True
2019-10-04
Lotti va a processo,
il carabiniere messo alla gogna da Renzi è invece prosciolto dalle accuse
Ansa
Luca Lotti, l'ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l'accusa di aver spifferato l'esistenza dell'inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all'ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l'indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l'accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell'Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento - come pure di rivelazione del segreto d'ufficio - per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti.
La prima udienza - così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo - sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all'epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l'imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò - senza successo - di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell'occasione quell'appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all'inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l'imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l'ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti.
Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l'informazione la ricevetti prima dell'estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l'esistenza dell'indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo.
Una decisione «sconcertante», l'ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l'ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.
Fabio Amendolara
Prosciolto il militare che il Bullo accusò di complottare ai suoi danni
Al posto dei panni del segugio instancabile, fama di cui godeva sino al marzo 2017, era stato costretto, suo malgrado, a indossare quelli del principale indagato dell'inchiesta Consip, del complottardo, del carabiniere infedele. Il maggiore Gianpaolo Scafarto, intercettato, perquisito (due volte), sbeffeggiato (soprattutto da alcune penne al servizio della Procura) negli ultimi due anni e mezzo aveva dovuto sopportare tutto in silenzio. Aveva persino, per quasi due mesi, dovuto svestire la divisa della Arma, poi le decisioni del Riesame e della Cassazione gliel'avevano restituita. Ieri il gup Clementina Forleo lo ha definitivamente prosciolto da tutte le accuse (falso ideologico, depistaggio, rivelazione di segreto) perché il fatto non costituisce reato in due casi, perché il fatto non sussiste per tre accuse e per non aver commesso il fatto per un capo di imputazione (la fuga di notizie a favore dei giornali). Il depistaggio era contestato anche all'ex colonnello del Noe, Alessandro Sessa: prosciolto pure lui. Mentre la Forleo leggeva la sentenza, Scafarto, dopo le prime buone notizie, ha risposto emozionato alla telefonata della moglie. Poi si è rivolto alle collaboratrici di studio del suo difensore, Giovanni Annunziata: «Quali altri reati mi ha tolto?». «Tutti!» gli hanno gridato. Scafarto incredulo le ha abbracciate e ha iniziato a piangere. «Devo essere onesto, non mi sono trattenuto. Sono stati anni tremendi. Ricordo ancora quando sono entrato in tribunale dal varco del pubblico perché mi avevano ritirato il tesserino di servizio. Ma adesso è tutto finito». E magari potrà tornare a fare le indagini dopo essere stato parcheggiato alla Legione Campania con funzioni amministrative ed essere diventato assessore part time alla sicurezza nella sua città, Castellammare di Stabia. Ieri ha passato la giornata a rilasciare dichiarazioni di circostanza («Ho sempre creduto nella giustizia»), anche se non ha potuto dire tutto quello che avrebbe voluto («Se no mi sospendono», ha scherzato). Ma «il trionfo è stato totale», ha confidato agli amici.
Dunque Scafarto non ha tramato contro Renzi e non ha realizzato fughe di notizie. Come abbiamo sempre sostenuto, non c'è stato alcun complotto contro l'ex premier.
Matteo Renzi aveva scommesso tutto sul nero, ovvero su quel carabiniere senza santi in paradiso, per dimostrare che l'inchiesta era una macchinazione ai propri danni.
Nel suo libro Un'altra strada aveva descritto quella presunta cospirazione nei particolari, immaginando anche il coinvolgimento di uno 007, il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo, e aveva concluso: «Va sottolineato con forza che si pone un enorme tema di natura istituzionale. Il presidente del Consiglio dei ministri, comunque si chiami, non può essere oggetto di una campagna di aggressione da parte di elementi delle istituzioni». Nel settembre 2017, a un evento del sempre garantista Foglio (tranne che con Scafarto) aveva detto: «Se un carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio (…). C'è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice». Quel giudice ieri ha deciso. Non c'è stata congiura alcuna.
L'accusa più grave nei confronti di Scafarto era quella di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino: «Renzi, l'ultima volta che l'ho incontrato…». La presunta pistola fumante di un accordo illecito tra Tiziano Renzi e Romeo. Ma il gup è arrivata alla conclusione che l'allora capitano aveva provato in tutti i modi a evitare confusione, come dimostrano i riascolti delle intercettazioni e la rilettura («evidentemente finalizzata a scongiurare errori») dell'informativa finale richiesti ai colleghi su una chat. Per la Forleo «trattasi di errore sicuramente involontario» (come sostenuto anche dal Riesame e dalla Cassazione) e comunque «la frase in questione, anche qualora pronunciata dal Romeo, non sarebbe stata decisiva per confortare il coinvolgimento del Renzi nella vicenda».
Nella sentenza la toga, smontando l'impianto accusatorio, evidenzia che il «fil rouge» di tutte le contestazioni era che Scafarto avrebbe agito con la finalità di «intaccare l'immagine e dunque il prestigio dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi». Ma la Forleo nelle carte dell'inchiesta non ha trovato la prova di questo disegno. Anzi ha rimarcato come nel corso delle indagini siano stati «acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella “vicenda Consip"» e «sarà dunque solo il futuro procedimento e di quello connesso pendente a carico» del babbo «a lumeggiare l'effettivo ruolo rivestito dal Renzi» nella vicenda. Insomma, più utile indagare sul ruolo di babbo Tiziano che su quello di Scafarto. Il giudice ha evidenziato anche i rapporti dell'ex premier con la maggior parte degli imputati che la stessa Forleo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento, dal fido Luca Lotti al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, dal suo ex consigliere economico Filippo Vannoni all'ex comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette: «Appare evidente che anche nell'impostazione accusatoria (…) nell'indagine vi furono non pochi e non occasionali “interessamenti" di ambienti istituzionali vicini all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi volti a impedire il regolare corso delle indagini».
Infine, per il gup, la Procura di Roma non è riuscita a dimostrare fughe di notizie a vantaggio del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano. Anche per questo capo d'imputazione la toga ha emesso sentenza di non luogo a procedere. Durante le indagini gli inquirenti avevano investigato pure su possibili soffiate a favore di chi scrive, ricercando, come risulta agli atti, attraverso le celle telefoniche, eventuali incontri tra il cronista e lo stesso Scafarto. Ma in questo filone, investigatori e pm non avevano trovato elementi sufficienti nemmeno per chiedere il rinvio a giudizio del maggiore.
Giacomo Amadori
Continua a leggereRiduci
Rinviati a giudizio l'ex ministro, il generale Tullio Del Sette e il manager Filippo Vannoni. Sono accusati di aver rivelato la presenza delle cimici piazzate dall'Arma.Il Rottamatore ha sempre sostenuto d'essere vittima di una macchinazione da parte del maggiore Giampaolo Scafarto. Ma per il gup Clementina Forleo il depistaggio non c'è. Anzi, invita ad aspettare il processo a babbo Tiziano.Lo speciale contiene due articoli. Luca Lotti, l'ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l'accusa di aver spifferato l'esistenza dell'inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all'ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l'indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l'accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell'Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento - come pure di rivelazione del segreto d'ufficio - per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti. La prima udienza - così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo - sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all'epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l'imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò - senza successo - di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell'occasione quell'appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all'inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l'imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l'ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti. Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l'informazione la ricevetti prima dell'estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l'esistenza dell'indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo. Una decisione «sconcertante», l'ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l'ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lotti-finisce-a-processo-con-lex-capo-dei-carabinieri-per-le-spifferate-su-consip-2640836106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prosciolto-il-militare-che-il-bullo-accuso-di-complottare-ai-suoi-danni" data-post-id="2640836106" data-published-at="1768634076" data-use-pagination="False"> Prosciolto il militare che il Bullo accusò di complottare ai suoi danni Al posto dei panni del segugio instancabile, fama di cui godeva sino al marzo 2017, era stato costretto, suo malgrado, a indossare quelli del principale indagato dell'inchiesta Consip, del complottardo, del carabiniere infedele. Il maggiore Gianpaolo Scafarto, intercettato, perquisito (due volte), sbeffeggiato (soprattutto da alcune penne al servizio della Procura) negli ultimi due anni e mezzo aveva dovuto sopportare tutto in silenzio. Aveva persino, per quasi due mesi, dovuto svestire la divisa della Arma, poi le decisioni del Riesame e della Cassazione gliel'avevano restituita. Ieri il gup Clementina Forleo lo ha definitivamente prosciolto da tutte le accuse (falso ideologico, depistaggio, rivelazione di segreto) perché il fatto non costituisce reato in due casi, perché il fatto non sussiste per tre accuse e per non aver commesso il fatto per un capo di imputazione (la fuga di notizie a favore dei giornali). Il depistaggio era contestato anche all'ex colonnello del Noe, Alessandro Sessa: prosciolto pure lui. Mentre la Forleo leggeva la sentenza, Scafarto, dopo le prime buone notizie, ha risposto emozionato alla telefonata della moglie. Poi si è rivolto alle collaboratrici di studio del suo difensore, Giovanni Annunziata: «Quali altri reati mi ha tolto?». «Tutti!» gli hanno gridato. Scafarto incredulo le ha abbracciate e ha iniziato a piangere. «Devo essere onesto, non mi sono trattenuto. Sono stati anni tremendi. Ricordo ancora quando sono entrato in tribunale dal varco del pubblico perché mi avevano ritirato il tesserino di servizio. Ma adesso è tutto finito». E magari potrà tornare a fare le indagini dopo essere stato parcheggiato alla Legione Campania con funzioni amministrative ed essere diventato assessore part time alla sicurezza nella sua città, Castellammare di Stabia. Ieri ha passato la giornata a rilasciare dichiarazioni di circostanza («Ho sempre creduto nella giustizia»), anche se non ha potuto dire tutto quello che avrebbe voluto («Se no mi sospendono», ha scherzato). Ma «il trionfo è stato totale», ha confidato agli amici. Dunque Scafarto non ha tramato contro Renzi e non ha realizzato fughe di notizie. Come abbiamo sempre sostenuto, non c'è stato alcun complotto contro l'ex premier. Matteo Renzi aveva scommesso tutto sul nero, ovvero su quel carabiniere senza santi in paradiso, per dimostrare che l'inchiesta era una macchinazione ai propri danni. Nel suo libro Un'altra strada aveva descritto quella presunta cospirazione nei particolari, immaginando anche il coinvolgimento di uno 007, il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo, e aveva concluso: «Va sottolineato con forza che si pone un enorme tema di natura istituzionale. Il presidente del Consiglio dei ministri, comunque si chiami, non può essere oggetto di una campagna di aggressione da parte di elementi delle istituzioni». Nel settembre 2017, a un evento del sempre garantista Foglio (tranne che con Scafarto) aveva detto: «Se un carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio (…). C'è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice». Quel giudice ieri ha deciso. Non c'è stata congiura alcuna. L'accusa più grave nei confronti di Scafarto era quella di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino: «Renzi, l'ultima volta che l'ho incontrato…». La presunta pistola fumante di un accordo illecito tra Tiziano Renzi e Romeo. Ma il gup è arrivata alla conclusione che l'allora capitano aveva provato in tutti i modi a evitare confusione, come dimostrano i riascolti delle intercettazioni e la rilettura («evidentemente finalizzata a scongiurare errori») dell'informativa finale richiesti ai colleghi su una chat. Per la Forleo «trattasi di errore sicuramente involontario» (come sostenuto anche dal Riesame e dalla Cassazione) e comunque «la frase in questione, anche qualora pronunciata dal Romeo, non sarebbe stata decisiva per confortare il coinvolgimento del Renzi nella vicenda». Nella sentenza la toga, smontando l'impianto accusatorio, evidenzia che il «fil rouge» di tutte le contestazioni era che Scafarto avrebbe agito con la finalità di «intaccare l'immagine e dunque il prestigio dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi». Ma la Forleo nelle carte dell'inchiesta non ha trovato la prova di questo disegno. Anzi ha rimarcato come nel corso delle indagini siano stati «acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella “vicenda Consip"» e «sarà dunque solo il futuro procedimento e di quello connesso pendente a carico» del babbo «a lumeggiare l'effettivo ruolo rivestito dal Renzi» nella vicenda. Insomma, più utile indagare sul ruolo di babbo Tiziano che su quello di Scafarto. Il giudice ha evidenziato anche i rapporti dell'ex premier con la maggior parte degli imputati che la stessa Forleo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento, dal fido Luca Lotti al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, dal suo ex consigliere economico Filippo Vannoni all'ex comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette: «Appare evidente che anche nell'impostazione accusatoria (…) nell'indagine vi furono non pochi e non occasionali “interessamenti" di ambienti istituzionali vicini all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi volti a impedire il regolare corso delle indagini». Infine, per il gup, la Procura di Roma non è riuscita a dimostrare fughe di notizie a vantaggio del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano. Anche per questo capo d'imputazione la toga ha emesso sentenza di non luogo a procedere. Durante le indagini gli inquirenti avevano investigato pure su possibili soffiate a favore di chi scrive, ricercando, come risulta agli atti, attraverso le celle telefoniche, eventuali incontri tra il cronista e lo stesso Scafarto. Ma in questo filone, investigatori e pm non avevano trovato elementi sufficienti nemmeno per chiedere il rinvio a giudizio del maggiore. Giacomo Amadori
La villetta di Jonathan Rivolta a Lonate Pozzolo. Nel riquadro, Adamo Massa (Ansa)
Capisco che i parenti stretti piangano il defunto. Capisco anche che siano addolorati per quei bambini rimasti orfani. Ma sostenere che il sinti ucciso fosse un tipo normale, che si aggirava fra le casette di periferia per lavorare, come fan tutti, mi risulta difficile. I precedenti penali dimostrano piuttosto che non era un rapinatore improvvisato. Secondo i carabinieri faceva parte di un sodalizio criminale strutturato, specializzato in furti e rapine di anziani, colpiti nelle loro abitazioni. Pare che di volta in volta si spacciasse per tecnico del gas, oppure per uomo delle forze dell’ordine. Convinceva le vittime a farlo entrare in casa dove, una volta dentro, svaligiava i poveretti di gioielli e risparmi per poi darsi alla fuga con la refurtiva. Quando nel 2018 i militari dell’Arma lo agguantarono, durante le perquisizioni trovarono mezzi con targhe contraffate, sirene e lampeggianti, radio ricetrasmittenti per ascoltare le comunicazioni della polizia, parrucche, casacche e divise. Ma soprattutto scovarono 25.000 euro in contanti, frutto dell’attività criminale, che era talmente ben avviata da disporre di una specie di garage-camerino, dove la banda preparava i colpi, predisponendo la sceneggiata per raggirare i malcapitati.
Insomma, il suo lavoro – quello rivendicato dal cugino - consisteva nel truffare e derubare le persone. «Perché? Perché me l’hanno ammazzato»,” ha chiesto la madre. La risposta è nella fedina penale del rom. Perché ha provato a svaligiare una villetta pensando che non ci fosse nessuno e invece si è trovato davanti un giovane. Avrebbe potuto arrendersi, oppure scappare, invece ha colpito il padrone di casa con una gragnola di pugni, provocandogli anche una ferita alla testa. E la vittima, invece di soccombere davanti all’aggressione, impugnava un coltello e lo ha usato per difendersi. «Non è giusto», ha detto il cugino di Adamo Massa, quello secondo cui il rapinatore era un tipo normale, che era lì, a Lonate Pozzolo, per lavorare. «Non è giusto essere ammazzati». Certo, siamo d’accordo, ma non è giusto nemmeno rubare e aggredire le vittime che non ci stanno a vedersi svaligiare la casa. E purtroppo, come da tempo cerchiamo di spiegare, è il delinquente che entrando in un’abitazione o in un negozio per saccheggiarli si assume il rischio di una reazione. Non può essere la vittima a salire sul banco degli imputati. È il criminale a mettere in pericolo la vita dei derubati prima ancora che la propria. E se ci scappa il morto la colpa non può che essere unicamente del balordo.
Le giustificazioni dei parenti di Massa, tuttavia, mettono in luce un aspetto che non si può e non si deve sottovalutare. Nei campi rom c’è chi pensa che rubare sia un lavoro. E che la reazione, anche violenta, a una rapina non sia contemplata: la vittima deve subire, non certo reagire. Ed è altrettanto evidente che troppo spesso i campi rom sono centri di illegalità, luoghi dove la legge non esiste e dove i malviventi godono dell’impunità. A loro di sicuro non tolgono i bambini perché non hanno il bagno in casa. Nelle loro baracche possono nascondere ogni cosa e nessuno ne chiede conto. Di recente, un turista straniero a cui avevano rubato la valigia, grazie a un Gps ha individuato l’accampamento in cui era finita, ma i vigili non hanno potuto recuperarla, come se il campo godesse del privilegio dell’extraterritorialità. Sì, è tutto incredibile, come solo in questo Paese può accadere. Rubare è rivendicato, nel silenzio generale, come un lavoro. Le baracche dei rom sono inviolabili. Le donne possono borseggiare a piacimento senza finire in galera, i figli vengono cresciuti nell’illegalità. E quando il governo, per garantire la sicurezza dei cittadini, vara un pacchetto di misure per combattere la criminalità, il giornale dei vescovi vi si mette contro. I titoli di Avvenire ieri sembravano quelli del Manifesto, con accuse di incostituzionalità e di criminalizzazione del dissenso. Poi uno si domanda perché le chiese si svuotino e perché gli elettori si buttino a destra.
Continua a leggereRiduci
(IStock)
Questa fogna è stata scoperta da Mario Giordano, e dalla trasmissione Fuori dal Coro, che l’ha brevemente illustrato ieri su questo giornale. Ha raccontato della signora Marisa che vive a Ischia e ha un figlio di 19 anni di nome Riccardo, con un grave problema agli occhi, che dovrà fare un trapianto di cornea e che, rivoltosi all’Asl il 12 dicembre 2025, gli è stato fissato l’esame il 7 gennaio 2027. Sul foglio di prenotazione c’è scritto: «L’assistito rinuncia alla prima disponibilità per giovedì 26 marzo 2026» ma, come scrive Giordano, «con un piccolo particolare: Marisa e Riccardo non hanno mai rinunciato a quella visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha mai proposta. Li hanno presi in giro».
Di questi casi Giordano ne ha trovati, insieme alla sua brillante redazione, decine e nell’articolo si è rivolto al ministro della Sanità per chiedere conto di tutto questo. Io mi voglio rivolgere a un altro interlocutore che, con tutto questo materiale potrebbe intervenire e aprire un’indagine: il pubblico ministero, il cosiddetto pm. È successo altre volte e, dunque, ci sono precedenti di inchieste giornalistiche, divulgate dalla stampa o sulla televisione, che abbiano costituito materiale sufficiente perché i pm aprissero un fascicolo, iniziassero un’indagine che, tra l’altro, spesso, ha portato all’incriminazione dei soggetti indicati da chi aveva svolto l’inchiesta giornalistica; come si dice in gergo, «il precedente non manca».
In Italia, infatti, a nome del Codice di procedura penale e secondo il diritto processuale penale, a norma dell’articolo 335, appena ricevuta una notizia di reato (in gergo detta notitia criminis), cioè un’informazione che il pm riceve su fatti e circostanze che potrebbero costituire un reato, avvia le indagini preliminari e, magari, l’azione penale. Questa avviene dopo una denuncia, un referto o un’informativa della polizia giudiziaria e viene iscritta in un apposito registro. A mio modesto avviso, questi servizi potrebbero essere acquisiti dal pm attraverso la polizia giudiziaria per dare inizio, dopo le adeguate verifiche, alle indagini vere e proprie. In Italia esiste anche l’«obbligatorietà dell’azione penale» imposta al pm dall’articolo 112 della Costituzione. Esso impone al pm il dovere di avviare le indagini una volta che riceve una notitia criminis. Si è dibattuto molto in Italia su questo articolo-principio, soprattutto per i criteri di priorità e per la mancanza di risorse per le quali i pm non possono dare corso a tutte le notizie di reato ma, in questo caso specifico, si tratta di casi urgenti nei quali vi è in gioco la perdita di funzioni vitali e cognitive del corpo umano, quindi, non c’è dubbio che la priorità sia assolutamente assodata. Proprio per questo è utile citare l’articolo 112 della Costituzione che recita: «Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale». È vero che il pm non può avviare le indagini se non viene a conoscenza di un fatto che potrebbe costituire reato - ovviamente -, ma nel caso in cui ne venisse a conoscenza, può avviare l’azione penale anche senza attendere una denuncia. Quest’azione non è discrezionale salvo, ovviamente, ciò che è stato oggetto di dibattito e cioè la priorità di alcune azioni su altre e le risorse a disposizione perché il pm possa occuparsene.
Ci pare che, nel caso descritto, la polizia giudiziaria possa acquisire questo materiale come notitia criminis da consegnare al pm stesso. È pur vero che il ministero della Salute ha poteri ispettivi e talora anche commissariali, cioè può inviare un commissario là dove, detto in termini semplici, c’è puzza di bruciato. In questo caso non c’è puzza di bruciato, c’è un incendio in cui vengono bruciati i diritti alla salute dei cittadini italiani per scopi ignobili e cioè di riscossione, da parte dei manager pubblici, di premi per l’efficienza delle strutture da loro gestite.
Peccato che, in questo caso, l’efficienza sia falsa o, meglio, falsata. In questo frangente ci preoccupa di più la possibilità che cittadini italiani siano privati del diritto alla salute con gravi conseguenze, come la perdita della vista nel caso che abbiamo citato all’inizio della signora Marisa e di suo figlio Riccardo di 19 anni, che una vera e propria truffa. Ovviamente attendiamo l’indagine della magistratura per confermare questa asserzione, per confermare la presenza di un reato molto grave.
Chi ripagherà questo ragazzo di 19 anni che rischia di perdere la vista? Chi ripagherà Liliana, che vive a Reggio Calabria, cardiopatica invalida che ha bisogno urgente di una visita pneumologica e che si rivolge all’Asl il 7 settembre 2025 vedendosi concedere solo il 24 marzo 2026 la visita stessa? Anche in questo caso, come scritto da Giordano, «sul suo foglio di prenotazione compare una scritta: l’assistito rinuncia alla prima disponibilità per martedì 7 ottobre 2025. Con un piccolo particolare: Liliana non ha mai rinunciato a quella prima visita per il semplice fatto che nessuno gliel’ha proposta». Non c’è materiale a sufficienza perché qualcuno si sbrighi a denunciare questi fatti in modo che il pm possa procedere contro - se tutto verrà confermato dalle indagini stesse e dal rinvio a giudizio che ne seguirà - questi farabutti?
Continua a leggereRiduci
Matteo Salvini. Nel riquadro, Jonathan Rivolta (Ansa)
Da mercoledì su Lonate Pozzolo è calata una nebbia fitta fatta di paura, dolore e rabbia. Il centro di circa undicimila abitanti, compreso tra Varese e Milano, è finito sotto i riflettori nazionali per la rapina in villa finita in tragedia. Da giorni, nessuno lì più vive e dorme sereno: i residenti hanno paura; la famiglia di Jonathan Maria Rivolta si è trincerata nel silenzio e nell’angoscia; i parenti di Adamo Massa difendono «il lavoro» del trentasettenne di etnia rom morto a seguito di ferite riportate mentre stava rapinando una villa. Gli investigatori, sin da subito, si sono messi sulle tracce dei due complici che hanno «scaricato» Massa davanti all’ospedale. Stanno passando al setaccio ogni zona del Varesotto fino ad arrivare a Torino al campo rom dove la vittima abitava. Le indagini proseguono e sono coordinate dalla Procura di Busto Arsizio. Alcune risposte ai tanti interrogativi potranno giungere dagli esiti dell’esame autoptico che sarà eseguito il 22 gennaio sul corpo dell’uomo. Secondo quanto è stato ricostruito, Massa attorno alle 11 di mercoledì, è entrato nella villa dove risiede Jonathan con la sua famiglia, rompendo un vetro della finestra. Con il passare dei giorni, emergono nuovi elementi e dettagli che stanno consentendo agli investigatori di avere un quadro completo di quanto accaduto in quella «mattina da incubo» quando il giovane proprietario di casa è stato svegliato all’improvviso dal rumore dei vetri infranti e poi, probabilmente, anche dal suono del campanello perché da quanto è emerso sembra che i due ladri avessero pure provato a suonare per «accertarsi» che in casa non ci fosse nessuno. Ma il ragazzo stava dormendo e, quindi, forse i due pensavano che la villa fosse vuota in quel momento. Non era così. Jonathan ha sentito i rumori, ha sceso le scale e all’improvviso, si è visto in casa due ladri che - come ha più volte ripetuto agli investigatori - lo avrebbero aggredito e preso a pugni al punto che lui, temendo di essere ammazzato, si è difeso con uno dei primi oggetti che ha trovato, ovvero un pugnale contenuto nel kit di sopravvivenza per le escursioni che il giovane aveva in casa.
Nella colluttazione, Massa è stato ferito con due colpi, uno al torace e uno all’addome. Questa è la versione riferita dal proprietario di casa ai pm e che è stata ritenuta una «versione attendibile e credibile». A questo punto, gli investigatori stanno ricostruendo i tasselli della vicenda mettendo insieme anche gli elementi venuti fuori dalle immagini delle telecamere di videosorveglianza della zona dell’ospedale di Magenta dove il rom è stato lasciato. Ad abbandonarlo ferito gravemente e sanguinante sono stati l’uomo che era in casa a rubare con Massa e l’altro complice che faceva il «palo» all’esterno della villa. Gli inquirenti sono al lavoro per ricostruire il viaggio dal luogo del furto all’esterno dell’ospedale: il tragitto compiuto sarebbe stato di venti chilometri e della durata di circa quindici minuti. Infatti, quando i medici dell’ospedale lo hanno preso in cura hanno subito capito che le sue condizioni erano disperate. Si tratta di un altro aspetto delicato di questa vicenda sul quale le indagini dovranno fare chiarezza perché bisognerà accertare se «quel viaggio» possa essere stato letale per la vittima, dal momento che il trentasettenne è rimasto per circa quindici minuti sanguinante e senza cure.
Intanto, ieri il pubblico ministero Nadia Calcaterra, che coordina le indagini, ha notificato gli avvisi alle parti e Jonathan Maria Rivolta, fino a questo momento, non risulta indagato. Gli inquirenti, per il momento, propendono per l’ipotesi della legittima difesa perché la sua versione dei fatti è stata ritenuta «credibile» e, quindi, il giovane avrebbe agito «esclusivamente per legittima difesa». Infatti, è opportuno ribadirlo, in Procura è stato aperto un unico fascicolo per «tentata rapina». Il sindaco di Lonate, Elena Carraro, ha incontrato i familiari di Rivolta, e ha spiegato che, oltre allo shock «e alla stato di forte pressione dovuta al momento, temono ritorsioni». Da quanto è emerso, infatti, da alcuni giorni alcuni degli abitanti della zona stanno facendo «le ronde» per tutelare la loro incolumità nel timore di «qualche vendetta» da parte dei rom che, già nel giorno della rapina, hanno assediato l’ospedale di Magenta e in preda al dolore per la morte di Massa hanno protestato violentemente davanti al Pronto soccorso. L’aria è molto tesa anche nel campo rom di corso Unione Sovietica, nella periferia Sud di Torino, dove la vittima risiedeva. «Era lì per lavorare, lascia tre figli, non è giusto ammazzare», è stato lo sfogo (surreale) di uno dei cugini della vittima che ieri è stato intervistato all’interno del campo rom dai giornalisti della trasmissione Ore 14 Sera in onda su Rai2. «Lascia tre figli, uno di pochi mesi, uno di 15 e l’altro di 18», ha aggiunto il cugino, «La mia idea? Non è una cosa giusta per me, non è giusto neanche il nostro lavoro ma non è giusto ammazzare. Non è vero che hanno picchiato il proprietario di casa, sono bugie. Adamo era un tipo normale, come tutti, era lì per lavorare come fanno tutti». La vittima viveva in uno dei campi rom disseminati in Italia in cui coesistono illegalità e violenza. E non è semplice per gli inquirenti indagare in un contesto dove sussistono sacche di omertà che scandiscono la quotidianità. Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, ha voluto mandare «un abbraccio a quel ragazzo e capisco che possa essere sconvolto, perché una morte è sempre una morte ed è sempre una sconfitta e non è mai un successo e non c’è niente da celebrare. Non riesco a trovare spazi per attaccare un ragazzo che ha difeso se stesso, la sua famiglia, i suoi affetti, la sua vita. Se i rapinatori e i ladri facessero un mestiere onesto non rischierebbero di morire».
Lite tra nordafricani: ucciso a scuola
È mezzogiorno appena passato quando in un’aula dell’istituto professionale Domenico Chiodo di La Spezia, mentre il professore sta facendo lezione, uno studente di 18 anni di origini egiziane viene accoltellato da un compagno diciannovenne (origini marocchine ma nato in Italia), che si era portato da casa nello zaino un coltello da cucina. E, per questo, gli inquirenti, che l’hanno subito arrestato, hanno pensato di contestargli il tentato omicidio aggravato dalla premeditazione. Che in serata, purtroppo, diventerà omicidio. La vittima, infatti, con la milza perforata e in arresto cardiocircolatorio causato dall’emorragia, è stata operata d’urgenza in condizioni critiche. In serata è giunta notizia del decesso. Secondo le prime ricostruzioni, la lite tra i due sarebbe cominciata poco prima nei bagni dell’istituto, probabilmente, ipotizzano gli investigatori, per motivi sentimentali. Poi l’escalation. L’aggressione si consuma in aula, dove la vittima avrebbe cercato rifugio. È lì che il diciottenne viene colpito a un fianco. La coltellata è devastante. Perfora la milza. Attraversa il diaframma, colpisce la parte inferiore del polmone sinistro. La corsa contro il tempo dura 90 minuti. Alla fine il battito riparte. Resta sotto i ferri per oltre tre ore. I chirurghi riescono a ridurre le lesioni. L’operazione riesce. Sembra ci siano speranze per i familiari e i compagni di scuola (una cinquantina) assiepati fuori dall’ospedale dal primo pomeriggio. Poi, dopo qualche ora, in terribile aggiornamento. Sugli smartphone gira un’immagine: molti sostengono che sarebbe l’arma usata per l’aggressione, una lama lunga una ventina di centimetri. Nel frattempo, dentro e fuori la scuola, parte la ricostruzione giudiziaria. Gli agenti della polizia di Stato entrano nell’istituto, raccolgono testimonianze tra docenti (compreso il prof che è riuscito a disarmare l’aggressore) e studenti, cercano di mettere in fila i passaggi di una violenza esplosa in pochi minuti ma preparata, forse, prima. Stando ad alcune testimonianze ci sarebbe anche un messaggio dell’aggressore inviato alla vittima nella giornata di giovedì. Il tono sarebbe minaccioso e viene riassunto con queste parole: «Domani ti sistemo io». Al momento però si tratta di una indiscrezione non confermata (ma neanche smentita) da chi indaga. E mentre la polizia scientifica effettua i rilievi nell’aula che si è trasformata nella scena del crimine, la squadra mobile lavora sulla dinamica, ancora in fase di ricostruzione, e sul movente. L’arma viene recuperata e repertata. Il ministro dell’Istruzione e del merito Giuseppe Valditara interviene con una nota: «Quanto accaduto è di una gravità assoluta. Allo studente ferito e alla sua famiglia va la mia sentita vicinanza. Episodi di questo genere non devono trovare spazio nella nostra società. La scuola è impegnata a trasmettere valori e a insegnare il rispetto delle persone e delle regole, nel dialogo e nel rifiuto di ogni forma di violenza». «Tra i banchi si portano libri, quaderni e matite, non coltelli e armi. Al lavoro per misure ancora più restrittive e tolleranza zero», ha commentato il vicepremier e leader della Lega Matteo Salvini. E infatti nel nuovo pacchetto sicurezza sono presenti misure di divieto assoluto di porto di armi da taglio con divieto di vendita di coltelli ai minori, sia nei negozi fisici sia sulle piattaforme online (previste anche sanzioni per i genitori). Il sottosegretario all’Interno Wanda Ferro ha quindi auspicato «che le opposizioni collaborino alla rapida approvazione delle misure elaborate dal Viminale».
Continua a leggereRiduci