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2019-03-13
La finzione europea sui paradisi fiscali: gli Emirati entrano ed escono subito dalla blacklist
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Emirati Arabi Uniti all'interno della nuova lista dei paradisi fiscale extra Ue decisa ieri durante l'Ecofin. L'Italia si era fin da subito opposta all'ingresso del Paese all'interno della nuova blacklist dell'Unione europea ma la sua opposizione è durata ben poco. I ministri delle finanze dei 28 stati membri hanno infatti deciso di inserire gli Emirati Arabi Uniti, e altri 10 paesi, all'interno della lista delle giurisdizioni non compliant dal punto di vista fiscale. Pierre Moscovici, Commissario per gli affari economici dell'Ue, ha infatti dichiarato come «si stanno muovendo nella giusta direzione (gli Emirati Arabi Uniti) ma dobbiamo avere la certezza che il processo legislativo arrivi alla fine». L'affermazione e la decisione dei 28 si basa sulle promesse fatte l'anno scorso dalla giurisdizione. A dicembre 2017 gli Emirati Arabi Uniti erano infatti stati inseriti nella lista grigia, e non in quella nera dei paradisi fiscali, perché avevano promesso di correggere i regimi ritenuti nocivi dall'Ue entro la fine del 2018. Così non è stato. O meglio, il processo per porre fine alle pratiche fiscale dannose è iniziato, ma avendo un processo legislativo lungo, non è stato possibile attuare le modifiche entro la fine dell'anno scorso. A fine 2018 la Commissione Ue e il Gruppo del codice di condotta hanno però riesaminato i paesi inseriti nelle due liste, decidendo chi togliere definitivamente dall'elenco dei paradisi fiscali extra Ue, chi spostare dalla lista grigia a quella nera e chi far restare nella lista grigia. Gli Emirati Arabi Uniti non essendo riusciti a portare a termini gli impegni presi sono dunque finiti all'interno della lista nera dei paradisi fiscali extra Ue.
L'Italia si è però schierata sin dal principio a favore degli Emirati Arabi Uniti. Voleva infatti concedere al Paese un altro anno di tempo per adeguare i suoi regimi fiscali agli standard Ue. Mossa che era già stata concessa nel 2017, quando si decise di escludere alcune giurisdizioni dalla prima lista nera dell'Unione europea. Ma questa volta gli altri 27 ministri delle finanze non hanno appoggiato la volontà italiana, includendo gli Emirati Arabi Uniti tra i paradisi fiscali. Giovanni Tria, ministro dell'economia e delle finanze, ha però proposto un emendamento per permettere agli Emirati Arabi Uniti di uscire velocemente dalla lista dei paradisi fiscali dell'Ue. L'emendamento, approvato da tutti i ministri dell'Ecofin, propone dunque di far uscire dalla blacklist qualsiasi paese che attui dei miglioramenti al proprio sistema fiscale. «Se gli Emirati Arabi rispetteranno gli impregni presi, e siamo sul binario giusto, perché non toglierli dalla lista nera?» dichiara Moscovici. Sembra dunque aprirsi una porta inaspettata per il Paese, anche perché l'emendamento italiano permette un riesame della lista nera dei paradisi fiscali nel 2019. Opzione che non poteva essere contemplata prima. L'atto italiano permette dunque non solo la revisione della lista, ma anche la possibilità di togliere il paese, senza aspettare il 2020.
La posizione della Commissione e dei 28 ministri delle finanze nei confronti degli Emirati Arabi Uniti non si può dire che si sia esclusivamente basata su elementi tecnici. Le influenze politiche hanno infatti giocato un ruolo importante. La Svizzera, per esempio, era stata inserita insieme agli Emirati nella lista grigia dei paradisi fiscali e come gli Emirati non portato a termine le riforme fiscali necessarie nel 2018. La Confederazione elvetica ha infatti specificato che metterà in atto la riforma fiscale solo dopo la decisione definitiva sulla Brexit. Ma al momento, i passi fiscali intrapresi sono stati ben pochi. Nonostante questo la Svizzera è rimasta nella lista grigia, e lo sarà almeno per tutto il 2019, al contrario degli Emirati Arabi Uniti.
Questo modo di operare, politicizzato, ha però avuto delle ripercussioni più pesanti, dell'inserimento in una lista nera. Nel 2016 la Commissione condannò infatti il Belgio e la Spagna per avere creato dei regimi fiscali in favore di determinate multinazionali e club calcistici (Real Madrid e Barcellona). I due Paesi vennero dunque costretti a recuperare le entrate fiscali mancati. Spagna e Belgio fecero ricorso al Tribunale dell'Unione europea, contro la decisione della Commissione, perché ritenuta non corretta, ma dovettero recuperare tutte le entrate fiscali dalle multinazionali e dalle squadre da calcio. A febbraio 2019 il Tribunale dell'Ue si è espresso a favore dei due paesi, annullando le decisioni del 2016 della Commissione. Nel caso belga, il regime fiscale messo in campo non poteva essere configurato come un tax ruling, visto la mancanza di alcuni elementi tipici dell'agevolazione fiscale. E nel caso spagnolo, la norma dava sì dei vantaggi fiscali, ma dall'altra parte appesantiva la bolletta delle diverse squadre da calcio. Si andava dunque a verificare un effetto compensazione che la Commissione non aveva preso in considerazione. Belgio e Spagna sono però in buona compagnia. Ci sono infatti ancora diversi casi in attesa del giudizio del Tribunale Ue: Lussemburgo- Fiat, Irlanda – Apple e Olanda- Starbucks.
Bassa tassazione e incentivi fiscali: Singapore nella top list dei paradisi asiatici
Incentivi fiscali e un basso livello di tassazione caratterizzano da sempre l'economia di Singapore. Il Paese ha infatti una corporate tax (imposta sulle società) del 17% e le aliquote per le persone fisiche oscillano tra lo zero e il 22%. Un livello di tassazione più bassa, se si considera l'area asiatica, la si può trovare solo ad Hong Kong: 16.5% di corporate tax e il 17% di tassazione per le persone fisiche. Gli altri vicini come la Cina e le Filippine hanno invece livelli fiscali ben più alti (25% e 30% di corporate tax). Inoltre, le aliquote fiscali di Singapore sono circondate anche da diversi incentivi fiscali, destinati a promuovere e sostenere la crescita economica del Paese. Il livello di corporate tax di una qualsiasi impresa, può infatti essere ulteriormente abbassato da diversi programmi che incentivano l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo. Per citarne alcuni. Il "Regionale and international headquarters awards" è un programma che prevede incentivi fiscali per tutte quelle società che decidono di stabilire il proprio quartier generale o globale a Singapore. Il "Pioneer incentive" incoraggia invece l'entrata nel Pese di nuove industrie, garantendo per 15 anni l'esenzione dall'imposta sui redditi. E l'"Approved Royalties incentive" prevede infine l'esenzione piena o parziale delle ritenute per le royalties pagate ai non residenti. Singapore garantisce inoltre anche forti incentivi anche per chi decide di investe in nuovi macchinari tecnologici, in ricerca e sviluppo e formazione di personale qualificato. È stata infatti previsto uno schema di esenzione pari al 400% per i primi 400.000 dollari investiti in attività di ricerca e sviluppo.
Ma i vantaggi fiscali non finiscono qua perché le start up possono godere di incentivi fiscali nei loro primi tre anni di vita. L'Agenzia delle entrate di Singapore applica infatti lo zero per cento di tassazione sui primi 100.000 dollari prodotti. E successivamente impone uno sgravio del 50% per gli altri 200.000 dollari di fatturato. Insomma, un sistema fiscale che nel complesso ha attirato, nel corso degli anni, diverse multinazionale nel Paese, che hanno contribuito alla nascita di una delle più forti economie dell'area asiatica. Altro vantaggio che offre Singapore è un quasi totale anonimato per i titolari delle aziende. Non risulta infatti essere necessario divulgare i nomi dei reali beneficiari delle società presenti nel Paese. Vantaggio che più volte è stato contestato anche in altre giurisdizioni, dato che diverse multinazionali sono finite al centro di scandali fiscali internazionali, perché hanno deciso di usare queste agevolazioni nazionali per evadere il fisco di casa.
Se dunque da una parte è vero che Singapore ha regimi fiscali particolarmente attraenti, dall'altra c'è da dire che ci sono Paesi, anche all'interno dell'Unione europea, che presentano livelli di tassazione anche inferiori. L'Irlanda, per esempio ha una corporata tax al 12% e il Regno Unito al 19% (in trattativa per abbassarla al 17%). Per non parlare poi di tutti i territori d'oltremare della Corona dove la tassazione è molto vicina allo zero percento. Inoltre, Singapore ha sottoscritto, nel corso degli anni, anche diversi trattati internazionali con Paesi dell'Ue e non solo. Il primo passo sono stati dunque gli accordi contro le doppie imposizioni. Poi (2008) ha iniziato a siglare una serie di convenzioni per lo scambio automatico di informazioni con diversi Stati, ed a mostrare interesse e impegno nei Beps (Il Base erosion profit shifting è un progetto che ha l'obiettivo di contrastare la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali) nonostante non facesse parte dell'Ocse. Infine, ha firmato gli accordi fiscali, Fatca, con gli Stati Uniti d'America. Insomma, un Paese che da tempo sta cercando di togliersi l'etichetta di "paradiso fiscale" cercando di stare attendo alla normativa fiscale internazionale.
La nuova Svizzera? È il Belize. Il Paese sul podio dei nuovi centri offshore
Paradisi fiscali per necessità. Il Belize, Paese sulla costa orientale dell'America Centrale, ha un debito pubblico che gravita attorno all'80% del Pil e un consistente deficit commerciale. La grave situazione finanziaria impedisce al governo di spendere risorse per cercare di offrire servizi, ridurre la disuguaglianza e la povertà In Belize. Stando ad un'indagine nazionale del 2010, quattro persone su dieci vivono in situazioni di povertà e più del 7% risulta essere al di sotto della linea di povertà assoluta.
L'economia del Paese, oltre che essere una delle più piccole del continente Americano, è totalmente dipendente dall'estero, anche per soddisfare la domanda interna di energia e di beni di consumo. Questa dipendenza ha dunque portato il Belize, già a partire dagli anni Novanta, ad avviare il processo di trasformazione in un paradiso fiscale, per riuscire ad attirare sempre più investimenti diretti esteri e ricchezza nel Paese. Per iniziare questa mutazione il Belize decise dunque di prendere ad esempio due dei più famosi paradisi fiscali a livello mondiale: il Guernsey e le Isole Cayman. L'obiettivo del Belize era dunque quello di riuscire a creare un habitat ideale per le multinazionali che non vogliono pagare le tasse nel Paese di origine. La prima mossa si concentrò dunque sulle imposte. Il Belize iniziò infatti ad eliminare la tassa sui dividendi, sugli interessi, sulle plusvalenze, sui ricavi fatti all'estero, l'imposta di bollo e qualsiasi tasse esistente sulla creazione di trust e fondazioni. Ma il governo del Paese non si fermò solo ad una no tax zone, dato che creò il Business Companies Act (Ibc), il Trust Act e l'Offshore banking act nel 1996. Strumenti che negli anni hanno permesso alle corporate di godere di vantaggi sia in termini burocratici, che fiscali. Uno dei punti chiava dell'Offshore banking act consente, infatti, alle istituzioni finanziarie con un minimo di 25 milioni di dollari di capitale di richiedere al governo una licenza illimitata, per fare operazioni bancarie senza seguire la regolamentazione locale. Le istituzioni più piccole possono invece richiedere una licenza limitata se hanno un capitale minimo di 15 milioni di dollari. Chi invece non dispone di questi capitali deve sottostare alle regole nazionali, senza accedere a nessun tipo di deroga. Altro vantaggio che il Belize ha nei confronti dei classici paradisi fiscali è la privacy. Paesi come la Svizzera e il Lussemburgo hanno infatti dovuto indebolire le loro misure di privacy, offerte ai clienti, a causa delle pressioni internazionali fatte in primis dall'Unione Europea. In Belize invece una società è obbliga a presentare la documentazione sul proprietario della struttura e sui dati sensibili solo, dopo un'ingiunzione del tribunale, in seguito ad indagini penali. Altro vantaggio che offre il Paese è la possibilità di trasferire quantità illimitate di denaro senza nessun genere di controllo da parte delle Autorità nazionali. La giurisdizione inoltre può vantare la non firma di trattati, come lo scambio automatico di informazioni, con altri governi. Firme che nel corso degli anni hanno finito per indebolire molti paradisi fiscali come la Svizzera. Non per altro il Belize è considerato uno dei nuovi centri offshore, insieme a Dubai.
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Gli Emirati Arabi Uniti entrano nella blacklist Ue. L'opposizione italiana apre però alla possibilità del riesame della lista nera dei paradisi offshore nel 2019. Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici: «Se gli Emirati Arabi rispetteranno gli impregni presi, e siamo sul binario giusto, perché non toglierli?»Bassa tassazione e incentivi fiscali: Singapore nella top list asiatica. Vantaggi anche per le start up: l'agenzia delle entrate del Paese applica infatti lo zero per cento di tassazione sui primi 100.000 dollari prodotti. La nuova Svizzera? È il Belize. Il Paese sul podio dei nuovi centri offshore. Lo speciale comprende tre articoli.Emirati Arabi Uniti all'interno della nuova lista dei paradisi fiscale extra Ue decisa ieri durante l'Ecofin. L'Italia si era fin da subito opposta all'ingresso del Paese all'interno della nuova blacklist dell'Unione europea ma la sua opposizione è durata ben poco. I ministri delle finanze dei 28 stati membri hanno infatti deciso di inserire gli Emirati Arabi Uniti, e altri 10 paesi, all'interno della lista delle giurisdizioni non compliant dal punto di vista fiscale. Pierre Moscovici, Commissario per gli affari economici dell'Ue, ha infatti dichiarato come «si stanno muovendo nella giusta direzione (gli Emirati Arabi Uniti) ma dobbiamo avere la certezza che il processo legislativo arrivi alla fine». L'affermazione e la decisione dei 28 si basa sulle promesse fatte l'anno scorso dalla giurisdizione. A dicembre 2017 gli Emirati Arabi Uniti erano infatti stati inseriti nella lista grigia, e non in quella nera dei paradisi fiscali, perché avevano promesso di correggere i regimi ritenuti nocivi dall'Ue entro la fine del 2018. Così non è stato. O meglio, il processo per porre fine alle pratiche fiscale dannose è iniziato, ma avendo un processo legislativo lungo, non è stato possibile attuare le modifiche entro la fine dell'anno scorso. A fine 2018 la Commissione Ue e il Gruppo del codice di condotta hanno però riesaminato i paesi inseriti nelle due liste, decidendo chi togliere definitivamente dall'elenco dei paradisi fiscali extra Ue, chi spostare dalla lista grigia a quella nera e chi far restare nella lista grigia. Gli Emirati Arabi Uniti non essendo riusciti a portare a termini gli impegni presi sono dunque finiti all'interno della lista nera dei paradisi fiscali extra Ue.L'Italia si è però schierata sin dal principio a favore degli Emirati Arabi Uniti. Voleva infatti concedere al Paese un altro anno di tempo per adeguare i suoi regimi fiscali agli standard Ue. Mossa che era già stata concessa nel 2017, quando si decise di escludere alcune giurisdizioni dalla prima lista nera dell'Unione europea. Ma questa volta gli altri 27 ministri delle finanze non hanno appoggiato la volontà italiana, includendo gli Emirati Arabi Uniti tra i paradisi fiscali. Giovanni Tria, ministro dell'economia e delle finanze, ha però proposto un emendamento per permettere agli Emirati Arabi Uniti di uscire velocemente dalla lista dei paradisi fiscali dell'Ue. L'emendamento, approvato da tutti i ministri dell'Ecofin, propone dunque di far uscire dalla blacklist qualsiasi paese che attui dei miglioramenti al proprio sistema fiscale. «Se gli Emirati Arabi rispetteranno gli impregni presi, e siamo sul binario giusto, perché non toglierli dalla lista nera?» dichiara Moscovici. Sembra dunque aprirsi una porta inaspettata per il Paese, anche perché l'emendamento italiano permette un riesame della lista nera dei paradisi fiscali nel 2019. Opzione che non poteva essere contemplata prima. L'atto italiano permette dunque non solo la revisione della lista, ma anche la possibilità di togliere il paese, senza aspettare il 2020. La posizione della Commissione e dei 28 ministri delle finanze nei confronti degli Emirati Arabi Uniti non si può dire che si sia esclusivamente basata su elementi tecnici. Le influenze politiche hanno infatti giocato un ruolo importante. La Svizzera, per esempio, era stata inserita insieme agli Emirati nella lista grigia dei paradisi fiscali e come gli Emirati non portato a termine le riforme fiscali necessarie nel 2018. La Confederazione elvetica ha infatti specificato che metterà in atto la riforma fiscale solo dopo la decisione definitiva sulla Brexit. Ma al momento, i passi fiscali intrapresi sono stati ben pochi. Nonostante questo la Svizzera è rimasta nella lista grigia, e lo sarà almeno per tutto il 2019, al contrario degli Emirati Arabi Uniti. Questo modo di operare, politicizzato, ha però avuto delle ripercussioni più pesanti, dell'inserimento in una lista nera. Nel 2016 la Commissione condannò infatti il Belgio e la Spagna per avere creato dei regimi fiscali in favore di determinate multinazionali e club calcistici (Real Madrid e Barcellona). I due Paesi vennero dunque costretti a recuperare le entrate fiscali mancati. Spagna e Belgio fecero ricorso al Tribunale dell'Unione europea, contro la decisione della Commissione, perché ritenuta non corretta, ma dovettero recuperare tutte le entrate fiscali dalle multinazionali e dalle squadre da calcio. A febbraio 2019 il Tribunale dell'Ue si è espresso a favore dei due paesi, annullando le decisioni del 2016 della Commissione. Nel caso belga, il regime fiscale messo in campo non poteva essere configurato come un tax ruling, visto la mancanza di alcuni elementi tipici dell'agevolazione fiscale. E nel caso spagnolo, la norma dava sì dei vantaggi fiscali, ma dall'altra parte appesantiva la bolletta delle diverse squadre da calcio. Si andava dunque a verificare un effetto compensazione che la Commissione non aveva preso in considerazione. Belgio e Spagna sono però in buona compagnia. Ci sono infatti ancora diversi casi in attesa del giudizio del Tribunale Ue: Lussemburgo- Fiat, Irlanda – Apple e Olanda- Starbucks.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-fa-la-finta-gli-emirati-entrano-ed-escono-subito-dalla-blacklist-2631525164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bassa-tassazione-e-incentivi-fiscali-singapore-nella-top-list-dei-paradisi-asiatici" data-post-id="2631525164" data-published-at="1779319303" data-use-pagination="False"> Bassa tassazione e incentivi fiscali: Singapore nella top list dei paradisi asiatici Incentivi fiscali e un basso livello di tassazione caratterizzano da sempre l'economia di Singapore. Il Paese ha infatti una corporate tax (imposta sulle società) del 17% e le aliquote per le persone fisiche oscillano tra lo zero e il 22%. Un livello di tassazione più bassa, se si considera l'area asiatica, la si può trovare solo ad Hong Kong: 16.5% di corporate tax e il 17% di tassazione per le persone fisiche. Gli altri vicini come la Cina e le Filippine hanno invece livelli fiscali ben più alti (25% e 30% di corporate tax). Inoltre, le aliquote fiscali di Singapore sono circondate anche da diversi incentivi fiscali, destinati a promuovere e sostenere la crescita economica del Paese. Il livello di corporate tax di una qualsiasi impresa, può infatti essere ulteriormente abbassato da diversi programmi che incentivano l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo. Per citarne alcuni. Il "Regionale and international headquarters awards" è un programma che prevede incentivi fiscali per tutte quelle società che decidono di stabilire il proprio quartier generale o globale a Singapore. Il "Pioneer incentive" incoraggia invece l'entrata nel Pese di nuove industrie, garantendo per 15 anni l'esenzione dall'imposta sui redditi. E l'"Approved Royalties incentive" prevede infine l'esenzione piena o parziale delle ritenute per le royalties pagate ai non residenti. Singapore garantisce inoltre anche forti incentivi anche per chi decide di investe in nuovi macchinari tecnologici, in ricerca e sviluppo e formazione di personale qualificato. È stata infatti previsto uno schema di esenzione pari al 400% per i primi 400.000 dollari investiti in attività di ricerca e sviluppo.Ma i vantaggi fiscali non finiscono qua perché le start up possono godere di incentivi fiscali nei loro primi tre anni di vita. L'Agenzia delle entrate di Singapore applica infatti lo zero per cento di tassazione sui primi 100.000 dollari prodotti. E successivamente impone uno sgravio del 50% per gli altri 200.000 dollari di fatturato. Insomma, un sistema fiscale che nel complesso ha attirato, nel corso degli anni, diverse multinazionale nel Paese, che hanno contribuito alla nascita di una delle più forti economie dell'area asiatica. Altro vantaggio che offre Singapore è un quasi totale anonimato per i titolari delle aziende. Non risulta infatti essere necessario divulgare i nomi dei reali beneficiari delle società presenti nel Paese. Vantaggio che più volte è stato contestato anche in altre giurisdizioni, dato che diverse multinazionali sono finite al centro di scandali fiscali internazionali, perché hanno deciso di usare queste agevolazioni nazionali per evadere il fisco di casa. Se dunque da una parte è vero che Singapore ha regimi fiscali particolarmente attraenti, dall'altra c'è da dire che ci sono Paesi, anche all'interno dell'Unione europea, che presentano livelli di tassazione anche inferiori. L'Irlanda, per esempio ha una corporata tax al 12% e il Regno Unito al 19% (in trattativa per abbassarla al 17%). Per non parlare poi di tutti i territori d'oltremare della Corona dove la tassazione è molto vicina allo zero percento. Inoltre, Singapore ha sottoscritto, nel corso degli anni, anche diversi trattati internazionali con Paesi dell'Ue e non solo. Il primo passo sono stati dunque gli accordi contro le doppie imposizioni. Poi (2008) ha iniziato a siglare una serie di convenzioni per lo scambio automatico di informazioni con diversi Stati, ed a mostrare interesse e impegno nei Beps (Il Base erosion profit shifting è un progetto che ha l'obiettivo di contrastare la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali) nonostante non facesse parte dell'Ocse. Infine, ha firmato gli accordi fiscali, Fatca, con gli Stati Uniti d'America. Insomma, un Paese che da tempo sta cercando di togliersi l'etichetta di "paradiso fiscale" cercando di stare attendo alla normativa fiscale internazionale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-fa-la-finta-gli-emirati-entrano-ed-escono-subito-dalla-blacklist-2631525164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-svizzera-e-il-belize-il-paese-sul-podio-dei-nuovi-centri-offshore" data-post-id="2631525164" data-published-at="1779319303" data-use-pagination="False"> La nuova Svizzera? È il Belize. Il Paese sul podio dei nuovi centri offshore Paradisi fiscali per necessità. Il Belize, Paese sulla costa orientale dell'America Centrale, ha un debito pubblico che gravita attorno all'80% del Pil e un consistente deficit commerciale. La grave situazione finanziaria impedisce al governo di spendere risorse per cercare di offrire servizi, ridurre la disuguaglianza e la povertà In Belize. Stando ad un'indagine nazionale del 2010, quattro persone su dieci vivono in situazioni di povertà e più del 7% risulta essere al di sotto della linea di povertà assoluta.L'economia del Paese, oltre che essere una delle più piccole del continente Americano, è totalmente dipendente dall'estero, anche per soddisfare la domanda interna di energia e di beni di consumo. Questa dipendenza ha dunque portato il Belize, già a partire dagli anni Novanta, ad avviare il processo di trasformazione in un paradiso fiscale, per riuscire ad attirare sempre più investimenti diretti esteri e ricchezza nel Paese. Per iniziare questa mutazione il Belize decise dunque di prendere ad esempio due dei più famosi paradisi fiscali a livello mondiale: il Guernsey e le Isole Cayman. L'obiettivo del Belize era dunque quello di riuscire a creare un habitat ideale per le multinazionali che non vogliono pagare le tasse nel Paese di origine. La prima mossa si concentrò dunque sulle imposte. Il Belize iniziò infatti ad eliminare la tassa sui dividendi, sugli interessi, sulle plusvalenze, sui ricavi fatti all'estero, l'imposta di bollo e qualsiasi tasse esistente sulla creazione di trust e fondazioni. Ma il governo del Paese non si fermò solo ad una no tax zone, dato che creò il Business Companies Act (Ibc), il Trust Act e l'Offshore banking act nel 1996. Strumenti che negli anni hanno permesso alle corporate di godere di vantaggi sia in termini burocratici, che fiscali. Uno dei punti chiava dell'Offshore banking act consente, infatti, alle istituzioni finanziarie con un minimo di 25 milioni di dollari di capitale di richiedere al governo una licenza illimitata, per fare operazioni bancarie senza seguire la regolamentazione locale. Le istituzioni più piccole possono invece richiedere una licenza limitata se hanno un capitale minimo di 15 milioni di dollari. Chi invece non dispone di questi capitali deve sottostare alle regole nazionali, senza accedere a nessun tipo di deroga. Altro vantaggio che il Belize ha nei confronti dei classici paradisi fiscali è la privacy. Paesi come la Svizzera e il Lussemburgo hanno infatti dovuto indebolire le loro misure di privacy, offerte ai clienti, a causa delle pressioni internazionali fatte in primis dall'Unione Europea. In Belize invece una società è obbliga a presentare la documentazione sul proprietario della struttura e sui dati sensibili solo, dopo un'ingiunzione del tribunale, in seguito ad indagini penali. Altro vantaggio che offre il Paese è la possibilità di trasferire quantità illimitate di denaro senza nessun genere di controllo da parte delle Autorità nazionali. La giurisdizione inoltre può vantare la non firma di trattati, come lo scambio automatico di informazioni, con altri governi. Firme che nel corso degli anni hanno finito per indebolire molti paradisi fiscali come la Svizzera. Non per altro il Belize è considerato uno dei nuovi centri offshore, insieme a Dubai.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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