True
2025-03-06
Linea dura di Trump su Kiev, flussi e woke. Ma sui dazi si tratta
Donald Trump (Ansa)
Se l’Ue avesse un minimo di avvedutezza, dovrebbe studiarsi per bene il discorso che, martedì sera, Donald Trump ha pronunciato al Congresso degli Stati Uniti. In poco più di un’ora e mezza, il presidente americano ha plasticamente tracciato la sua idea di America first.
Ha innanzitutto rivendicato la linea dura in materia di immigrazione clandestina, sottolineando il recente crollo degli arrivi di immigrati irregolari alla frontiera americana. «Ho dichiarato un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale e ho schierato l’esercito e la Border Patrol degli Stati Uniti per respingere l’invasione del nostro Paese, e che lavoro hanno fatto. Di conseguenza, gli attraversamenti illegali della frontiera il mese scorso sono stati di gran lunga i più bassi mai registrati», ha dichiarato. Un altro tema affrontato è stato quello del contrasto all’ideologia liberal-progressista. «Stiamo togliendo l’ideologia woke dalle nostre scuole e dal nostro esercito ed è già fuori dalla nostra società. Non la vogliamo. L’ideologia woke è un problema, è cattiva», ha affermato.
Venendo poi all’Ucraina, Trump ha espresso apprezzamento per la lettera, arrivatagli da Volodymyr Zelensky, in cui quest’ultimo si è detto pronto «a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura». «Apprezzo che abbia inviato questa lettera», ha detto Trump, riferendosi al presidente ucraino. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «abbiamo avuto una seria discussione con la Russia e abbiamo ricevuto forti segnali che sono pronti per la pace». «È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se si vuole porre fine alle guerre, bisogna parlare con entrambe le parti», ha proseguito l’inquilino della Casa Bianca.
Trump ha anche elogiato il lavoro di spending review finora svolto dal Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Elon Musk. Nel discorso, il presidente ha elencato vari sprechi recentemente tagliati, citando, tra le altre cose, «22 miliardi di dollari del Dipartimento della salute per fornire alloggi e auto gratuite agli immigrati clandestini» e «45 milioni di dollari in borse di studio per diversità, equità e inclusione in Birmania». Ha poi menzionato «8 milioni di dollari per promuovere politiche Lgbtq+ nella nazione africana del Lesotho» e «32 milioni di dollari per un’operazione di propaganda di sinistra in Moldavia».
Insomma, in riferimento al discorso di Trump, Bruxelles dovrebbe analizzare soprattutto i passaggi su immigrazione clandestina, lotta al woke, crisi ucraina e Doge. Potrebbe finalmente capire, in questo modo, il punto di vista del presidente americano, anziché limitarsi alle semplificazioni e alle demonizzazioni. È infatti proprio partendo dalla comprensione della sua prospettiva che gli europei potrebbero intavolare delle discussioni costruttive con la Casa Bianca. Un fattore, questo, tanto più serio e urgente per quanto riguarda un altro tema, anch’esso affrontato da Trump nel suo discorso al Congresso: quello dei dazi. «Altri Paesi hanno usato tariffe contro di noi per decenni, e ora è il nostro turno di iniziare a usarle contro questi altri Paesi. Mediamente, l’Ue, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico e il Canada», ha dichiarato.
Ecco, il tema delle tariffe trumpiane è quello forse maggiormente incompreso da parte di molti europei, che si limitano a gridare allo scandalo. Quello che non si capisce (o si finge di non capire) è che il presidente americano non ha un approccio ideologico al dazio. La tariffa, per lui, è uno strumento volto a mettere sotto pressione il proprio interlocutore: l’obiettivo è quello di aprire un negoziato su una determinata questione (non necessariamente economica), trattare e spuntare un accordo il più vantaggioso possibile. Prova di questo approccio sta nel fatto che ieri la Casa Bianca ha confermato che i dazi alle auto provenienti da Canada e Messico saranno rimandati di un mese. Non è quindi escluso che Trump possa essere disposto a un atteggiamento conciliante, soprattutto nel momento in cui Messico e Canada acconsentissero alle sue richieste di rafforzare ulteriormente le loro frontiere con gli Usa, per contrastare i flussi di fentanyl e di immigrati irregolari. Ciò significa che il presidente è disposto a trattare. Per questo, davanti alla minaccia dei dazi all’Ue, Bruxelles farebbe bene a non farsi trovare impreparata. Potrebbe offrire come contropartita l’abolizione delle barriere d’ingresso e delle multe ai danni delle aziende americane: una posizione che sarebbe benaccolta dalla Casa Bianca. Un’ulteriore carta che Bruxelles potrebbe giocarsi sarebbe quella di un maggiore allineamento a Trump nel suo approccio duro sul commercio nei confronti della Cina. Peccato che, negli ultimi due anni, Parigi e Berlino abbiano ulteriormente rafforzato i loro legami con Pechino: una linea che francesi e tedeschi non sembrano intenzionati a mutare. Perché alla fine il problema è proprio questo: gli interessi franco-tedeschi rischiano di portare Bruxelles sempre più allo scontro con Washington. Uno scenario che finirebbe col danneggiare l’intera Ue. Ecco perché chi oggi auspica che Giorgia Meloni si accodi a Parigi e Berlino su Trump è fuori strada. La via da intraprendere è quella di un rilancio delle relazioni transatlantiche, non quella di inseguire le velleità inconcludenti di Francia e Germania. Con buona pace delle cordate filocinesi che remano contro la Meloni.
La Corte suprema frena il tycoon: «Da ripristinare alcuni fondi Usaid»
La Corte suprema ha decretato una battuta d’arresto per Donald Trump. Ha infatti respinto la sua richiesta di mantenere bloccati quasi 2 miliardi di dollari in fondi per gli aiuti esteri. Secondo The Hill si tratta, in particolare, di «pagamenti dovuti in base a contratti esistenti». L’ordinanza è stata emessa ieri, trovando una Corte suprema spaccata cinque a quattro. Contro il presidente si sono schierati anche due togati di nomina repubblicana: John Roberts e Amy Coney Barrett, designata dallo stesso Trump nel 2020. Tutto è nato quando alcune organizzazioni appaltatrici di Usaid hanno fatto ricorso contro il congelamento, promosso dal tycoon, degli aiuti esteri statunitensi. Il 13 febbraio, il giudice distrettuale Amir Ali - nominato da Joe Biden nel 2024 - ha stabilito che i fondi continuassero a essere erogati, mentre il caso veniva esaminato. Successivamente, i ricorrenti hanno sostenuto che l’amministrazione Trump continuava a mantenere bloccati i soldi. Al che, Ali ha decretato che il denaro oggetto del contenzioso dovesse essere speso entro la mezzanotte di mercoledì 26 febbraio. Il giorno prima, a seguito di un controricorso di Trump che chiedeva una scadenza più lunga, il giudice capo della Corte suprema, John Roberts, ha sospeso temporaneamente l’ordinanza di Ali. E arriviamo così alla decisione espressa ieri dalla maggioranza della Corte suprema, secondo cui l’ordinanza di grado inferiore deve restare in vigore, mentre la corte distrettuale dovrà «chiarire quali obblighi il governo deve adempiere». Il giudice supremo, Samuel Alito, ha espresso un duro dissenso nei confronti della decisione della maggioranza. «Ha un singolo giudice distrettuale, che probabilmente non ha giurisdizione, il potere incontrollato di costringere il governo degli Stati Uniti a pagare (e probabilmente a perdere per sempre) 2 miliardi di dollari dei contribuenti? La risposta a questa domanda dovrebbe essere un enfatico “No”, ma la maggioranza di questa corte apparentemente la pensa diversamente. Sono sbalordito», ha scritto.Tuttavia attenzione: nonostante i democratici stiano cantando vittoria, l’analista legale della Cnn, Steve Vladeck, ha definito l’ordinanza di ieri come «estremamente modesta». «In realtà non richiede all’amministrazione Trump di effettuare immediatamente pagamenti di aiuti esteri fino a 2 miliardi di dollari; spiana semplicemente la strada alla corte distrettuale, per obbligare tali pagamenti», ha specificato. Ali dovrebbe comunque tenere oggi un’udienza. Vedremo come continuerà a svilupparsi questa vicenda giudiziaria. Resta il fatto che chi parlava di una Corte suprema in mano a Trump dovrebbe oggi ricredersi. Come detto, tra i giudici che si sono schierati contro la sua amministrazione figura la Coney Barrett, da lui stesso nominata nel 2020. In tutto questo, l’attuale Casa Bianca sta puntando molto sul Dipartimento per l’efficienza governativa, che è stato incaricato di effettuare dei considerevoli tagli di spesa. A finire nel mirino di Trump è stata soprattutto l’Usaid: agenzia che, creata dall’amministrazione Kennedy nel 1961, il presidente americano considera un covo di burocrati progressisti, oltreché fondamentalmente inutile per i suoi obiettivi di politica estera.
Continua a leggereRiduci
The Donald spiega al Congresso l’America first. Poi posticipa le imposte sull’auto per Canada e Messico. L’Ue può negoziare. Respinta la richiesta di bloccare 2 miliardi di dollari. Toghe divise, la partita è aperta. Lo speciale contiene due articoli.Se l’Ue avesse un minimo di avvedutezza, dovrebbe studiarsi per bene il discorso che, martedì sera, Donald Trump ha pronunciato al Congresso degli Stati Uniti. In poco più di un’ora e mezza, il presidente americano ha plasticamente tracciato la sua idea di America first.Ha innanzitutto rivendicato la linea dura in materia di immigrazione clandestina, sottolineando il recente crollo degli arrivi di immigrati irregolari alla frontiera americana. «Ho dichiarato un’emergenza nazionale al nostro confine meridionale e ho schierato l’esercito e la Border Patrol degli Stati Uniti per respingere l’invasione del nostro Paese, e che lavoro hanno fatto. Di conseguenza, gli attraversamenti illegali della frontiera il mese scorso sono stati di gran lunga i più bassi mai registrati», ha dichiarato. Un altro tema affrontato è stato quello del contrasto all’ideologia liberal-progressista. «Stiamo togliendo l’ideologia woke dalle nostre scuole e dal nostro esercito ed è già fuori dalla nostra società. Non la vogliamo. L’ideologia woke è un problema, è cattiva», ha affermato.Venendo poi all’Ucraina, Trump ha espresso apprezzamento per la lettera, arrivatagli da Volodymyr Zelensky, in cui quest’ultimo si è detto pronto «a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura». «Apprezzo che abbia inviato questa lettera», ha detto Trump, riferendosi al presidente ucraino. «Allo stesso tempo», ha aggiunto, «abbiamo avuto una seria discussione con la Russia e abbiamo ricevuto forti segnali che sono pronti per la pace». «È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se si vuole porre fine alle guerre, bisogna parlare con entrambe le parti», ha proseguito l’inquilino della Casa Bianca.Trump ha anche elogiato il lavoro di spending review finora svolto dal Dipartimento per l’efficienza governativa, guidato da Elon Musk. Nel discorso, il presidente ha elencato vari sprechi recentemente tagliati, citando, tra le altre cose, «22 miliardi di dollari del Dipartimento della salute per fornire alloggi e auto gratuite agli immigrati clandestini» e «45 milioni di dollari in borse di studio per diversità, equità e inclusione in Birmania». Ha poi menzionato «8 milioni di dollari per promuovere politiche Lgbtq+ nella nazione africana del Lesotho» e «32 milioni di dollari per un’operazione di propaganda di sinistra in Moldavia».Insomma, in riferimento al discorso di Trump, Bruxelles dovrebbe analizzare soprattutto i passaggi su immigrazione clandestina, lotta al woke, crisi ucraina e Doge. Potrebbe finalmente capire, in questo modo, il punto di vista del presidente americano, anziché limitarsi alle semplificazioni e alle demonizzazioni. È infatti proprio partendo dalla comprensione della sua prospettiva che gli europei potrebbero intavolare delle discussioni costruttive con la Casa Bianca. Un fattore, questo, tanto più serio e urgente per quanto riguarda un altro tema, anch’esso affrontato da Trump nel suo discorso al Congresso: quello dei dazi. «Altri Paesi hanno usato tariffe contro di noi per decenni, e ora è il nostro turno di iniziare a usarle contro questi altri Paesi. Mediamente, l’Ue, la Cina, il Brasile, l’India, il Messico e il Canada», ha dichiarato.Ecco, il tema delle tariffe trumpiane è quello forse maggiormente incompreso da parte di molti europei, che si limitano a gridare allo scandalo. Quello che non si capisce (o si finge di non capire) è che il presidente americano non ha un approccio ideologico al dazio. La tariffa, per lui, è uno strumento volto a mettere sotto pressione il proprio interlocutore: l’obiettivo è quello di aprire un negoziato su una determinata questione (non necessariamente economica), trattare e spuntare un accordo il più vantaggioso possibile. Prova di questo approccio sta nel fatto che ieri la Casa Bianca ha confermato che i dazi alle auto provenienti da Canada e Messico saranno rimandati di un mese. Non è quindi escluso che Trump possa essere disposto a un atteggiamento conciliante, soprattutto nel momento in cui Messico e Canada acconsentissero alle sue richieste di rafforzare ulteriormente le loro frontiere con gli Usa, per contrastare i flussi di fentanyl e di immigrati irregolari. Ciò significa che il presidente è disposto a trattare. Per questo, davanti alla minaccia dei dazi all’Ue, Bruxelles farebbe bene a non farsi trovare impreparata. Potrebbe offrire come contropartita l’abolizione delle barriere d’ingresso e delle multe ai danni delle aziende americane: una posizione che sarebbe benaccolta dalla Casa Bianca. Un’ulteriore carta che Bruxelles potrebbe giocarsi sarebbe quella di un maggiore allineamento a Trump nel suo approccio duro sul commercio nei confronti della Cina. Peccato che, negli ultimi due anni, Parigi e Berlino abbiano ulteriormente rafforzato i loro legami con Pechino: una linea che francesi e tedeschi non sembrano intenzionati a mutare. Perché alla fine il problema è proprio questo: gli interessi franco-tedeschi rischiano di portare Bruxelles sempre più allo scontro con Washington. Uno scenario che finirebbe col danneggiare l’intera Ue. Ecco perché chi oggi auspica che Giorgia Meloni si accodi a Parigi e Berlino su Trump è fuori strada. La via da intraprendere è quella di un rilancio delle relazioni transatlantiche, non quella di inseguire le velleità inconcludenti di Francia e Germania. Con buona pace delle cordate filocinesi che remano contro la Meloni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/linea-dura-trump-su-kiev-2671279586.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-corte-suprema-frena-il-tycoon-da-ripristinare-alcuni-fondi-usaid" data-post-id="2671279586" data-published-at="1741249360" data-use-pagination="False"> La Corte suprema frena il tycoon: «Da ripristinare alcuni fondi Usaid» La Corte suprema ha decretato una battuta d’arresto per Donald Trump. Ha infatti respinto la sua richiesta di mantenere bloccati quasi 2 miliardi di dollari in fondi per gli aiuti esteri. Secondo The Hill si tratta, in particolare, di «pagamenti dovuti in base a contratti esistenti». L’ordinanza è stata emessa ieri, trovando una Corte suprema spaccata cinque a quattro. Contro il presidente si sono schierati anche due togati di nomina repubblicana: John Roberts e Amy Coney Barrett, designata dallo stesso Trump nel 2020. Tutto è nato quando alcune organizzazioni appaltatrici di Usaid hanno fatto ricorso contro il congelamento, promosso dal tycoon, degli aiuti esteri statunitensi. Il 13 febbraio, il giudice distrettuale Amir Ali - nominato da Joe Biden nel 2024 - ha stabilito che i fondi continuassero a essere erogati, mentre il caso veniva esaminato. Successivamente, i ricorrenti hanno sostenuto che l’amministrazione Trump continuava a mantenere bloccati i soldi. Al che, Ali ha decretato che il denaro oggetto del contenzioso dovesse essere speso entro la mezzanotte di mercoledì 26 febbraio. Il giorno prima, a seguito di un controricorso di Trump che chiedeva una scadenza più lunga, il giudice capo della Corte suprema, John Roberts, ha sospeso temporaneamente l’ordinanza di Ali. E arriviamo così alla decisione espressa ieri dalla maggioranza della Corte suprema, secondo cui l’ordinanza di grado inferiore deve restare in vigore, mentre la corte distrettuale dovrà «chiarire quali obblighi il governo deve adempiere». Il giudice supremo, Samuel Alito, ha espresso un duro dissenso nei confronti della decisione della maggioranza. «Ha un singolo giudice distrettuale, che probabilmente non ha giurisdizione, il potere incontrollato di costringere il governo degli Stati Uniti a pagare (e probabilmente a perdere per sempre) 2 miliardi di dollari dei contribuenti? La risposta a questa domanda dovrebbe essere un enfatico “No”, ma la maggioranza di questa corte apparentemente la pensa diversamente. Sono sbalordito», ha scritto.Tuttavia attenzione: nonostante i democratici stiano cantando vittoria, l’analista legale della Cnn, Steve Vladeck, ha definito l’ordinanza di ieri come «estremamente modesta». «In realtà non richiede all’amministrazione Trump di effettuare immediatamente pagamenti di aiuti esteri fino a 2 miliardi di dollari; spiana semplicemente la strada alla corte distrettuale, per obbligare tali pagamenti», ha specificato. Ali dovrebbe comunque tenere oggi un’udienza. Vedremo come continuerà a svilupparsi questa vicenda giudiziaria. Resta il fatto che chi parlava di una Corte suprema in mano a Trump dovrebbe oggi ricredersi. Come detto, tra i giudici che si sono schierati contro la sua amministrazione figura la Coney Barrett, da lui stesso nominata nel 2020. In tutto questo, l’attuale Casa Bianca sta puntando molto sul Dipartimento per l’efficienza governativa, che è stato incaricato di effettuare dei considerevoli tagli di spesa. A finire nel mirino di Trump è stata soprattutto l’Usaid: agenzia che, creata dall’amministrazione Kennedy nel 1961, il presidente americano considera un covo di burocrati progressisti, oltreché fondamentalmente inutile per i suoi obiettivi di politica estera.
«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
Continua a leggereRiduci
Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.
Jerome Powell (Ansa)
Trump affila i coltelli, Powell indossa l’elmetto. I mercati decidono che non è il caso di aspettare. In poche ore argento, platino e oro riscrivono i massimi storici, il dollaro scivola e Wall Street si guarda allo specchio temendo che la festa possa degenerare.
Il detonatore è un fatto senza precedenti. Jerome Powell, il banchiere centrale più potente del mondo, rompe ogni protocollo e si presenta in video. Non per annunciare un taglio dei tassi ma per comunicare che è sotto indagine penale. Roba da tribunali, non da conferenze stampa ovattate. La Procura vuole vederci chiaro sulla ristrutturazione della storica sede della Federal Reserve a Washington: un progetto partito nel 2022 e lievitato fino a circa 2,5 miliardi di dollari, con almeno 600 milioni in più rispetto al budget. Una cifra che, anche per gli standard americani, fa sobbalzare. Che materiali hanno usato e quanti operai hanno impiegato per spendere tanto? E il costo record dei ponteggi?
L’accusa formale è tecnica: Powell avrebbe mentito o omesso dettagli nella testimonianza resa lo scorso giugno davanti alla Commissione bancaria del Senato. Il problema non è l’edilizia. È la politica monetaria.
Powell lo dice senza giri di parole. Definisce l’indagine «un’azione senza precedenti» e la inserisce in un contesto di «minacce e pressioni continue» da parte della Casa Bianca. Insomma una ritorsione. Il peccato di Powell, nella sua ricostruzione è quello di aver fissato i tassi di interesse sulla base dei dati macroeconomici - inflazione, occupazione - invece che sulle preferenze del presidente.
Trump, naturalmente, nega tutto. «Non ne so nulla», dice a Nbc News. Ma la smentita dura il tempo di un respiro. Subito dopo riparte l’attacco: Powell «non è molto bravo alla Fed e non è molto bravo a costruire edifici». Tradotto: se i tassi fossero più bassi, nessuno parlerebbe dei muri della Fed.
I mercati non aspettano le Procure. Reagiscono. L’oro vola oltre 4.600 dollari l’oncia, chiudendo intorno 4.620. L’argento schizza a 86 dollari, con rialzi giornalieri da capogiro. Il platino sfiora i 2.400 dollari, il palladio si avvicina ai 2.000. È la corsa ai beni rifugio nella sua forma più pura, quasi didattica. Il dollaro, invece, paga il conto. Inverte la rotta della settimana precedente e perde terreno contro l’euro. I Treasury a 10 anni salgono al 4,2%, i trentennali al 4,86%. Segnali chiari di tensione. Segnali che raccontano una cosa sola: la fiducia non è infinita. E quando viene messa in discussione la credibilità della banca centrale americana, il mondo intero prende appunti. In Europa si fa finta di niente, come spesso accade quando il problema è grande. Milano e Parigi restano immobili, Londra avanza di un timido +0,16%, Francoforte sale dello 0,57% trainata dai titoli della difesa - perché in tempi di guerra, vera o metaforica, qualcuno guadagna sempre. Wall Street galleggia appena sopra la parità, con l’aria di chi spera che sia solo un brutto sogno. Ma non lo è. Perché qui non siamo più alle schermaglie verbali, ai tweet, ai soprannomi irridenti. Qui siamo allo scontro istituzionale. E se è vero che il capo dellla Fed non può sentirsi al di sopra della legge è altrettanto vero che l’atmosfera intorno alla banca centrale Usa si è fatta incandescente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale e possibile successore di Powell, butta benzina sul fuoco parlando di un edificio «enormemente più costoso di qualsiasi altro nella storia di Washington». Un messaggio neanche troppo cifrato.
Il mandato di Powell scade a maggio. Da qui ad allora i mercati resteranno nervosi. Perché nessuno sa dove porterà questa escalation. Se l’indagine andrà avanti. Se il precedente diventerà prassi. Se, domani, ogni decisione sui tassi dovrà passare al vaglio della politica. È questo lo spettro che spaventa gli investitori molto più di un bilancio fuori controllo.
La guerra nucleare dei mercati, insomma, è già iniziata. Non fa rumore, non lascia crateri visibili, ma brucia fiducia, erode certezze e spinge capitali a nascondersi sotto terra, in lingotti luccicanti. E come in ogni guerra, c’è una sola verità: quando saltano i tabù, nessuno può dirsi al sicuro. Nemmeno la Federal Reserve.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 13 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti ci rivela i retroscena delle strategie di Usa, Russia e Cina.