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2020-05-29
I soldi Ue (forse) nel 2021, intanto ci becchiamo il Mes
Valdis Dombrovskis (Ansa)
«Un piccolo sforzo di fantasia forse si poteva fare per cambiare nome a questo Mes», disse Fabio Fazio conduttore della trasmissione Che tempo che fa a un imbarazzatissimo David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che fra tanti sospiri ed esitazioni provava a convincere più sé stesso che i telespettatori in merito ai grandi sforzi che l'Eurogruppo stava - a suo dire - facendo per supportare l'economia italiana appunto descrivendo la soluzione del Fondo salvastati.
Era il 12 aprile, e da allora sono passati quarantasei giorni. E questo sforzo di fantasia è stato finalmente partorito. Il nome è lungo e il conte Mascetti di Amici miei non avrebbe potuto coniare di meglio in una delle sue ormai proverbiali supercazzole. Parliamo ovviamente dello European recovery instrument, meglio noto come Recovery fund.
Di che si tratta l'abbiamo scritto ieri: prestiti e sussidi da restituire sotto forma di trasferimenti ed eurotasse con cui l'Unione europea accredita fondi perché siano spesi come dice lei, alle condizioni che dice lei, dove decide lei e quando decide lei. Lo ha spiegato come meglio non si potrebbe il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. Il lettone che di mestiere fa il tutore del Commissario Paolo Gentiloni Silveri da Filottrano, discendente del conte Ottorino. Un italiano alla guida degli affari monetari, sebbene di provata fede europeista - come testimonia anche la sua uscita di ieri con cui ha definito il Recovery fund «un accordo storico», salvo aggiungere subito dopo che «la curva del debito va tenuta sotto controllo» - va comunque marcato a uomo tipo Gentile con Maradona a Spagna 1982: e infatti il nostro Valdis ci spiega candidamente in cosa consista il nuovo strumento.
I fondi del Recovery plan «arriveranno agli Stati membri in tranche legate a obiettivi di riforma» specificando pure, laddove non fosse ancora stato sufficientemente chiaro, che se gli stessi Paesi beneficiari (ma anche contribuenti) non rispettano «le priorità stabilite dall'Ue» e «non implementano gli obiettivi, perdono i soldi di una rata». Sì, insomma, la Grecia. «Dare soldi vedere cammello» sembra quindi essere la regola aurea cui si ispirerà la gestione del nuovo strumento. Ti anticipo i soldi che mi darai a patto che ci compri le scarpe e non da mangiare, anche se non sei scalzo e hai lo stomaco vuoto.
E siccome il Recovery fund somiglia tantissimo al Mes tanto da apparirne il gemello omozigoto, a questo punto tanto vale ripensare subito al Fondo salvastati dal momento che, ben che vada, questi soldi cominceranno a essere disponibili e negoziabili nel secondo semestre 2021. Sì, il Mes è come la peperonata. Si ripropone sempre. Il Corriere brucia tutti sul tempo con il solito Federico Fubini che intona il coro con un giorno di anticipo: «Il governo non può più permettersi di rinunciare alla leggera ai 37 miliardi della linea di credito senza condizioni del fondo salvataggi Mes». Repubblica segue a ruota il giorno dopo e, mentre suona la fanfara sull'ennesima svolta dell'Ue con l'approvazione del nuovo fondo, Tommaso Ciriaco spara la conferma che tutti messianicamente attendevamo. Palazzo Chigi «torna a valutare seriamente i 36 miliardi del Mes. Soltanto un deciso calo dello spread - tale da rendere molto conveniente raccogliere quei miliardi con emissione di titoli di Stato - eviterà l'accesso al Fondo salvastati».
Gronda entusiasmo per questo straordinario destino unito alla scoperta dell'uovo di Colombo. In Europa sanno -se del caso - come convincere l'Italia a piegarsi. Gli fa eco David Carretta, inviato di Radio Radicale a Bruxelles e molto esperto di cose europee, che sintetizza il tutto con forse maggiore chiarezza. Il tutto dissimulato da un dubbio amletico di pura forma. «Il Recovery fund in caso di accordo entrerà in funzione nel 2021. La Commissione per il 2020 propone una soluzione ponte di 11 miliardi. Da dividere tra i 27. Dopo i festeggiamenti (suoi, ndr) per i 172 miliardi, il governo si trova di fronte alla solita domanda: Mes o non Mes?».
Si mangerà sicuramente le mani il povero ministro Roberto Gualtieri che nell'audizione alla commissione Bilancio di due giorni fa, forse ormai scoraggiato e convinto di un mancato ricorso da parte dell'Italia al Meccanismo europeo di stabilità, decise di vuotare il sacco e raccontare la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità ai colleghi deputati mentre illustrava il decreto Rilancio. Il fabbisogno finanziario aggiuntivo legato all'emergenza Covid risulta pari a 1,792 miliardi. Queste sarebbero quindi le spese effettivamente finanziabili ricorrendo al Mes, che in cambio chiede però il privilegio del rimborso del suo credito così trasformando tutti gli oltre duemila miliardi di Btp, Bot e Cct in titoli subordinati modello Banca Etruria. Bene, e quindi con gli altri 35 miliardi e più che il Mes vuole in tutti i modi prestarci cosa ci facciamo? Ci copriamo spese non finanziabili, così contravvenendo alla supposta unica condizione (che poi sappiamo unica non essere) dello strumento, ovvero il rimborso di costi diretti ed indiretti legati all'emergenza coronavirus? Oppure la birra?
Forse la giusta soluzione di compromesso in proposito potrebbe averla trovata il sottosegretario pentastellato agli Esteri Manlio di Stefano. «Una statua a Conte e al M5s» grazie ai quali è stato reso possibile il miracolo del Recovery fund. Il Mes dal volto umano.
Si va verso un Recovery fund al retrogusto di Troika. Niente riforme? Niente aiuti
Appena si è posato il polverone dei titoli a caratteri cubitali e delle dichiarazioni roboanti inneggianti alla svolta epocale, ieri è stata la giornata dei primi dettagli e si sono manifestati i peggiori timori sul Recovery fund. La Commissione intende sfruttare questa occasione per plasmare definitivamente il nostro Paese secondo le raccomandazioni che restano da anni inascoltate. Bruxelles ha pubblicato i documenti che illustrano nei dettagli i diversi pilastri su cui si basa il suo piano da 750 miliardi, aggiuntivi rispetto ai 1.100 del bilancio tuttora in discussione per il settennato 2021-2027. E man mano che i documenti apparivano sul sito della Commissione, si facevano sempre più chiari i contorni della macchina messa a punto nelle ultime settimane dalla Dg Bilancio. Sarebbe stato più opportuno titolare il documento: «Italia, vuoi aiuto finanziario? Allora devi fare per almeno un decennio quello che ti diciamo noi».
Cominciamo dai numeri: accertato che i 750 miliardi aggiuntivi si dividono in 500 di sussidi e 250 di prestiti, a loro volta i 500 sono frazionati su diversi strumenti: il principale è lo strumento per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility, Rrf). Esso consentirà di erogare sussidi per 310 miliardi (335 a prezzi correnti) e prestiti per 250 miliardi (268 a prezzi correnti). Il complemento a 500 miliardi finirà in altri strumenti di minore entità e, soprattutto, 67 miliardi serviranno come garanzia alla Bei per emettere le obbligazioni i cui proventi consentiranno l'erogazione di prestiti alle imprese. In sostanza, i 500 miliardi si riducono, a prezzi correnti, a 335. Di questa somma l'Italia può beneficiare fino a un massimo di 68, seguita dalla Spagna con 67. La base di ripartizione della nostra quota è quindi del 20,4%. Inoltre, la Commissione prevede di concentrare la disponibilità delle somme nei primi quattro anni del prossimo settennato, quindi con scadenza 31 dicembre 2024, con impegno a concentrare nei primi due anni almeno il 60% della spesa. E qui finiscono le buone notizie, se tali si possono definire.
Ammesso e non concesso che questa ripartizione numerica regga all'esame del Consiglio europeo del prossimo 19 giugno, la parte complicata - ma d'altra parte inevitabile, se solo si ha una minima conoscenza di come funzionano i finanziamenti comunitari - comincia quando si esamina la procedura da seguire per ricevere quei fondi. Il sentiero è strettissimo e accidentato, ed è del tutto collegato al ciclo di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri che va sotto il nome di Semestre europeo (perché comincia a dicembre e termina a giugno di ciascun anno). Ai burocrati di Bruxelles non deve essere sembrato vero poter costringere l'Italia ad ascoltare e seguire le proprie raccomandazioni, regolarmente riposte in qualche cassetto polveroso da anni.
Il capitolo 5 del documento di 47 pagine più allegati che contiene la proposta di Regolamento del Rrf è una vera e propria corsa a ostacoli, al termine della quale il lettore, ormai esausto, preferirebbe pagarle di tasca propria quelle somme. Il perno di tutto è il Piano nazionale delle riforme, di cui il piano per il Rrf costituirà un allegato da presentare entro il 30 aprile. Tale piano dovrà definire le riforme e gli investimenti ritenuti idonei a conseguire gli obiettivi di politica economica propri del Semestre Europeo. Un percorso blindato al cui centro c'è la transizione verso il digitale e il «green». Deve essere tutto dettagliato: obiettivi intermedi, costi, piano delle attività. Il tutto sarà sottoposto alla attenta valutazione della Commissione che ne esaminerà la coerenza con gli obiettivi già definiti, e apporterà le opportune modifiche. Ma non finisce qua. È infatti previsto un piano di monitoraggio trimestrale, in cui lo Stato membro beneficiario riferirà circa i progressi compiuti nel raggiungimento degli impegni assunti. La quadratura del cerchio arriva infine con il pagamento a stati di avanzamento. Niente riforme? Niente soldi.
L'altro tema ancora da esplorare è quello delle garanzie. La Commissione, per emettere 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A, deve offrire al mercato ben definite garanzie o capitali accantonati. Al mercato non basta sapere che, nel prossimo bilancio 2028-2034, saranno previste entrate aggiuntive (proprie della Ue o maggiori contributi degli Stati membri). Non a caso, nella proposta Merkel-Macron del 18 maggio scorso, è scritto ben chiaro che i sussidi sono «connessi a un piano di rimborso vincolante». Il tema è ancora nell'ombra, ma gli Stati membri si devono impegnare già, ora per allora, altrimenti addio tripla A.
Tale meticolosa e inaccessibile complicazione genera un sospetto: non è che, visto che l'ammontare delle cifre in ballo non si discosta poi tanto dall'entità delle risorse create dal piano di acquisti della Bce, non è che tutto il groviglio di sigle e ripartizioni non sia altro che il «piano B» nel caso in cui Francoforte si «pieghi» alla sentenza di Karlsruhe e rimoduli il Qe pandemico che sta reggendo l'eurozona?
Alla fine, la domanda decisiva è: ammesso e non concesso che il saldo sia favorevole all'Italia, qual è il costo occulto che il nostro Paese sosterrà a causa della obbligatoria destinazione della spesa verso attività o settori non prioritari? In altre parole, meglio spendere 100 per finalità definite all'interno del normale circuito democratico previsto dalla Costituzione o spenderne 120, indebitandosi per 100 per fare cose scelte da altri?
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I fondi promessi da Bruxelles cominceranno a essere disponibili nel secondo semestre del prossimo anno. Il sospetto, convalidato dai «suggerimenti» degli eurolirici, è che la tempistica non sia affatto casuale.Il piano prevede un percorso blindato: la Commissione ci controllerà passo passo. Sembra quasi il «piano B» in vista dell'adeguamento alla sentenza di Karlsruhe.Lo speciale contiene due articoli.«Un piccolo sforzo di fantasia forse si poteva fare per cambiare nome a questo Mes», disse Fabio Fazio conduttore della trasmissione Che tempo che fa a un imbarazzatissimo David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, che fra tanti sospiri ed esitazioni provava a convincere più sé stesso che i telespettatori in merito ai grandi sforzi che l'Eurogruppo stava - a suo dire - facendo per supportare l'economia italiana appunto descrivendo la soluzione del Fondo salvastati. Era il 12 aprile, e da allora sono passati quarantasei giorni. E questo sforzo di fantasia è stato finalmente partorito. Il nome è lungo e il conte Mascetti di Amici miei non avrebbe potuto coniare di meglio in una delle sue ormai proverbiali supercazzole. Parliamo ovviamente dello European recovery instrument, meglio noto come Recovery fund. Di che si tratta l'abbiamo scritto ieri: prestiti e sussidi da restituire sotto forma di trasferimenti ed eurotasse con cui l'Unione europea accredita fondi perché siano spesi come dice lei, alle condizioni che dice lei, dove decide lei e quando decide lei. Lo ha spiegato come meglio non si potrebbe il vicepresidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis. Il lettone che di mestiere fa il tutore del Commissario Paolo Gentiloni Silveri da Filottrano, discendente del conte Ottorino. Un italiano alla guida degli affari monetari, sebbene di provata fede europeista - come testimonia anche la sua uscita di ieri con cui ha definito il Recovery fund «un accordo storico», salvo aggiungere subito dopo che «la curva del debito va tenuta sotto controllo» - va comunque marcato a uomo tipo Gentile con Maradona a Spagna 1982: e infatti il nostro Valdis ci spiega candidamente in cosa consista il nuovo strumento.I fondi del Recovery plan «arriveranno agli Stati membri in tranche legate a obiettivi di riforma» specificando pure, laddove non fosse ancora stato sufficientemente chiaro, che se gli stessi Paesi beneficiari (ma anche contribuenti) non rispettano «le priorità stabilite dall'Ue» e «non implementano gli obiettivi, perdono i soldi di una rata». Sì, insomma, la Grecia. «Dare soldi vedere cammello» sembra quindi essere la regola aurea cui si ispirerà la gestione del nuovo strumento. Ti anticipo i soldi che mi darai a patto che ci compri le scarpe e non da mangiare, anche se non sei scalzo e hai lo stomaco vuoto.E siccome il Recovery fund somiglia tantissimo al Mes tanto da apparirne il gemello omozigoto, a questo punto tanto vale ripensare subito al Fondo salvastati dal momento che, ben che vada, questi soldi cominceranno a essere disponibili e negoziabili nel secondo semestre 2021. Sì, il Mes è come la peperonata. Si ripropone sempre. Il Corriere brucia tutti sul tempo con il solito Federico Fubini che intona il coro con un giorno di anticipo: «Il governo non può più permettersi di rinunciare alla leggera ai 37 miliardi della linea di credito senza condizioni del fondo salvataggi Mes». Repubblica segue a ruota il giorno dopo e, mentre suona la fanfara sull'ennesima svolta dell'Ue con l'approvazione del nuovo fondo, Tommaso Ciriaco spara la conferma che tutti messianicamente attendevamo. Palazzo Chigi «torna a valutare seriamente i 36 miliardi del Mes. Soltanto un deciso calo dello spread - tale da rendere molto conveniente raccogliere quei miliardi con emissione di titoli di Stato - eviterà l'accesso al Fondo salvastati». Gronda entusiasmo per questo straordinario destino unito alla scoperta dell'uovo di Colombo. In Europa sanno -se del caso - come convincere l'Italia a piegarsi. Gli fa eco David Carretta, inviato di Radio Radicale a Bruxelles e molto esperto di cose europee, che sintetizza il tutto con forse maggiore chiarezza. Il tutto dissimulato da un dubbio amletico di pura forma. «Il Recovery fund in caso di accordo entrerà in funzione nel 2021. La Commissione per il 2020 propone una soluzione ponte di 11 miliardi. Da dividere tra i 27. Dopo i festeggiamenti (suoi, ndr) per i 172 miliardi, il governo si trova di fronte alla solita domanda: Mes o non Mes?».Si mangerà sicuramente le mani il povero ministro Roberto Gualtieri che nell'audizione alla commissione Bilancio di due giorni fa, forse ormai scoraggiato e convinto di un mancato ricorso da parte dell'Italia al Meccanismo europeo di stabilità, decise di vuotare il sacco e raccontare la verità, tutta la verità e nient'altro che la verità ai colleghi deputati mentre illustrava il decreto Rilancio. Il fabbisogno finanziario aggiuntivo legato all'emergenza Covid risulta pari a 1,792 miliardi. Queste sarebbero quindi le spese effettivamente finanziabili ricorrendo al Mes, che in cambio chiede però il privilegio del rimborso del suo credito così trasformando tutti gli oltre duemila miliardi di Btp, Bot e Cct in titoli subordinati modello Banca Etruria. Bene, e quindi con gli altri 35 miliardi e più che il Mes vuole in tutti i modi prestarci cosa ci facciamo? Ci copriamo spese non finanziabili, così contravvenendo alla supposta unica condizione (che poi sappiamo unica non essere) dello strumento, ovvero il rimborso di costi diretti ed indiretti legati all'emergenza coronavirus? Oppure la birra? Forse la giusta soluzione di compromesso in proposito potrebbe averla trovata il sottosegretario pentastellato agli Esteri Manlio di Stefano. «Una statua a Conte e al M5s» grazie ai quali è stato reso possibile il miracolo del Recovery fund. Il Mes dal volto umano.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lue-sgancera-i-soldi-solo-nel-2021-intanto-ci-spinge-a-firmare-il-mes-2646119167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="si-va-verso-un-recovery-fund-al-retrogusto-di-troika-niente-riforme-niente-aiuti" data-post-id="2646119167" data-published-at="1590706689" data-use-pagination="False"> Si va verso un Recovery fund al retrogusto di Troika. Niente riforme? Niente aiuti Appena si è posato il polverone dei titoli a caratteri cubitali e delle dichiarazioni roboanti inneggianti alla svolta epocale, ieri è stata la giornata dei primi dettagli e si sono manifestati i peggiori timori sul Recovery fund. La Commissione intende sfruttare questa occasione per plasmare definitivamente il nostro Paese secondo le raccomandazioni che restano da anni inascoltate. Bruxelles ha pubblicato i documenti che illustrano nei dettagli i diversi pilastri su cui si basa il suo piano da 750 miliardi, aggiuntivi rispetto ai 1.100 del bilancio tuttora in discussione per il settennato 2021-2027. E man mano che i documenti apparivano sul sito della Commissione, si facevano sempre più chiari i contorni della macchina messa a punto nelle ultime settimane dalla Dg Bilancio. Sarebbe stato più opportuno titolare il documento: «Italia, vuoi aiuto finanziario? Allora devi fare per almeno un decennio quello che ti diciamo noi». Cominciamo dai numeri: accertato che i 750 miliardi aggiuntivi si dividono in 500 di sussidi e 250 di prestiti, a loro volta i 500 sono frazionati su diversi strumenti: il principale è lo strumento per la ripresa e la resilienza (Recovery and resilience facility, Rrf). Esso consentirà di erogare sussidi per 310 miliardi (335 a prezzi correnti) e prestiti per 250 miliardi (268 a prezzi correnti). Il complemento a 500 miliardi finirà in altri strumenti di minore entità e, soprattutto, 67 miliardi serviranno come garanzia alla Bei per emettere le obbligazioni i cui proventi consentiranno l'erogazione di prestiti alle imprese. In sostanza, i 500 miliardi si riducono, a prezzi correnti, a 335. Di questa somma l'Italia può beneficiare fino a un massimo di 68, seguita dalla Spagna con 67. La base di ripartizione della nostra quota è quindi del 20,4%. Inoltre, la Commissione prevede di concentrare la disponibilità delle somme nei primi quattro anni del prossimo settennato, quindi con scadenza 31 dicembre 2024, con impegno a concentrare nei primi due anni almeno il 60% della spesa. E qui finiscono le buone notizie, se tali si possono definire. Ammesso e non concesso che questa ripartizione numerica regga all'esame del Consiglio europeo del prossimo 19 giugno, la parte complicata - ma d'altra parte inevitabile, se solo si ha una minima conoscenza di come funzionano i finanziamenti comunitari - comincia quando si esamina la procedura da seguire per ricevere quei fondi. Il sentiero è strettissimo e accidentato, ed è del tutto collegato al ciclo di coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri che va sotto il nome di Semestre europeo (perché comincia a dicembre e termina a giugno di ciascun anno). Ai burocrati di Bruxelles non deve essere sembrato vero poter costringere l'Italia ad ascoltare e seguire le proprie raccomandazioni, regolarmente riposte in qualche cassetto polveroso da anni. Il capitolo 5 del documento di 47 pagine più allegati che contiene la proposta di Regolamento del Rrf è una vera e propria corsa a ostacoli, al termine della quale il lettore, ormai esausto, preferirebbe pagarle di tasca propria quelle somme. Il perno di tutto è il Piano nazionale delle riforme, di cui il piano per il Rrf costituirà un allegato da presentare entro il 30 aprile. Tale piano dovrà definire le riforme e gli investimenti ritenuti idonei a conseguire gli obiettivi di politica economica propri del Semestre Europeo. Un percorso blindato al cui centro c'è la transizione verso il digitale e il «green». Deve essere tutto dettagliato: obiettivi intermedi, costi, piano delle attività. Il tutto sarà sottoposto alla attenta valutazione della Commissione che ne esaminerà la coerenza con gli obiettivi già definiti, e apporterà le opportune modifiche. Ma non finisce qua. È infatti previsto un piano di monitoraggio trimestrale, in cui lo Stato membro beneficiario riferirà circa i progressi compiuti nel raggiungimento degli impegni assunti. La quadratura del cerchio arriva infine con il pagamento a stati di avanzamento. Niente riforme? Niente soldi. L'altro tema ancora da esplorare è quello delle garanzie. La Commissione, per emettere 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A, deve offrire al mercato ben definite garanzie o capitali accantonati. Al mercato non basta sapere che, nel prossimo bilancio 2028-2034, saranno previste entrate aggiuntive (proprie della Ue o maggiori contributi degli Stati membri). Non a caso, nella proposta Merkel-Macron del 18 maggio scorso, è scritto ben chiaro che i sussidi sono «connessi a un piano di rimborso vincolante». Il tema è ancora nell'ombra, ma gli Stati membri si devono impegnare già, ora per allora, altrimenti addio tripla A. Tale meticolosa e inaccessibile complicazione genera un sospetto: non è che, visto che l'ammontare delle cifre in ballo non si discosta poi tanto dall'entità delle risorse create dal piano di acquisti della Bce, non è che tutto il groviglio di sigle e ripartizioni non sia altro che il «piano B» nel caso in cui Francoforte si «pieghi» alla sentenza di Karlsruhe e rimoduli il Qe pandemico che sta reggendo l'eurozona? Alla fine, la domanda decisiva è: ammesso e non concesso che il saldo sia favorevole all'Italia, qual è il costo occulto che il nostro Paese sosterrà a causa della obbligatoria destinazione della spesa verso attività o settori non prioritari? In altre parole, meglio spendere 100 per finalità definite all'interno del normale circuito democratico previsto dalla Costituzione o spenderne 120, indebitandosi per 100 per fare cose scelte da altri?
Il condominio di Via Paruta 74 a Milano, dove è stato ritrovato il corpo della giovane Aurora Livoli (Getty Images)
In realtà, nel periodo tra la fallita espulsione e la concessione di un passaporto in regola, il presunto assassino (già, fino a che non sia intervenuta una sentenza definitiva, anche nel suo caso, nonostante le telecamere lo abbiano ripreso alle spalle di Aurora l’ultima volta che la giovane è stata vista viva, la colpevolezza è presunta) avrebbe dovuto essere trattenuto nel Cpr di Milano. Però al centro di via Corelli che avrebbe dovuto «ospitarlo» è stato rifiutato «a causa dell’inidoneità alla vita in comunità». Sì, avete letto bene: le forze dell’ordine avrebbero voluto impedirgli di andarsene a spasso per le note ragioni di pericolosità sociale, ma per «un’asserita patologia delle vie urinarie», certificata da un medico, Valdez Velazco è stato lasciato libero di tentare di violentare una ragazza alla fermata della metropolitana e di aggredire, e probabilmente uccidere, Aurora, una giovane che ha avuto il solo torto di incontrarlo.
Vi chiedete come sia possibile rimettere in circolazione una persona già finita in carcere (dove ha scontato solo parte della pena) per violenza sessuale, fermata per altre violenze commesse nel corso degli anni e per rapina aggravata, oltre che per immigrazione clandestina? La domanda va girata non soltanto ai magistrati che quasi sempre, con varie attenuanti, consentono a fior di delinquenti di trovare la scappatoia per non finire dietro le sbarre, ma anche a quella classe politica e giornalistica che ancora insiste a non voler vedere il nesso fra criminalità e immigrazione clandestina. Ogni volta che si mostrano i dati sugli arresti per stupro, per furto e rapina, costoro alzano sempre il ditino per spiegare che la maggioranza dei reati è commessa da italiani. È ovvio che in valore assoluto i connazionali figurano in cima alle classifiche, ma se si confrontano i numeri con la popolazione immigrata, basta un minimo di onestà per comprendere che il fenomeno della delinquenza d’importazione non è una percezione, come ogni tanto qualche «sinistrato» prova a spiegare.
La morte di Aurora, per cui immagino che né magistrati né opinionisti chiederanno scusa, dovrebbe essere di monito per cambiare le leggi sull’immigrazione clandestina, ma soprattutto per far comprendere che estendere dei diritti anche a chi non ha alcun titolo per beneficiarne può essere pericoloso. Le decisioni di rimettere in libertà o accogliere in Italia soggetti a rischio hanno delle conseguenze a carico delle persone più fragili. E Aurora era fra queste. Invece di essere aiutata è stata lasciata sola, nelle mani del suo assassino.
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Aurora Livoli, la giovane trovata morta in via Paruta a Milano il 30 dicembre 2025 (Ansa). Nel riquadro Emilio Gabriel Valdez Velazco, indagato per l’omicidio della diciannovenne
Questa la sua storia. Atterrato nel 2017 a Linate, nel 2019 diventa irregolare. Il prefetto di Milano emette nei suoi confronti il primo provvedimento di espulsione il 4 agosto e dopo due giorni il questore ordina l’accompagnamento coattivo alla frontiera. La storia poteva concludersi qui ma evidentemente il cinquantasettenne peruviano rientra in Italia perché nell’ottobre dello stesso anno commette la prima di una serie di violenze sessuali. Per quel crimine fu arrestato e condannato a nove anni, mai del tutto scontati.
Valdez Velazco che in questi nove anni intorno alla capitale lombarda ha cambiato diversi indirizzi e anche diversi nomi, (per un periodo si è fatto riconoscere come Emilio Gavriel Baldez, di un anno più giovane) ha anche altri precedenti: rapina aggravata, violenza sessuale e immigrazione clandestina. Una risorsa imperdibile per il nostro tessuto sociale insomma. La rapina più recente risale al 30 dicembre 2025, le altre due violenze sessuali a luglio del 2024 e del 2025, il reato di immigrazione clandestina lo commette il 25 marzo 2024. Ma perché l’uomo continuava a girare impunito su suolo italiano?
Il peruviano come se nulla fosse, il 16 giugno del 2023 richiede via posta il rilascio del permesso di soggiorno in quanto fratello di una cittadina italiana. Il permesso gli viene negato dal questore di Milano per motivi di pericolosità sociale, con molta calma, sei mesi dopo: l’11 gennaio 2024. Dopo altri due mesi e mezzo (nel frattempo aveva commesso un altro stupro), viene arrestato perché era rientrato in Italia prima che fossero decorsi cinque anni dall’esecuzione della precedente espulsione. Pertanto, nei suoi confronti viene adottato un nuovo provvedimento di espulsione per motivi di pericolosità sociale. Cacciato di nuovo dal questore, però, questa volta non lascia il Paese per via dell’ennesimo cavillo burocratico.
Non si riesce a farlo imbarcare immediatamente perché il suo passaporto risulta banalmente scaduto. Le autorità, per evitare di lasciarlo a piede libero, ritengono di chiedere l’assegnazione di un posto al Cpr affinché fosse possibile ottenere il lasciapassare da parte dell’autorità consolare. Qui avviene un altro cortocircuito del nostro folle sistema giudiziario. Il posto, assegnato dalla Direzione centrale dell’immigrazione e della Polizia delle frontiere presso il locale Centro di Milano-Corelli, è stato rifiutato per inidoneità alla vita in comunità. Ma non per la sua pericolosità, come ci si potrebbe aspettare, ma per un comune certificato medico. Velazco in quella circostanza dichiarò di avere una patologia urinaria. Ne segue un ordine a lasciare il territorio nazionale entro sette giorni, ma eccoci qui: l’uomo oggi risiede ancora in Italia. Vive a sbafo, in un appartamento a Cologno Monzese, mantenuto da una sua connazionale che fa la colf. Libero di girare per Milano e commettere crimini. Velazco agli inquirenti ha confermato di essere l’uomo nelle immagini della tentata rapina in metro a una studentessa, avvenuta appena un’ora prima delle immagini che lo ritraggono con Aurora la sera della sua morte. «Ero sotto l’effetto di stupefacenti», ha dichiarato di fronte al suo avvocato. Sul caso della diciannovenne ha chiesto invece di poter essere sentito giovedì. Per ora ci sono le immagini delle videocamere che lo ritraggono dietro di lei la notte che è stata strangolata a mani nude (come ricostruito dagli esperti). Ha scontato solo in parte una pena detentiva presso l’istituto penitenziario di Pavia per una violenza sessuale commessa nel 2019. Di certo c’è che Aurora Livoli è morta.
Viveva con i genitori adottivi a Monte San Biagio, in Provincia di Latina. Aveva solo 19 anni, una vita intera davanti, esaurita miseramente in un cortile di Milano.
Quello di Velazco non è il primo caso di irregolari criminali in Italia con decreto di espulsione. Lo denunciava già mesi fa Sara Kelany, deputato e responsabile nazionale del dipartimento Immigrazione di Fratelli d’Italia. «Da quando il governo ha deciso di aprire il Cpr di Gjader anche ai migranti già destinatari in Italia di un provvedimento di espulsione sono giunte alcune sentenze, dal sapore ancora una volta ideologico, che fino ad oggi hanno avuto l’effetto di rimettere a piede libero ben 14 soggetti pericolosi trattenuti nel centro in Albania in attesa di rimpatrio», denunciava già nel maggio 2025. «È bastato che questi signori presentassero una domanda d’asilo perché si trasformassero in rifugiati da tutelare, ignorando sia il fatto che la loro richiesta fosse stata dichiarata manifestamente infondata sia il loro curriculum criminale».
Kelany parla di «soggetti con condanne penali per reati gravissimi: furti, rapine, tentati omicidi, violenze sessuali, pedopornografia». Fatti gravissimi che costringono a domandarsi fino a che punto sono disposte rischiare le toghe politicizzate che da mesi su questi temi fanno la guerra al governo. Sperando che la risposta non sia altre rapine, altre violenze, altri femminicidi.
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Abbiamo lasciato la nostra eroina, Jean Batten, ormai famosissima. Vediamo il resto della sua fantastica vita.