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2018-09-04
L’uomo del Papa allo Ior ha un passato zeppo di scandali omosessuali
Ansa
È sufficiente sfogliare l'Annuario pontificio per farsi un'idea dell'importanza di monsignor Battista Ricca, 62 anni da Brescia, il prelato di cui ha parlato il vaticanista Sandro Magister proprio ieri sulla Verità intervistato da Giorgio Gandola. La tesi di Magister è nota perché l'ha scritta sul suo blog del settimanale L'Espresso già nel 2013. Il caso Ricca è spinoso per il Papa perché Francesco avrebbe in qualche modo coperto una situazione imbarazzante e risaputa a riguardo del monsignore, e ciononostante lo ha promosso a prelato dello Ior con una nomina ad interim che risale appunto al 15 giugno 2013.
Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, eletto da pochi mesi a Papa, indicò Ricca per un ruolo delicatissimo, ma tra i due c'era una conoscenza che risaliva ai tempi dei suoi soggiorni a Roma presso la Domus internationalis Paolo VI in via della Scrofa, casa di cui il monsignore è tutt'ora direttore. Ad oggi Ricca è prelato dello Ior, cioè il trait d'union tra il Papa e la banca vaticana, per cui partecipa alle adunanze della Commissione cardinalizia, assiste alle riunioni del Consiglio di sovrintendenza, con la facoltà di accedere a tutte le informazioni riservate.
La nomina, secondo la ricostruzione di Magister, sarebbe però viziata da un omissis. E forse non tutti sanno che fu proprio il caso Ricca a costituire poi la miccia per la più famosa frase del Papa, cioè quel «chi sono io per giudicare un gay…» pronunciato sull'aereo di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù di Rio nel luglio 2013. «Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede», tra questi c'era anche monsignor Carlo Maria Viganò che proprio in quei giorni avrebbe rivelato a Francesco dei guai dall'allora cardinale Theodore McCarrick. Ebbene tra quegli ambasciatori vi fu anche chi parlò al Papa dell'esistenza di un dossier riguardante proprio monsignor Ricca, «nunzi, che l'avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay». La ricostruzione del vaticanista è puntuale e, finora, mai smentita pur circolando dall'estate 2013 (il monsignore si limiterebbe a dire che si tratta di «chiacchiere»). «Tra il 1999 e il 2001», scrive Magister, «Ricca conviveva con il proprio amante, l'ex capitano dell'esercito svizzero Patrick Haari, che l'aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d'appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un'altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana». Ricca quindi venne ritirato dal servizio diplomatico e richiamato a Roma, dove però «miracolosamente» la sua carriera riprese, al punto che divenne direttore di residenze vaticane per i vescovi e i cardinali in visita a Roma. Tra cui anche quella di Santa Marta, quella che poi diventerà l'abitazione del Papa e di cui Ricca è tutt'ora direttore come si legge sull'Annuario pontificio.
I nunzi presenti a Roma in quel giugno 2013 sapevano bene quali erano i trascorsi di Ricca e pertanto avvertirono il Papa, che pensavano fosse stato tenuto all'oscuro dei passaggi compromettenti. In effetti sembra che il fascicolo consultato da Francesco prima della nomina fosse stato opportunamente sbianchettato, tanto che lo stesso Papa fece poi in modo di recuperare il dossier che si trovava nella nunziatura di Montevideo, dove invece tutto era accuratamente annotato. Tuttavia la nomina a prelato dello Ior non venne mai riconsiderata e ad oggi monsignor Battista Ricca è in questo ruolo, oltre ad essere tra il personale diplomatico in servizio presso la Prima sezione della segreteria di Stato.
Il 28 luglio 2013 sull'aereo di ritorno da Rio de Janeiro una giornalista brasiliana chiese al Papa della nomina di Ricca: «Come affrontare questa questione e come Sua Santità intende affrontare tutta la questione della lobby gay?». La risposta è storia. «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Inoltre, il Papa introduceva una distinzione tra delitto e peccato, per cui, «tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso [il caso Ricca], si vanno a cercare i “peccati di gioventù", per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? I delitti sono un'altra cosa: l'abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante». Se la distinzione ha una sua validità, merita di essere approfondita nel caso di un chierico come Ricca.
Se l'abuso su minori è un delitto tanto per la legge civile, quanto per la legge canonica, è chiaro che per la legge civile il rapporto consenziente fra adulti, etero o omosessuali che siano, non costituisce delitto. Ma se prendiamo la legge canonica al canone 1395 leggiamo: «Il chierico concubinatario (…) e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo, siano puniti con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l'ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale». La questione sembra abbastanza seria, nel caso dei chierici per la legge canonica i peccati contro il sesto comandamento (non commettere atti impuri), una volta accertati, vanno sanzionati e non sono una semplice questione da risolversi con il confessore. Di certo sarebbe piuttosto strano assistere addirittura a una promozione del chierico in questione.
Il caso Ricca svela così un altro risvolto della vicenda che sta sconquassando la Chiesa in questi giorni dopo il memoriale Viganò. Tutto lascia pensare, infatti, che la condotta scandalosa contro il sesto comandamento (compresi quindi i rapporti omosessuali tra adulti) non sia più un problema.
Lorenzo Bertocchi
La «smentita» sulla Davis dà ragione al nunzio
Con una nota cofirmata dall'ex direttore della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, e l'allora suo aiutante, padre Thomas Rosica, al di là del Tevere viene battuto un colpo per rispondere alle testimonianze dell'ex nunzio degli Stati Uniti, monsignor Carlo Maria Viganò. Ma il colpo non va a bersaglio, semmai getta ulteriore confusione. Lombardi e Rosica rispondono al secondo memoriale Viganò, quello diffuso sabato scorso e di cui abbiamo dato conto sulla Verità di domenica. Il caso è quello dell'incontro tra il Papa e Kim Davis, avvenuto durante il viaggio apostolico negli Stati Uniti che Francesco ha fatto nel settembre 2015.
La Davis, impiegata della contea del Kentucky, era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo quanto riportato dalla vittima di abusi Ted Cruz al New York Times, il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui (monsignor Viganò, allora nunzio negli Usa, ndr) l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio». Questa idea dell'imboscata tesa da Viganò al Papa è stata in qualche modo rigettata dalla risposta di Viganò, il quale ha dichiarato di aver concordato quell'incontro tra il Papa e la Davis con alcuni collaboratori del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, vale a dire l'allora numero due della Segreteria, oggi cardinale Angelo Becciu, e monsignor Paul Gallagher. Viganò informò anche il Papa, il quale, sono parole di Viganò, «diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Anzi, secondo il memoriale dell'ex nunzio, quando dopo il viaggio fu chiamato in fretta e furia a Roma - «Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te!», gli avrebbe comunicato Parolin in una telefonata - papa Francesco non lo avrebbe affatto rimproverato per questo fatto. «Con mia grandissima sorpresa», scrive Viganò, «il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis!». Ecco perché l'ex nunzio si chiede se davvero il Papa si fosse sentito ingannato da questo incontro con la Davis, oppure no. «Uno dei due mente: Cruz o il Papa? Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata».
Lombardi e Rosica nella nota di risposta riportano di un loro incontro con l'ex nunzio avvenuto nell'appartamento di Viganò a Roma il sabato sera 10 ottobre 2015, dopo l'incontro tra il Papa e Viganò avvenuto il 9 ottobre. Il punto essenziale delle memorie di Viganò però non viene smentito, i due in sostanza dicono che la responsabilità di quell'incontro tra il Papa e la Davis è tutta di Viganò, ma ammettono che il «consenso» del Papa stesso e dei suoi collaboratori non mancava. Questo aspetto getta ulteriore confusione sull'entourage del Papa: se l'incontro era foriero di «conseguenze» da mettere in conto, come asseriscono Lombardi e Rosica, allora bisogna considerare una certa ingenuità di chi, invece, diede il consenso per l'incontro con la Davis. Le «conseguenze», giova ricordarlo, devono essere riferite ai malumori del mondo politicamente favorevole ai matrimoni gay e che vedeva nella obiezione di coscienza della signora Davis un'ombra da evitare.
Secondo gli appunti di padre Rosica, che costituiscono la base della risposta dei due funzionari vaticani, l'arrabbiatura che il Papa avrebbe manifestato a Viganò nell'incontro del 9 ottobre (arrabbiatura che, invece, Viganò non evidenzia) sarebbe dipesa anche dal fatto che la signora Davis aveva avuto «quattro mariti». Era questa la preoccupazione sulle «conseguenze» dell'incontro con la Davis e che avrebbe minato il messaggio inclusivo del viaggio papale negli Stati Uniti? Oppure, era quella basata sull'obiezione di coscienza rispetto a un matrimonio omosessuale? A leggere i comunicati di padre Lombardi che seguirono il viaggio del 2015 la questione dei «quattro mariti» non è menzionata, si dichiarò che l'incontro del Papa con la Davis «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». E la sua «posizione» era chiaramente riferita a quello di cui tutti discutevano in quel momento, ossia l'obiezione di coscienza alle nozze gay.
Viganò dichiara di aver informato i collaboratori del Papa della Segreteria di Stato rispetto alla situazione della obiezione di coscienza della signora Davis e di aver ricevuto il «consenso» all'incontro. Secondo padre Lombardi però questo «consenso», che viene quindi ammesso, «non toglie che la responsabilità dell'iniziativa dell'incontro con Kim Davis e delle sue conseguenze fosse principalmente dello stesso Viganò, che lo aveva evidentemente auspicato e preparato, e che come nunzio doveva conoscere meglio la situazione». Insomma, nonostante il «consenso», che a questo punto dobbiamo dare per veritiero, secondo Lombardi rimane la responsabilità di Viganò. E quale sarebbe la colpa di Viganò? Quella di non aver calcolato bene le conseguenze dell'incontro, probabilmente quelle per cui l'obiezione di coscienza rispetto al matrimonio gay disturba il politicamente corretto e va contro al messaggio pastorale del papato: integrare e accompagnare tutti. Peraltro, la sala stampa diretta allora da padre Lombardi il 2 ottobre 2015 si affrettò a sottolineare che «l'unica “udienza" concessa dal Papa presso la nunziatura (di Washington, ndr) è stata a un suo antico alunno con la famiglia», vale a dire il signor Yayo Grassi, che tra l'altro era con il suo compagno da 19 anni, il signor Iwan Bagus.
Lorenzo Bertocchi
Viganò, risanatore mutato in corvo dalle «conversioni» dei vaticanisti
Se ai giornalisti interessano più i teoremi dei fatti, per il pubblico dei lettori diventa difficile orientarsi. Lo scoop della Verità sulle denunce di monsignor Carlo Maria Viganò è stato l'occasione per mettere alla prova la coerenza e l'onestà intellettuale di vaticanisti, opinionisti, corsivisti e retroscenisti. In alcuni casi, gli esiti sono stati imbarazzanti.
Non solo certe testate si sono rincorse per gettare discredito sull'ex nunzio a Washington, ma addirittura qualcuno, pur di riaffermare la propria fedeltà alla cordata attualmente al comando della Chiesa, si è rimangiato i giudizi lusinghieri su Viganò di qualche anno fa.
Di queste giravolte si è accorto il sito web Libertà e persona. Cui è bastato rimettere le lancette indietro di 5 anni per cogliere in fallo il vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli.
Oggi, il coordinatore di Vatican Insider liquida quella di monsignor Viganò come una «clamorosa decisione di violare il giuramento di fedeltà al Papa e il segreto d'ufficio». E nella foga di squalificarlo, facendolo apparire come un golpista fomentato dagli ultraconservatori, attribuisce all'ex diplomatico vaticano anche la sottoscrizione della Correctio filialis, una lettera indirizzata da membri del clero, teologi, accademici eccetera, che contestava in punto di dottrina alcuni passaggi dell'esortazione apostolica di Francesco, Amoris laetitia. Una vera e propria fake news, come ha rivelato La Verità qualche giorno fa.
Eppure, nel 2012 Tornielli elogiava Viganò come uno dei pochi prelati onesti nella curia romana, deciso a combattere la corruzione e osteggiato dall'allora segretario di Stato Tarcisio Bertone. La firma della Stampa interpretava la promozione di Viganò a nunzio negli Stati Uniti come una specie di «promoveatur ut amoveatur»: un incarico attribuitogli per allontanarlo da Roma, dove era diventato un personaggio scomodo. In quella circostanza, pertanto, Tornielli manifestava le sue preoccupazioni per «la continuazione o l'eventuale rallentamento del processo di risanamento operato da Viganò» in Vaticano.
D'altra parte, il giornalista del quotidiano torinese non è l'unico a essere andato in cortocircuito per il dossier pubblicato dalla Verità. Sul Corriere della Sera, leggendo con attenzione, è possibile intuire qualche dissonanza tra la linea «ufficiale», che, come ha brillantemente sintetizzato Luigi Amicone su Tempi, tende a far passare Viganò per «l'Orbán della gerarchia cattolica» e i commenti di Massimo Franco, il quale ammette che «non si può ignorare la verità».
Ma un chiarimento ci piacerebbe chiederlo soprattutto a Repubblica, sulle cui colonne Alberto Melloni ha lanciato pesantissime accuse a Viganò, uno «furibondo per non aver fatto carriera». Un «pollo» trasformato nel nuovo Corvo.
Perché il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari diede ampio spazio al Corvo «originale», il maggiordomo di Benedetto XVI, protagonista del cosiddetto Vatileaks 1, un uomo vicinissimo a Joseph Ratzinger e che tuttavia ne tradì la fiducia, mentre adesso si scervella per cercare un mondanissimo movente per la decisione di Viganò di mettere sul banco degli imputati Jorge Mario Bergoglio?
Più in generale, perché i quotidiani italiani, nel 2012, riportarono fedelmente la dichiarazione del maggiordomo delatore Paolo Gabriele, che aveva giurato di aver agito «per amore della Chiesa», mentre oggi danno per scontato che monsignor Viganò sia un rancoroso che si vendica per essere stato messo alla porta da papa Francesco?
Alessandro Rico
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Monsignor Battista Ricca conviveva con il suo amante e aveva frequentazioni ambigue. Francesco sapeva, tuttavia lo ha promosso a prelato della banca vaticana.La versione dell'ex addetto stampa del Vaticano sull'incontro fra l'attivista anti nozze gay e il Papa è un boomerang per la curia: niente imboscate, il Pontefice sapeva tutto. Francesco irritato non per le idee della donna, ma perché è stata sposata quattro volte.La Stampa, Corriere e Repubblica: gli esperti di clero dei grandi giornali sono passati dal tessere le lodi dell'ex nunzio in America a dipingerlo come un carrierista deluso in cerca di vendetta.Lo speciale contiene tre articoliÈ sufficiente sfogliare l'Annuario pontificio per farsi un'idea dell'importanza di monsignor Battista Ricca, 62 anni da Brescia, il prelato di cui ha parlato il vaticanista Sandro Magister proprio ieri sulla Verità intervistato da Giorgio Gandola. La tesi di Magister è nota perché l'ha scritta sul suo blog del settimanale L'Espresso già nel 2013. Il caso Ricca è spinoso per il Papa perché Francesco avrebbe in qualche modo coperto una situazione imbarazzante e risaputa a riguardo del monsignore, e ciononostante lo ha promosso a prelato dello Ior con una nomina ad interim che risale appunto al 15 giugno 2013.Il cardinale Jorge Mario Bergoglio, eletto da pochi mesi a Papa, indicò Ricca per un ruolo delicatissimo, ma tra i due c'era una conoscenza che risaliva ai tempi dei suoi soggiorni a Roma presso la Domus internationalis Paolo VI in via della Scrofa, casa di cui il monsignore è tutt'ora direttore. Ad oggi Ricca è prelato dello Ior, cioè il trait d'union tra il Papa e la banca vaticana, per cui partecipa alle adunanze della Commissione cardinalizia, assiste alle riunioni del Consiglio di sovrintendenza, con la facoltà di accedere a tutte le informazioni riservate.La nomina, secondo la ricostruzione di Magister, sarebbe però viziata da un omissis. E forse non tutti sanno che fu proprio il caso Ricca a costituire poi la miccia per la più famosa frase del Papa, cioè quel «chi sono io per giudicare un gay…» pronunciato sull'aereo di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù di Rio nel luglio 2013. «Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede», tra questi c'era anche monsignor Carlo Maria Viganò che proprio in quei giorni avrebbe rivelato a Francesco dei guai dall'allora cardinale Theodore McCarrick. Ebbene tra quegli ambasciatori vi fu anche chi parlò al Papa dell'esistenza di un dossier riguardante proprio monsignor Ricca, «nunzi, che l'avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay». La ricostruzione del vaticanista è puntuale e, finora, mai smentita pur circolando dall'estate 2013 (il monsignore si limiterebbe a dire che si tratta di «chiacchiere»). «Tra il 1999 e il 2001», scrive Magister, «Ricca conviveva con il proprio amante, l'ex capitano dell'esercito svizzero Patrick Haari, che l'aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d'appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un'altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana». Ricca quindi venne ritirato dal servizio diplomatico e richiamato a Roma, dove però «miracolosamente» la sua carriera riprese, al punto che divenne direttore di residenze vaticane per i vescovi e i cardinali in visita a Roma. Tra cui anche quella di Santa Marta, quella che poi diventerà l'abitazione del Papa e di cui Ricca è tutt'ora direttore come si legge sull'Annuario pontificio.I nunzi presenti a Roma in quel giugno 2013 sapevano bene quali erano i trascorsi di Ricca e pertanto avvertirono il Papa, che pensavano fosse stato tenuto all'oscuro dei passaggi compromettenti. In effetti sembra che il fascicolo consultato da Francesco prima della nomina fosse stato opportunamente sbianchettato, tanto che lo stesso Papa fece poi in modo di recuperare il dossier che si trovava nella nunziatura di Montevideo, dove invece tutto era accuratamente annotato. Tuttavia la nomina a prelato dello Ior non venne mai riconsiderata e ad oggi monsignor Battista Ricca è in questo ruolo, oltre ad essere tra il personale diplomatico in servizio presso la Prima sezione della segreteria di Stato.Il 28 luglio 2013 sull'aereo di ritorno da Rio de Janeiro una giornalista brasiliana chiese al Papa della nomina di Ricca: «Come affrontare questa questione e come Sua Santità intende affrontare tutta la questione della lobby gay?». La risposta è storia. «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?». Inoltre, il Papa introduceva una distinzione tra delitto e peccato, per cui, «tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso [il caso Ricca], si vanno a cercare i “peccati di gioventù", per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? I delitti sono un'altra cosa: l'abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante». Se la distinzione ha una sua validità, merita di essere approfondita nel caso di un chierico come Ricca.Se l'abuso su minori è un delitto tanto per la legge civile, quanto per la legge canonica, è chiaro che per la legge civile il rapporto consenziente fra adulti, etero o omosessuali che siano, non costituisce delitto. Ma se prendiamo la legge canonica al canone 1395 leggiamo: «Il chierico concubinatario (…) e il chierico che permanga scandalosamente in un altro peccato esterno contro il sesto precetto del Decalogo, siano puniti con la sospensione, alla quale si possono aggiungere gradualmente altre pene, se persista il delitto dopo l'ammonizione, fino alla dimissione dallo stato clericale». La questione sembra abbastanza seria, nel caso dei chierici per la legge canonica i peccati contro il sesto comandamento (non commettere atti impuri), una volta accertati, vanno sanzionati e non sono una semplice questione da risolversi con il confessore. Di certo sarebbe piuttosto strano assistere addirittura a una promozione del chierico in questione.Il caso Ricca svela così un altro risvolto della vicenda che sta sconquassando la Chiesa in questi giorni dopo il memoriale Viganò. 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Lombardi e Rosica rispondono al secondo memoriale Viganò, quello diffuso sabato scorso e di cui abbiamo dato conto sulla Verità di domenica. Il caso è quello dell'incontro tra il Papa e Kim Davis, avvenuto durante il viaggio apostolico negli Stati Uniti che Francesco ha fatto nel settembre 2015. La Davis, impiegata della contea del Kentucky, era stata imprigionata per aver rifiutato di rilasciare licenze di matrimonio alle coppie gay. Secondo quanto riportato dalla vittima di abusi Ted Cruz al New York Times, il Papa gli avrebbe detto che «non sapeva nulla di chi fosse quella donna e lui (monsignor Viganò, allora nunzio negli Usa, ndr) l'ha intrufolata per salutarmi - e ovviamente ne hanno fatto un'enorme pubblicità». E così, avrebbe concluso il Papa con Cruz, «sono rimasto inorridito e ho licenziato quel nunzio». Questa idea dell'imboscata tesa da Viganò al Papa è stata in qualche modo rigettata dalla risposta di Viganò, il quale ha dichiarato di aver concordato quell'incontro tra il Papa e la Davis con alcuni collaboratori del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, vale a dire l'allora numero due della Segreteria, oggi cardinale Angelo Becciu, e monsignor Paul Gallagher. Viganò informò anche il Papa, il quale, sono parole di Viganò, «diede quindi il suo consenso, e io organizzai il modo per far venire in nunziatura la Davis senza che nessuno se ne accorgesse, facendola accomodare in un salotto separato». Anzi, secondo il memoriale dell'ex nunzio, quando dopo il viaggio fu chiamato in fretta e furia a Roma - «Devi venire subito a Roma perché il Papa è furioso con te!», gli avrebbe comunicato Parolin in una telefonata - papa Francesco non lo avrebbe affatto rimproverato per questo fatto. «Con mia grandissima sorpresa», scrive Viganò, «il Papa non menzionò neanche una volta l'udienza con la Davis!». Ecco perché l'ex nunzio si chiede se davvero il Papa si fosse sentito ingannato da questo incontro con la Davis, oppure no. «Uno dei due mente: Cruz o il Papa? Quello che è certo è che il Papa sapeva benissimo chi fosse la Davis, e lui e i suoi stretti collaboratori avevano approvato l'udienza privata». Lombardi e Rosica nella nota di risposta riportano di un loro incontro con l'ex nunzio avvenuto nell'appartamento di Viganò a Roma il sabato sera 10 ottobre 2015, dopo l'incontro tra il Papa e Viganò avvenuto il 9 ottobre. Il punto essenziale delle memorie di Viganò però non viene smentito, i due in sostanza dicono che la responsabilità di quell'incontro tra il Papa e la Davis è tutta di Viganò, ma ammettono che il «consenso» del Papa stesso e dei suoi collaboratori non mancava. Questo aspetto getta ulteriore confusione sull'entourage del Papa: se l'incontro era foriero di «conseguenze» da mettere in conto, come asseriscono Lombardi e Rosica, allora bisogna considerare una certa ingenuità di chi, invece, diede il consenso per l'incontro con la Davis. Le «conseguenze», giova ricordarlo, devono essere riferite ai malumori del mondo politicamente favorevole ai matrimoni gay e che vedeva nella obiezione di coscienza della signora Davis un'ombra da evitare. Secondo gli appunti di padre Rosica, che costituiscono la base della risposta dei due funzionari vaticani, l'arrabbiatura che il Papa avrebbe manifestato a Viganò nell'incontro del 9 ottobre (arrabbiatura che, invece, Viganò non evidenzia) sarebbe dipesa anche dal fatto che la signora Davis aveva avuto «quattro mariti». Era questa la preoccupazione sulle «conseguenze» dell'incontro con la Davis e che avrebbe minato il messaggio inclusivo del viaggio papale negli Stati Uniti? Oppure, era quella basata sull'obiezione di coscienza rispetto a un matrimonio omosessuale? A leggere i comunicati di padre Lombardi che seguirono il viaggio del 2015 la questione dei «quattro mariti» non è menzionata, si dichiarò che l'incontro del Papa con la Davis «non deve essere considerato come un appoggio alla sua posizione in tutti i suoi risvolti particolari e complessi». E la sua «posizione» era chiaramente riferita a quello di cui tutti discutevano in quel momento, ossia l'obiezione di coscienza alle nozze gay. Viganò dichiara di aver informato i collaboratori del Papa della Segreteria di Stato rispetto alla situazione della obiezione di coscienza della signora Davis e di aver ricevuto il «consenso» all'incontro. Secondo padre Lombardi però questo «consenso», che viene quindi ammesso, «non toglie che la responsabilità dell'iniziativa dell'incontro con Kim Davis e delle sue conseguenze fosse principalmente dello stesso Viganò, che lo aveva evidentemente auspicato e preparato, e che come nunzio doveva conoscere meglio la situazione». Insomma, nonostante il «consenso», che a questo punto dobbiamo dare per veritiero, secondo Lombardi rimane la responsabilità di Viganò. E quale sarebbe la colpa di Viganò? Quella di non aver calcolato bene le conseguenze dell'incontro, probabilmente quelle per cui l'obiezione di coscienza rispetto al matrimonio gay disturba il politicamente corretto e va contro al messaggio pastorale del papato: integrare e accompagnare tutti. Peraltro, la sala stampa diretta allora da padre Lombardi il 2 ottobre 2015 si affrettò a sottolineare che «l'unica “udienza" concessa dal Papa presso la nunziatura (di Washington, ndr) è stata a un suo antico alunno con la famiglia», vale a dire il signor Yayo Grassi, che tra l'altro era con il suo compagno da 19 anni, il signor Iwan Bagus. 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Non solo certe testate si sono rincorse per gettare discredito sull'ex nunzio a Washington, ma addirittura qualcuno, pur di riaffermare la propria fedeltà alla cordata attualmente al comando della Chiesa, si è rimangiato i giudizi lusinghieri su Viganò di qualche anno fa. Di queste giravolte si è accorto il sito web Libertà e persona. Cui è bastato rimettere le lancette indietro di 5 anni per cogliere in fallo il vaticanista della Stampa, Andrea Tornielli. Oggi, il coordinatore di Vatican Insider liquida quella di monsignor Viganò come una «clamorosa decisione di violare il giuramento di fedeltà al Papa e il segreto d'ufficio». E nella foga di squalificarlo, facendolo apparire come un golpista fomentato dagli ultraconservatori, attribuisce all'ex diplomatico vaticano anche la sottoscrizione della Correctio filialis, una lettera indirizzata da membri del clero, teologi, accademici eccetera, che contestava in punto di dottrina alcuni passaggi dell'esortazione apostolica di Francesco, Amoris laetitia. Una vera e propria fake news, come ha rivelato La Verità qualche giorno fa. Eppure, nel 2012 Tornielli elogiava Viganò come uno dei pochi prelati onesti nella curia romana, deciso a combattere la corruzione e osteggiato dall'allora segretario di Stato Tarcisio Bertone. La firma della Stampa interpretava la promozione di Viganò a nunzio negli Stati Uniti come una specie di «promoveatur ut amoveatur»: un incarico attribuitogli per allontanarlo da Roma, dove era diventato un personaggio scomodo. In quella circostanza, pertanto, Tornielli manifestava le sue preoccupazioni per «la continuazione o l'eventuale rallentamento del processo di risanamento operato da Viganò» in Vaticano. D'altra parte, il giornalista del quotidiano torinese non è l'unico a essere andato in cortocircuito per il dossier pubblicato dalla Verità. Sul Corriere della Sera, leggendo con attenzione, è possibile intuire qualche dissonanza tra la linea «ufficiale», che, come ha brillantemente sintetizzato Luigi Amicone su Tempi, tende a far passare Viganò per «l'Orbán della gerarchia cattolica» e i commenti di Massimo Franco, il quale ammette che «non si può ignorare la verità». Ma un chiarimento ci piacerebbe chiederlo soprattutto a Repubblica, sulle cui colonne Alberto Melloni ha lanciato pesantissime accuse a Viganò, uno «furibondo per non aver fatto carriera». Un «pollo» trasformato nel nuovo Corvo. Perché il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari diede ampio spazio al Corvo «originale», il maggiordomo di Benedetto XVI, protagonista del cosiddetto Vatileaks 1, un uomo vicinissimo a Joseph Ratzinger e che tuttavia ne tradì la fiducia, mentre adesso si scervella per cercare un mondanissimo movente per la decisione di Viganò di mettere sul banco degli imputati Jorge Mario Bergoglio? Più in generale, perché i quotidiani italiani, nel 2012, riportarono fedelmente la dichiarazione del maggiordomo delatore Paolo Gabriele, che aveva giurato di aver agito «per amore della Chiesa», mentre oggi danno per scontato che monsignor Viganò sia un rancoroso che si vendica per essere stato messo alla porta da papa Francesco? Alessandro Rico
Nel riquadro Angelo Simionato, arrestato e poi messo ai domiciliari per l’aggressione di Torino (Ansa)
«Cocco di mamma» ha due significati: uno letterale di «cocco di mamma sua», per indicare i malcresciuti, ma anche quello di «beniamino del potere». Il 9 agosto 2021 a Bergamo c’è stata una manifestazione di piazza contro il Green pass, per protestare contro la follia antidemocratica, antiscientifica e platealmente priva di senso logico se non la persecuzione del dissidente mediante sottrazione dei diritti più elementari, lavorare, entrare in un bar, salire su un treno. Il dissidente non «dissideva» da idee politiche (Lenin in realtà è un sorcio) o di tecnodittatura (l’auto elettrica è una boiata), non irrideva i padri della patria, per esempio asserendo che Draghi in realtà è un mediocre e Christine Madeleine Odette Lallouette, coniugata Lagarde, è ancora più mediocre di lui. Il dissidente non voleva che nel suo corpo fosse iniettato un farmaco sperimentale, con oscuri effetti collaterali e, come dichiarato nelle schede tecniche, nessuna efficacia nel bloccare la trasmissione della malattia. Non c’è stata nessuna violenza, eppure innumerevoli persone sono state fermate e identificate per «radunata sediziosa». Qualche mese dopo, il 4 ottobre 2021, sono stati usati idranti e lacrimogeni contro i portuali a Trieste che protestavano contro l’obbligo di Green pass stando seduti a terra con il rosario in mano.
Cosa deduciamo? Questi non erano cocchi di mamma, loro sì erano contro il potere. Cocchi di mamma sono stati i brigatisti rossi. Il loro incredibile successo, le pene ridicole cui sono stati condannati dopo delitti di una ferocia inaudita, l’essere stati poi accolti a parlare nelle università, dimostrano che i brigatisti rossi sono sempre stati pedine del potere, non il potere ufficiale, quello occulto, quello che comanda sul serio. Le Brigate Rosse non possono essere comprese pienamente senza considerare la trama di relazioni e appoggi esterni che, direttamente o indirettamente, ne favorirono la sopravvivenza e l’efficacia. Dietro l’immagine di un movimento rivoluzionario «autonomo», dedito alla lotta contro il «cuore dello Stato borghese», si nascondeva una realtà più fatta di legami ambigui, sostegni ideologici e, talvolta, veri e propri aiuti logistici provenienti da Paesi dell’Est e da organizzazioni mediorientali. Nonostante la loro retorica di «avanguardia proletaria», molti dei fondatori e dirigenti del gruppo provenivano da famiglie borghesi, con un solido background culturale: studenti universitari, figli di professionisti e piccoli imprenditori, spesso allevati in contesti benestanti. Molti brigatisti avevano come massima prova d’autonomia personale la capacità di soffiarsi il naso da soli, senza l’aiuto della tata, prima di impugnare una pistola in nome della rivoluzione, pistola che hanno impugnato con incapacità tecnica e infinita vigliaccheria, sparando in tre contro persone disarmate. Eppure la magistratura ha concluso che questi mocciosi da soli hanno architettato e portato a termine il rapimento Moro. Diverse inchieste hanno suggerito canali di collegamento con apparati del blocco sovietico, in particolare con il Kgb e la Stasi, soprattutto tramite movimenti terzisti o palestinesi usati come intermediari. Probabilmente ci fu anche un rapporto diretto e organico, sicuramente ci fu un flusso di «aiuti indiretti»: rifugi sicuri, documenti falsi, armi che transitavano in circuiti clandestini comuni a diversi gruppi rivoluzionari europei. Il Medio Oriente rappresentò poi un crocevia fondamentale: i campi di addestramento dell’Olp e di altre sigle palestinesi accolsero militanti delle Br e di altre organizzazioni armate europee. Quei legami, nati all’insegna della solidarietà antimperialista, fornirono esperienze militari, contatti internazionali e reti di fuga.
Il caso Moro si inserisce in questo contesto. Il sequestro e l’assassinio dello statista democristiano nel 1978 mostrarono un livello tecnico e logistico che andava oltre le sole forze interne, ma mostrò anche complicità micidiali a livello istituzionale. Moro non fu rapito in via Fani, non è pensabile che siano stati sparati decine di proiettili su un auto da cui l’ostaggio esce illeso e con gli abiti non sporchi per il sangue della sua scorta massacrata, ma la narrazione ufficiale ha accettato questa tesi. Nessun magistrato durante i processi ha chiesto conto delle quattro costole rotte di Moro, e incredibilmente i medici che hanno eseguito l’autopsia non hanno fatto i prelievi bioptici sulle linee si frattura per stabilirne l’esatta datazione.
Il rapimento e la morte di Aldo Moro con il massacro della sua scorta sono una ferita ancora aperta nella memoria nazionale, resa ancora più bruciante dalla mitezza delle pene scontate e dal sospetto tragico che una raffica di menzogne abbia coperto la vera narrazione, spezzando la fiducia del popolo nelle istituzioni. I brigatisti erano cocchi del potere. Tra i loro pochissimi meriti, in effetti l’unico, i brigatisti non c’avevano la mamma, nel senso che qualcuno li avrà pur messi al mondo, ma non ci siamo mai trovati le loro mamme tra i piedi a cinguettarci quanto carucci sono o erano i bimbi loro.
Quelli dei centri sociali sono in tutto e per tutto cocchi di mamma, sono pedine del potere di Davos e di Soros, e soprattutto sono pedine dell’islamizzazione dell’Europa, attraverso la beatificazione del vittimismo palestinese e di quello dell’immigrato, chiavi di volta dell’islamizzazione. Sono gli alfieri del potere che più odia il popolo, sono parassiti che ingrassano la loro filiforme ideologia con denaro pubblico: mentre le famiglie dei bambini disabili devono arrangiarsi da sole, loro sperperano fiumi di denaro dei contribuenti, non solo occupando e rubando elettricità e acqua, ma con i fiumi di denaro che ci costano le loro distruzioni o i loro disastrosi successi. Grazie a loro i lavori della Tav sono in ritardo di 10 anni e costeranno il 20% di più, ma tanto nessuno dei cocchi di mamma è un contribuente. Il poliziotto e il carabiniere, che sono difensori dell’ordine pubblico, cioè di un ordine all’interno del quale noi, il popolo, possiamo vivere decentemente, diventano il «nemico». Un esempio lo abbiamo già avuto con la beatificazione istituzionale di Carlo Giuliani ucciso per legittima difesa nei disordini di Genova durante il G8 del 2001, mentre tentava di colpire un carabiniere ferito con un estintore: il potere ha premiato il suo sacrificio intitolandogli uno spazio in Senato nel 2007. Durante tutta la folle gestione pandemica, italiani rinchiusi agli arresti domiciliari, persone lasciate senza stipendio per aver rifiutato pericolosi farmaci sperimentali, i bravi e giudiziosi cocchi di mamma dei centri sociali se ne sono rimasti zitti e buoni. Nessuno di loro è andato a sedersi di fianco ai portuali sui moli di Trieste. Quello che rende questi mocciosi col cappuccetto non meno pericolosi delle Br è il patto con la Jihad islamica: insieme a immigrati e maranza spaccano stazioni, auto e vetrine del popolo italiano, in una assoluta impunità, l’impunità appunto dei cocchi del potere.
Oltretutto, questi c’hanno la mamma. Come se già non fossero abbastanza ridicoli così come sono, mentre tutti in gruppo aggrediscono poliziotti che hanno l’ordine di non reagire, esibiscono pure la cara mammina, che ci informa che il suo è un bravo ragazzo. Già il termine ragazzo è ridicolo. Io a 22 anni ero sposata, a 23 ero medico. Il ragazzo dovrebbe finire a 16 anni, non andare mai oltre i 18. Gli uomini e le donne si assumono responsabilità, i ragazzi sono cocchi di mamma, e una mamma ci informa che il suo bimbetto ventiduenne con le guanciotte rosa è tanto un bravo ragazzo. Gentile signora, posso avere l’indirizzo di casa sua? Vorrei venire a trovarla, sfasciare la sua, di auto, a picconate, spaccare i vetri di casa sua e poi prendere a calci lei, solo perché lei sappia cosa si prova, senza nessuna acrimonia e in pieno senso dell’umorismo. Sa, sono una brava ragazza.
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Augusta Montaruli (Imagoeconomica)
Augusta Montaruli è vicecapogruppo alla Camera di Fdi.
Gli scontri di Torino erano stati pianificati?
«Gli organizzatori hanno sempre dichiarato che l’obiettivo era riappropriarsi dello stabile sgombrato e presidiato dalla polizia, di fronte ai doverosi interventi per la sicurezza e alcuni divieti logistici hanno annunciato lo scontro. D’altra parte non ricordo una sola manifestazione di Askatasuna che non sia sfociata con un’aggressione alla polizia. Deviare un percorso, utilizzare i numeri della folla per forzare un blocco delle forze dell’ordine posto a presidio di uno stabile è un’aggressione meditata e organizzata.
Perché Torino è diventata un epicentro dell’antagonismo violento in Italia?
«Torino ha un potenziale straordinario non sfruttato. Purtroppo ha anche una innegabile storia di radicalismo dell’estrema sinistra. C’è ancora il germe del pericoloso mito di quell’ideologia che ha visto soggetti di un periodo ormai lontano diventare anche parte di una certa classe dirigente della città influenzando i suoi figli ritrovati sotto la sigla di Askatasuna. Essa celebra e applica la conflittualità perenne contro le istituzioni. Si spiega quindi la condizione per cui nel comitato che si candidava a interloquire col Comune di Torino per la sanatoria dello stabile di Askatasuna ci sono docenti universitari, avvocati e financo ex giudici chiamati non a caso “garanti”. Un nome per tutti è quello di Livio Pepino, già membro del Csm, giudice ora a riposo, cofondatore di Magistratura democratica, padre di un esponente storico del centro sociale».
Che ruolo ha Askatasuna nel coordinamento delle azioni a Torino?
«Leggendo il loro materiale e le sigle elencate quali partecipanti alla manifestazione di Torino si capisce come Askatasuna aggreghi diverse realtà, dai Carc all’associazione palestinesi in Italia di Hannoun».
Quali rischi pone questo modello per la sicurezza e l’ordine pubblico a Torino?
«Si chiede correttamente di distinguere chi fa violenza dagli altri manifestanti e il dovere delle istituzioni è quello di garantire che il diritto costituzionale venga esercitato. L’approccio della questura di Torino è stato questo, attento e rigoroso. Tuttavia non si può usare la scusa della protesta per deviare un percorso, cercare di rompere un cordone della polizia e lasciare passare avanti chi si è attrezzato per la guerriglia. Fa tristemente sorridere poi che qualcuno dall’opposizione abbia detto che se il governo riteneva la manifestazione pericolosa doveva vietarla, al solo fine di poter dire l’ennesima bugia, alimentare la narrazione di una destra liberticida che in realtà non esiste, fomentare ancora di più lo scontro che anche quel sabato poteva essere evitato se i violenti - asseritamente pochi- fossero scesi in piazza da soli, isolati».
Esistono responsabilità politiche nella tolleranza verso l’antagonismo violento a Torino?
«Il fatto che per quasi trent’anni abbia potuto beneficiare di uno spazio in maniera indisturbata, senza mai una richiesta di sgombero da parte di nessun sindaco, e che il Comune lo abbia messo al centro di una trattativa che ha come interlocutori ultimi gli stessi occupanti ne è la dimostrazione. L’istituzione è stata piegata ad un’esigenza della coalizione di sinistra di tenere insieme i mondi che quei “garanti” di Askatasuna rappresentano, i garantiti di Askatasuna e intere aree politiche anche nazionali che se ne fanno interpreti e che non a caso sono scesi in piazza con loro. Però se vai ad una manifestazione che negli intenti e nella comunicazione è volta alla violenza, o la violenza la sposi e sei un irresponsabile, o sei talmente ingenuo da essere un incapace. Con i violenti non si dialoga, si isolano fisicamente e idealmente, e che le forze politiche dell’opposizione si dividano da noi su questo appello perché non riescono a risolvere un loro problema interno è desolante».
Chi, sul piano politico e istituzionale, ha garantito protezione o legittimazione ad Askatasuna?
«Chi ancora cerca di trovare una giustificazione ad Askatasuna. Il punto non è l’occupazione in sé ma come questa occupazione sia diventata lo strumento per sfogare la violenza ideologica che non a caso non si è affievolita dopo il tentativo di normalizzazione del sindaco Lorusso. Quel patto di collaborazione ha portato alla luce una realtà di garanti e garantiti che mal si concilia alla narrazione di un gruppo che ha bisogno di dirsi autonomo per esistere e infatti hanno dovuto rilanciare sul piano della violenza. Se poi deputati o candidati sindaci dei gruppi di opposizione al governo Meloni partecipano a cortei come quelli di sabato fanno perdere autorevolezza a loro stessi e alla politica tutta».
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(Ansa)
Il caso Askatasuna, a Torino, rappresenta oggi uno degli esempi più chiari di come l’antagonismo italiano abbia superato la dimensione della protesta radicale per assumere tratti strutturalmente violenti e insurrezionali. Gli scontri che hanno investito il capoluogo piemontese, con 108 feriti tra le forze dell’ordine (96 poliziotti, cinque carabinieri e sette finanzieri) e una città paralizzata, non sono il risultato di una degenerazione improvvisa, ma l’esito coerente di una cultura dello scontro coltivata nel tempo, fondata sulla delegittimazione sistematica delle istituzioni e sull’uso della violenza come strumento politico ordinario. L’antagonismo che ruota attorno ad Askatasuna non agisce in isolamento. Al contrario, si inserisce in una rete nazionale ed europea che comprende centri sociali strutturati, collettivi antagonisti e gruppi informali capaci di mobilitarsi rapidamente, spostare militanti da una città all’altra e convergere su obiettivi ritenuti simbolici. Torino, Roma, Milano e il Nord-Est costituiscono snodi italiani di un circuito che dialoga stabilmente con ambienti analoghi in tutta Europa. In questo quadro, Askatasuna ha svolto nel tempo una funzione di hub ideologico e operativo, in grado di attrarre militanti esterni e di fungere da punto di coagulo per azioni ad alto tasso di conflittualità.
Il punto non è soltanto chi scende in piazza, ma come: catene di comando informali, gruppi di copertura, servizi d’ordine paralleli, staffette e un apparato comunicativo che spesso si muove su canali chiusi e messaggistica cifrata. Durante le azioni, hanno documentato gli investigatori della Digos, sono stati usati addirittura i disturbatori di frequenza elettronica (jammer), per rendere più complicate le comunicazioni tra gli operatori delle forze dell’ordine. L’attenzione di Digos e carabinieri del Ros è tutta concentrata sull’area antagonista e anarco-insurrezionalista. Una materia calda, che ribolle. Perché alcuni gruppi provano a compattare il fronte contro quella che chiamano «deriva securitaria» del governo. È una parola che gira, torna e rimbalza sui canali social monitorati. Dentro c’è di tutto. Una massa di attivisti che sa muoversi. Che ha già incendiato diverse piazze: più volte a Torino, ma anche a Roma e a Milano. Sempre grandi manifestazioni, sempre lo stesso copione. Con specialisti della guerriglia urbana, non improvvisati, come protagonisti. Con rinforzi che arrivano anche da oltre confine: Francia, Spagna e perfino Turchia e Grecia. A loro si sono saldati anche minorenni, ragazzi di seconda generazione. I cosiddetti «maranza».
Il modello operativo di riferimento è quello dei Black Bloc, non come organizzazione formalizzata ma come tattica militante condivisa. Piccoli gruppi vestiti di nero, con volto coperto, si muovono all’interno di manifestazioni formalmente legali con l’obiettivo di trasformarle in episodi di guerriglia urbana. La violenza non è reattiva né casuale, ma preordinata: sopralluoghi preventivi, studio dei dispositivi di contenimento, comunicazioni criptate, accumulo di materiali offensivi, definizione di ruoli e vie di fuga. Questo schema, emerso in modo plastico durante il G20 di Amburgo nel 2017, è diventato patrimonio comune dell’antagonismo europeo ed è oggi replicato, con adattamenti locali, anche nel contesto italiano. A renderlo più efficace è l’esistenza di una logistica leggera ma capillare: spostamenti organizzati, ospitalità in spazi occupati, raccolta fondi attraverso iniziative formalmente lecite e una condivisione diffusa di tecniche di scontro.
In questo quadro si inserisce un ulteriore fattore di radicalizzazione: la galassia dei gruppi pro Palestina che opera in prossimità dell’area antagonista. In numerosi contesti italiani ed europei, la causa palestinese viene progressivamente utilizzata non come piattaforma politica o umanitaria, ma come cornice mobilitante per la conflittualità violenta. Cortei formalmente dedicati a Gaza o al cessate il fuoco diventano spazi di convergenza per militanti antagonisti, Black Bloc e anarchici insurrezionalisti, che sfruttano l’emotività del conflitto per legittimare lo scontro con lo Stato. In questo processo, slogan e simbologie pro Pal finiscono spesso per sovrapporsi a narrazioni di giustificazione della violenza, con uno slittamento dalla solidarietà politica alla normalizzazione dell’azione fisica contro forze dell’ordine e istituzioni. Non si tratta, nella maggior parte dei casi, di strutture direttamente riconducibili a organizzazioni terroristiche, ma di ambienti di contiguità, nei quali il confine tra attivismo radicale ed estremismo si fa sempre più labile. L’antagonismo italiano si inserisce in un ecosistema transnazionale di violenza politica, dove in Europa convivono estrema sinistra, aree autonome storiche e ultradestra radicale: mondi ideologicamente opposti ma uniti da pratiche simili, da una logica di conflitto permanente e da una crescente legittimazione della violenza contro lo Stato.
In Francia l’anarchismo violento si manifesta soprattutto attraverso la tattica dei Black Bloc, protagonisti delle grandi mobilitazioni sociali e responsabili di azioni di guerriglia urbana, incendi e attacchi a obiettivi simbolici. A questa galassia si affiancano le Zad (Zones à Défendre), territori occupati che hanno rappresentato vere aree di conflitto strutturale con le istituzioni, come nel caso di Notre-Dame-des-Landes. In Germania il fenomeno appare più radicato e organizzato. I gruppi degli Autonomen, attivi dagli anni Ottanta soprattutto ad Amburgo, Berlino e Lipsia, mostrano una forte continuità organizzativa e un ricorso sistematico alla violenza contro polizia e infrastrutture. Nel Regno Unito Londra è uno dei principali epicentri europei della polarizzazione violenta, dove manifestazioni e contro-manifestazioni degenerano frequentemente in scontri. Sul fronte dell’ultradestra, Combat 18 rappresenta un nodo storico del neonazismo europeo, ispirato alla dottrina della «resistenza senza leader», mentre movimenti come l’English Defence League hanno contribuito a radicalizzare lo spazio pubblico, alimentando una dinamica simmetrica di escalation. Nei Paesi Bassi l’antagonismo è meno strutturato ma altrettanto insidioso: reti fluide e temporanee emergono su temi come immigrazione e ambiente, con Amsterdam e L’Aia divenute piattaforme logistiche dell’estremismo europeo. Nel Nord Europa il baricentro della minaccia è invece l’estremismo neonazista organizzato, con il Nordic Resistance Movement attivo tra Svezia e Danimarca. Copenaghen resta infine uno storico crocevia dell’antagonismo continentale, grazie a spazi autonomi che hanno svolto nel tempo una funzione di hub culturale e logistico transnazionale.
Il dato centrale che emerge, partendo dal caso Askatasuna, è che non ci si trova di fronte a episodi locali o spontanei. L’antagonismo europeo funziona ormai come una rete integrata, caratterizzata da mobilità dei militanti, scambio di competenze, mimetismo organizzativo e una narrazione che giustifica la violenza come risposta necessaria a uno Stato percepito come illegittimo.
Ai «ribelli» il solo auto finanziamento non basta
Per comprendere la capacità di tenuta, mobilitazione e conflitto dell’area antagonista non basta fermarsi alla dimensione ideologica. Il vero fattore strutturale è economico. Dietro cortei, occupazioni, campagne mediatiche e – nei casi più estremi – violenza organizzata, esiste infatti un sistema di finanziamento articolato, frammentato e resiliente, capace di adattarsi alle pressioni giudiziarie e politiche. La prima fonte, rivendicata apertamente, è l’autofinanziamento militante. Concerti, cene sociali, feste politiche e sottoscrizioni pubbliche costituiscono il cuore visibile della raccolta fondi. A queste iniziative si affianca la vendita di gadget – magliette, bandiere, adesivi – che svolgono una doppia funzione: economica e identitaria.
Un secondo pilastro, meno dichiarato ma centrale, è rappresentato dalle occupazioni. L’uso stabile di immobili sottratti al mercato consente un abbattimento drastico dei costi: niente affitti, spese ridotte o assenti per le utenze, disponibilità permanente di spazi per eventi a pagamento. È un finanziamento indiretto, ma strutturale, che garantisce continuità organizzativa e logistica anche in assenza di grandi flussi di cassa.
Esiste poi una vasta area grigia composta da associazioni culturali, circoli ricreativi e progetti sociali formalmente legali. Queste strutture raccolgono fondi attraverso tesseramenti, eventi pubblici e talvolta contributi esterni, fungendo da cerniera tra militanza antagonista e società civile. Non sempre si tratta di attività illecite, ma la destinazione finale delle risorse risulta spesso opaca e difficilmente tracciabile. Negli ultimi anni si è affermato anche il ricorso agli strumenti digitali. Crowdfunding online, appelli social e donazioni elettroniche vengono attivati soprattutto in occasione di arresti, sgomberi o procedimenti giudiziari. Piattaforme di pagamento diffuse consentono di raccogliere rapidamente somme significative, mentre in alcuni casi emergono anche canali in criptovalute, usati per ridurre la tracciabilità dei flussi. Un ruolo non marginale è giocato dalla solidarietà politica. Casse di resistenza, eventi pubblici promossi da ambienti contigui e forme di legittimazione istituzionale contribuiscono a rafforzare l’ecosistema antagonista. Anche se non si configurano come finanziamenti diretti, queste dinamiche moltiplicano risorse, visibilità e capacità di mobilitazione.
Infine, le indagini giudiziarie segnalano l’esistenza di segmenti minoritari ma radicalizzati che ricorrono ad attività illegali o borderline. Spaccio, furti, ricettazione e danneggiamenti non rappresentano l’intero movimento, ma costituiscono un canale di finanziamento e pressione che attira l’attenzione di Procure e forze dell’ordine, soprattutto nei contesti urbani più tesi.
Il quadro è quello di un sistema economico composito, capace di rigenerarsi. Quando un canale è colpito altri subentrano e l’auto finanziamento «puro» non è sufficiente a spiegare la persistenza dell’area antagonista nel tempo.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 9 febbraio con Carlo Cambi