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2022-09-09
Il Governo e la Ue balbettano. Londra tira fuori 170 miliardi
Liz Truss (Ansa)
Per la seconda volta consecutiva (era già accaduto ai tempi della pandemia), la Gran Bretagna post Brexit dà una lezione all’Ue. Nel caso del Covid, il Regno Unito aveva opportunamente scelto di divergere dalla linea di Bruxelles: e così Londra ha trionfato, per un verso scegliendo la strada della libertà (chiusure limitatissime, riaperture anticipate e sistematiche, senza alcun obbligo vaccinale né green pass), e per altro verso - anche rispetto alla vaccinazione volontaria - vincendo la gara in termini di rapidità dell’approvvigionamento di dosi e di ritmo della campagna vaccinale.
Nel caso della crisi energetica, lo schema sembra ripetersi. Mentre l’Ue si accinge alle consuete e spossanti trattative tra i 27, la Gran Bretagna si muove con maggiore tempestività, e decide di stanziare somme di denaro non paragonabili rispetto a quanto fatto (o annunciato) dai maggiori Paesi dell’Europa continentale. Il tutto all’interno di una strategia convincente: senza ecofondamentalismi, puntando a un mix energetico in grado di garantire un’autonomia sempre maggiore, e proteggendo sia le famiglie sia il sistema produttivo.
La neo primo ministro Liz Truss è dunque partita con il piede giusto, pur in un quadro economicamente e socialmente difficile, e non ha avuto remore nel differenziarsi sensibilmente dalla linea di Boris Johnson, che aveva avuto il torto di esagerare sulla linea green, impegnando il Paese in una riduzione delle emissioni troppo rapida e rischiosa per il sistema produttivo.
«Ora è il momento di essere audaci: stiamo affrontando una crisi energetica globale e non ci sono opzioni a costo zero», ha detto la Truss, che per prima cosa ha fatto lievitare da 130 a 150 miliardi di sterline, ovvero oltre 170 miliardi di euro (tra aiuti e tagli di tasse) l’impatto del suo piano contro il caro energia. Naturalmente, nei prossimi giorni, toccherà al ministro delle Finanze Kwasi Kwarteng entrare nei dettagli, ma la Truss ha già fornito gli elementi essenziali.
Il piano si articola in sette punti fondamentali. Il primo è la protezione dei consumatori, attraverso la fissazione per due anni di un tetto massimo alle bollette: non più di 2.500 sterline l’anno (circa 3.000 euro, 250 al mese), proprio mentre si temeva (già da ottobre) un’impennata dei prezzi dell’80%. Secondo le stime, ogni utente risparmierà almeno 1.000 euro rispetto agli aumenti: e questo intervento si somma al bonus di 400 sterline per famiglie che era già scattato ai tempi di Johnson.
Il secondo punto è il congelamento per sei mesi del prezzo dell’energia per le imprese. Il terzo, quarto e quinto punto hanno a che fare con un massiccio via libera a tutte le altre attività che possano - in prospettiva - aumentare la produzione nazionale di energia e realizzare l’obiettivo strategico dell’autonomia energetica della Gran Bretagna. Dunque, sì alle estrazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord (con oltre 100 nuove licenze di esplorazione ed eventualmente trivellazione ed estrazione); sì al nucleare; sì al fracking (su cui finora esisteva un bando), e cioè semaforo verde alla tecnica di estrazione di gas e petrolio dalle cosiddette rocce di scisto, naturalmente acquisendo il consenso delle comunità che vivono sui territori interessati.
Il sesto punto, come accennato, consiste nella revisione della linea di Boris Johnson: entro fine anno, Lizz Truss propone di ridiscutere l’obiettivo eccessivamente ambizioso della neutralità carbonica in Gran Bretagna entro il 2050.
Il settimo punto riguarda il no alla tassazione sui profitti in più delle compagnie energetiche (misura richiesta a gran voce dai laburisti: ma la Truss non intende aumentare la pressione fiscale in nessuna direzione). Non solo: anche rispetto al tema degli obiettivi ambientali più complessivi, tutto dovrà essere ripensato per non devastare le imprese e per non arrecare danni insanabili al tessuto produttivo britannico.
Su queste basi, l’obiettivo finale è non solo quello della agognata indipendenza energetica, ma addirittura quello di fare del Regno Unito un esportatore netto di energia da qui al 2040. Si tratterebbe di un’autentica rivoluzione, che porrebbe la Gran Bretagna in linea con quanto già accade negli Stati Uniti.
Nessuno si nasconde le difficoltà con cui la Truss dovrà inevitabilmente misurarsi, ma il suo preannuncio merita apprezzamento e incoraggiamento per svariate ragioni. Intanto, perché - pragmaticamente - unisce il realismo di un immenso e immediato stanziamento di denaro (per mitigare danni altrimenti devastanti) alla lungimiranza di chi non rinuncia a una strategia di lungo periodo (tagli di tasse, approccio pro impresa, e aspirazione all’indipendenza energetica). E poi perché mostra a tutti un’altra evidenza: qualunque cosa ciascuno pensi delle sanzioni alla Russia e della transizione green, non è possibile portare avanti insieme le due cose. La Truss, coerentemente con la sua impostazione politica, ha scelto di non rinunciare alle sanzioni: ma allora ha saggiamente tirato il freno rispetto all’ecofondamentalismo contro le fonti fossili.
Il tetto al gas russo è già sfondato. Ue divisa pure sugli extraprofitti
Oggi si riuniscono i ministri dell’Energia dei 27 Stati membri dell’Unione per discutere le misure proposte dalla Commissione europea per affrontare la grave situazione energetica. Il consesso non esprimerà una posizione politica, ma chiarirà le posizioni di ciascuno e fornirà indicazioni sul reale supporto degli Stati alle varie proposte della Commissione.
Saranno sul tavolo i cinque punti illustrati da Ursula von der Leyen nella conferenza stampa di mercoledì. Su tre di questi non dovrebbero esserci particolari difficoltà a trovare un accordo, fatta eccezione forse per qualche dettaglio. Il primo punto, le linee di credito urgenti per le compagnie del settore alle prese con una grave crisi di liquidità, che ha già portato a diversi salvataggi pubblici (la tedesca Uniper su tutte), è considerato essenziale praticamente da tutti i Paesi. Stessa cosa si può dire per il secondo punto, cioè la riduzione della domanda energetica attraverso tagli obbligatori dei consumi. Infine, la proposta relativa all’estrazione dei ricavi inframarginali dei produttori elettrici non a gas è già stata sdoganata da Olaf Scholz il giorno dell’annuncio del piano di aiuti tedesco da 65 miliardi di euro e dovrebbe passare, anche se ieri sono emersi i dubbi della Francia sull’entità del tetto ipotizzato dalla Commissione a 200 euro al MWh. Un valore che, in effetti, strozzerebbe i ricavi di EdF che invece necessita di prezzi alti per recuperare marginalità.
Divisioni e disaccordo, invece, sugli altri due temi caldissimi, ovvero la nuova tassa sugli extraprofitti per le compagnie del gas e l’ormai sforacchiato tetto al prezzo del gas russo, su cui la Commissione punta in maniera decisa.
L’idea italiana di un price cap su tutto il gas sul mercato europeo, attraverso un meccanismo di rimborso delle differenze a carico del bilancio Ue, è piaciuta a qualcuno, ma la Commissione sembra intenzionata a difendere la propria idea di tagliare le gambe alla Russia a qualsiasi costo. Di fronte alla rigidità della Commissione, ieri persino il ministro dell’energia belga, la mite Tinne Van der Straeten, ha avuto modo di affermare: «La nostra intenzione è innanzitutto quella di abbassare i prezzi. Un limite al solo gas russo non farà scendere i prezzi. Un limite al solo gas russo è puramente politico». La reazione di Mosca alla decisione europea sarebbe infatti scontata e porterebbe alla chiusura dei gasdotti. Ciò renderebbe i razionamenti ancora più rigidi e i prezzi del gas, per l’inverno, salirebbero anziché scendere. Dunque, il tetto al prezzo del solo gas russo avrebbe sì l’effetto di annullare una importante linea di ricavo per la Russia, ma avrebbe anche un impatto molto negativo sui prezzi.
Dopo sei mesi di discussioni su questo tema (del tutto inadatto rispetto all’obiettivo di abbassare i prezzi), l’elefantiaca Europa è ancora alla ricerca di un compromesso tra gli Stati, i quali hanno diversi rapporti storici e diplomatici con la Russia. Ad esempio, la Polonia e i tre Paesi baltici, che viaggiano a braccetto su tutto ciò che riguarda la Russia, più i Paesi che non dipendono minimamente dalla Russia per il gas, come il Portogallo, sono assai favorevoli all’impostazione data dalla Commissione.
Il Belgio invece preferirebbe un tetto massimo dinamico a livello Ue sul gas trattato al Ttf, collegandolo magari ai mercati asiatici del Lng, analogamente alla proposta italiana. Bulgaria d Ungheria si sfileranno dalla discussione, probabilmente, avendo la prima negoziato un nuovo contratto con la Russia e la seconda avviato una trattativa con Gazprom.
Sul tetto ai prezzi, da Francia e Germania sinora è arrivato solo silenzio. I due Paesi nei giorni scorsi hanno già trovato un accordo di mutuo soccorso e potrebbero presentarsi alla riunione con una posizione comune. Insomma, si procede in ordine sparso, anche per quanto riguarda lo strumento normativo da utilizzare. Un tetto al prezzo del gas nella forma di sanzione richiederebbe l’unanimità dei 27, sulla quale nessuno scommette un centesimo. Restano altri strumenti a maggioranza, ma è chiaro che l’assenza di unità politica su una materia così importante sarebbe un pessimo segnale per l’Unione.
In conclusione, come ha lasciato intendere anche un alto funzionario di Bruxelles che ha voluto restare anonimo, sul price cap non c’è un accordo tra i Paesi e oggi quindi non uscirà una posizione comune, neppure a maggioranza. Secondo fonti diplomatiche, anzi, la proposta non dovrebbe essere neppure discussa oggi dai ministri. Sarebbe tutto rinviato al vertice informale tra capi di Stato e di governo del 6-7 ottobre a Praga, seguito da quello del 20-21 ottobre a Bruxelles. Von der Leyen vorrebbe presentare il pacchetto di proposte legislative nel collegio dei commissari di martedì 13, prima del discorso sullo stato dell’Unione. Esso sarebbe meno pesante rispetto alle intenzioni e conterrà solo i tre argomenti su cui c’è l’accordo.
La piega politica punitiva che la Commissione intende dare alla questione del tetto al prezzo inficia gli sforzi più realistici per trovare una soluzione vera alla drammatica crisi energetica. Curiosa è la vicenda della proposta italiana, partita sei mesi fa da Mario Draghi come tetto sul gas russo, e arrivata con Roberto Cingolani come tetto al prezzo del gas europeo, con un meccanismo di rimborsi per le differenze coi prezzi reali. Volendo ricavarne qualcosa di utile, c’è da augurarsi, almeno, che la vicenda grottesca di questo sconfortante affaccendamento europeo su una questione totalmente superflua serva alla politica italiana per smettere di aspettarsi soluzioni da Bruxelles.
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Liz Truss annuncia le nuove misure anti crisi che prevedono tariffe massime per famiglie e aziende, trivellazioni e fracking. Obiettivo: esportare entro il 2040.Il tetto al gas russo è già sfondato. Ue divisa pure sugli extraprofitti. Al vertice di oggi intesa solo su aiuti alle aziende, razionamenti e limite ai ricavi dei produttori di elettricità. Gli Stati membri contestano un «price cap» circoscritto all’export da Mosca: il verdetto slitterà a ottobre.Lo speciale comprende due articoli.Per la seconda volta consecutiva (era già accaduto ai tempi della pandemia), la Gran Bretagna post Brexit dà una lezione all’Ue. Nel caso del Covid, il Regno Unito aveva opportunamente scelto di divergere dalla linea di Bruxelles: e così Londra ha trionfato, per un verso scegliendo la strada della libertà (chiusure limitatissime, riaperture anticipate e sistematiche, senza alcun obbligo vaccinale né green pass), e per altro verso - anche rispetto alla vaccinazione volontaria - vincendo la gara in termini di rapidità dell’approvvigionamento di dosi e di ritmo della campagna vaccinale.Nel caso della crisi energetica, lo schema sembra ripetersi. Mentre l’Ue si accinge alle consuete e spossanti trattative tra i 27, la Gran Bretagna si muove con maggiore tempestività, e decide di stanziare somme di denaro non paragonabili rispetto a quanto fatto (o annunciato) dai maggiori Paesi dell’Europa continentale. Il tutto all’interno di una strategia convincente: senza ecofondamentalismi, puntando a un mix energetico in grado di garantire un’autonomia sempre maggiore, e proteggendo sia le famiglie sia il sistema produttivo. La neo primo ministro Liz Truss è dunque partita con il piede giusto, pur in un quadro economicamente e socialmente difficile, e non ha avuto remore nel differenziarsi sensibilmente dalla linea di Boris Johnson, che aveva avuto il torto di esagerare sulla linea green, impegnando il Paese in una riduzione delle emissioni troppo rapida e rischiosa per il sistema produttivo. «Ora è il momento di essere audaci: stiamo affrontando una crisi energetica globale e non ci sono opzioni a costo zero», ha detto la Truss, che per prima cosa ha fatto lievitare da 130 a 150 miliardi di sterline, ovvero oltre 170 miliardi di euro (tra aiuti e tagli di tasse) l’impatto del suo piano contro il caro energia. Naturalmente, nei prossimi giorni, toccherà al ministro delle Finanze Kwasi Kwarteng entrare nei dettagli, ma la Truss ha già fornito gli elementi essenziali.Il piano si articola in sette punti fondamentali. Il primo è la protezione dei consumatori, attraverso la fissazione per due anni di un tetto massimo alle bollette: non più di 2.500 sterline l’anno (circa 3.000 euro, 250 al mese), proprio mentre si temeva (già da ottobre) un’impennata dei prezzi dell’80%. Secondo le stime, ogni utente risparmierà almeno 1.000 euro rispetto agli aumenti: e questo intervento si somma al bonus di 400 sterline per famiglie che era già scattato ai tempi di Johnson. Il secondo punto è il congelamento per sei mesi del prezzo dell’energia per le imprese. Il terzo, quarto e quinto punto hanno a che fare con un massiccio via libera a tutte le altre attività che possano - in prospettiva - aumentare la produzione nazionale di energia e realizzare l’obiettivo strategico dell’autonomia energetica della Gran Bretagna. Dunque, sì alle estrazioni di petrolio e gas nel Mare del Nord (con oltre 100 nuove licenze di esplorazione ed eventualmente trivellazione ed estrazione); sì al nucleare; sì al fracking (su cui finora esisteva un bando), e cioè semaforo verde alla tecnica di estrazione di gas e petrolio dalle cosiddette rocce di scisto, naturalmente acquisendo il consenso delle comunità che vivono sui territori interessati. Il sesto punto, come accennato, consiste nella revisione della linea di Boris Johnson: entro fine anno, Lizz Truss propone di ridiscutere l’obiettivo eccessivamente ambizioso della neutralità carbonica in Gran Bretagna entro il 2050. Il settimo punto riguarda il no alla tassazione sui profitti in più delle compagnie energetiche (misura richiesta a gran voce dai laburisti: ma la Truss non intende aumentare la pressione fiscale in nessuna direzione). Non solo: anche rispetto al tema degli obiettivi ambientali più complessivi, tutto dovrà essere ripensato per non devastare le imprese e per non arrecare danni insanabili al tessuto produttivo britannico.Su queste basi, l’obiettivo finale è non solo quello della agognata indipendenza energetica, ma addirittura quello di fare del Regno Unito un esportatore netto di energia da qui al 2040. Si tratterebbe di un’autentica rivoluzione, che porrebbe la Gran Bretagna in linea con quanto già accade negli Stati Uniti. Nessuno si nasconde le difficoltà con cui la Truss dovrà inevitabilmente misurarsi, ma il suo preannuncio merita apprezzamento e incoraggiamento per svariate ragioni. Intanto, perché - pragmaticamente - unisce il realismo di un immenso e immediato stanziamento di denaro (per mitigare danni altrimenti devastanti) alla lungimiranza di chi non rinuncia a una strategia di lungo periodo (tagli di tasse, approccio pro impresa, e aspirazione all’indipendenza energetica). E poi perché mostra a tutti un’altra evidenza: qualunque cosa ciascuno pensi delle sanzioni alla Russia e della transizione green, non è possibile portare avanti insieme le due cose. La Truss, coerentemente con la sua impostazione politica, ha scelto di non rinunciare alle sanzioni: ma allora ha saggiamente tirato il freno rispetto all’ecofondamentalismo contro le fonti fossili. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/londra-molla-le-follie-verdi-piano-da-170-miliardi-per-congelare-le-bollette-2658166663.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-tetto-al-gas-russo-e-gia-sfondato-ue-divisa-pure-sugli-extraprofitti" data-post-id="2658166663" data-published-at="1662666227" data-use-pagination="False"> Il tetto al gas russo è già sfondato. Ue divisa pure sugli extraprofitti Oggi si riuniscono i ministri dell’Energia dei 27 Stati membri dell’Unione per discutere le misure proposte dalla Commissione europea per affrontare la grave situazione energetica. Il consesso non esprimerà una posizione politica, ma chiarirà le posizioni di ciascuno e fornirà indicazioni sul reale supporto degli Stati alle varie proposte della Commissione. Saranno sul tavolo i cinque punti illustrati da Ursula von der Leyen nella conferenza stampa di mercoledì. Su tre di questi non dovrebbero esserci particolari difficoltà a trovare un accordo, fatta eccezione forse per qualche dettaglio. Il primo punto, le linee di credito urgenti per le compagnie del settore alle prese con una grave crisi di liquidità, che ha già portato a diversi salvataggi pubblici (la tedesca Uniper su tutte), è considerato essenziale praticamente da tutti i Paesi. Stessa cosa si può dire per il secondo punto, cioè la riduzione della domanda energetica attraverso tagli obbligatori dei consumi. Infine, la proposta relativa all’estrazione dei ricavi inframarginali dei produttori elettrici non a gas è già stata sdoganata da Olaf Scholz il giorno dell’annuncio del piano di aiuti tedesco da 65 miliardi di euro e dovrebbe passare, anche se ieri sono emersi i dubbi della Francia sull’entità del tetto ipotizzato dalla Commissione a 200 euro al MWh. Un valore che, in effetti, strozzerebbe i ricavi di EdF che invece necessita di prezzi alti per recuperare marginalità. Divisioni e disaccordo, invece, sugli altri due temi caldissimi, ovvero la nuova tassa sugli extraprofitti per le compagnie del gas e l’ormai sforacchiato tetto al prezzo del gas russo, su cui la Commissione punta in maniera decisa. L’idea italiana di un price cap su tutto il gas sul mercato europeo, attraverso un meccanismo di rimborso delle differenze a carico del bilancio Ue, è piaciuta a qualcuno, ma la Commissione sembra intenzionata a difendere la propria idea di tagliare le gambe alla Russia a qualsiasi costo. Di fronte alla rigidità della Commissione, ieri persino il ministro dell’energia belga, la mite Tinne Van der Straeten, ha avuto modo di affermare: «La nostra intenzione è innanzitutto quella di abbassare i prezzi. Un limite al solo gas russo non farà scendere i prezzi. Un limite al solo gas russo è puramente politico». La reazione di Mosca alla decisione europea sarebbe infatti scontata e porterebbe alla chiusura dei gasdotti. Ciò renderebbe i razionamenti ancora più rigidi e i prezzi del gas, per l’inverno, salirebbero anziché scendere. Dunque, il tetto al prezzo del solo gas russo avrebbe sì l’effetto di annullare una importante linea di ricavo per la Russia, ma avrebbe anche un impatto molto negativo sui prezzi. Dopo sei mesi di discussioni su questo tema (del tutto inadatto rispetto all’obiettivo di abbassare i prezzi), l’elefantiaca Europa è ancora alla ricerca di un compromesso tra gli Stati, i quali hanno diversi rapporti storici e diplomatici con la Russia. Ad esempio, la Polonia e i tre Paesi baltici, che viaggiano a braccetto su tutto ciò che riguarda la Russia, più i Paesi che non dipendono minimamente dalla Russia per il gas, come il Portogallo, sono assai favorevoli all’impostazione data dalla Commissione. Il Belgio invece preferirebbe un tetto massimo dinamico a livello Ue sul gas trattato al Ttf, collegandolo magari ai mercati asiatici del Lng, analogamente alla proposta italiana. Bulgaria d Ungheria si sfileranno dalla discussione, probabilmente, avendo la prima negoziato un nuovo contratto con la Russia e la seconda avviato una trattativa con Gazprom. Sul tetto ai prezzi, da Francia e Germania sinora è arrivato solo silenzio. I due Paesi nei giorni scorsi hanno già trovato un accordo di mutuo soccorso e potrebbero presentarsi alla riunione con una posizione comune. Insomma, si procede in ordine sparso, anche per quanto riguarda lo strumento normativo da utilizzare. Un tetto al prezzo del gas nella forma di sanzione richiederebbe l’unanimità dei 27, sulla quale nessuno scommette un centesimo. Restano altri strumenti a maggioranza, ma è chiaro che l’assenza di unità politica su una materia così importante sarebbe un pessimo segnale per l’Unione. In conclusione, come ha lasciato intendere anche un alto funzionario di Bruxelles che ha voluto restare anonimo, sul price cap non c’è un accordo tra i Paesi e oggi quindi non uscirà una posizione comune, neppure a maggioranza. Secondo fonti diplomatiche, anzi, la proposta non dovrebbe essere neppure discussa oggi dai ministri. Sarebbe tutto rinviato al vertice informale tra capi di Stato e di governo del 6-7 ottobre a Praga, seguito da quello del 20-21 ottobre a Bruxelles. Von der Leyen vorrebbe presentare il pacchetto di proposte legislative nel collegio dei commissari di martedì 13, prima del discorso sullo stato dell’Unione. Esso sarebbe meno pesante rispetto alle intenzioni e conterrà solo i tre argomenti su cui c’è l’accordo. La piega politica punitiva che la Commissione intende dare alla questione del tetto al prezzo inficia gli sforzi più realistici per trovare una soluzione vera alla drammatica crisi energetica. Curiosa è la vicenda della proposta italiana, partita sei mesi fa da Mario Draghi come tetto sul gas russo, e arrivata con Roberto Cingolani come tetto al prezzo del gas europeo, con un meccanismo di rimborsi per le differenze coi prezzi reali. Volendo ricavarne qualcosa di utile, c’è da augurarsi, almeno, che la vicenda grottesca di questo sconfortante affaccendamento europeo su una questione totalmente superflua serva alla politica italiana per smettere di aspettarsi soluzioni da Bruxelles.
Le major americane già in pista a Caracas. Rio Tinto-Glencore, fusione miliardaria? Gli USA escono da 65 organizzazioni internazionali. Blackout a Berlino nel gelo.
Donald Trump (Ansa)
Eppure, nonostante il significativo aumento della pressione statunitense sulla Repubblica islamica, Trump non ha per ora abbandonato una certa cautela. Giovedì, il presidente americano ha infatti reso noto di non essere ancora pronto a ricevere il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, che si era offerto di guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran. «Penso che dovremmo lasciare che tutti escano e vedere chi emerge», ha affermato Trump. È quindi possibile ipotizzare che l’inquilino della Casa Bianca punti, almeno nel breve termine, a una «soluzione venezuelana» per l’Iran. Qualora Khamenei dovesse cadere, il presidente americano potrebbe, cioè, cercare di «addomesticare» un pezzo del vecchio regime, guardando probabilmente al settore delle forze armate. Questo non significa che Trump escluda del tutto un futuro sostegno a Reza Pahlavi. Significa semmai che, nel breve termine, potrebbe far leva su uno scenario intermedio: come fatto in Venezuela, dove, anziché appoggiare María Corina Machado, ha scelto come interlocutrice, almeno per ora, la vice di Nicolás Maduro, Delcy Rodríguez.
Al di là del suo storico scetticismo nei confronti delle operazioni di nation building, Trump vuole ridurre al minimo il rischio di instabilità tanto a Caracas quanto a Teheran. E, venendo specificamente all’Iran, guarda con interesse a due dossier principali: quello nucleare e quello petrolifero. Per quanto riguarda il primo, non è un mistero che il presidente americano punti a firmare con Teheran un nuovo accordo che impedisca all’Iran di conseguire l’arma atomica. Un obiettivo, questo, a cui tendono anche gli israeliani e i sauditi. La risoluzione della questione nucleare iraniana è quindi, agli occhi di Trump, una delle precondizioni essenziali per rilanciare ed espandere gli Accordi di Abramo: quegli accordi il cui futuro appare oggi a rischio per almeno tre ragioni. Le tensioni tra Riad e Gerusalemme sullo Stato palestinese, le fibrillazioni tra sauditi ed emiratini sullo Yemen e sul Sudan, senza infine trascurare la crescente instabilità che si registra in seno alla Siria. In tal senso, in caso di (probabile) caduta di Khamenei, il presidente americano spera in un governo stabile, che, messo adeguatamente sotto pressione, gli consenta di arrivare il prima possibile a un accordo sul nucleare.
Ma anche il secondo dossier, quello petrolifero, è particolarmente attenzionato da Trump. Il che lega, in qualche modo, la questione iraniana a quella venezuelana. L’altro ieri, il presidente americano ha affermato che gli Usa sono pronti a vendere a Cina e Russia il greggio di Caracas, finito sotto il controllo statunitense a seguito della cattura di Maduro. Segno, questo, del fatto che, oltre alla lotta al narcotraffico e alle esigenze di approvvigionamento energetico, l’operazione Absolute Resolve è stata condotta anche per riaffermare il predominio del dollaro nelle transazioni petrolifere e per disarticolare i Brics sul fronte energetico e finanziario. È vero che il Venezuela non fa formalmente parte di questo blocco, ma è altrettanto vero che Maduro intratteneva solide relazioni con tre membri dei Brics, come Pechino, Mosca e la stessa Teheran. Ricordiamo, per inciso, che la Cina era il principale acquirente di greggio venezuelano così come è il principale acquirente di greggio iraniano. In entrambi i casi, la Repubblica popolare aggirava le sanzioni statunitensi ed effettuava pagamenti in renminbi. Il che, insieme alla corsa all’oro degli ultimi due anni, era ed è fonte di preoccupazione per Washington.
Ora, l’ex presidente del Council of Economic Advisers della Casa Bianca e attuale membro del board dei governatori della Fed, Stephen Miran, ha ripetutamente sostenuto la necessità di preservare lo status globale del dollaro. E infatti, già a gennaio 2025 Trump minacciò i Brics di pesanti dazi, qualora avessero continuato a portare avanti i loro propositi di de-dollarizzazione. È quindi altamente verosimile che il presidente americano punti a controllare anche il greggio iraniano, per ribadire la supremazia del dollaro in funzione anti cinese. Ma attenzione: Pechino è nel mirino di Washington anche su un altro fronte. Sbloccando e incamerando il petrolio di Caracas e (forse) di Teheran, Trump mira a far crollare ulteriormente il costo dell’energia: il che, oltre a combattere l’inflazione statunitense in vista delle elezioni di metà mandato, ha l’obiettivo di indebolire la dipendenza degli Usa dalla tecnologia green. Tecnologia che è notoriamente in buona parte in mano ai cinesi. Ecco quindi che anche il recente annuncio dell’addio americano all’Unfccc assume una chiara connotazione di carattere geopolitico in funzione anti Pechino.
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Ansa
Una stretta accompagnata da un messaggio che arriva direttamente dai vertici del potere: «nessuna clemenza contro i rivoltosi». La narrazione ufficiale è affidata alla televisione di Stato, che trasmette esclusivamente immagini di palazzi pubblici e luoghi di culto danneggiati, attribuendo le devastazioni a quelli che vengono definiti «rivoltosi e criminali». Ieri mattina a reti unificate è comparso Ali Khamenei. La Guida suprema ha ribadito che «La Repubblica islamica non cederà ai sabotatori», descritti come «vandali» che distruggono le proprie città «per compiacere un altro presidente» e come «mercenari» al servizio di potenze straniere. Nel suo intervento non è mancato un riferimento diretto a Donald Trump, che aveva evocato un possibile intervento armato in caso di uccisione dei manifestanti: è «arrogante» e sarà «abbattuto come il Faraone e lo Shah», ha dichiarato. Ali Khamenei, ha disposto lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (Irgc). A riferirlo è il quotidiano britannico The Telegraph, che cita fonti interne iraniane. Secondo queste ricostruzioni, Khamenei avrebbe imposto ai Pasdaran un livello di prontezza «persino superiore» a quello adottato durante la cosiddetta guerra dei dodici giorni dello scorso giugno. La Guida suprema iraniana Ali Khamenei ha ordinato lo stato di massima allerta per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i pasdaran) e secondo The Telegraph, il livello di allerta sarebbe superiore a quello adottato durante la guerra di giugno. Khamenei mantiene contatti soprattutto con i pasdaran, ritenuti totalmente fedeli, affidando di fatto a loro la propria sopravvivenza politica. Sullo sfondo delle tensioni interne e delle minacce degli Stati Uniti e nel timore che Isarele approfitti della situazione, sarebbero state riattivate anche le basi sotterranee note come «città missilistiche».
Sul piano dei numeri, il bilancio continua a salire. La Human Rights Activists News Agency, riferisce che le vittime accertate sono almeno 65, in gran parte al di fuori della capitale, nelle province di Chaharmahal e Bakhtiari, Ilam, Kermanshah e Fars. L’organizzazione segnala inoltre 2.311 arresti. Il procuratore di Teheran ha lanciato un avvertimento netto: chi verrà sorpreso in scontri violenti con le forze di sicurezza rischia la pena di morte, così come chi danneggerà infrastrutture e beni pubblici. Nel caos politico cerca spazio anche Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah, che sta costruendo una nuova visibilità grazie a una massiccia campagna sui social. Una popolarità digitale che però non cancella l’ostilità diffusa nei suoi confronti all’interno dell’Iran, dove il ricordo delle ruberie della famiglia Pahlavi e delle torture della polizia segreta resta vivo. Per comprendere cosa stia accadendo abbiamo raccolto la valutazione di Azar Karimi, portavoce dell’Associazione giovani iraniani in Italia, che descrive uno scenario ben diverso dalla rappresentazione online: «In Iran è in corso una rivolta popolare molto diffusa, che ha coinvolto almeno 180 città e 31 regioni con scontri armati, edifici governativi occupati e slogan apertamente contro l’intero sistema, non solo contro Khamenei. Questa mobilitazione nasce dal basso, è guidata soprattutto dai giovani e dai nuclei di resistenza affiliati ai Mojahedin del popolo e si svolge mentre il regime impone un blackout quasi totale di internet al 5%. In questo contesto, secondo la resistenza iraniana, Reza Pahlavi non rappresenta il popolo in rivolta. Nonostante i suoi canali social registrino oltre 6 milioni di visualizzazioni, questi numeri non possono provenire dall’interno dell’Iran sotto blackout e riflettono soprattutto un pubblico estero e un’amplificazione mediatica. Secondo alcune analisi vengono indicate inoltre una forte presenza di follower falsi o sospetti. Per la resistenza, la distanza tra la realtà delle strade iraniane e l’immagine digitale di Pahlavi dimostra che la rivolta non chiede il ritorno della monarchia, ma una rottura totale con ogni forma di dittatura». Pahlavi, che nei prossimi giorni potrebbe incontrare Trump a Mar-a-Lago, ha chiesto a Washington «di intervenire a difesa del popolo iraniano». Il presidente americano ha avvertito che i leader di Teheran «avrebbero pagato caro una repressione sanguinosa». Poi venerdì ha ribadito: «L’Iran è in grossi guai. Mi sembra che la popolazione stia prendendo il controllo di alcune città che nessuno avrebbe mai pensato fosse possibile. Stiamo osservando. Ho affermato con forza che se inizieranno a uccidere persone come hanno fatto in passato, noi interverremo» e ieri sera su Truth ha scritto: « L’Iran sta guardando alla libertà, forse come mai prima d’ora. Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare!!!». Gli Usa denunciano inoltre il presunto impiego da parte dell’Iran di Hezbollah e milizie irachene per reprimere le proteste. Teheran respinge le accuse e oggi dovrebbe parlare al Paese il presidente Masoud Pezeshkian.
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Elly Schlein (Imagoeconomica)
Che cosa c’entri con la riforma della giustizia, su cui gli italiani saranno chiamati a esprimersi il 22 e 23 marzo, non è dato sapere. Neppure si capiscono le frasi del segretario della Cgil, il quale ieri, partecipando alla manifestazione del Comitato del No, ha detto che «siamo di fronte non solo all’attacco esplicito all’indipendenza della magistratura» e che esiste un «disegno politico del governo per mettere in discussione l’esistenza stessa della democrazia e della Costituzione». Il meglio però lo ha dato Giuseppe Conte, il quale, forse nel tentativo di rifarsi alle origini del Movimento 5 stelle, ha parlato di una riforma che punta a scardinare lo stato di diritto e a ripristinare la casta della politica, con una classe di intoccabili.
Che cosa giustifichi questo allarme di fronte a una legge che, come nella maggioranza dei Paesi occidentali, introduce la separazione delle carriere tra pubblica accusa e giudici, prevedendo due diversi consigli di autogoverno (cioè dove le toghe sono maggioranza), i cui componenti sono eletti dagli stessi magistrati con la formula del sorteggio, non è chiarissimo. Nel dettaglio sono certo che né Schlein, né i suoi compagni saprebbero spiegare che cosa della riforma li preoccupi così tanto. Tuttavia, non è nella separazione delle carriere o negli altri provvedimenti previsti dalla legge Nordio che vanno cercate le ragioni dell’improvvisa alzata di scudi. Se la segretaria del Pd insieme a Conte, Landini e altri paventano un ritorno del fascismo è perché intendono esortare alla mobilitazione il proprio elettorato, nella speranza di usare il referendum per mandare a casa Giorgia Meloni.
Purtroppo - per loro, ovviamente - i sondaggi dicono un’altra cosa e cioè che gli italiani non sono affatto preoccupati dalla separazione delle carriere e la maggioranza pare essere determinata a votare a favore. Ma a mettere la croce sul Sì al quesito non sarebbero solo gli elettori di centrodestra, bensì anche quelli di sinistra. Del resto, lo ha svelato pure Clemente Mastella, che in una recente intervista ha raccontato che la maggioranza del Pd voterà a favore della riforma, invitando Schlein a non scendere in campo, evitando di schierare il partito. In effetti una serie di pezzi grossi del Pd stanno dicendo, o facendo capire, che la loro scelta sarà per il Sì. Non ci sono solo l’ex presidente della Corte costituzionale (ed ex ministro) Augusto Barbera o l’uomo che sussurra ai segretari Goffredo Bettini. A favore c’è l’intera area riformista del partito, da Enzo Bianco a Enrico Morando, a cui si aggiungono nomi pesanti come Cesare Salvi, Claudio Petruccioli, Giovanni Pellegrino, oltre al gruppo di professori che va da Tommaso Nannicini a Stefano Ceccanti. Se poi si considera che Italia viva al referendum ha scelto di lasciare libertà di voto (il che significa che in molti diranno sì) e i radicali per non far rivoltare Pannella nella tomba si schiereranno dalla parte della riforma, si capisce che Schlein rischia di trovarsi sola, oppure in compagnia dei grillini e dell’estrema sinistra, mentre il suo partito le volta le spalle.
Altro che spallata al governo. Qui la spallata rischiano di prenderla la segretaria e i suoi compagni di viaggio, da Landini a Conte, cioè quella stessa armata Brancaleone che la scorsa estate è stata sconfitta sull’articolo 18. La segretaria dovrebbe rileggersi la storia di 40 anni fa, quando il Pci di Enrico Berlinguer si intestò insieme alla Cgil l’abrogazione della legge sulla scala mobile. Nel giugno del 1985 il partito si mobilitò contro Bettino Craxi, che però tenne duro e vinse. Fu una brutta botta per i compagni, da cui si ripresero con difficoltà. Anche il referendum sulla giustizia potrebbe essere una brutta botta, ma soprattutto minaccia di dare una spallata a una segretaria che qualcuno, all’interno del suo stesso partito, sogna di mandare a casa. Sì, il referendum non è su Meloni ma su Schlein.
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