l'Ue vuole rilanciare il Continente prevederà tasse aggiuntive a quelle che già finanziano i fondi Ue. Per capirsi, la Commissione riesce a portare a termine un obiettivo che aleggia da almeno 5 anni. Cioè, la creazione del primo nocciolo della fiscalità paneuropea. Lo schema del Recovery Fund prevede nero su bianco che vengano istituite le imposte uniche sugli Ets, emissions trading system. Chi più inquina, più versa. E l'Ue prevede di incassare circa 10 miliardi all'anno. Allo stesso tempo sarà lanciata la carbon tax per penalizzare le emissioni transfrontaliere. Anche da qui fino a un massimo di 14 miliardi. Inoltre saranno create nuove imposte per le big company per un gettito totale (inclusa la web tax) di circa 12 miliardi. Il totale stimato all'anno è di 35 miliardi. A spanne 5 miliardi provenienti dalle tasche dei contribuenti italiani. Di conseguenza se incassiamo netti 26 miliardi in 3 o 4 anni (il periodo non è ancora chiaro) il saldo è positivo, ma di poco. Senza contare che i capitoli di spesa sarebbero tracciati con solchi così rigidi che i governi a Roma non avrebbero voce in capitolo. È vero che i miliardi extra per le tasse comuni vedrebbero diminuire il capitolo annuale dei versamenti, ma agli italiani resterebbero in capo tutte le altre tasse nazionali. E se il governo le vuole tagliare dovrà abbattere la spesa o i servizi. Ci auguriamo la prima, ma visto l'andazzo il rischio concreto è che si limeranno i secondi. Basta vedere ciò che stato fatto in occasione del recente decreto Rilancio. Il testo in via di discussione alla Camera prevede una piccola sforbiciata all'Irap. Per l'esattezza 3,9 miliardi. «Data l'emergenza ci sono interventi in numerosi settori e detassazioni di breve periodo. Ma tra qualche mese andranno riconsiderati facendo scelte strategiche», ha spiegato ieri l'Ufficio parlamentare di bilancio in audizione sul decreto Rilancio. «In particolare» gli interventi «frammentati sul fronte fiscale andranno collocati negli anni a venire in un quadro organico di riordino complessivo. Ciò si rende in particolare necessario anche in considerazione delle specificità di alcune imposte, come ad esempio nel caso dell'Irap, fortemente ridotta per l'anno in corso, il cui gettito contribuisce in maniera rilevante al finanziamento della sanità». Tradotto, o si troveranno altri 3,9 miliardi di coperture o Giuseppe Conte dovrà penalizzare il servizio sanitario nazionale. E così per molte altre voci tenendo presente che le future tasse uniche europee andranno pure in conflitto con imposte nazionali già esistenti. La Web tax già esiste in Italia. Siamo stati i primi a introdurla e cuba più o meno 600 milioni all'anno. Quella sovranazionale porterà il gettito a Bruxelles e creerà pure un buco nel nostro bilancio. Anche se di soli 600 milioni, il conto va spalmato nell'arco degli anni di vita del Recovery fund. Insomma, è vero che potremo usare liquidità per investire nel green e magari rilanciare la siderurgia, ma niente è gratis. I contribuenti saranno il motore del rilancio, augurandosi che esso almeno ci sia. Dovremo pagare l'Ue e pure Roma. Il vantaggio è solo immediato. I soldi dovrebbero arrivare prima delle gabelle. Ma si sa, un contribuente morto non paga le tasse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ma-come-e-buona-lue-ci-presta-i-nostri-soldi-e-ci-dice-come-usarli-2646109284.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="conte-e-berlusconi-fanno-festa-salvini-nessuna-buona-notizia" data-post-id="2646109284" data-published-at="1590606737" data-use-pagination="False"> Conte e Berlusconi fanno festa. Salvini: «Nessuna buona notizia» Come se fossero già arrivati i soldi, che invece, molto probabilmente, non vedremo mai, considerato che siamo solo al momento degli annunci propagandistici, i principali esponenti della maggioranza e del governo, esultano per la proposta di Ursula von der Leyen, mentre Giorgia Meloni e Matteo Salvini mostrano scetticismo e preoccupazione. Più moderata la posizione di Silvio Berlusconi. «Ottimo segnale da Bruxelles», esulta il premier, Giuseppe Conte», «va esattamente nella direzione indicata dall'Italia. Siamo stati descritti come visionari perché ci abbiamo creduto dall'inizio. 500 miliardi a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo sul negoziato per liberare le risorse presto. Che le capitali europee lo assecondino». «Una svolta da parte della Commissione a una crisi senza precedenti», festeggia il commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, «si tratta di un fatto storico per l'avvenire dell'Unione. Finora la politica economica europea è stata prevalentemente in termini di sorveglianza, adesso c'è una svolta senza precedenti, la Ue disporrà di un volume di fuoco proprio per finanziare investimenti, riforme, spesa indirizzati calla transizione ecologica e digitale. Siamo di fronte a una svolta di grande portata. La discussione non sarà semplice», ammette Gentiloni, «ma sono ottimista». «La proposta della Commissione europea», scrive su Twitter il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, «è all'altezza della sfida e delle necessità di sostenere il rilancio dell'Economia con strumenti e risorse comuni. È un passo avanti storico. Ora lavoriamo per adottarla rapidamente. Well done». «Il Recovery fund», brinda il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, «delineato oggi dalla commissione Ue lascia ben sparare sul cambio di passo che ci aspettavamo dall'Europa». «Bene la proposta della Commissione Europea», commenta il leader del M5s, Vito Crimi, «di un Recovery Fund da 750 miliardi». «Molto bene la proposta della Commissione Europea sul Recovery Fund. Unione europea batte populisti 750 (miliardi) a zero», afferma sui social Matteo Renzi. Un po' più cauto il deputato di Leu Stefano Fassina: «La proposta della Commissione europea», argomenta Fassina, «è un passo avanti sul piano politico e un utile contributo all'economia. Ma, in primo luogo è una proposta che deve andare all'approvazione del Consiglio europeo. Inoltre, i numeri non sono quello che sembrano: si riferiscono a un orizzonte pluriennale», precisa Fassina, «riguardano i 27 Stati membri e i prestiti, senza golden rule, allargano deficit e debito». Vagamente minatoria la presa di posizione di Giuliano Pisapia, secondo cui stiamo assistendo a «una nuova “primavera"» dell'Europa, grazie alla proposta della Commissione che «deve condurre al silenzio i sovranisti che continuano a dire “l'Europa non c'è"». Passiamo al centrodestra. «L'Europa ha seguito la strada che noi avevamo indicato», sottolinea il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, «e per la quale ci siamo molto spesi all'interno del Ppe: 750 miliardi sono un impegno importante per la ripresa, che si avvicina alle nostre richieste. La cosa più importante, però, è che di essi ben 500 sono sovvenzioni a fondo perduto. Naturalmente», avverte il Cav, lanciando una frecciata al veleno al premier Conte, «è essenziale che il Consiglio Europeo, a cui spetta il via libera definitivo, non scenda sotto queste cifre. In quella sede l'Italia dovrà farsi valere, ricercando le necessarie alleanze e convergenze». Duro il commento di Matteo Salvini: «Nessuna buona notizia concreta per l'Italia», argomenta il leader della Lega, «per ora solo altre parole. La Commissione propone di aggiungere al bilancio europeo 750 miliardi, raccolti collocando titoli e distribuiti come prestiti o sussidi. Come già annunciato, queste somme dovranno essere rimborsate con nuove tasse europee su consumi e produzione. Inoltre, essendo legate al meccanismo del semestre europeo, difficilmente saranno utilizzabili prima del 2021 e la loro disponibilità sarà subordinata a riforme strutturali. Appena passata l'emergenza», evidenzia Salvini, «sulle macerie del Paese, ci aspettano nuovi attacchi alle pensioni e al welfare, oltre ad una tassa patrimoniale sui risparmi». «Siamo stati i primi», sottolinea la presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni, «ad auspicare un Recovery Fund cospicuo, immediato, con una quota maggioritaria di contributi a fondo perduto e senza condizionalità. Prendiamo atto che qualcosa si è mosso in questa direzione ma la proposta della Commissione Ue non è soddisfacente. Peraltro, siamo all'inizio di un lungo negoziato e il rischio concreto è che la proposta sia rivista al ribasso in seno al Consiglio Ue», afferma la Meloni, «che dovrà necessariamente tenere conto delle posizioni dei rigoristi Olanda, Danimarca, Austria e Svezia. Il diavolo è nei dettagli e sappiamo bene come l'Europa ci abbia spesso riservato brutte sorprese».
Jannik Sinner festeggia la vittoria contro Casper Ruud nella finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 (Getty Images)
Mezzo secolo dopo l’ultimo sussulto azzurro sulla terra rossa di Roma un tennista italiano torna a conquistare gli Internazionali. Nel 1976 fu Adriano Panatta. Oggi è stato Jannik Sinner a vincere il Masters 1000 di casa e lo ha fatto dominando la finale contro Casper Ruud. Una vittoria con vista su Parigi. Sei Masters 1000 consecutivi, il nono in carriera, la trentaquattresima vittoria di fila: numeri che raccontano solo in parte la superiorità mostrata dal numero uno del mondo anche sulla terra battuta, superficie che fino a poco tempo fa sembrava la meno adatta al suo tennis. Ora invece Sinner arriva al Roland Garros da uomo da battere.
Sul Centrale del Foro Italico, davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e a un pubblico interamente schierato dalla sua parte, l’altoatesino ha chiuso la pratica in due set, 6-4 6-4, dopo un’ora e quarantacinque minuti. Un successo mai realmente in discussione, nonostante un avvio complicato.
Ruud, specialista della terra e due volte finalista al Roland Garros nel 2022 e nel 2023, era partito meglio. Il norvegese aveva strappato subito il servizio a Sinner approfittando di qualche esitazione iniziale dell’azzurro, ancora contratto nei primi game. Ma la sensazione è stata immediata: appena alzato il livello, il match avrebbe preso una direzione precisa. E infatti il controbreak è arrivato subito, accompagnato da una crescita costante nelle percentuali al servizio e nella qualità degli scambi da fondo. Dal 2-0 Ruud del primo set si è passati rapidamente a un’altra partita. Sinner ha iniziato a comandare con il rovescio, ha trovato profondità con il dritto e soprattutto ha tolto ritmo al norvegese con palle corte continue, quasi una sfida tecnica oltre che tattica. Sul 4-4 è arrivato il break decisivo del primo parziale, chiuso poi a zero al servizio con la sicurezza dei più forti. Il secondo set è stato ancora più eloquente. Sinner ha strappato subito la battuta a Ruud e da quel momento ha gestito il vantaggio senza concedere quasi nulla. Il norvegese ha avuto una sola vera chance per rientrare, sul 4-3, quando si è procurato una palla break. Lì però il numero uno del mondo ha risposto come fanno i campioni: prima pesante, aggressione immediata dello scambio e occasione cancellata. Da quel momento il Centrale ha iniziato ad assaporare il momento storico. Sul 5-4 Sinner è andato a servire per il titolo e lo ha fatto senza tremare: quattro punti rapidi, braccia al cielo e festa romana. Cinquant’anni dopo Panatta, l’Italia ritrova un campione capace di vincere gli Internazionali da favorito e non da sorpresa.
La sensazione, più ancora del titolo, è che il dominio di Sinner stia diventando trasversale a ogni superficie. Ruud arrivava da un torneo eccellente, con vittorie importanti contro giocatori solidi sulla terra, ma in finale è sembrato quasi soffocato dal ritmo imposto dall’azzurro. Ogni volta che il norvegese provava ad allungare lo scambio, Sinner trovava un’accelerazione. Ogni tentativo di variazione veniva neutralizzato. L'altoatesino adesso guarda già a Parigi. Perché se negli ultimi anni il Roland Garros sembrava il territorio più difficile per il tennis di Sinner, oggi lo scenario è cambiato. Complice anche l'assenza già annunciata di Carlos Alcaraz, l’azzurro arriva allo Slam francese da numero uno del mondo, da dominatore del circuito e soprattutto con la sensazione di avere ormai aggiunto anche la terra al proprio repertorio.
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Erano solo illeciti amministrativi, bastava un’ammenda disposta ad esempio dal prefetto e notificata attraverso un verbale. Ha dovuto intervenire la Cassazione, e a Belluno un giudice che conosce il Codice penale, annullando i capi di imputazione perché «per la legge il fatto non è reato».
Intanto, due cittadini sono stati sotto procedimento penale quattro anni prima di essere assolti, spendendo soldi in avvocati e rovinandosi la vita. «I procedimenti non dovevano nemmeno essere avviati, i miei assistiti non dovevano neppure essere iscritti nel registro degli indagati», commenta l’avvocato Alberto Poli, che adesso chiederà allo Stato il pagamento di quanto hanno dovuto ingiustamente sborsare.
La Cassazione è intervenuta nel ricorso presentato contro la condanna alla pena pecuniaria di 150 euro, inflitta il 21 marzo 2025 dal giudice di Treviso Laura Contini a un professore di storia e di latino di Rovigo, Moreno Ferrari, per il reato dell’articolo 650 del Codice penale, che punisce l’inosservanza dei provvedimenti dell’autorità. Il professore, il 19 giugno 2021, in qualità di organizzatore di una manifestazione sulle politiche per il contenimento dell’emergenza sanitaria, non avrebbe osservato le prescrizioni imposte dal questore della provincia di Treviso.
«Ometteva di avvisare i partecipanti con ogni mezzo a propria disposizione del divieto di assembramento e dell’obbligo dell’uso dei dispositivi di protezione delle vie respiratorie». Ferrari aveva fatto appello, convertito in ricorso in Cassazione. Gli Ermellini l’hanno ritenuto fondato, disponendo l’annullamento «senza rinvio» della sentenza impugnata «perché il fatto non è previsto dalla legge come reato».
I giudici della Suprema Corte ricordano, infatti, che la disposizione dell’art. 3, comma 4, del decreto legge 23 febbraio 2020 che qualificava reato punibile ai sensi dell’art. 650 c.p. il mancato rispetto delle misure di contenimento emanate per fronteggiare lo stato di emergenza dovuto alla diffusione del Covid-19 «è stata sostituita dall’art. 4, comma 1, del d.l. 25 marzo 2020, n.19, in vigore dal giorno successivo e convertito con modificazioni dalla legge 22 maggio 2020, n.35, che ha depenalizzato, trasformandola in illecito amministrativo, la condotta di mancato rispetto delle citate misure di contenimento».
Ma il pm di Treviso, Daniela Brunetti, e il giudice Contini non sapevano che non è reato? Perché hanno avviato un processo, con diverse udienze e perché si è arrivati a una sentenza di condanna? Se la legge del 2020 stabiliva che «le disposizioni del presente articolo che sostituiscono sanzioni penali con sanzioni amministrative si applicano anche alle violazioni commesse anteriormente alla data di entrata in vigore del presente decreto», figuriamoci se non andava depenalizzato quanto sarebbe stato commesso un anno dopo, a giugno 2021.
La Cassazione non si limita a sottolineare che Procura e tribunale hanno preso un abbaglio, ma aggiunge che «è, peraltro, consolidato l’orientamento di questa Corte, al di là dell’esplicita previsione normativa ora illustrata, che la contravvenzione di cui all’art. 650 cod. penale, anche per l’espressa clausola di sussidiarietà, può ritenersi integrata solo qualora la condotta contestata sia relativa alla violazione di provvedimenti emessi per ragione di giustizia o di sicurezza pubblica o d’ordine pubblico o di igiene legittimamente adottati rispetto a situazioni non previste da una norma specifica, mentre va esclusa la sua applicazione per l’inottemperanza ad ordinanze applicative di leggi o regolamenti considerato che in queste ipotesi l’omissione è sanzionata, come il caso in esame, in via amministrativa».
Giudice e pm bocciati in pieno, ma intanto un cittadino ha dovuto subire un processo e presentare ricorso contro una sentenza assurda, che nemmeno riconosceva le attenuanti generiche. Senza contare che non era compito del professore far rispettare ai partecipanti l’utilizzo della mascherina (li aveva comunque avvertiti) e che egli godeva di un’esenzione terapeutica.
Per fortuna, a Belluno, il giudice Domenico Riposati è arrivato alle stesse conclusioni della Cassazione, ritenendo in primo grado che ciò di cui era imputata una mamma «non è reato». Patrizia Baldovin, il 14 febbraio 2022 aveva chiesto di non far indossare la mascherina al bimbo più piccolo che allora frequentava la terza elementare. Davanti al rifiuto della scuola, li aveva riportati a casa ma anche alla signora è stata imputata la violazione dell’art. 650 c.p.
La condotta penalmente perseguibile sarebbe consistita nell’aver accompagnato i figli minorenni presso un istituto scolastico senza dispositivi di protezione delle vie respiratorie, in violazione dell’ordinanza ministeriale dell’8 febbraio 2022 emanata per ragioni di igiene e sanità pubblica. Ma sempre la legge 35 del 2020 riportata dalla Cassazione, «escludeva l’applicazione dell’art. 650 per le violazioni delle misure di contenimento Covid-19, prevedendo, invece, una sanzione amministrativa pecuniaria», ribadisce l’avvocato Poli.
Si trattava di un illecito amministrativo, il giudice di Belluno ad aprile di quest’anno ha assolto la mamma ma la domanda rimane la stessa: perché si è messo in piedi un processo penale sapendo che non si trattava di un reato?
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Matteo Maria Zuppi (Imagoeconomica)
Nemmeno venti giorni fa, il Papa ha difeso il celibato dei sacerdoti. Ieri, il capo dei vescovi italiani, il cardinale Matteo Maria Zuppi, capofila del cattoprogressismo bolognese, ha dato l’impressione di pensarla diversamente: al Salone del libro, intervistato da Aldo Cazzullo, ha sostenuto che «probabilmente sì», la Chiesa cattolica aprirà ai preti sposati. «Ci sono già», ha aggiunto. «Qualcuno sorride e dice: “Sì, però…”. No no, è tutto regolare. Ci sono nelle Chiese orientali cattoliche, nelle Chiese di rito bizantino, come gli ucraini cattolici, i rumeni cattolici, gli albanesi cattolici». Il presidente della Conferenza episcopale, qui, ha omesso un paio di dettagli cruciali. Il primo è che, in quelle comunità, tra cui i maroniti e i melchiti, si possono ordinare uomini già coniugati, ma dopo l’ordinazione nessuno è autorizzato a contrarre matrimonio; inoltre, i vescovi sono scelti quasi sempre tra i celibi. In più, la prassi non è una innovazione modernista - tale apparirebbe in Occidente - bensì una antica e consolidata usanza. Dopodiché, bisogna tenere conto che già prima dell’editto di Costantino del 313, con cui l’Impero romano pose fine alle persecuzioni, i concili proibirono ai ministri i rapporti con le mogli e la generazione dei figli. «Continenza» e «castità» vennero qualificate come virtù di ascendenza apostolica dal Concilio di Cartagine del 390. La regola del celibato - una regola, non un dogma - fu introdotta dal Concilio Lateranense IV, nel 1215, dopo una lunga lotta contro il concubinato, comportamento che turbava i fedeli e che era stato duramente contrastato già durante il pontificato di Gregorio VII.
Questa ricchezza e questa fecondità storiche vengono ridotte, nel ragionamento di Zuppi, a una questione di apertura e inclusività: «L’importante», ha predicato ieri il porporato, «è che la Chiesa non si chiuda, perché questa è la visione che papa Francesco ci ha trasmesso con forza: una Chiesa missionaria, che non vive per sé stessa. Non si tratta semplicemente di cambiare le regole del club, ma di capire che cosa sia meglio perché la Chiesa raggiunga tutti, comunichi il Vangelo e risponda alla domanda spirituale e umana delle persone». È il pretesto per aprire una breccia nel muro? Già dai tempi del Sinodo per l’Amazzonia ricordato ieri dal cardinale, si proponeva di utilizzare i «viri probati», cioè uomini sposati ma di condotta esemplare e fede matura, «per garantire l’Eucarestia dove non ci sono preti». Tipico metodo bergogliano: avviare un processo e lasciare che, da un fiocco di neve, pian piano si origini una valanga.
Solo che il Papa è cambiato. E quello americano ha le idee chiare. Il 26 aprile scorso, ai nuovi sacerdoti ordinati nella Basilica di San Pietro, ha trasmesso un messaggio difficilmente equivocabile: «Come l’amore degli sposi», ha detto Leone XIV, «così l’amore che ispira il celibato per il Regno di Dio va custodito e sempre rinnovato». Custodire, rinnovare. Zuppi, purtroppo, si infila nel ginepraio delle distinzioni tra «situazioni molto diverse dal Nord Europa all’Africa, dall’America Latina all’Asia»; e nelle formulette sentimentali, per cui «il problema è il dono di sé» e, quindi, basta andare dove porta il cuore. Il paradosso dello spirito progressista sta nella sua torsione finale: l’innovazione rischia di tramutarsi nel ritorno al passato più deteriore. Tipo quello di preti che giacevano con le donne e che scandalizzavano il popolo, inducendo il pontefice a intervenire.
Ieri, tra l’altro, il porporato ha pensato bene di mettersi anche a battere cassa: ha svelato che il Papa argentino era preoccupato «che noi non facessimo le cose perché avevamo pochi soldi. Cioè la Chiesa con l’8 per mille ha una sua… Poi non basta, davvero non basta». Cazzullo gli ha chiesto quanto guadagni un vescovo: «Millequattro e qualcosa», ha risposto lui. Chissà: vuol chiedere un adeguamento all’inflazione?
Fatto sta che la questione del celibato sacerdotale, nell’ultimo periodo, è diventata un tema pop. Alberto Ravagnani, il «don» noto per i dibattiti social con Fedez, ha abbandonato la tonaca, in polemica con il divieto di intrattenere relazioni sentimentali. Alla sua «scelta» ha dedicato pure un libro. Giovanni Gatto, parroco in una frazione dell’Aquila, era finito sulle cronache nazionali per l’annuncio rivolto al suo vescovo e al Papa in persona: «Ho capito che non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Leone, però, già a febbraio aveva spiegato come stanno le cose: «Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico - essere alter Christus - lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate». Zuppi condivide?
Le veglie gay dividono l’episcopato
Oggi, i gruppi Lgbt del mondo intero celebrano l’ennesima Giornata internazionale contro l’omofobia, in attesa dei pride di giugno. Nel Belpaese, poi, già da alcuni anni, ogni maggio, il mese di Maria è anche il mese delle «veglie e dei culti contro l’omobitransfobia»: una locuzione che è divenuta uno slogan e una moralistica clava per i «cattolici arcobaleno» di Gionata, l’avanguardia catto-gay italiana. Secondo il loro conteggio, «sono oltre sessanta» le veglie che si terranno (o che si sono già tenute) durante questo mese in Europa, di cui ben 54 in Italia. La lista di parrocchie, conventi e santuari coinvolti è lunga: da Milano a Reggio Calabria, da Genova a Bolzano, da Catania a Cagliari, da Avellino a Padova e perfino a Bologna, nella diocesi di cui è ordinario il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. È utile indicare i nomi di quei vescovi che non solo hanno concesso dei luoghi di culto a queste discusse cerimonie - la cui cifra di fondo è l’ambiguità semantica e concettuale - ma si sono esposti in prima persona, presiedendo, approvando e omaggiando queste coloratissime manifestazioni.Si va da monsignor Enrico Solmi, vescovo di Parma, a monsignor Nicolò Anselmi, vescovo di Rimini; da monsignor Gherardo Gambelli, arcivescovo di Firenze, a monsignor Erio Castellucci, arcivescovo di Modena; da monsignor Gero Marino, vescovo di Savona, a monsignor Andrea Andreozzi, vescovo di Fano; da monsignor Sandro Salvucci, arcivescovo di Pesaro, a monsignor Domenico Pompili, vescovo di Verona; da monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo di Bari, a monsignor Livio Corazza, vescovo di Forlì e a monsignor Andrea Migliavacca, vescovo di Arezzo. Pensare che, proprio per evitare «gravi fraintendimenti» dottrinali ed etici sul punto, papa Karol Woytjla chiese ai vescovi italiani di ritirare «ogni appoggio» a «qualunque organizzazione» che volesse «sovvertire l’insegnamento della Chiesa». Vietando espressamente l’uso degli «edifici appartenenti alla Chiesa da parte di questi gruppi» (Lettera ai vescovi sulla cura delle persone omosessuali, 1986, n. 17).Toni Brandi, il battagliero presidente di Pro vita e famiglia, ha scritto un’accorata lettera ai vescovi italiani, comunicando «sentimenti di confusione» dinnanzi alle «veglie arcobaleno», che in nome della lotta all’omofobia, sembrano «incentivare comportamenti contrari alla dottrina cristiana» e «ispirati ai princìpi dell’ideologia gender». «Con sentimenti di filiale devozione», Pro vita e famiglia «implora» dunque i vescovi affinché non si dia spazio nelle chiese cattoliche delle loro diocesi ad «alcuna iniziativa» contraria al Vangelo e ai chiari «insegnamenti di papa Francesco e di papa Leone». I vescovi delle diocesi di Venezia, Vicenza, Cuneo, Reggio Calabria, Parma, Bolzano e Latina hanno risposto (o hanno fatto rispondere) al presidente Brandi. Cercando di rassicurarlo sulla «non eterodossia» delle veglie di preghiera da loro presiedute e associandosi volentieri a Pro vita sia nella difesa della famiglia e della morale, sia nella disapprovazione netta della funesta «ideologia del gender». Ma il problema è lungi dall’essere risolto.
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