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2019-04-11
L’industria italiana è ancora viva e vegeta
Ansa
L'industria italiana batte un colpo, il secondo consecutivo dall'inizio dell'anno. Nella giornata di ieri l'Istat ha diffuso i dati della produzione industriale relativa al mese di febbraio e ci sono buone notizie per l'economia del nostro Paese. L'indice destagionalizzato ha fatto segnare un confortante +0,8% rispetto al mese precedente, mentre quello tendenziale (cioè rispetto allo stesso mese dell'anno scorso) è aumentato dello 0,9%. La variazione del trimestre dicembre-febbraio rimane leggermente negativa (-0,3%) in confronto ai tre mesi precedenti ma, sottolinea l'ente nazionale di statistica, il calo risulta di «entità notevolmente ridotta».
Il risultato ha sorpreso gli analisti che si aspettavano un calo dello 0,8% sul mese e dello 0,9% rispetto all'anno precedente. Nessun trionfalismo, ma di sicuro un segnale positivo che fa ben sperare per il futuro. Dando uno sguardo alle serie storiche, infatti, l'ultima «doppietta» consecutiva risale al bimestre maggio-giugno 2018, mentre per trovare un incremento per tre mesi di fila bisogna tornare indietro fino all'ultimo trimestre 2017.
Soddisfatto Matteo Salvini, che sui social scrive: «Leggo finalmente buone notizie, l'industria italiana rialza la testa: produzione in crescita, +0,8% a febbraio rispetto a gennaio e +0,9% rispetto al 2018. Molto bene».
Entrando nel dettaglio dei raggruppamenti principali di industrie che contribuiscono a formare l'indice, il balzo in avanti più significativo lo fanno i beni di consumo (+3,2%), mentre risulta più moderata la crescita dei beni strumentali (+1,1%) e di quelli durevoli (+0,2%). Negativo invece il comparto dell'energia (-2,4%). Sul fronte dei settori di attività economica, positivi in particolare i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+11%), le industrie tessili, l'abbigliamento, pelli e accessori (+5,5%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (+2,6%). Rimangono indietro la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,8%), l'industria del legno della carta e della stampa (-3%) e il macro settore dell'energia elettrica, gas, vapore e aria (-1,5%).
Mettendo a confronto il risultato del nostro Paese con quello delle maggiori economie europee, si scopre che l'Italia è davanti a tutti. La Francia ha fatto segnare +0,4%, un dato migliore rispetto alle attesa (il consensus era fissato a -0,5%) ma in calo rispetto al +1,3% di gennaio. Nel Regno Unito l'indice si è fermato a +0,6%, comunque superiore al risultato atteso che era previsto a +0,1%. Va meno forte dell'Italia anche la Germania (+0,7%), il cui dato tendenziale è invece in calo (-0,4%). Ma forse il dato più preoccupante per Berlino è quello diffuso martedì e riguarda la produzione del settore automobilistico. Secondo le stime preliminari anticipate da Destatis (l'equivalente tedesco dell'Istat), nel corso del secondo semestre del 2018 il relativo indice ha fatto segnare un eloquente -7,1%.
La frenata tedesca, d'altronde, è ormai un fatto riconosciuto a livello internazionale. Sempre parlando di produzione industriale, l'ultimo bollettino pubblicato da Eurostat il 13 marzo scorso basato sui dati di gennaio ha certificato che la Germania gira a una velocità molto inferiore a quella del resto dell'eurozona sia se prendiamo in considerazione il dato congiunturale (+1,4% contro -0,9% tedesco e +1,7% italiano) che quello tendenziale (-1,1% area euro contro -3,4% di Berlino). È anche per via dell'importante e ormai per certi versi cronica flessione dell'industria tedesca che il Fmi ha tagliato drasticamente le stime di crescita per la Germania. Secondo il Fmi, infatti, nel 2019 il Pil teutonico crescerà appena dello 0,8% e nel 2020 dell'1,4%. Una sforbiciata importante, che per l'anno in corso è pari allo 0,5% rispetto alle previsioni di gennaio e addirittura dell'1,1% in meno se facciamo riferimento ai dati diffusi a ottobre del 2018.
Risultati influenzati dal rallentamento a livello globale dell'economia, ma pur sempre deludenti se si pensa che fino a un paio di anni fa la Germania era considerata a tutti gli effetti la locomotiva d'Europa. Ora invece, come ha riconosciuto anche il segretario generale dell'Ocse Antonio Gurria, a colloquio la settimana scorsa con il premier Giuseppe Conte, la responsabilità della battuta d'arresto europea è da attribuire «soprattutto alla Germania».
Come nota il Fmi, lo stop dell'economia tedesca è imputabile ai minori consumi privati, alla diminuzione della domanda estera e, ovviamente, ai risultati sotto le aspettative della produzione industriale. La ricetta consigliata dal Fondo è quella di utilizzare l'ampio spazio fiscale per incrementare gli investimenti pubblici e ridurre il costo del lavoro. Suggerimenti ai quali, anche a fronte del rischio di incappare in una recessione, il ministro delle Finanze Olaf Scholz sembra preferire ancora la disciplina di bilancio.
La chiave per la flat tax è seppellita nei 76 miliardi di sconti e bonus fiscali
Il giorno dopo l'approvazione del primo Def gialloblù, il premier Giuseppe Conte tenta di ricucire gli strappi nel governo con un pranzo di lavoro con i due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio, mentre Giovanni Tria è volato a Washington per la riunione del Fmi. Troppa la carne al fuoco a partire dai nodi flat tax e disinnesco delle clausole di salvaguardia che saranno affrontati a settembre in vista della manovra d'autunno. Ma anche gli attesi provvedimenti - dallo Sblocca cantieri al dl Crescita e i rimborsi per i risparmiatori truffati dalle banche - i cui testi ufficiali non hanno ancora visto la luce. Il capo dell'esecutivo ha cercato di rassicurare, giustificando le stime di mancata crescita del Documento che segnano una netta inversione di rotta rispetto agli annunci e alle stime di qualche mese fa. «Siamo determinati a evitare l'aumento dell'Iva e non prevediamo una patrimoniale», ha detto Conte smentendo le notizie su scontri e tensioni a Palazzo Chigi. «È stata una riunione tranquillissima, tra noi è normale dialettica, è stata scelta l'impostazione più corretta», ha assicurato. Dal canto suo ci prova anche Salvini che ha dovuto, per il momento ammettere il parziale rinvio sulla flat tax («ci stiamo lavorando»). La crescita è stimata allo 0,2% per quest'anno «perché siamo prudenti, meglio correre dopo ed essere prudenti prima», ha affermato il vicepremier. E pure Salvini ha garantito: «L'Iva non aumenta, non ci sono tasse sulla casa e non ci sono tasse sui risparmi». Anche per Di Maio «aumentare l'Iva per fare la flat tax è una follia, la flat tax si farà ma non aumentando l'Iva», ha detto il vicepremier grillino che invece ha insistito su un altro tema caldo per i 5 stelle, quello dei truffati dalle banche e i continui rinvii sui decreti per i rimborsi. «Se non si concorda con i risparmiatori non si fa nulla», ha affermato Di Maio alludendo al fatto che non tutte le associazioni dei risparmiatori hanno firmato l'intesa di inizio settimana a Palazzo Chigi. Tutti d'accordo nel governo sullo stop all'aumento dell'Iva, senza però fare i conti con i costi dell'operazione. Ben 23 miliardi nel 2020 che, secondo le indicazioni di Conte, dovrebbero essere reperiti attraverso la spending review e le tax expenditures, il cui riordino è atteso da anni. Si aspetta di vedere la pubblicazione dei testi ufficiali del Def per capire come verranno declinate tutte le indicazioni e le intenzioni delle due anime del governo. Oggi il documento dovrà già essere a Bruxelles, di conseguenza i tecnici del Mef sono stati chiamati a lavorare fino a notte fonda.
Nelle bozze del Def si fa un chiaro riferimento alla necessità di mettere mano alla montagna di sconti fiscali che si sono accumulati negli anni: si tratta di 610 misure per 76,5 miliardi, secondo un recente studio dell'Ufficio valutazione impatto del Senato, 466 voci invece secondo l'ultimo rapporto del Mef allegato alla nota di aggiornamento di settembre, di cui 120 voci valgono meno di 10 milioni.
Le tax expenditures sono più volte entrate nel mirino anche durante la nuova legislatura, in particolare da parte dei 5 stelle, che vorrebbe eliminare gli incentivi dannosi per l'ambiente, ma finora nessuno è mai riuscito davvero a intervenire perché eliminare degli sconti significa, almeno per qualche categoria, aumentare le tasse.
Accanto alla promessa revisione delle agevolazioni fiscali i gialloblù rispolverano anche la spending review: nella bozza del Pnr si parla di altri 2 miliardi congelati nel 2020 che salgono «in termini cumulativi a 3,5 miliardi nel 2021 e a 6 miliardi nel 2022». Poco considerando che oltre ai 23 miliardi di Iva, il governo vorrebbe trovare almeno 12 miliardi per tagliare le tasse al ceto medio.
Nonostante le posizioni ufficiali che escludono categoricamente qualunque aumento di imposte, l'arma dell'Iva resta la preferita di Tria che nel corso della carriera accademica ha sempre elogiato lo spostamento delle imposte delle persone alle cose. E forse non a caso il sottosegretario Giancarlo Giorgetti si è limitato a osservare che «adesso non si può ancora dire». Il nodo vero, quasi assente dal dibattito, è però quello del debito: il Def non può che certificare un suo aumento abbastanza sostenuto, al 132,6% quest'anno, mentre il piano di privatizzazioni e dismissioni da un punto di Pil, promesso a novembre e confermato nelle bozze del Documento. A questo punto varrebbe veramente la pena, prendere in considerazione uno choc fiscale. Tanto vale di fronte all'aumento del debito soffrire un anno o due e poi veder i frutti del taglio delle tasse alle imprese alle persone e ai redditi da lavoro.
Dalla cassetta degli attrezzi della Bce nuovi aiuti per agevolare il credito
Concluso un Qe, se ne potrebbe fare un altro. Potrebbe essere questo, riassumendo, il messaggio che il presidente della Bce, Mario Draghi, ha voluto veicolare nel corso della conferenza stampa che ha fatto da seguito al Consiglio direttivo di ieri dell'Eurotower. Un consiglio in cui la Bce ha confermato, come ampiamente previsto, i tassi di interesse a zero nell'area euro e ha mantenuto l'orientamento a non effettuare rialzi almeno fino alla fine dell'anno.
«Quello che ha fatto il consiglio direttivo è una valutazione delle prospettive economiche e riasserire la prontezza della Bce a usare ogni strumento possibile per far fronte a qualsiasi contingenza possa verificarsi. Questo direi all'unanimità», ha detto Draghi.
Il numero uno della Bce, in pratica, non esclude quindi né un nuovo programma di riacquisto titoli né il ricorso a qualunque strumento che possa limare il più possibile gli effetti negativi di una crescita zero in Europa. «I rischi per le prospettive di crescita nell'area dell'euro restano orientati al ribasso per via delle perduranti incertezze connesse a fattori geopolitici, alla minaccia del protezionismo e alle vulnerabilità nei mercati emergenti», ha detto Draghi.
Per questo la Bce si è detta pronta a mitigare quanto più possibile l'impatto dei tassi negativi sulle banche nel caso in cui emergano effetti collaterali. Tanto che l'istituto di Francoforte starebbe considerando la possibilità di introdurre un tasso «graduato» sui depositi che consentirebbe alle banche di avere una parziale esenzione dal pagamento di un tasso d'interesse per depositare le riserve in eccesso alla Bce.
In poche parole, l'idea sarebbe quella di rendere meno oneroso il costo dei depositi per le banche in modo sgravarle da ulteriori costi e, allo stesso tempo, agevolare l'erogazione del credito a privati e aziende.
Per questo la Bce potrebbe, al momento è solo un'ipotesi, adottare un sistema simile a quello adottato già da Giappone e Svizzera per cui i tassi negativi vengono applicati solo alla parte delle riserve che eccede una certa soglia (20 volte le riserve obbligatorie in Svizzera, mentre in Giappone il calcolo è più complesso), alleviando così gli oneri a carico dei conti economici.
Sempre in tema di aiuto agli istituti di credito, Draghi ha anche fatto sapere che le condizioni della nuova serie di operazioni di rifinanziamento agevolate alle banche (Tltro) previste in autunno saranno «comunicati nella prossima riunione» della Bce.
Il presidente dell'Eurotower ha fatto sapere ieri che il costo del credito, insomma, dovrà essere compatibile sia con l'orientamento della politica monetaria, sia con il buon funzionamento delle aziende di credito.
Draghi ieri ha poi confermato il suo obiettivo di voler riportare l'inflazione del Vecchio continente a livelli ben più alti di quelli attuali, intorno al 2%. «Siamo pienamente impegnati a garantire il ritorno dell'inflazione ai target senza ritardi», ha detto il numero uno della Bce che ha spiegato come il valore obiettivo di Francoforte non sia un tetto invalicabile: «siamo pieni di strumenti» da utilizzare, ha ricordato.
Certo, ha ricordato il presidente della Bce, i dati in arrivo «continuano a essere deboli, specialmente nel settore manifatturiero, principalmente per il rallentamento della domanda esterna, che è stato amplificato da fattori specifici di singoli Paesi e settori», ha detto. Un impatto che «si sta rivelando più duraturo delle attese e l'inerzia più lenta della crescita si sta estendendo a quest'anno». Comunque, ha sottolineato il presidente della Bce con un po' di ottimismo, «l'effetto di questi fattori dovrebbe scomparire».
Draghi ha anche commentato ieri la situazione italiana e il taglio delle stime sul pil previsto da diversi istituti. «Non sono state una sorpresa. Mi sembra piuttosto chiaro che la priorità nel Paese sia ristabilire crescita e occupazione» e Roma «sa come farlo», ha detto. L'importante, è che tale priorità, ha concluso, «sia perseguita senza innescare una crisi nei tassi di interesse perché il loro aumento ha un effetto negativo, di contrazione sull'economia».
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Per l'Istat la produzione a febbraio ha fatto +0,8% su gennaio e +0,9% rispetto allo stesso mese del 2018. È il secondo dato positivo dall'inizio dell'anno. Tirano farmaceutica e beni di consumo, male l'energia. Siamo andati meglio di Francia, Germania e Inghilterra.Conte smorza le tensioni gialloblù e promette: niente aumenti Iva. Nel Def la riforma delle agevolazioni e la solita spending review.Mario Draghi pensa a ridurre l'impatto dei tassi negativi per le banche e rilanciare i prestiti.Lo speciale contiene tre articoli.L'industria italiana batte un colpo, il secondo consecutivo dall'inizio dell'anno. Nella giornata di ieri l'Istat ha diffuso i dati della produzione industriale relativa al mese di febbraio e ci sono buone notizie per l'economia del nostro Paese. L'indice destagionalizzato ha fatto segnare un confortante +0,8% rispetto al mese precedente, mentre quello tendenziale (cioè rispetto allo stesso mese dell'anno scorso) è aumentato dello 0,9%. La variazione del trimestre dicembre-febbraio rimane leggermente negativa (-0,3%) in confronto ai tre mesi precedenti ma, sottolinea l'ente nazionale di statistica, il calo risulta di «entità notevolmente ridotta». Il risultato ha sorpreso gli analisti che si aspettavano un calo dello 0,8% sul mese e dello 0,9% rispetto all'anno precedente. Nessun trionfalismo, ma di sicuro un segnale positivo che fa ben sperare per il futuro. Dando uno sguardo alle serie storiche, infatti, l'ultima «doppietta» consecutiva risale al bimestre maggio-giugno 2018, mentre per trovare un incremento per tre mesi di fila bisogna tornare indietro fino all'ultimo trimestre 2017. Soddisfatto Matteo Salvini, che sui social scrive: «Leggo finalmente buone notizie, l'industria italiana rialza la testa: produzione in crescita, +0,8% a febbraio rispetto a gennaio e +0,9% rispetto al 2018. Molto bene». Entrando nel dettaglio dei raggruppamenti principali di industrie che contribuiscono a formare l'indice, il balzo in avanti più significativo lo fanno i beni di consumo (+3,2%), mentre risulta più moderata la crescita dei beni strumentali (+1,1%) e di quelli durevoli (+0,2%). Negativo invece il comparto dell'energia (-2,4%). Sul fronte dei settori di attività economica, positivi in particolare i prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+11%), le industrie tessili, l'abbigliamento, pelli e accessori (+5,5%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (+2,6%). Rimangono indietro la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,8%), l'industria del legno della carta e della stampa (-3%) e il macro settore dell'energia elettrica, gas, vapore e aria (-1,5%).Mettendo a confronto il risultato del nostro Paese con quello delle maggiori economie europee, si scopre che l'Italia è davanti a tutti. La Francia ha fatto segnare +0,4%, un dato migliore rispetto alle attesa (il consensus era fissato a -0,5%) ma in calo rispetto al +1,3% di gennaio. Nel Regno Unito l'indice si è fermato a +0,6%, comunque superiore al risultato atteso che era previsto a +0,1%. Va meno forte dell'Italia anche la Germania (+0,7%), il cui dato tendenziale è invece in calo (-0,4%). Ma forse il dato più preoccupante per Berlino è quello diffuso martedì e riguarda la produzione del settore automobilistico. Secondo le stime preliminari anticipate da Destatis (l'equivalente tedesco dell'Istat), nel corso del secondo semestre del 2018 il relativo indice ha fatto segnare un eloquente -7,1%. La frenata tedesca, d'altronde, è ormai un fatto riconosciuto a livello internazionale. Sempre parlando di produzione industriale, l'ultimo bollettino pubblicato da Eurostat il 13 marzo scorso basato sui dati di gennaio ha certificato che la Germania gira a una velocità molto inferiore a quella del resto dell'eurozona sia se prendiamo in considerazione il dato congiunturale (+1,4% contro -0,9% tedesco e +1,7% italiano) che quello tendenziale (-1,1% area euro contro -3,4% di Berlino). È anche per via dell'importante e ormai per certi versi cronica flessione dell'industria tedesca che il Fmi ha tagliato drasticamente le stime di crescita per la Germania. Secondo il Fmi, infatti, nel 2019 il Pil teutonico crescerà appena dello 0,8% e nel 2020 dell'1,4%. Una sforbiciata importante, che per l'anno in corso è pari allo 0,5% rispetto alle previsioni di gennaio e addirittura dell'1,1% in meno se facciamo riferimento ai dati diffusi a ottobre del 2018. Risultati influenzati dal rallentamento a livello globale dell'economia, ma pur sempre deludenti se si pensa che fino a un paio di anni fa la Germania era considerata a tutti gli effetti la locomotiva d'Europa. Ora invece, come ha riconosciuto anche il segretario generale dell'Ocse Antonio Gurria, a colloquio la settimana scorsa con il premier Giuseppe Conte, la responsabilità della battuta d'arresto europea è da attribuire «soprattutto alla Germania». Come nota il Fmi, lo stop dell'economia tedesca è imputabile ai minori consumi privati, alla diminuzione della domanda estera e, ovviamente, ai risultati sotto le aspettative della produzione industriale. La ricetta consigliata dal Fondo è quella di utilizzare l'ampio spazio fiscale per incrementare gli investimenti pubblici e ridurre il costo del lavoro. 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Troppa la carne al fuoco a partire dai nodi flat tax e disinnesco delle clausole di salvaguardia che saranno affrontati a settembre in vista della manovra d'autunno. Ma anche gli attesi provvedimenti - dallo Sblocca cantieri al dl Crescita e i rimborsi per i risparmiatori truffati dalle banche - i cui testi ufficiali non hanno ancora visto la luce. Il capo dell'esecutivo ha cercato di rassicurare, giustificando le stime di mancata crescita del Documento che segnano una netta inversione di rotta rispetto agli annunci e alle stime di qualche mese fa. «Siamo determinati a evitare l'aumento dell'Iva e non prevediamo una patrimoniale», ha detto Conte smentendo le notizie su scontri e tensioni a Palazzo Chigi. «È stata una riunione tranquillissima, tra noi è normale dialettica, è stata scelta l'impostazione più corretta», ha assicurato. Dal canto suo ci prova anche Salvini che ha dovuto, per il momento ammettere il parziale rinvio sulla flat tax («ci stiamo lavorando»). La crescita è stimata allo 0,2% per quest'anno «perché siamo prudenti, meglio correre dopo ed essere prudenti prima», ha affermato il vicepremier. E pure Salvini ha garantito: «L'Iva non aumenta, non ci sono tasse sulla casa e non ci sono tasse sui risparmi». Anche per Di Maio «aumentare l'Iva per fare la flat tax è una follia, la flat tax si farà ma non aumentando l'Iva», ha detto il vicepremier grillino che invece ha insistito su un altro tema caldo per i 5 stelle, quello dei truffati dalle banche e i continui rinvii sui decreti per i rimborsi. «Se non si concorda con i risparmiatori non si fa nulla», ha affermato Di Maio alludendo al fatto che non tutte le associazioni dei risparmiatori hanno firmato l'intesa di inizio settimana a Palazzo Chigi. Tutti d'accordo nel governo sullo stop all'aumento dell'Iva, senza però fare i conti con i costi dell'operazione. Ben 23 miliardi nel 2020 che, secondo le indicazioni di Conte, dovrebbero essere reperiti attraverso la spending review e le tax expenditures, il cui riordino è atteso da anni. Si aspetta di vedere la pubblicazione dei testi ufficiali del Def per capire come verranno declinate tutte le indicazioni e le intenzioni delle due anime del governo. Oggi il documento dovrà già essere a Bruxelles, di conseguenza i tecnici del Mef sono stati chiamati a lavorare fino a notte fonda. Nelle bozze del Def si fa un chiaro riferimento alla necessità di mettere mano alla montagna di sconti fiscali che si sono accumulati negli anni: si tratta di 610 misure per 76,5 miliardi, secondo un recente studio dell'Ufficio valutazione impatto del Senato, 466 voci invece secondo l'ultimo rapporto del Mef allegato alla nota di aggiornamento di settembre, di cui 120 voci valgono meno di 10 milioni. Le tax expenditures sono più volte entrate nel mirino anche durante la nuova legislatura, in particolare da parte dei 5 stelle, che vorrebbe eliminare gli incentivi dannosi per l'ambiente, ma finora nessuno è mai riuscito davvero a intervenire perché eliminare degli sconti significa, almeno per qualche categoria, aumentare le tasse. Accanto alla promessa revisione delle agevolazioni fiscali i gialloblù rispolverano anche la spending review: nella bozza del Pnr si parla di altri 2 miliardi congelati nel 2020 che salgono «in termini cumulativi a 3,5 miliardi nel 2021 e a 6 miliardi nel 2022». Poco considerando che oltre ai 23 miliardi di Iva, il governo vorrebbe trovare almeno 12 miliardi per tagliare le tasse al ceto medio. Nonostante le posizioni ufficiali che escludono categoricamente qualunque aumento di imposte, l'arma dell'Iva resta la preferita di Tria che nel corso della carriera accademica ha sempre elogiato lo spostamento delle imposte delle persone alle cose. E forse non a caso il sottosegretario Giancarlo Giorgetti si è limitato a osservare che «adesso non si può ancora dire». Il nodo vero, quasi assente dal dibattito, è però quello del debito: il Def non può che certificare un suo aumento abbastanza sostenuto, al 132,6% quest'anno, mentre il piano di privatizzazioni e dismissioni da un punto di Pil, promesso a novembre e confermato nelle bozze del Documento. A questo punto varrebbe veramente la pena, prendere in considerazione uno choc fiscale. 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Un consiglio in cui la Bce ha confermato, come ampiamente previsto, i tassi di interesse a zero nell'area euro e ha mantenuto l'orientamento a non effettuare rialzi almeno fino alla fine dell'anno. «Quello che ha fatto il consiglio direttivo è una valutazione delle prospettive economiche e riasserire la prontezza della Bce a usare ogni strumento possibile per far fronte a qualsiasi contingenza possa verificarsi. Questo direi all'unanimità», ha detto Draghi. Il numero uno della Bce, in pratica, non esclude quindi né un nuovo programma di riacquisto titoli né il ricorso a qualunque strumento che possa limare il più possibile gli effetti negativi di una crescita zero in Europa. «I rischi per le prospettive di crescita nell'area dell'euro restano orientati al ribasso per via delle perduranti incertezze connesse a fattori geopolitici, alla minaccia del protezionismo e alle vulnerabilità nei mercati emergenti», ha detto Draghi. Per questo la Bce si è detta pronta a mitigare quanto più possibile l'impatto dei tassi negativi sulle banche nel caso in cui emergano effetti collaterali. Tanto che l'istituto di Francoforte starebbe considerando la possibilità di introdurre un tasso «graduato» sui depositi che consentirebbe alle banche di avere una parziale esenzione dal pagamento di un tasso d'interesse per depositare le riserve in eccesso alla Bce. In poche parole, l'idea sarebbe quella di rendere meno oneroso il costo dei depositi per le banche in modo sgravarle da ulteriori costi e, allo stesso tempo, agevolare l'erogazione del credito a privati e aziende. Per questo la Bce potrebbe, al momento è solo un'ipotesi, adottare un sistema simile a quello adottato già da Giappone e Svizzera per cui i tassi negativi vengono applicati solo alla parte delle riserve che eccede una certa soglia (20 volte le riserve obbligatorie in Svizzera, mentre in Giappone il calcolo è più complesso), alleviando così gli oneri a carico dei conti economici. Sempre in tema di aiuto agli istituti di credito, Draghi ha anche fatto sapere che le condizioni della nuova serie di operazioni di rifinanziamento agevolate alle banche (Tltro) previste in autunno saranno «comunicati nella prossima riunione» della Bce. Il presidente dell'Eurotower ha fatto sapere ieri che il costo del credito, insomma, dovrà essere compatibile sia con l'orientamento della politica monetaria, sia con il buon funzionamento delle aziende di credito. Draghi ieri ha poi confermato il suo obiettivo di voler riportare l'inflazione del Vecchio continente a livelli ben più alti di quelli attuali, intorno al 2%. «Siamo pienamente impegnati a garantire il ritorno dell'inflazione ai target senza ritardi», ha detto il numero uno della Bce che ha spiegato come il valore obiettivo di Francoforte non sia un tetto invalicabile: «siamo pieni di strumenti» da utilizzare, ha ricordato. Certo, ha ricordato il presidente della Bce, i dati in arrivo «continuano a essere deboli, specialmente nel settore manifatturiero, principalmente per il rallentamento della domanda esterna, che è stato amplificato da fattori specifici di singoli Paesi e settori», ha detto. Un impatto che «si sta rivelando più duraturo delle attese e l'inerzia più lenta della crescita si sta estendendo a quest'anno». Comunque, ha sottolineato il presidente della Bce con un po' di ottimismo, «l'effetto di questi fattori dovrebbe scomparire». Draghi ha anche commentato ieri la situazione italiana e il taglio delle stime sul pil previsto da diversi istituti. «Non sono state una sorpresa. Mi sembra piuttosto chiaro che la priorità nel Paese sia ristabilire crescita e occupazione» e Roma «sa come farlo», ha detto. L'importante, è che tale priorità, ha concluso, «sia perseguita senza innescare una crisi nei tassi di interesse perché il loro aumento ha un effetto negativo, di contrazione sull'economia».
Nel riquadro il manifesto di Pro vita & famiglia (iStock)
Il Comune di Reggio Calabria ha fatto bene censurare i manifesti antiabortisti di Pro vita e famiglia: così ha stabilito il Tar della Calabria, con una sentenza emessa martedì contro la quale l’associazione pro life guidata da Toni Brandi e Jacopo Coghe intende ricorrere e che, a ben vedere, presenta dei profili paradossali. Ma facciamo un passo indietro, riepilogando brevemente la vicenda. Il 10 febbraio 2021 Pro vita inoltrava al Servizio affissioni del Comune di Reggio Calabria la richiesta di affissione di 100 manifesti, - raffiguranti l’attivista pro life Anna Bonetti con un cartello - specificando come in essi fosse contenuta la seguente frase: «Il corpo di mio figlio non è il mio corpo, sopprimerlo non è la mia scelta #stop aborto».
La richiesta è stata approvata e così i cartelloni sono stati subito affissi dalla società gestrice del relativo servizio. Tuttavia, già il giorno dopo i manifesti sono stati rimossi dalla società stessa. Il motivo? Con una semplice email – senza cioè alcun confronto né controllo preventivo - l’Assessore comunale alle Pari opportunità e Politiche di genere aveva richiesto al gestore del Servizio di affissioni pubbliche l’oscuramento dei manifesti «perché in contrasto con quanto contenuto nel regolamento comunale».
Pro vita ha così fatto ricorso al Tar e, nelle scorse ore, è arrivata una sentenza che ha dato ragione al Comune; e lo ha fatto in modo assai singolare, cioè appoggiandosi all’articolo 23 comma 4 bis del Codice della strada, introdotto dal decreto legge 10 settembre 2021, n. 121, entrato in vigore l'11 settembre 2021, e successivamente convertito, con modificazioni, dalla legge 9 novembre 2021, n. 15. Ora, come si può giustificare una censura con una norma che nel febbraio 2021 non c’era? Se lo chiede Pro vita, che se da un lato studia delle contromisure – già nel dicembre 2025 sono ricorsi alla Corte europea dei diritti umani contro due sentenze simili del Consiglio di Stato -, dall’altro richama l’attenzione del Parlamento e del centrodestra sulla citata normativa del Codice della strada, ritenuta un ddl Zan mascherato e da modificare.
In effetti, il citato articolo 23, vietando messaggi contrari agli «stereotipi di genere», ai «messaggi sessisti» e «all’identità di genere», offre la sponda a tanti bavagli. «Con la scusa di combattere sessismo e violenza, si apre la porta alla censura ideologica e a un pericoloso arbitrio amministrativo», ha dichiarato Toni Brandi alla Verità, aggiungendo che «formule come “stereotipi di genere offensivi” e “identità di genere” peccano di una grave indeterminatezza precettiva: sono concetti vaghi e soggettivi che permettono di colpire chiunque difenda la famiglia, la maternità e la realtà biologica». Di conseguenza, secondo il presidente di Pro vita e famiglia è «inaccettabile che sulle strade si vietino messaggi legittimi e pacifici in nome del politicamente corretto
«La sicurezza stradale, che dovrebbe occuparsi di incolumità e circolazione», ha altresì evidenziato Brandi, «è stata trasformata in un cavallo di Troia per zittire chi non si allinea al pensiero unico, come dimostrato dai numerosi casi di affissioni di Pro vita & famiglia rimosse o silenziate da amministrazioni di centrosinistra». Grazie anche al solito aiutino della magistratura.
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Francesca Pascale e Simone Pillon si confrontano sui temi cari alla coalizione di governo prendendo le mosse dall'uscita del generale Vannacci dal partito di Matteo Salvini.
Il presidente della Polonia Karol Nawrocki (Ansa)
Il presidente ha colto l’occasione della visita nella storica università per presentare una proposta di programma per l’Unione europea. Nawrocki ha cominciato parlando della situazione attuale dell’Ue dove agiscono forze che spingono per «creare un’Unione europea più centralizzata, usando la federalizzazione come camuffamento per nascondere questo processo. L’essenza di questo processo è privare gli Stati membri, a eccezione dei due Stati più grandi, della loro sovranità; indebolire le loro democrazie nazionali consentendo loro di essere messi in minoranza nell’Ue, privandoli così del loro ruolo di «padroni dei Trattati»; abolire il principio secondo cui l’Ue possiede solo le competenze che le sono conferite dagli Stati membri nei trattati; riconoscere che l’Ue può attribuirsi competenze e affermare la supremazia della sovranità delle istituzioni dell’Ue su quella degli Stati membri». Tutto questo non era previsto nei Trattati fondanti dell’Unione. Secondo Nawrocki la più grande minaccia per l’Ue è «la volontà del più forte di dominare i partner più deboli. Pertanto, rifiutiamo il progetto di centralizzazione dell’Ue». Perciò delle questioni che riguardano il sistema politico e il futuro dell’Europa dovrebbero decidere «i presidenti, i governi e i parlamenti» che hanno il vero mandato democratico» e «non la Commissione europea e le sue istituzioni subordinate, che non sono rappresentative della diversità delle correnti politiche europee e sono composte secondo criteri ideologici».
Ma il presidente non si è limitato alla critica ma ha lanciato un programma polacco per il futuro dell’Unione europea, che parte da un presupposto fondamentale: «I padroni dei trattati e i sovrani che decidono la forma dell’integrazione europea sono, e devono rimanere, gli Stati membri, in quanto uniche democrazie europee funzionanti». Successivamente Nawrocki fa una premessa riguardante la concezione del popolo in Europa: «Non esiste un demos (popolo) europeo; la sua esistenza non può essere decretata, e senza un demos non c’è democrazia. Nella visione polacca dell’Ue, gli unici sovrani rimangono le nazioni […] Tentare di eliminarle - come vorrebbero i centralisti europei - porterà solo a conflitti e disgrazie».
Per questo motivo bisogna arrestare e invertire lo sfavorevole processo di centralizzazione dell’Ue. Per farlo Nawrocki propone in primo luogo, «il mantenimento del principio dell’unanimità in quegli ambiti del processo decisionale dell’Ue in cui è attualmente applicato». In secondo luogo, bisognerebbe «mantenere il principio «uno Stato - un commissario» nella struttura della Commissione europea, secondo il quale ogni Paese dell’Unione europea, anche il più piccolo, deve avere un proprio commissario designato nel massimo organo amministrativo dell’Ue, vietando al contempo la nomina di individui alle più alte cariche dell’Ue senza la raccomandazione del governo del Paese d’origine».
In terzo luogo, «la Polonia sostiene il ripristino della presidenza al capo dell’esecutivo dello Stato membro che attualmente detiene la presidenza dell’Ue, riportandola così alla natura pre-Lisbona. Pertanto, la Polonia propone anche di abolire la carica di presidente del Consiglio europeo. Il presidente del Consiglio deve, come in precedenza, essere il presidente, il primo ministro o il cancelliere del proprio Paese: un politico con un mandato democratico e una propria base politica, non un funzionario burocratico dipendente dal sostegno delle maggiori potenze dell’Ue. Mentre la natura rotazionale di questa carica conferiva a ciascun Stato membro un’influenza dominante periodica sul funzionamento del Consiglio europeo, il sistema attuale garantisce il predominio permanente delle “potenze centrali” dell’Ue e marginalizza le altre. Lo stesso vale per il Consiglio di politica estera dell’Ue, presieduto da un funzionario dipendente dalle maggiori potenze che non ha un mandato democratico, anziché dal ministro degli Esteri del Paese che detiene la presidenza». Il quarto punto: «la Polonia sostiene l’adeguamento del sistema di voto nel Consiglio dell’Ue per eliminare l’eccessiva predominanza dei grandi Stati dell’unione. Per mantenere il sostegno delle nazioni più piccole al processo di integrazione europea, queste nazioni devono avere una reale influenza sulle decisioni». Finalmente Nawrocki propone di «basare il funzionamento dell’Ue su principi pragmatici - senza pressioni ideologiche - limitando le competenze delle istituzioni dell’Ue a specifiche aree o sfide non ideologiche, come lo sviluppo economico o il declino demografico; limitando così gli ambiti di competenza delle istituzioni europee a quelli in cui le possibilità di efficacia sono significative. Ciò richiede l’abbandono di ambizioni eccessive di regolamentare l’intera vita degli Stati membri e dei loro cittadini e l’abbandono dell’intenzione di plasmare tutti gli aspetti della politica, talvolta aggirando o violando la volontà dei cittadini».
Nawrocki ha sottolineato anche una cosa fondamentale, cioè che «la Polonia ha una propria visione dell’Ue e ne ha diritto. Ha il diritto di promuovere la diffusione e l’adozione di questa visione. Questa è la natura della democrazia».
Leggendo il programma del presidente polacco per la riforma dell’Unione mi chiedo perché le sue proposte non vengono discusse nell’ambito europeo, perché non vengono condivise dai politici conservatori, dai partiti di destra, dagli ambienti che si dichiarano patriottici in altri Paesi dell’Europa?
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