«Il mondo in cui viviamo è un mondo di conflitti, incertezza e instabilità». Lo ha dichiarato il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, all’arrivo al Consiglio Competitività a Bruxelles, criticando l’accavallarsi delle riforme europee e i tempi dell’Industrial Acceleration Act, che a suo giudizio non può entrare in vigore fra tre anni se l’obiettivo è accelerare gli investimenti delle imprese.
L’ex Rottamatore dice che quelli «reali» sono peggiorati durante il governo di centrodestra rispetto ai tempi di Supermario. Ma dati Istat e dinamica degli accordi nazionali collettivi lo smentiscono: è vero il contrario.
Per Matteo Renzi è diventato un mantra. «I salari reali durante il governo Meloni sono peggiorati dell’8% rispetto al governo Draghi», afferma il leader di Italia viva. Una dichiarazione che merita un’analisi approfondita per separare la propaganda dalla realtà, incrociando i dati Istat e la dinamica dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Per salario reale non si intende la cifra che compare in testa alla busta paga (quella è il salario nominale) ma il potere d’acquisto effettivo, calcolato sottraendo l’andamento dell’inflazione alla crescita delle retribuzioni. L’affermazione di Renzi poggia su basi statistiche ma con una decontestualizzazione temporale. Nel 2022 l’inflazione ha toccato picchi dell’11,8% (nei mesi di novembre e dicembre) mentre i rinnovi contrattuali erano fermi. In quel momento, la perdita salariale reale ha registrato il livello più drammatico. Secondo i dati Istat e i rapporti dell’Oil (Organizzazione del lavoro), la perdita salariale reale nel 2022 è stata di circa il 6-7%. Per capire l’entità di questa cifra bisogna considerare il divario con l’inflazione che nel 2022 ha toccato l’8,1% con picchi, come detto prima, vicini al 12% a fine anno mentre le retribuzioni contrattuali medie sono cresciute di appena l’1,1%.
Questa forbice ha causato un crollo marcato del potere d’acquisto. Nel 2023-2026 si è assistito a una dinamica contraria. L’inflazione è bruscamente scesa e, in parallelo, si è rimessa in modo la macchina dei rinnovi contrattuali portando recuperi significativi in diversi settori industriali e dei servizi. Il rinnovo del comparto Commercio e terziario, che copre milioni di lavoratori, ha sbloccato aumenti significativi (240 lordi mensili a regime per il IV livello), così come l’Alimentare (280 euro in più). Nel secondo semestre 2025, sono stati recepiti dall’Istat 33 contratti collettivi nazionali, ovvero una platea di 4,7 milioni di lavoratori, il 37,1% del monte retributivo. A fine anno sono risultati in vigore per l’Istat 48 contratti che coprono 7,6 milioni di dipendenti, il 57,8%.
Secondo il report della Cisl sulla contrattazione collettiva nazionale, a dicembre scorso erano in attesa del rinnovo 5,5 milioni di lavoratori, il 42,2%. Guardando ai salari, le retribuzioni contrattuali lorde mostrano una perdita reale del 6,4% rispetto al 2019. Le retribuzioni di fatto lorde (che includono secondo livello, straordinari e indennità) riducono la perdita al -1,7%. Le retribuzioni nette che beneficiano del taglio del cuneo contributivo e delle detrazioni Irpef portano il divario reale per i redditi mediani a meno dell’1% rispetto al 2019.
L’altro elemento, infatti, che smentisce la narrazione di un impoverimento lineare durante il governo Meloni, è l’intervento sul cuneo contributivo. La trasformazione del taglio del cuneo in una misura strutturale per i redditi medio-bassi ha iniettato liquidità direttamente nelle buste paga dei lavoratori dipendenti. Questo beneficio, pur essendo di natura fiscale e non salariale in senso stretto poiché non incide sulla retribuzione lorda stabilita dai contratti, ha sostenuto il reddito disponibile delle famiglie in modo tangibile, agendo come ammortizzatore contro gli strascichi dell’inflazione passata.
Il taglio del cuneo contributivo agisce, infatti, sul netto in busta paga. I dati Inps 2025 mostrano che, per i redditi mediani, il gap residuo rispetto al 2019 scende a soli 0,5 punti su un’inflazione cumulata del 17,4%. Per i redditi bassi il gap è 2,9 punti. Secondo quanto riporta Trading economics, i salari medi annuali nominali sono aumentati a 33.148 euro nel 2024 rispetto a 32.450 euro nel 2023.
«Esaminando un grafico su dati di fonti nazionali che visualizza l’andamento dei salari orari reali, con l’indice 2005 fatto 100, emerge che tale indice è poco sopra 93 tra fine 2022 e inizio 2023 per arrivare a toccare un valore quasi 100 a fine 2025 che era il livello di salari nel 2005», spiega l’economista Domenico Lombardi, professore di pratica delle politiche pubbliche all’Università Luiss di Roma. «Ciò dimostra che durante il governo Meloni c’è stata una crescita dei salari orari reali che riflettono la stabilità macro fiscale dell’economia. Una crescita che si accompagna all’aumento dell’occupazione. L’indice dei salari orari reali è salito progressivamente nell’arco di tempo di questa legislatura in un contesto sostanzialmente difficile: con la Germania, nostro principale partner in economia stagnante, in una situazione geopolitica di crescente incertezza e nonostante la politica restrittiva della Bce nella prima parte del governo Meloni».
Il divario rispetto al 2005 è stato in gran parte colmato. «Nel governo Draghi c’è stata un’enorme flessione dei salari, passati da un indice indicato nel grafico di oltre 105 all’inizio della legislatura a 93 al termine», spiega Lombardi, sottolineando che «c’è ancora molto lavoro da fare. Pesa l’accresciuta incertezza internazionale e l’aggravarsi della crisi energetica».
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«Serve un'Europa unita nel settore energetico». Lo ha detto il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, dalla sede della delegazione di Confindustria a Bruxelles.
2026-01-29
Il «ferro di Calabria» e le ultime armi dei Borbone: la storia della fabbrica di Mongiana
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La fabbrica d'armi di Mongiana oggi restaurata. Nel riquadro dettaglio di un fucile prodotto dal 1854 (Ansa)
La siderurgia calabrese, attiva dal XVIII secolo, fu alla base dello sviluppo di una moderna fabbrica di armi i cui fucili equipaggiarono l'esercito borbonico negli ultimi anni di vita del Regno delle Due Sicilie. Fu abbandonata nel 1864 per una scelta del governo postunitario.
Acqua e legno di bosco: due elementi chiave che sino dai tempi più remoti costituiscono i requisiti necessari allo sviluppo dell’industria del ferro. Mongiana, piccolo centro del massiccio delle Serre calabre, li possedeva entrambi. Il terzo elemento per lo sviluppo di un’industria siderurgica era naturalmente la disponibilità di ferro, ed i rilievi dell’entroterra calabro ne erano ricchi.
L’«età del ferro» in Calabria ha radici millenarie, che risalgono ai Micenei. Ritrovamenti archeologici hanno rilevato la presenza di armi in ferro (punte di lancia, spade) attribuite ai tempi della polis greca di Kaulònia, mentre dal Cinquecento in poi negli atti del Regno di Napoli sono presenti atti che testimoniano una consistente attività estrattiva nella Locride interna, proseguita per tutto il secolo successivo. La vera industrializzazione della zona di Mongiana avverrà alla metà del XVIII secolo. L’industria estrattiva della Calabria sarà interessata dalla spinta all’industrializzazione (sebbene l’economia del territorio rimanesse prevalentemente agricola) scaturita dalle riforme promosse dal regno «illuminato» di Carlo III di Borbone e quindi del figlio Ferdinando IV, asceso al trono nel 1751. Vent’anni più tardi iniziò la costruzione del primo vero polo siderurgico calabrese, le Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, gestite dalla famiglia Conty proveniente dalla Spagna. Fu Francesco Conty a modernizzare le arretrate ferriere sparse nella zona e a creare un moderno polo siderurgico. Lo stabilimento di Mongiana passò l'occupazione napoleonica senza danni. Fu addirittura modernizzato, con migliorie tecnologiche e nuovi altiforni che saranno sfruttati al ritorno dei Borbone dal 1816, con l’unione delle corone e la nascita del Regno delle Due Sicilie. L’unificazione, nata in un periodo particolarmente turbolento per la Penisola italiana preunitaria, significò la necessità di riorganizzazione di quello che diventò l’esercito più numeroso d’Europa, ma non certo il più efficiente. Per quanto riguardava l’armamento individuale, il Regno era stato costretto sino ad allora a dipendere fortemente dalle forniture estere, in particolare da quelle francesi. L’esigenza di armare un corpo militare pressoché raddoppiato fu alla base della nascita della Reale Fabbrica d’armi di Mongiana, attiva dal 1852. Sotto Ferdinando II il regno delle Due Sicilie viveva tensioni sia all’estero che all’interno. Isolato diplomaticamente, il sovrano era in quel periodo impegnato in una dura repressione dei moti liberali scoppiati nel 1848. L’esigenza di armare l’esercito sia in funzione di difesa dei confini che per il mantenimento dell’ordine pubblico, fece da volano al periodo più fecondo della produzione di armi a Mongiana. In particolare i fucili moderni fecero la parte del leone tra i prodotti del polo siderurgico calabrese.
Nacque così sulle alture tra la Sila e l’Aspromonte il «Mongiana», il fucile da fanteria che fu l’arma individuale dei soldati borbonici negli ultimi anni di vita del Regno. Si trattava di un’arma fortemente ispirata al modello 1842 francese, prodotto dalla fabbrica St.Etienne, che inviò in Calabria alcuni consulenti per fornire le indicazioni tecniche per la produzione. Era un fucile ad avancarica con sistema a percussione, più efficiente dei precedenti a pietra focaia. Il calibro era di 17,5 mm con canna della lunghezza di circa 1 metro. Pesante 4,5 kg, la sua gittata massima era di circa 700 metri, di cui 150 di tiro utile (saliti a 300 con l’adozione successiva della canna rigata). Le officine di Mongiana riuscirono a produrre circa 7-8.000 pezzi all’anno soprattutto attorno al 1859-60, quando le ferriere contavano all’incirca 2.000 addetti. Furono gli eventi bellici a segnare le sorti della fabbrica calabrese a partire dall’autunno 1860 fino all’assedio piemontese di Gaeta che segnò la fine dei Borbone sul trono delle Due Sicilie. L’Unità d’Italia segnò per la Reale Fabbrica di Armi di Mongiana l’inizio di una fine rapida, decretata soprattutto dalla scelta del nuovo governo unitario di privilegiare le fabbriche del Nord come Torino e Brescia, puntando contemporaneamente sullo sviluppo del polo siderurgico di Terni. Non solo spinti da ragioni politiche ma anche economiche, i governanti di Torino giudicarono antieconomico mantenere in vita uno stabilimento che, pur moderno ed efficiente, era reso non competitivo a causa delle fortissime carenze infrastrutturali dell’area, con strade impervie, sconnesse e non praticabili ai carichi pesanti, con conseguente aumento dei prezzi legati alla produzione. Mongiana terminò l'attività ufficialmente nel 1864 e dieci anni dopo dovette subire una seconda fine ingloriosa: nel 1874 la fabbrica fu venduta all’asta e acquistata dall’ex garibaldino Achille Fazzari, che ottenne finanziamenti per un rilancio che non avverrà mai, dal momento che l’operazione fu coinvolta nel crack della Banca Romana del 1893. Mongiana, spogliata dei macchinari trasferiti al Nord, diventò un sito fantasma fino al recente recupero e restauro, ed è oggi visitabile grazie all’opera dell’Ecomuseo delle Fonderie e Ferriere di Calabria.
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«Le nostre nazioni condividono molti valori, una vocazione verso la creatività e l’innovazione pur rimanendo ancorate alla loro tradizione, e dal mio punto di vista condividono un potenziale – nonostante i nostri rapporti bilaterali siano estremamente solidi – inespresso straordinario che siamo ovviamente qui per esplorare e portare avanti». Così Giorgia Meloni in apertura dell’incontro bilaterale con il presidente coreano Lee Jae-Myung. Nelle dichiarazioni congiunte nella Blue House di Seul al termine del bilaterale, il premier ha spiegato che «Rafforzare il nostro partenariato economico è una delle tre priorità» di cui si è discusso, insieme a quella di puntare su «catene del valore più forti e sicure» e a dare «maggiore sistematicità al coordinamento politico».






