True
2025-03-06
Linea dura di Trump su Kiev, flussi e woke. Ma sui dazi si tratta
Donald Trump (Ansa)
Se l’Ue avesse un minimo di avvedutezza, dovrebbe studiarsi per bene il discorso che, martedì sera, Donald Trump ha pronunciato al Congresso degli Stati Uniti. In poco più di un’ora e mezza, il presidente americano ha plasticamente tracciato la sua idea di America first.
Ha innanzitutto rivendicato la linea dura in materia di immigrazione clandestina, sottolineando il recente crollo degli arrivi di immigrati irregolari alla frontiera americana. «Ho dichiarato un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale e ho schierato l’esercito e la Border Patrol degli Stati Uniti per respingere l’invasione del nostro Paese, e che lavoro hanno fatto. Di conseguenza, gli attraversamenti illegali della frontiera il mese scorso sono stati di gran lunga i più bassi mai registrati», ha dichiarato. Un altro tema affrontato è stato quello del contrasto all’ideologia liberal-progressista. «Stiamo togliendo l’ideologia woke dalle nostre scuole e dal nostro esercito ed è già fuori dalla nostra società. Non la vogliamo. L’ideologia woke è un problema, è cattiva», ha affermato.
Venendo poi all’Ucraina, Trump ha espresso apprezzamento per la lettera, arrivatagli da Volodymyr Zelensky, in cui quest’ultimo si è detto pronto «a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura». «Apprezzo che abbia inviato questa lettera», ha detto Trump, riferendosi al presidente ucraino. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «abbiamo avuto una seria discussione con la Russia e abbiamo ricevuto forti segnali che sono pronti per la pace». «È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se si vuole porre fine alle guerre, bisogna parlare con entrambe le parti», ha proseguito l’inquilino della Casa Bianca.
Trump ha anche elogiato il lavoro di spending review finora svolto dal Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Elon Musk. Nel discorso, il presidente ha elencato vari sprechi recentemente tagliati, citando, tra le altre cose, «22 miliardi di dollari del Dipartimento della salute per fornire alloggi e auto gratuite agli immigrati clandestini» e «45 milioni di dollari in borse di studio per diversità, equità e inclusione in Birmania». Ha poi menzionato «8 milioni di dollari per promuovere politiche Lgbtq+ nella nazione africana del Lesotho» e «32 milioni di dollari per un’operazione di propaganda di sinistra in Moldavia».
Insomma, in riferimento al discorso di Trump, Bruxelles dovrebbe analizzare soprattutto i passaggi su immigrazione clandestina, lotta al woke, crisi ucraina e Doge. Potrebbe finalmente capire, in questo modo, il punto di vista del presidente americano, anziché limitarsi alle semplificazioni e alle demonizzazioni. È infatti proprio partendo dalla comprensione della sua prospettiva che gli europei potrebbero intavolare delle discussioni costruttive con la Casa Bianca. Un fattore, questo, tanto più serio e urgente per quanto riguarda un altro tema, anch’esso affrontato da Trump nel suo discorso al Congresso: quello dei dazi. «Altri Paesi hanno usato tariffe contro di noi per decenni, e ora è il nostro turno di iniziare a usarle contro questi altri Paesi. Mediamente, l’Ue, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico e il Canada», ha dichiarato.
Ecco, il tema delle tariffe trumpiane è quello forse maggiormente incompreso da parte di molti europei, che si limitano a gridare allo scandalo. Quello che non si capisce (o si finge di non capire) è che il presidente americano non ha un approccio ideologico al dazio. La tariffa, per lui, è uno strumento volto a mettere sotto pressione il proprio interlocutore: l’obiettivo è quello di aprire un negoziato su una determinata questione (non necessariamente economica), trattare e spuntare un accordo il più vantaggioso possibile. Prova di questo approccio sta nel fatto che ieri la Casa Bianca ha confermato che i dazi alle auto provenienti da Canada e Messico saranno rimandati di un mese. Non è quindi escluso che Trump possa essere disposto a un atteggiamento conciliante, soprattutto nel momento in cui Messico e Canada acconsentissero alle sue richieste di rafforzare ulteriormente le loro frontiere con gli Usa, per contrastare i flussi di fentanyl e di immigrati irregolari. Ciò significa che il presidente è disposto a trattare. Per questo, davanti alla minaccia dei dazi all’Ue, Bruxelles farebbe bene a non farsi trovare impreparata. Potrebbe offrire come contropartita l’abolizione delle barriere d’ingresso e delle multe ai danni delle aziende americane: una posizione che sarebbe benaccolta dalla Casa Bianca. Un’ulteriore carta che Bruxelles potrebbe giocarsi sarebbe quella di un maggiore allineamento a Trump nel suo approccio duro sul commercio nei confronti della Cina. Peccato che, negli ultimi due anni, Parigi e Berlino abbiano ulteriormente rafforzato i loro legami con Pechino: una linea che francesi e tedeschi non sembrano intenzionati a mutare. Perché alla fine il problema è proprio questo: gli interessi franco-tedeschi rischiano di portare Bruxelles sempre più allo scontro con Washington. Uno scenario che finirebbe col danneggiare l’intera Ue. Ecco perché chi oggi auspica che Giorgia Meloni si accodi a Parigi e Berlino su Trump è fuori strada. La via da intraprendere è quella di un rilancio delle relazioni transatlantiche, non quella di inseguire le velleità inconcludenti di Francia e Germania. Con buona pace delle cordate filocinesi che remano contro la Meloni.
La Corte suprema frena il tycoon: «Da ripristinare alcuni fondi Usaid»
La Corte suprema ha decretato una battuta d’arresto per Donald Trump. Ha infatti respinto la sua richiesta di mantenere bloccati quasi 2 miliardi di dollari in fondi per gli aiuti esteri. Secondo The Hill si tratta, in particolare, di «pagamenti dovuti in base a contratti esistenti». L’ordinanza è stata emessa ieri, trovando una Corte suprema spaccata cinque a quattro. Contro il presidente si sono schierati anche due togati di nomina repubblicana: John Roberts e Amy Coney Barrett, designata dallo stesso Trump nel 2020. Tutto è nato quando alcune organizzazioni appaltatrici di Usaid hanno fatto ricorso contro il congelamento, promosso dal tycoon, degli aiuti esteri statunitensi. Il 13 febbraio, il giudice distrettuale Amir Ali - nominato da Joe Biden nel 2024 - ha stabilito che i fondi continuassero a essere erogati, mentre il caso veniva esaminato. Successivamente, i ricorrenti hanno sostenuto che l’amministrazione Trump continuava a mantenere bloccati i soldi. Al che, Ali ha decretato che il denaro oggetto del contenzioso dovesse essere speso entro la mezzanotte di mercoledì 26 febbraio. Il giorno prima, a seguito di un controricorso di Trump che chiedeva una scadenza più lunga, il giudice capo della Corte suprema, John Roberts, ha sospeso temporaneamente l’ordinanza di Ali. E arriviamo così alla decisione espressa ieri dalla maggioranza della Corte suprema, secondo cui l’ordinanza di grado inferiore deve restare in vigore, mentre la corte distrettuale dovrà «chiarire quali obblighi il governo deve adempiere». Il giudice supremo, Samuel Alito, ha espresso un duro dissenso nei confronti della decisione della maggioranza. «Ha un singolo giudice distrettuale, che probabilmente non ha giurisdizione, il potere incontrollato di costringere il governo degli Stati Uniti a pagare (e probabilmente a perdere per sempre) 2 miliardi di dollari dei contribuenti? La risposta a questa domanda dovrebbe essere un enfatico “No”, ma la maggioranza di questa corte apparentemente la pensa diversamente. Sono sbalordito», ha scritto.Tuttavia attenzione: nonostante i democratici stiano cantando vittoria, l’analista legale della Cnn, Steve Vladeck, ha definito l’ordinanza di ieri come «estremamente modesta». «In realtà non richiede all’amministrazione Trump di effettuare immediatamente pagamenti di aiuti esteri fino a 2 miliardi di dollari; spiana semplicemente la strada alla corte distrettuale, per obbligare tali pagamenti», ha specificato. Ali dovrebbe comunque tenere oggi un’udienza. Vedremo come continuerà a svilupparsi questa vicenda giudiziaria. Resta il fatto che chi parlava di una Corte suprema in mano a Trump dovrebbe oggi ricredersi. Come detto, tra i giudici che si sono schierati contro la sua amministrazione figura la Coney Barrett, da lui stesso nominata nel 2020. In tutto questo, l’attuale Casa Bianca sta puntando molto sul Dipartimento per l’efficienza governativa, che è stato incaricato di effettuare dei considerevoli tagli di spesa. A finire nel mirino di Trump è stata soprattutto l’Usaid: agenzia che, creata dall’amministrazione Kennedy nel 1961, il presidente americano considera un covo di burocrati progressisti, oltreché fondamentalmente inutile per i suoi obiettivi di politica estera.
Continua a leggereRiduci
The Donald spiega al Congresso l’America first. Poi posticipa le imposte sull’auto per Canada e Messico. L’Ue può negoziare. Respinta la richiesta di bloccare 2 miliardi di dollari. Toghe divise, la partita è aperta. Lo speciale contiene due articoli.Se l’Ue avesse un minimo di avvedutezza, dovrebbe studiarsi per bene il discorso che, martedì sera, Donald Trump ha pronunciato al Congresso degli Stati Uniti. In poco più di un’ora e mezza, il presidente americano ha plasticamente tracciato la sua idea di America first.Ha innanzitutto rivendicato la linea dura in materia di immigrazione clandestina, sottolineando il recente crollo degli arrivi di immigrati irregolari alla frontiera americana. «Ho dichiarato un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale e ho schierato l’esercito e la Border Patrol degli Stati Uniti per respingere l’invasione del nostro Paese, e che lavoro hanno fatto. Di conseguenza, gli attraversamenti illegali della frontiera il mese scorso sono stati di gran lunga i più bassi mai registrati», ha dichiarato. Un altro tema affrontato è stato quello del contrasto all’ideologia liberal-progressista. «Stiamo togliendo l’ideologia woke dalle nostre scuole e dal nostro esercito ed è già fuori dalla nostra società. Non la vogliamo. L’ideologia woke è un problema, è cattiva», ha affermato.Venendo poi all’Ucraina, Trump ha espresso apprezzamento per la lettera, arrivatagli da Volodymyr Zelensky, in cui quest’ultimo si è detto pronto «a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura». «Apprezzo che abbia inviato questa lettera», ha detto Trump, riferendosi al presidente ucraino. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «abbiamo avuto una seria discussione con la Russia e abbiamo ricevuto forti segnali che sono pronti per la pace». «È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se si vuole porre fine alle guerre, bisogna parlare con entrambe le parti», ha proseguito l’inquilino della Casa Bianca.Trump ha anche elogiato il lavoro di spending review finora svolto dal Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Elon Musk. Nel discorso, il presidente ha elencato vari sprechi recentemente tagliati, citando, tra le altre cose, «22 miliardi di dollari del Dipartimento della salute per fornire alloggi e auto gratuite agli immigrati clandestini» e «45 milioni di dollari in borse di studio per diversità, equità e inclusione in Birmania». Ha poi menzionato «8 milioni di dollari per promuovere politiche Lgbtq+ nella nazione africana del Lesotho» e «32 milioni di dollari per un’operazione di propaganda di sinistra in Moldavia».Insomma, in riferimento al discorso di Trump, Bruxelles dovrebbe analizzare soprattutto i passaggi su immigrazione clandestina, lotta al woke, crisi ucraina e Doge. Potrebbe finalmente capire, in questo modo, il punto di vista del presidente americano, anziché limitarsi alle semplificazioni e alle demonizzazioni. È infatti proprio partendo dalla comprensione della sua prospettiva che gli europei potrebbero intavolare delle discussioni costruttive con la Casa Bianca. Un fattore, questo, tanto più serio e urgente per quanto riguarda un altro tema, anch’esso affrontato da Trump nel suo discorso al Congresso: quello dei dazi. «Altri Paesi hanno usato tariffe contro di noi per decenni, e ora è il nostro turno di iniziare a usarle contro questi altri Paesi. Mediamente, l’Ue, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico e il Canada», ha dichiarato.Ecco, il tema delle tariffe trumpiane è quello forse maggiormente incompreso da parte di molti europei, che si limitano a gridare allo scandalo. Quello che non si capisce (o si finge di non capire) è che il presidente americano non ha un approccio ideologico al dazio. La tariffa, per lui, è uno strumento volto a mettere sotto pressione il proprio interlocutore: l’obiettivo è quello di aprire un negoziato su una determinata questione (non necessariamente economica), trattare e spuntare un accordo il più vantaggioso possibile. Prova di questo approccio sta nel fatto che ieri la Casa Bianca ha confermato che i dazi alle auto provenienti da Canada e Messico saranno rimandati di un mese. Non è quindi escluso che Trump possa essere disposto a un atteggiamento conciliante, soprattutto nel momento in cui Messico e Canada acconsentissero alle sue richieste di rafforzare ulteriormente le loro frontiere con gli Usa, per contrastare i flussi di fentanyl e di immigrati irregolari. Ciò significa che il presidente è disposto a trattare. Per questo, davanti alla minaccia dei dazi all’Ue, Bruxelles farebbe bene a non farsi trovare impreparata. Potrebbe offrire come contropartita l’abolizione delle barriere d’ingresso e delle multe ai danni delle aziende americane: una posizione che sarebbe benaccolta dalla Casa Bianca. Un’ulteriore carta che Bruxelles potrebbe giocarsi sarebbe quella di un maggiore allineamento a Trump nel suo approccio duro sul commercio nei confronti della Cina. Peccato che, negli ultimi due anni, Parigi e Berlino abbiano ulteriormente rafforzato i loro legami con Pechino: una linea che francesi e tedeschi non sembrano intenzionati a mutare. Perché alla fine il problema è proprio questo: gli interessi franco-tedeschi rischiano di portare Bruxelles sempre più allo scontro con Washington. Uno scenario che finirebbe col danneggiare l’intera Ue. Ecco perché chi oggi auspica che Giorgia Meloni si accodi a Parigi e Berlino su Trump è fuori strada. La via da intraprendere è quella di un rilancio delle relazioni transatlantiche, non quella di inseguire le velleità inconcludenti di Francia e Germania. Con buona pace delle cordate filocinesi che remano contro la Meloni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linea-dura-trump-su-kiev-2671279586.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-corte-suprema-frena-il-tycoon-da-ripristinare-alcuni-fondi-usaid" data-post-id="2671279586" data-published-at="1741249360" data-use-pagination="False"> La Corte suprema frena il tycoon: «Da ripristinare alcuni fondi Usaid» La Corte suprema ha decretato una battuta d’arresto per Donald Trump. Ha infatti respinto la sua richiesta di mantenere bloccati quasi 2 miliardi di dollari in fondi per gli aiuti esteri. Secondo The Hill si tratta, in particolare, di «pagamenti dovuti in base a contratti esistenti». L’ordinanza è stata emessa ieri, trovando una Corte suprema spaccata cinque a quattro. Contro il presidente si sono schierati anche due togati di nomina repubblicana: John Roberts e Amy Coney Barrett, designata dallo stesso Trump nel 2020. Tutto è nato quando alcune organizzazioni appaltatrici di Usaid hanno fatto ricorso contro il congelamento, promosso dal tycoon, degli aiuti esteri statunitensi. Il 13 febbraio, il giudice distrettuale Amir Ali - nominato da Joe Biden nel 2024 - ha stabilito che i fondi continuassero a essere erogati, mentre il caso veniva esaminato. Successivamente, i ricorrenti hanno sostenuto che l’amministrazione Trump continuava a mantenere bloccati i soldi. Al che, Ali ha decretato che il denaro oggetto del contenzioso dovesse essere speso entro la mezzanotte di mercoledì 26 febbraio. Il giorno prima, a seguito di un controricorso di Trump che chiedeva una scadenza più lunga, il giudice capo della Corte suprema, John Roberts, ha sospeso temporaneamente l’ordinanza di Ali. E arriviamo così alla decisione espressa ieri dalla maggioranza della Corte suprema, secondo cui l’ordinanza di grado inferiore deve restare in vigore, mentre la corte distrettuale dovrà «chiarire quali obblighi il governo deve adempiere». Il giudice supremo, Samuel Alito, ha espresso un duro dissenso nei confronti della decisione della maggioranza. «Ha un singolo giudice distrettuale, che probabilmente non ha giurisdizione, il potere incontrollato di costringere il governo degli Stati Uniti a pagare (e probabilmente a perdere per sempre) 2 miliardi di dollari dei contribuenti? La risposta a questa domanda dovrebbe essere un enfatico “No”, ma la maggioranza di questa corte apparentemente la pensa diversamente. Sono sbalordito», ha scritto.Tuttavia attenzione: nonostante i democratici stiano cantando vittoria, l’analista legale della Cnn, Steve Vladeck, ha definito l’ordinanza di ieri come «estremamente modesta». «In realtà non richiede all’amministrazione Trump di effettuare immediatamente pagamenti di aiuti esteri fino a 2 miliardi di dollari; spiana semplicemente la strada alla corte distrettuale, per obbligare tali pagamenti», ha specificato. Ali dovrebbe comunque tenere oggi un’udienza. Vedremo come continuerà a svilupparsi questa vicenda giudiziaria. Resta il fatto che chi parlava di una Corte suprema in mano a Trump dovrebbe oggi ricredersi. Come detto, tra i giudici che si sono schierati contro la sua amministrazione figura la Coney Barrett, da lui stesso nominata nel 2020. In tutto questo, l’attuale Casa Bianca sta puntando molto sul Dipartimento per l’efficienza governativa, che è stato incaricato di effettuare dei considerevoli tagli di spesa. A finire nel mirino di Trump è stata soprattutto l’Usaid: agenzia che, creata dall’amministrazione Kennedy nel 1961, il presidente americano considera un covo di burocrati progressisti, oltreché fondamentalmente inutile per i suoi obiettivi di politica estera.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
Continua a leggereRiduci
Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
Continua a leggereRiduci