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2019-10-04
Lotti va a processo,
il carabiniere messo alla gogna da Renzi è invece prosciolto dalle accuse
Ansa
Luca Lotti, l'ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l'accusa di aver spifferato l'esistenza dell'inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all'ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l'indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l'accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell'Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento - come pure di rivelazione del segreto d'ufficio - per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti.
La prima udienza - così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo - sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all'epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l'imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò - senza successo - di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell'occasione quell'appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all'inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l'imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l'ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti.
Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l'informazione la ricevetti prima dell'estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l'esistenza dell'indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo.
Una decisione «sconcertante», l'ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l'ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.
Fabio Amendolara
Prosciolto il militare che il Bullo accusò di complottare ai suoi danni
Al posto dei panni del segugio instancabile, fama di cui godeva sino al marzo 2017, era stato costretto, suo malgrado, a indossare quelli del principale indagato dell'inchiesta Consip, del complottardo, del carabiniere infedele. Il maggiore Gianpaolo Scafarto, intercettato, perquisito (due volte), sbeffeggiato (soprattutto da alcune penne al servizio della Procura) negli ultimi due anni e mezzo aveva dovuto sopportare tutto in silenzio. Aveva persino, per quasi due mesi, dovuto svestire la divisa della Arma, poi le decisioni del Riesame e della Cassazione gliel'avevano restituita. Ieri il gup Clementina Forleo lo ha definitivamente prosciolto da tutte le accuse (falso ideologico, depistaggio, rivelazione di segreto) perché il fatto non costituisce reato in due casi, perché il fatto non sussiste per tre accuse e per non aver commesso il fatto per un capo di imputazione (la fuga di notizie a favore dei giornali). Il depistaggio era contestato anche all'ex colonnello del Noe, Alessandro Sessa: prosciolto pure lui. Mentre la Forleo leggeva la sentenza, Scafarto, dopo le prime buone notizie, ha risposto emozionato alla telefonata della moglie. Poi si è rivolto alle collaboratrici di studio del suo difensore, Giovanni Annunziata: «Quali altri reati mi ha tolto?». «Tutti!» gli hanno gridato. Scafarto incredulo le ha abbracciate e ha iniziato a piangere. «Devo essere onesto, non mi sono trattenuto. Sono stati anni tremendi. Ricordo ancora quando sono entrato in tribunale dal varco del pubblico perché mi avevano ritirato il tesserino di servizio. Ma adesso è tutto finito». E magari potrà tornare a fare le indagini dopo essere stato parcheggiato alla Legione Campania con funzioni amministrative ed essere diventato assessore part time alla sicurezza nella sua città, Castellammare di Stabia. Ieri ha passato la giornata a rilasciare dichiarazioni di circostanza («Ho sempre creduto nella giustizia»), anche se non ha potuto dire tutto quello che avrebbe voluto («Se no mi sospendono», ha scherzato). Ma «il trionfo è stato totale», ha confidato agli amici.
Dunque Scafarto non ha tramato contro Renzi e non ha realizzato fughe di notizie. Come abbiamo sempre sostenuto, non c'è stato alcun complotto contro l'ex premier.
Matteo Renzi aveva scommesso tutto sul nero, ovvero su quel carabiniere senza santi in paradiso, per dimostrare che l'inchiesta era una macchinazione ai propri danni.
Nel suo libro Un'altra strada aveva descritto quella presunta cospirazione nei particolari, immaginando anche il coinvolgimento di uno 007, il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo, e aveva concluso: «Va sottolineato con forza che si pone un enorme tema di natura istituzionale. Il presidente del Consiglio dei ministri, comunque si chiami, non può essere oggetto di una campagna di aggressione da parte di elementi delle istituzioni». Nel settembre 2017, a un evento del sempre garantista Foglio (tranne che con Scafarto) aveva detto: «Se un carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio (…). C'è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice». Quel giudice ieri ha deciso. Non c'è stata congiura alcuna.
L'accusa più grave nei confronti di Scafarto era quella di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino: «Renzi, l'ultima volta che l'ho incontrato…». La presunta pistola fumante di un accordo illecito tra Tiziano Renzi e Romeo. Ma il gup è arrivata alla conclusione che l'allora capitano aveva provato in tutti i modi a evitare confusione, come dimostrano i riascolti delle intercettazioni e la rilettura («evidentemente finalizzata a scongiurare errori») dell'informativa finale richiesti ai colleghi su una chat. Per la Forleo «trattasi di errore sicuramente involontario» (come sostenuto anche dal Riesame e dalla Cassazione) e comunque «la frase in questione, anche qualora pronunciata dal Romeo, non sarebbe stata decisiva per confortare il coinvolgimento del Renzi nella vicenda».
Nella sentenza la toga, smontando l'impianto accusatorio, evidenzia che il «fil rouge» di tutte le contestazioni era che Scafarto avrebbe agito con la finalità di «intaccare l'immagine e dunque il prestigio dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi». Ma la Forleo nelle carte dell'inchiesta non ha trovato la prova di questo disegno. Anzi ha rimarcato come nel corso delle indagini siano stati «acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella “vicenda Consip"» e «sarà dunque solo il futuro procedimento e di quello connesso pendente a carico» del babbo «a lumeggiare l'effettivo ruolo rivestito dal Renzi» nella vicenda. Insomma, più utile indagare sul ruolo di babbo Tiziano che su quello di Scafarto. Il giudice ha evidenziato anche i rapporti dell'ex premier con la maggior parte degli imputati che la stessa Forleo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento, dal fido Luca Lotti al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, dal suo ex consigliere economico Filippo Vannoni all'ex comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette: «Appare evidente che anche nell'impostazione accusatoria (…) nell'indagine vi furono non pochi e non occasionali “interessamenti" di ambienti istituzionali vicini all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi volti a impedire il regolare corso delle indagini».
Infine, per il gup, la Procura di Roma non è riuscita a dimostrare fughe di notizie a vantaggio del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano. Anche per questo capo d'imputazione la toga ha emesso sentenza di non luogo a procedere. Durante le indagini gli inquirenti avevano investigato pure su possibili soffiate a favore di chi scrive, ricercando, come risulta agli atti, attraverso le celle telefoniche, eventuali incontri tra il cronista e lo stesso Scafarto. Ma in questo filone, investigatori e pm non avevano trovato elementi sufficienti nemmeno per chiedere il rinvio a giudizio del maggiore.
Giacomo Amadori
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Rinviati a giudizio l'ex ministro, il generale Tullio Del Sette e il manager Filippo Vannoni. Sono accusati di aver rivelato la presenza delle cimici piazzate dall'Arma.Il Rottamatore ha sempre sostenuto d'essere vittima di una macchinazione da parte del maggiore Giampaolo Scafarto. Ma per il gup Clementina Forleo il depistaggio non c'è. Anzi, invita ad aspettare il processo a babbo Tiziano.Lo speciale contiene due articoli. Luca Lotti, l'ex ministro dello Sport (nonché fedelissimo di Matteo Renzi, anche se ha deciso di non seguirlo nella nuova avventura politica di Italia viva, andrà alla sbarra con l'accusa di aver spifferato l'esistenza dell'inchiesta Consip, proprio nella sua fase più delicata, all'ex amministratore delegato Luigi Marroni, buttando l'indagine dei carabinieri del Noe alle ortiche. Complice, secondo l'accusa, anche il generalissimo Tullio Del Sette, in quel momento al vertice dell'Arma. Anche lui è accusato di favoreggiamento - come pure di rivelazione del segreto d'ufficio - per aver messo in guardia Marroni dalle investigazioni messe in atto dai militari suoi sottoposti, delegati dalla Procura di Napoli a indagare su ipotetici intrallazzi del Giglio magico nei maxi appalti. La prima udienza - così come ha stabilito ieri pomeriggio il giudice dell'udienza preliminare del Tribunale di Roma Clementina Forleo - sarà il 15 gennaio davanti ai giudici della seconda sezione penale. Quel giorno dovranno presentarsi in udienza anche gli altri tre indagati rinviati a giudizio (che da ieri rivestono la qualifica di imputati): l'ex consigliere economico di Palazzo Chigi, Filippo Vannoni (accusato di favoreggiamento); il generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia (favoreggiamento anche per lui), all'epoca comandante della Legione carabinieri Toscana; Carlo Russo (accusato di millantato credito), l'imprenditore amico di babbo Tiziano Renzi che negli atti viene definito un «facilitatore». Giornata nera, quella di ieri, per i renziani di stretta osservanza. Anche perché, al processo, il primo nome della lista dei testimoni sarà quello del grande accusatore, il «caramelloso» Luigi Marroni. Così lo definì Vannoni nel rocambolesco verbale in cui incassò le contestazioni della Procura romana e, soprattutto, del procuratore aggiunto Paolo Ielo. Nella circostanza Vannoni cercò - senza successo - di smontare le affermazioni di Marroni riguardanti Lotti. Vannoni arrivò perfino a dire che proprio in quell'occasione quell'appiccicoso di Marroni, che nella versione del numero uno di Publiacqua si presentò addirittura durante la villeggiatura, lo fece litigare con la moglie. A quel punto, stando alla versione di Vannoni, decise di toglierselo di torno. Come? Dicendogli che aveva il telefono sotto controllo. È a questo punto che i magistrati gli contestarono che le dichiarazioni risultavano poco credibili. Ma la posizione di Marroni doveva far proprio tremare il Giglio magico, visti i meccanismi che, stando all'inchiesta giudiziaria, si sono mossi attorno a lui già nel momento in cui erano state piazzate le microspie nel suo ufficio. I carabinieri, infatti, non fecero in tempo a installarle che Marroni era già stato informato. «A luglio 2016», ha fatto mettere a verbale, «durante un incontro Luca Lotti mi informò che si trattava di un'indagine che era nata sul mio predecessore Domenico Casalino e che riguardava anche l'imprenditore campano Alfredo Romeo. Delle intercettazioni ambientali nel mio ufficio l'ho saputo non ricordo se da Lotti o da un suo stretto collaboratore». Ed è lo stesso Marroni a tirare in ballo Vannoni, raccontando ai pm «di aver appreso in quattro differenti occasioni da Filippo Vannoni, dal generale Emanuele Saltalamacchia, dal presidente di Consip Luigi Ferrara e da Luca Lotti di essere intercettato». Il presunto favoreggiamento di Lotti ha una data precisa: 3 agosto 2016. In data 1 agosto i carabinieri del Noe avevano piazzato le microspie negli uffici romani della Romeo gestioni, il 2 le avevano accese e il 3, con incredibile coincidenza di tempi, l'amministratore delegato di Consip venne convocato in uno degli uffici della presidenza del Consiglio dall'allora sottosegretario Lotti. Ai pm, Marroni descrive anche i suoi legami con i Carabinieri: «Con Saltalamacchia», dice, «intercorre un rapporto di amicizia da diversi anni e anche lui mi disse che il mio telefono era sotto controllo, anche in questo caso l'informazione la ricevetti prima dell'estate 2016». È stato poi Ferrara, sentito in Procura, a tirare in ballo il generale Del Sette. Nella versione di Ferrara sarebbe stato proprio il generalissimo a rivelare l'esistenza dell'indagine su Romeo per una gara da 2,7 miliardi di Consip. Il quadro che ha prospettato al gup la Procura, insomma, è questo. Una decisione «sconcertante», l'ha definita Del Sette. «È una situazione kafkiana», ha commentato, «e vedermi oggi così diffamato mi sconcerta e mi amareggia profondamente. Non riesco a spiegarmi. Questo non toglie la mia fiducia assoluta nella giustizia per la quale ho lavorato una vita intera». E anche Lotti si è affrettato a commentare: «Il reato di cui devo rispondere è favoreggiamento di un non indagato. Come ho fatto finora, affronterò tutto questo a testa alta». E ancora: «Da parte mia non c'è rabbia o rancore per nessuno, neanche verso chi si è divertito a sbattere il mostro in prima pagina senza assumersi alcuna responsabilità». Toni diversi rispetto a quelli di un tempo, quando con lo stesso piglio del Bullo l'ex ministro dello Sport, mostrando il petto, sosteneva: «Io prima di voi attendo la verità. La verità prima o poi arriva. Quando la verità arriva porta con sé le responsabilità, anche di chi ha mentito». Ora toccherà al Tribunale di Roma occuparsi di quella verità. Palla ai giudici.Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lotti-finisce-a-processo-con-lex-capo-dei-carabinieri-per-le-spifferate-su-consip-2640836106.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prosciolto-il-militare-che-il-bullo-accuso-di-complottare-ai-suoi-danni" data-post-id="2640836106" data-published-at="1779431403" data-use-pagination="False"> Prosciolto il militare che il Bullo accusò di complottare ai suoi danni Al posto dei panni del segugio instancabile, fama di cui godeva sino al marzo 2017, era stato costretto, suo malgrado, a indossare quelli del principale indagato dell'inchiesta Consip, del complottardo, del carabiniere infedele. Il maggiore Gianpaolo Scafarto, intercettato, perquisito (due volte), sbeffeggiato (soprattutto da alcune penne al servizio della Procura) negli ultimi due anni e mezzo aveva dovuto sopportare tutto in silenzio. Aveva persino, per quasi due mesi, dovuto svestire la divisa della Arma, poi le decisioni del Riesame e della Cassazione gliel'avevano restituita. Ieri il gup Clementina Forleo lo ha definitivamente prosciolto da tutte le accuse (falso ideologico, depistaggio, rivelazione di segreto) perché il fatto non costituisce reato in due casi, perché il fatto non sussiste per tre accuse e per non aver commesso il fatto per un capo di imputazione (la fuga di notizie a favore dei giornali). Il depistaggio era contestato anche all'ex colonnello del Noe, Alessandro Sessa: prosciolto pure lui. Mentre la Forleo leggeva la sentenza, Scafarto, dopo le prime buone notizie, ha risposto emozionato alla telefonata della moglie. Poi si è rivolto alle collaboratrici di studio del suo difensore, Giovanni Annunziata: «Quali altri reati mi ha tolto?». «Tutti!» gli hanno gridato. Scafarto incredulo le ha abbracciate e ha iniziato a piangere. «Devo essere onesto, non mi sono trattenuto. Sono stati anni tremendi. Ricordo ancora quando sono entrato in tribunale dal varco del pubblico perché mi avevano ritirato il tesserino di servizio. Ma adesso è tutto finito». E magari potrà tornare a fare le indagini dopo essere stato parcheggiato alla Legione Campania con funzioni amministrative ed essere diventato assessore part time alla sicurezza nella sua città, Castellammare di Stabia. Ieri ha passato la giornata a rilasciare dichiarazioni di circostanza («Ho sempre creduto nella giustizia»), anche se non ha potuto dire tutto quello che avrebbe voluto («Se no mi sospendono», ha scherzato). Ma «il trionfo è stato totale», ha confidato agli amici. Dunque Scafarto non ha tramato contro Renzi e non ha realizzato fughe di notizie. Come abbiamo sempre sostenuto, non c'è stato alcun complotto contro l'ex premier. Matteo Renzi aveva scommesso tutto sul nero, ovvero su quel carabiniere senza santi in paradiso, per dimostrare che l'inchiesta era una macchinazione ai propri danni. Nel suo libro Un'altra strada aveva descritto quella presunta cospirazione nei particolari, immaginando anche il coinvolgimento di uno 007, il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come il capitano Ultimo, e aveva concluso: «Va sottolineato con forza che si pone un enorme tema di natura istituzionale. Il presidente del Consiglio dei ministri, comunque si chiami, non può essere oggetto di una campagna di aggressione da parte di elementi delle istituzioni». Nel settembre 2017, a un evento del sempre garantista Foglio (tranne che con Scafarto) aveva detto: «Se un carabiniere falsifica prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola dove non dovrebbe e c'è chi usa un presunto scandalo contro un esponente delle istituzioni, la verità prima o poi arriva. Lo scandalo Consip è nato per colpire me, finirà per colpire chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio (…). C'è un giudice a Roma e ci fidiamo del giudice». Quel giudice ieri ha deciso. Non c'è stata congiura alcuna. L'accusa più grave nei confronti di Scafarto era quella di aver attribuito all'imprenditore Alfredo Romeo una frase pronunciata dall'ex parlamentare Italo Bocchino: «Renzi, l'ultima volta che l'ho incontrato…». La presunta pistola fumante di un accordo illecito tra Tiziano Renzi e Romeo. Ma il gup è arrivata alla conclusione che l'allora capitano aveva provato in tutti i modi a evitare confusione, come dimostrano i riascolti delle intercettazioni e la rilettura («evidentemente finalizzata a scongiurare errori») dell'informativa finale richiesti ai colleghi su una chat. Per la Forleo «trattasi di errore sicuramente involontario» (come sostenuto anche dal Riesame e dalla Cassazione) e comunque «la frase in questione, anche qualora pronunciata dal Romeo, non sarebbe stata decisiva per confortare il coinvolgimento del Renzi nella vicenda». Nella sentenza la toga, smontando l'impianto accusatorio, evidenzia che il «fil rouge» di tutte le contestazioni era che Scafarto avrebbe agito con la finalità di «intaccare l'immagine e dunque il prestigio dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi». Ma la Forleo nelle carte dell'inchiesta non ha trovato la prova di questo disegno. Anzi ha rimarcato come nel corso delle indagini siano stati «acquisiti consistenti elementi inerenti al coinvolgimento di Tiziano Renzi nella “vicenda Consip"» e «sarà dunque solo il futuro procedimento e di quello connesso pendente a carico» del babbo «a lumeggiare l'effettivo ruolo rivestito dal Renzi» nella vicenda. Insomma, più utile indagare sul ruolo di babbo Tiziano che su quello di Scafarto. Il giudice ha evidenziato anche i rapporti dell'ex premier con la maggior parte degli imputati che la stessa Forleo ha rinviato a giudizio per favoreggiamento, dal fido Luca Lotti al generale dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia, dal suo ex consigliere economico Filippo Vannoni all'ex comandante generale dell'Arma Tullio Del Sette: «Appare evidente che anche nell'impostazione accusatoria (…) nell'indagine vi furono non pochi e non occasionali “interessamenti" di ambienti istituzionali vicini all'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi volti a impedire il regolare corso delle indagini». Infine, per il gup, la Procura di Roma non è riuscita a dimostrare fughe di notizie a vantaggio del giornalista Marco Lillo del Fatto Quotidiano. Anche per questo capo d'imputazione la toga ha emesso sentenza di non luogo a procedere. Durante le indagini gli inquirenti avevano investigato pure su possibili soffiate a favore di chi scrive, ricercando, come risulta agli atti, attraverso le celle telefoniche, eventuali incontri tra il cronista e lo stesso Scafarto. Ma in questo filone, investigatori e pm non avevano trovato elementi sufficienti nemmeno per chiedere il rinvio a giudizio del maggiore. Giacomo Amadori
La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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(Polizia di Stato)
Il quindicenne nordafricano, accusato di arruolamento con finalità di terrorismo internazionale, ieri si è avvalso della facoltà di non rispondere. È in cella, nel carcere minorile di Firenze, perché questa risulta «l’unica misura idonea», secondo il gip del tribunale per i minorenni, Giuditta Merli, che ha disposto l’ordinanza su richiesta del procuratore di Firenze, Roberta Pieri. Per il magistrato, infatti, «sussiste il concreto pericolo che l’indagato, se non adeguatamente cautelato, reiteri il reato intensificando il processo di radicalizzazione ed esponendo la collettività al rischio di atti di violenza dimostrativi e indiscriminati». Il ragazzo era già stato sottoposto a misura cautelare a ottobre 2025, con la medesima accusa però con collocamento in comunità.
Quando lo scorso 23 marzo gli venne concesso il regime della messa alla prova, l’aspirante terrorista non perse tempo riprendendo subito le frequentazioni con l’Isis. Lo dimostrano le conversazioni scoperte sul suo cellulare dalla direzione centrale della polizia di prevenzione e dalla Digos di Firenze. Il giovane, che malgrado il divieto aveva acquistato due nuovi cellulari mentre stava in comunità, il 24 marzo si era intestato una nuova utenza.
Una prima conversazione dura dal 23 al 26 aprile scorso con un utente che la Digos cerca di identificare. Dopo alcuni preliminari del tipo «Come stai fratello mio?» e «che Dio ti benedica e ti protegga», l’interlocutore chiede: «Come è la situazione e quali sono le ultime notizie, fratello?». Il minorenne risponde: «Mi sto preparando come ben sai». Alla nuova domanda: «Cosa fai?», risponde: «Eseguire». Ci pensa l’altro utente a chiarire che cosa il minorenne doveva mettere in atto: «Esplosioni, che Dio voglia», scrive.
Mezze frasi, per non esporsi, il cui significato è però indubbio, si stavano organizzando attentati. Il giovane chiede: «Vuoi parlare su Telegram?». Risposta: «Volevo tenerti lontano da queste cose dopo che mi hai detto che sei sorvegliato», ma poi l’altro acconsente e gli fornisce l’account.
Nelle chat di maggio su Telegram, utilizzando una Vpn che camuffa l’indirizzo Ip e maschera la posizione, escono le conversazioni più inquietanti. Un interlocutore scrive: «Vediamo il commerciante a quanto mette il prezzo del kalashnikov e qualche munizione […] l’importante è che il luogo sia affollato per poter raccogliere il numero più grande di loro». Stavano discutendo i dettagli di un gesto terroristico, con quante più persone da colpire?
Il minorenne nordafricano spiega: «Se Dio lo permette, ho con me una persona del Bangladesh». E alla domanda «Ti fidi di lui?», risponde: «Sì, lo giuro su Dio. È una persona vittima di un’ingiustizia e io lo conosco da sette mesi». L’altro sembra soddisfatto: «Perfetto. Cerca di accelerare con il commerciante per riuscire a sapere quanti te ne mandiamo», riferendosi a soldi. Aggiunge: «Così non tardi a compiere il lavoro».
Il ragazzino assicura che avrà risposta «più tardi» e scrive una frase che lascia impietriti: «Non appena finisco con il commerciante inizio a preparare le motolov». L’interlocutore sembra perplesso, il giovane incalza: «Le bottiglie infuocate», ma dall’altra parte arriva una risposta secca: «Non ne hai bisogno, l’importante è un’arma». Inoltre, l’interlocutore aggiunge: «Questo lavoro potrebbe rallentarti in quello più importante».
Alla fine fa convinto il minorenne che scrive: «Hai ragione. Che Dio mi conceda il successo di questo lavoro». Sconvolgente l’invocazione di chi pone termine alla conversazione: «Chiediamo a Dio di concedervi successo e fermezza», accompagnando la frase con l’emoticon di un cuore. Senza ombra di dubbio, l’augurio era di fare quanto male possibile a noi cristiani.
ll gip, infatti, scrive che «l’indagato si accorda con una terza persona per compiere atti di terrorismo di matrice islamica», ricordando che il nordafricano «aveva prestato giuramento», alla jihad. Nel corso delle indagini che avevano portato alla misura cautelare dell’ottobre scorso, era emerso che il giovane, da tre anni in Italia, attraverso l’utilizzo di piattaforme di messaggistica che garantiscono il quasi completo anonimato, aveva prestato giuramento a un «gruppo di musulmani provenienti da tutto il mondo che mirano a sostenere i nostri fratelli oppressi in Palestina, Siria e persino i nostri fratelli uiguri, in Cina», come dichiarava l’adescatore.
Nel novembre del 2024, «per accelerare il processo di affiliazione e accreditarsi maggiormente all’interno del gruppo, il minorenne si è reso lui stesso artefice di tentativi di arruolamento di altre persone», riferiva la polizia di Stato. Già due anni fa, nel suo cellulare furono trovati dei video dove, con il volto nascosto da un passamontagna, in nome di Allah minacciava di compiere gravi azioni di violenza contro i miscredenti. Votato alla jihad, in comunità non ha cambiato posizioni e studiava attacchi, contro la città di Firenze, il Vaticano, forse contro altri obiettivi sensibili. Appena ha potuto, si è messo a cercare armi.
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Antonio Tajani al Festival del Lavoro (Ansa)
Chiaro no? Più gli italiani riusciranno a fare figli, meno ci sarà bisogno di lavoratori stranieri. Lapalissiano. Non ci sarebbe nulla da aggiungere se Boccia non avesse replicato. Ovviamente, il senatore del Partito democratico ha introdotto il suo intervento specificando che si tratta di una «questione complessa». E lo capiamo bene. Del resto, quando c’è di mezzo il Pd, diventa tutto molto più complicato visto che sono gli stessi che aumentano il numero dei generi un giorno sì e l’altro pure. Chiarito che la questione è complessa, Boccia afferma: «Non ne usciamo certo dicendo, come ha fatto il ministro Tajani, che tutto si risolverà facendo fare più figli agli italiani. Se dal 2014 a oggi abbiamo perso 2 milioni di persone non è perché sono scappati tutti dall’Italia, ma perché per la prima volta c’è un saldo negativo tra nati e morti. Oggi ogni anno in Italia nascono circa 370.000 bambini e muoiono 700.000 persone. È un’emergenza demografica». Ora, che ci troviamo di fronte a un’emergenza demografica è proprio quello che diceva Tajani. L’esponente del Pd cita pure i numeri (del resto sono i competenti) e, facendo una rapida operazione, scopriamo che ogni anno in Italia ci sono circa 330.000 persone in meno. Una mente razionale direbbe: beh, in effetti se si trovasse il modo di far fare più figli agli italiani, il trend quantomeno sarebbe rallentato. Una mente razionale, appunto. Boccia, invece, sostanzialmente dice: la denatalità non si risolve facendo fare figli agli italiani. Il che è letteralmente difficile da comprendere.
Poi però il senatore Pd offre la sua ricetta (che questa volta non è complessa): «Servono politiche serie per sostenere le donne e i giovani e serve più Europa, anche su questo fronte. E certamente serve più immigrazione regolare. Perché l’emergenza demografica porta anche problemi di occupazione e di innovazione. Sono tutte questioni per le quali il governo Meloni ha fatto poco e lo ha fatto male, perché continua a guardare il mondo dal buco della serratura dei nazionalismi, mentre noi dovremmo pensare all’Italia nei termini di un pezzo degli Stati Uniti d’Europa». Un primo appunto: perché nelle politiche serie (per quelle non serie Boccia va benissimo) per aiutare la popolazione a crescere non sono presenti anche gli uomini? Ora, abbiamo vaghi ricordi di educazione sessuale a scuola, ma qualcosa ci ricordiamo. E oltre alle donne servono anche gli uomini. E poi: ma siamo davvero sicuri che serva solamente più immigrazione regolare visto anche quello che sta accadendo attorno a noi? No. Infine: che ma c’azzecca, come direbbe Antonio Di Pietro più Europa anche in questo? Nulla. Serve solo a rendere complesso qualcosa che è facile.
È vero: l’Italia ha un problema. E non da oggi. Da decenni. Si fanno sempre meno figli ed è ovvio che la politica debba fare la sua parte. Ma se non si riscoprono il senso di comunità e la disponibilità a sacrificarsi per un bene più grande (la famiglia) non si andrà da nessuna parte. Si rimarrà sulla superficie, rispondendo in maniera complessa a qualcosa che in realtà è molto più semplice. Come fa Boccia. Bocciato in demografia (e pure in logica).
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