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2019-03-13
La finzione europea sui paradisi fiscali: gli Emirati entrano ed escono subito dalla blacklist
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Emirati Arabi Uniti all'interno della nuova lista dei paradisi fiscale extra Ue decisa ieri durante l'Ecofin. L'Italia si era fin da subito opposta all'ingresso del Paese all'interno della nuova blacklist dell'Unione europea ma la sua opposizione è durata ben poco. I ministri delle finanze dei 28 stati membri hanno infatti deciso di inserire gli Emirati Arabi Uniti, e altri 10 paesi, all'interno della lista delle giurisdizioni non compliant dal punto di vista fiscale. Pierre Moscovici, Commissario per gli affari economici dell'Ue, ha infatti dichiarato come «si stanno muovendo nella giusta direzione (gli Emirati Arabi Uniti) ma dobbiamo avere la certezza che il processo legislativo arrivi alla fine». L'affermazione e la decisione dei 28 si basa sulle promesse fatte l'anno scorso dalla giurisdizione. A dicembre 2017 gli Emirati Arabi Uniti erano infatti stati inseriti nella lista grigia, e non in quella nera dei paradisi fiscali, perché avevano promesso di correggere i regimi ritenuti nocivi dall'Ue entro la fine del 2018. Così non è stato. O meglio, il processo per porre fine alle pratiche fiscale dannose è iniziato, ma avendo un processo legislativo lungo, non è stato possibile attuare le modifiche entro la fine dell'anno scorso. A fine 2018 la Commissione Ue e il Gruppo del codice di condotta hanno però riesaminato i paesi inseriti nelle due liste, decidendo chi togliere definitivamente dall'elenco dei paradisi fiscali extra Ue, chi spostare dalla lista grigia a quella nera e chi far restare nella lista grigia. Gli Emirati Arabi Uniti non essendo riusciti a portare a termini gli impegni presi sono dunque finiti all'interno della lista nera dei paradisi fiscali extra Ue.
L'Italia si è però schierata sin dal principio a favore degli Emirati Arabi Uniti. Voleva infatti concedere al Paese un altro anno di tempo per adeguare i suoi regimi fiscali agli standard Ue. Mossa che era già stata concessa nel 2017, quando si decise di escludere alcune giurisdizioni dalla prima lista nera dell'Unione europea. Ma questa volta gli altri 27 ministri delle finanze non hanno appoggiato la volontà italiana, includendo gli Emirati Arabi Uniti tra i paradisi fiscali. Giovanni Tria, ministro dell'economia e delle finanze, ha però proposto un emendamento per permettere agli Emirati Arabi Uniti di uscire velocemente dalla lista dei paradisi fiscali dell'Ue. L'emendamento, approvato da tutti i ministri dell'Ecofin, propone dunque di far uscire dalla blacklist qualsiasi paese che attui dei miglioramenti al proprio sistema fiscale. «Se gli Emirati Arabi rispetteranno gli impregni presi, e siamo sul binario giusto, perché non toglierli dalla lista nera?» dichiara Moscovici. Sembra dunque aprirsi una porta inaspettata per il Paese, anche perché l'emendamento italiano permette un riesame della lista nera dei paradisi fiscali nel 2019. Opzione che non poteva essere contemplata prima. L'atto italiano permette dunque non solo la revisione della lista, ma anche la possibilità di togliere il paese, senza aspettare il 2020.
La posizione della Commissione e dei 28 ministri delle finanze nei confronti degli Emirati Arabi Uniti non si può dire che si sia esclusivamente basata su elementi tecnici. Le influenze politiche hanno infatti giocato un ruolo importante. La Svizzera, per esempio, era stata inserita insieme agli Emirati nella lista grigia dei paradisi fiscali e come gli Emirati non portato a termine le riforme fiscali necessarie nel 2018. La Confederazione elvetica ha infatti specificato che metterà in atto la riforma fiscale solo dopo la decisione definitiva sulla Brexit. Ma al momento, i passi fiscali intrapresi sono stati ben pochi. Nonostante questo la Svizzera è rimasta nella lista grigia, e lo sarà almeno per tutto il 2019, al contrario degli Emirati Arabi Uniti.
Questo modo di operare, politicizzato, ha però avuto delle ripercussioni più pesanti, dell'inserimento in una lista nera. Nel 2016 la Commissione condannò infatti il Belgio e la Spagna per avere creato dei regimi fiscali in favore di determinate multinazionali e club calcistici (Real Madrid e Barcellona). I due Paesi vennero dunque costretti a recuperare le entrate fiscali mancati. Spagna e Belgio fecero ricorso al Tribunale dell'Unione europea, contro la decisione della Commissione, perché ritenuta non corretta, ma dovettero recuperare tutte le entrate fiscali dalle multinazionali e dalle squadre da calcio. A febbraio 2019 il Tribunale dell'Ue si è espresso a favore dei due paesi, annullando le decisioni del 2016 della Commissione. Nel caso belga, il regime fiscale messo in campo non poteva essere configurato come un tax ruling, visto la mancanza di alcuni elementi tipici dell'agevolazione fiscale. E nel caso spagnolo, la norma dava sì dei vantaggi fiscali, ma dall'altra parte appesantiva la bolletta delle diverse squadre da calcio. Si andava dunque a verificare un effetto compensazione che la Commissione non aveva preso in considerazione. Belgio e Spagna sono però in buona compagnia. Ci sono infatti ancora diversi casi in attesa del giudizio del Tribunale Ue: Lussemburgo- Fiat, Irlanda – Apple e Olanda- Starbucks.
Bassa tassazione e incentivi fiscali: Singapore nella top list dei paradisi asiatici
Incentivi fiscali e un basso livello di tassazione caratterizzano da sempre l'economia di Singapore. Il Paese ha infatti una corporate tax (imposta sulle società) del 17% e le aliquote per le persone fisiche oscillano tra lo zero e il 22%. Un livello di tassazione più bassa, se si considera l'area asiatica, la si può trovare solo ad Hong Kong: 16.5% di corporate tax e il 17% di tassazione per le persone fisiche. Gli altri vicini come la Cina e le Filippine hanno invece livelli fiscali ben più alti (25% e 30% di corporate tax). Inoltre, le aliquote fiscali di Singapore sono circondate anche da diversi incentivi fiscali, destinati a promuovere e sostenere la crescita economica del Paese. Il livello di corporate tax di una qualsiasi impresa, può infatti essere ulteriormente abbassato da diversi programmi che incentivano l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo. Per citarne alcuni. Il "Regionale and international headquarters awards" è un programma che prevede incentivi fiscali per tutte quelle società che decidono di stabilire il proprio quartier generale o globale a Singapore. Il "Pioneer incentive" incoraggia invece l'entrata nel Pese di nuove industrie, garantendo per 15 anni l'esenzione dall'imposta sui redditi. E l'"Approved Royalties incentive" prevede infine l'esenzione piena o parziale delle ritenute per le royalties pagate ai non residenti. Singapore garantisce inoltre anche forti incentivi anche per chi decide di investe in nuovi macchinari tecnologici, in ricerca e sviluppo e formazione di personale qualificato. È stata infatti previsto uno schema di esenzione pari al 400% per i primi 400.000 dollari investiti in attività di ricerca e sviluppo.
Ma i vantaggi fiscali non finiscono qua perché le start up possono godere di incentivi fiscali nei loro primi tre anni di vita. L'Agenzia delle entrate di Singapore applica infatti lo zero per cento di tassazione sui primi 100.000 dollari prodotti. E successivamente impone uno sgravio del 50% per gli altri 200.000 dollari di fatturato. Insomma, un sistema fiscale che nel complesso ha attirato, nel corso degli anni, diverse multinazionale nel Paese, che hanno contribuito alla nascita di una delle più forti economie dell'area asiatica. Altro vantaggio che offre Singapore è un quasi totale anonimato per i titolari delle aziende. Non risulta infatti essere necessario divulgare i nomi dei reali beneficiari delle società presenti nel Paese. Vantaggio che più volte è stato contestato anche in altre giurisdizioni, dato che diverse multinazionali sono finite al centro di scandali fiscali internazionali, perché hanno deciso di usare queste agevolazioni nazionali per evadere il fisco di casa.
Se dunque da una parte è vero che Singapore ha regimi fiscali particolarmente attraenti, dall'altra c'è da dire che ci sono Paesi, anche all'interno dell'Unione europea, che presentano livelli di tassazione anche inferiori. L'Irlanda, per esempio ha una corporata tax al 12% e il Regno Unito al 19% (in trattativa per abbassarla al 17%). Per non parlare poi di tutti i territori d'oltremare della Corona dove la tassazione è molto vicina allo zero percento. Inoltre, Singapore ha sottoscritto, nel corso degli anni, anche diversi trattati internazionali con Paesi dell'Ue e non solo. Il primo passo sono stati dunque gli accordi contro le doppie imposizioni. Poi (2008) ha iniziato a siglare una serie di convenzioni per lo scambio automatico di informazioni con diversi Stati, ed a mostrare interesse e impegno nei Beps (Il Base erosion profit shifting è un progetto che ha l'obiettivo di contrastare la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali) nonostante non facesse parte dell'Ocse. Infine, ha firmato gli accordi fiscali, Fatca, con gli Stati Uniti d'America. Insomma, un Paese che da tempo sta cercando di togliersi l'etichetta di "paradiso fiscale" cercando di stare attendo alla normativa fiscale internazionale.
La nuova Svizzera? È il Belize. Il Paese sul podio dei nuovi centri offshore
Paradisi fiscali per necessità. Il Belize, Paese sulla costa orientale dell'America Centrale, ha un debito pubblico che gravita attorno all'80% del Pil e un consistente deficit commerciale. La grave situazione finanziaria impedisce al governo di spendere risorse per cercare di offrire servizi, ridurre la disuguaglianza e la povertà In Belize. Stando ad un'indagine nazionale del 2010, quattro persone su dieci vivono in situazioni di povertà e più del 7% risulta essere al di sotto della linea di povertà assoluta.
L'economia del Paese, oltre che essere una delle più piccole del continente Americano, è totalmente dipendente dall'estero, anche per soddisfare la domanda interna di energia e di beni di consumo. Questa dipendenza ha dunque portato il Belize, già a partire dagli anni Novanta, ad avviare il processo di trasformazione in un paradiso fiscale, per riuscire ad attirare sempre più investimenti diretti esteri e ricchezza nel Paese. Per iniziare questa mutazione il Belize decise dunque di prendere ad esempio due dei più famosi paradisi fiscali a livello mondiale: il Guernsey e le Isole Cayman. L'obiettivo del Belize era dunque quello di riuscire a creare un habitat ideale per le multinazionali che non vogliono pagare le tasse nel Paese di origine. La prima mossa si concentrò dunque sulle imposte. Il Belize iniziò infatti ad eliminare la tassa sui dividendi, sugli interessi, sulle plusvalenze, sui ricavi fatti all'estero, l'imposta di bollo e qualsiasi tasse esistente sulla creazione di trust e fondazioni. Ma il governo del Paese non si fermò solo ad una no tax zone, dato che creò il Business Companies Act (Ibc), il Trust Act e l'Offshore banking act nel 1996. Strumenti che negli anni hanno permesso alle corporate di godere di vantaggi sia in termini burocratici, che fiscali. Uno dei punti chiava dell'Offshore banking act consente, infatti, alle istituzioni finanziarie con un minimo di 25 milioni di dollari di capitale di richiedere al governo una licenza illimitata, per fare operazioni bancarie senza seguire la regolamentazione locale. Le istituzioni più piccole possono invece richiedere una licenza limitata se hanno un capitale minimo di 15 milioni di dollari. Chi invece non dispone di questi capitali deve sottostare alle regole nazionali, senza accedere a nessun tipo di deroga. Altro vantaggio che il Belize ha nei confronti dei classici paradisi fiscali è la privacy. Paesi come la Svizzera e il Lussemburgo hanno infatti dovuto indebolire le loro misure di privacy, offerte ai clienti, a causa delle pressioni internazionali fatte in primis dall'Unione Europea. In Belize invece una società è obbliga a presentare la documentazione sul proprietario della struttura e sui dati sensibili solo, dopo un'ingiunzione del tribunale, in seguito ad indagini penali. Altro vantaggio che offre il Paese è la possibilità di trasferire quantità illimitate di denaro senza nessun genere di controllo da parte delle Autorità nazionali. La giurisdizione inoltre può vantare la non firma di trattati, come lo scambio automatico di informazioni, con altri governi. Firme che nel corso degli anni hanno finito per indebolire molti paradisi fiscali come la Svizzera. Non per altro il Belize è considerato uno dei nuovi centri offshore, insieme a Dubai.
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Gli Emirati Arabi Uniti entrano nella blacklist Ue. L'opposizione italiana apre però alla possibilità del riesame della lista nera dei paradisi offshore nel 2019. Pierre Moscovici, commissario europeo per gli affari economici: «Se gli Emirati Arabi rispetteranno gli impregni presi, e siamo sul binario giusto, perché non toglierli?»Bassa tassazione e incentivi fiscali: Singapore nella top list asiatica. Vantaggi anche per le start up: l'agenzia delle entrate del Paese applica infatti lo zero per cento di tassazione sui primi 100.000 dollari prodotti. La nuova Svizzera? È il Belize. Il Paese sul podio dei nuovi centri offshore. Lo speciale comprende tre articoli.Emirati Arabi Uniti all'interno della nuova lista dei paradisi fiscale extra Ue decisa ieri durante l'Ecofin. L'Italia si era fin da subito opposta all'ingresso del Paese all'interno della nuova blacklist dell'Unione europea ma la sua opposizione è durata ben poco. I ministri delle finanze dei 28 stati membri hanno infatti deciso di inserire gli Emirati Arabi Uniti, e altri 10 paesi, all'interno della lista delle giurisdizioni non compliant dal punto di vista fiscale. Pierre Moscovici, Commissario per gli affari economici dell'Ue, ha infatti dichiarato come «si stanno muovendo nella giusta direzione (gli Emirati Arabi Uniti) ma dobbiamo avere la certezza che il processo legislativo arrivi alla fine». L'affermazione e la decisione dei 28 si basa sulle promesse fatte l'anno scorso dalla giurisdizione. A dicembre 2017 gli Emirati Arabi Uniti erano infatti stati inseriti nella lista grigia, e non in quella nera dei paradisi fiscali, perché avevano promesso di correggere i regimi ritenuti nocivi dall'Ue entro la fine del 2018. Così non è stato. O meglio, il processo per porre fine alle pratiche fiscale dannose è iniziato, ma avendo un processo legislativo lungo, non è stato possibile attuare le modifiche entro la fine dell'anno scorso. A fine 2018 la Commissione Ue e il Gruppo del codice di condotta hanno però riesaminato i paesi inseriti nelle due liste, decidendo chi togliere definitivamente dall'elenco dei paradisi fiscali extra Ue, chi spostare dalla lista grigia a quella nera e chi far restare nella lista grigia. Gli Emirati Arabi Uniti non essendo riusciti a portare a termini gli impegni presi sono dunque finiti all'interno della lista nera dei paradisi fiscali extra Ue.L'Italia si è però schierata sin dal principio a favore degli Emirati Arabi Uniti. Voleva infatti concedere al Paese un altro anno di tempo per adeguare i suoi regimi fiscali agli standard Ue. Mossa che era già stata concessa nel 2017, quando si decise di escludere alcune giurisdizioni dalla prima lista nera dell'Unione europea. Ma questa volta gli altri 27 ministri delle finanze non hanno appoggiato la volontà italiana, includendo gli Emirati Arabi Uniti tra i paradisi fiscali. Giovanni Tria, ministro dell'economia e delle finanze, ha però proposto un emendamento per permettere agli Emirati Arabi Uniti di uscire velocemente dalla lista dei paradisi fiscali dell'Ue. L'emendamento, approvato da tutti i ministri dell'Ecofin, propone dunque di far uscire dalla blacklist qualsiasi paese che attui dei miglioramenti al proprio sistema fiscale. «Se gli Emirati Arabi rispetteranno gli impregni presi, e siamo sul binario giusto, perché non toglierli dalla lista nera?» dichiara Moscovici. Sembra dunque aprirsi una porta inaspettata per il Paese, anche perché l'emendamento italiano permette un riesame della lista nera dei paradisi fiscali nel 2019. Opzione che non poteva essere contemplata prima. L'atto italiano permette dunque non solo la revisione della lista, ma anche la possibilità di togliere il paese, senza aspettare il 2020. La posizione della Commissione e dei 28 ministri delle finanze nei confronti degli Emirati Arabi Uniti non si può dire che si sia esclusivamente basata su elementi tecnici. Le influenze politiche hanno infatti giocato un ruolo importante. La Svizzera, per esempio, era stata inserita insieme agli Emirati nella lista grigia dei paradisi fiscali e come gli Emirati non portato a termine le riforme fiscali necessarie nel 2018. La Confederazione elvetica ha infatti specificato che metterà in atto la riforma fiscale solo dopo la decisione definitiva sulla Brexit. Ma al momento, i passi fiscali intrapresi sono stati ben pochi. Nonostante questo la Svizzera è rimasta nella lista grigia, e lo sarà almeno per tutto il 2019, al contrario degli Emirati Arabi Uniti. Questo modo di operare, politicizzato, ha però avuto delle ripercussioni più pesanti, dell'inserimento in una lista nera. Nel 2016 la Commissione condannò infatti il Belgio e la Spagna per avere creato dei regimi fiscali in favore di determinate multinazionali e club calcistici (Real Madrid e Barcellona). I due Paesi vennero dunque costretti a recuperare le entrate fiscali mancati. Spagna e Belgio fecero ricorso al Tribunale dell'Unione europea, contro la decisione della Commissione, perché ritenuta non corretta, ma dovettero recuperare tutte le entrate fiscali dalle multinazionali e dalle squadre da calcio. A febbraio 2019 il Tribunale dell'Ue si è espresso a favore dei due paesi, annullando le decisioni del 2016 della Commissione. Nel caso belga, il regime fiscale messo in campo non poteva essere configurato come un tax ruling, visto la mancanza di alcuni elementi tipici dell'agevolazione fiscale. E nel caso spagnolo, la norma dava sì dei vantaggi fiscali, ma dall'altra parte appesantiva la bolletta delle diverse squadre da calcio. Si andava dunque a verificare un effetto compensazione che la Commissione non aveva preso in considerazione. Belgio e Spagna sono però in buona compagnia. Ci sono infatti ancora diversi casi in attesa del giudizio del Tribunale Ue: Lussemburgo- Fiat, Irlanda – Apple e Olanda- Starbucks.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-fa-la-finta-gli-emirati-entrano-ed-escono-subito-dalla-blacklist-2631525164.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="bassa-tassazione-e-incentivi-fiscali-singapore-nella-top-list-dei-paradisi-asiatici" data-post-id="2631525164" data-published-at="1774682084" data-use-pagination="False"> Bassa tassazione e incentivi fiscali: Singapore nella top list dei paradisi asiatici Incentivi fiscali e un basso livello di tassazione caratterizzano da sempre l'economia di Singapore. Il Paese ha infatti una corporate tax (imposta sulle società) del 17% e le aliquote per le persone fisiche oscillano tra lo zero e il 22%. Un livello di tassazione più bassa, se si considera l'area asiatica, la si può trovare solo ad Hong Kong: 16.5% di corporate tax e il 17% di tassazione per le persone fisiche. Gli altri vicini come la Cina e le Filippine hanno invece livelli fiscali ben più alti (25% e 30% di corporate tax). Inoltre, le aliquote fiscali di Singapore sono circondate anche da diversi incentivi fiscali, destinati a promuovere e sostenere la crescita economica del Paese. Il livello di corporate tax di una qualsiasi impresa, può infatti essere ulteriormente abbassato da diversi programmi che incentivano l'innovazione, la ricerca e lo sviluppo. Per citarne alcuni. Il "Regionale and international headquarters awards" è un programma che prevede incentivi fiscali per tutte quelle società che decidono di stabilire il proprio quartier generale o globale a Singapore. Il "Pioneer incentive" incoraggia invece l'entrata nel Pese di nuove industrie, garantendo per 15 anni l'esenzione dall'imposta sui redditi. E l'"Approved Royalties incentive" prevede infine l'esenzione piena o parziale delle ritenute per le royalties pagate ai non residenti. Singapore garantisce inoltre anche forti incentivi anche per chi decide di investe in nuovi macchinari tecnologici, in ricerca e sviluppo e formazione di personale qualificato. È stata infatti previsto uno schema di esenzione pari al 400% per i primi 400.000 dollari investiti in attività di ricerca e sviluppo.Ma i vantaggi fiscali non finiscono qua perché le start up possono godere di incentivi fiscali nei loro primi tre anni di vita. L'Agenzia delle entrate di Singapore applica infatti lo zero per cento di tassazione sui primi 100.000 dollari prodotti. E successivamente impone uno sgravio del 50% per gli altri 200.000 dollari di fatturato. Insomma, un sistema fiscale che nel complesso ha attirato, nel corso degli anni, diverse multinazionale nel Paese, che hanno contribuito alla nascita di una delle più forti economie dell'area asiatica. Altro vantaggio che offre Singapore è un quasi totale anonimato per i titolari delle aziende. Non risulta infatti essere necessario divulgare i nomi dei reali beneficiari delle società presenti nel Paese. Vantaggio che più volte è stato contestato anche in altre giurisdizioni, dato che diverse multinazionali sono finite al centro di scandali fiscali internazionali, perché hanno deciso di usare queste agevolazioni nazionali per evadere il fisco di casa. Se dunque da una parte è vero che Singapore ha regimi fiscali particolarmente attraenti, dall'altra c'è da dire che ci sono Paesi, anche all'interno dell'Unione europea, che presentano livelli di tassazione anche inferiori. L'Irlanda, per esempio ha una corporata tax al 12% e il Regno Unito al 19% (in trattativa per abbassarla al 17%). Per non parlare poi di tutti i territori d'oltremare della Corona dove la tassazione è molto vicina allo zero percento. Inoltre, Singapore ha sottoscritto, nel corso degli anni, anche diversi trattati internazionali con Paesi dell'Ue e non solo. Il primo passo sono stati dunque gli accordi contro le doppie imposizioni. Poi (2008) ha iniziato a siglare una serie di convenzioni per lo scambio automatico di informazioni con diversi Stati, ed a mostrare interesse e impegno nei Beps (Il Base erosion profit shifting è un progetto che ha l'obiettivo di contrastare la pianificazione fiscale aggressiva delle multinazionali) nonostante non facesse parte dell'Ocse. Infine, ha firmato gli accordi fiscali, Fatca, con gli Stati Uniti d'America. Insomma, un Paese che da tempo sta cercando di togliersi l'etichetta di "paradiso fiscale" cercando di stare attendo alla normativa fiscale internazionale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/leuropa-fa-la-finta-gli-emirati-entrano-ed-escono-subito-dalla-blacklist-2631525164.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-nuova-svizzera-e-il-belize-il-paese-sul-podio-dei-nuovi-centri-offshore" data-post-id="2631525164" data-published-at="1774682084" data-use-pagination="False"> La nuova Svizzera? È il Belize. Il Paese sul podio dei nuovi centri offshore Paradisi fiscali per necessità. Il Belize, Paese sulla costa orientale dell'America Centrale, ha un debito pubblico che gravita attorno all'80% del Pil e un consistente deficit commerciale. La grave situazione finanziaria impedisce al governo di spendere risorse per cercare di offrire servizi, ridurre la disuguaglianza e la povertà In Belize. Stando ad un'indagine nazionale del 2010, quattro persone su dieci vivono in situazioni di povertà e più del 7% risulta essere al di sotto della linea di povertà assoluta.L'economia del Paese, oltre che essere una delle più piccole del continente Americano, è totalmente dipendente dall'estero, anche per soddisfare la domanda interna di energia e di beni di consumo. Questa dipendenza ha dunque portato il Belize, già a partire dagli anni Novanta, ad avviare il processo di trasformazione in un paradiso fiscale, per riuscire ad attirare sempre più investimenti diretti esteri e ricchezza nel Paese. Per iniziare questa mutazione il Belize decise dunque di prendere ad esempio due dei più famosi paradisi fiscali a livello mondiale: il Guernsey e le Isole Cayman. L'obiettivo del Belize era dunque quello di riuscire a creare un habitat ideale per le multinazionali che non vogliono pagare le tasse nel Paese di origine. La prima mossa si concentrò dunque sulle imposte. Il Belize iniziò infatti ad eliminare la tassa sui dividendi, sugli interessi, sulle plusvalenze, sui ricavi fatti all'estero, l'imposta di bollo e qualsiasi tasse esistente sulla creazione di trust e fondazioni. Ma il governo del Paese non si fermò solo ad una no tax zone, dato che creò il Business Companies Act (Ibc), il Trust Act e l'Offshore banking act nel 1996. Strumenti che negli anni hanno permesso alle corporate di godere di vantaggi sia in termini burocratici, che fiscali. Uno dei punti chiava dell'Offshore banking act consente, infatti, alle istituzioni finanziarie con un minimo di 25 milioni di dollari di capitale di richiedere al governo una licenza illimitata, per fare operazioni bancarie senza seguire la regolamentazione locale. Le istituzioni più piccole possono invece richiedere una licenza limitata se hanno un capitale minimo di 15 milioni di dollari. Chi invece non dispone di questi capitali deve sottostare alle regole nazionali, senza accedere a nessun tipo di deroga. Altro vantaggio che il Belize ha nei confronti dei classici paradisi fiscali è la privacy. Paesi come la Svizzera e il Lussemburgo hanno infatti dovuto indebolire le loro misure di privacy, offerte ai clienti, a causa delle pressioni internazionali fatte in primis dall'Unione Europea. In Belize invece una società è obbliga a presentare la documentazione sul proprietario della struttura e sui dati sensibili solo, dopo un'ingiunzione del tribunale, in seguito ad indagini penali. Altro vantaggio che offre il Paese è la possibilità di trasferire quantità illimitate di denaro senza nessun genere di controllo da parte delle Autorità nazionali. La giurisdizione inoltre può vantare la non firma di trattati, come lo scambio automatico di informazioni, con altri governi. Firme che nel corso degli anni hanno finito per indebolire molti paradisi fiscali come la Svizzera. Non per altro il Belize è considerato uno dei nuovi centri offshore, insieme a Dubai.
La polizia scientifica sul luogo dell'esplosione del casale, Roma, 20 marzo 2026 (Ansa)
Una serie di scritte di matrice anarchica comparse sui muri della stazione Nomentana di Roma alzano ancora di più la tensione in vista della manifestazione «No Kings» prevista oggi a Roma.
A denunciare l’accaduto e a diffondere le immagini sui social è stato il consigliera capitolino di Fratelli d’Italia, Mariacristina Masi. «Nessuno muore nel ricordo di chi continua a lottare. Sara e Sandrone vivono», si legge su una delle scritte, tracciata con bomboletta nera su sfondo bianco, in memoria di Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone, i due anarchici morti il 20 marzo scorso nell’esplosione del Casale del Sellaretto, nel Parco degli Acquedotti.
Altre frasi apparse sul muro recitano: «Più fasci pestati a sangue», «Chi lotta può morire, chi non lotta è già morto. Ciao Sara, ciao Sandro». La più inquietante, «l’antifascismo non è letteratura. Bomboni a Casapound e bocce alla questura», fa esplicito riferimento all’uso di bottiglie incendiarie nei confronti della polizia e a quello di materiale esplosivo nei confronti della formazione di estrema destra.
La Digos e del nucleo informativo dei carabinieri sono al lavoro da giorni sulla manifestazione prevista per oggi, nell’ambito della quale scenderà in piazza il movimento «No Kings» Italia nell’ambito della mobilitazione globale in programma nel fine settimana «Together. Contro i re e le loro guerre». Gli organizzatori hanno previsto e comunicato alla questura l’arrivo di 15.000 persone, ma il timore è che la vittoria del No al referendum sulla giustizia fascia crescere vertiginosamente la cifra. La partenza del corteo è prevista alle 14 da piazza della Repubblica e raggiungerà piazza San Giovanni, passando per via Luigi Einaudi, piazza dei Cinquecento, via Cavour, piazza dell’Esquilino, via Liberiana, piazza Santa Maria Maggiore, via Merulana.
La data del 28 marzo era nota da tempo alle forze dell’ordine ed era stata scelta dagli attivisti di Askatasuna nell’ambito di una serie di mobilitazioni avviate dopo lo sgombero, che risale al 18 dicembre scorso, e da subito era stato considerato un appuntamento delicato sul fronte della sicurezza, anche in virtù degli scontri che si erano verificati nel capoluogo piemontesi dopo il blitz che ha smantellato il centro sociale. Gli investigatori temono che frange estreme possano infiltrarsi nel corteo, cercando lo scontro con le forze dell’ordine. Per questo è stato messo in piedi un monitoraggio degli arrivi da fuori regione, con controlli negli snodi principali, come stazioni di treni e pullman, ma anche ai caselli autostradali, che si sono fatti sempre più stringenti nelle ore a ridosso dell’evento.
Intanto sul fronte delle indagini sull’esplosione che ha ucciso i due anarchici nel casale abbandonato, gli elementi emersi rivelerebbero che i due stavano i due stavano realizzando due bombe diverse, da collocare vicine, che sarebbero esplose in sequenza, a qualche decina di minuti l’una dell’altra. Una sorta di trappola, con l’ordigno più piccolo che avrebbe avuto lo scopo di attirare le forze dell’ordine sul luogo dell’esplosione, per poi far scoppiare la bomba ad alto potenziale quando gli agenti sarebbero stati già nel raggio di azione. Con rischi mortali, visto che dai rilievi svolti sul posto, è emerso che l’ordigno sarebbe stato pieno di chiodi.
Una pianificazione che rende sempre più verosimile che il bersaglio fosse Il polo Tuscolano della polizia di Stato, all’interno del qual si trovano tra gli altri: la Direzione centrale della polizia di prevenzione, la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, la Direzione centrale per la polizia stradale, ferroviaria, delle comunicazioni e per i reparti speciali della polizia di Stato e la Direzione centrale anticrimine.
A separare il Casale Sellaretto dalla struttura dal centro della polizia c’è una striscia verde di parco (che confina con il retro del polo) lunga circa un chilometro, un tragitto percorribile a piedi di notte senza particolari difficoltà e al riparo da occhi indiscreti. Il Parco degli Acquedotti, infatti non è chiuso da cancelli ed è in larghissima parte privo di illuminazione. Una caratteristica che nelle ore notturne lo trasforma in una sorta di terra di nessuno.
La tecnica della doppia bomba è già stata usata in passato dalla galassia anarchica in numerose occasioni, come emerge anche dagli atti dell’inchiesta Scripta manent che aveva visto coinvolto Mercogliano (poi archiviato) e Alfredo Cospito, l’anarchico condannato per l’attentato al manager di Ansaldo energia Roberto Adinolfi e soprattutto per l’esplosione, avvenuta il 2 giugno 2006, di due ordigni piazzati davanti all’ex caserma degli allievi dei carabinieri di Fossano (Cuneo). Per quest’ultimo fatto, Cospito è stato condannato a 23 anni di reclusione. E anche in quel caso, le due bombe piazzate dagli anarchici esplosero a distanza di mezz’ora, una in un cassonetto e l’altra venti metri più in là, in un bidone dell’immondizia. Un attentato fotocopia di quello che, secondo quello che ipotizzano gli inquirenti, i due anarchici uccisi stavano pianificando a Roma.
Sfilano pure i fan delle case occupate galvanizzati per il No al referendum
Nel giorno del No a tutto non poteva mancare quello contro palazzinari e presunti «king» di Roma. E quindi anche Spin Time Lab oggi porterà nella mischia la sua bandiera in nome di occupazioni e diritto all’abitare. «Contro i re della rendita». «La vittoria del No al referendum», si legge sul profilo social, «ci dimostra che la maggioranza del Paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani».
Occupato dal 2013, sette piani nel quartiere Esquilino di Roma, l’edificio si propone come «modello di auto recupero» e «di rigenerazione urbana». Tra spazi di coworking, un auditorium dove si tengono dibattiti e spettacoli e un ex parcheggio che oggi è sede della redazione del giornale under 30 Scomodo.
Sempre mescolando l’attività sociale a quella strettamente politica, negli anni è diventato uno spazio simbolo della sinistra romana e tappa di visite illustri. Notoria quella nel 2019 da parte dell’elemosiniere papale Konrad Krajewski che intervenne a riattivare la corrente a causa di un debito non saldato di circa 300.000 euro. Nel 2021 al suo interno si svolge il primo dibattito tra candidati alle primarie del centrosinistra al Comune di Roma. Nel 2025 ospita la quinta edizione dell’incontro mondiale dei movimenti popolari. Occasione in cui gli attivisti e gli occupanti di Spin Time vengono ricevuti a San Pietro da papa Leone XIV grazie all’immancabile intermediazione di don Mattia Ferrari, cappellano di Mediterranea. Proprio la Ong fondata da Luca Casarini è presenza fissa nello stabile e non a caso ha organizzato pullman da tutta Italia per dare man forte alla manifestazione di oggi. Non mancano poi volti del piccolo e grande schermo. Da Nanni Moretti a Sabina Guzzanti che lo scorso gennaio si sono attivati per firmare un appello volto ad impedirne lo sgombero. Dopo quelli dei centri sociali Askatasuna a Torino e del Leoncavallo a Milano, per Spin Time la paura è di essere il prossimo obiettivo. Il fondo Investire Sgr, proprietario dell’immobile, rivendica lo spazio da tempo e nel 2023 puntava a riconvertirlo in un albergo in vista del Giubileo. Naufragata l’operazione, la palla è passata all’assessore comunale alla Casa, Tobia Zevi, che aveva inserito Spin Time nel Piano casa del Comune come immobile da acquisire. Trattativa anche questa che non va a buon fine. L’idea, però, era quella di fare leva sulla situazione abitativa piuttosto anomala dello stabile. Piano terra e interrato sono spazi aperti alla cittadinanza, i sette piani sopra, sono destinati a ben 400 inquilini di 25 Paesi diversi che ci vivono stabilmente.
Proprio la presenza di un numero considerevole di famiglie e minori per ora ha messo in stand by un eventuale intervento da parte della polizia e portato il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, a disporre un censimento degli occupanti per verificare la presenza di persone considerate fragili. Intanto, in attesa di evoluzioni, gli attivisti di Spin Time mettono le mani avanti. E galvanizzati dai risultati del referendum, oggi è un immancabile giorno «di resistenza». «La vittoria del No ci dimostra che la maggioranza del paese non è disposta a piegarsi di fronte al disegno antidemocratico e autoritario del governo e della destra che in Italia come in tutto il mondo cammina a braccetto con un mercato predatorio che concentra le ricchezze in sempre meno mani», scrivono sempre sui social. E ancora. «Per noi tutelare la Costituzione significa costruire alternative solide che ci facciano guadagnare spazio respirabile nei centri urbani divorati dalla rendita e dalla speculazione, la cui strada è spianata dai manganelli e dai decreti repressivi che rendono sempre più rischiosa la resistenza». Sarà.
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Imagoeconomica
Premetto che dai giudici della legge non mi aspetto mai nulla, perché essendo in parte nominati dal Quirinale e in parte dalla sinistra so che hanno una predilezione per le sentenze «progressiste» tipo quelle, per intenderci, che hanno aperto la strada al federalismo del suicidio assistito (non c’è quello fiscale, ma quello della dolce morte sì). Invece ieri la Consulta mi ha sorpreso, perché non solo ha bacchettato la Cassazione sull’immigrazione, ma ha pure messo in riga alcune Regioni che volevano bandire concorsi riservati esclusivamente a medici abortisti.
Il primo pronunciamento mi sembra una specie di ristoro dopo la botta del No alla riforma della giustizia. Siccome temo che la vittoria dell’Anm finirà per rafforzare le toghe rosse pro clandestini, la sentenza della Corte costituzionale mi pare dia un altolà alla giurisprudenza creativa in stile Magistratura democratica. Tutto nasce da una questione sollevata dalla Cassazione a proposito della disciplina del trattenimento degli stranieri nei centri per il rimpatrio. La Suprema corte riteneva che rinchiudere in un Cpr un immigrato che abbia fatto domanda di protezione internazionale, anche se al solo scopo di ritardare o evitare l’espulsione, fosse incostituzionale. Di qui il ricorso ai giudici della legge perché censurassero la disciplina governativa. E invece, a sorpresa, la Consulta ha detto no, spiegando che l’immigrato può essere trattenuto anche se la Corte d’Appello non ha convalidato il suo fermo: basta che il questore emetta un nuovo provvedimento. Insomma, stop alle politiche delle porte aperte a tutti i costi. Per i giudici della legge è necessario scoraggiare «abusi del procedimento d’asilo, onde evitare che tale strumento (…) venga strumentalmente utilizzato al solo scopo di evitare o ritardare l’esecuzione di legittimi provvedimenti di espulsione». La sentenza spiega anche che la decisione di trattenere un migrante in un Cpr è ancor più giustificata quando lo straniero «abbia commesso gravi reati e possa sottrarsi all’espulsione ove lasciato in libertà». Così, mentre alcuni giudici sembrano non veder l’ora di lasciare a piede libero chiunque aspiri al patentino di profugo, la Consulta rimette un po’ le cose a posto e, mi auguro, rimetta un po’ in riga anche quei magistrati che non vedono l’ora di lasciare in libertà anche chi ha un curriculum di sentenze, con la scusa che è immigrato.
Ieri però la Corte costituzionale mi ha dato anche un’altra gioia, perché ha censurato la legge varata dalla Regione Sicilia per assumere medici abortisti. A Palermo lo scorso anno avevano annunciato concorsi riservati esclusivamente a personale sanitario favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza. In pratica, per parteciparvi, medici e infermieri dovevano dichiarare di non essere obiettori di coscienza. Non bravi. Non ginecologi esperti e nemmeno autori di pubblicazioni in materia di gestazione. Ai candidati veniva richiesto solo di dichiarare che i loro convincimenti morali non sarebbero stati d’ostacolo nelle interruzioni di gravidanza. Una pretesa assurda e discriminatoria, che, come fa notare la Consulta, poi non avrebbe neppure potuto essere garantita a vita, perché, come è già accaduto in passato e come viene garantito dalla legge 194, medici e infermieri in qualsiasi momento del rapporto di lavoro - e senza alcuna conseguenza - avrebbero potuto cambiare idea. Dunque, la corsia riservata alle assunzioni dei medici abortisti va chiusa, perché anticostituzionale e discriminatoria.
Certo, il No al referendum sulla giustizia continua a bruciare, però con le sentenze di ieri un po’ di speranza di riuscire un giorno a fermare la deriva progressista ci viene restituita.
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Giorgia Meloni (Ansa)
Le pulizie di Pasqua non sono finite. Giorgia Meloni vive ore agitate, e con lei governo e maggioranza: la dolorosa defenestrazione di Daniela Santanchè, Andrea Delmastro Delle Vedove e Giusy Bartolozzi, cui ha fatto seguito il repentino cambio dello storico capogruppo di Forza Italia al Senato, quasi sicuramente non saranno gli ultimi «movimenti» in seguito alla netta sconfitta incassata dal centrodestra nella campagna referendaria.
La parola «rimpasto» è da sola capace di irritare gli otoliti del premier, sia per la ferma volontà di concludere la legislatura senza nuove formazioni di governo tipiche del costume politico italiano, sia perché - come spiegato anche ieri su queste colonne - ogni passaggio dal Quirinale apre a rischi non calcolabili, come sa molto bene l’alleato leghista, cui brucia ancora la crisi apertasi nel 2019 e conclusa con la piroetta di Giuseppe Conte da guida dell’esecutivo gialloblù a quello giallorosso.
Dunque? In assoluto Giorgia Meloni darebbe volentieri una rinfrescata ad alcuni nomi del governo, e secondo fonti di maggioranza non troverebbe ostacoli da parte di Matteo Salvini. Primo perché al leghista, che in questi giorni ha costantemente sentito il leader di Fdi, non interessano «record» di permanenza al governo; secondo perché non ha mai fatto mistero di puntare al Viminale dopo la conclusione delle vicende giudiziarie; terzo perché un riequilibrio che includa la figura di Luca Zaia, il cui nome non a caso è stato fatto circolare per il Turismo, sarebbe molto gradito in via Bellerio. Più atterrita dalla prospettiva sembra Forza Italia, in fase estremamente complessa dopo il ribaltone Gasparri-Craxi. Nel pomeriggio era girata una terna di nomi di ministri da iscrivere su una sorta di libro nero. Tutti di area Fdi. Telefonate e Whatsapp tra ministeri e ambienti parlamentari. «Tu sai qualcosa?». «A te risulta?». Chissà se quei nomi erano usciti da Chigi o da chi, approfittando del marasma, punta a salire di grado. «Anche tra gli azzurri però ci sono persone che andrebbero sostituite», racconta alla Verità un dirigente di Fratelli d’Italia che ci tiene a rimanere anonimo, vista l’aria che tira. Vera o verosimile la voglia di rimpasto, «c’è però il tema fiducia», aggiunge. «Quando devi passare dal Quirinale e poi ancora dalle Camere, non è detto che tutto fili liscio. C’è chi non vede l’ora di impallinarci. Sono lì apposta», si sfoga ancora l’esponente del partito della Meloni.
Tirate le somme, e considerando i rischi impliciti in ogni passaggio al Colle, al momento il rimescolamento dovrebbe quindi contenersi a un livello leggermente più basso rispetto ai ministeri più pesanti. Primo: la casella lasciata suo malgrado libera dalla Santanchè sarà colmata in tempi brevi, probabilmente prima di Pasqua. A occuparla, secondo persone vicine a Palazzo Chigi, un profilo che salvi gli equilibri interni sia di coalizione (leggasi: uno di Fdi, quindi né Malagò né Zaia) sia di partito (dunque un parlamentare meloniano di lungo corso: in calo profili più «tecnici» come Caramanna e Nembrini). Ma il riordino di subgoverno impatterà invece sulla squadra, meno visibile ma non meno incisiva sui dossier, di viceministri e sottosegretari: sia perché ci sono da sistemare alcune caselle, tra cui quella lasciata libera dal leghista Massimo Bitonci (ora assessore in Veneto) al Mimit, che daranno l’occasione di qualche altra mano di vernice alla compagine dell’esecutivo. Equilibri solo apparentemente minori, che in realtà rifletteranno la volontà del premier di plasmare l’azione di governo verso le politiche ma anche di assorbire negli altri partiti i contraccolpi dei moti in atto.
A testimoniare grande fibrillazione sono i silenzi e il nervosismo di vari parlamentari di tutti i partiti di maggioranza, che paiono davvero a corto di certezze sul futuro prossimo del governo e della legislatura.
Lo schieramento più agitato pare nettamente quello azzurro, dove regna un clima di incertezza dopo l’esplicito e inedito intervento di Marina Berlusconi, di cui molti si chiedono se la profondità di azione sia destinata a ripetersi. Difficile, nel breve periodo, anche se il senso della sostituzione di Maurizio Gasparri interroga tuttora la politica. C’entrano le future tornate di nomine (vedi pezzo qui sotto)? C’entra un riposizionamento del partito non solo come linea ma anche come collocazione nei futuri equilibri? La tenuta della maggioranza è a rischio? Domande che continueranno a rimbalzare e a rendere più agitato il ritorno in pista del premier, chiamato a un rilancio che non si limiti alla legge elettorale ma ridia una prospettiva all’azione della maggioranza di qui alle prossime politiche. Salvo altre sorprese, che da lunedì scorso non possono più essere escluse.
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Marina Berlusconi (Ansa)
Sullo sfondo ci sono i prossimi appuntamenti economici e politici, e soprattutto la necessità, avvertita da molti, di rilanciare il profilo azzurro per tornare a contare di più nella coalizione.
Il primo dossier è quello delle nomine di primavera. La tornata vale 211 incarichi e riguarda soprattutto i vertici in scadenza di Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna ed Enav, con sullo sfondo anche il nodo Consob. È una partita che pesa oltre i nomi, perché misura i rapporti di forza nella maggioranza. E per Forza Italia è tanto più importante perché nelle precedenti tornate il partito non è riuscito a farsi valere davvero fino in fondo con Fratelli d’Italia e Lega. Stavolta, invece, gli azzurri vogliono evitare di restare schiacciati tra gli alleati, anche in vista di passaggi politici cruciali, dalle elezioni comunali di Milano nel 2027 alle prossime regionali fino ai futuri equilibri di governo.
In questo quadro Antonio Tajani prova a tenere insieme stabilità e rilancio. Attorno alle prossime nomine si misurerà anche la capacità di Forza Italia di pesare nei dossier che contano: non mancano differenze di vedute sui nomi. Ma il punto più delicato, tra gli azzurri, non riguarda soltanto le caselle o i singoli profili. È piuttosto il diverso accento con cui Marina Berlusconi e Tajani guardano alla fase che si è aperta. Marina continua a non mettere in discussione il segretario e mantiene con lui un rapporto di interlocuzione, anche attraverso Gianni Letta. Eppure, tra gli azzurri cresce l’idea che Giorgio Mulè, valorizzato dalla campagna referendaria, sia oggi uno dei nomi più forti per la nuova guida di Forza Italia.
Dentro questo quadro in ambienti azzurri si colgono anche diverse sfumature tra gli stessi Marina e Pier Silvio Berlusconi. Marina appare più orientata a una linea di raccordo, pur convinta che il partito debba alzare il proprio profilo e accelerare sul rinnovamento. Pier Silvio viene invece descritto da molti come più netto nel giudizio sulla necessità di una discontinuità profonda, quasi di un azzeramento delle vecchie liturgie, come aveva ricordato lui stesso lo scorso dicembre.
Anche la vicenda dei gruppi parlamentari va letta in questa chiave. L’uscita di Maurizio Gasparri dalla guida del gruppo al Senato e l’arrivo di Stefania Craxi hanno segnato un primo passaggio politico: non tanto una sfiducia formale al segretario, quanto il segnale di un partito che chiede di aprire una fase nuova. La scelta di Craxi, per la quale Marina avrebbe «grande stima», ha anche un valore simbolico evidente. Alla Camera, invece, il dossier è più delicato, perché Paolo Barelli rappresenta un punto di equilibrio importante per Tajani ed è anche suo consuocero: colpire lui, osservano in molti, significherebbe colpire anche il segretario. Poi c’è il peso politico del referendum. La vittoria del No non è stata vissuta solo come una sconfitta. Il fatto che la magistratura esca comunque rafforzata da questo passaggio viene osservato con attenzione da una famiglia che ha sempre vissuto il rapporto con la giustizia anche come una questione personale e storica.
Nel frattempo, altri passaggi economici contribuiranno a misurare il clima generale. Tra questi c’è l’appuntamento del 15 aprile su Monte dei Paschi, osservato come un test dei rapporti di forza tra finanza, grandi soci e politica.
Il punto finale, forse, è che Forza Italia avverte il bisogno di una figura capace di interpretare davvero la nuova fase. Roberto Occhiuto, che per un periodo era sembrato poter rappresentare questa possibilità, non ha convinto fino in fondo. E così, sempre più spesso, nel partito riaffiora un nome che resta sullo sfondo ma che molti considerano il più forte come possibile punto di riferimento futuro: Luigi Berlusconi. È il segno che la transizione è appena cominciata.
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