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Mattarella prende tempo per poi prendersi il tesoro

Mattarella prende tempo
 per poi prendersi il tesoro
ANSA

La vera partita tra gli alleati gialloblù e il presidente si gioca sul ministero dell'Economia. Ci sono veti pesanti su Paolo Savona, forti pressioni anche dall'estero. E così al Quirinale fanno melina.

A chi alludiamo? Semplice: a Sergio Mattarella. E non perché quando ne ebbe la possibilità non fece nulla per fermare un sistema elettorale che dopo il voto non ci avrebbe restituito un vincitore bensì degli sconfitti (da padre del Mattarellum avrebbe potuto immaginare che partiti così divisi si sarebbero incartati, senza offrire al Paese una soluzione), ma soprattutto per la placida gestione delle consultazioni del dopo voto. Come da riti della politica, che però ai giorni d'oggi mal si conciliano con la rapidità delle decisioni, il primo mese è passato tra insediamenti e conciliaboli vari, poi è arrivata la Pasqua e infine, dopo qualche altro giorno di riflessione, le consultazioni del Quirinale. Sergio Mattarella ha cominciato a tastare il polso ai leader politici e ai rappresentanti delle istituzioni solo ai primi di aprile. Quindi una volta concluse le chiacchiere inutili, ha ricominciato da dove era partito, non senza un'altra pausa di riflessione. Poi, fallito anche il secondo giro di colloqui, il presidente si è affidato alla presidenta Maria Elisabetta Alberti Casellati, e quando questa ha gettato la spugna, dopo un'altra meditazione, Mattarella ha chiamato Roberto Fico, sperando che l'inquilino di Montecitorio facesse il miracolo. Un andamento lento che forse non era casuale.

Ve la faccio breve. Per giorni, fra grandi pause dedicate alla ponderazione, si è spaccato il capello in quattro alla ricerca di una maggioranza che non c'era, poi, quando già era spuntato l'ennesimo governo tecnico che nessuno voleva e che quindi non rispondeva agli elettori ma a qualcun altro, magari straniero, si è cominciato a discutere di un'alleanza fra Lega e 5 stelle invece che fra 5 stelle e Pd. E qui sono cominciati i dolori. Dall'estero è partita una raffica di pressioni e allarmi, cioè di avvertimenti: occhio, che se insistete finisce male. Pare che a impensierire sia soprattutto Matteo Salvini, più che Luigi Di Maio, perché a Bruxelles ritengono che il capo dell'ex Carroccio sia un tipaccio pericoloso, da tenere alla larga. Ognuno è libero di pensare ciò che vuole del leader della Lega, ma si dà il caso che quasi un elettore su quattro voti per lui.

Dunque Mattarella avrebbe dovuto forse alzare un po' la voce per rimettere al proprio posto chi dall'estero pensa di poter decidere in casa nostra. E invece no, il capo dello Stato se ne è stato zitto a guardare, lasciando che i giorni scivolassero via, quasi che non ci fosse alcuna fretta di fare il governo, ma si potesse prendersela comoda. Così siamo arrivati al Contratto di cambiamento e a un aspirante presidente del Consiglio che, pur essendo tutto tranne che di cambiamento, gode della fiducia di partiti che hanno la maggioranza. Al punto in cui siamo arrivati ci aspettavamo che il capo dello Stato desse quindi l'incarico o dicesse che cosa aveva in animo di fare. E invece no: l'uomo del Colle ha ricominciato a consultarsi e nel frattempo è partito il tiro al piccione pugliese che Di Maio e Salvini vorrebbero portarsi a Palazzo Chigi, affidandogli le chiavi del Paese. Pare che uno dei corsi vantati dal candidato premier sia farlocco o poco più di una vacanza in ateneo, il che certamente non è il miglior biglietto da visita per uno che si prepari a guidarci, ma è pur vero che abbiamo un ministro dell'Istruzione senza istruzione, che si è spacciata per laureata e tuttavia è rimasta al proprio posto senza che nessuno ne richiedesse le dimissioni.

Ad ogni buon conto non è il professor Giuseppe Conte il bersaglio grosso. Sparano a lui, nella speranza di fargli fare un passo indietro, ma l'obiettivo è Salvini e in particolare i due ministeri che scottano, vale a dire l'Interno e l'Economia, che non si vorrebbe cadessero in mani di persone non controllabili. All'Europa non piacerebbe avere a che fare con il capo della Lega in tema di migranti e Mattarella probabilmente non digerirebbe un ministro dell'Economia euroscettico al pari di Paolo Savona. Risultato, invece di provvedere a un incarico come tutti si aspettavano, il Colle si prende altro tempo. Perché il governo, e lo spread, se serve possono aspettare. L'importante è che nei posti giusti vadano gli uomini giusti, quelli che disturbano il meno possibile e che all'occorrenza rispondano più al richiamo di Bruxelles che a quello degli italiani.

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