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2023-02-15
Lombardia, puzzle complesso. Dovrebbe restare Bertolaso ma con un dg espresso da Fdi
Dopo i festeggiamenti di rito, e la soddisfazione per il 55% conquistato alle urne, per gli alleati di centrodestra è arrivato il momento di sedersi al tavolo delle trattative per formare la nuova giunta di Attilio Fontana. Al momento, confermano da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, circolano solo ipotesi. Non c’è alcuna certezza. Ma c’è meno di un mese di tempo. Per avviare le procedure di insediamento bisognerà attendere la proclamazione degli eletti (presidente e consiglieri regionali), che potrebbe avvenire tra il 6 e il 16 marzo (in occasione delle precedenti elezioni la proclamazione è sempre avvenuta almeno 20 giorni dopo il voto). Poi entro i tre giorni successivi alla proclamazione, il governatore Fontana dovrà comunicare la composizione della giunta regionale. Indicativamente tra il 16 e il 31 marzo si dovrà tenere la prima seduta del Consiglio regionale che sarà presieduta all’inizio dal consigliere più anziano di età. Toccherebbe a Vittorio Feltri, che però pare non ne voglia sapere.
Di più se ne saprà di sicuro questo venerdì, quando ci sarà una riunione del coordinamento regionale del partito di Giorgia Meloni, vero vincitore di queste elezioni regionali, primo partito con il 25% dei consensi. Dai tre consiglieri eletti nel 2018 Fdi passa a 22, quasi la metà dei 48 che compongono la nuova maggioranza. La Lega arriva a 19 (calcolando anche la lista Fontana) mentre Forza Italia è ferma a 6 (un seggio poi a Noi moderati-Rinscimento). Daniela Santanchè, che oltre a essere ministro del Turismo è anche coordinatrice lombarda, radunerà quindi dopodomani i suoi vice e gli eletti. Solo allora si comincerà a ragionare. Spetterà quindi a lei condurre le trattative in questa prima fase istruttoria, ma poi sulle regioni avrà sempre un’ultima parola la stessa Meloni che seguirà la composizione della nuova squadra di governo lombarda.
Ci saranno da trovare alcuni incastri non semplici. Al tavolo con la Santanchè ci saranno gli alleati della Lega, rappresentati oltre che dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti anche da Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana. A rappresentare Forza Italia ci sarà invece Licia Ronzulli, braccio destro del leader azzurro Silvio Berlusconi. I capitoli più spinosi sono due, i vicepresidenti e l’assessore alla Sanità. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi che la vicepresidenza potesse andare a Romano La Russa, fratello di Ignazio, presidente del Senato, con l’idea di farne una sorta di «commissario» di Fontana. Ma al momento non ci sono certezze, spiegano anche dentro Fdi. Del resto, tutti riconoscono la storia di Romano dentro il partito, ma ci sono eletti che hanno raccolto 10.000, 8.000, 7000 preferenze: non possono essere ignorati. Per esempio Christian Garavaglia a Milano è il più votato con 10.329 preferenze, a Bergamo Paolo Franco ha superato le 8.000 e Lara Magoni è a 7.789.
Dopodiché ci sarà da affrontare la questione Sanità. Ieri proprio il ministro Santanchè è tornata a farsi sentire. In Lombardia «sulla sanità», ha detto al Tg3, «dobbiamo sicuramente mettere a posto qualcosa, perché è stato fatto un buon lavoro ma bisogna fare di più su pronto soccorso e medici di base». La settimana scorsa si ragionava sulla permanenza di Guido Bertolaso e al contempo con l’arrivo di un nuovo direttore generale che sarà espressione del partito di Giorgia Meloni magari con già un bagaglio professionale nelle precedenti giunte di Roberto Maroni e Roberto Formigoni. Ma su Bertolaso nemmeno Matteo Salvini mette la mano sul fuoco. «Non sta a me indicare nomi e cognomi dei prossimi assessori», ha detto il segretario leghista confidando in tempi brevi e ricordando che la giunta Fontana «è sempre stata equilibrata e continuerà ad esserlo. Penso che voglia fare la squadra di più alto profilo possibile [...]: è giusto che abbia l’ultima parola».
Fdi avrà di sicuro poi assessorati di peso, come i Trasporti, il Turismo e le Attività produttive. I nomi sono ancora da definire. Si parla anche del possibile approdo di Stefano Zecchi all’assessorato alla Cultura. Tra i leghisti in rampa di lancio c’è di sicuro Davide Caparini, forte di oltre 9.000 preferenze o Floriano Massari, oltre le 10.000, come anche Massimo Sertori o Elena Lucchini, entrambi oltre le 7.000.
Ci sarà poi da affrontare il tema della rappresentanza femminile. Bisognerà infine trovare una sintesi, un equilibrio con i territori e le anime interne ai vari partiti. Il puzzle è complesso, non solo in Fratelli d’Italia ma anche nella Lega dove la perdita di voti rispetto alle elezioni regionali del. 2018 sta creando malumori un po’ in tutte le province, tranne Como e Sondrio dove la compagine di Salvini ha superato gli alleati meloniani.
Rocca potrebbe tenere la Sanità e a Sgarbi promette: «Basta eolico»
«Una squadra straordinaria». Il neopresidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha conquistato il 53,9% delle preferenze, lo ha assicurato fin da subito, ancora con la voce incrinata dall’emozione per la vittoria elettorale oltre le aspettative: «La mia giunta sarà una squadra straordinaria. Prevarrà il senso di responsabilità e l’impegno a riportare i cittadini a una partecipazione alla vita democratica che si è andata affievolendo, come mostrano i dati sulla scarsa partecipazione al voto».
E appena chiuse le urne si è aperto il toto nomi per la formazione di una giunta di centrodestra che rientra alla Pisana 10 anni dopo quella di centrosinistra guidata da Nicola Zingaretti e 11 dopo quella di centrodestra di Renata Polverini. È stato lo stesso Rocca a sottolineare che la formazione della squadra «di sicuro scelta da me, non mi farò imporre nomi. Ho delle idee che voglio esporre prima ai leader della coalizione. L’ultima volta ci sono voluti una ventina giorni. Dobbiamo partire subito, non possiamo perdere nemmeno un giorno». E se fin dalla campagna elettorale l’ex presidente della Croce Rossa ha assicurato il massimo impegno per risollevare una sanità che ha mortificato la dignità dei cittadini, sulla possibilità di tenere le delega, Rocca ha chiarito: «Sicuramente seguirò la sanità molto da vicino ma ancora non ho preso una decisione» ed ha anticipato una scelta: «Ho promesso a Vittorio Sgarbi che faremo un piano regolatore energetico nel Lazio. Non consentiremo lo scempio del territorio con i parchi eolici, che invece devono essere offshore». Inoltre ha annunciato l’intenzione di «revocare quella delibera che ha regalato 2.000 ettari di tenuta agricola al Comune di Roma a canone surreale».
In attesa dei vertici con gli alleati per una «equa spartizione» in virtù delle preferenze, sulla giunta che verrà si può fare qualche previsione. La vice del presidente potrebbe essere una donna come Roberta Angelilli, capolista rampelliana, già vicepresidente dell’Europarlamento, una lunga esperienza politica nel centrodestra, dal Fronte della gioventù a Fdi. Malgrado il ritardo nello scrutinio di Roma e provincia, il meloniano più votato ieri pomeriggio era Giancarlo Righini, oltre 21.000 preferenze, uomo forte del ministro Francesco Lollobrigida, al terzo mandato regionale e al quale potrebbe andare un assessorato altrettanto forte o la vicepresidenza del Consiglio. Una manciata di voti in meno avrebbe l’uscente Fabrizio Ghera, il front runner del gruppo di Fabio Rampelli, (leader dei Gabbiani, unica corrente interna a Fdi, al quale è stata tolta la gestione del partito romano) che potrebbe aggiudicarsi un altro assessorato forte come Trasporti o Lavori pubblici. Altra campionessa di preferenze, 19.500, Micol Grasselli che potrebbe conquistare un posto in giunta dove, come promesso dal neogovernatore, ci sarà anche un assessore alla Cultura, cancellato 10 anni fa da Zingaretti. Dalla lista civica di Rocca sarebbe garantito un posto per Mario Crea e Carolina Casini.
In odore di assessorato ci sarebbero l’ex consigliere provinciale Marco Bertucci, l’ex senatore Fabio De Lillo, Flavio Cera, i consiglieri regionali uscenti Antonio Aurigemma, Laura Corrotti, Massimiliano Maselli, anche se, come dicono in Fdi, potrebbe essere premiato qualche «primo non eletto» per averci messo la faccia ma avendo le competenze. Naturalmente poi qualche assessorato di peso sarà rivendicato dagli alleati. La Lega dovrebbe avere 3 consiglieri sicuri mentre sarebbe in forse, tra assessorato o presidenza del Consiglio regionale, Pino Cangemi. Per Forza Italia, un seggio sicuro per 3 esponenti mentre sarebbe favorito per l’accesso alla giunta Giorgio Simeoni. Nomi che arrivano soprattutto dalle province dove, a cominciare da Rieti (terra del coordinatore regionale di Fdi, Paolo Trancassini) sono stati raggiunti risultati oltre le previsioni. Tutto «rispettando» i numeri della legge elettorale: 30 consiglieri alla maggioranza e 20 all’opposizione. Il gruppo più consistente sarà quello di Fdi a cui vanno 22 seggi, grazie al 33% delle preferenze, in assoluto il partito più votato. Dovrebbe scattare un seggio anche per l’Udc mentre resta a bocca asciutta la lista Noi Rinascimento.
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Attilio Fontana dovrà trovare incastri non semplici. Le vicepresidenze altro capitolo spinoso. Stefano Zecchi probabile assessore alla Cultura. Tra 16 e 31 marzo prima seduta del Consiglio.Il governatore del Lazio Francesco Rocca: «La squadra la scelgo io, non mi farò imporre alcun nome».Lo speciale contiene due articoli.Dopo i festeggiamenti di rito, e la soddisfazione per il 55% conquistato alle urne, per gli alleati di centrodestra è arrivato il momento di sedersi al tavolo delle trattative per formare la nuova giunta di Attilio Fontana. Al momento, confermano da Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, circolano solo ipotesi. Non c’è alcuna certezza. Ma c’è meno di un mese di tempo. Per avviare le procedure di insediamento bisognerà attendere la proclamazione degli eletti (presidente e consiglieri regionali), che potrebbe avvenire tra il 6 e il 16 marzo (in occasione delle precedenti elezioni la proclamazione è sempre avvenuta almeno 20 giorni dopo il voto). Poi entro i tre giorni successivi alla proclamazione, il governatore Fontana dovrà comunicare la composizione della giunta regionale. Indicativamente tra il 16 e il 31 marzo si dovrà tenere la prima seduta del Consiglio regionale che sarà presieduta all’inizio dal consigliere più anziano di età. Toccherebbe a Vittorio Feltri, che però pare non ne voglia sapere. Di più se ne saprà di sicuro questo venerdì, quando ci sarà una riunione del coordinamento regionale del partito di Giorgia Meloni, vero vincitore di queste elezioni regionali, primo partito con il 25% dei consensi. Dai tre consiglieri eletti nel 2018 Fdi passa a 22, quasi la metà dei 48 che compongono la nuova maggioranza. La Lega arriva a 19 (calcolando anche la lista Fontana) mentre Forza Italia è ferma a 6 (un seggio poi a Noi moderati-Rinscimento). Daniela Santanchè, che oltre a essere ministro del Turismo è anche coordinatrice lombarda, radunerà quindi dopodomani i suoi vice e gli eletti. Solo allora si comincerà a ragionare. Spetterà quindi a lei condurre le trattative in questa prima fase istruttoria, ma poi sulle regioni avrà sempre un’ultima parola la stessa Meloni che seguirà la composizione della nuova squadra di governo lombarda.Ci saranno da trovare alcuni incastri non semplici. Al tavolo con la Santanchè ci saranno gli alleati della Lega, rappresentati oltre che dal coordinatore regionale Fabrizio Cecchetti anche da Giulia Martinelli, capo segreteria di Fontana. A rappresentare Forza Italia ci sarà invece Licia Ronzulli, braccio destro del leader azzurro Silvio Berlusconi. I capitoli più spinosi sono due, i vicepresidenti e l’assessore alla Sanità. Nelle ultime settimane era circolata l’ipotesi che la vicepresidenza potesse andare a Romano La Russa, fratello di Ignazio, presidente del Senato, con l’idea di farne una sorta di «commissario» di Fontana. Ma al momento non ci sono certezze, spiegano anche dentro Fdi. Del resto, tutti riconoscono la storia di Romano dentro il partito, ma ci sono eletti che hanno raccolto 10.000, 8.000, 7000 preferenze: non possono essere ignorati. Per esempio Christian Garavaglia a Milano è il più votato con 10.329 preferenze, a Bergamo Paolo Franco ha superato le 8.000 e Lara Magoni è a 7.789.Dopodiché ci sarà da affrontare la questione Sanità. Ieri proprio il ministro Santanchè è tornata a farsi sentire. In Lombardia «sulla sanità», ha detto al Tg3, «dobbiamo sicuramente mettere a posto qualcosa, perché è stato fatto un buon lavoro ma bisogna fare di più su pronto soccorso e medici di base». La settimana scorsa si ragionava sulla permanenza di Guido Bertolaso e al contempo con l’arrivo di un nuovo direttore generale che sarà espressione del partito di Giorgia Meloni magari con già un bagaglio professionale nelle precedenti giunte di Roberto Maroni e Roberto Formigoni. Ma su Bertolaso nemmeno Matteo Salvini mette la mano sul fuoco. «Non sta a me indicare nomi e cognomi dei prossimi assessori», ha detto il segretario leghista confidando in tempi brevi e ricordando che la giunta Fontana «è sempre stata equilibrata e continuerà ad esserlo. Penso che voglia fare la squadra di più alto profilo possibile [...]: è giusto che abbia l’ultima parola». Fdi avrà di sicuro poi assessorati di peso, come i Trasporti, il Turismo e le Attività produttive. I nomi sono ancora da definire. Si parla anche del possibile approdo di Stefano Zecchi all’assessorato alla Cultura. Tra i leghisti in rampa di lancio c’è di sicuro Davide Caparini, forte di oltre 9.000 preferenze o Floriano Massari, oltre le 10.000, come anche Massimo Sertori o Elena Lucchini, entrambi oltre le 7.000.Ci sarà poi da affrontare il tema della rappresentanza femminile. Bisognerà infine trovare una sintesi, un equilibrio con i territori e le anime interne ai vari partiti. Il puzzle è complesso, non solo in Fratelli d’Italia ma anche nella Lega dove la perdita di voti rispetto alle elezioni regionali del. 2018 sta creando malumori un po’ in tutte le province, tranne Como e Sondrio dove la compagine di Salvini ha superato gli alleati meloniani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lombardia-puzzle-complesso-2659417656.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="rocca-potrebbe-tenere-la-sanita-e-a-sgarbi-promette-basta-eolico" data-post-id="2659417656" data-published-at="1676422071" data-use-pagination="False"> Rocca potrebbe tenere la Sanità e a Sgarbi promette: «Basta eolico» «Una squadra straordinaria». Il neopresidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, che ha conquistato il 53,9% delle preferenze, lo ha assicurato fin da subito, ancora con la voce incrinata dall’emozione per la vittoria elettorale oltre le aspettative: «La mia giunta sarà una squadra straordinaria. Prevarrà il senso di responsabilità e l’impegno a riportare i cittadini a una partecipazione alla vita democratica che si è andata affievolendo, come mostrano i dati sulla scarsa partecipazione al voto». E appena chiuse le urne si è aperto il toto nomi per la formazione di una giunta di centrodestra che rientra alla Pisana 10 anni dopo quella di centrosinistra guidata da Nicola Zingaretti e 11 dopo quella di centrodestra di Renata Polverini. È stato lo stesso Rocca a sottolineare che la formazione della squadra «di sicuro scelta da me, non mi farò imporre nomi. Ho delle idee che voglio esporre prima ai leader della coalizione. L’ultima volta ci sono voluti una ventina giorni. Dobbiamo partire subito, non possiamo perdere nemmeno un giorno». E se fin dalla campagna elettorale l’ex presidente della Croce Rossa ha assicurato il massimo impegno per risollevare una sanità che ha mortificato la dignità dei cittadini, sulla possibilità di tenere le delega, Rocca ha chiarito: «Sicuramente seguirò la sanità molto da vicino ma ancora non ho preso una decisione» ed ha anticipato una scelta: «Ho promesso a Vittorio Sgarbi che faremo un piano regolatore energetico nel Lazio. Non consentiremo lo scempio del territorio con i parchi eolici, che invece devono essere offshore». Inoltre ha annunciato l’intenzione di «revocare quella delibera che ha regalato 2.000 ettari di tenuta agricola al Comune di Roma a canone surreale». In attesa dei vertici con gli alleati per una «equa spartizione» in virtù delle preferenze, sulla giunta che verrà si può fare qualche previsione. La vice del presidente potrebbe essere una donna come Roberta Angelilli, capolista rampelliana, già vicepresidente dell’Europarlamento, una lunga esperienza politica nel centrodestra, dal Fronte della gioventù a Fdi. Malgrado il ritardo nello scrutinio di Roma e provincia, il meloniano più votato ieri pomeriggio era Giancarlo Righini, oltre 21.000 preferenze, uomo forte del ministro Francesco Lollobrigida, al terzo mandato regionale e al quale potrebbe andare un assessorato altrettanto forte o la vicepresidenza del Consiglio. Una manciata di voti in meno avrebbe l’uscente Fabrizio Ghera, il front runner del gruppo di Fabio Rampelli, (leader dei Gabbiani, unica corrente interna a Fdi, al quale è stata tolta la gestione del partito romano) che potrebbe aggiudicarsi un altro assessorato forte come Trasporti o Lavori pubblici. Altra campionessa di preferenze, 19.500, Micol Grasselli che potrebbe conquistare un posto in giunta dove, come promesso dal neogovernatore, ci sarà anche un assessore alla Cultura, cancellato 10 anni fa da Zingaretti. Dalla lista civica di Rocca sarebbe garantito un posto per Mario Crea e Carolina Casini. In odore di assessorato ci sarebbero l’ex consigliere provinciale Marco Bertucci, l’ex senatore Fabio De Lillo, Flavio Cera, i consiglieri regionali uscenti Antonio Aurigemma, Laura Corrotti, Massimiliano Maselli, anche se, come dicono in Fdi, potrebbe essere premiato qualche «primo non eletto» per averci messo la faccia ma avendo le competenze. Naturalmente poi qualche assessorato di peso sarà rivendicato dagli alleati. La Lega dovrebbe avere 3 consiglieri sicuri mentre sarebbe in forse, tra assessorato o presidenza del Consiglio regionale, Pino Cangemi. Per Forza Italia, un seggio sicuro per 3 esponenti mentre sarebbe favorito per l’accesso alla giunta Giorgio Simeoni. Nomi che arrivano soprattutto dalle province dove, a cominciare da Rieti (terra del coordinatore regionale di Fdi, Paolo Trancassini) sono stati raggiunti risultati oltre le previsioni. Tutto «rispettando» i numeri della legge elettorale: 30 consiglieri alla maggioranza e 20 all’opposizione. Il gruppo più consistente sarà quello di Fdi a cui vanno 22 seggi, grazie al 33% delle preferenze, in assoluto il partito più votato. Dovrebbe scattare un seggio anche per l’Udc mentre resta a bocca asciutta la lista Noi Rinascimento.
Getty Images
L’ayatollah ha inoltre bollato le proteste come frutto di una «cospirazione americana». «L’obiettivo dell’America è quello di inghiottire l’Iran», ha proseguito. «Per grazia di Dio, la nazione iraniana deve spezzare la schiena dei sediziosi, proprio come ha spezzato la schiena della sedizione», ha continuato Khamenei. Non solo. Il procuratore di Teheran, Ali Salehi, ha anche platealmente smentito Trump, il quale, nei giorni scorsi, aveva affermato che il regime khomeinista aveva annullato alcune centinaia di esecuzioni. «Dovrebbe farsi gli affari suoi», ha affermato Salehi, riferendosi al presidente americano, per poi promettere una risposta «decisa» della magistratura iraniana contro i manifestanti.
Dopo queste dichiarazioni, Trump ha rilasciato a Politico un commento lapidario. «È tempo di cercare una nuova leadership in Iran», ha dichiarato. Poi, riferendosi a Khamenei, ha aggiunto: «Questo è un uomo malato che dovrebbe governare il suo Paese come si deve e smettere di uccidere. Il suo Paese è il posto peggiore in cui vivere al mondo a causa della sua pessima leadership». Particolarmente duro si è mostrato anche il Dipartimento di Stato americano che, in un post sul suo account X in lingua farsi, ha affermato: «Abbiamo ricevuto notizie secondo cui la Repubblica islamica starebbe preparando opzioni per colpire le basi americane. Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo e, se il regime della Repubblica islamica attaccasse gli asset americani, la Repubblica islamica si troverebbe ad affrontare una forza molto, molto potente». Insomma, se negli ultimi giorni la tensione sembrava essersi parzialmente smorzata, è chiaro che ieri le fibrillazioni tra Washington e Teheran sono tornate a salire. Sotto questo aspetto, le parole di Khamenei e di Salehi hanno notevolmente gettato benzina sul fuoco. Non dimentichiamo infatti che, venerdì, Trump aveva lasciato intendere di aver cancellato (o comunque rimandato) l’attacco militare proprio in conseguenza dell’annullamento di 800 esecuzioni da parte del regime. Non solo. Nei giorni scorsi, il presidente americano aveva espresso più volte scetticismo verso l’ipotesi che il principe ereditario iraniano, Reza Pahlavi, potesse guidare un’eventuale transizione di potere a Teheran, lasciando così intendere di non essere troppo convinto di un regime change in piena regola. Certo, la Casa Bianca non aveva rinunciato a esercitare pressione sul governo iraniano tra nuove sanzioni e spostamento della portaerei Lincoln verso il Mediterraneo. Tuttavia, tra giovedì e venerdì, Trump era sembrato meno propenso a ricorrere all’opzione bellica. Dall’altra parte, non è un mistero che, già a partire dallo scorso fine settimana, il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, si fosse mosso diplomaticamente per cercare di scongiurare un’operazione militare da parte di Washington. Una serie di manovre, quelle di Araghchi, che rischiano di essere state affossate dalle recenti parole di Khamenei e Salehi.
Il regime khomeinista, che potrebbe tenere bloccato internet fino a fine marzo, è del resto internamente spaccato. Delle divisioni erano già emerse a giugno, a seguito dell’attacco statunitense ai siti nucleari iraniani. In quell’occasione, si registrò un contrasto tra la linea maggiormente diplomatica dello stesso Araghchi e quella più battagliera dei pasdaran. È dunque probabile che oggi si stiano ripresentando delle dinamiche simili in seno al regime. E adesso, le dure parole di Khamenei hanno portato Trump a propendere per un regime change. Un regime change che, qualora dovesse essere attuato, sarebbe tuttavia più simile alla «soluzione venezuelana», che a quella «afgana» o «irachena». Il presidente americano potrebbe, in altre parole, colpire il vertice del regime e scegliere poi come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. Se questa è la linea che Trump intende seguire, è chiaro che a rischiare di più sarebbero Khamenei, il suo entourage e i capi dei pasdaran. La rivista specializzata 19FortyFive ha definito questa strategia «coercizione senza proprietà». Come ha fatto in Venezuela, Trump, anche in Iran, non procederebbe a un regime change completo né tantomeno a un’operazione di nation building: due politiche, queste, rispetto a cui l’attuale presidente americano si è sempre mostrato scettico, considerandole rischiose, costose e foriere di instabilità. La soluzione migliore, per lui, sarebbe quella di «domare» il regime avversario (magari epurandone gli esponenti più problematici), per riorientare la sua politica estera, evitando al contempo che gli Usa restino impelagati in un pantano. È così che sta spingendo oggi il governo chavista «de-madurizzato» lontano dalla Cina. Ed è così che potrebbe presto fare con il governo iraniano. Non a caso, ieri il presidente americano ha appuntato i suoi strali soprattutto contro Khamenei, definendolo un «uomo malato». Chi ha orecchie per intendere...
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