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2025-03-06
Linea dura di Trump su Kiev, flussi e woke. Ma sui dazi si tratta
Donald Trump (Ansa)
Se l’Ue avesse un minimo di avvedutezza, dovrebbe studiarsi per bene il discorso che, martedì sera, Donald Trump ha pronunciato al Congresso degli Stati Uniti. In poco più di un’ora e mezza, il presidente americano ha plasticamente tracciato la sua idea di America first.
Ha innanzitutto rivendicato la linea dura in materia di immigrazione clandestina, sottolineando il recente crollo degli arrivi di immigrati irregolari alla frontiera americana. «Ho dichiarato un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale e ho schierato l’esercito e la Border Patrol degli Stati Uniti per respingere l’invasione del nostro Paese, e che lavoro hanno fatto. Di conseguenza, gli attraversamenti illegali della frontiera il mese scorso sono stati di gran lunga i più bassi mai registrati», ha dichiarato. Un altro tema affrontato è stato quello del contrasto all’ideologia liberal-progressista. «Stiamo togliendo l’ideologia woke dalle nostre scuole e dal nostro esercito ed è già fuori dalla nostra società. Non la vogliamo. L’ideologia woke è un problema, è cattiva», ha affermato.
Venendo poi all’Ucraina, Trump ha espresso apprezzamento per la lettera, arrivatagli da Volodymyr Zelensky, in cui quest’ultimo si è detto pronto «a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura». «Apprezzo che abbia inviato questa lettera», ha detto Trump, riferendosi al presidente ucraino. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «abbiamo avuto una seria discussione con la Russia e abbiamo ricevuto forti segnali che sono pronti per la pace». «È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se si vuole porre fine alle guerre, bisogna parlare con entrambe le parti», ha proseguito l’inquilino della Casa Bianca.
Trump ha anche elogiato il lavoro di spending review finora svolto dal Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Elon Musk. Nel discorso, il presidente ha elencato vari sprechi recentemente tagliati, citando, tra le altre cose, «22 miliardi di dollari del Dipartimento della salute per fornire alloggi e auto gratuite agli immigrati clandestini» e «45 milioni di dollari in borse di studio per diversità, equità e inclusione in Birmania». Ha poi menzionato «8 milioni di dollari per promuovere politiche Lgbtq+ nella nazione africana del Lesotho» e «32 milioni di dollari per un’operazione di propaganda di sinistra in Moldavia».
Insomma, in riferimento al discorso di Trump, Bruxelles dovrebbe analizzare soprattutto i passaggi su immigrazione clandestina, lotta al woke, crisi ucraina e Doge. Potrebbe finalmente capire, in questo modo, il punto di vista del presidente americano, anziché limitarsi alle semplificazioni e alle demonizzazioni. È infatti proprio partendo dalla comprensione della sua prospettiva che gli europei potrebbero intavolare delle discussioni costruttive con la Casa Bianca. Un fattore, questo, tanto più serio e urgente per quanto riguarda un altro tema, anch’esso affrontato da Trump nel suo discorso al Congresso: quello dei dazi. «Altri Paesi hanno usato tariffe contro di noi per decenni, e ora è il nostro turno di iniziare a usarle contro questi altri Paesi. Mediamente, l’Ue, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico e il Canada», ha dichiarato.
Ecco, il tema delle tariffe trumpiane è quello forse maggiormente incompreso da parte di molti europei, che si limitano a gridare allo scandalo. Quello che non si capisce (o si finge di non capire) è che il presidente americano non ha un approccio ideologico al dazio. La tariffa, per lui, è uno strumento volto a mettere sotto pressione il proprio interlocutore: l’obiettivo è quello di aprire un negoziato su una determinata questione (non necessariamente economica), trattare e spuntare un accordo il più vantaggioso possibile. Prova di questo approccio sta nel fatto che ieri la Casa Bianca ha confermato che i dazi alle auto provenienti da Canada e Messico saranno rimandati di un mese. Non è quindi escluso che Trump possa essere disposto a un atteggiamento conciliante, soprattutto nel momento in cui Messico e Canada acconsentissero alle sue richieste di rafforzare ulteriormente le loro frontiere con gli Usa, per contrastare i flussi di fentanyl e di immigrati irregolari. Ciò significa che il presidente è disposto a trattare. Per questo, davanti alla minaccia dei dazi all’Ue, Bruxelles farebbe bene a non farsi trovare impreparata. Potrebbe offrire come contropartita l’abolizione delle barriere d’ingresso e delle multe ai danni delle aziende americane: una posizione che sarebbe benaccolta dalla Casa Bianca. Un’ulteriore carta che Bruxelles potrebbe giocarsi sarebbe quella di un maggiore allineamento a Trump nel suo approccio duro sul commercio nei confronti della Cina. Peccato che, negli ultimi due anni, Parigi e Berlino abbiano ulteriormente rafforzato i loro legami con Pechino: una linea che francesi e tedeschi non sembrano intenzionati a mutare. Perché alla fine il problema è proprio questo: gli interessi franco-tedeschi rischiano di portare Bruxelles sempre più allo scontro con Washington. Uno scenario che finirebbe col danneggiare l’intera Ue. Ecco perché chi oggi auspica che Giorgia Meloni si accodi a Parigi e Berlino su Trump è fuori strada. La via da intraprendere è quella di un rilancio delle relazioni transatlantiche, non quella di inseguire le velleità inconcludenti di Francia e Germania. Con buona pace delle cordate filocinesi che remano contro la Meloni.
La Corte suprema frena il tycoon: «Da ripristinare alcuni fondi Usaid»
La Corte suprema ha decretato una battuta d’arresto per Donald Trump. Ha infatti respinto la sua richiesta di mantenere bloccati quasi 2 miliardi di dollari in fondi per gli aiuti esteri. Secondo The Hill si tratta, in particolare, di «pagamenti dovuti in base a contratti esistenti». L’ordinanza è stata emessa ieri, trovando una Corte suprema spaccata cinque a quattro. Contro il presidente si sono schierati anche due togati di nomina repubblicana: John Roberts e Amy Coney Barrett, designata dallo stesso Trump nel 2020. Tutto è nato quando alcune organizzazioni appaltatrici di Usaid hanno fatto ricorso contro il congelamento, promosso dal tycoon, degli aiuti esteri statunitensi. Il 13 febbraio, il giudice distrettuale Amir Ali - nominato da Joe Biden nel 2024 - ha stabilito che i fondi continuassero a essere erogati, mentre il caso veniva esaminato. Successivamente, i ricorrenti hanno sostenuto che l’amministrazione Trump continuava a mantenere bloccati i soldi. Al che, Ali ha decretato che il denaro oggetto del contenzioso dovesse essere speso entro la mezzanotte di mercoledì 26 febbraio. Il giorno prima, a seguito di un controricorso di Trump che chiedeva una scadenza più lunga, il giudice capo della Corte suprema, John Roberts, ha sospeso temporaneamente l’ordinanza di Ali. E arriviamo così alla decisione espressa ieri dalla maggioranza della Corte suprema, secondo cui l’ordinanza di grado inferiore deve restare in vigore, mentre la corte distrettuale dovrà «chiarire quali obblighi il governo deve adempiere». Il giudice supremo, Samuel Alito, ha espresso un duro dissenso nei confronti della decisione della maggioranza. «Ha un singolo giudice distrettuale, che probabilmente non ha giurisdizione, il potere incontrollato di costringere il governo degli Stati Uniti a pagare (e probabilmente a perdere per sempre) 2 miliardi di dollari dei contribuenti? La risposta a questa domanda dovrebbe essere un enfatico “No”, ma la maggioranza di questa corte apparentemente la pensa diversamente. Sono sbalordito», ha scritto.Tuttavia attenzione: nonostante i democratici stiano cantando vittoria, l’analista legale della Cnn, Steve Vladeck, ha definito l’ordinanza di ieri come «estremamente modesta». «In realtà non richiede all’amministrazione Trump di effettuare immediatamente pagamenti di aiuti esteri fino a 2 miliardi di dollari; spiana semplicemente la strada alla corte distrettuale, per obbligare tali pagamenti», ha specificato. Ali dovrebbe comunque tenere oggi un’udienza. Vedremo come continuerà a svilupparsi questa vicenda giudiziaria. Resta il fatto che chi parlava di una Corte suprema in mano a Trump dovrebbe oggi ricredersi. Come detto, tra i giudici che si sono schierati contro la sua amministrazione figura la Coney Barrett, da lui stesso nominata nel 2020. In tutto questo, l’attuale Casa Bianca sta puntando molto sul Dipartimento per l’efficienza governativa, che è stato incaricato di effettuare dei considerevoli tagli di spesa. A finire nel mirino di Trump è stata soprattutto l’Usaid: agenzia che, creata dall’amministrazione Kennedy nel 1961, il presidente americano considera un covo di burocrati progressisti, oltreché fondamentalmente inutile per i suoi obiettivi di politica estera.
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The Donald spiega al Congresso l’America first. Poi posticipa le imposte sull’auto per Canada e Messico. L’Ue può negoziare. Respinta la richiesta di bloccare 2 miliardi di dollari. Toghe divise, la partita è aperta. Lo speciale contiene due articoli.Se l’Ue avesse un minimo di avvedutezza, dovrebbe studiarsi per bene il discorso che, martedì sera, Donald Trump ha pronunciato al Congresso degli Stati Uniti. In poco più di un’ora e mezza, il presidente americano ha plasticamente tracciato la sua idea di America first.Ha innanzitutto rivendicato la linea dura in materia di immigrazione clandestina, sottolineando il recente crollo degli arrivi di immigrati irregolari alla frontiera americana. «Ho dichiarato un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale e ho schierato l’esercito e la Border Patrol degli Stati Uniti per respingere l’invasione del nostro Paese, e che lavoro hanno fatto. Di conseguenza, gli attraversamenti illegali della frontiera il mese scorso sono stati di gran lunga i più bassi mai registrati», ha dichiarato. Un altro tema affrontato è stato quello del contrasto all’ideologia liberal-progressista. «Stiamo togliendo l’ideologia woke dalle nostre scuole e dal nostro esercito ed è già fuori dalla nostra società. Non la vogliamo. L’ideologia woke è un problema, è cattiva», ha affermato.Venendo poi all’Ucraina, Trump ha espresso apprezzamento per la lettera, arrivatagli da Volodymyr Zelensky, in cui quest’ultimo si è detto pronto «a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura». «Apprezzo che abbia inviato questa lettera», ha detto Trump, riferendosi al presidente ucraino. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «abbiamo avuto una seria discussione con la Russia e abbiamo ricevuto forti segnali che sono pronti per la pace». «È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se si vuole porre fine alle guerre, bisogna parlare con entrambe le parti», ha proseguito l’inquilino della Casa Bianca.Trump ha anche elogiato il lavoro di spending review finora svolto dal Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Elon Musk. Nel discorso, il presidente ha elencato vari sprechi recentemente tagliati, citando, tra le altre cose, «22 miliardi di dollari del Dipartimento della salute per fornire alloggi e auto gratuite agli immigrati clandestini» e «45 milioni di dollari in borse di studio per diversità, equità e inclusione in Birmania». Ha poi menzionato «8 milioni di dollari per promuovere politiche Lgbtq+ nella nazione africana del Lesotho» e «32 milioni di dollari per un’operazione di propaganda di sinistra in Moldavia».Insomma, in riferimento al discorso di Trump, Bruxelles dovrebbe analizzare soprattutto i passaggi su immigrazione clandestina, lotta al woke, crisi ucraina e Doge. Potrebbe finalmente capire, in questo modo, il punto di vista del presidente americano, anziché limitarsi alle semplificazioni e alle demonizzazioni. È infatti proprio partendo dalla comprensione della sua prospettiva che gli europei potrebbero intavolare delle discussioni costruttive con la Casa Bianca. Un fattore, questo, tanto più serio e urgente per quanto riguarda un altro tema, anch’esso affrontato da Trump nel suo discorso al Congresso: quello dei dazi. «Altri Paesi hanno usato tariffe contro di noi per decenni, e ora è il nostro turno di iniziare a usarle contro questi altri Paesi. Mediamente, l’Ue, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico e il Canada», ha dichiarato.Ecco, il tema delle tariffe trumpiane è quello forse maggiormente incompreso da parte di molti europei, che si limitano a gridare allo scandalo. Quello che non si capisce (o si finge di non capire) è che il presidente americano non ha un approccio ideologico al dazio. La tariffa, per lui, è uno strumento volto a mettere sotto pressione il proprio interlocutore: l’obiettivo è quello di aprire un negoziato su una determinata questione (non necessariamente economica), trattare e spuntare un accordo il più vantaggioso possibile. Prova di questo approccio sta nel fatto che ieri la Casa Bianca ha confermato che i dazi alle auto provenienti da Canada e Messico saranno rimandati di un mese. Non è quindi escluso che Trump possa essere disposto a un atteggiamento conciliante, soprattutto nel momento in cui Messico e Canada acconsentissero alle sue richieste di rafforzare ulteriormente le loro frontiere con gli Usa, per contrastare i flussi di fentanyl e di immigrati irregolari. Ciò significa che il presidente è disposto a trattare. Per questo, davanti alla minaccia dei dazi all’Ue, Bruxelles farebbe bene a non farsi trovare impreparata. Potrebbe offrire come contropartita l’abolizione delle barriere d’ingresso e delle multe ai danni delle aziende americane: una posizione che sarebbe benaccolta dalla Casa Bianca. Un’ulteriore carta che Bruxelles potrebbe giocarsi sarebbe quella di un maggiore allineamento a Trump nel suo approccio duro sul commercio nei confronti della Cina. Peccato che, negli ultimi due anni, Parigi e Berlino abbiano ulteriormente rafforzato i loro legami con Pechino: una linea che francesi e tedeschi non sembrano intenzionati a mutare. Perché alla fine il problema è proprio questo: gli interessi franco-tedeschi rischiano di portare Bruxelles sempre più allo scontro con Washington. Uno scenario che finirebbe col danneggiare l’intera Ue. Ecco perché chi oggi auspica che Giorgia Meloni si accodi a Parigi e Berlino su Trump è fuori strada. La via da intraprendere è quella di un rilancio delle relazioni transatlantiche, non quella di inseguire le velleità inconcludenti di Francia e Germania. 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Contro il presidente si sono schierati anche due togati di nomina repubblicana: John Roberts e Amy Coney Barrett, designata dallo stesso Trump nel 2020. Tutto è nato quando alcune organizzazioni appaltatrici di Usaid hanno fatto ricorso contro il congelamento, promosso dal tycoon, degli aiuti esteri statunitensi. Il 13 febbraio, il giudice distrettuale Amir Ali - nominato da Joe Biden nel 2024 - ha stabilito che i fondi continuassero a essere erogati, mentre il caso veniva esaminato. Successivamente, i ricorrenti hanno sostenuto che l’amministrazione Trump continuava a mantenere bloccati i soldi. Al che, Ali ha decretato che il denaro oggetto del contenzioso dovesse essere speso entro la mezzanotte di mercoledì 26 febbraio. Il giorno prima, a seguito di un controricorso di Trump che chiedeva una scadenza più lunga, il giudice capo della Corte suprema, John Roberts, ha sospeso temporaneamente l’ordinanza di Ali. E arriviamo così alla decisione espressa ieri dalla maggioranza della Corte suprema, secondo cui l’ordinanza di grado inferiore deve restare in vigore, mentre la corte distrettuale dovrà «chiarire quali obblighi il governo deve adempiere». Il giudice supremo, Samuel Alito, ha espresso un duro dissenso nei confronti della decisione della maggioranza. «Ha un singolo giudice distrettuale, che probabilmente non ha giurisdizione, il potere incontrollato di costringere il governo degli Stati Uniti a pagare (e probabilmente a perdere per sempre) 2 miliardi di dollari dei contribuenti? La risposta a questa domanda dovrebbe essere un enfatico “No”, ma la maggioranza di questa corte apparentemente la pensa diversamente. Sono sbalordito», ha scritto.Tuttavia attenzione: nonostante i democratici stiano cantando vittoria, l’analista legale della Cnn, Steve Vladeck, ha definito l’ordinanza di ieri come «estremamente modesta». «In realtà non richiede all’amministrazione Trump di effettuare immediatamente pagamenti di aiuti esteri fino a 2 miliardi di dollari; spiana semplicemente la strada alla corte distrettuale, per obbligare tali pagamenti», ha specificato. Ali dovrebbe comunque tenere oggi un’udienza. Vedremo come continuerà a svilupparsi questa vicenda giudiziaria. Resta il fatto che chi parlava di una Corte suprema in mano a Trump dovrebbe oggi ricredersi. Come detto, tra i giudici che si sono schierati contro la sua amministrazione figura la Coney Barrett, da lui stesso nominata nel 2020. In tutto questo, l’attuale Casa Bianca sta puntando molto sul Dipartimento per l’efficienza governativa, che è stato incaricato di effettuare dei considerevoli tagli di spesa. A finire nel mirino di Trump è stata soprattutto l’Usaid: agenzia che, creata dall’amministrazione Kennedy nel 1961, il presidente americano considera un covo di burocrati progressisti, oltreché fondamentalmente inutile per i suoi obiettivi di politica estera.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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