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2019-10-04
Lotti va a processo,
il carabiniere messo alla gogna da Renzi è invece prosciolto dalle accuse
Ansa
Luca Lotti, l'ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l'accusa di aver spifferato l'esistenza dell'inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all'ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l'indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l'accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell'Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento - come pure di rivelazione del segreto d'ufficio - per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti.
La prima udienza - così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo - sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all'epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l'imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò - senza successo - di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell'occasione quell'appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all'inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l'imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l'ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti.
Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l'informazione la ricevetti prima dell'estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l'esistenza dell'indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo.
Una decisione «sconcertante», l'ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l'ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.
Fabio Amendolara
Prosciolto il militare che il Bullo accusò di complottare ai suoi danni
Al posto dei panni del segugio instancabile, fama di cui godeva sino al marzo 2017, era stato costretto, suo malgrado, a indossare quelli del principale indagato dell'inchiesta Consip, del complottardo, del carabiniere infedele. Il maggiore Gianpaolo Scafarto, intercettato, perquisito (due volte), sbeffeggiato (soprattutto da alcune penne al servizio della Procura) negli ultimi due anni e mezzo aveva dovuto sopportare tutto in silenzio. Aveva persino, per quasi due mesi, dovuto svestire la divisa della Arma, poi le decisioni del Riesame e della Cassazione gliel'avevano restituita. Ieri il gup Clementina Forleo lo ha definitivamente prosciolto da tutte le accuse (falso ideologico, depistaggio, rivelazione di segreto) perché il fatto non costituisce reato in due casi, perché il fatto non sussiste per tre accuse e per non aver commesso il fatto per un capo di imputazione (la fuga di notizie a favore dei giornali). Il depistaggio era contestato anche all'ex colonnello del Noe, Alessandro Sessa: prosciolto pure lui. Mentre la Forleo leggeva la sentenza, Scafarto, dopo le prime buone notizie, ha risposto emozionato alla telefonata della moglie. Poi si è rivolto alle collaboratrici di studio del suo difensore, Giovanni Annunziata: «Quali altri reati mi ha tolto?». «Tutti!» gli hanno gridato. Scafarto incredulo le ha abbracciate e ha iniziato a piangere. «Devo essere onesto, non mi sono trattenuto. Sono stati anni tremendi. Ricordo ancora quando sono entrato in tribunale dal varco del pubblico perché mi avevano ritirato il tesserino di servizio. Ma adesso è tutto finito». E magari potrà tornare a fare le indagini dopo essere stato parcheggiato alla Legione Campania con funzioni amministrative ed essere diventato assessore part time alla sicurezza nella sua città, Castellammare di Stabia. Ieri ha passato la giornata a rilasciare dichiarazioni di circostanza («Ho sempre creduto nella giustizia»), anche se non ha potuto dire tutto quello che avrebbe voluto («Se no mi sospendono», ha scherzato). Ma «il trionfo è stato totale», ha confidato agli amici.
Dunque Scafarto non ha tramato contro Renzi e non ha realizzato fughe di notizie. Come abbiamo sempre sostenuto, non c'è stato alcun complotto contro l'ex premier.
Matteo Renzi aveva scommesso tutto sul nero, ovvero su quel carabiniere senza santi in paradiso, per dimostrare che l'inchiesta era una macchinazione ai propri danni.
Nel suo libro Un'altra strada aveva descritto quella presunta cospirazione nei particolari, immaginando anche il coinvolgimento di uno 007, il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo, e aveva concluso: «Va sottolineato con forza che si pone un enorme tema di natura istituzionale. Il presidente del Consiglio dei ministri, comunque si chiami, non può essere oggetto di una campagna di aggressione da parte di elementi delle istituzioni». Nel settembre 2017, a un evento del sempre garantista Foglio (tranne che con Scafarto) aveva detto: «Se un carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio (…). C'è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice». Quel giudice ieri ha deciso. Non c'è stata congiura alcuna.
L'accusa più grave nei confronti di Scafarto era quella di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino: «Renzi, l'ultima volta che l'ho incontrato…». La presunta pistola fumante di un accordo illecito tra Tiziano Renzi e Romeo. Ma il gup è arrivata alla conclusione che l'allora capitano aveva provato in tutti i modi a evitare confusione, come dimostrano i riascolti delle intercettazioni e la rilettura («evidentemente finalizzata a scongiurare errori») dell'informativa finale richiesti ai colleghi su una chat. Per la Forleo «trattasi di errore sicuramente involontario» (come sostenuto anche dal Riesame e dalla Cassazione) e comunque «la frase in questione, anche qualora pronunciata dal Romeo, non sarebbe stata decisiva per confortare il coinvolgimento del Renzi nella vicenda».
Nella sentenza la toga, smontando l'impianto accusatorio, evidenzia che il «fil rouge» di tutte le contestazioni era che Scafarto avrebbe agito con la finalità di «intaccare l'immagine e dunque il prestigio dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi». Ma la Forleo nelle carte dell'inchiesta non ha trovato la prova di questo disegno. Anzi ha rimarcato come nel corso delle indagini siano stati «acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella “vicenda Consip"» e «sarà dunque solo il futuro procedimento e di quello connesso pendente a carico» del babbo «a lumeggiare l'effettivo ruolo rivestito dal Renzi» nella vicenda. Insomma, più utile indagare sul ruolo di babbo Tiziano che su quello di Scafarto. Il giudice ha evidenziato anche i rapporti dell'ex premier con la maggior parte degli imputati che la stessa Forleo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento, dal fido Luca Lotti al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, dal suo ex consigliere economico Filippo Vannoni all'ex comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette: «Appare evidente che anche nell'impostazione accusatoria (…) nell'indagine vi furono non pochi e non occasionali “interessamenti" di ambienti istituzionali vicini all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi volti a impedire il regolare corso delle indagini».
Infine, per il gup, la Procura di Roma non è riuscita a dimostrare fughe di notizie a vantaggio del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano. Anche per questo capo d'imputazione la toga ha emesso sentenza di non luogo a procedere. Durante le indagini gli inquirenti avevano investigato pure su possibili soffiate a favore di chi scrive, ricercando, come risulta agli atti, attraverso le celle telefoniche, eventuali incontri tra il cronista e lo stesso Scafarto. Ma in questo filone, investigatori e pm non avevano trovato elementi sufficienti nemmeno per chiedere il rinvio a giudizio del maggiore.
Giacomo Amadori
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Rinviati a giudizio l'ex ministro, il generale Tullio Del Sette e il manager Filippo Vannoni. Sono accusati di aver rivelato la presenza delle cimici piazzate dall'Arma.Il Rottamatore ha sempre sostenuto d'essere vittima di una macchinazione da parte del maggiore Giampaolo Scafarto. Ma per il gup Clementina Forleo il depistaggio non c'è. Anzi, invita ad aspettare il processo a babbo Tiziano.Lo speciale contiene due articoli. Luca Lotti, l'ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l'accusa di aver spifferato l'esistenza dell'inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all'ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l'indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l'accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell'Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento - come pure di rivelazione del segreto d'ufficio - per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti. La prima udienza - così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo - sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all'epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l'imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò - senza successo - di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell'occasione quell'appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all'inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l'imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l'ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti. Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l'informazione la ricevetti prima dell'estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l'esistenza dell'indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo. Una decisione «sconcertante», l'ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l'ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lotti-finisce-a-processo-con-lex-capo-dei-carabinieri-per-le-spifferate-su-consip-2640836106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prosciolto-il-militare-che-il-bullo-accuso-di-complottare-ai-suoi-danni" data-post-id="2640836106" data-published-at="1769795598" data-use-pagination="False"> Prosciolto il militare che il Bullo accusò di complottare ai suoi danni Al posto dei panni del segugio instancabile, fama di cui godeva sino al marzo 2017, era stato costretto, suo malgrado, a indossare quelli del principale indagato dell'inchiesta Consip, del complottardo, del carabiniere infedele. Il maggiore Gianpaolo Scafarto, intercettato, perquisito (due volte), sbeffeggiato (soprattutto da alcune penne al servizio della Procura) negli ultimi due anni e mezzo aveva dovuto sopportare tutto in silenzio. Aveva persino, per quasi due mesi, dovuto svestire la divisa della Arma, poi le decisioni del Riesame e della Cassazione gliel'avevano restituita. Ieri il gup Clementina Forleo lo ha definitivamente prosciolto da tutte le accuse (falso ideologico, depistaggio, rivelazione di segreto) perché il fatto non costituisce reato in due casi, perché il fatto non sussiste per tre accuse e per non aver commesso il fatto per un capo di imputazione (la fuga di notizie a favore dei giornali). Il depistaggio era contestato anche all'ex colonnello del Noe, Alessandro Sessa: prosciolto pure lui. Mentre la Forleo leggeva la sentenza, Scafarto, dopo le prime buone notizie, ha risposto emozionato alla telefonata della moglie. Poi si è rivolto alle collaboratrici di studio del suo difensore, Giovanni Annunziata: «Quali altri reati mi ha tolto?». «Tutti!» gli hanno gridato. Scafarto incredulo le ha abbracciate e ha iniziato a piangere. «Devo essere onesto, non mi sono trattenuto. Sono stati anni tremendi. Ricordo ancora quando sono entrato in tribunale dal varco del pubblico perché mi avevano ritirato il tesserino di servizio. Ma adesso è tutto finito». E magari potrà tornare a fare le indagini dopo essere stato parcheggiato alla Legione Campania con funzioni amministrative ed essere diventato assessore part time alla sicurezza nella sua città, Castellammare di Stabia. Ieri ha passato la giornata a rilasciare dichiarazioni di circostanza («Ho sempre creduto nella giustizia»), anche se non ha potuto dire tutto quello che avrebbe voluto («Se no mi sospendono», ha scherzato). Ma «il trionfo è stato totale», ha confidato agli amici. Dunque Scafarto non ha tramato contro Renzi e non ha realizzato fughe di notizie. Come abbiamo sempre sostenuto, non c'è stato alcun complotto contro l'ex premier. Matteo Renzi aveva scommesso tutto sul nero, ovvero su quel carabiniere senza santi in paradiso, per dimostrare che l'inchiesta era una macchinazione ai propri danni. Nel suo libro Un'altra strada aveva descritto quella presunta cospirazione nei particolari, immaginando anche il coinvolgimento di uno 007, il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo, e aveva concluso: «Va sottolineato con forza che si pone un enorme tema di natura istituzionale. Il presidente del Consiglio dei ministri, comunque si chiami, non può essere oggetto di una campagna di aggressione da parte di elementi delle istituzioni». Nel settembre 2017, a un evento del sempre garantista Foglio (tranne che con Scafarto) aveva detto: «Se un carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio (…). C'è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice». Quel giudice ieri ha deciso. Non c'è stata congiura alcuna. L'accusa più grave nei confronti di Scafarto era quella di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino: «Renzi, l'ultima volta che l'ho incontrato…». La presunta pistola fumante di un accordo illecito tra Tiziano Renzi e Romeo. Ma il gup è arrivata alla conclusione che l'allora capitano aveva provato in tutti i modi a evitare confusione, come dimostrano i riascolti delle intercettazioni e la rilettura («evidentemente finalizzata a scongiurare errori») dell'informativa finale richiesti ai colleghi su una chat. Per la Forleo «trattasi di errore sicuramente involontario» (come sostenuto anche dal Riesame e dalla Cassazione) e comunque «la frase in questione, anche qualora pronunciata dal Romeo, non sarebbe stata decisiva per confortare il coinvolgimento del Renzi nella vicenda». Nella sentenza la toga, smontando l'impianto accusatorio, evidenzia che il «fil rouge» di tutte le contestazioni era che Scafarto avrebbe agito con la finalità di «intaccare l'immagine e dunque il prestigio dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi». Ma la Forleo nelle carte dell'inchiesta non ha trovato la prova di questo disegno. Anzi ha rimarcato come nel corso delle indagini siano stati «acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella “vicenda Consip"» e «sarà dunque solo il futuro procedimento e di quello connesso pendente a carico» del babbo «a lumeggiare l'effettivo ruolo rivestito dal Renzi» nella vicenda. Insomma, più utile indagare sul ruolo di babbo Tiziano che su quello di Scafarto. Il giudice ha evidenziato anche i rapporti dell'ex premier con la maggior parte degli imputati che la stessa Forleo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento, dal fido Luca Lotti al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, dal suo ex consigliere economico Filippo Vannoni all'ex comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette: «Appare evidente che anche nell'impostazione accusatoria (…) nell'indagine vi furono non pochi e non occasionali “interessamenti" di ambienti istituzionali vicini all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi volti a impedire il regolare corso delle indagini». Infine, per il gup, la Procura di Roma non è riuscita a dimostrare fughe di notizie a vantaggio del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano. Anche per questo capo d'imputazione la toga ha emesso sentenza di non luogo a procedere. Durante le indagini gli inquirenti avevano investigato pure su possibili soffiate a favore di chi scrive, ricercando, come risulta agli atti, attraverso le celle telefoniche, eventuali incontri tra il cronista e lo stesso Scafarto. Ma in questo filone, investigatori e pm non avevano trovato elementi sufficienti nemmeno per chiedere il rinvio a giudizio del maggiore. Giacomo Amadori
Nathan Trevallion e Catherine Birmingham
Marco Femminella e Danila Solinas, avvocati dei genitori, a un paio di giorni dall’inizio della perizia a cui per decisione del tribunale devono sottoporsi i loro assistiti hanno presentato un esposto all’Ordine professionale degli assistenti sociali e all’ente regionale competente per il servizio sociale del Comune di Palmoli. Il tema è l’operato di Veruska D’Angelo, l’assistente sociale che il tribunale ha nominato curatrice dei tre bambini che dal 20 novembre sono stati tolti ai genitori e collocati in una struttura protetta.
Secondo i legali, «la professionista non avrebbe mantenuto la necessaria equidistanza richiesta dal ruolo, mostrando un atteggiamento pregiudizievole nei confronti della famiglia, soprattutto nella fase successiva al trasferimento dei bambini deciso dall’autorità giudiziaria». L’assistente sociale avrebbe «aggravato» e «stravolto» fatti mai avvenuti, messo nero su bianco nelle sue relazioni affermazioni «artificiose» e inserito valutazioni personali del tutto inopportune (ed esempio scrisse che la casa dei Trevallion aveva problemi strutturali, valutazione che semmai andava affidata a un tecnico).
Oltre a ciò, la D’Angelo avrebbe «partecipato a diverse interviste, un’esposizione che rischierebbe di minare la neutralità e la riservatezza che l’incarico imporrebbe». In sostanza la D’Angelo avrebbe «interpretato le proprie mansioni con negligenza».
L’avvocato Solinas aveva già avanzato l’argomento giorni fa in una intervista concessa al nostro giornale. «Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso», ci aveva detto. «Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Ecco il nocciolo della questione: l’atteggiamento dei servizi e il loro rapporto con la famiglia. «Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi», ci ha detto Solinas. «Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto, di cui tre soltanto senza la presenza di agenti, sono troppo pochi per giustificare una decisione drastica come l’allontanamento, specie in assenza di violenza e abusi. Un altro atteggiamento era possibile, e probabilmente dovuto.
Sembra pensarla così anche Tonino Cantelmi, super esperto dei Trevallion. «Alla luce del documento del Garante per l’Infanzia Prelevamento dei minori - Facciamo il punto», dice Cantelmi alla Verità, «nell’operato dei servizi sociali, nel caso della famiglia del bosco, sembrano esserci criticità e contraddizioni importanti. Gli operatori non sono stati capaci di prendersi cura dell’intera famiglia, non sono riusciti a creare relazioni empatiche ed efficaci, hanno messo in atto comportamenti potenzialmente traumatici e laceranti, non sono stati in grado di operare una mediazione virtuosa. E non è corretto attribuire le responsabilità di un evidente fallimento ai genitori, che ora si sono visti costretti a denunciare l’assistente sociale. Ci sono responsabilità significative che andranno chiarite».
Si potrebbe addirittura sostenere che andassero chiarite prima, queste responsabilità. Ma non è stato fatto. Si è detto che l’irrigidimento delle istituzioni dipendeva dal comportamento della famiglia, ma ora è evidente che - nonostante la buona disposizione dei Trevallion - da parte dell’autorità non ci sono stati cambiamenti.
Il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, ci ha tenuto a prendere le distanze dall’assistente sociale. «La professionista», ha detto all’Adnkronos, «non è dipendente del Comune di Palmoli, ma fa capo all’Ente d’Ambito Sociale di Monteodorisio, organismo sovracomunale che gestisce i servizi sociali sul territorio. Proprio a questo ente, insieme all’Ordine professionale, gli avvocati della famiglia Trevallion hanno notificato l’esposto».
Il Comune, nel frattempo, continua a pagare fior di quattrini: 244 euro al giorno per mantenere i bambini e la madre nella casa di accoglienza in cui risiedono, lontani da papà Nathan, da ormai troppo tempo. Come abbiamo più volte notato, se si continuerà su questa strada l’unico risultato sarà quello di mandare in rovina le casse di Palmoli e costringere la Regione Abruzzo a sborsare altro denaro per colmare il buco.
Piaccia o meno, il disastro della giustizia minorile è tutto qui, in questi due corni: la rigidità delle istituzioni e il giro di soldi derivati dalla gestione dei bambini. Da una parte c’è il pensiero, ancora troppo diffuso, secondo cui le famiglie hanno sempre bisogno di essere indirizzate o peggio rieducate perché inadatte, da sole, a prendersi cura dei figli. Dall’altra c’è chi guadagna grazie agli allontanamenti e non ha alcun interesse a smontare questo meccanismo. Invece di berciare ogni volta contro l’intervento della politica e dei media - che magistrati e assistenti sociali non mancano mai di deprecare - bisognerebbe ammettere che non vi è niente di più politico di questa faccenda. E bisognerebbe muoversi di conseguenza: la riforma della giustizia minorile è più urgente che mai.
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
«Un imprenditore (Giovanni Buini, ndr)», continua, «è venuto a dire che, durante la pandemia, si era proposto di fornire un numero rilevante di quelle mascherine che, in quel momento, tanto servivano a proteggere medici, infermieri, operatori sanitari, lavoratori, gli italiani; mascherine che qualcun altro - e mi riferisco al commissario Arcuri - ci è venuto a dire di aver comprato dalla Cina e di averle pagate 1,251 miliardi, il triplo, il quadruplo del prezzo di mercato di quel periodo, e che si sono rivelate, poi, anche pericolose per la salute». Buonguerrieri si riferisce all’audizione di Buini, raccontata su queste pagine da Giacomo Amadori, da cui è emersa l’ipotesi - avanzata dallo stesso audito - di una tangente camuffata per poter vendere mascherine alla struttura commissariale.
Buini, argomenta Buonguerrieri, «ha confermato ciò che aveva già riferito all’autorità giudiziaria, ovvero che, in prospettiva della stipula di un contratto che lui stesso aveva definito come l’opportunità più importante che gli era capitata nella sua vita, sia per gli importi, sia per l’entità della commessa, veniva invitato nello studio Alpa […], dove incontrò chi si era qualificato per persona vicinissima all’ex premier Giuseppe Conte (l’avvocato Luca Di Donna, ndr), circostanza che è stata poi verificata come vera». E «queste persone» per «il perfezionamento di quella fornitura, dal valore di circa 60 milioni di euro», chiesero «la stipula di un contratto di consulenza dal valore, da quanto emerge dagli atti, di circa 13 milioni di euro», tanto «da indurre questo stesso imprenditore a rinunciare a questa offerta per il timore che qualcuno potesse considerarla una tangente». «È assolutamente certo», conclude, «che, mentre la parte buona dell’Italia combatteva contro il virus, vi erano spregiudicati che, approfittandosi anche dei rapporti con chi governava allora facevano affari, ai danni dello Stato, sulla pelle dei cittadini». Dopo la recessione del contratto, nota non irrilevante, a Buini fu dato il benservito.
«Noi non abbiamo paura di nulla, perché il presidente Conte non ha paura di nulla», la replica del capogruppo dei 5 stelle Riccardo Ricciardi, e «quando è stata aperta un’inchiesta su quel periodo drammatico, non si è difeso dal processo, ma è andato nel processo ed è stato archiviato». «Andremo fino in onda in questa operazione di verità», ha ribattuto vicecapogruppo di Fdi alla Camera dei deputati, Massimo Ruspandini.
Ieri, intanto, l’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, Marcello Minenna, è tornato in commissione Covid per la seduta di domande, ma ha risposto solo alle interrogazioni delle opposizioni (la parte della maggioranza è stata rimandata). Interessante il siparietto con il capogruppo al Senato del Pd, Francesco Boccia, che ha cercato di minare l’attendibilità del teste che ha accusato Minenna, il suo ex braccio destro Alessandro Canali.
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