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2020-12-23
L’uomo di Benetton incastra Patuanelli
Giovanni Castellucci (Ansa)
Un uomo «senza scrupoli per la vita degli utenti delle autostrade», che dopo la tragedia del ponte Morandi, continua a provare a «scalare» le società del gruppo o a riciclarsi come presidente con deleghe per Alitalia. Era questo il profilo dell'ex amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci, disegnato dai giudici del Tribunale del riesame di Genova. Dalle carte dell'inchiesta emergono le manovre del manager per proporsi al vertice della nuova Alitalia mostrandosi quasi come l'«uomo all'Avana» del ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Vediamo perché. Agli atti, tra le intercettazioni, spunta una conversazione telefonica avuta nella tarda mattinata del 25 ottobre 2019 tra Castellucci e Joerg Eberhart, amministratore delegato di Air Dolomiti, compagnia area controllata da Lufthansa. Facciamo una premessa: in quei giorni il manager italiano, abbandonato da poco il timone di Atlantia, aveva affidato a Eberhart un messaggio da portare a Carsten Spohr, ad della controllante Lufthansa, candidandosi a presidente «con deleghe» della nuova Alitalia, nel caso la compagnia tedesca fosse entrata, al posto di Delta, nella cordata con Atlantia. I due iniziano a ragionare su un possibile incontro a Roma con Spohr nelle settimane seguenti. Passa qualche mese e il 9 gennaio 2020 Bernard Spitz (amministratore indipendente della compagnia e presidente del Polo Internazionale ed europeo di Medef, l'organizzazione francese degli imprenditori) chiama Castellucci per commentare un duro articolo uscito su Le Monde sul ritiro dei candidati partner di Alitalia «ancora alle prese con una profonda crisi» in cui vengono citati sia Eberhart sia Atlantia. A proposito di questi incontri e delle trattative in corso, Castellucci rassicura Spitz e sottolinea di sapere abbastanza bene «cosa voglia dire riservatezza, essere riservati». Piuttosto, definisce quella dell'articolo «una visione esterna» spiegando che il governo «ha una soluzione completa con il capitale, qualcuno che se ne occupi sai, ma altrimenti sono pronti a lanciarsi in un accordo commerciale con Lufthansa fatto dal Commissario aspettando che arrivi effettivamente l'investitore». Dunque i tedeschi sono pronti per un accordo commerciale e qui Castellucci comincia a vantarsi: «Eh eh... Perché sfortunatamente sono io che ho convinto il governo sul fatto che Lufthansa è la migliore e quando l'ho convinto l'accordo era che Lufthansa doveva investire... io sono uscito». Spitz anticipa a Castellucci che il giorno successivo avrebbe potuto parlare con Benjamin Smith, amministratore delegato di Air France-Klm, per parlare della trattativa con Lufthansa e nel caso rimandare a un incontro da fare a Parigi. «Prima con me e poi con il ministro…», gli precisa subito Castellucci. Spitz non capisce: «Il ministro… quale ministro?», chiede. «Beh, colui che se ne occupa… è Patuanelli» aggiungendo anche «certo, soprattutto con me, ecco…». Insomma, prima i vertici francesi devono incontrare lui e poi Patuanelli. Lo stesso ministro in quota Cinque Stelle che da una parte lanciava bordate contro l'Atlantia dei Benetton, e dall'altra vedeva Castellucci, messo alla porta da Aspi a causa del crollo del ponte Morandi. Il ministro ha poi confermato ai magistrati di Genova di avere reiteratamente incontrato Castellucci da settembre a dicembre 2019.
Ma andiamo avanti. Il 13 gennaio, ovvero quattro giorno dopo, Spitz e Castellucci si risentono al telefono, parlando della posizione tenuta sul dossier Alitalia dai francesi cioè Air France e degli olandesi, Klm: secondo Spitz una prospettiva olandese-francese è meglio di una francese nei confronti degli italiani, Castellucci azzarda strategie negoziali e industriali, citando addirittura la possibile chiusura dello scalo di Malpensa per puntare su Linate. Ma il «piano» per Alitalia viene illustrato nel dettaglio il giorno dopo in una lunga telefonata con il direttore commerciale di Air France-Klm, Angus Clark. Castellucci inizia raccontando le tappe della sua lunga storia con Alitalia: «Io sono stato fino a un paio di mesi fa il Ceo di Atlantia poi ho deciso per varie ragioni di divorziare dal mio azionista», ma «ho iniziato a occuparmi di Alitalia nel 2008 con il progetto allora chiamato Fenice» perché «in quel momento ero Ceo di Atlantia e il progetto era stato gestito da Boston Consulting e io sono stato il partner fondatore di Boston Consulting Group in Italia qualche anno fa». Il manager riavvolge il nastro di quel periodo, racconta di aver seguito il progetto per i primi tre anni, però mai entrando a far parte del cda perché «ero in totale disaccordo» con la strategia degli allora vertici Roberto Colaninno e Rocco Sabelli.
«Sfortunatamente avevo ragione io e loro avevano torto», prosegue poi Castellucci. Aggiungendo che «un giorno, a settembre 2013, alla fine Colaninno e Del Torchio» (Gabriele, al tempo ad della compagnia di bandiera, ndr), «andarono dal signor Letta (Enrico, ndr), l'allora primo ministro, dicendo di non avere il denaro per pagare gli stipendi alla fine del mese». E qui il racconto si fa interessante perché Castellucci ricorda anche che Letta lo chiamò «per chiedermi di aiutarlo a trovare un'alternativa evitando la bancarotta, perché non poteva spendere denaro pubblico per quell'assurdo accordo». Si tratta dello stesso Letta che il 30 novembre 2016 è entrato poi nel cda della spagnola Abertis, prima che venisse ventilata l'ipotesi di Opa da parte di Atlantia (lanciata nella primavera del 2017), dove rimarrà fino a maggio 2018 quando è cambiata la proprietà con l'ingresso della holding dei Benetton.
Torniamo alla telefonata di Castellucci. Che racconta a Clark di essere volato nel 2013 ad Abu Dhabi insieme a Fabrizio Pagani, al tempo consulente economico del premier Letta, «per provare a convincere Etihad e l'Emiro», e «ci siamo riusciti fortunatamente». Dopo due anni, però, «la maggior parte del capitale venne sprecato», si lamenta Castellucci facendo poi la lista di tutto quello che non è funzionato negli ultimi anni in Alitalia «perché vorrei essere sicuro del fatto che tu abbia tutte le informazioni… dei contenuti e di avere un contesto comune». Un po' consulente-consigliere – nel cui ruolo, del resto, si proporrà «gratuitamente» ai francesi nel corso della lunghissima telefonata – e un po' stratega, mettendo a frutto la sua grande conoscenza della compagnia aerea italiana e i contatti con il governo che «è stato molto colpito dalla qualità dell'offerta commerciale di Lufthansa», dice al manager di Air France. Aggiungendo però la sua opinione personale: «Loro offrono molto meno di quanto dovrebbero…» e per questo «ciò che ho detto al ministro è: guarda, l'attuale offerta di Lufthansa è bassa».
«Zero manutenzione per il Morandi. Il crollo si poteva evitare»
Ora l'inchiesta sulla tragedia del Ponte Morandi poggia su una pietra angolare: una perizia di 500 pagine nella quale quattro consulenti del gip di Genova snocciolano le loro conclusioni sulle cause che hanno prodotto il crollo. A partire dalla fase di progettazione. Nella quale hanno riscontrato «carenze [...] che non avevano tenuto conto in modo adeguato dei particolari costruttivi». Passando per i «difetti costruttivi in fase di realizzazione». E per le «carenze dei controlli in fase di costruzione da parte della direzione dei lavori e della commissione di collaudo». Un peso l'avrebbe avuta anche la «mancata esecuzione di indagini specifiche necessarie per verificare lo stato dei trefoli dei gruppi primari, così come era stato raccomandato sin dal 1985». E infine hanno riscontrato «l'assenza di interventi di restauro o di riparazione, che avrebbero dovuto essere eseguiti nel tempo per riparare il tirante difettoso». Proprio il tirante che avrebbe innescato il crollo.
Secondo i periti Gianpaolo Rosati, Massimo Losa, Renzo Valentini e Stefano Tubaro, «il punto di non ritorno, oltre il quale l'incidente si è sviluppato inevitabilmente, è da individuarsi nel momento in cui, per effetto della corrosione, si è innescato un fenomeno evolutivo che ha determinato un elevato tasso giornaliero di rottura dei fili che avrebbe portato inevitabilmente al collasso della struttura anche per effetto dei soli carichi permanenti».
Ma l'aspetto più doloroso che viene sottolineato nella consulenza del secondo incidente probatorio è che la tragedia del 14 agosto 2018 si poteva evitare. A proposito dei controlli e degli interventi manutentivi i periti sostengono che «se fossero stati eseguiti correttamente, con elevata probabilità avrebbero impedito il verificarsi dell'evento».
Parole pesantissime per Aspi, Spea e per i 71 indagati. Ma anche difficili da mandare giù per i familiari delle 43 vittime. Sulla Pila 9, per esempio, l'ultimo intervento di manutenzione riscontrato risale al 1993. «E comunque», sottolineano i periti, «nella vita dell'opera non sono stati eseguiti interventi di manutenzione che potessero arrestare il processo di degrado in atto».
E soprattutto, «non sono stati individuati fattori indipendenti dallo stato di manutenzione e conservazione del ponte che possano avere concorso a determinare il crollo».
In sostanza, «la mancanza e l'inadeguatezza dei controlli e delle conseguenti azioni correttive costituiscono gli anelli deboli del sistema». La conclusione: «Se essi (i controlli ndr), laddove mancanti, fossero stati eseguiti e, laddove eseguiti, lo fossero stati correttamente, avrebbero interrotto la catena causale e l'evento non si sarebbe verificato».
A scatenarlo, secondo i periti, sarebbe stata la rottura dello strallo di sud-est. Tesi sostenuta anche dalla Procura. E ora per i consulenti del gip le analisi «hanno confermato la forte corrosione in corrispondenza delle zone di rottura». La prima causa individuata, ovvero il cedimento dello strallo, escluderebbe quindi le altre ipotesi. A partire dalla bobina d'acciaio caduta da un camion in transito che, per le difese, avrebbe dato il via al cedimento della struttura. Secondo i periti, invece, «le analisi portano a escludere con elevata probabilità l'ipotesi che il coil (la bobina, ndr) possa essere caduto dal tir mentre questo transitava a cavallo del giunto tra la pila 9 e il tampone 10». Lo proverebbero anche la posizione a terra del semirimorchio e del coil, «pienamente compatibili con l'ipotesi che i due corpi siano precipitati insieme fino a giungere al suolo».
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Il dirigente messo sotto accusa dai 5 stelle per il crollo del Morandi, una volta uscito da Autostrade lavorava con lo Sviluppo economico per piazzare Alitalia. Ad Air France si presentava come plenipotenziario: «Ho tirato fuori dai guai anche Enrico Letta». La perizia di 4 consulenti del giudice di Genova: «Problemi a un tirante difettoso». Lo speciale contiene due articoli. Un uomo «senza scrupoli per la vita degli utenti delle autostrade», che dopo la tragedia del ponte Morandi, continua a provare a «scalare» le società del gruppo o a riciclarsi come presidente con deleghe per Alitalia. Era questo il profilo dell'ex amministratore delegato di Atlantia, Giovanni Castellucci, disegnato dai giudici del Tribunale del riesame di Genova. Dalle carte dell'inchiesta emergono le manovre del manager per proporsi al vertice della nuova Alitalia mostrandosi quasi come l'«uomo all'Avana» del ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli. Vediamo perché. Agli atti, tra le intercettazioni, spunta una conversazione telefonica avuta nella tarda mattinata del 25 ottobre 2019 tra Castellucci e Joerg Eberhart, amministratore delegato di Air Dolomiti, compagnia area controllata da Lufthansa. Facciamo una premessa: in quei giorni il manager italiano, abbandonato da poco il timone di Atlantia, aveva affidato a Eberhart un messaggio da portare a Carsten Spohr, ad della controllante Lufthansa, candidandosi a presidente «con deleghe» della nuova Alitalia, nel caso la compagnia tedesca fosse entrata, al posto di Delta, nella cordata con Atlantia. I due iniziano a ragionare su un possibile incontro a Roma con Spohr nelle settimane seguenti. Passa qualche mese e il 9 gennaio 2020 Bernard Spitz (amministratore indipendente della compagnia e presidente del Polo Internazionale ed europeo di Medef, l'organizzazione francese degli imprenditori) chiama Castellucci per commentare un duro articolo uscito su Le Monde sul ritiro dei candidati partner di Alitalia «ancora alle prese con una profonda crisi» in cui vengono citati sia Eberhart sia Atlantia. A proposito di questi incontri e delle trattative in corso, Castellucci rassicura Spitz e sottolinea di sapere abbastanza bene «cosa voglia dire riservatezza, essere riservati». Piuttosto, definisce quella dell'articolo «una visione esterna» spiegando che il governo «ha una soluzione completa con il capitale, qualcuno che se ne occupi sai, ma altrimenti sono pronti a lanciarsi in un accordo commerciale con Lufthansa fatto dal Commissario aspettando che arrivi effettivamente l'investitore». Dunque i tedeschi sono pronti per un accordo commerciale e qui Castellucci comincia a vantarsi: «Eh eh... Perché sfortunatamente sono io che ho convinto il governo sul fatto che Lufthansa è la migliore e quando l'ho convinto l'accordo era che Lufthansa doveva investire... io sono uscito». Spitz anticipa a Castellucci che il giorno successivo avrebbe potuto parlare con Benjamin Smith, amministratore delegato di Air France-Klm, per parlare della trattativa con Lufthansa e nel caso rimandare a un incontro da fare a Parigi. «Prima con me e poi con il ministro…», gli precisa subito Castellucci. Spitz non capisce: «Il ministro… quale ministro?», chiede. «Beh, colui che se ne occupa… è Patuanelli» aggiungendo anche «certo, soprattutto con me, ecco…». Insomma, prima i vertici francesi devono incontrare lui e poi Patuanelli. Lo stesso ministro in quota Cinque Stelle che da una parte lanciava bordate contro l'Atlantia dei Benetton, e dall'altra vedeva Castellucci, messo alla porta da Aspi a causa del crollo del ponte Morandi. Il ministro ha poi confermato ai magistrati di Genova di avere reiteratamente incontrato Castellucci da settembre a dicembre 2019. Ma andiamo avanti. Il 13 gennaio, ovvero quattro giorno dopo, Spitz e Castellucci si risentono al telefono, parlando della posizione tenuta sul dossier Alitalia dai francesi cioè Air France e degli olandesi, Klm: secondo Spitz una prospettiva olandese-francese è meglio di una francese nei confronti degli italiani, Castellucci azzarda strategie negoziali e industriali, citando addirittura la possibile chiusura dello scalo di Malpensa per puntare su Linate. Ma il «piano» per Alitalia viene illustrato nel dettaglio il giorno dopo in una lunga telefonata con il direttore commerciale di Air France-Klm, Angus Clark. Castellucci inizia raccontando le tappe della sua lunga storia con Alitalia: «Io sono stato fino a un paio di mesi fa il Ceo di Atlantia poi ho deciso per varie ragioni di divorziare dal mio azionista», ma «ho iniziato a occuparmi di Alitalia nel 2008 con il progetto allora chiamato Fenice» perché «in quel momento ero Ceo di Atlantia e il progetto era stato gestito da Boston Consulting e io sono stato il partner fondatore di Boston Consulting Group in Italia qualche anno fa». Il manager riavvolge il nastro di quel periodo, racconta di aver seguito il progetto per i primi tre anni, però mai entrando a far parte del cda perché «ero in totale disaccordo» con la strategia degli allora vertici Roberto Colaninno e Rocco Sabelli. «Sfortunatamente avevo ragione io e loro avevano torto», prosegue poi Castellucci. Aggiungendo che «un giorno, a settembre 2013, alla fine Colaninno e Del Torchio» (Gabriele, al tempo ad della compagnia di bandiera, ndr), «andarono dal signor Letta (Enrico, ndr), l'allora primo ministro, dicendo di non avere il denaro per pagare gli stipendi alla fine del mese». E qui il racconto si fa interessante perché Castellucci ricorda anche che Letta lo chiamò «per chiedermi di aiutarlo a trovare un'alternativa evitando la bancarotta, perché non poteva spendere denaro pubblico per quell'assurdo accordo». Si tratta dello stesso Letta che il 30 novembre 2016 è entrato poi nel cda della spagnola Abertis, prima che venisse ventilata l'ipotesi di Opa da parte di Atlantia (lanciata nella primavera del 2017), dove rimarrà fino a maggio 2018 quando è cambiata la proprietà con l'ingresso della holding dei Benetton. Torniamo alla telefonata di Castellucci. Che racconta a Clark di essere volato nel 2013 ad Abu Dhabi insieme a Fabrizio Pagani, al tempo consulente economico del premier Letta, «per provare a convincere Etihad e l'Emiro», e «ci siamo riusciti fortunatamente». Dopo due anni, però, «la maggior parte del capitale venne sprecato», si lamenta Castellucci facendo poi la lista di tutto quello che non è funzionato negli ultimi anni in Alitalia «perché vorrei essere sicuro del fatto che tu abbia tutte le informazioni… dei contenuti e di avere un contesto comune». Un po' consulente-consigliere – nel cui ruolo, del resto, si proporrà «gratuitamente» ai francesi nel corso della lunghissima telefonata – e un po' stratega, mettendo a frutto la sua grande conoscenza della compagnia aerea italiana e i contatti con il governo che «è stato molto colpito dalla qualità dell'offerta commerciale di Lufthansa», dice al manager di Air France. Aggiungendo però la sua opinione personale: «Loro offrono molto meno di quanto dovrebbero…» e per questo «ciò che ho detto al ministro è: guarda, l'attuale offerta di Lufthansa è bassa». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/luomo-di-benetton-incastra-patuanelli-2649622878.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="zero-manutenzione-per-il-morandi-il-crollo-si-poteva-evitare" data-post-id="2649622878" data-published-at="1608675030" data-use-pagination="False"> «Zero manutenzione per il Morandi. Il crollo si poteva evitare» Ora l'inchiesta sulla tragedia del Ponte Morandi poggia su una pietra angolare: una perizia di 500 pagine nella quale quattro consulenti del gip di Genova snocciolano le loro conclusioni sulle cause che hanno prodotto il crollo. A partire dalla fase di progettazione. Nella quale hanno riscontrato «carenze [...] che non avevano tenuto conto in modo adeguato dei particolari costruttivi». Passando per i «difetti costruttivi in fase di realizzazione». E per le «carenze dei controlli in fase di costruzione da parte della direzione dei lavori e della commissione di collaudo». Un peso l'avrebbe avuta anche la «mancata esecuzione di indagini specifiche necessarie per verificare lo stato dei trefoli dei gruppi primari, così come era stato raccomandato sin dal 1985». E infine hanno riscontrato «l'assenza di interventi di restauro o di riparazione, che avrebbero dovuto essere eseguiti nel tempo per riparare il tirante difettoso». Proprio il tirante che avrebbe innescato il crollo. Secondo i periti Gianpaolo Rosati, Massimo Losa, Renzo Valentini e Stefano Tubaro, «il punto di non ritorno, oltre il quale l'incidente si è sviluppato inevitabilmente, è da individuarsi nel momento in cui, per effetto della corrosione, si è innescato un fenomeno evolutivo che ha determinato un elevato tasso giornaliero di rottura dei fili che avrebbe portato inevitabilmente al collasso della struttura anche per effetto dei soli carichi permanenti». Ma l'aspetto più doloroso che viene sottolineato nella consulenza del secondo incidente probatorio è che la tragedia del 14 agosto 2018 si poteva evitare. A proposito dei controlli e degli interventi manutentivi i periti sostengono che «se fossero stati eseguiti correttamente, con elevata probabilità avrebbero impedito il verificarsi dell'evento». Parole pesantissime per Aspi, Spea e per i 71 indagati. Ma anche difficili da mandare giù per i familiari delle 43 vittime. Sulla Pila 9, per esempio, l'ultimo intervento di manutenzione riscontrato risale al 1993. «E comunque», sottolineano i periti, «nella vita dell'opera non sono stati eseguiti interventi di manutenzione che potessero arrestare il processo di degrado in atto». E soprattutto, «non sono stati individuati fattori indipendenti dallo stato di manutenzione e conservazione del ponte che possano avere concorso a determinare il crollo». In sostanza, «la mancanza e l'inadeguatezza dei controlli e delle conseguenti azioni correttive costituiscono gli anelli deboli del sistema». La conclusione: «Se essi (i controlli ndr), laddove mancanti, fossero stati eseguiti e, laddove eseguiti, lo fossero stati correttamente, avrebbero interrotto la catena causale e l'evento non si sarebbe verificato». A scatenarlo, secondo i periti, sarebbe stata la rottura dello strallo di sud-est. Tesi sostenuta anche dalla Procura. E ora per i consulenti del gip le analisi «hanno confermato la forte corrosione in corrispondenza delle zone di rottura». La prima causa individuata, ovvero il cedimento dello strallo, escluderebbe quindi le altre ipotesi. A partire dalla bobina d'acciaio caduta da un camion in transito che, per le difese, avrebbe dato il via al cedimento della struttura. Secondo i periti, invece, «le analisi portano a escludere con elevata probabilità l'ipotesi che il coil (la bobina, ndr) possa essere caduto dal tir mentre questo transitava a cavallo del giunto tra la pila 9 e il tampone 10». Lo proverebbero anche la posizione a terra del semirimorchio e del coil, «pienamente compatibili con l'ipotesi che i due corpi siano precipitati insieme fino a giungere al suolo».
Il monumento dedicato a Stepan Bandera a Leopoli (Ansa)
Come riportato da Euronews, «l’Esercito insurrezionale ucraino (Upa) fu una formazione armata attiva tra il 1942 e il 1949». «La Polonia», ha specificato la testata, «ritiene che l’Upa sia responsabile del genocidio della popolazione polacca in Volinia e Galizia orientale tra il 1943 e il 1945. Secondo le stime dell’Istituto per la memoria nazionale e degli storici polacchi, tra i 100.000 e i 120.000 polacchi furono uccisi in operazioni legate all’Upa». L’Ucraina, dal canto suo, ha sovente rifiutato la definizione polacca di «genocidio», considerando in gran parte l’Upa come una forza che si è opposta sia al Terzo Reich sia, dopo essersi de facto alleata con quest’ultimo nel 1944, all’Urss.
«Polonia e Ucraina sono partner in materia di sicurezza. Ma quando si tratta di storia, dobbiamo dirci la verità», ha dichiarato freddamente Kosiniak-Kamysz dopo l’incontro di ieri con Budanov. «Oggi, durante un incontro con il generale Kyrylo Budanov, capo dell’ufficio del presidente Zelensky, ho espresso chiaramente le aspettative della Polonia riguardo alla decisione di intitolare una delle unità militari all’Upa. La memoria delle vittime della Volinia non è negoziabile. Ci sono dei limiti che non devono essere oltrepassati», ha proseguito. Del resto, dopo che Zelensky aveva deciso di celebrare la memoria dell’Upa, il presidente polacco, Karol Nawrocki, aveva annunciato che avrebbe chiesto di revocare al leader ucraino l’Ordine dell’Aquila Bianca: un’onorificenza che Zelensky aveva ricevuto, nel 2023, dal predecessore dello stesso Nawrocki, Andrzej Duda.
D’altronde, a creare scalpore, sempre a fine maggio, è stata anche la cerimonia, presieduta dal presidente ucraino, per il rientro delle spoglie di Andriy Melnyk, che fu uno dei leader dell’Organizzazione dei nazionalisti ucraini: una realtà i cui membri, secondo Le Monde, «collaborarono con la Germania nazista e presero parte all’Olocausto». La decisione di Zelensky ha irritato Israele, tanto che il ministero degli Esteri dello Stato ebraico dichiarò che «non c’è posto per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime assassinate dai nazisti e dai loro collaboratori». Circola inoltre da tempo anche l’indiscrezione, secondo cui il governo ucraino punterebbe a riportare in patria la salma del leader nazionalista Stepan Bandera, attualmente situata a Monaco, per collocarla in un pantheon a Kiev. Tuttavia, parlando con Polskie Radio il 28 maggio, il capo dell’Istituto ucraino per la memoria nazionale, Oleksandr Alfiorov, ha, almeno per ora, smentito questa intenzione. «Per quanto ne so, la famiglia ritiene che i resti di Bandera non debbano essere spostati durante la guerra», ha detto, pur non escludendo la possibilità di una traslazione in futuro.
Zelensky sta celebrando questo controverso passato per rilanciare lo spirito antisovietico nel mezzo della guerra di Kiev contro Mosca. Inoltre, sempre secondo Le Monde, questo tipo di linea certificherebbe un crescente peso politico dell’Ucraina occidentale oltre che di «alcuni comandanti di spicco in prima linea». Il punto è che, sul piano diplomatico, il presidente ucraino rischia seriamente l’effetto boomerang. Al netto dei problemi sulla questione agricola, Varsavia è sempre stata uno dei principali alleati di Kiev contro Mosca: una posizione, quella polacca, che punta strategicamente a indebolire il più possibile la Russia. La questione dell’Upa potrebbe tuttavia creare delle tensioni difficilmente sanabili tra Ucraina e Polonia. Il che potrebbe indebolire la posizione di Kiev in vista di eventuali negoziati con Mosca. Non solo. A rischio potrebbe esserci anche il percorso di adesione dell’Ucraina all’Unione europea: percorso che potrebbe essere ulteriormente complicato dalle fibrillazioni tra Zelensky e Varsavia.
Un discorso analogo vale per Israele. Già a fine aprile, l’Ucraina aveva accusato lo Stato ebraico di ricevere dalla Russia grano ucraino rubato. Le tensioni su Melnyk potrebbero quindi finire con lo spingere Gerusalemme più vicino alla Russia, indebolendo l’influenza di Kiev in un’area strategica come quella mediorientale. Del resto, a fine marzo, Zelensky affermò, non senza disappunto, che Benjamin Netanyahu intendeva «mantenere un equilibrio tra Russia e Ucraina». Insomma, le tensioni con Polonia e Israele potrebbero ridurre significativamente i margini di manovra del presidente ucraino davanti a un Vladimir Putin che sta, a sua volta, attraversando delle difficoltà sul fronte bellico.
Nel frattempo, Emmanuel Macron ha annunciato un nuovo vertice dei volenterosi a Parigi per luglio. «Con Regno Unito e Germania siamo in stretto coordinamento. Ci incontreremo con il presidente Zelensky tra qualche giorno. E stiamo organizzando il sostegno nell’ambito della coalizione dei volenterosi, per strutturarlo. A tal proposito, ho invitato tutti i contributori alla coalizione dei volontari a venire a Parigi il 13 e 14 luglio prossimi per la nostra festa nazionale del 14 luglio e per tenere una riunione strutturata di questa coalizione», ha dichiarato. In tutto questo, ieri mattina, Kiev ha lanciato attacchi di droni contro raffinerie e installazioni militari russe.
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Ansa
Secondo il ministero degli Esteri, i bombardamenti hanno preso di mira infrastrutture radar e altre installazioni militari.
Gli Stati Uniti sostengono, invece, di aver agito per motivi difensivi. Il Comando centrale americano ha spiegato di aver colpito postazioni radar nell’area di Goruk e sull’isola di Qeshm per prevenire possibili attacchi contro il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz, dove a maggio oltre 100 navi sono passate sotto la protezione degli Usa.
Washington ha inoltre dichiarato di aver abbattuto quattro droni iraniani considerati una minaccia immediata per la navigazione. La risposta di Teheran è arrivata poche ore dopo. I pasdaran hanno annunciato attacchi contro «basi nemiche» nella regione del Golfo, provocando l’attivazione degli allarmi in Kuwait e Bahrein, due Paesi che ospitano importanti installazioni militari Usa. Il Kuwait ha riferito di aver intercettato missili e droni e ha denunciato la caduta di un velivolo senza pilota nei pressi del proprio aeroporto internazionale, attribuendo l’episodio all’Iran.
Sul piano politico, Donald Trump ha sostenuto che le operazioni americane abbiano ridotto significativamente le capacità militari iraniane e che Teheran possiede ancora tra il 21 e il 22% del proprio arsenale missilistico e che numerose infrastrutture per il lancio di droni e la produzione di missili sarebbero state distrutte. Trump avrebbe informato i mediatori che i colloqui non devono durare più di 60 giorni e che Teheran deve rispondere rapidamente. Lo riferisce Al Arabiya, secondo cui sono stati compiuti progressi sulla questione dei beni congelati, ma restano divergenze sull’ammontare e sulle tempistiche del loro sblocco. Secondo l’Iran, una possibile intesa dipende dallo sblocco di 24 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati. Lo ha dichiarato alla Cnn Mohsen Rezaei, consigliere militare della Guida suprema Mojtaba Khamenei.
Sul dossier nucleare restano forti tensioni tra l’Iran e l’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Il viceministro degli Esteri iraniano, Kazem Gharibabadi, ha accusato l’Aiea di utilizzare le conseguenze degli attacchi statunitensi e israeliani contro i siti nucleari iraniani per alimentare dubbi sul programma atomico di Teheran.
In questo contesto continua a deteriorarsi la situazione sul fronte libanese, dove ieri Israele ha emesso nuovi ordini di evacuazione per alcune aree del Libano meridionale, mentre Hezbollah ha continuato a lanciare droni contro obiettivi militari e comunità israeliane lungo il confine settentrionale. L’esercito di Beirut ha denunciato un attacco israeliano nel Libano meridionale che ha provocato la morte di un generale di brigata, di un capitano e di un soldato.
Secondo le autorità libanesi, il raid ha colpito un veicolo militare lungo la strada che collega Nabatieh e Marjayoun. Le Forze di difesa israeliane hanno confermato l’operazione, sostenendo che il mezzo si muovesse in modo sospetto all’interno di un’area di combattimento attiva.
Israele ha spiegato che le proprie truppe erano in stato di massima allerta dopo segnalazioni di intelligence relative a possibili attacchi di Hezbollah e alla presenza di miliziani nella zona. Il New York Times afferma che l’esercito israeliano avrebbe utilizzato munizioni al fosforo bianco in diverse aree abitate del Libano durante il conflitto con Hezbollah, citando foto e video verificati.
Il fosforo bianco, impiegato per creare cortine fumogene o incendi, è legale in ambito militare, ma il suo utilizzo contro civili o in zone densamente popolate può violare il diritto internazionale. Israele respinge le accuse e sostiene che le proprie procedure ne vietano l’impiego nelle aree abitate, salvo eccezioni conformi alle norme internazionali.
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Magari ci si aspettava qualcosa di più ma è il massimo che le risorse in campo permettono, dopo il veto di Bruxelles alla flessibilità per le spese contro il caro energia. Ieri è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto ministeriale dei ministeri dell’Economia e dell’Ambiente che prolunga fino al 3 luglio il taglio delle accise sui carburanti, a decorrere da oggi. Lo sconto è solo di 5 centesimi. Per la benzina è una conferma rispetto a quello già in vigore con il precedente decreto, mentre per il gasolio il taglio di 5 centesimi è un dimezzamento dagli attuali 10 centesimi (12,2 contando anche l’Iva). È il quinto intervento del governo per calmierare i prezzi dei carburanti dopo la crisi energetica per la guerra nel Golfo.
Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, nel corso della scorsa settimana, ha detto più volte che le decisioni sarebbero state prese in base ai listini nelle stazioni di servizio. I lenti e continui ribassi lasciavano già presagire una riduzione dello sconto. In particolare, negli ultimi giorni, secondo il monitoraggio del Mimit, i prezzi medi alla pompa in modalità self service lungo la rete stradale nazionale sono rimasti sotto la soglia dei 2 euro al litro, registrando un valore pari a 1,921 euro/l per la benzina (era 1,926 venerdì) e 1,980 euro/l per il gasolio (in calo rispetto ai 1,984 euro del giorno prima). Come anticipato alla vigilia, il meccanismo adottato è quello delle accise mobili, che tiene conto dell’extra gettito dell’Iva dovuto ai rincari. Un sistema obbligato, alla luce del divieto della Commissione Ue di utilizzare la flessibilità di bilancio per misure che non siano le fonti rinnovabili, quindi per il taglio delle accise. Non è consentito fare più deficit. Nel decreto è precisato che «al fine di compensare le maggiori entrate dell’imposta sul valore aggiunto rispetto all’ultima previsione, derivanti dall’aumento del prezzo internazionale del petrolio greggio, a decorrere dal 7 giugno 2026 e fino al 3 luglio 2026, le aliquote di accisa vengono rideterminate per la benzina a 622,90 euro per mille litri; per gli oli da gas o gasolio usato come carburante a 622,90 euro per mille litri; per i gas di petrolio liquefatti (GPL) usati come carburanti a 242,77 euro per mille chilogrammi; per il gas naturale usato come carburante: zero euro per metro cubo». Quanto alla copertura finanziaria del provvedimento, «pari a 149,4 milioni di euro, è garantita dal maggior gettito conseguito nel periodo dal 1 maggio al 31 maggio 2026 in relazione ai versamenti periodici dell’imposta sul valore aggiunto».
Considerando che il taglio durerà per altri 27 giorni, il costo quotidiano è di circa 5,5 milioni. Molto meno del periodo iniziale in cui, per finanziare lo sconto di 24,4 centesimi sia per la benzina che per il gasolio, sono serviti centinaia di milioni per periodi anche più brevi.
Il prezzo della benzina quindi rimarrà invariato, intorno a 1,920 euro al litro nei prossimi giorni. Per il diesel, invece, bisogna aspettarsi una risalita sopra la soglia dei due euro litro, seppur di poco. Con il taglio dimezzato, si dovrebbe arrivare intorno a 2,040 euro al litro. Per entrambi, comunque, c’è un andamento al ribasso.
Con ogni probabilità questo sarà l’ultimo intervento generalizzato. Sia la Ue che il Fondo monetario internazionale hanno auspicato interventi mirati in favore delle famiglie più vulnerabili e delle imprese più esposte ai rincari, e non un taglio indiscriminato che contrasta con la politica di riduzione della dipendenza dai combustibili fossili. Nei giorni scorsi era emersa la possibilità di voucher per le famiglie sotto i 15.000 euro di reddito. Ipotesi che a questo punto potrebbe essere valutata in un successivo intervento.
Le associazioni di consumatori sono rimaste deluse dal decreto.
Il Codacons ha stimato che «per effetto del minor sconto fiscale un pieno di diesel costerà 3,05 euro in più, considerata l’Iva. Maggior costo che raggiunge +9,1 euro al litro se il confronto è col precedente taglio da 20 centesimi del 18 marzo».
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