2025-12-17
Automotive, Salini: «Con il pacchetto Ue hanno prevalso buonsenso e neutralità tecnologica»
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(Totaleu)
Lo ha detto l’eurodeputato di Forza Italia a margine della sessione plenaria di Strasburgo.
Lo ha detto l’eurodeputato di Forza Italia a margine della sessione plenaria di Strasburgo.
La guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran segna una nuova escalation con l’uccisione di Ali Larijani, figura chiave dell’apparato di sicurezza della Repubblica islamica. Secondo quanto annunciato dall’esercito israeliano e dal ministro della Difesa Israel Katz, Larijani - segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale e destinatario di una taglia americana da 10 milioni di dollari - è stato eliminato in un attacco aereo nella notte tra lunedì e martedì.
L’operazione, riferisce l’emittente israeliana Channel 12, sarebbe stata inizialmente programmata per la notte precedente e poi rinviata all’ultimo momento. La decisione di colpire è arrivata dopo aver individuato Larijani in uno degli appartamenti utilizzati come rifugio, dove si trovava insieme al figlio anche lui ucciso. Il raid nel quale sono stati lanciati 20 missili conferma come non esistano più luoghi sicuri per i vertici del regime.
Le Forze di Difesa israeliane hanno definito Larijani una delle figure più influenti e longeve del sistema di potere iraniano, sottolineandone il legame diretto con la Guida Suprema. Dopo aver guidato personalmente la repressione di gennaio contro i manifestanti iraniani, Larijani aveva consolidato il proprio peso all’interno del regime. Alla morte di Ali Khamenei, avvenuta il 28 febbraio nelle prime fasi del conflitto, era così diventato il perno del sistema, coordinando le attività politico-militari e le operazioni internazionali. La sua eliminazione si inserisce in una più ampia offensiva che, secondo fonti vicine all’opposizione come Iran International, avrebbe causato nella stessa notte la morte di circa 300 membri della milizia Basij. Tra le vittime figurano anche il comandante Gholamreza Soleimani, il suo vice Seyyed Karishi e altri quadri apicali, colpiti mentre si trovavano in un campo temporaneo allestito nei pressi di Teheran dopo la distruzione di diverse basi nelle settimane precedenti. Soleimani era il comandante delle forze Basij, una milizia di volontari composta da 700.000 persone che opera in difesa della Repubblica islamica. L’aeronautica militare israeliana ha nuovamente colpito nel pomeriggio i membri della milizia e i suoi checkpoint a Teheran e in altre località, come mostrano i video dell’Idf.
I raid notturni hanno inoltre preso di mira infrastrutture logistiche e centri di comando, inclusi siti con centinaia di veicoli militari. Secondo le stime dell’Idf, dall’inizio delle operazioni sarebbero stati uccisi tra i 4.000 e i 5.000 tra soldati e comandanti iraniani, infliggendo un duro colpo alla catena di comando della Repubblica islamica. Teheran non ha confermato né smentito la morte di Larijani, limitandosi a diffondere sui social una dichiarazione manoscritta attribuita allo stesso dirigente, risalente a giorni precedenti e priva di riferimenti agli eventi. Nel messaggio, Larijani minacciava gli Stati Uniti e rivendicava la capacità di risposta del regime, parlando di «propaganda nemica» e promettendo vendetta per il sangue versato. L’uccisione di Larijani si aggiunge a una lunga lista di perdite eccellenti che hanno colpito la leadership iraniana nelle ultime settimane, tra cui lo stesso Khamenei, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour e il consigliere per la sicurezza Ali Shamkhani. Resta invece avvolta nell’incertezza la sorte di Mojtaba Khamenei, indicato come nuova Guida Suprema ma mai apparso pubblicamente dal 28 febbraio. Nel frattempo, il regime ha fatto sapere che Mojtaba avrebbe respinto proposte di de-escalation e di cessate il fuoco avanzate da mediatori internazionali, segnalando la volontà di proseguire il confronto militare. L’esercito israeliano ha confermato di aver colpito anche Akram al-Ajouri, leader della Jihad islamica palestinese. Secondo fonti militari, la campagna congiunta israelo-americana starebbe procedendo più rapidamente del previsto, con un’intensificazione degli attacchi contro l’industria della difesa iraniana e gli arsenali missilistici. Tuttavia, le operazioni sono destinate a proseguire per almeno altre tre settimane: «Abbiamo migliaia di obiettivi da colpire», ha dichiarato alla Cnn il portavoce dell’Idf, il generale Effie Defrin. Sul piano politico, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha definito l’eliminazione di Larijani «un’opportunità per il popolo iraniano di riprendere il controllo del proprio destino», sostenendo che l’offensiva mira anche a destabilizzare il sistema di potere della Repubblica islamica.
In questo scenario di crescente vuoto ai vertici, il controllo del Paese sembra sempre più nelle mani dei Pasdaran. Tra le figure emergenti spicca Mohsen Rezaei, ex comandante delle Guardie Rivoluzionarie e oggi consigliere militare della Guida Suprema, indicato da diverse fonti come l’uomo che starebbe gestendo la transizione e coordinando la risposta strategica dell’Iran. Teheran ha risposto con il lancio di un numero limitato di missili, facendo scattare le sirene d’allarme nel centro e nel nord di Israele e in Cisgiordania, senza causare vittime mentre droni iraniani hanno colpito l’ambasciata statunitense a Baghdad.
In serata, però, lo scenario è mutato con un attacco su larga scala da parte di Hezbollah nel nord e nel centro di Israele, già anticipato dalle Idf che nelle ore precedenti avevano rilevato un’intensificazione dei preparativi dell’organizzazione per colpire il territorio israeliano. In precedenza il segretario generale di Hezbollah, Naim Qassem, aveva rivendicato la decisione di riprendere le ostilità contro Israele, sottolineando come ciò avvenga «dopo quindici mesi in cui abbiamo lasciato spazio alla diplomazia con pazienza e perseveranza». Dopo le sue dichiarazioni alle Idf è stato ordinato di eliminare immediatamente qualsiasi alto esponente iraniano o di Hezbollah, senza attendere l’approvazione della leadership politica.
Grezzo. Rozzo. Confuso. Banale. Ridondante. Inutilmente enfatico. Caotico. Disordinato. Sbrodolato. Ripetitivo. Pensierini da Baci Perugina... Tali aggettivi ed espressioni le metto a disposizione di chi, dopo aver letto il mio libro, avrà voglia di stroncarlo - legittimamente, sia chiaro: il diritto di critica è sacrosanto. Anche perché quei termini sono tutti calzanti.
Il mio primo, e presumo ultimo, libro è infatti proprio così: tirato via, scritto male e argomentato peggio. Però è autentico.
(Sì, lo so: sembra di sentire Giorgia Meloni quando, a chi le segnalava i giudizi non esattamente lusinghieri che le aveva riservato l’alleato Silvio Berlusconi dopo la vittoria alle politiche 2022, affacciandosi dal sedile della macchina replicò: «Non ho niente da dire, mi pare però mancasse un punto tra quelli elencati: che non sono ricattabile»).
Direte: un libro non va giudicato in base alle pur buone intenzioni dell’autore.
Vero, ma non posso mentire, almeno con i lettori della Verità: l’ho messo nero su bianco come sentivo dovesse essere scritto.
«In apnea», come l’ha definito Alessandra Arachi sul Corriere della Sera (grazie a lei, e grazie ad Aldo Cazzullo, il primo a contattarmi: non siamo sempre d’accordo, ma la stima c’è sempre stata, e rimane).
Perché la punteggiatura è assente, come se avessi scritto in trance, lasciando spazio a un lungo flusso di coscienza - cattiva, perché onusta di sensi di colpa.
Una lunga confessione come se, sdraiatomi sul lettino, mi fossi messo a parlare con l’analista. In questo caso, il mio stesso padre. Si fa prima a dire cosa non è, il mio pregevole manufatto.
Non è un trattarello sociologico sull’evoluzione della figura del padre, in principio l’autorevole pater familias, quindi il dispotico Padre padrone (come da titolo del volume di Gavino Ledda, Feltrinelli 1975), infine oggi il «mammo».
Non me lo sarei potuto permettere, e comunque in materia esiste una copiosa produzione, penso ai libri di Massimo Recalcati, Cosa resta del padre? Raffaello Cortina 2017, Maurizio Quilici, Storia della paternità, Fazi 2010, Antonio Polito, Contro i papà, Rizzoli 2012.
Non è nemmeno la storia della mia famiglia, altrimenti lo spazio riservato a mia madre e a mia sorella sarebbe stato ben diverso. Non è la mia autobiografia - a chi interesserebbe? - né professionale né privata.
Nel primo caso, avrei ringraziato chi mi ha accompagnato lungo il percorso: da Giampaolo Pansa a Marco Tronchetti Provera, da Afef ad Adriano Panatta, da Maurizio Belpietro (l’unico, quando fui sostituito alla guida del TgLa7, a scrivere in lode dello stile che avevo esibito nel momento del «licenziamento»: senza cioè atteggiarmi a martire dell’informazione e della democrazia - che è spesso una posa ipocrita, e che proprio per questo in questo Paese paga sempre), fino a Enrico Mentana, che nel 1995 mi volle al Tg5 per sei mesi, e successivamente mi offrì anche l’assunzione, proposta che rifiutati perché nel frattempo avevo intrapreso la carriera di autore televisivo.
Nel secondo caso, si sarebbe trattato di un inutile memoir di un patetico maschio italiota, egoista e fedifrago, capace di farsi - disinvoltamente e allegramente - i casi suoi fino all’età di 55 anni.
Ed eccoci allo snodo fatale, al giro di boa: nel 2016 divento padre, e le mie prospettive - come d’incanto - cambiano.
D’accordo, anche qui siamo all’acqua calda: diventare padre, ritrovarsi genitore, non è poi una circostanza così speciale. Anche perché ho sempre pensato che nella vita non sia obbligatorio fare figli. A me non è successo fino appunto a 10 anni fa. E vivevo benissimo.
Poi, all’arrivo di Lucia e Romeo, ho scoperto che potevo vivere meglio.
Intendiamoci: continuo a sostenerlo, «replicarsi» non è un dovere.
Ma non condanno certo chi non ha figli (anche perché non sempre è una scelta, ma una situazione imposta dalla natura: in tal caso, capisco chi si adoperi per averlo, un figlio, purché non ricorra all’orrida pratica dell’utero in affitto, che mercifica il corpo delle donne, altro che la pubblicità).
Sia che si diventi padri oppure no, un dato è certo: si è comunque sempre figli, e su questo non ci piove.
Anche se poi confrontarsi con il nodo rappresentato dai rapporti con il proprio padre è un terreno estremamente sdrucciolevole, intriso di lacrime e di bestemmie, di conti senza sconti, di ammissioni e recriminazioni, accuse e incomprensioni, pentimenti tardivi che sono utili «come il morso di un cane a una pietra», evocando il grande Friedrich Nietzsche.
Il mio libro, in fondo, è tutto qui: il tentativo, non so quanto riuscito, di rimettere insieme i pezzi, tornando sul luogo del delitto (c’è sempre un momento in cui il figlio maschio esclama: «Father, I want to kill you», come Jim Morrison dei Doors nel brano The end, e scusate la citazione rock, ma sono pur sempre anche il Cavaliere Nero di Virgin Radio, e anche questo dettaglio rientra nel libro in modo significativo), alla ricerca di indizi e prove come tessere di un mosaico necessariamente incompleto, per saldare i sospesi.
Fuori tempo massimo, comunque, visto che mio padre e mia madre se ne sono andati a tre settimane l’uno dall’altra, tra aprile e maggio 2020, la primavera del Covid, senza neppure un funerale causa lockdown.
Quello che mi è successo dopo la scomparsa dei miei, il ritrovarmi improvvisamente orfano a 60 anni, condizione che di regola si associa all’infanzia o all’adolescenza («poverino, è rimasto orfano da bambino»), e che io invece ho sperimentato avendo già da un pezzo attraversato la mia personale linea d’ombra, è raccontato nel libro, ma sempre nel tentativo di capire meglio quale sia stato davvero il sentimento che ancora oggi mi fa commuovere se penso a quel padre calabrese, emigrato al Nord a 18 anni, entrato in Polizia tributaria, piombato a Como sul finire degli anni 50 quando i cartelli avvertivano «non si affitta ai terroni», autore di imprese memorabili quando dava la caccia agli «spalloni», che aspettava arrampicato sugli alberi, da cui il soprannome «Scoiattolo», per cui ha ricevuto medaglie ed encomi.
Un padre verso il quale oggi posso dire di nutrire un amore disperato, un legame indissolubile come quello manifestato da Camillo Sbarbaro nella sua poesia più celebre: «Padre / se anche tu non fossi il mio Padre / se anche fossi a me un estraneo / fra tutti quanti gli uomini già tanto / pel tuo cuore fanciullo t’amerei».
Che non a caso apre il primo capitolo.
Buona lettura, e grazie alla Verità per lo spazio.
I risultati del primo turno delle elezioni comunali francesi, svoltesi domenica, hanno riservato sorprese, più o meno buone, praticamente per tutti i partiti transalpini. Ma c’è una formazione che è uscita con le ossa rotte: quella macronista insieme ai suoi alleati. In effetti il partito fondato dal presidente Emmanuel Macron ha brillato per il suo scarso radicamento locale.
Persino per degli vecchi alleati di Macron, gli ex premier Edouard Philippe e François Bayrou, il primo turno non è stata una passeggiata. Bayrou, che è il primo cittadino di Pau dal 2014, è riuscito a distanziare il suo rivale socialista, Jérôme Marbot, di appena sette punti (33,83% contro il 26,31%). Invece Philippe, che prima del voto di domenica temeva una sconfitta, alla fine ha tirato un sospiro di sollievo visto che nel suo «feudo» di Le Havre ha ottenuto il 43,76% dei voti, mentre il candidato della lista comunista-socialista-ecologista, Jean-Paul Lecocq, si è fermato al 33,25%.
Parigi merita un discorso a parte. Nella capitale francese i candidati che, come prevede la legge elettorale transalpina, hanno ottenuto almeno il 10% delle preferenze necessarie a partecipare al secondo turno, sono: il socialista Emmanuel Grégoire (37,98%), l’erede politico dell’attuale sindaco Anne Hidalgo; Rachida Dati (25,46%) ex ministro della cultura dei due ultimi governi francesi e fuoriuscita dai Républicains; l’esponente dell’estrema sinistra de La France Insoumise, Sophia Chikirou (11,72%) ; Pierre-Yves Bournazel (11,34%) il centrista del partito di Edouard Philippe e Sarah Knafo (10,40%) eurodeputata di Reconquêté ! Il partito fondato da Eric Zemmour. Quest’ultima, ha ottenuto un risultato degno di nota se si pensa che è scesa in campo per Parigi solo pochi mesi fa. Verso le 8,00 di ieri mattina, in un video, Knafo si era già rivolta a Dati con questo invito: «Accetti la mano che le tendiamo». Ma la candidata della destra moderata ha fatto sapere che «non ci sarà alcuna alleanza con Sarah Knafo». Inoltre, su X, Dati ha proposto una fusione della sua lista con quella del centrista Bournazel perché «non siamo mai stati così vicini» dall’offrire «l’alternanza a Parigi». Quest’ultimo ha posto tre condizioni, tra la quali, la principale è «nessun avvicinamento, diretto o indiretto» con la lista di Knafo. La risposta di Dati non si è fatta attendere «lavoreremo con Pierre-Yves Bournazel su un progetto di alternanza», ha scritto su X.
Sul fronte opposto si è invece assistito ad una commedia tra i socialisti e l’estrema sinistra di Lfi. I primi, hanno escluso alleanze con La France Insoumise ma, nei fatti, in molte città sono già stati siglati patti tra i due partiti. È il caso di Limoges, Avignone, Brest e Tolosa. A Lione, il sindaco uscente, l’ecologista Grégory Doucet, ha realizzato un sostanziale pareggio con il favorito sostenuto dalla destra e dai macronisti, Michel Aulas. Il primo ha ottenuto il 37,36% dei voti, il secondo 36,78%. Il sindaco uscente di Lione ha annunciato un’alleanza tra la sua lista e Lfi. A Marsiglia, il Rassemblement national ha realizzato un exploit con Franck Allisio (35,02%) delle preferenze piazzandosi appena alle spalle del sindaco uscente di sinistra, Benoît Payan (36,70%). Dietro di loro, Martine Vassal (12,41%) e il deputato Lfi, Sébastien Delogu (11,94%). Payan ha escluso alleanze con Delogu così come ha fatto Grégoire a Parigi, nei confronti della sfidante Lfi. Da segnalare che, secondo un sondaggio Ipsos per France Télévision e altri media, solo il 46% degli elettori socialisti accetta l’alleanza con Lfi, mentre l’89% degli elettori di questo partito le vede di buon occhio. Le febbrili trattative tra i vari partiti continueranno fino a stasera alle 18,00. Poi i le liste per il secondo turno dovranno essere depositate nelle prefetture.
Luisa Battisti ha 60 anni, fa l’infermiera a Roma. Ha raccontato a Fuori dal Coro come, senza saperlo, si è ritrovata in un matrimonio poligamo. Ma non solo: racconta anche come si sia trovata sola davanti a un processo di radicalizzazione avvenuto in Italia. «Pensavo che da due culture diverse potesse nascere un arricchimento», dice oggi.
L’uomo di cui si innamora è un cittadino egiziano, musulmano: due anni di fidanzamento, viaggi in Egitto, l’accoglienza calorosa della famiglia di lui. Una fede moderata, nessun segnale d’allarme. Il matrimonio arriva al Cairo, con rito civile in ambasciata. Prima, però, c’era stato il matrimonio orfi, un’unione temporanea che permette alla coppia di dormire insieme senza violare le norme religiose locali. «È un matrimonio riservato solo alle occidentali», spiega Luisa. «Per loro non è un matrimonio serio».
Appena la coppia si trasferisce in Italia, le cose sembrano funzionare. Lui prova a integrarsi, frequenta amici e famiglia di lei. «Il venerdì andava alla Grande Moschea di Roma, ma nel rispetto reciproco». Poi, qualcosa cambia.
«Ha iniziato a frequentare altri connazionali conosciuti qui e ha cambiato moschea», racconta la donna. «Dalla Grande Moschea è passato alle moschee di Magliana e Centocelle». Luoghi di culto abusivi, garage o magazzini, dove predicatori improvvisati diffondono interpretazioni radicali dell’islam, in lingua araba. E senza supervisione. La trasmissione Fuori dal Coro ha più volte denunciato il fondamentalismo promosso nelle moschee abusive di Roma, mostrando voci di fedeli che parlano di conquistare l’Italia, di un Corano che chiede di combattere gli infedeli. «Questi imam improvvisati li istigano contro di noi, contro il nostro mondo. Tornava indemoniato, dicendo che dovevo convertirmi perché ero una peccatrice, che noi occidentali siamo immorali, che viviamo sotto il potere di Satana».
E in poco tempo le richieste del marito diventano imposizioni: niente prosciutto, niente vino, niente costume al mare (nonostante si fossero conosciuti proprio in costume, al mare), niente capelli sciolti e niente jeans. «Durante il Ramadan non potevo nemmeno farmi vedere in casa in mutande o reggiseno perché lui avrebbe peccato. Mi diceva che dovevo coprirmi, che ero un’infedele».
Ogni volta che lei rifiuta la conversione, lui si irrigidisce di più. Così arriva la violenza: «Mi ha messo le mani al collo più volte. Voleva strozzarmi perché se non riusciva a piegarmi io lo avrei mandato all’inferno».
Luisa specifica che l’uomo si è radicalizzato in Italia: «Se fosse stato così in Egitto, non lo avrei mai sposato. È cambiato qui, frequentando certe moschee».
A un certo punto lui annuncia di voler tornare momentaneamente in Egitto «per riflettere». Luisa accetta, senza immaginare cosa stia accadendo. «In quel periodo è andato a sposare una sua connazionale. L’ha portata in Italia incinta». Lo scopre solo dopo, quando lui, ormai in regola con i documenti grazie al matrimonio con lei, le comunica di avere un’altra moglie e un figlio. «Mi ha proprio detto: io ho vinto, con le tue leggi ti ho fregata!».
E dopo il danno, anche la beffa: i figli della seconda moglie finiscono sul suo stato di famiglia. «Per l’Italia lui era sposato con me, quindi quei bambini risultavano anche miei. È stato surreale. Come se quest’altra donna non esistesse». Poiché in Italia un secondo matrimonio non può esistere se il primo è ancora valido, per la magistratura la seconda moglie era come fosse un’amante. Ma i figli, paradossalmente, sono comunque comparsi nello stato di famiglia di Luisa: perché lui risultava ancora suo marito, nonostante le denunce. A quel punto le consigliano di fare testamento: se le fosse successo qualcosa, il marito e i figli avuti con la seconda moglie sarebbero stati considerati tutti suoi eredi.
Luisa denuncia ancora: ai carabinieri, all’ufficio cittadinanza, ma è già tardi: «Lui ha ottenuto comunque la cittadinanza italiana. Io portavo prove su prove, ma non è servito a nulla. All’ambasciata italiana in Egitto mi è stato detto di lasciare perdere, mi chiedevano: ma tu vuoi metterti contro l’islam, da sola?».
La mancanza di controlli sui matrimoni contratti all’estero, la mancanza di comunicazione tra ambasciata e tribunali, falle di un sistema che ha permesso al marito di Luisa di ottenere ogni beneficio: «Oltre la cittadinanza italiana, con quel figlio e anche con i figli avuti subito dopo ha ottenuto pure i bonus bebè». Non solo la poligamia, che in Italia costituisce reato punibile fino a cinque anni di carcere, secondo Luisa ci sarebbero anche i margini di truffa ai danni dello Stato.
E poi, altre minacce di morte: «Mi ripeteva di lasciare perdere o mi avrebbe fatto sgozzare». L’uomo però la passa liscia, ottiene dallo Stato anche la cittadinanza per la moglie che non parla l’italiano e indossa il niqab.
Mentre Luisa paga un prezzo altissimo: anni di processi, energie fisiche, mentali ed economiche. E la rinuncia che pesa più di tutte: la maternità. «Io non ho voluto figli perché sarebbero stati istruiti all’islam, senza possibilità di scelta. I figli sono di proprietà del padre, secondo lui».
L’uso strumentale dell’Italia come porta d’ingresso per l’Europa è un elemento costante nelle denunce contro l’islam radicale e l’intento è dichiarato: «mi ripeteva che era inutile ribellarmi. Tanto con le pance delle loro donne, che fanno figli qui, l’Europa sarebbe diventata l’Eurabia. Secondo lui è scritto nel Corano, l’islam conquisterà l’Europa». Luisa cita Oriana Fallaci e aggiunge amaramente: «Aveva ragione lei».

