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2023-02-15
Lombardia, puzzle complesso. Dovrebbe restare Bertolaso ma con un dg espresso da Fdi
Dopo i festeggiamenti di rito, e la soddisfazione per il 55% conquistato alle urne, per gli alleati di centrodestra è arrivato il momento di sedersi al tavolo delle trattative per formare la nuova giunta di Attilio Fontana. Al momento, confermano da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, circolano solo ipotesi. Non c’è alcuna certezza. Ma c’è meno di un mese di tempo. Per avviare le procedure di insediamento bisognerà attendere la proclamazione degli eletti (presidente e consiglieri regionali), che potrebbe avvenire tra il 6 e il 16 marzo (in occasione delle precedenti elezioni la proclamazione è sempre avvenuta almeno 20 giorni dopo il voto). Poi entro i tre giorni successivi alla proclamazione, il governatore Fontana dovrà comunicare la composizione della giunta regionale. Indicativamente tra il 16 e il 31 marzo si dovrà tenere la prima seduta del Consiglio regionale che sarà presieduta all’inizio dal consigliere più anziano di età. Toccherebbe a Vittorio Feltri, che però pare non ne voglia sapere.
Di più se ne saprà di sicuro questo venerdì, quando ci sarà una riunione del coordinamento regionale del partito di Giorgia Meloni, vero vincitore di queste elezioni regionali, primo partito con il 25% dei consensi. Dai tre consiglieri eletti nel 2018 Fdi passa a 22, quasi la metà dei 48 che compongono la nuova maggioranza. La Lega arriva a 19 (calcolando anche la lista Fontana) mentre Forza Italia è ferma a 6 (un seggio poi a Noi moderati-Rinscimento). Daniela Santanchè, che oltre a essere ministro del Turismo è anche coordinatrice lombarda, radunerà quindi dopodomani i suoi vice e gli eletti. Solo allora si comincerà a ragionare. Spetterà quindi a lei condurre le trattative in questa prima fase istruttoria, ma poi sulle regioni avrà sempre un’ultima parola la stessa Meloni che seguirà la composizione della nuova squadra di governo lombarda.
Ci saranno da trovare alcuni incastri non semplici. Al tavolo con la Santanchè ci saranno gli alleati della Lega, rappresentati oltre che dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti anche da Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana. A rappresentare Forza Italia ci sarà invece Licia Ronzulli, braccio destro del leader azzurro Silvio Berlusconi. I capitoli più spinosi sono due, i vicepresidenti e l’assessore alla Sanità. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi che la vicepresidenza potesse andare a Romano La Russa, fratello di Ignazio, presidente del Senato, con l’idea di farne una sorta di «commissario» di Fontana. Ma al momento non ci sono certezze, spiegano anche dentro Fdi. Del resto, tutti riconoscono la storia di Romano dentro il partito, ma ci sono eletti che hanno raccolto 10.000, 8.000, 7000 preferenze: non possono essere ignorati. Per esempio Christian Garavaglia a Milano è il più votato con 10.329 preferenze, a Bergamo Paolo Franco ha superato le 8.000 e Lara Magoni è a 7.789.
Dopodiché ci sarà da affrontare la questione Sanità. Ieri proprio il ministro Santanchè è tornata a farsi sentire. In Lombardia «sulla sanità», ha detto al Tg3, «dobbiamo sicuramente mettere a posto qualcosa, perché è stato fatto un buon lavoro ma bisogna fare di più su pronto soccorso e medici di base». La settimana scorsa si ragionava sulla permanenza di Guido Bertolaso e al contempo con l’arrivo di un nuovo direttore generale che sarà espressione del partito di Giorgia Meloni magari con già un bagaglio professionale nelle precedenti giunte di Roberto Maroni e Roberto Formigoni. Ma su Bertolaso nemmeno Matteo Salvini mette la mano sul fuoco. «Non sta a me indicare nomi e cognomi dei prossimi assessori», ha detto il segretario leghista confidando in tempi brevi e ricordando che la giunta Fontana «è sempre stata equilibrata e continuerà ad esserlo. Penso che voglia fare la squadra di più alto profilo possibile [...]: è giusto che abbia l’ultima parola».
Fdi avrà di sicuro poi assessorati di peso, come i Trasporti, il Turismo e le Attività produttive. I nomi sono ancora da definire. Si parla anche del possibile approdo di Stefano Zecchi all’assessorato alla Cultura. Tra i leghisti in rampa di lancio c’è di sicuro Davide Caparini, forte di oltre 9.000 preferenze o Floriano Massari, oltre le 10.000, come anche Massimo Sertori o Elena Lucchini, entrambi oltre le 7.000.
Ci sarà poi da affrontare il tema della rappresentanza femminile. Bisognerà infine trovare una sintesi, un equilibrio con i territori e le anime interne ai vari partiti. Il puzzle è complesso, non solo in Fratelli d’Italia ma anche nella Lega dove la perdita di voti rispetto alle elezioni regionali del. 2018 sta creando malumori un po’ in tutte le province, tranne Como e Sondrio dove la compagine di Salvini ha superato gli alleati meloniani.
Rocca potrebbe tenere la Sanità e a Sgarbi promette: «Basta eolico»
«Una squadra straordinaria». Il neopresidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha conquistato il 53,9% delle preferenze, lo ha assicurato fin da subito, ancora con la voce incrinata dall’emozione per la vittoria elettorale oltre le aspettative: «La mia giunta sarà una squadra straordinaria. Prevarrà il senso di responsabilità e l’impegno a riportare i cittadini a una partecipazione alla vita democratica che si è andata affievolendo, come mostrano i dati sulla scarsa partecipazione al voto».
E appena chiuse le urne si è aperto il toto nomi per la formazione di una giunta di centrodestra che rientra alla Pisana 10 anni dopo quella di centrosinistra guidata da Nicola Zingaretti e 11 dopo quella di centrodestra di Renata Polverini. È stato lo stesso Rocca a sottolineare che la formazione della squadra «di sicuro scelta da me, non mi farò imporre nomi. Ho delle idee che voglio esporre prima ai leader della coalizione. L’ultima volta ci sono voluti una ventina giorni. Dobbiamo partire subito, non possiamo perdere nemmeno un giorno». E se fin dalla campagna elettorale l’ex presidente della Croce Rossa ha assicurato il massimo impegno per risollevare una sanità che ha mortificato la dignità dei cittadini, sulla possibilità di tenere le delega, Rocca ha chiarito: «Sicuramente seguirò la sanità molto da vicino ma ancora non ho preso una decisione» ed ha anticipato una scelta: «Ho promesso a Vittorio Sgarbi che faremo un piano regolatore energetico nel Lazio. Non consentiremo lo scempio del territorio con i parchi eolici, che invece devono essere offshore». Inoltre ha annunciato l’intenzione di «revocare quella delibera che ha regalato 2.000 ettari di tenuta agricola al Comune di Roma a canone surreale».
In attesa dei vertici con gli alleati per una «equa spartizione» in virtù delle preferenze, sulla giunta che verrà si può fare qualche previsione. La vice del presidente potrebbe essere una donna come Roberta Angelilli, capolista rampelliana, già vicepresidente dell’Europarlamento, una lunga esperienza politica nel centrodestra, dal Fronte della gioventù a Fdi. Malgrado il ritardo nello scrutinio di Roma e provincia, il meloniano più votato ieri pomeriggio era Giancarlo Righini, oltre 21.000 preferenze, uomo forte del ministro Francesco Lollobrigida, al terzo mandato regionale e al quale potrebbe andare un assessorato altrettanto forte o la vicepresidenza del Consiglio. Una manciata di voti in meno avrebbe l’uscente Fabrizio Ghera, il front runner del gruppo di Fabio Rampelli, (leader dei Gabbiani, unica corrente interna a Fdi, al quale è stata tolta la gestione del partito romano) che potrebbe aggiudicarsi un altro assessorato forte come Trasporti o Lavori pubblici. Altra campionessa di preferenze, 19.500, Micol Grasselli che potrebbe conquistare un posto in giunta dove, come promesso dal neogovernatore, ci sarà anche un assessore alla Cultura, cancellato 10 anni fa da Zingaretti. Dalla lista civica di Rocca sarebbe garantito un posto per Mario Crea e Carolina Casini.
In odore di assessorato ci sarebbero l’ex consigliere provinciale Marco Bertucci, l’ex senatore Fabio De Lillo, Flavio Cera, i consiglieri regionali uscenti Antonio Aurigemma, Laura Corrotti, Massimiliano Maselli, anche se, come dicono in Fdi, potrebbe essere premiato qualche «primo non eletto» per averci messo la faccia ma avendo le competenze. Naturalmente poi qualche assessorato di peso sarà rivendicato dagli alleati. La Lega dovrebbe avere 3 consiglieri sicuri mentre sarebbe in forse, tra assessorato o presidenza del Consiglio regionale, Pino Cangemi. Per Forza Italia, un seggio sicuro per 3 esponenti mentre sarebbe favorito per l’accesso alla giunta Giorgio Simeoni. Nomi che arrivano soprattutto dalle province dove, a cominciare da Rieti (terra del coordinatore regionale di Fdi, Paolo Trancassini) sono stati raggiunti risultati oltre le previsioni. Tutto «rispettando» i numeri della legge elettorale: 30 consiglieri alla maggioranza e 20 all’opposizione. Il gruppo più consistente sarà quello di Fdi a cui vanno 22 seggi, grazie al 33% delle preferenze, in assoluto il partito più votato. Dovrebbe scattare un seggio anche per l’Udc mentre resta a bocca asciutta la lista Noi Rinascimento.
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Attilio Fontana dovrà trovare incastri non semplici. Le vicepresidenze altro capitolo spinoso. Stefano Zecchi probabile assessore alla Cultura. Tra 16 e 31 marzo prima seduta del Consiglio.Il governatore del Lazio Francesco Rocca: «La squadra la scelgo io, non mi farò imporre alcun nome».Lo speciale contiene due articoli.Dopo i festeggiamenti di rito, e la soddisfazione per il 55% conquistato alle urne, per gli alleati di centrodestra è arrivato il momento di sedersi al tavolo delle trattative per formare la nuova giunta di Attilio Fontana. Al momento, confermano da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, circolano solo ipotesi. Non c’è alcuna certezza. Ma c’è meno di un mese di tempo. Per avviare le procedure di insediamento bisognerà attendere la proclamazione degli eletti (presidente e consiglieri regionali), che potrebbe avvenire tra il 6 e il 16 marzo (in occasione delle precedenti elezioni la proclamazione è sempre avvenuta almeno 20 giorni dopo il voto). Poi entro i tre giorni successivi alla proclamazione, il governatore Fontana dovrà comunicare la composizione della giunta regionale. Indicativamente tra il 16 e il 31 marzo si dovrà tenere la prima seduta del Consiglio regionale che sarà presieduta all’inizio dal consigliere più anziano di età. Toccherebbe a Vittorio Feltri, che però pare non ne voglia sapere. Di più se ne saprà di sicuro questo venerdì, quando ci sarà una riunione del coordinamento regionale del partito di Giorgia Meloni, vero vincitore di queste elezioni regionali, primo partito con il 25% dei consensi. Dai tre consiglieri eletti nel 2018 Fdi passa a 22, quasi la metà dei 48 che compongono la nuova maggioranza. La Lega arriva a 19 (calcolando anche la lista Fontana) mentre Forza Italia è ferma a 6 (un seggio poi a Noi moderati-Rinscimento). Daniela Santanchè, che oltre a essere ministro del Turismo è anche coordinatrice lombarda, radunerà quindi dopodomani i suoi vice e gli eletti. Solo allora si comincerà a ragionare. Spetterà quindi a lei condurre le trattative in questa prima fase istruttoria, ma poi sulle regioni avrà sempre un’ultima parola la stessa Meloni che seguirà la composizione della nuova squadra di governo lombarda.Ci saranno da trovare alcuni incastri non semplici. Al tavolo con la Santanchè ci saranno gli alleati della Lega, rappresentati oltre che dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti anche da Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana. A rappresentare Forza Italia ci sarà invece Licia Ronzulli, braccio destro del leader azzurro Silvio Berlusconi. I capitoli più spinosi sono due, i vicepresidenti e l’assessore alla Sanità. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi che la vicepresidenza potesse andare a Romano La Russa, fratello di Ignazio, presidente del Senato, con l’idea di farne una sorta di «commissario» di Fontana. Ma al momento non ci sono certezze, spiegano anche dentro Fdi. Del resto, tutti riconoscono la storia di Romano dentro il partito, ma ci sono eletti che hanno raccolto 10.000, 8.000, 7000 preferenze: non possono essere ignorati. Per esempio Christian Garavaglia a Milano è il più votato con 10.329 preferenze, a Bergamo Paolo Franco ha superato le 8.000 e Lara Magoni è a 7.789.Dopodiché ci sarà da affrontare la questione Sanità. Ieri proprio il ministro Santanchè è tornata a farsi sentire. In Lombardia «sulla sanità», ha detto al Tg3, «dobbiamo sicuramente mettere a posto qualcosa, perché è stato fatto un buon lavoro ma bisogna fare di più su pronto soccorso e medici di base». La settimana scorsa si ragionava sulla permanenza di Guido Bertolaso e al contempo con l’arrivo di un nuovo direttore generale che sarà espressione del partito di Giorgia Meloni magari con già un bagaglio professionale nelle precedenti giunte di Roberto Maroni e Roberto Formigoni. Ma su Bertolaso nemmeno Matteo Salvini mette la mano sul fuoco. «Non sta a me indicare nomi e cognomi dei prossimi assessori», ha detto il segretario leghista confidando in tempi brevi e ricordando che la giunta Fontana «è sempre stata equilibrata e continuerà ad esserlo. Penso che voglia fare la squadra di più alto profilo possibile [...]: è giusto che abbia l’ultima parola». Fdi avrà di sicuro poi assessorati di peso, come i Trasporti, il Turismo e le Attività produttive. I nomi sono ancora da definire. Si parla anche del possibile approdo di Stefano Zecchi all’assessorato alla Cultura. Tra i leghisti in rampa di lancio c’è di sicuro Davide Caparini, forte di oltre 9.000 preferenze o Floriano Massari, oltre le 10.000, come anche Massimo Sertori o Elena Lucchini, entrambi oltre le 7.000.Ci sarà poi da affrontare il tema della rappresentanza femminile. Bisognerà infine trovare una sintesi, un equilibrio con i territori e le anime interne ai vari partiti. Il puzzle è complesso, non solo in Fratelli d’Italia ma anche nella Lega dove la perdita di voti rispetto alle elezioni regionali del. 2018 sta creando malumori un po’ in tutte le province, tranne Como e Sondrio dove la compagine di Salvini ha superato gli alleati meloniani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-puzzle-complesso-2659417656.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rocca-potrebbe-tenere-la-sanita-e-a-sgarbi-promette-basta-eolico" data-post-id="2659417656" data-published-at="1676422071" data-use-pagination="False"> Rocca potrebbe tenere la Sanità e a Sgarbi promette: «Basta eolico» «Una squadra straordinaria». Il neopresidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha conquistato il 53,9% delle preferenze, lo ha assicurato fin da subito, ancora con la voce incrinata dall’emozione per la vittoria elettorale oltre le aspettative: «La mia giunta sarà una squadra straordinaria. Prevarrà il senso di responsabilità e l’impegno a riportare i cittadini a una partecipazione alla vita democratica che si è andata affievolendo, come mostrano i dati sulla scarsa partecipazione al voto». E appena chiuse le urne si è aperto il toto nomi per la formazione di una giunta di centrodestra che rientra alla Pisana 10 anni dopo quella di centrosinistra guidata da Nicola Zingaretti e 11 dopo quella di centrodestra di Renata Polverini. È stato lo stesso Rocca a sottolineare che la formazione della squadra «di sicuro scelta da me, non mi farò imporre nomi. Ho delle idee che voglio esporre prima ai leader della coalizione. L’ultima volta ci sono voluti una ventina giorni. Dobbiamo partire subito, non possiamo perdere nemmeno un giorno». E se fin dalla campagna elettorale l’ex presidente della Croce Rossa ha assicurato il massimo impegno per risollevare una sanità che ha mortificato la dignità dei cittadini, sulla possibilità di tenere le delega, Rocca ha chiarito: «Sicuramente seguirò la sanità molto da vicino ma ancora non ho preso una decisione» ed ha anticipato una scelta: «Ho promesso a Vittorio Sgarbi che faremo un piano regolatore energetico nel Lazio. Non consentiremo lo scempio del territorio con i parchi eolici, che invece devono essere offshore». Inoltre ha annunciato l’intenzione di «revocare quella delibera che ha regalato 2.000 ettari di tenuta agricola al Comune di Roma a canone surreale». In attesa dei vertici con gli alleati per una «equa spartizione» in virtù delle preferenze, sulla giunta che verrà si può fare qualche previsione. La vice del presidente potrebbe essere una donna come Roberta Angelilli, capolista rampelliana, già vicepresidente dell’Europarlamento, una lunga esperienza politica nel centrodestra, dal Fronte della gioventù a Fdi. Malgrado il ritardo nello scrutinio di Roma e provincia, il meloniano più votato ieri pomeriggio era Giancarlo Righini, oltre 21.000 preferenze, uomo forte del ministro Francesco Lollobrigida, al terzo mandato regionale e al quale potrebbe andare un assessorato altrettanto forte o la vicepresidenza del Consiglio. Una manciata di voti in meno avrebbe l’uscente Fabrizio Ghera, il front runner del gruppo di Fabio Rampelli, (leader dei Gabbiani, unica corrente interna a Fdi, al quale è stata tolta la gestione del partito romano) che potrebbe aggiudicarsi un altro assessorato forte come Trasporti o Lavori pubblici. Altra campionessa di preferenze, 19.500, Micol Grasselli che potrebbe conquistare un posto in giunta dove, come promesso dal neogovernatore, ci sarà anche un assessore alla Cultura, cancellato 10 anni fa da Zingaretti. Dalla lista civica di Rocca sarebbe garantito un posto per Mario Crea e Carolina Casini. In odore di assessorato ci sarebbero l’ex consigliere provinciale Marco Bertucci, l’ex senatore Fabio De Lillo, Flavio Cera, i consiglieri regionali uscenti Antonio Aurigemma, Laura Corrotti, Massimiliano Maselli, anche se, come dicono in Fdi, potrebbe essere premiato qualche «primo non eletto» per averci messo la faccia ma avendo le competenze. Naturalmente poi qualche assessorato di peso sarà rivendicato dagli alleati. La Lega dovrebbe avere 3 consiglieri sicuri mentre sarebbe in forse, tra assessorato o presidenza del Consiglio regionale, Pino Cangemi. Per Forza Italia, un seggio sicuro per 3 esponenti mentre sarebbe favorito per l’accesso alla giunta Giorgio Simeoni. Nomi che arrivano soprattutto dalle province dove, a cominciare da Rieti (terra del coordinatore regionale di Fdi, Paolo Trancassini) sono stati raggiunti risultati oltre le previsioni. Tutto «rispettando» i numeri della legge elettorale: 30 consiglieri alla maggioranza e 20 all’opposizione. Il gruppo più consistente sarà quello di Fdi a cui vanno 22 seggi, grazie al 33% delle preferenze, in assoluto il partito più votato. Dovrebbe scattare un seggio anche per l’Udc mentre resta a bocca asciutta la lista Noi Rinascimento.
La rabbia degli italiani per la decisione del tribunale dei minori dell'Aquila: manifestazioni a Vasto per la famiglia nel bosco dopo la separazione dai figli.
Giuseppina Di Foggia (Imagoeconomica)
«Il sistema elettrico italiano sta evolvendo nel percorso di transizione energetica: nel 2025 le rinnovabili hanno raggiunto circa il 50% della produzione nazionale, rappresentando la principale leva per l’indipendenza energetica del Paese e, a tendere, per il contenimento del prezzo dell’energia», ha dichiarato Giuseppina Di Foggia, AD e DG di Terna. «In questo quadro, si distingue il ruolo della rete di trasmissione perché genera valore duraturo ed effetti sul territorio. Nel lungo termine, è opportuno garantire un mix equilibrato fra energia eolica e solare, integrato con una percentuale adeguata di generazione programmabile a basse emissioni. Terna affronta sfide sempre più complesse, dando il proprio contributo al progresso del Paese».
Nel panorama europeo, nel 2025 solare ed eolico hanno raggiunto complessivamente il 30% della generazione elettrica, superando per la prima volta i combustibili fossili. Se si considerano tutte le fonti rinnovabili, il contributo alla produzione elettrica complessiva arriva a circa la metà del totale. Anche in Italia il trend è analogo: negli ultimi vent’anni la quota di generazione rinnovabile è quasi triplicata, mentre la produzione termoelettrica si è ridotta di oltre il 40%. Nel 2025 la potenza efficiente lorda installata ha raggiunto quasi 82 gigawatt, con una crescita del 44,3% rispetto al 2020, mentre oltre 22 gigawatt di nuova capacità rinnovabile risultano già contrattualizzati e destinati a entrare in esercizio nei prossimi anni.
La crescita delle rinnovabili contribuisce in modo significativo alla sicurezza energetica del Paese. Tra il 2010 e il 2024 la dipendenza energetica italiana si è ridotta di circa nove punti percentuali. Nonostante questo progresso, il sistema elettrico resta ancora esposto alla volatilità dei prezzi del gas naturale, che nel 2024 ha continuato a determinare il prezzo dell’energia elettrica per oltre il 60% delle ore. In questo contesto, lo sviluppo e il potenziamento della rete di trasmissione assumono un ruolo decisivo per integrare la nuova produzione rinnovabile e rendere il sistema più resiliente.
La rete elettrica, infatti, non rappresenta soltanto un’infrastruttura tecnica, ma un fattore abilitante della trasformazione energetica. La sua evoluzione consente di collegare nuovi impianti rinnovabili, migliorare gli scambi di energia tra aree diverse del Paese e rafforzare le interconnessioni con l’estero, contribuendo al tempo stesso a contenere i costi dell’energia e a garantire stabilità al sistema. Secondo lo studio, ogni euro investito nella rete di trasmissione genera un impatto pari a 2,98 euro sul valore della produzione e 1,31 euro sul prodotto interno lordo.
Nel complesso, gli investimenti previsti dal piano industriale di Terna nel quinquennio produrranno circa 35 miliardi di euro di valore della produzione e 16,2 miliardi di euro di prodotto interno lordo, favorendo inoltre la creazione di quasi 40 mila occupati medi annui.
Il sistema elettrico italiano si distingue già oggi per livelli elevati di efficienza e qualità del servizio, oltre che per costi di trasmissione tra i più competitivi in Europa. Nel 2024 il costo della trasmissione è stato pari a 11,2 euro per megawattora, inferiore a quello registrato in Francia, Spagna e alla media europea. Questo risultato è legato anche all’efficienza nella pianificazione degli investimenti necessari a integrare nuova capacità rinnovabile, con un costo unitario per gigawatt significativamente più basso rispetto ai principali Paesi europei.
L’evoluzione verso un sistema elettrico con una quota sempre più elevata di rinnovabili introduce però nuove complessità operative.
La generazione da solare ed eolico è per natura variabile e richiede strumenti adeguati per garantire la stabilità della rete, in particolare nella regolazione di frequenza e tensione. Per affrontare queste sfide sono necessari investimenti in infrastrutture, tecnologie digitali, competenze e risorse umane, oltre allo sviluppo di sistemi di accumulo e di soluzioni di flessibilità.
In questa prospettiva, il Piano di Sviluppo decennale della rete elettrica nazionale prevede investimenti complessivi per 23 miliardi di euro entro il 2034. Gli interventi consentiranno di aumentare la capacità di scambio di energia di circa 15 gigawatt e di potenziare ulteriormente le interconnessioni internazionali, rafforzando il ruolo dell’Italia nel mercato energetico europeo.
Nel breve e medio termine, quindi, le fonti rinnovabili rappresentano uno strumento fondamentale per migliorare la sicurezza energetica e contenere il costo dell’energia. Guardando invece al medio-lungo periodo, tra il 2040 e il 2050, lo studio sottolinea l’importanza di mantenere un mix equilibrato tra energia solare ed eolica e di affiancare alle rinnovabili una quota limitata di tecnologie programmabili a basse emissioni, stimata tra il 10 e il 15% della generazione. Una combinazione di questo tipo permetterebbe di garantire al tempo stesso sostenibilità economica, sicurezza del sistema elettrico e stabilità della fornitura energetica, consolidando il ruolo della rete di trasmissione come leva fondamentale per la competitività del Paese.
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Don Giussani (Ansa)
La sua non è stata una «pastorale», come si potrebbe dire oggi, ma una vocazione all’educazione e alla missione prorompente. E così è sempre stato considerato don Giussani, mettendo quasi più di lato, per non dire dietro, il suo pensiero filosofico e teologico.
Per questo potrebbe stupire la nascita di un Centro studi internazionale dedicato al pensiero del fondatore di Comunione e liberazione. Da quel 1954 a oggi sono passati più di settant’anni, e fuori dalla sua comunità l’attenzione al pensiero di Giussani, capace di far nascere alcune generazioni di figli spirituali, non aveva mai avuto grande rilievo «accademico». Invece ora, ecco la nascita del Centro studi, tenuto a battesimo da un incontro presso il Centro Internazionale di CL a Roma (via Malpighi 2, dalle ore 11), che vede la partecipazione della professoressa Tracey Rowland (Università australiana Notre Dame) e del professor Michael Waldstein (Franciscan University di Steubenville in Ohio).
A moderare, il professor Giovanni Maddalena, ordinario di Filosofia teoretica all’Università di Bologna. «Don Giussani», spiega alla Verità il professor Maddalena, che del Centro sarà coordinatore, «interpretava il carisma di Comunione e liberazione come lo stupore profondo per l’incarnazione di Dio in Gesù e la commozione nel riconoscerne la presenza viva all’interno dell’amicizia cristiana, sia essa la Chiesa o la comunità incontrata. Da questo incontro scaturisce la capacità di giudicare ogni evento del mondo - passato, presente e futuro - valorizzando ogni aspetto dell’umano sotto la luce di Cristo. Qui si deve collocare anche quella spinta a far si che la fede diventasse cultura, si facesse così spazio nella vita di tutti i giorni per donare una testimonianza e una traccia sulle strade della vita e nelle piazze».
Anche questo non volersi far rinchiudere nelle sagrestie ha probabilmente reso meno potabile ai contemporanei, e non solo, l’azione e quindi il pensiero di don Giussani in ambito accademico. «Il termine centrale che Giussani utilizzerà per descrivere questa dinamica», continua Maddalena, è “esperienza”: il cristianesimo non viene inteso come un sistema di dottrine, ma come l’avvenimento di un incontro reale, analogo a quello dei primi discepoli». Un cammino, insomma, da percorrere insieme agli altri, coinvolgendo interamente la propria umanità - tra ragione e affezione - per verificarne l’attendibilità senza alcun pregiudizio.
In effetti, dopo aver ricevuto una solida formazione in quel di Venegono, Giussani non smette di «teologare» né di pensare, ma lo fa dentro un’esperienza in atto. È nel coinvolgimento della sua opera missionaria ed educativa che il sacerdote approfondisce e confronta il suo pensiero con la realtà per farne scaturire una modalità nuova di pensare l’ontologia, la gnoseologia e la metafisica, facendo emergere qui tutta la sua forza filosofica. Non un «nuovo pensiero» (il cardinale Angelo Scola lo definirà «sorgivo»), ma un modo nuovo di esprimerlo, spinto dal fuoco della sua missione. In altri termini, Giussani ripensa l’essere metafisico senza togliere nulla, né lo diluisce, ma lo riscopre. E forse è proprio ciò che meno è piaciuto a tanti suoi confratelli contemporanei, affascinati da filosofie moderne e che si allontanavano da quella filosofia perennis senza la quale anche la teologia tende a dissolversi.
Eppure quell’insistere sull’«esperienza» non aveva mancato di sollevare dubbi anche all’interno della Chiesa, come quando nel 1963 a fargli notare il rischio fu l’allora arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI. «Il timore», dice il moderatore dell’incontro che inaugura il nuovo Centro studi, «era che l’enfasi sull’esperienza potesse condurre al soggettivismo, rendendo arduo distinguere la verità oggettiva dal semplice “sentire” o dai desideri momentanei. Don Giussani rispose a queste preoccupazioni chiarendo che la sua visione di esperienza non era affatto soggettiva, poiché si fonda sulla ragione e sull’affezione - ovvero il cuore - che poggiano su esigenze profonde di verità, giustizia, bellezza e felicità comuni a ogni essere umano. Inoltre, egli precisò che la verifica dell’esperienza non è un atto isolato, ma lega il giudizio personale al confronto con la proposta della tradizione della fede, evitando così che il giudizio diventi un mero arbitrio o un’espressione narcisistica. Proprio il mantenimento di questa rigorosa concezione di esperienza ha permesso a CL di vivere una stagione di straordinaria fecondità missionaria e culturale».
Oggi la nascita del Centro Studi internazionale potrebbe contribuire riaffermare anche a livello accademico il pensiero di Giussani, magari permettendogli di rinverdire la sua forza.
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Ansa
Il sospetto degli investigatori è che, nei 16 mesi sotto osservazione, abbia inciso direttamente sulle procedure di espulsione di 34 stranieri destinati all’espulsione su un totale di 64. Altri dieci immigrati, invece, si sarebbero ufficialmente rifiutati di sottoporsi alla visita medica, circostanza che di fatto ha impedito la valutazione sanitaria necessaria per stabilire l’idoneità alla detenzione amministrativa in un Cpr.
Ravenna era diventato un punto caldo della geografia italiana rispetto agli sbarchi: 25 dal dicembre 2022, tutti di navi Ong. E la città comincia a fare i conti con le espulsioni. A settembre 2024, ricostruisce il Corriere della Romagna, la stessa dottoressa aggiorna il conteggio: «Ciao Nicola! Qui a Ravenna almeno altre quattro non idoneità». In risposta dal medico No Cpr arriva l’emoticon col bicipite pompato. E quando i numeri cominciano a crescere, le risposte di Cocco sarebbero state: «Grande» o anche «gradissim*». È a quel punto che avrebbe svelato l’intento: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». La «cuenta» dei ribelli.
I pm della Procura di Ravenna, Daniele Barberini e Angela Scorza, hanno chiesto la sospensione per un anno per alcuni dei camici bianchi indagati. Le chat recuperate dagli investigatori raccontano un dialogo costante. Quasi due anni di contatti. Decine di pagine tra messaggi e intercettazioni ambientali sembrerebbero ricostruire una progressiva convergenza di intenti. All’inizio c’è un confronto. Che poi sarebbe diventato sostegno. E che si sarebbe trasformato infine in un’adesione alla campagna «No Cpr». Una traccia sarebbe rinvenibile nelle chat il 3 maggio del 2024. Una delle infettivologhe che nelle conversazioni, riporta il Corriere della Romagna, si definisce «anarchica e antagonista», condivide con i colleghi un articolo scritto proprio da Cocco sui rischi sanitari all’interno dei Cpr. Il messaggio che accompagna il link: «Abbiamo organizzato un incontro online per chiarirci le idee». Da quel momento il passaparola prende velocità: «Noi stiamo aderendo alla campagna No ai Cpr».
Secondo la ricostruzione investigativa, gli effetti non restano confinati alla discussione teorica. Si rifletterebbero anche nei numeri delle certificazioni mediche. A luglio 2024 una delle dottoresse scrive: «Ho dato la non idoneità per un Cpr e il ragazzo è tornato a ringraziarmi». Nel corso del 2025, secondo quanto emergerebbe dalle conversazioni, il clima nel reparto sarebbe cambiato. Nelle chat sarebbe comparso un senso di appartenenza. Uno dei messaggi sembra descriverlo in modo netto: «Ormai ci siamo dentro da così tanto... è una rottura, ma la scelta è puramente etica». E torna il bilancio: «Noi avremo dato più di 20 non idoneità e non è successo niente». Infine l’invito alla compattezza: «La cosa importante è essere uniti e non succede nulla».
L’episodio che fa scattare l’allarme arriva nell’estate del 2024. È luglio. Un certificato medico attira l’attenzione degli agenti dello Sco, il Servizio centrale operativo della polizia di Stato. Il modulo utilizzato è un prestampato della Simm. E sarebbe stato usato per dichiarare una non idoneità. Una delle dottoresse l’aveva ottenuto chiedendo se durante gli incontri online della campagna fosse stata suggerita «una possibile formula da utilizzare nella dichiarazione di non idoneità». Il referto prodotto con quel modulo diventa la prima crepa. Gli agenti entrano in ospedale. E in reparto comincia a diffondersi una certa preoccupazione. Una delle dottoresse scrive a una collega: «Ho un’urgenza. È arrivato l’ispettore e ora mi vogliono fare un verbale. Ho bisogno di non fare passi falsi, la polizia mi tampina, è un incubo». L’ipotesi di un’indagine prende forma. E nelle chat c’è chi prova a rassicurare. Un collega di Rimini interviene: «Va beh ci provano... e poi? Chi certifica sei tu, si attaccano». Ma la tensione cresce. E nella rete dei contatti viene chiamato in causa anche Cocco. La risposta che sarebbe arrivata è durissima. «Gli facciamo il c... a sti sbirri maledetti». Per lui, «i colleghi di Ravenna hanno espresso un parere clinico che evidentemente non è conforme agli obiettivi dell’amministrazione sull’immigrazione». Ora bisognerà capire se è conforme alla legge.
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