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2020-05-29
I soldi Ue (forse) nel 2021, intanto ci becchiamo il Mes
Valdis Dombrovskis (Ansa)
«Un piccolo sforzo di fantasia forse si poteva fare per cambiare nome a questo Mes», disse Fabio Fazio conduttore della trasmissione Che tempo che fa a un imbarazzatissimo David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che fra tanti sospiri ed esitazioni provava a convincere più sé stesso che i telespettatori in merito ai grandi sforzi che l'Eurogruppo stava - a suo dire - facendo per supportare l'economia italiana appunto descrivendo la soluzione del Fondo salvastati.
Era il 12 aprile, e da allora sono passati quarantasei giorni. E questo sforzo di fantasia è stato finalmente partorito. Il nome è lungo e il conte Mascetti di Amici miei non avrebbe potuto coniare di meglio in una delle sue ormai proverbiali supercazzole. Parliamo ovviamente dello European recovery instrument, meglio noto come Recovery fund.
Di che si tratta l'abbiamo scritto ieri: prestiti e sussidi da restituire sotto forma di trasferimenti ed eurotasse con cui l'Unione europea accredita fondi perché siano spesi come dice lei, alle condizioni che dice lei, dove decide lei e quando decide lei. Lo ha spiegato come meglio non si potrebbe il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. Il lettone che di mestiere fa il tutore del Commissario Paolo Gentiloni Silveri da Filottrano, discendente del conte Ottorino. Un italiano alla guida degli affari monetari, sebbene di provata fede europeista - come testimonia anche la sua uscita di ieri con cui ha definito il Recovery fund «un accordo storico», salvo aggiungere subito dopo che «la curva del debito va tenuta sotto controllo» - va comunque marcato a uomo tipo Gentile con Maradona a Spagna 1982: e infatti il nostro Valdis ci spiega candidamente in cosa consista il nuovo strumento.
I fondi del Recovery plan «arriveranno agli Stati membri in tranche legate a obiettivi di riforma» specificando pure, laddove non fosse ancora stato sufficientemente chiaro, che se gli stessi Paesi beneficiari (ma anche contribuenti) non rispettano «le priorità stabilite dall'Ue» e «non implementano gli obiettivi, perdono i soldi di una rata». Sì, insomma, la Grecia. «Dare soldi vedere cammello» sembra quindi essere la regola aurea cui si ispirerà la gestione del nuovo strumento. Ti anticipo i soldi che mi darai a patto che ci compri le scarpe e non da mangiare, anche se non sei scalzo e hai lo stomaco vuoto.
E siccome il Recovery fund somiglia tantissimo al Mes tanto da apparirne il gemello omozigoto, a questo punto tanto vale ripensare subito al Fondo salvastati dal momento che, ben che vada, questi soldi cominceranno a essere disponibili e negoziabili nel secondo semestre 2021. Sì, il Mes è come la peperonata. Si ripropone sempre. Il Corriere brucia tutti sul tempo con il solito Federico Fubini che intona il coro con un giorno di anticipo: «Il governo non può più permettersi di rinunciare alla leggera ai 37 miliardi della linea di credito senza condizioni del fondo salvataggi Mes». Repubblica segue a ruota il giorno dopo e, mentre suona la fanfara sull'ennesima svolta dell'Ue con l'approvazione del nuovo fondo, Tommaso Ciriaco spara la conferma che tutti messianicamente attendevamo. Palazzo Chigi «torna a valutare seriamente i 36 miliardi del Mes. Soltanto un deciso calo dello spread - tale da rendere molto conveniente raccogliere quei miliardi con emissione di titoli di Stato - eviterà l'accesso al Fondo salvastati».
Gronda entusiasmo per questo straordinario destino unito alla scoperta dell'uovo di Colombo. In Europa sanno -se del caso - come convincere l'Italia a piegarsi. Gli fa eco David Carretta, inviato di Radio Radicale a Bruxelles e molto esperto di cose europee, che sintetizza il tutto con forse maggiore chiarezza. Il tutto dissimulato da un dubbio amletico di pura forma. «Il Recovery fund in caso di accordo entrerà in funzione nel 2021. La Commissione per il 2020 propone una soluzione ponte di 11 miliardi. Da dividere tra i 27. Dopo i festeggiamenti (suoi, ndr) per i 172 miliardi, il governo si trova di fronte alla solita domanda: Mes o non Mes?».
Si mangerà sicuramente le mani il povero ministro Roberto Gualtieri che nell'audizione alla commissione Bilancio di due giorni fa, forse ormai scoraggiato e convinto di un mancato ricorso da parte dell'Italia al Meccanismo europeo di stabilità, decise di vuotare il sacco e raccontare la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità ai colleghi deputati mentre illustrava il decreto Rilancio. Il fabbisogno finanziario aggiuntivo legato all'emergenza Covid risulta pari a 1,792 miliardi. Queste sarebbero quindi le spese effettivamente finanziabili ricorrendo al Mes, che in cambio chiede però il privilegio del rimborso del suo credito così trasformando tutti gli oltre duemila miliardi di Btp, Bot e Cct in titoli subordinati modello Banca Etruria. Bene, e quindi con gli altri 35 miliardi e più che il Mes vuole in tutti i modi prestarci cosa ci facciamo? Ci copriamo spese non finanziabili, così contravvenendo alla supposta unica condizione (che poi sappiamo unica non essere) dello strumento, ovvero il rimborso di costi diretti ed indiretti legati all'emergenza coronavirus? Oppure la birra?
Forse la giusta soluzione di compromesso in proposito potrebbe averla trovata il sottosegretario pentastellato agli Esteri Manlio di Stefano. «Una statua a Conte e al M5s» grazie ai quali è stato reso possibile il miracolo del Recovery fund. Il Mes dal volto umano.
Si va verso un Recovery fund al retrogusto di Troika. Niente riforme? Niente aiuti
Appena si è posato il polverone dei titoli a caratteri cubitali e delle dichiarazioni roboanti inneggianti alla svolta epocale, ieri è stata la giornata dei primi dettagli e si sono manifestati i peggiori timori sul Recovery fund. La Commissione intende sfruttare questa occasione per plasmare definitivamente il nostro Paese secondo le raccomandazioni che restano da anni inascoltate. Bruxelles ha pubblicato i documenti che illustrano nei dettagli i diversi pilastri su cui si basa il suo piano da 750 miliardi, aggiuntivi rispetto ai 1.100 del bilancio tuttora in discussione per il settennato 2021-2027. E man mano che i documenti apparivano sul sito della Commissione, si facevano sempre più chiari i contorni della macchina messa a punto nelle ultime settimane dalla Dg Bilancio. Sarebbe stato più opportuno titolare il documento: «Italia, vuoi aiuto finanziario? Allora devi fare per almeno un decennio quello che ti diciamo noi».
Cominciamo dai numeri: accertato che i 750 miliardi aggiuntivi si dividono in 500 di sussidi e 250 di prestiti, a loro volta i 500 sono frazionati su diversi strumenti: il principale è lo strumento per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility, Rrf). Esso consentirà di erogare sussidi per 310 miliardi (335 a prezzi correnti) e prestiti per 250 miliardi (268 a prezzi correnti). Il complemento a 500 miliardi finirà in altri strumenti di minore entità e, soprattutto, 67 miliardi serviranno come garanzia alla Bei per emettere le obbligazioni i cui proventi consentiranno l'erogazione di prestiti alle imprese. In sostanza, i 500 miliardi si riducono, a prezzi correnti, a 335. Di questa somma l'Italia può beneficiare fino a un massimo di 68, seguita dalla Spagna con 67. La base di ripartizione della nostra quota è quindi del 20,4%. Inoltre, la Commissione prevede di concentrare la disponibilità delle somme nei primi quattro anni del prossimo settennato, quindi con scadenza 31 dicembre 2024, con impegno a concentrare nei primi due anni almeno il 60% della spesa. E qui finiscono le buone notizie, se tali si possono definire.
Ammesso e non concesso che questa ripartizione numerica regga all'esame del Consiglio europeo del prossimo 19 giugno, la parte complicata - ma d'altra parte inevitabile, se solo si ha una minima conoscenza di come funzionano i finanziamenti comunitari - comincia quando si esamina la procedura da seguire per ricevere quei fondi. Il sentiero è strettissimo e accidentato, ed è del tutto collegato al ciclo di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri che va sotto il nome di Semestre europeo (perché comincia a dicembre e termina a giugno di ciascun anno). Ai burocrati di Bruxelles non deve essere sembrato vero poter costringere l'Italia ad ascoltare e seguire le proprie raccomandazioni, regolarmente riposte in qualche cassetto polveroso da anni.
Il capitolo 5 del documento di 47 pagine più allegati che contiene la proposta di Regolamento del Rrf è una vera e propria corsa a ostacoli, al termine della quale il lettore, ormai esausto, preferirebbe pagarle di tasca propria quelle somme. Il perno di tutto è il Piano nazionale delle riforme, di cui il piano per il Rrf costituirà un allegato da presentare entro il 30 aprile. Tale piano dovrà definire le riforme e gli investimenti ritenuti idonei a conseguire gli obiettivi di politica economica propri del Semestre Europeo. Un percorso blindato al cui centro c'è la transizione verso il digitale e il «green». Deve essere tutto dettagliato: obiettivi intermedi, costi, piano delle attività. Il tutto sarà sottoposto alla attenta valutazione della Commissione che ne esaminerà la coerenza con gli obiettivi già definiti, e apporterà le opportune modifiche. Ma non finisce qua. È infatti previsto un piano di monitoraggio trimestrale, in cui lo Stato membro beneficiario riferirà circa i progressi compiuti nel raggiungimento degli impegni assunti. La quadratura del cerchio arriva infine con il pagamento a stati di avanzamento. Niente riforme? Niente soldi.
L'altro tema ancora da esplorare è quello delle garanzie. La Commissione, per emettere 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A, deve offrire al mercato ben definite garanzie o capitali accantonati. Al mercato non basta sapere che, nel prossimo bilancio 2028-2034, saranno previste entrate aggiuntive (proprie della Ue o maggiori contributi degli Stati membri). Non a caso, nella proposta Merkel-Macron del 18 maggio scorso, è scritto ben chiaro che i sussidi sono «connessi a un piano di rimborso vincolante». Il tema è ancora nell'ombra, ma gli Stati membri si devono impegnare già, ora per allora, altrimenti addio tripla A.
Tale meticolosa e inaccessibile complicazione genera un sospetto: non è che, visto che l'ammontare delle cifre in ballo non si discosta poi tanto dall'entità delle risorse create dal piano di acquisti della Bce, non è che tutto il groviglio di sigle e ripartizioni non sia altro che il «piano B» nel caso in cui Francoforte si «pieghi» alla sentenza di Karlsruhe e rimoduli il Qe pandemico che sta reggendo l'eurozona?
Alla fine, la domanda decisiva è: ammesso e non concesso che il saldo sia favorevole all'Italia, qual è il costo occulto che il nostro Paese sosterrà a causa della obbligatoria destinazione della spesa verso attività o settori non prioritari? In altre parole, meglio spendere 100 per finalità definite all'interno del normale circuito democratico previsto dalla Costituzione o spenderne 120, indebitandosi per 100 per fare cose scelte da altri?
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I fondi promessi da Bruxelles cominceranno a essere disponibili nel secondo semestre del prossimo anno. Il sospetto, convalidato dai «suggerimenti» degli eurolirici, è che la tempistica non sia affatto casuale.Il piano prevede un percorso blindato: la Commissione ci controllerà passo passo. Sembra quasi il «piano B» in vista dell'adeguamento alla sentenza di Karlsruhe.Lo speciale contiene due articoli.«Un piccolo sforzo di fantasia forse si poteva fare per cambiare nome a questo Mes», disse Fabio Fazio conduttore della trasmissione Che tempo che fa a un imbarazzatissimo David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che fra tanti sospiri ed esitazioni provava a convincere più sé stesso che i telespettatori in merito ai grandi sforzi che l'Eurogruppo stava - a suo dire - facendo per supportare l'economia italiana appunto descrivendo la soluzione del Fondo salvastati. Era il 12 aprile, e da allora sono passati quarantasei giorni. E questo sforzo di fantasia è stato finalmente partorito. Il nome è lungo e il conte Mascetti di Amici miei non avrebbe potuto coniare di meglio in una delle sue ormai proverbiali supercazzole. Parliamo ovviamente dello European recovery instrument, meglio noto come Recovery fund. Di che si tratta l'abbiamo scritto ieri: prestiti e sussidi da restituire sotto forma di trasferimenti ed eurotasse con cui l'Unione europea accredita fondi perché siano spesi come dice lei, alle condizioni che dice lei, dove decide lei e quando decide lei. Lo ha spiegato come meglio non si potrebbe il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. Il lettone che di mestiere fa il tutore del Commissario Paolo Gentiloni Silveri da Filottrano, discendente del conte Ottorino. Un italiano alla guida degli affari monetari, sebbene di provata fede europeista - come testimonia anche la sua uscita di ieri con cui ha definito il Recovery fund «un accordo storico», salvo aggiungere subito dopo che «la curva del debito va tenuta sotto controllo» - va comunque marcato a uomo tipo Gentile con Maradona a Spagna 1982: e infatti il nostro Valdis ci spiega candidamente in cosa consista il nuovo strumento.I fondi del Recovery plan «arriveranno agli Stati membri in tranche legate a obiettivi di riforma» specificando pure, laddove non fosse ancora stato sufficientemente chiaro, che se gli stessi Paesi beneficiari (ma anche contribuenti) non rispettano «le priorità stabilite dall'Ue» e «non implementano gli obiettivi, perdono i soldi di una rata». Sì, insomma, la Grecia. «Dare soldi vedere cammello» sembra quindi essere la regola aurea cui si ispirerà la gestione del nuovo strumento. Ti anticipo i soldi che mi darai a patto che ci compri le scarpe e non da mangiare, anche se non sei scalzo e hai lo stomaco vuoto.E siccome il Recovery fund somiglia tantissimo al Mes tanto da apparirne il gemello omozigoto, a questo punto tanto vale ripensare subito al Fondo salvastati dal momento che, ben che vada, questi soldi cominceranno a essere disponibili e negoziabili nel secondo semestre 2021. Sì, il Mes è come la peperonata. Si ripropone sempre. Il Corriere brucia tutti sul tempo con il solito Federico Fubini che intona il coro con un giorno di anticipo: «Il governo non può più permettersi di rinunciare alla leggera ai 37 miliardi della linea di credito senza condizioni del fondo salvataggi Mes». Repubblica segue a ruota il giorno dopo e, mentre suona la fanfara sull'ennesima svolta dell'Ue con l'approvazione del nuovo fondo, Tommaso Ciriaco spara la conferma che tutti messianicamente attendevamo. Palazzo Chigi «torna a valutare seriamente i 36 miliardi del Mes. Soltanto un deciso calo dello spread - tale da rendere molto conveniente raccogliere quei miliardi con emissione di titoli di Stato - eviterà l'accesso al Fondo salvastati». Gronda entusiasmo per questo straordinario destino unito alla scoperta dell'uovo di Colombo. In Europa sanno -se del caso - come convincere l'Italia a piegarsi. Gli fa eco David Carretta, inviato di Radio Radicale a Bruxelles e molto esperto di cose europee, che sintetizza il tutto con forse maggiore chiarezza. Il tutto dissimulato da un dubbio amletico di pura forma. «Il Recovery fund in caso di accordo entrerà in funzione nel 2021. La Commissione per il 2020 propone una soluzione ponte di 11 miliardi. Da dividere tra i 27. Dopo i festeggiamenti (suoi, ndr) per i 172 miliardi, il governo si trova di fronte alla solita domanda: Mes o non Mes?».Si mangerà sicuramente le mani il povero ministro Roberto Gualtieri che nell'audizione alla commissione Bilancio di due giorni fa, forse ormai scoraggiato e convinto di un mancato ricorso da parte dell'Italia al Meccanismo europeo di stabilità, decise di vuotare il sacco e raccontare la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità ai colleghi deputati mentre illustrava il decreto Rilancio. Il fabbisogno finanziario aggiuntivo legato all'emergenza Covid risulta pari a 1,792 miliardi. Queste sarebbero quindi le spese effettivamente finanziabili ricorrendo al Mes, che in cambio chiede però il privilegio del rimborso del suo credito così trasformando tutti gli oltre duemila miliardi di Btp, Bot e Cct in titoli subordinati modello Banca Etruria. Bene, e quindi con gli altri 35 miliardi e più che il Mes vuole in tutti i modi prestarci cosa ci facciamo? Ci copriamo spese non finanziabili, così contravvenendo alla supposta unica condizione (che poi sappiamo unica non essere) dello strumento, ovvero il rimborso di costi diretti ed indiretti legati all'emergenza coronavirus? Oppure la birra? Forse la giusta soluzione di compromesso in proposito potrebbe averla trovata il sottosegretario pentastellato agli Esteri Manlio di Stefano. «Una statua a Conte e al M5s» grazie ai quali è stato reso possibile il miracolo del Recovery fund. Il Mes dal volto umano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-sgancera-i-soldi-solo-nel-2021-intanto-ci-spinge-a-firmare-il-mes-2646119167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-va-verso-un-recovery-fund-al-retrogusto-di-troika-niente-riforme-niente-aiuti" data-post-id="2646119167" data-published-at="1590706689" data-use-pagination="False"> Si va verso un Recovery fund al retrogusto di Troika. Niente riforme? Niente aiuti Appena si è posato il polverone dei titoli a caratteri cubitali e delle dichiarazioni roboanti inneggianti alla svolta epocale, ieri è stata la giornata dei primi dettagli e si sono manifestati i peggiori timori sul Recovery fund. La Commissione intende sfruttare questa occasione per plasmare definitivamente il nostro Paese secondo le raccomandazioni che restano da anni inascoltate. Bruxelles ha pubblicato i documenti che illustrano nei dettagli i diversi pilastri su cui si basa il suo piano da 750 miliardi, aggiuntivi rispetto ai 1.100 del bilancio tuttora in discussione per il settennato 2021-2027. E man mano che i documenti apparivano sul sito della Commissione, si facevano sempre più chiari i contorni della macchina messa a punto nelle ultime settimane dalla Dg Bilancio. Sarebbe stato più opportuno titolare il documento: «Italia, vuoi aiuto finanziario? Allora devi fare per almeno un decennio quello che ti diciamo noi». Cominciamo dai numeri: accertato che i 750 miliardi aggiuntivi si dividono in 500 di sussidi e 250 di prestiti, a loro volta i 500 sono frazionati su diversi strumenti: il principale è lo strumento per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility, Rrf). Esso consentirà di erogare sussidi per 310 miliardi (335 a prezzi correnti) e prestiti per 250 miliardi (268 a prezzi correnti). Il complemento a 500 miliardi finirà in altri strumenti di minore entità e, soprattutto, 67 miliardi serviranno come garanzia alla Bei per emettere le obbligazioni i cui proventi consentiranno l'erogazione di prestiti alle imprese. In sostanza, i 500 miliardi si riducono, a prezzi correnti, a 335. Di questa somma l'Italia può beneficiare fino a un massimo di 68, seguita dalla Spagna con 67. La base di ripartizione della nostra quota è quindi del 20,4%. Inoltre, la Commissione prevede di concentrare la disponibilità delle somme nei primi quattro anni del prossimo settennato, quindi con scadenza 31 dicembre 2024, con impegno a concentrare nei primi due anni almeno il 60% della spesa. E qui finiscono le buone notizie, se tali si possono definire. Ammesso e non concesso che questa ripartizione numerica regga all'esame del Consiglio europeo del prossimo 19 giugno, la parte complicata - ma d'altra parte inevitabile, se solo si ha una minima conoscenza di come funzionano i finanziamenti comunitari - comincia quando si esamina la procedura da seguire per ricevere quei fondi. Il sentiero è strettissimo e accidentato, ed è del tutto collegato al ciclo di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri che va sotto il nome di Semestre europeo (perché comincia a dicembre e termina a giugno di ciascun anno). Ai burocrati di Bruxelles non deve essere sembrato vero poter costringere l'Italia ad ascoltare e seguire le proprie raccomandazioni, regolarmente riposte in qualche cassetto polveroso da anni. Il capitolo 5 del documento di 47 pagine più allegati che contiene la proposta di Regolamento del Rrf è una vera e propria corsa a ostacoli, al termine della quale il lettore, ormai esausto, preferirebbe pagarle di tasca propria quelle somme. Il perno di tutto è il Piano nazionale delle riforme, di cui il piano per il Rrf costituirà un allegato da presentare entro il 30 aprile. Tale piano dovrà definire le riforme e gli investimenti ritenuti idonei a conseguire gli obiettivi di politica economica propri del Semestre Europeo. Un percorso blindato al cui centro c'è la transizione verso il digitale e il «green». Deve essere tutto dettagliato: obiettivi intermedi, costi, piano delle attività. Il tutto sarà sottoposto alla attenta valutazione della Commissione che ne esaminerà la coerenza con gli obiettivi già definiti, e apporterà le opportune modifiche. Ma non finisce qua. È infatti previsto un piano di monitoraggio trimestrale, in cui lo Stato membro beneficiario riferirà circa i progressi compiuti nel raggiungimento degli impegni assunti. La quadratura del cerchio arriva infine con il pagamento a stati di avanzamento. Niente riforme? Niente soldi. L'altro tema ancora da esplorare è quello delle garanzie. La Commissione, per emettere 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A, deve offrire al mercato ben definite garanzie o capitali accantonati. Al mercato non basta sapere che, nel prossimo bilancio 2028-2034, saranno previste entrate aggiuntive (proprie della Ue o maggiori contributi degli Stati membri). Non a caso, nella proposta Merkel-Macron del 18 maggio scorso, è scritto ben chiaro che i sussidi sono «connessi a un piano di rimborso vincolante». Il tema è ancora nell'ombra, ma gli Stati membri si devono impegnare già, ora per allora, altrimenti addio tripla A. Tale meticolosa e inaccessibile complicazione genera un sospetto: non è che, visto che l'ammontare delle cifre in ballo non si discosta poi tanto dall'entità delle risorse create dal piano di acquisti della Bce, non è che tutto il groviglio di sigle e ripartizioni non sia altro che il «piano B» nel caso in cui Francoforte si «pieghi» alla sentenza di Karlsruhe e rimoduli il Qe pandemico che sta reggendo l'eurozona? Alla fine, la domanda decisiva è: ammesso e non concesso che il saldo sia favorevole all'Italia, qual è il costo occulto che il nostro Paese sosterrà a causa della obbligatoria destinazione della spesa verso attività o settori non prioritari? In altre parole, meglio spendere 100 per finalità definite all'interno del normale circuito democratico previsto dalla Costituzione o spenderne 120, indebitandosi per 100 per fare cose scelte da altri?
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.
Giuseppe Conte (Ansa)
Se perfino sul quotidiano di Confindustria si arriva a leggere che «il Pnrr sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico», significa che le cose non stanno andando come, troppo ottimisticamente, previsto. Si tratta di un complesso esercizio di stima eseguito dall’Ifel (istituto di ricerca che fa capo all’Anci) che mette a confronto la crescita cumulata del Pil pro capite registrata tra 2021 e 2026, con quella che si sarebbe registrata in un ipotetico scenario senza Pnrr.
Il risultato è una modesta differenza di 2,2 punti percentuali. Per intenderci, se la crescita cumulata del Pil pro capite è stata di circa il 17%, senza il Pnrr si sarebbe fermata al 14,8%.
Solo un modesto 13% della crescita cumulata del periodo viene spiegata dal Pnrr.
Quel +2,2 è, sua volta, la media ponderata tra +1,5 punti del Centro-Nord e +3,26 punti del Sud; divario che è generato quasi del tutto dal settore delle costruzioni e che si spiega con la quota del 40% della spesa riservata al Mezzogiorno e con una maggiore reattività allo stimolo fiscale di territori che partivano da livelli di investimenti e di occupazione molto più bassi.
Questi dati rilevati a livello pro capite diventano ancora più preoccupanti se esaminati tenendo conto della dinamica demografica che, nello stesso periodo, ha mostrato anche una lieve contrazione (-0,5%). Infatti mettono ancora più in dubbio le mirabolanti stime di crescita complessiva reale del Pil, secondo il Mef pari, in ipotesi di alta efficienza della spesa, a 3,7 punti, mentre l’Upb si era fermato a 2,9 punti. Ora siamo invece a 2,2 punti, ma di Pil pro capite, che però beneficiano di una dinamica demografica lievemente negativa. Quindi la crescita aggiuntiva complessiva si è spalmata su una popolazione in lieve calo ed aumenta anche per questo motivo. A livello totale ciò equivale a una crescita aggiuntiva cumulata lievemente inferiore al 2,2 stimato. Siamo anni luce lontani dal 3,7 o dal 2,9 delle previsioni, che peraltro concentrano quasi metà della crescita aggiuntiva proprio nel 2026, ipotesi che lascia molti dubbi.
Dando per buona la stima di 2 punti aggiuntivi di Pil assoluto, stiamo parlando di circa 50 miliardi in 5 anni, a fronte di una spesa che a marzo era ancora ferma a 117 miliardi (141 con i miliardi dati in dotazione a veicoli di spesa speciali). Un rapporto costi/benefici modesto, che però merita alcune precisazioni.
Innanzitutto bisogna distinguere tra somme incassate da Bruxelles (153,2 miliardi fino all’ottava rata, con la nona in arrivo a breve) e quelle effettivamente spese (117). La differenza è andata semplicemente a ridurre il fabbisogno statale e quindi il ricorso al mercato da parte del Mef. Da qui l’accusa, rivolta alla Spagna, ma che varrebbe anche per l’Italia, di aver finanziato le pensioni con il Pnrr. Sia pure transitoriamente, è esattamente così. Perché con il NextGenEU – che paga con il raggiungimento di obiettivi e traguardi e non con la rendicontazione di spese eseguite - si è parzialmente persa la tracciabilità del denaro ricevuto da Bruxelles e il collegamento con le spese effettivamente eseguite. Un aspetto censurato sia dalla Corte dei Conti spagnola che da quella UE ben descritto dalla dichiarazione del Commissario Ue Raffaele Fitto, riportata da Politico.Eu: «Sebbene il pagamento delle pensioni e altre forme di spesa corrente non siano ammissibili ai fondi NextGenEU o ai fondi per la ripresa e la resilienza (RRF), gli Stati membri potrebbero temporaneamente utilizzare parte della liquidità derivante dagli esborsi RRF per coprire altre spese di bilancio».
Inoltre, investimenti per circa 55 miliardi erano già a bilancio e quindi il Pnrr è solo intervenuto come strumento di finanziamento alternativo ai Btp, con impatto nullo sulla crescita.
Come avrebbe detto Vujadin Boskov, «aumento di Pil è solo quando spesa viene eseguita», e non prima, quando Bruxelles paga. Di conseguenza è ragionevole ipotizzare che una parte non secondaria di quei 117 miliardi non abbiano ancora generato acquisti di beni e servizi, e quindi Pil, da parte degli innumerevoli centri di spesa (statali e locali) verso cui sono affluiti i soldi incassati dal Mef per ciascuna rata e siano tuttora incagliati tra stati di avanzamento, ritardi nei cronoprogrammi e collaudi delle opere commissionate.
Un fenomeno che peraltro non riguarda solo l’Italia, perché non è un caso che la settimana scorsa il Financial Times abbia puntato un faro proprio sulle basse percentuali di utilizzo dei fondi dell’RRF da parte degli Stati membri. Dopo ben 5 anni, siano ancora di poco oltre il 50%, con 310 miliardi su 577 e Spagna e Polonia (gli altri due grandi beneficiari) molto indietro rispetto al 57% dell’Italia.
L’incapacità della Ue di reagire efficacemente alle crisi è dimostrata per tabulas.
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Il generale Khalifa Haftar (Ansa)
Dalla Cirenaica sono arrivati due ex diplomatici e un giurista che ha ricoperto la carica di ministro della Giustizia nel governo di Stabilità Nazionale (GSN) del primo ministro Osama Hammad. Il GSN ha un riconoscimento internazionale piuttosto limitato e a oggi soltanto la Russia, che qui ha dislocato una compagnia di mercenari dell’Africa Corps, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti hanno aperto una sede diplomatica. La Francia ha una rappresentanza commerciale per tenere aperto un canale di comunicazione anche con la Cirenaica. Dalla Tripolitania sono invece arrivati in Tunisia il ministro della Comunicazione Walid Al-Lafi, un diplomatico e due uomini d’affari compreso Mustafa Al-Manea, presidente del consiglio d’amministrazione della Libyan Investment Authority che gestisce le entrate petrolifere della Libia occidentale. Il premier Abdul Hamid Dbeibeh ha pubblicamente elogiato questi meeting che hanno visto il primo appuntamento a Roma, sotto l’ala del governo di Giorgia Meloni. Il principale artefice di questo tavolo di trattative rimangono però le Nazioni Unite che, attraverso l’operazione politica speciale UNSMIL (Missione di Supporto delle Nazioni Unite in Libia), lavorano da tempo per una riconciliazione nazionale.
La Libia, dopo il fallimento delle Primavere arabe, non ha più trovato né pace, né stabilità ed oggi rimane una nazione divisa ed insicura per i suoi cittadini. A Tripoli amministra il Governo di Unità Nazionale (GNU), guidato da Dbeibeh, che oltre ad aver esaurito il suo mandato da tempo, fatica a mantenere il controllo della capitale e della zona costiera. Il GNU è ostaggio delle milizie che sono padrone della Tripolitania ed hanno in mano tutte le leve del potere. Metà del gabinetto ministeriale è composta da comandanti di milizie e lo stesso Dbiebeh fa difendere i quartieri governativi da un gruppo paramilitare a lui fedele. La suddivisione del potere è complicata e quando il Premier ha provato con la forza ad imporre le decisioni governative sono scoppiate battaglie nelle strade della capitale. La Brigata 444 di Misurata, corpo d’elite del GNU, ha ucciso un comandante ribelle attirandolo in un’imboscata insieme ai suoi ufficiali, per riprendere il controllo dei quartieri meridionali di Tripoli. Quando però Dbeibeh aveva lanciato le sue milizie contro il gruppo Rada, che gestisce l’aeroporto internazionale di Mitiga, i cosiddetti governativi erano stati sonoramente sconfitti, lasciando i miliziani del salafita Abdel Raouf Kara a gestire una delle principali via di ingresso nel Paese arabo.
Alla fine dell’incontro i partecipanti si sono detti molto soddisfatti dei passi in avanti, ma non ci sono date per votare e la road-map che dovrebbe portare alla riunificazione non è neanche stata messa sul tavolo. I rappresentanti del Palazzo di Vetro spingono perché il Governo di Stabilità Nazionale di Tobuch rinunci alla sua sovranità, in cambio di una forte autonomia, ma in realtà quasi il 70% del territorio libico è nella loro mani. Per essere precisi nella mani del Feldmaresciallo di Libia Khalifa Haftar, un potentissimo signore della guerra che comanda l’Esercito Nazionale Libico, una forza militare che risponde direttamente a lui ed al suo clan. La famiglia Haftar ha infatti occupato tutti i posti chiave del governo di Tobruch, gestendo anche molti traffici illeciti. A metà giugno si terrà un nuovo incontro in una sede ancora da definire e dovrebbe essere eletto un consiglio per la Commissione Elettorale nazionale per provare a votare una serie di elezioni locali in tutta la Libia. Il percorso di riunificazione appare invece ancora molto lontano, nonostante il lavoro dell’Italia che sta lavorando da tempo con entrambi i governi cercando un riavvicinamento per ricostruire una nazione fondamentale per gli equilibri del Nord Africa.
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