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2018-08-05
L’Italia ritorna la terra promessa del calcio
Make Italy Great Again! Lo slogan parafrasato di Donald Trump sembra cucito addosso al campionato di calcio italiano. Tra due settimane parte la Serie A e la stagione 2018/2019 è già quella della svolta, prima ancora di iniziare. Nell'estate più buia a livello di nazionale, con la mancata partecipazione dell'Italia alla fase finale dei mondiali (non accadeva dal 1958), con la Figc commissariata per l'incapacità dei vertici del calcio di riorganizzarsi dopo il risultato sportivo più deludente degli ultimi 60 anni, mentre società di solida tradizione falliscono (Cesena e Bari), il pallone italico si scopre di nuovo sexy, come non lo era più stato da almeno un decennio, se non due. L'ultima vittoria di una italiana in Champions League risale al 22 maggio 2010, quando l'Inter del triplete, guidata da José Mourinho, sconfisse il Bayern Monaco nella finale di Madrid. L'Europa League? Una maledizione: l'ultimo trionfo italiano risale addirittura a 20 anni fa, stagione 1998/99. Il torneo si chiamava ancora Coppa Uefa, vinse il Parma di Alberto Malesani. Da allora, buio pesto.
Eppure, quest'anno, il miglior calciatore del mondo, Cristiano Ronaldo, e il miglior allenatore (secondo molti, Carlo Ancelotti, hanno scelto la Serie A. Non solo: le squadre italiane sono protagoniste di un calciomercato scoppiettante. La Juve, con il colpo Ronaldo, ha sorpreso tutto il mondo; l'Inter sta mettendo su uno squadrone, e sta tentando di regalarsi un super top player come Luka Modric; il Milan sembra tornato ai bei tempi di Silvio Berlusconi e ha appena presentato Gonzalo Higuain e Mattia Caldara, arrivati a Milanello in cambio del ritorno di Leonardo Bonucci alla Juve e una vagonata di milioni; il Napoli ha convinto Ancelotti a tornare in Italia dopo nove anni trascorsi all'estero, dove ha vinto tutto: non solo è entrato nella leggenda per aver portato al Real Madrid l'agognata decima Champions (la terza del ct) ma ha anche conquistato lo scudetto in Inghilterra (Chelsea), Francia (Psg) e Germania (Bayern Monaco). Lo stesso Napoli del parsimonioso Aurelio De Laurentiis sta tentando di riportare «a casa» una stella del firmamento calcistico come Edinson Cavani.
Non ci sono solo gli acquisti a far scintillare la Serie A che sta per iniziare: altrettanto importante è stato riuscire, finora, a trattenere i top player, con l'eccezione di Gianluigi Buffon, approdato a Parigi per chiudere la sua carriera, e Alisson, finito al Liverpool. Un esempio? Mauro Icardi rappresenta un sogno per mezzo mondo calcistico, compreso il Real Madrid. E che ti combina l'Inter? Non solo non lo cede, ma provoca gli spagnoli, corteggiando seriamente Modric. Non è finita qui: Paul Pogba, in rotta con Mourinho al Manchester United, starebbe meditando un clamoroso ritorno a Torino, mentre il croato Mateo Kovacic potrebbe essere strappato al Real dal Milan. Dunque, la Serie A è tornata appetibile.
I motivi del ritrovato splendore del nostro campionato sono numerosi. Nell'affare del secolo, l'acquisto di Cr7 da parte della Juventus, molto ha inciso il fattore fiscale. La legge di Bilancio 2017 ha previsto per chi si trasferisce nel nostro Paese una tassazione ordinaria dei redditi di fonte italiana, mentre tutti i redditi prodotti all'estero sono soggetti a un'imposta sostitutiva pari a 100.000 euro per il contribuente principale e a 25.000 euro per ogni familiare al seguito. In sostanza, il faraonico ingaggio percepito da Ronaldo (30 milioni netti l'anno per 4 anni) verrà tassato con le aliquote ordinarie Irpef, mentre sui ricavi esteri pagherà solo 100.000 euro. Il paradosso è che proprio l'esordio del fenomeno bianconero potrebbe saltare. La Juventus dovrebbe affrontare infatti alla prima giornata il Chievo, che rischia però la retrocessione in B nell'ambito del procedimento contro il club per presunte plusvalenze fittizie. Poiché però la sentenza è ancora di là da venire, la squadra che ne prenderebbe il posto nella massima serie, il Crotone, ha chiesto il rinvio del match per evitare di subire un danno.
Nonostante i problemi, però, l'Italia è protagonista dell'asfittico calciomercato europeo, con la Premier League che finora ha dimezzato il volume delle operazioni in entrata rispetto allo scorso anno (un miliardo di euro, furono due nell'estate 2017) e la Liga spagnola ferma a 650 milioni, 200 in meno del precedente calciomercato. Fermi anche Psg e Bundesliga, è la Serie A a movimentare la campagna trasferimenti.
Non è un caso che nella classifica delle spese per campionato, quest'anno la Serie A ha consolidato il secondo posto in Europa dietro la Premier, con acquisti per 961 milioni di euro quando mancano ancora due settimane alla chiusura del mercato. Il muro del miliardo può essere superato, mentre l'anno scorso in totale le squadre italiane spesero 878 milioni. La ragione del ritrovato appeal del calcio italiano è anche di natura tecnica: l'anno scorso, la Serie A è stato l'unico campionato europeo a restare aperto fino alla fine, con Napoli e Juve che hanno dato vita a un appassionante duello mentre in Inghilterra, Spagna, Francia e Germania i giochi erano già fatti con molte settimane di anticipo. Il fascino della passione italiana fa il resto, contribuendo a diminuire lo spread tra il nostro campionato e quelli del resto d'Europa. Anche il successo dell'asta per i diritti tv testimonia questa inversione di tendenza.
Entra in vigore il Daspo digitale. Gli ultras gridano alla «censura»
La novità più controversa della stagione calcistica 2018/2019 che sta per iniziare in Italia è l'entrata in vigore del «Codice di gradimento» per i tifosi. Si tratta della possibilità per tutte le società di vietare l'ingresso allo stadio o addirittura di revocare l'abbonamento a quei tifosi che non rispettano il «codice» etico, una serie di regole di comportamento che ciascun club dovrà stilare.
Il tifoso, sottoscrivendo l'abbonamento o semplicemente acquistando un biglietto, può ritrovarsi ad aver firmato, anche implicitamente, questo «codice». In caso di infrazione, scatta quello che è già stato ribattezzato dagli ultras «Daspo societario»: al tifoso i cui comportamenti infrangono questo regolamento può essere vietato l'ingresso allo stadio.
La novità, introdotta da un protocollo sottoscritto dal precedente governo e dalla Figc, sta scatenando una serie di proteste in tutta Italia. Le lacune, i punti interrogativi, i dubbi sono molteplici. Innanzitutto, ogni società può a sua discrezione introdurre le regole che vuole e farle entrare nel «Codice di gradimento».
Cambiare posto all'interno dello stadio, fare volantinaggio anche al di fuori dell'impianto sportivo, parcheggiare l'auto in uno stallo diverso da quello assegnato, contestare la società, perfino criticare sui social network la dirigenza, può essere motivo di divieto di accesso allo stadio o addirittura di ritiro dell'abbonamento.
Quest'ultimo è uno dei punti più controversi, con molti tifosi che già gridano alla «censura»: chi sarà infatti scoperto a scrivere su Facebook, Twitter e Instagram insulti ai limiti della diffamazione, potrà essere sanzionato dal proprio club con un richiamo ufficiale e, nei casi più gravi, con la mancata emissione del biglietto o l'abbonamento bloccato.
«Queste novità», commenta Emilio Coppola, avvocato specializzato nei reati da stadio, «hanno diverse contraddizioni, la più eclatante delle quali è l'impossibilità di ricorrere contro l'eventuale “daspo" societario. Il provvedimento infatti non è comminato dal questore o da un giudice, ma dal club, a sua discrezione. Non solo. Queste regole», aggiunge Coppola, «sono diverse da società a società, la confusione regna sovrana. Infine, fino a oggi, solo alcune società hanno varato il codice di comportamento: Fiorentina, Brescia, Roma, Atalanta, Udinese, Sampdoria. C'è molta confusione. Basta un gesto dell'ombrello rivolto all'attaccante avversario che sbaglia un gol e si può essere sanzionati con il divieto di ingresso allo stadio». I tifosi più «caldi», quelli delle curve, hanno già cominciato a mugugnare temendo che la norma che entra in vigore con l'inizio del campionato possa portare a un giro di vite. Gli ultras di tutta Italia, al di là delle rivalità, si sono riuniti perciò nei giorni scorsi ad Arezzo per discutere e criticare la novità rappresentata dal Codice di comportamento. Ne è nata una protesta che sta dilagando in tutto lo Stivale, con numerosi striscioni apparsi in molte città. Gli ultras hanno anche stilato un comunicato di fuoco nel quale esprimono le proprie perplessità: «Per la prima volta dopo tanti anni», recita il documento, «il trend negativo della media spettatori è stato finalmente invertito, interrompendo una lunga agonia che durava almeno da un decennio. Il calcio è sempre stato del popolo, e al popolo alla fine sembrava che volessero riconsegnarlo, almeno così ci era sembrato. Purtroppo, tutti oggi stanno scoprendo che la verità è un'altra». Il riferimento è appunto a «un codice comportamentale molto invasivo che nell'intenzione di molti presidenti diventerà una sorta di Daspo societario. Siamo in presenza», si legge ancora, «di una nuova spada di Damocle sulla testa di tutti i tifosi di calcio, imposta fra l'altro sottobanco e in un periodo (quello estivo) durante il quale molti cittadini sono distratti o addirittura assenti». La misura che dà più potere alle società di controllare stadi e ultras, insomma, non ha riscontrato il gradimento del tifo organizzato.
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La nostra nazionale non partecipa ai mondiali, società storiche falliscono, il Chievo rischia di retrocedere, la Figc è commissariata. Eppure la Juve prende Cr7, il Napoli ingaggia Carlo Ancelotti e l'Inter può tentare uno come Luka Modric. Le ragioni di un appeal resuscitato. Entra in vigore il Daspo digitale. Gli ultras gridano alla «censura». Previsto anche il ritiro dell'abbonamento per chi infrange il Codice stilato dai club. Lo speciale contiene due articoli. Make Italy Great Again! Lo slogan parafrasato di Donald Trump sembra cucito addosso al campionato di calcio italiano. Tra due settimane parte la Serie A e la stagione 2018/2019 è già quella della svolta, prima ancora di iniziare. Nell'estate più buia a livello di nazionale, con la mancata partecipazione dell'Italia alla fase finale dei mondiali (non accadeva dal 1958), con la Figc commissariata per l'incapacità dei vertici del calcio di riorganizzarsi dopo il risultato sportivo più deludente degli ultimi 60 anni, mentre società di solida tradizione falliscono (Cesena e Bari), il pallone italico si scopre di nuovo sexy, come non lo era più stato da almeno un decennio, se non due. L'ultima vittoria di una italiana in Champions League risale al 22 maggio 2010, quando l'Inter del triplete, guidata da José Mourinho, sconfisse il Bayern Monaco nella finale di Madrid. L'Europa League? Una maledizione: l'ultimo trionfo italiano risale addirittura a 20 anni fa, stagione 1998/99. Il torneo si chiamava ancora Coppa Uefa, vinse il Parma di Alberto Malesani. Da allora, buio pesto. Eppure, quest'anno, il miglior calciatore del mondo, Cristiano Ronaldo, e il miglior allenatore (secondo molti, Carlo Ancelotti, hanno scelto la Serie A. Non solo: le squadre italiane sono protagoniste di un calciomercato scoppiettante. La Juve, con il colpo Ronaldo, ha sorpreso tutto il mondo; l'Inter sta mettendo su uno squadrone, e sta tentando di regalarsi un super top player come Luka Modric; il Milan sembra tornato ai bei tempi di Silvio Berlusconi e ha appena presentato Gonzalo Higuain e Mattia Caldara, arrivati a Milanello in cambio del ritorno di Leonardo Bonucci alla Juve e una vagonata di milioni; il Napoli ha convinto Ancelotti a tornare in Italia dopo nove anni trascorsi all'estero, dove ha vinto tutto: non solo è entrato nella leggenda per aver portato al Real Madrid l'agognata decima Champions (la terza del ct) ma ha anche conquistato lo scudetto in Inghilterra (Chelsea), Francia (Psg) e Germania (Bayern Monaco). Lo stesso Napoli del parsimonioso Aurelio De Laurentiis sta tentando di riportare «a casa» una stella del firmamento calcistico come Edinson Cavani. Non ci sono solo gli acquisti a far scintillare la Serie A che sta per iniziare: altrettanto importante è stato riuscire, finora, a trattenere i top player, con l'eccezione di Gianluigi Buffon, approdato a Parigi per chiudere la sua carriera, e Alisson, finito al Liverpool. Un esempio? Mauro Icardi rappresenta un sogno per mezzo mondo calcistico, compreso il Real Madrid. E che ti combina l'Inter? Non solo non lo cede, ma provoca gli spagnoli, corteggiando seriamente Modric. Non è finita qui: Paul Pogba, in rotta con Mourinho al Manchester United, starebbe meditando un clamoroso ritorno a Torino, mentre il croato Mateo Kovacic potrebbe essere strappato al Real dal Milan. Dunque, la Serie A è tornata appetibile. I motivi del ritrovato splendore del nostro campionato sono numerosi. Nell'affare del secolo, l'acquisto di Cr7 da parte della Juventus, molto ha inciso il fattore fiscale. La legge di Bilancio 2017 ha previsto per chi si trasferisce nel nostro Paese una tassazione ordinaria dei redditi di fonte italiana, mentre tutti i redditi prodotti all'estero sono soggetti a un'imposta sostitutiva pari a 100.000 euro per il contribuente principale e a 25.000 euro per ogni familiare al seguito. In sostanza, il faraonico ingaggio percepito da Ronaldo (30 milioni netti l'anno per 4 anni) verrà tassato con le aliquote ordinarie Irpef, mentre sui ricavi esteri pagherà solo 100.000 euro. Il paradosso è che proprio l'esordio del fenomeno bianconero potrebbe saltare. La Juventus dovrebbe affrontare infatti alla prima giornata il Chievo, che rischia però la retrocessione in B nell'ambito del procedimento contro il club per presunte plusvalenze fittizie. Poiché però la sentenza è ancora di là da venire, la squadra che ne prenderebbe il posto nella massima serie, il Crotone, ha chiesto il rinvio del match per evitare di subire un danno. Nonostante i problemi, però, l'Italia è protagonista dell'asfittico calciomercato europeo, con la Premier League che finora ha dimezzato il volume delle operazioni in entrata rispetto allo scorso anno (un miliardo di euro, furono due nell'estate 2017) e la Liga spagnola ferma a 650 milioni, 200 in meno del precedente calciomercato. Fermi anche Psg e Bundesliga, è la Serie A a movimentare la campagna trasferimenti. Non è un caso che nella classifica delle spese per campionato, quest'anno la Serie A ha consolidato il secondo posto in Europa dietro la Premier, con acquisti per 961 milioni di euro quando mancano ancora due settimane alla chiusura del mercato. Il muro del miliardo può essere superato, mentre l'anno scorso in totale le squadre italiane spesero 878 milioni. La ragione del ritrovato appeal del calcio italiano è anche di natura tecnica: l'anno scorso, la Serie A è stato l'unico campionato europeo a restare aperto fino alla fine, con Napoli e Juve che hanno dato vita a un appassionante duello mentre in Inghilterra, Spagna, Francia e Germania i giochi erano già fatti con molte settimane di anticipo. Il fascino della passione italiana fa il resto, contribuendo a diminuire lo spread tra il nostro campionato e quelli del resto d'Europa. Anche il successo dell'asta per i diritti tv testimonia questa inversione di tendenza. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/litalia-ritorna-la-terra-promessa-del-calcio-2592713783.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="entra-in-vigore-il-daspo-digitale-gli-ultras-gridano-alla-censura" data-post-id="2592713783" data-published-at="1781258450" data-use-pagination="False"> Entra in vigore il Daspo digitale. Gli ultras gridano alla «censura» La novità più controversa della stagione calcistica 2018/2019 che sta per iniziare in Italia è l'entrata in vigore del «Codice di gradimento» per i tifosi. Si tratta della possibilità per tutte le società di vietare l'ingresso allo stadio o addirittura di revocare l'abbonamento a quei tifosi che non rispettano il «codice» etico, una serie di regole di comportamento che ciascun club dovrà stilare. Il tifoso, sottoscrivendo l'abbonamento o semplicemente acquistando un biglietto, può ritrovarsi ad aver firmato, anche implicitamente, questo «codice». In caso di infrazione, scatta quello che è già stato ribattezzato dagli ultras «Daspo societario»: al tifoso i cui comportamenti infrangono questo regolamento può essere vietato l'ingresso allo stadio. La novità, introdotta da un protocollo sottoscritto dal precedente governo e dalla Figc, sta scatenando una serie di proteste in tutta Italia. Le lacune, i punti interrogativi, i dubbi sono molteplici. Innanzitutto, ogni società può a sua discrezione introdurre le regole che vuole e farle entrare nel «Codice di gradimento». Cambiare posto all'interno dello stadio, fare volantinaggio anche al di fuori dell'impianto sportivo, parcheggiare l'auto in uno stallo diverso da quello assegnato, contestare la società, perfino criticare sui social network la dirigenza, può essere motivo di divieto di accesso allo stadio o addirittura di ritiro dell'abbonamento. Quest'ultimo è uno dei punti più controversi, con molti tifosi che già gridano alla «censura»: chi sarà infatti scoperto a scrivere su Facebook, Twitter e Instagram insulti ai limiti della diffamazione, potrà essere sanzionato dal proprio club con un richiamo ufficiale e, nei casi più gravi, con la mancata emissione del biglietto o l'abbonamento bloccato. «Queste novità», commenta Emilio Coppola, avvocato specializzato nei reati da stadio, «hanno diverse contraddizioni, la più eclatante delle quali è l'impossibilità di ricorrere contro l'eventuale “daspo" societario. Il provvedimento infatti non è comminato dal questore o da un giudice, ma dal club, a sua discrezione. Non solo. Queste regole», aggiunge Coppola, «sono diverse da società a società, la confusione regna sovrana. Infine, fino a oggi, solo alcune società hanno varato il codice di comportamento: Fiorentina, Brescia, Roma, Atalanta, Udinese, Sampdoria. C'è molta confusione. Basta un gesto dell'ombrello rivolto all'attaccante avversario che sbaglia un gol e si può essere sanzionati con il divieto di ingresso allo stadio». I tifosi più «caldi», quelli delle curve, hanno già cominciato a mugugnare temendo che la norma che entra in vigore con l'inizio del campionato possa portare a un giro di vite. Gli ultras di tutta Italia, al di là delle rivalità, si sono riuniti perciò nei giorni scorsi ad Arezzo per discutere e criticare la novità rappresentata dal Codice di comportamento. Ne è nata una protesta che sta dilagando in tutto lo Stivale, con numerosi striscioni apparsi in molte città. Gli ultras hanno anche stilato un comunicato di fuoco nel quale esprimono le proprie perplessità: «Per la prima volta dopo tanti anni», recita il documento, «il trend negativo della media spettatori è stato finalmente invertito, interrompendo una lunga agonia che durava almeno da un decennio. Il calcio è sempre stato del popolo, e al popolo alla fine sembrava che volessero riconsegnarlo, almeno così ci era sembrato. Purtroppo, tutti oggi stanno scoprendo che la verità è un'altra». Il riferimento è appunto a «un codice comportamentale molto invasivo che nell'intenzione di molti presidenti diventerà una sorta di Daspo societario. Siamo in presenza», si legge ancora, «di una nuova spada di Damocle sulla testa di tutti i tifosi di calcio, imposta fra l'altro sottobanco e in un periodo (quello estivo) durante il quale molti cittadini sono distratti o addirittura assenti». La misura che dà più potere alle società di controllare stadi e ultras, insomma, non ha riscontrato il gradimento del tifo organizzato.
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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