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2023-02-15
Lombardia, puzzle complesso. Dovrebbe restare Bertolaso ma con un dg espresso da Fdi
Dopo i festeggiamenti di rito, e la soddisfazione per il 55% conquistato alle urne, per gli alleati di centrodestra è arrivato il momento di sedersi al tavolo delle trattative per formare la nuova giunta di Attilio Fontana. Al momento, confermano da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, circolano solo ipotesi. Non c’è alcuna certezza. Ma c’è meno di un mese di tempo. Per avviare le procedure di insediamento bisognerà attendere la proclamazione degli eletti (presidente e consiglieri regionali), che potrebbe avvenire tra il 6 e il 16 marzo (in occasione delle precedenti elezioni la proclamazione è sempre avvenuta almeno 20 giorni dopo il voto). Poi entro i tre giorni successivi alla proclamazione, il governatore Fontana dovrà comunicare la composizione della giunta regionale. Indicativamente tra il 16 e il 31 marzo si dovrà tenere la prima seduta del Consiglio regionale che sarà presieduta all’inizio dal consigliere più anziano di età. Toccherebbe a Vittorio Feltri, che però pare non ne voglia sapere.
Di più se ne saprà di sicuro questo venerdì, quando ci sarà una riunione del coordinamento regionale del partito di Giorgia Meloni, vero vincitore di queste elezioni regionali, primo partito con il 25% dei consensi. Dai tre consiglieri eletti nel 2018 Fdi passa a 22, quasi la metà dei 48 che compongono la nuova maggioranza. La Lega arriva a 19 (calcolando anche la lista Fontana) mentre Forza Italia è ferma a 6 (un seggio poi a Noi moderati-Rinscimento). Daniela Santanchè, che oltre a essere ministro del Turismo è anche coordinatrice lombarda, radunerà quindi dopodomani i suoi vice e gli eletti. Solo allora si comincerà a ragionare. Spetterà quindi a lei condurre le trattative in questa prima fase istruttoria, ma poi sulle regioni avrà sempre un’ultima parola la stessa Meloni che seguirà la composizione della nuova squadra di governo lombarda.
Ci saranno da trovare alcuni incastri non semplici. Al tavolo con la Santanchè ci saranno gli alleati della Lega, rappresentati oltre che dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti anche da Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana. A rappresentare Forza Italia ci sarà invece Licia Ronzulli, braccio destro del leader azzurro Silvio Berlusconi. I capitoli più spinosi sono due, i vicepresidenti e l’assessore alla Sanità. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi che la vicepresidenza potesse andare a Romano La Russa, fratello di Ignazio, presidente del Senato, con l’idea di farne una sorta di «commissario» di Fontana. Ma al momento non ci sono certezze, spiegano anche dentro Fdi. Del resto, tutti riconoscono la storia di Romano dentro il partito, ma ci sono eletti che hanno raccolto 10.000, 8.000, 7000 preferenze: non possono essere ignorati. Per esempio Christian Garavaglia a Milano è il più votato con 10.329 preferenze, a Bergamo Paolo Franco ha superato le 8.000 e Lara Magoni è a 7.789.
Dopodiché ci sarà da affrontare la questione Sanità. Ieri proprio il ministro Santanchè è tornata a farsi sentire. In Lombardia «sulla sanità», ha detto al Tg3, «dobbiamo sicuramente mettere a posto qualcosa, perché è stato fatto un buon lavoro ma bisogna fare di più su pronto soccorso e medici di base». La settimana scorsa si ragionava sulla permanenza di Guido Bertolaso e al contempo con l’arrivo di un nuovo direttore generale che sarà espressione del partito di Giorgia Meloni magari con già un bagaglio professionale nelle precedenti giunte di Roberto Maroni e Roberto Formigoni. Ma su Bertolaso nemmeno Matteo Salvini mette la mano sul fuoco. «Non sta a me indicare nomi e cognomi dei prossimi assessori», ha detto il segretario leghista confidando in tempi brevi e ricordando che la giunta Fontana «è sempre stata equilibrata e continuerà ad esserlo. Penso che voglia fare la squadra di più alto profilo possibile [...]: è giusto che abbia l’ultima parola».
Fdi avrà di sicuro poi assessorati di peso, come i Trasporti, il Turismo e le Attività produttive. I nomi sono ancora da definire. Si parla anche del possibile approdo di Stefano Zecchi all’assessorato alla Cultura. Tra i leghisti in rampa di lancio c’è di sicuro Davide Caparini, forte di oltre 9.000 preferenze o Floriano Massari, oltre le 10.000, come anche Massimo Sertori o Elena Lucchini, entrambi oltre le 7.000.
Ci sarà poi da affrontare il tema della rappresentanza femminile. Bisognerà infine trovare una sintesi, un equilibrio con i territori e le anime interne ai vari partiti. Il puzzle è complesso, non solo in Fratelli d’Italia ma anche nella Lega dove la perdita di voti rispetto alle elezioni regionali del. 2018 sta creando malumori un po’ in tutte le province, tranne Como e Sondrio dove la compagine di Salvini ha superato gli alleati meloniani.
Rocca potrebbe tenere la Sanità e a Sgarbi promette: «Basta eolico»
«Una squadra straordinaria». Il neopresidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha conquistato il 53,9% delle preferenze, lo ha assicurato fin da subito, ancora con la voce incrinata dall’emozione per la vittoria elettorale oltre le aspettative: «La mia giunta sarà una squadra straordinaria. Prevarrà il senso di responsabilità e l’impegno a riportare i cittadini a una partecipazione alla vita democratica che si è andata affievolendo, come mostrano i dati sulla scarsa partecipazione al voto».
E appena chiuse le urne si è aperto il toto nomi per la formazione di una giunta di centrodestra che rientra alla Pisana 10 anni dopo quella di centrosinistra guidata da Nicola Zingaretti e 11 dopo quella di centrodestra di Renata Polverini. È stato lo stesso Rocca a sottolineare che la formazione della squadra «di sicuro scelta da me, non mi farò imporre nomi. Ho delle idee che voglio esporre prima ai leader della coalizione. L’ultima volta ci sono voluti una ventina giorni. Dobbiamo partire subito, non possiamo perdere nemmeno un giorno». E se fin dalla campagna elettorale l’ex presidente della Croce Rossa ha assicurato il massimo impegno per risollevare una sanità che ha mortificato la dignità dei cittadini, sulla possibilità di tenere le delega, Rocca ha chiarito: «Sicuramente seguirò la sanità molto da vicino ma ancora non ho preso una decisione» ed ha anticipato una scelta: «Ho promesso a Vittorio Sgarbi che faremo un piano regolatore energetico nel Lazio. Non consentiremo lo scempio del territorio con i parchi eolici, che invece devono essere offshore». Inoltre ha annunciato l’intenzione di «revocare quella delibera che ha regalato 2.000 ettari di tenuta agricola al Comune di Roma a canone surreale».
In attesa dei vertici con gli alleati per una «equa spartizione» in virtù delle preferenze, sulla giunta che verrà si può fare qualche previsione. La vice del presidente potrebbe essere una donna come Roberta Angelilli, capolista rampelliana, già vicepresidente dell’Europarlamento, una lunga esperienza politica nel centrodestra, dal Fronte della gioventù a Fdi. Malgrado il ritardo nello scrutinio di Roma e provincia, il meloniano più votato ieri pomeriggio era Giancarlo Righini, oltre 21.000 preferenze, uomo forte del ministro Francesco Lollobrigida, al terzo mandato regionale e al quale potrebbe andare un assessorato altrettanto forte o la vicepresidenza del Consiglio. Una manciata di voti in meno avrebbe l’uscente Fabrizio Ghera, il front runner del gruppo di Fabio Rampelli, (leader dei Gabbiani, unica corrente interna a Fdi, al quale è stata tolta la gestione del partito romano) che potrebbe aggiudicarsi un altro assessorato forte come Trasporti o Lavori pubblici. Altra campionessa di preferenze, 19.500, Micol Grasselli che potrebbe conquistare un posto in giunta dove, come promesso dal neogovernatore, ci sarà anche un assessore alla Cultura, cancellato 10 anni fa da Zingaretti. Dalla lista civica di Rocca sarebbe garantito un posto per Mario Crea e Carolina Casini.
In odore di assessorato ci sarebbero l’ex consigliere provinciale Marco Bertucci, l’ex senatore Fabio De Lillo, Flavio Cera, i consiglieri regionali uscenti Antonio Aurigemma, Laura Corrotti, Massimiliano Maselli, anche se, come dicono in Fdi, potrebbe essere premiato qualche «primo non eletto» per averci messo la faccia ma avendo le competenze. Naturalmente poi qualche assessorato di peso sarà rivendicato dagli alleati. La Lega dovrebbe avere 3 consiglieri sicuri mentre sarebbe in forse, tra assessorato o presidenza del Consiglio regionale, Pino Cangemi. Per Forza Italia, un seggio sicuro per 3 esponenti mentre sarebbe favorito per l’accesso alla giunta Giorgio Simeoni. Nomi che arrivano soprattutto dalle province dove, a cominciare da Rieti (terra del coordinatore regionale di Fdi, Paolo Trancassini) sono stati raggiunti risultati oltre le previsioni. Tutto «rispettando» i numeri della legge elettorale: 30 consiglieri alla maggioranza e 20 all’opposizione. Il gruppo più consistente sarà quello di Fdi a cui vanno 22 seggi, grazie al 33% delle preferenze, in assoluto il partito più votato. Dovrebbe scattare un seggio anche per l’Udc mentre resta a bocca asciutta la lista Noi Rinascimento.
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Attilio Fontana dovrà trovare incastri non semplici. Le vicepresidenze altro capitolo spinoso. Stefano Zecchi probabile assessore alla Cultura. Tra 16 e 31 marzo prima seduta del Consiglio.Il governatore del Lazio Francesco Rocca: «La squadra la scelgo io, non mi farò imporre alcun nome».Lo speciale contiene due articoli.Dopo i festeggiamenti di rito, e la soddisfazione per il 55% conquistato alle urne, per gli alleati di centrodestra è arrivato il momento di sedersi al tavolo delle trattative per formare la nuova giunta di Attilio Fontana. Al momento, confermano da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, circolano solo ipotesi. Non c’è alcuna certezza. Ma c’è meno di un mese di tempo. Per avviare le procedure di insediamento bisognerà attendere la proclamazione degli eletti (presidente e consiglieri regionali), che potrebbe avvenire tra il 6 e il 16 marzo (in occasione delle precedenti elezioni la proclamazione è sempre avvenuta almeno 20 giorni dopo il voto). Poi entro i tre giorni successivi alla proclamazione, il governatore Fontana dovrà comunicare la composizione della giunta regionale. Indicativamente tra il 16 e il 31 marzo si dovrà tenere la prima seduta del Consiglio regionale che sarà presieduta all’inizio dal consigliere più anziano di età. Toccherebbe a Vittorio Feltri, che però pare non ne voglia sapere. Di più se ne saprà di sicuro questo venerdì, quando ci sarà una riunione del coordinamento regionale del partito di Giorgia Meloni, vero vincitore di queste elezioni regionali, primo partito con il 25% dei consensi. Dai tre consiglieri eletti nel 2018 Fdi passa a 22, quasi la metà dei 48 che compongono la nuova maggioranza. La Lega arriva a 19 (calcolando anche la lista Fontana) mentre Forza Italia è ferma a 6 (un seggio poi a Noi moderati-Rinscimento). Daniela Santanchè, che oltre a essere ministro del Turismo è anche coordinatrice lombarda, radunerà quindi dopodomani i suoi vice e gli eletti. Solo allora si comincerà a ragionare. Spetterà quindi a lei condurre le trattative in questa prima fase istruttoria, ma poi sulle regioni avrà sempre un’ultima parola la stessa Meloni che seguirà la composizione della nuova squadra di governo lombarda.Ci saranno da trovare alcuni incastri non semplici. Al tavolo con la Santanchè ci saranno gli alleati della Lega, rappresentati oltre che dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti anche da Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana. A rappresentare Forza Italia ci sarà invece Licia Ronzulli, braccio destro del leader azzurro Silvio Berlusconi. I capitoli più spinosi sono due, i vicepresidenti e l’assessore alla Sanità. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi che la vicepresidenza potesse andare a Romano La Russa, fratello di Ignazio, presidente del Senato, con l’idea di farne una sorta di «commissario» di Fontana. Ma al momento non ci sono certezze, spiegano anche dentro Fdi. Del resto, tutti riconoscono la storia di Romano dentro il partito, ma ci sono eletti che hanno raccolto 10.000, 8.000, 7000 preferenze: non possono essere ignorati. Per esempio Christian Garavaglia a Milano è il più votato con 10.329 preferenze, a Bergamo Paolo Franco ha superato le 8.000 e Lara Magoni è a 7.789.Dopodiché ci sarà da affrontare la questione Sanità. Ieri proprio il ministro Santanchè è tornata a farsi sentire. In Lombardia «sulla sanità», ha detto al Tg3, «dobbiamo sicuramente mettere a posto qualcosa, perché è stato fatto un buon lavoro ma bisogna fare di più su pronto soccorso e medici di base». La settimana scorsa si ragionava sulla permanenza di Guido Bertolaso e al contempo con l’arrivo di un nuovo direttore generale che sarà espressione del partito di Giorgia Meloni magari con già un bagaglio professionale nelle precedenti giunte di Roberto Maroni e Roberto Formigoni. Ma su Bertolaso nemmeno Matteo Salvini mette la mano sul fuoco. «Non sta a me indicare nomi e cognomi dei prossimi assessori», ha detto il segretario leghista confidando in tempi brevi e ricordando che la giunta Fontana «è sempre stata equilibrata e continuerà ad esserlo. Penso che voglia fare la squadra di più alto profilo possibile [...]: è giusto che abbia l’ultima parola». Fdi avrà di sicuro poi assessorati di peso, come i Trasporti, il Turismo e le Attività produttive. I nomi sono ancora da definire. Si parla anche del possibile approdo di Stefano Zecchi all’assessorato alla Cultura. Tra i leghisti in rampa di lancio c’è di sicuro Davide Caparini, forte di oltre 9.000 preferenze o Floriano Massari, oltre le 10.000, come anche Massimo Sertori o Elena Lucchini, entrambi oltre le 7.000.Ci sarà poi da affrontare il tema della rappresentanza femminile. Bisognerà infine trovare una sintesi, un equilibrio con i territori e le anime interne ai vari partiti. Il puzzle è complesso, non solo in Fratelli d’Italia ma anche nella Lega dove la perdita di voti rispetto alle elezioni regionali del. 2018 sta creando malumori un po’ in tutte le province, tranne Como e Sondrio dove la compagine di Salvini ha superato gli alleati meloniani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-puzzle-complesso-2659417656.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rocca-potrebbe-tenere-la-sanita-e-a-sgarbi-promette-basta-eolico" data-post-id="2659417656" data-published-at="1676422071" data-use-pagination="False"> Rocca potrebbe tenere la Sanità e a Sgarbi promette: «Basta eolico» «Una squadra straordinaria». Il neopresidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha conquistato il 53,9% delle preferenze, lo ha assicurato fin da subito, ancora con la voce incrinata dall’emozione per la vittoria elettorale oltre le aspettative: «La mia giunta sarà una squadra straordinaria. Prevarrà il senso di responsabilità e l’impegno a riportare i cittadini a una partecipazione alla vita democratica che si è andata affievolendo, come mostrano i dati sulla scarsa partecipazione al voto». E appena chiuse le urne si è aperto il toto nomi per la formazione di una giunta di centrodestra che rientra alla Pisana 10 anni dopo quella di centrosinistra guidata da Nicola Zingaretti e 11 dopo quella di centrodestra di Renata Polverini. È stato lo stesso Rocca a sottolineare che la formazione della squadra «di sicuro scelta da me, non mi farò imporre nomi. Ho delle idee che voglio esporre prima ai leader della coalizione. L’ultima volta ci sono voluti una ventina giorni. Dobbiamo partire subito, non possiamo perdere nemmeno un giorno». E se fin dalla campagna elettorale l’ex presidente della Croce Rossa ha assicurato il massimo impegno per risollevare una sanità che ha mortificato la dignità dei cittadini, sulla possibilità di tenere le delega, Rocca ha chiarito: «Sicuramente seguirò la sanità molto da vicino ma ancora non ho preso una decisione» ed ha anticipato una scelta: «Ho promesso a Vittorio Sgarbi che faremo un piano regolatore energetico nel Lazio. Non consentiremo lo scempio del territorio con i parchi eolici, che invece devono essere offshore». Inoltre ha annunciato l’intenzione di «revocare quella delibera che ha regalato 2.000 ettari di tenuta agricola al Comune di Roma a canone surreale». In attesa dei vertici con gli alleati per una «equa spartizione» in virtù delle preferenze, sulla giunta che verrà si può fare qualche previsione. La vice del presidente potrebbe essere una donna come Roberta Angelilli, capolista rampelliana, già vicepresidente dell’Europarlamento, una lunga esperienza politica nel centrodestra, dal Fronte della gioventù a Fdi. Malgrado il ritardo nello scrutinio di Roma e provincia, il meloniano più votato ieri pomeriggio era Giancarlo Righini, oltre 21.000 preferenze, uomo forte del ministro Francesco Lollobrigida, al terzo mandato regionale e al quale potrebbe andare un assessorato altrettanto forte o la vicepresidenza del Consiglio. Una manciata di voti in meno avrebbe l’uscente Fabrizio Ghera, il front runner del gruppo di Fabio Rampelli, (leader dei Gabbiani, unica corrente interna a Fdi, al quale è stata tolta la gestione del partito romano) che potrebbe aggiudicarsi un altro assessorato forte come Trasporti o Lavori pubblici. Altra campionessa di preferenze, 19.500, Micol Grasselli che potrebbe conquistare un posto in giunta dove, come promesso dal neogovernatore, ci sarà anche un assessore alla Cultura, cancellato 10 anni fa da Zingaretti. Dalla lista civica di Rocca sarebbe garantito un posto per Mario Crea e Carolina Casini. In odore di assessorato ci sarebbero l’ex consigliere provinciale Marco Bertucci, l’ex senatore Fabio De Lillo, Flavio Cera, i consiglieri regionali uscenti Antonio Aurigemma, Laura Corrotti, Massimiliano Maselli, anche se, come dicono in Fdi, potrebbe essere premiato qualche «primo non eletto» per averci messo la faccia ma avendo le competenze. Naturalmente poi qualche assessorato di peso sarà rivendicato dagli alleati. La Lega dovrebbe avere 3 consiglieri sicuri mentre sarebbe in forse, tra assessorato o presidenza del Consiglio regionale, Pino Cangemi. Per Forza Italia, un seggio sicuro per 3 esponenti mentre sarebbe favorito per l’accesso alla giunta Giorgio Simeoni. Nomi che arrivano soprattutto dalle province dove, a cominciare da Rieti (terra del coordinatore regionale di Fdi, Paolo Trancassini) sono stati raggiunti risultati oltre le previsioni. Tutto «rispettando» i numeri della legge elettorale: 30 consiglieri alla maggioranza e 20 all’opposizione. Il gruppo più consistente sarà quello di Fdi a cui vanno 22 seggi, grazie al 33% delle preferenze, in assoluto il partito più votato. Dovrebbe scattare un seggio anche per l’Udc mentre resta a bocca asciutta la lista Noi Rinascimento.
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
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Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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Saranno infatti otto le classi seconde che seguiranno la lezione di islam dalla durata di ben due ore. Troppi alunni per la capienza di un’unica Aula Magna e, pertanto, verranno effettuati due turni: uno dalle 8 alle 10 e l’altro dalle 11 alle 13. Lezioni rigorosamente «in presenza», specifica il documento protocollato e firmato dal dirigente scolastico Gennaro Scotto di Ciccariello che, alla Verità, dichiara che l’evento riguarderà «il dialogo tra le culture e le religioni anche in un’ottica di una corretta applicazione da quanto richiesto dalla promozione dell’educazione civica». Un dialogo un po’ originale, verrebbe da dire, dato che sabato non è prevista alcuna figura oltre al referente islamico e, ovviamente, ai docenti in servizio occupati nella vigilanza. Il progetto, assicura il dirigente, è «inserito nel piano triennale dell’offerta formativa, quindi approvato dal consiglio di istituto». E in effetti, spulciando nel Ptof, apprendiamo che già nel documento del 2022 era presente un paragrafo interamente intitolato «Identità e fede islamica» in cui venivano previste «lezioni con le singole classi sulla storia e lo sviluppo dell’islam, la sua dottrina e le suddivisioni, aspetti caratteristici e ambiti di discussione (visione della donna, della fratellanza universale, del matrimonio, fondamentalismo)». Il tutto farcito da una «testimonianza diretta di fede musulmana per approfondire, dibattere e rispondere a perplessità e confrontarsi con chi vive la fede islamica in prima persona».
Insomma, un sottile cedimento culturale all’islamizzazione che non risparmia la scuola, ma nemmeno le parrocchie. Proprio il 15 aprile, il giorno in cui veniva protocollata a Modena la comunicazione del dirigente scolastico, dall’altra parte d’Italia, a Brindisi, nella parrocchia di San Lorenzo, si svolgeva un incontro con l’imam della comunità islamica locale: Khaled Bouchelaghem. All’evento, pubblicizzato anche sul sito dell’Arcidiocesi di Brindisi - Ostuni e intitolato «Conosci l’Islam?», erano invitate comunità parrocchiali, comunità religiose, operatori ecclesiali, aggregazioni, insegnanti Irc, docenti e associazioni territoriali. Da segnalare che, oltre a queste figure, ad assistere al «catechismo» islamico brindisino c’era anche l’arcivescovo Giovanni Intini, che ha concluso l’evento. Il tutto sotto il segno dello slogan «se conosci bene l’altro lo ami davvero». Uno scenario che farebbe rabbrividire gli oltre 800 martiri che, nell’agosto del 1480, furono uccisi dai Turchi guidati dal comandante Gedik Ahmet Pascià nella vicina Otranto per non essersi convertiti alla fede islamica e che vennero prima beatificati nel 1771 dal pontefice Clemente XIV e poi canonizzati il 12 maggio 2013 da papa Francesco.
E così, in un mondo dove diventa quasi strano esporre un crocifisso in un’aula (per non parlare del fare un presepe in un corridoio o intonare ad un saggio di Natale una qualsiasi canzone che sfiori leggerissimamente la nascita di Gesù Bambino), diventa sempre più accettata una lezione islamica somministrata a dei ragazzi minorenni all’interno di un istituto scolastico o a un’intera comunità all’interno di un locale cattolico.
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