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2023-05-06
L’Europa stronca i negoziati di pace. Roma: «Niente armi coi fondi Pnrr»
Josep Borrell (Ansa)
L’Italia non ci sta: niente dirottamento dei soldi del Pnrr per acquistare munizioni e armamenti. L’hanno detto ieri all’Ansa fonti di Palazzo Chigi, commentando la trovata del commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton. Nell’illustrare il lancio dell’Act in support of ammunition production (Asap), la norma con cui Bruxelles ha stanziato mezzo miliardo per aumentare la produzione di proiettili da destinare all’Ucraina, il politico francese aveva aggiunto che, allo scopo di rafforzare la Difesa dei Paesi membri, questi avrebbero potuto attingere sia ai fondi di coesione, sia alle risorse del Recovery. Sempre nel nome della resilienza.
Il governo italiano, peraltro incalzato dalle proteste dell’opposizione, in particolare del Movimento 5 stelle e di Giuseppe Conte, è stato chiaro: Roma «non intende usare i fondi del Pnrr per produrre armi». Non è in discussione il sostegno «politico e militare» a Kiev, hanno precisato dall’esecutivo, che è pure «favorevole al rafforzamento della capacità dell’industria della Difesa europea, anche nell’ottica di una maggiore autonomia strategica della Ue». Tuttavia, il Recovery «è uno strumento di investimento strategico e non un veicolo per finanziare la produzione di munizioni o armamenti».
Palazzo Chigi s’è inoltre voluto togliere un sassolino dalla scarpa. E ha insistito sulla necessità di aggiornare il programma di spesa e di organizzazione delle infrastrutture da realizzare con gli stanziamenti dell’Unione. Il nostro Paese invoca «un uso flessibile dei fondi europei, compresi quelli del Pnrr». La proposta di rinegoziare le linee guida del piano, viste le mutate condizioni del quadro economico e le difficoltà logistiche nell’attuazione degli interventi, è stata già avanzata più volte dal governo. Addirittura, un pezzo di maggioranza - la Lega - aveva suggerito di rinunciare ai soldi in prestito. Dettaglio non da poco: dei 145 miliardi di euro richiesti in totale, sui 225 resi disponibili, ben 127 li aveva prenotati proprio l’Italia. Poiché, di solito, a caval donato non si guarda in bocca, il fatto che quasi nessuno abbia approfittato del plafond indica che, dietro la retorica dell’elargizione solidale, si nasconde la tagliola dell’eurocommissariamento.
Le affermazioni riportate dall’Ansa, però, si prestano altresì a un secondo livello d’interpretazione. L’Italia avverte l’esigenza di chiarire che non impiegherà i miliardi del Pnrr per riempire gli arsenali, benché essi, informava ieri il Corriere, patiscano uno «scarso livello di munizionamento» e si trovino in «seria difficoltà». Le dichiarazioni di Palazzo Chigi sono la spia indiretta che qualche altro Stato membro userà davvero così i fondi del Recovery? Ci troveremmo dinanzi a un’alterazione sostanziale della natura del piano: nato per trainare la ripresa post Covid, verrebbe trasformato in un mezzo per star dietro a spese militari che nessuno aveva preventivato, quando è stato varato. Il che solleva un problema politico: Bruxelles dice sì all’acquisto di missili dopo aver bocciato progetti per stadi e asili. Ed è ancora quasi del tutto sorda alle prospettive di modifica degli investimenti.
In fondo, dopo la retorica sui settant’anni di pace che sarebbe stata capace di garantire, l’Europa si è rassegnata: il vento, ormai, è cambiato. C’è aria di bombe. L’Ue insegue Washington sulla strada, se non dell’escalation, del conflitto prolungato, non comprendendo che il conto della guerra lo paghiamo noi. Alla faccia dell’autonomia strategica, da perseguire - come ha confermato ieri Josep Borrell - financo al costo di scontentare gli Usa sui rapporti amichevoli con la Cina.
A rinsaldare la posa bellicista contribuiscono gli ego strabordanti dei leader continentali. Prendete, appunto, Borell. Ieri, l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione era a Firenze, dove ha proclamato che questo «non è il momento della diplomazia». Ha definito «un sogno a occhi aperti» l’ipotesi di trattativa Russia-Ucraina delineata dai cinesi e s’è detto rassegnato all’idea che Vladimir Putin non accetti le condizioni poste da Kiev. Conclusione: «In Ucraina non è il momento di conversazioni diplomatiche sulla pace. È il momento di sostenere militarmente la guerra».
A riprova che indossare l’elmetto stuzzica le vanità, o magari le velleità, Borrell ha inserito una nota personale: «Mi sento un diplomatico, ma anche una specie di ministro della Difesa, perché passo una parte importante del mio tempo a parlare di armi, di munizioni». Sarà per avvalorare l’irrobustimento del suo ruolo, che lo spagnolo ha ribadito che i 500 milioni stanziati per le munizioni agli ucraini non sono «una svolta». E che è indispensabile accrescere il potenziale del complesso militare-industriale europeo, adeguato «per un tempo di pace ma non per la guerra». Liquidati con sprezzo persino i tentativi di mediazione del Papa, a Bruxelles avranno deciso che non si torna più indietro. S’imbraccia il fucile. È l’incorreggibile banalità del male: scambiare una tragedia per un videogioco.
Il capo del gruppo Wagner striglia Putin: «Mancano proiettili, via da Bakhmut»
Mentre il conflitto ucraino prosegue, aumentano le spaccature in seno al fronte russo.
Il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, ha pubblicato un video decisamente critico dei vertici militari di Mosca. «Ci manca il 70% delle munizioni necessarie!», ha dichiarato. «Shoigu, Gerasimov, dove cazzo sono le munizioni?», ha proseguito, riferendosi al ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, e al capo delle forze armate di Mosca, Valery Gerasimov. «Il sangue è ancora fresco», ha continuato, mostrando decine di corpi dietro di sé. «Sono venuti qui come volontari e stanno morendo cosicché voi possiate sedervi come gatti grassi nei vostri uffici di lusso», ha detto ancora. Non solo. In un’altra dichiarazione, Prigozhin ha annunciato il ritiro del Wagner Group da Bakhmut. «Dichiaro a nome dei combattenti Wagner, a nome del comando Wagner, che il 10 maggio 2023 siamo obbligati a trasferire le posizioni nell’insediamento di Bakhmut alle unità del ministero della Difesa e ritirare i resti di Wagner nei campi logistici per leccarci le ferite», ha affermato. «Sto ritirando le unità della Wagner perché senza munizioni sono condannate a una morte insensata», ha proseguito, per lanciare poi i propri strali contro «gli invidiosi burocrati». Fino a ieri sera, il Cremlino si era rifiutato di commentare le dure parole di Prigozhin. Dall’altra parte, in questo clima rovente, la Cnn ha riferito che l’ex viceministro della difesa di Mosca, Mikhail Mizintsev, si sarebbe unito al Wagner Group.
Insomma, quello che emerge è un vero e proprio scontro interno al fronte russo tra autorità militari e combattenti irregolari. Uno scontro che va intensificandosi, ma che non è certo nuovo. Già nei mesi scorsi erano emerse delle tensioni tra il Wagner Group e i vertici politico-militari di Mosca. Tanto che, lo scorso gennaio, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, era stato costretto a intervenire, cercando di derubricare il tutto a una manipolazione mediatica. E attenzione. Questi attriti non riguardano solo i mercenari del Wagner. A settembre dell’anno scorso, fu infatti il leader ceceno, Ramzan Kadyrov, a criticare aspramente l’esercito russo. «Se oggi o domani non verranno apportate modifiche a come l’operazione militare speciale viene condotta, sarò costretto ad andare dalla leadership del Paese per spiegare loro la situazione sul terreno», dichiarò. «Non sono uno stratega come quelli del ministero della Difesa. Ma è chiaro che sono stati commessi degli errori», proseguì. Ieri, però, Kadyrov ha detto che le forze cecene sono pronte a prendere il posto della Wagner a Bakhmut.
Le tensioni tra i vertici militari e gli irregolari non è quindi una novità in seno al fronte russo. Il punto è che, anziché ridursi, queste divergenze sembra si stiano acuendo. D’altronde, il «no comment» del Cremlino sulle parole di Prigozhin tradisce un certo imbarazzo, anche perché le turbolenze con il Wagner Group rischiano di rivelarsi particolarmente problematiche per Vladimir Putin. E questo sostanzialmente per due ragioni. In primis, il presidente russo sta incontrando sempre più fatica nel trovare un equilibrio in seno alle complicate dinamiche che attraversano l’establishment russo (tra vertici militari, esponenti della Duma e leader degli schieramenti irregolari). È chiaro che queste divisioni interne danno un segnale di debolezza che, oltre a rinfrancare gli ucraini, potrebbero allontanare il sostegno cinese a Mosca (sostegno cinese che, guarda caso, nelle ultime settimane si è fatto più freddo). In secondo luogo, la questione per Putin potrebbe avere delle ripercussioni che vanno ben oltre la sola crisi ucraina. Il Wagner Group rappresenta infatti da anni l’ufficiosa longa manus di Mosca nel continente africano. È presente nella Libia orientale, che usa come trampolino di lancio per estendere l’influenza russa sul Sahel: dal Mali al Burkina Faso, passando per il Sudan. Ecco: le crescenti tensioni tra il ministero della Difesa e i mercenari potrebbero fiaccare la strategia africana del Cremlino.
Il conflitto intanto prosegue. L’intelligence di Kiev ha detto di non credere alle parole di Prigozhin sul ritiro da Bakhmut. «Prigozhin non ritirerà i Wagner da Bakhmut. Queste dichiarazioni sono state fatte da Prigozhin in considerazione del fatto che non può mantenere la promessa di catturare Bakhmut prima del 9 maggio. Ecco perché ora sta cercando di dare la colpa a qualcuno», ha spiegato un portavoce dei servizi ucraini, mentre il governo di Kiev ha annunciato di aver distrutto i depositi di munizioni del Wagner Group a Bakhmut.
Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha detto che verranno intraprese «azioni concrete» in risposta all’attacco subito mercoledì dal Cremlino da parte di un drone. Mosca ritiene che dietro quell’atto vi siano Kiev e Washington. I russi, ieri, hanno evacuato Enedogar, la città della centrale nucleare di Zaporizhzhia.
Nel frattempo, si è registrato un altro attacco di droni contro una raffineria nel Sud della Russia. Ieri sera è scattato a Kherson il coprifuoco a causa dei bombardamenti a cui la città è sottoposta dalle forze di Mosca, mentre Kiev ha reso noto che i corpi di 80 caduti le sono stati restituiti.
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Da Firenze, Josep Borrell liquida la mediazione cinese («Un sogno a occhi aperti») e insiste sull’acquisto di mezzi militari: «Sono tempi di guerra». L’Italia però boccia la proposta di usare il Recovery per comprare munizioni.Yevgeny Prigozhin: «Ritiro entro il 10 maggio». I ceceni: «Subentreremo noi». L’ex ministro della Difesa del Paese invasore si unisce ai mercenari. Evacuata l’area di Zaporizhzhia.Lo speciale contiene due articoliL’Italia non ci sta: niente dirottamento dei soldi del Pnrr per acquistare munizioni e armamenti. L’hanno detto ieri all’Ansa fonti di Palazzo Chigi, commentando la trovata del commissario Ue al Mercato interno, Thierry Breton. Nell’illustrare il lancio dell’Act in support of ammunition production (Asap), la norma con cui Bruxelles ha stanziato mezzo miliardo per aumentare la produzione di proiettili da destinare all’Ucraina, il politico francese aveva aggiunto che, allo scopo di rafforzare la Difesa dei Paesi membri, questi avrebbero potuto attingere sia ai fondi di coesione, sia alle risorse del Recovery. Sempre nel nome della resilienza. Il governo italiano, peraltro incalzato dalle proteste dell’opposizione, in particolare del Movimento 5 stelle e di Giuseppe Conte, è stato chiaro: Roma «non intende usare i fondi del Pnrr per produrre armi». Non è in discussione il sostegno «politico e militare» a Kiev, hanno precisato dall’esecutivo, che è pure «favorevole al rafforzamento della capacità dell’industria della Difesa europea, anche nell’ottica di una maggiore autonomia strategica della Ue». Tuttavia, il Recovery «è uno strumento di investimento strategico e non un veicolo per finanziare la produzione di munizioni o armamenti».Palazzo Chigi s’è inoltre voluto togliere un sassolino dalla scarpa. E ha insistito sulla necessità di aggiornare il programma di spesa e di organizzazione delle infrastrutture da realizzare con gli stanziamenti dell’Unione. Il nostro Paese invoca «un uso flessibile dei fondi europei, compresi quelli del Pnrr». La proposta di rinegoziare le linee guida del piano, viste le mutate condizioni del quadro economico e le difficoltà logistiche nell’attuazione degli interventi, è stata già avanzata più volte dal governo. Addirittura, un pezzo di maggioranza - la Lega - aveva suggerito di rinunciare ai soldi in prestito. Dettaglio non da poco: dei 145 miliardi di euro richiesti in totale, sui 225 resi disponibili, ben 127 li aveva prenotati proprio l’Italia. Poiché, di solito, a caval donato non si guarda in bocca, il fatto che quasi nessuno abbia approfittato del plafond indica che, dietro la retorica dell’elargizione solidale, si nasconde la tagliola dell’eurocommissariamento. Le affermazioni riportate dall’Ansa, però, si prestano altresì a un secondo livello d’interpretazione. L’Italia avverte l’esigenza di chiarire che non impiegherà i miliardi del Pnrr per riempire gli arsenali, benché essi, informava ieri il Corriere, patiscano uno «scarso livello di munizionamento» e si trovino in «seria difficoltà». Le dichiarazioni di Palazzo Chigi sono la spia indiretta che qualche altro Stato membro userà davvero così i fondi del Recovery? Ci troveremmo dinanzi a un’alterazione sostanziale della natura del piano: nato per trainare la ripresa post Covid, verrebbe trasformato in un mezzo per star dietro a spese militari che nessuno aveva preventivato, quando è stato varato. Il che solleva un problema politico: Bruxelles dice sì all’acquisto di missili dopo aver bocciato progetti per stadi e asili. Ed è ancora quasi del tutto sorda alle prospettive di modifica degli investimenti. In fondo, dopo la retorica sui settant’anni di pace che sarebbe stata capace di garantire, l’Europa si è rassegnata: il vento, ormai, è cambiato. C’è aria di bombe. L’Ue insegue Washington sulla strada, se non dell’escalation, del conflitto prolungato, non comprendendo che il conto della guerra lo paghiamo noi. Alla faccia dell’autonomia strategica, da perseguire - come ha confermato ieri Josep Borrell - financo al costo di scontentare gli Usa sui rapporti amichevoli con la Cina. A rinsaldare la posa bellicista contribuiscono gli ego strabordanti dei leader continentali. Prendete, appunto, Borell. Ieri, l’Alto rappresentante per la Politica estera dell’Unione era a Firenze, dove ha proclamato che questo «non è il momento della diplomazia». Ha definito «un sogno a occhi aperti» l’ipotesi di trattativa Russia-Ucraina delineata dai cinesi e s’è detto rassegnato all’idea che Vladimir Putin non accetti le condizioni poste da Kiev. Conclusione: «In Ucraina non è il momento di conversazioni diplomatiche sulla pace. È il momento di sostenere militarmente la guerra».A riprova che indossare l’elmetto stuzzica le vanità, o magari le velleità, Borrell ha inserito una nota personale: «Mi sento un diplomatico, ma anche una specie di ministro della Difesa, perché passo una parte importante del mio tempo a parlare di armi, di munizioni». Sarà per avvalorare l’irrobustimento del suo ruolo, che lo spagnolo ha ribadito che i 500 milioni stanziati per le munizioni agli ucraini non sono «una svolta». E che è indispensabile accrescere il potenziale del complesso militare-industriale europeo, adeguato «per un tempo di pace ma non per la guerra». Liquidati con sprezzo persino i tentativi di mediazione del Papa, a Bruxelles avranno deciso che non si torna più indietro. S’imbraccia il fucile. È l’incorreggibile banalità del male: scambiare una tragedia per un videogioco.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-stronca-i-negoziati-di-pace-roma-niente-armi-coi-fondi-pnrr-2659973212.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-capo-del-gruppo-wagner-striglia-putin-mancano-proiettili-via-da-bakhmut" data-post-id="2659973212" data-published-at="1683361323" data-use-pagination="False"> Il capo del gruppo Wagner striglia Putin: «Mancano proiettili, via da Bakhmut» Mentre il conflitto ucraino prosegue, aumentano le spaccature in seno al fronte russo. Il capo del Wagner Group, Yevgeny Prigozhin, ha pubblicato un video decisamente critico dei vertici militari di Mosca. «Ci manca il 70% delle munizioni necessarie!», ha dichiarato. «Shoigu, Gerasimov, dove cazzo sono le munizioni?», ha proseguito, riferendosi al ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, e al capo delle forze armate di Mosca, Valery Gerasimov. «Il sangue è ancora fresco», ha continuato, mostrando decine di corpi dietro di sé. «Sono venuti qui come volontari e stanno morendo cosicché voi possiate sedervi come gatti grassi nei vostri uffici di lusso», ha detto ancora. Non solo. In un’altra dichiarazione, Prigozhin ha annunciato il ritiro del Wagner Group da Bakhmut. «Dichiaro a nome dei combattenti Wagner, a nome del comando Wagner, che il 10 maggio 2023 siamo obbligati a trasferire le posizioni nell’insediamento di Bakhmut alle unità del ministero della Difesa e ritirare i resti di Wagner nei campi logistici per leccarci le ferite», ha affermato. «Sto ritirando le unità della Wagner perché senza munizioni sono condannate a una morte insensata», ha proseguito, per lanciare poi i propri strali contro «gli invidiosi burocrati». Fino a ieri sera, il Cremlino si era rifiutato di commentare le dure parole di Prigozhin. Dall’altra parte, in questo clima rovente, la Cnn ha riferito che l’ex viceministro della difesa di Mosca, Mikhail Mizintsev, si sarebbe unito al Wagner Group. Insomma, quello che emerge è un vero e proprio scontro interno al fronte russo tra autorità militari e combattenti irregolari. Uno scontro che va intensificandosi, ma che non è certo nuovo. Già nei mesi scorsi erano emerse delle tensioni tra il Wagner Group e i vertici politico-militari di Mosca. Tanto che, lo scorso gennaio, il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, era stato costretto a intervenire, cercando di derubricare il tutto a una manipolazione mediatica. E attenzione. Questi attriti non riguardano solo i mercenari del Wagner. A settembre dell’anno scorso, fu infatti il leader ceceno, Ramzan Kadyrov, a criticare aspramente l’esercito russo. «Se oggi o domani non verranno apportate modifiche a come l’operazione militare speciale viene condotta, sarò costretto ad andare dalla leadership del Paese per spiegare loro la situazione sul terreno», dichiarò. «Non sono uno stratega come quelli del ministero della Difesa. Ma è chiaro che sono stati commessi degli errori», proseguì. Ieri, però, Kadyrov ha detto che le forze cecene sono pronte a prendere il posto della Wagner a Bakhmut. Le tensioni tra i vertici militari e gli irregolari non è quindi una novità in seno al fronte russo. Il punto è che, anziché ridursi, queste divergenze sembra si stiano acuendo. D’altronde, il «no comment» del Cremlino sulle parole di Prigozhin tradisce un certo imbarazzo, anche perché le turbolenze con il Wagner Group rischiano di rivelarsi particolarmente problematiche per Vladimir Putin. E questo sostanzialmente per due ragioni. In primis, il presidente russo sta incontrando sempre più fatica nel trovare un equilibrio in seno alle complicate dinamiche che attraversano l’establishment russo (tra vertici militari, esponenti della Duma e leader degli schieramenti irregolari). È chiaro che queste divisioni interne danno un segnale di debolezza che, oltre a rinfrancare gli ucraini, potrebbero allontanare il sostegno cinese a Mosca (sostegno cinese che, guarda caso, nelle ultime settimane si è fatto più freddo). In secondo luogo, la questione per Putin potrebbe avere delle ripercussioni che vanno ben oltre la sola crisi ucraina. Il Wagner Group rappresenta infatti da anni l’ufficiosa longa manus di Mosca nel continente africano. È presente nella Libia orientale, che usa come trampolino di lancio per estendere l’influenza russa sul Sahel: dal Mali al Burkina Faso, passando per il Sudan. Ecco: le crescenti tensioni tra il ministero della Difesa e i mercenari potrebbero fiaccare la strategia africana del Cremlino. Il conflitto intanto prosegue. L’intelligence di Kiev ha detto di non credere alle parole di Prigozhin sul ritiro da Bakhmut. «Prigozhin non ritirerà i Wagner da Bakhmut. Queste dichiarazioni sono state fatte da Prigozhin in considerazione del fatto che non può mantenere la promessa di catturare Bakhmut prima del 9 maggio. Ecco perché ora sta cercando di dare la colpa a qualcuno», ha spiegato un portavoce dei servizi ucraini, mentre il governo di Kiev ha annunciato di aver distrutto i depositi di munizioni del Wagner Group a Bakhmut. Il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, ha detto che verranno intraprese «azioni concrete» in risposta all’attacco subito mercoledì dal Cremlino da parte di un drone. Mosca ritiene che dietro quell’atto vi siano Kiev e Washington. I russi, ieri, hanno evacuato Enedogar, la città della centrale nucleare di Zaporizhzhia. Nel frattempo, si è registrato un altro attacco di droni contro una raffineria nel Sud della Russia. Ieri sera è scattato a Kherson il coprifuoco a causa dei bombardamenti a cui la città è sottoposta dalle forze di Mosca, mentre Kiev ha reso noto che i corpi di 80 caduti le sono stati restituiti.
A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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La sede del Ministero della Cultura (Ansa)
«Marcell*, come here». Da scrivere rigorosamente con l’asterisco perché 66 anni dopo, l’umida e felliniana passeggiata di Anita Ekberg con sciabordio sarà un trionfo genderfluid. Accade stasera nella Roma pervasa da ogni tipo di gay pride (domani l’apoteosi con la sfilatissima), dove anche la fontana di Trevi diventa arcobaleno per un colpo di mano del serissimo (un tempo) Istituto centrale per la grafica, emanazione diretta del ministero della Cultura. L’evento a chiare tinte Lgtbq+ è annunciato con un fremito di emozione dal vertice dell’Icg: «Sarà una serata d’arte, di musica e di inclusione, con un mix di linguaggi diversi e prospettive contemporanee, nel segno della libertà espressiva e del dialogo tra patrimonio culturale e pubblici diversificati con una particolare attenzione ai giovani e agli under 30».
Tutto più liquido dell’acqua verdognola dove baluginano le monete dei turisti. Tutto così sfacciatamente queer. Tutto per effetto di un blitz sotterraneo che sta mettendo in imbarazzo il ministro Alessandro Giuli, avvenuto a sua insaputa. A orchestrare la sorpresa è stato il direttore dell’istituto, Fabio De Chirico, dirigente del ministero, inventore del «Grafica Pride» e ferreo custode delle istanze progressiste, già intruppato nei boys della lunga stagione di Dario Franceschini. È il destino delle stanze del potere dove si affastellano nella penombra i relitti politici di altre ere geologiche. Non fai in tempo a voltarti da una parte che dietro l’angolo c’è qualcuno con la pulsione che rese famoso Stefano Ricucci: «Fare i fro… col ministro degli altri».
Così, improvvisamente, scopriamo che esiste il Grafica Pride. E che un ente pubblico con scopi culturali del tutto estranei alla propaganda ideologica si autonomina sponsor della sarabanda genderfluid. Come se Leonardo decidesse di dipingere in giugno i carri armati di rosa e la Zecca di Stato prendesse l’iniziativa di emettere valori bollati con la bandiera arcobaleno sormontata da simboli intersexual. Quasi tutto a spese dei contribuenti, come sottolinea Pro Vita & Famiglia, «visto che gli eventi (congressi, convegni, mostre) vengono sostenuti da finanziamento pubblico che per il 2026 ammonta a quasi 89.000 euro. E che il bilancio dell’Istituto centrale di grafica ha un avanzo di bilancio di 8,3 milioni di euro».
Dicevamo del blitz in penombra. Per rendere gaia la fontana progettata dall’architetto Nicola Salvi quasi 300 anni fa su richiesta di papa Clemente XII era necessario non farlo sapere al consiglio d’amministrazione, composto - oltre che dal frondista De Chirico - dai consiglieri designati dal Mic e dal Consiglio superiore dei Beni culturali Gianfranco Ferroni, Angelo Mellone, Paolo Corsini e Marco Tortoioli Ricci (quest’ultimo indicato dalla conferenza Stato-Regioni). Immediatamente dopo essere venuti a conoscenza del bizzarro Pride di complemento, i primi tre si sono dissociati. Ma ormai l’arcobaleno aleggiava sulla fontana.
Informato della deriva Village People, il ministro Giuli, parlando con La Verità, ha preso le distanze. «Sono stupefatto. Al di là del fatto che risulti più o meno inappuntabile sotto il profilo procedurale, ritengo l’iniziativa incoerente con le mie aspettative rispetto al lavoro dell’Istituto centrale di grafica. Sono anche stupito dal fatto che l’iniziativa non abbia coinvolto né la direzione generale dei musei, né il capo dipartimento, né il capo di gabinetto del ministero, né il ministro stesso. Il direttore ha il dovere di mantenere collegamenti con i suoi diretti superiori, soprattutto quando si tratta di iniziative che escono dal perimetro della missione dell’istituto. Non si tratta di essere pro gender o no gender, si tratta di avere una maggiore consapevolezza istituzionale. Ben venga un confronto su tutto ma ci sono luoghi più appropriati. E questo non è neanche un confronto, è l’adesione a una manifestazione profilata in un senso preciso, con un chiaro riverbero politico. Ciò detto, il ministro non censura, esprime la propria opinione e verifica che tutto sia fatto nel rispetto delle procedure». Stay tuned, qualche testa rischia di rotolare.
Il programma è tutto un programma, perfetto per un governo di sinistra ultrawoke. La serata con l’asterisco comincia con la presentazione del volume «Musei, genere e queerness», dove De Chirico dialoga con Viviana Gravano (storica dell’arte contemporanea che lavora da anni sui temi del postcoloniale e sugli studi di genere) e Annalisa Sacchi, docente di Estetica del teatro all’Università Iuav di Venezia dove ha istituito un percorso di «studi performativi e di genere», concentrato sulla sessualità e sulle «prospettive critiche decoloniali».
La kermesse viene annunciata così: «Un’occasione per riflettere sul ruolo dei musei come spazi aperti e inclusivi, capaci di accogliere nuove narrazioni e di interrogare il rapporto tra istituzioni culturali, identità, genere e rappresentazione». È un imperdibile viaggio dentro «queerness e museologia», con la pretesa di mettere la bandiera del Pride sugli spazi espositivi permanenti italiani. Chi si presenta col salvagente davanti al monumento simbolo della romanità per non annegare nel conformismo fluido, avrà un’ulteriore sorpresa: una performance dal titolo «L’amore che non osa dire il suo nome», con la drag queen Ilythia Gothier, famosa per il video su Tik Tok nel quale teorizza: «Non posso vivere una vita senza tacco a stiletto». Sarà accompagnata dalla collega Céline Esprit.
Nessun dubbio sull’estrazione ideologica, ancora meno sulla trappola per il ministro. Mentre la fontana di Trevi si prepara alla notte transgender, la speranza di noi cinefili da basso impero vira verso la commedia: e se nottetempo Totò la vendesse a un turista trumpiano?
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Giuseppe Conte e Ursula von der Leyen (Ansa)
In totale, secondo il calcolo del quotidiano confindustriale, i Paesi che hanno beneficiato dei finanziamenti dovranno versare nelle casse dell’Unione 37 miliardi e siccome il nostro Paese partecipa alle spese con una percentuale che oscilla fra il 12 e il 13%, l’Italia dovrà staccare un assegno di circa cinque miliardi. Non solo: a questi si aggiunge un’altra quindicina di miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Unione europea, per un totale di una ventina di miliardi. In pratica, sul bilancio pubblico graverà per effetto del Pnrr e degli impegni previsti da Bruxelles l’equivalente di una manovra. Non ci vuole molto a capire che questo si tradurrà in minori spese per i prossimi anni o in maggiori tasse: se mancano 20 miliardi, infatti, in qualche modo si deve rimediare. Dunque, o si tagliano gli investimenti in alcuni settori che vanno dall’istruzione alla sanità, cioè i grandi capitoli di spesa del bilancio statale, oppure per recuperare il necessario occorre inventarsi qualche nuova tassa.
Qualcuno potrebbe chiedersi come sia possibile che il costo del Pnrr sia stato scoperto solo ora. In realtà, la sgradevole notizia di un prestito con gli interessi non è una novità. Infatti, prima citavo Giuseppe Liturri non a caso: negli ultimi anni credo che sulla Verità abbia scritto decine di articoli dedicati all’argomento, spiegando che quella montagna di quattrini non era gratis e che se avesse voluto, l’Italia avrebbe potuto trovare credito altrove senza sottostare agli obblighi di Bruxelles e, soprattutto, senza accettare denaro i cui costi erano oscuri. Purtroppo, gli interventi di Liturri sono stati ignorati dai giornaloni, che hanno preferito far credere all’opinione pubblica che la generosa Ue avesse deciso di donarci centinaia di miliardi. Quando Il Sole 24 Ore liquida la cosa dicendo che la questione dei costi del finanziamento del Pnrr era nota, «almeno lontano dai livelli più modesti di qualche propaganda politica», allude, senza dirlo, al fatto che i 5 stelle hanno accreditato per anni l’idea che i fondi fossero una gentile concessione senza oneri. Come se chi ottiene un prestito in banca non solo si rallegri con sé stesso fingendo di ignorare di essersi indebitato, ma faccia credere alle maestranze di essere più ricco di prima.
Giornali, opinionisti e politici a lungo hanno ignorato le ricadute dell’apertura di credito e oggi la Ue presenta il conto. Ma le cattive notizie non finiscono qui. L’articolo del Sole 24 Ore non è dettato da un calcolo fatto in redazione, ma dall’intervento della responsabile dell’Ufficio parlamentare di bilancio, authority autonoma che ogni anno presenta i conti a Camera e Senato. E da quelli comunicati nei giorni scorsi si evince che l’Europa vuole più soldi dagli Stati, ma questi soldi non serviranno per finanziare nuovi impegni, bensì in parte per estinguere i debiti precedenti. Tradotto: «La maggior parte dell’incremento di dotazione non si traduce in nuova capacità di spesa». Quindi pagheremo di più per ricevere meno. E questo andrà a scapito di agricoltura e coesione. Per il nostro Paese le risorse passerebbero da 81,7 a 72,3 miliardi, il 12% in meno.
Chissà se i grillini continueranno a definire tutto ciò un successo. Come per il Superbonus, un «successo» in rosso.
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