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2022-09-09
Il Governo e la Ue balbettano. Londra tira fuori 170 miliardi
Liz Truss (Ansa)
Per la seconda volta consecutiva (era già accaduto ai tempi della pandemia), la Gran Bretagna post Brexit dà una lezione all’Ue. Nel caso del Covid, il Regno Unito aveva opportunamente scelto di divergere dalla linea di Bruxelles: e così Londra ha trionfato, per un verso scegliendo la strada della libertà (chiusure limitatissime, riaperture anticipate e sistematiche, senza alcun obbligo vaccinale né green pass), e per altro verso - anche rispetto alla vaccinazione volontaria - vincendo la gara in termini di rapidità dell’approvvigionamento di dosi e di ritmo della campagna vaccinale.
Nel caso della crisi energetica, lo schema sembra ripetersi. Mentre l’Ue si accinge alle consuete e spossanti trattative tra i 27, la Gran Bretagna si muove con maggiore tempestività, e decide di stanziare somme di denaro non paragonabili rispetto a quanto fatto (o annunciato) dai maggiori Paesi dell’Europa continentale. Il tutto all’interno di una strategia convincente: senza ecofondamentalismi, puntando a un mix energetico in grado di garantire un’autonomia sempre maggiore, e proteggendo sia le famiglie sia il sistema produttivo.
La neo primo ministro Liz Truss è dunque partita con il piede giusto, pur in un quadro economicamente e socialmente difficile, e non ha avuto remore nel differenziarsi sensibilmente dalla linea di Boris Johnson, che aveva avuto il torto di esagerare sulla linea green, impegnando il Paese in una riduzione delle emissioni troppo rapida e rischiosa per il sistema produttivo.
«Ora è il momento di essere audaci: stiamo affrontando una crisi energetica globale e non ci sono opzioni a costo zero», ha detto la Truss, che per prima cosa ha fatto lievitare da 130 a 150 miliardi di sterline, ovvero oltre 170 miliardi di euro (tra aiuti e tagli di tasse) l’impatto del suo piano contro il caro energia. Naturalmente, nei prossimi giorni, toccherà al ministro delle Finanze Kwasi Kwarteng entrare nei dettagli, ma la Truss ha già fornito gli elementi essenziali.
Il piano si articola in sette punti fondamentali. Il primo è la protezione dei consumatori, attraverso la fissazione per due anni di un tetto massimo alle bollette: non più di 2.500 sterline l’anno (circa 3.000 euro, 250 al mese), proprio mentre si temeva (già da ottobre) un’impennata dei prezzi dell’80%. Secondo le stime, ogni utente risparmierà almeno 1.000 euro rispetto agli aumenti: e questo intervento si somma al bonus di 400 sterline per famiglie che era già scattato ai tempi di Johnson.
Il secondo punto è il congelamento per sei mesi del prezzo dell’energia per le imprese. Il terzo, quarto e quinto punto hanno a che fare con un massiccio via libera a tutte le altre attività che possano - in prospettiva - aumentare la produzione nazionale di energia e realizzare l’obiettivo strategico dell’autonomia energetica della Gran Bretagna. Dunque, sì alle estrazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord (con oltre 100 nuove licenze di esplorazione ed eventualmente trivellazione ed estrazione); sì al nucleare; sì al fracking (su cui finora esisteva un bando), e cioè semaforo verde alla tecnica di estrazione di gas e petrolio dalle cosiddette rocce di scisto, naturalmente acquisendo il consenso delle comunità che vivono sui territori interessati.
Il sesto punto, come accennato, consiste nella revisione della linea di Boris Johnson: entro fine anno, Lizz Truss propone di ridiscutere l’obiettivo eccessivamente ambizioso della neutralità carbonica in Gran Bretagna entro il 2050.
Il settimo punto riguarda il no alla tassazione sui profitti in più delle compagnie energetiche (misura richiesta a gran voce dai laburisti: ma la Truss non intende aumentare la pressione fiscale in nessuna direzione). Non solo: anche rispetto al tema degli obiettivi ambientali più complessivi, tutto dovrà essere ripensato per non devastare le imprese e per non arrecare danni insanabili al tessuto produttivo britannico.
Su queste basi, l’obiettivo finale è non solo quello della agognata indipendenza energetica, ma addirittura quello di fare del Regno Unito un esportatore netto di energia da qui al 2040. Si tratterebbe di un’autentica rivoluzione, che porrebbe la Gran Bretagna in linea con quanto già accade negli Stati Uniti.
Nessuno si nasconde le difficoltà con cui la Truss dovrà inevitabilmente misurarsi, ma il suo preannuncio merita apprezzamento e incoraggiamento per svariate ragioni. Intanto, perché - pragmaticamente - unisce il realismo di un immenso e immediato stanziamento di denaro (per mitigare danni altrimenti devastanti) alla lungimiranza di chi non rinuncia a una strategia di lungo periodo (tagli di tasse, approccio pro impresa, e aspirazione all’indipendenza energetica). E poi perché mostra a tutti un’altra evidenza: qualunque cosa ciascuno pensi delle sanzioni alla Russia e della transizione green, non è possibile portare avanti insieme le due cose. La Truss, coerentemente con la sua impostazione politica, ha scelto di non rinunciare alle sanzioni: ma allora ha saggiamente tirato il freno rispetto all’ecofondamentalismo contro le fonti fossili.
Il tetto al gas russo è già sfondato. Ue divisa pure sugli extraprofitti
Oggi si riuniscono i ministri dell’Energia dei 27 Stati membri dell’Unione per discutere le misure proposte dalla Commissione europea per affrontare la grave situazione energetica. Il consesso non esprimerà una posizione politica, ma chiarirà le posizioni di ciascuno e fornirà indicazioni sul reale supporto degli Stati alle varie proposte della Commissione.
Saranno sul tavolo i cinque punti illustrati da Ursula von der Leyen nella conferenza stampa di mercoledì. Su tre di questi non dovrebbero esserci particolari difficoltà a trovare un accordo, fatta eccezione forse per qualche dettaglio. Il primo punto, le linee di credito urgenti per le compagnie del settore alle prese con una grave crisi di liquidità, che ha già portato a diversi salvataggi pubblici (la tedesca Uniper su tutte), è considerato essenziale praticamente da tutti i Paesi. Stessa cosa si può dire per il secondo punto, cioè la riduzione della domanda energetica attraverso tagli obbligatori dei consumi. Infine, la proposta relativa all’estrazione dei ricavi inframarginali dei produttori elettrici non a gas è già stata sdoganata da Olaf Scholz il giorno dell’annuncio del piano di aiuti tedesco da 65 miliardi di euro e dovrebbe passare, anche se ieri sono emersi i dubbi della Francia sull’entità del tetto ipotizzato dalla Commissione a 200 euro al MWh. Un valore che, in effetti, strozzerebbe i ricavi di EdF che invece necessita di prezzi alti per recuperare marginalità.
Divisioni e disaccordo, invece, sugli altri due temi caldissimi, ovvero la nuova tassa sugli extraprofitti per le compagnie del gas e l’ormai sforacchiato tetto al prezzo del gas russo, su cui la Commissione punta in maniera decisa.
L’idea italiana di un price cap su tutto il gas sul mercato europeo, attraverso un meccanismo di rimborso delle differenze a carico del bilancio Ue, è piaciuta a qualcuno, ma la Commissione sembra intenzionata a difendere la propria idea di tagliare le gambe alla Russia a qualsiasi costo. Di fronte alla rigidità della Commissione, ieri persino il ministro dell’energia belga, la mite Tinne Van der Straeten, ha avuto modo di affermare: «La nostra intenzione è innanzitutto quella di abbassare i prezzi. Un limite al solo gas russo non farà scendere i prezzi. Un limite al solo gas russo è puramente politico». La reazione di Mosca alla decisione europea sarebbe infatti scontata e porterebbe alla chiusura dei gasdotti. Ciò renderebbe i razionamenti ancora più rigidi e i prezzi del gas, per l’inverno, salirebbero anziché scendere. Dunque, il tetto al prezzo del solo gas russo avrebbe sì l’effetto di annullare una importante linea di ricavo per la Russia, ma avrebbe anche un impatto molto negativo sui prezzi.
Dopo sei mesi di discussioni su questo tema (del tutto inadatto rispetto all’obiettivo di abbassare i prezzi), l’elefantiaca Europa è ancora alla ricerca di un compromesso tra gli Stati, i quali hanno diversi rapporti storici e diplomatici con la Russia. Ad esempio, la Polonia e i tre Paesi baltici, che viaggiano a braccetto su tutto ciò che riguarda la Russia, più i Paesi che non dipendono minimamente dalla Russia per il gas, come il Portogallo, sono assai favorevoli all’impostazione data dalla Commissione.
Il Belgio invece preferirebbe un tetto massimo dinamico a livello Ue sul gas trattato al Ttf, collegandolo magari ai mercati asiatici del Lng, analogamente alla proposta italiana. Bulgaria d Ungheria si sfileranno dalla discussione, probabilmente, avendo la prima negoziato un nuovo contratto con la Russia e la seconda avviato una trattativa con Gazprom.
Sul tetto ai prezzi, da Francia e Germania sinora è arrivato solo silenzio. I due Paesi nei giorni scorsi hanno già trovato un accordo di mutuo soccorso e potrebbero presentarsi alla riunione con una posizione comune. Insomma, si procede in ordine sparso, anche per quanto riguarda lo strumento normativo da utilizzare. Un tetto al prezzo del gas nella forma di sanzione richiederebbe l’unanimità dei 27, sulla quale nessuno scommette un centesimo. Restano altri strumenti a maggioranza, ma è chiaro che l’assenza di unità politica su una materia così importante sarebbe un pessimo segnale per l’Unione.
In conclusione, come ha lasciato intendere anche un alto funzionario di Bruxelles che ha voluto restare anonimo, sul price cap non c’è un accordo tra i Paesi e oggi quindi non uscirà una posizione comune, neppure a maggioranza. Secondo fonti diplomatiche, anzi, la proposta non dovrebbe essere neppure discussa oggi dai ministri. Sarebbe tutto rinviato al vertice informale tra capi di Stato e di governo del 6-7 ottobre a Praga, seguito da quello del 20-21 ottobre a Bruxelles. Von der Leyen vorrebbe presentare il pacchetto di proposte legislative nel collegio dei commissari di martedì 13, prima del discorso sullo stato dell’Unione. Esso sarebbe meno pesante rispetto alle intenzioni e conterrà solo i tre argomenti su cui c’è l’accordo.
La piega politica punitiva che la Commissione intende dare alla questione del tetto al prezzo inficia gli sforzi più realistici per trovare una soluzione vera alla drammatica crisi energetica. Curiosa è la vicenda della proposta italiana, partita sei mesi fa da Mario Draghi come tetto sul gas russo, e arrivata con Roberto Cingolani come tetto al prezzo del gas europeo, con un meccanismo di rimborsi per le differenze coi prezzi reali. Volendo ricavarne qualcosa di utile, c’è da augurarsi, almeno, che la vicenda grottesca di questo sconfortante affaccendamento europeo su una questione totalmente superflua serva alla politica italiana per smettere di aspettarsi soluzioni da Bruxelles.
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Liz Truss annuncia le nuove misure anti crisi che prevedono tariffe massime per famiglie e aziende, trivellazioni e fracking. Obiettivo: esportare entro il 2040.Il tetto al gas russo è già sfondato. Ue divisa pure sugli extraprofitti. Al vertice di oggi intesa solo su aiuti alle aziende, razionamenti e limite ai ricavi dei produttori di elettricità. Gli Stati membri contestano un «price cap» circoscritto all’export da Mosca: il verdetto slitterà a ottobre.Lo speciale comprende due articoli.Per la seconda volta consecutiva (era già accaduto ai tempi della pandemia), la Gran Bretagna post Brexit dà una lezione all’Ue. Nel caso del Covid, il Regno Unito aveva opportunamente scelto di divergere dalla linea di Bruxelles: e così Londra ha trionfato, per un verso scegliendo la strada della libertà (chiusure limitatissime, riaperture anticipate e sistematiche, senza alcun obbligo vaccinale né green pass), e per altro verso - anche rispetto alla vaccinazione volontaria - vincendo la gara in termini di rapidità dell’approvvigionamento di dosi e di ritmo della campagna vaccinale.Nel caso della crisi energetica, lo schema sembra ripetersi. Mentre l’Ue si accinge alle consuete e spossanti trattative tra i 27, la Gran Bretagna si muove con maggiore tempestività, e decide di stanziare somme di denaro non paragonabili rispetto a quanto fatto (o annunciato) dai maggiori Paesi dell’Europa continentale. Il tutto all’interno di una strategia convincente: senza ecofondamentalismi, puntando a un mix energetico in grado di garantire un’autonomia sempre maggiore, e proteggendo sia le famiglie sia il sistema produttivo. La neo primo ministro Liz Truss è dunque partita con il piede giusto, pur in un quadro economicamente e socialmente difficile, e non ha avuto remore nel differenziarsi sensibilmente dalla linea di Boris Johnson, che aveva avuto il torto di esagerare sulla linea green, impegnando il Paese in una riduzione delle emissioni troppo rapida e rischiosa per il sistema produttivo. «Ora è il momento di essere audaci: stiamo affrontando una crisi energetica globale e non ci sono opzioni a costo zero», ha detto la Truss, che per prima cosa ha fatto lievitare da 130 a 150 miliardi di sterline, ovvero oltre 170 miliardi di euro (tra aiuti e tagli di tasse) l’impatto del suo piano contro il caro energia. Naturalmente, nei prossimi giorni, toccherà al ministro delle Finanze Kwasi Kwarteng entrare nei dettagli, ma la Truss ha già fornito gli elementi essenziali.Il piano si articola in sette punti fondamentali. Il primo è la protezione dei consumatori, attraverso la fissazione per due anni di un tetto massimo alle bollette: non più di 2.500 sterline l’anno (circa 3.000 euro, 250 al mese), proprio mentre si temeva (già da ottobre) un’impennata dei prezzi dell’80%. Secondo le stime, ogni utente risparmierà almeno 1.000 euro rispetto agli aumenti: e questo intervento si somma al bonus di 400 sterline per famiglie che era già scattato ai tempi di Johnson. Il secondo punto è il congelamento per sei mesi del prezzo dell’energia per le imprese. Il terzo, quarto e quinto punto hanno a che fare con un massiccio via libera a tutte le altre attività che possano - in prospettiva - aumentare la produzione nazionale di energia e realizzare l’obiettivo strategico dell’autonomia energetica della Gran Bretagna. Dunque, sì alle estrazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord (con oltre 100 nuove licenze di esplorazione ed eventualmente trivellazione ed estrazione); sì al nucleare; sì al fracking (su cui finora esisteva un bando), e cioè semaforo verde alla tecnica di estrazione di gas e petrolio dalle cosiddette rocce di scisto, naturalmente acquisendo il consenso delle comunità che vivono sui territori interessati. Il sesto punto, come accennato, consiste nella revisione della linea di Boris Johnson: entro fine anno, Lizz Truss propone di ridiscutere l’obiettivo eccessivamente ambizioso della neutralità carbonica in Gran Bretagna entro il 2050. Il settimo punto riguarda il no alla tassazione sui profitti in più delle compagnie energetiche (misura richiesta a gran voce dai laburisti: ma la Truss non intende aumentare la pressione fiscale in nessuna direzione). Non solo: anche rispetto al tema degli obiettivi ambientali più complessivi, tutto dovrà essere ripensato per non devastare le imprese e per non arrecare danni insanabili al tessuto produttivo britannico.Su queste basi, l’obiettivo finale è non solo quello della agognata indipendenza energetica, ma addirittura quello di fare del Regno Unito un esportatore netto di energia da qui al 2040. Si tratterebbe di un’autentica rivoluzione, che porrebbe la Gran Bretagna in linea con quanto già accade negli Stati Uniti. Nessuno si nasconde le difficoltà con cui la Truss dovrà inevitabilmente misurarsi, ma il suo preannuncio merita apprezzamento e incoraggiamento per svariate ragioni. Intanto, perché - pragmaticamente - unisce il realismo di un immenso e immediato stanziamento di denaro (per mitigare danni altrimenti devastanti) alla lungimiranza di chi non rinuncia a una strategia di lungo periodo (tagli di tasse, approccio pro impresa, e aspirazione all’indipendenza energetica). E poi perché mostra a tutti un’altra evidenza: qualunque cosa ciascuno pensi delle sanzioni alla Russia e della transizione green, non è possibile portare avanti insieme le due cose. La Truss, coerentemente con la sua impostazione politica, ha scelto di non rinunciare alle sanzioni: ma allora ha saggiamente tirato il freno rispetto all’ecofondamentalismo contro le fonti fossili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-molla-le-follie-verdi-piano-da-170-miliardi-per-congelare-le-bollette-2658166663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-tetto-al-gas-russo-e-gia-sfondato-ue-divisa-pure-sugli-extraprofitti" data-post-id="2658166663" data-published-at="1662666227" data-use-pagination="False"> Il tetto al gas russo è già sfondato. Ue divisa pure sugli extraprofitti Oggi si riuniscono i ministri dell’Energia dei 27 Stati membri dell’Unione per discutere le misure proposte dalla Commissione europea per affrontare la grave situazione energetica. Il consesso non esprimerà una posizione politica, ma chiarirà le posizioni di ciascuno e fornirà indicazioni sul reale supporto degli Stati alle varie proposte della Commissione. Saranno sul tavolo i cinque punti illustrati da Ursula von der Leyen nella conferenza stampa di mercoledì. Su tre di questi non dovrebbero esserci particolari difficoltà a trovare un accordo, fatta eccezione forse per qualche dettaglio. Il primo punto, le linee di credito urgenti per le compagnie del settore alle prese con una grave crisi di liquidità, che ha già portato a diversi salvataggi pubblici (la tedesca Uniper su tutte), è considerato essenziale praticamente da tutti i Paesi. Stessa cosa si può dire per il secondo punto, cioè la riduzione della domanda energetica attraverso tagli obbligatori dei consumi. Infine, la proposta relativa all’estrazione dei ricavi inframarginali dei produttori elettrici non a gas è già stata sdoganata da Olaf Scholz il giorno dell’annuncio del piano di aiuti tedesco da 65 miliardi di euro e dovrebbe passare, anche se ieri sono emersi i dubbi della Francia sull’entità del tetto ipotizzato dalla Commissione a 200 euro al MWh. Un valore che, in effetti, strozzerebbe i ricavi di EdF che invece necessita di prezzi alti per recuperare marginalità. Divisioni e disaccordo, invece, sugli altri due temi caldissimi, ovvero la nuova tassa sugli extraprofitti per le compagnie del gas e l’ormai sforacchiato tetto al prezzo del gas russo, su cui la Commissione punta in maniera decisa. L’idea italiana di un price cap su tutto il gas sul mercato europeo, attraverso un meccanismo di rimborso delle differenze a carico del bilancio Ue, è piaciuta a qualcuno, ma la Commissione sembra intenzionata a difendere la propria idea di tagliare le gambe alla Russia a qualsiasi costo. Di fronte alla rigidità della Commissione, ieri persino il ministro dell’energia belga, la mite Tinne Van der Straeten, ha avuto modo di affermare: «La nostra intenzione è innanzitutto quella di abbassare i prezzi. Un limite al solo gas russo non farà scendere i prezzi. Un limite al solo gas russo è puramente politico». La reazione di Mosca alla decisione europea sarebbe infatti scontata e porterebbe alla chiusura dei gasdotti. Ciò renderebbe i razionamenti ancora più rigidi e i prezzi del gas, per l’inverno, salirebbero anziché scendere. Dunque, il tetto al prezzo del solo gas russo avrebbe sì l’effetto di annullare una importante linea di ricavo per la Russia, ma avrebbe anche un impatto molto negativo sui prezzi. Dopo sei mesi di discussioni su questo tema (del tutto inadatto rispetto all’obiettivo di abbassare i prezzi), l’elefantiaca Europa è ancora alla ricerca di un compromesso tra gli Stati, i quali hanno diversi rapporti storici e diplomatici con la Russia. Ad esempio, la Polonia e i tre Paesi baltici, che viaggiano a braccetto su tutto ciò che riguarda la Russia, più i Paesi che non dipendono minimamente dalla Russia per il gas, come il Portogallo, sono assai favorevoli all’impostazione data dalla Commissione. Il Belgio invece preferirebbe un tetto massimo dinamico a livello Ue sul gas trattato al Ttf, collegandolo magari ai mercati asiatici del Lng, analogamente alla proposta italiana. Bulgaria d Ungheria si sfileranno dalla discussione, probabilmente, avendo la prima negoziato un nuovo contratto con la Russia e la seconda avviato una trattativa con Gazprom. Sul tetto ai prezzi, da Francia e Germania sinora è arrivato solo silenzio. I due Paesi nei giorni scorsi hanno già trovato un accordo di mutuo soccorso e potrebbero presentarsi alla riunione con una posizione comune. Insomma, si procede in ordine sparso, anche per quanto riguarda lo strumento normativo da utilizzare. Un tetto al prezzo del gas nella forma di sanzione richiederebbe l’unanimità dei 27, sulla quale nessuno scommette un centesimo. Restano altri strumenti a maggioranza, ma è chiaro che l’assenza di unità politica su una materia così importante sarebbe un pessimo segnale per l’Unione. In conclusione, come ha lasciato intendere anche un alto funzionario di Bruxelles che ha voluto restare anonimo, sul price cap non c’è un accordo tra i Paesi e oggi quindi non uscirà una posizione comune, neppure a maggioranza. Secondo fonti diplomatiche, anzi, la proposta non dovrebbe essere neppure discussa oggi dai ministri. Sarebbe tutto rinviato al vertice informale tra capi di Stato e di governo del 6-7 ottobre a Praga, seguito da quello del 20-21 ottobre a Bruxelles. Von der Leyen vorrebbe presentare il pacchetto di proposte legislative nel collegio dei commissari di martedì 13, prima del discorso sullo stato dell’Unione. Esso sarebbe meno pesante rispetto alle intenzioni e conterrà solo i tre argomenti su cui c’è l’accordo. La piega politica punitiva che la Commissione intende dare alla questione del tetto al prezzo inficia gli sforzi più realistici per trovare una soluzione vera alla drammatica crisi energetica. Curiosa è la vicenda della proposta italiana, partita sei mesi fa da Mario Draghi come tetto sul gas russo, e arrivata con Roberto Cingolani come tetto al prezzo del gas europeo, con un meccanismo di rimborsi per le differenze coi prezzi reali. Volendo ricavarne qualcosa di utile, c’è da augurarsi, almeno, che la vicenda grottesca di questo sconfortante affaccendamento europeo su una questione totalmente superflua serva alla politica italiana per smettere di aspettarsi soluzioni da Bruxelles.
Ansa
Anzi, chi lo ha visto nelle ultime ore parla di una persona ancora «scossa» per quanto accaduto lunedì scorso. Anche i punti che oggi vengono indicati come da chiarire - a partire dalla possibile presenza di un’altra persona nel bosco - emergono dallo stesso racconto dell’agente: quella figura potrebbe essersi dileguata prima dello sparo o non aver visto nulla di decisivo.
Abderrahim Mansouri, per tutti «Zack», non era una persona qualunque capitata per caso in una zona sbagliata. Marocchino irregolare e con precedenti, era una figura conosciuta, abituata a muoversi con sicurezza in quell’area e a misurarsi con le divise, anche per riaffermare un controllo sul territorio davanti ai suoi gregari. Un atteggiamento che negli anni ha reso Rogoredo uno dei luoghi più difficili per gli equipaggi delle volanti. Stavolta, però, l’escalation è finita nel modo peggiore. Per di più l’agente, assistente capo del commissariato Mecenate, non era un volto nuovo in quel bosco. Al contrario. Nel verbale spiega di conoscere «abbastanza bene quel posto», di avervi trascorso «ore in appostamento» e di aver effettuato lì «circa quaranta arresti l’anno scorso e quattro quest’anno». Un operatore esperto, abituato a muoversi tra i sentieri di Rogoredo, a conoscere le dinamiche dello spaccio, i punti di accesso, i nascondigli. Ed è anche per questo che riconosce subito l’uomo che gli si ferma davanti: Zack persona nota al commissariato, appartenente a una famiglia che - come emerge dagli atti - da anni gravita stabilmente intorno a quella piazza di droga.
Il racconto dell’agente è lineare. Servizio antidroga in straordinario, appostamento iniziale e poi lo spostamento in via Impastato quando via radio apprende che l’operazione non sta dando esito. Sul posto trova i colleghi con uno spacciatore appena arrestato; lui e un altro agente in borghese entrano nel bosco, «eravamo in penombra». Qui nota due sagome, una delle quali scompare molto prima dello sparo: un possibile testimone, che potrebbe essersi allontanato o non aver assistito agli istanti decisivi. Trovarlo, ammesso che ci sia, non sarà semplice.
Quando la distanza si riduce, l’agente si qualifica e riconosce l’uomo. Poi tutto accade in pochi secondi: «Ci siamo qualificati dicendo “fermo polizia” e lui ha tirato fuori dalla tasca destra un’arma puntandomela contro». Solo dopo si scoprirà che era una replica a salve, una Beretta 92 senza tappo rosso, indistinguibile da una vera. In quel momento, però, è una minaccia reale. L’agente spiega che la sua «idea era rincorrerlo», ma davanti all’arma reagisce ed esplode un solo colpo.
Anche la fase successiva è ricostruita con chiarezza: Mansouri viene trovato a terra, supino, con la pistola a pochi centimetri dalla mano; l’arma viene allontanata perché l’uomo rantola. I soccorsi arrivano dopo circa dieci minuti, mentre addosso al 28enne vengono trovate sostanze stupefacenti. «Non ha mai parlato», riferisce l’agente. La famiglia ha affidato la difesa agli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli; l’autopsia del 3 febbraio, affidata all’équipe di Cristina Cattaneo e affiancata da una consulenza balistica, chiarirà distanza e traiettoria dello sparo. La difesa dell’agente è seguita dall’avvocato Pietro Porciani con il consulente Dario Redaelli.
Sul piano politico, su un’area di circa 5 chilometri quadrati tra Rogoredo e San Donato, Riccardo De Corato ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere più controlli e tutele per le forze dell’ordine, riferendo di aver incontrato il poliziotto indagato: «Ha fatto il suo dovere in una delle piazze di spaccio più estese d’Europa». Matteo Salvini, invece, ha parlato di «fascicolo odioso per omicidio volontario, come se quell'agente avesse sparato per uccidere».
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Jacques Moretti e Jessica Maric (Ansa)
Dopo le lacrime del sindaco Nicolas Feraud che ha aspettato quasi quattro settimane prima di chiedere «scusa per non essersi scusato», la procura non solo gli nega la possibilità di costituirsi parte civile ma sottolinea che «ci sono motivi per ritenere che il comune sia venuto meno al suo dovere di far rispettare le diverse norme antincendio che gli spettavano al fine di salvaguardare la vita e l’integrità fisica dei clienti del bar Le Constellation». E così, dopo l’incendio che la notte di capodanno ha tolto la vita a 40 persone, tra cui sei italiani, e causato 116 feriti, la procura sta tirando le fila del perché dal 2020 nel locale non siano stati fatti controlli.
Il quarto indagato, che va ad aggiungersi al suo predecessore oltre che ai Moretti, è l’attuale responsabile comunale della sicurezza, Christophe Balet, un vigile del fuoco con una lunga esperienza di capo dell’antincendio. Gestisce le ispezioni degli immobili ed era stato lui lo scorso 3 gennaio a trasmettere agli inquirenti la documentazione urbanistica e amministrativa relativa a le Constellation. Al momento non si conosce il capo d’accusa ma sarà interrogato dalla procura di Sion il 6 febbraio. Tante le questioni sul tavolo. Una su tutte la disparità di trattamento tra il locale dei Moretti e gli altri locali dell’edificio in cui si trova. Nello stabile ci sono 13 appartamenti e sarebbero stati controllati tutti in modo meticoloso fino al sigillo di alcuni caminetti per irregolarità. Come mai dopo queste perizie certosine, nessuna ispezione sia invece stata fatta a pochi metri di distanza ossia nel discobar dei Moretti, è il grande punto di domanda.
Ad altri interrogativi dovrà invece rispondere il 9 febbraio l’ex responsabile della sicurezza comunale, Ken Jacquemoud. Sebbene fine a qualche giorno fa la Procura avesse dichiarato che «solo i gestori sono imputati», negli atti figura una lettera del suo legale in cui si parla di una audizione che «sarà presto eseguita». Un suo interrogatorio sarebbe stato chiesto inoltre dall’avvocato Mickael Guerra, legale di alcune famiglie delle vittime.
Mentre ieri la procura ha sentito la donna che già nel 2019 aveva girato un video in cui un cameriere del locale gridava di fare «attenzione alla schiuma», una nuova richiesta di convocazione è arrivata per i proprietari de Le Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. Attualmente indagati per omicidio, incendio e lesioni colpose, sul loro conto la stampa francese ha rivelato nuove ombre. Soprattutto su Jacques che già nel 2021 si è visto tagliare la linea di credito da parte della banca francese Credit Lyonnais. Dopo tre prestiti, uno da 286 mila euro nel 2015 per l’acquisto di un appartamento a Parigi, uno da 625mila nel 2018 per una villa in Corsica e altri 200mila l’anno successivo per lavori di ristrutturazione, la banca avrebbe scoperto falle nelle garanzie e pare la presenza di documenti falsi in uno dei finanziamenti. A quel punto la decisione di avere indietro i prestiti. Viene informato il Tribunale e Jacques si trova costretto a vendere l’appartamento parigino. Per la coppia viene attuato un nuovo piano di rimborso basato sul reddito e anche qui emergono dettagli curiosi. Secondo le informazioni fornite dal quotidiano francese, Jessica Moretti avrebbe dichiarato uno stipendio mensile lordo di 13.827 euro come «dipendente del Constellation» mentre sul conto di Jacques si registra una pensione di invalidità annuale di 6.873 euro e un indennizzo della compagnia Generali di 31.241 euro all’anno. Dunque, mentre le banche francesi, allertate da una serie di segnalazioni corrono subito ai ripari, quelle svizzere mostrano nel tempo un atteggiamento molto meno prudente. Oltre a non controllare i precedenti all’estero, ma questa è la prassi, nessuna avvisaglia emerge in terra elvetica dove, secondo un’indagine di Le Temps, i Moretti disporrebbero di un patrimonio di almeno cinque milioni di franchi, di cui circa quattro finanziati da ipoteche tramite le svizzere BCV, Union de banques suisses e il Cautionnement romand.
Garantismo bancario svizzero che un po’ stride con gli stereotipi sulla precisione di cui gode lo Stato d’oltralpe. «Apprendiamo oggi che la Svizzera non è quel Paese attento alla sicurezza che molti immaginavano» ha tenuto a precisare Francesco Greco, Presidente del Consiglio Nazionale Forense . «Ovunque nel mondo la prima misura è conservare immediatamente le immagini delle telecamere. In Svizzera, invece non si è ritenuto necessario acquisire le registrazioni che documentavano l’uscita dal locale. La pressione del governo italiano è più che legittima e ben venga il pool investigativo italo-svizzero affinché i nostri magistrati e investigatori possano contribuire alle indagini indicando le corrette modalità con cui condurre accertamenti così delicati». Una richiesta di giustizia ribadita anche dal Ministro degli Esteri Antonio Tajani ieri a Bruxelles, dove ha spiegato che nonostante comportamenti che hanno lasciato perplessi, tra Italia e Svizzera non vi è alcun incidente diplomatico. Intanto, mentre il sindaco di Milano Giuseppe Sala esclude la possibilità per di costituirsi parte civile, «non è semplice dimostrare che il Comune di Milano abbia avuto un danno diretto», dopo una serie di approfondimenti, Attilio Fontana non esclude la possibilità per la Regione Lombardia.
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Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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