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2019-12-29
Le stragi di cristiani non strappano lacrime
Ansa
Ieri l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L'Onu - nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) - ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze». È senz'altro apprezzabile l'interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo.
È un po' triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell'Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all'alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi.
Certo, il segretario generale dell'Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili».
Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall'inizio dell'anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c'è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall'inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell'Iswap.
Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell'Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall'ennesimo appello all'accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l'Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell'articolo sull'argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana».
Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c'è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa'ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c'entrano nulla con la religione.
Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c'è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l'Europa, non se vengono sgozzati in patria.
L'unico politico a pronunciare parole pesanti sull'argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». A volte parole del genere sarebbe bello sentirle anche in italiano.
L’Africa è ormai terra di conquista per l’Isis e le altre milizie
Attentato sanguinoso in Somalia. Ieri, un'autobomba è esplosa a Mogadiscio, uccidendo almeno settantotto persone e ferendone centoventicinque: il bilancio è comunque probabilmente destinato a salire nelle prossime ore. L'attacco ha avuto luogo in una zona molto affollata della capitale somala, intorno alle 8 del mattino (ora locale).
Secondo quanto riportato dalla polizia, tra le vittime figurerebbero anche studenti universitari e soldati. L'attentato sarebbe stato rivendicato dal gruppo jihadista Al Shabaab che, fondato nel 2006, è diventato la cellula somala di al Qaeda a partire dal 2012. Questa organizzazione ha a più riprese martoriato il Paese negli ultimi tempi: lo scorso febbraio, ha rivendicato un'esplosione all'interno di un centro commerciale a Mogadiscio che ha ucciso una decina persone, mentre - nel novembre del 2018 - aveva mietuto oltre cinquanta vittime con l'impiego di tre autobombe. Senza poi dimenticare l'uccisione di cinque persone nell'attacco a un hotel di Mogadiscio due settimane fa.
La Somalia non risulta comunque l'unico Stato che si trova a dover affrontare sanguinosi attentati jihadisti. Dall'ottobre del 2017, le forze di sicurezza del Mozambico stanno cercando di contrastare un tentativo insurrezionale, volto all'instaurazione di uno stato islamista. A guidare questa rivolta è il movimento jihadista, anticristiano e antioccidentale Ansar Al Sunna, che intratterrebbe tra l'altro legami proprio con Al Shabaab. Negli ultimi tre anni, il Mozambico ha quindi subito svariati attentati, mentre - lo scorso giugno - anche l'Isis ha rivendicato per la prima volta un attacco nel Nord del Paese. D'altronde, nell'Africa sudorientale lo Stato islamico sta progressivamente entrando in competizione con Al Shabaab, i cui tentacoli non hanno ultimamente risparmiato neppure il Kenya: si pensi soltanto all'assalto jihadista avvenuto, lo scorso gennaio, contro un albergo di Nairobi.
Cattive notizie, poi, anche per la parte occidentale del continente. Pochi giorni fa, l'Isis ha diffuso un video che mostra l'esecuzione di undici cristiani in Nigeria, come ritorsione all'uccisione dell'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, annunciata da Donald Trump lo scorso ottobre. La situazione non migliora in Niger dove, un paio di settimane fa, settantadue militari hanno perso la vita in un attacco di matrice jihadista: tutto questo, mentre - il giorno di Natale - altri quattordici soldati sono stati uccisi nella regione di Tillaberi a Ovest del Paese. Grossi problemi si riscontrano anche nel Mali, in cui - lo scorso novembre - ha avuto luogo un attacco con cinquantaquattro vittime, mentre - pochi giorni fa - un attentato islamista ha ucciso trentacinque persone in Burkina Faso (Stato, anch'esso martoriato da episodi sanguinosi nel corso degli ultimi anni).
Il Sahel si sta del resto ritrovando sempre più sotto pressione da parte del terrorismo jihadista: terrorismo che fa spesso leva sulle discrepanze sociali e sulla conflittualità tra le varie comunità locali. Un terrorismo che non risulta tuttavia organizzato in un fronte autenticamente compatto, viste le articolazioni che si registrano tra i miliziani dell'Isis e quelli legati alle galassie di Al Qaeda: differenze che, diversamente da quanto accade nell'area sudorientale, danno comunque talvolta vita a forme di parziale cooperazione. Si tratta dunque di un quadro generale che si sta facendo sempre più complicato per la Francia, impegnata - dal 2014 - nell'operazione antiterroristica Barkhane nell'area. L'Eliseo sta infatti riscontrando crescenti difficoltà nel tenere sotto controllo la zona, come testimoniato - lo scorso novembre - dall'incidente che è costato la vita a tredici soldati francesi in Mali. Davanti a queste spinose problematiche, Emmanuel Macron teme di rimanere invischiato in un pantano, mentre - secondo recenti indiscrezione del New York Times - il Pentagono sarebbe pronto a ridurre la presenza militare americana in Africa: un fattore che aumenterebbe l'isolamento di Parigi.
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L'Onu condanna le persecuzioni birmane contro la minoranza musulmana dei Rohingya, ma tace sugli assalti armati alle chiese. E se il Papa a Natale ha sfiorato il tema, i media hanno rilanciato solo i suoi appelli pro accoglienza, unico argomento che interessa.L'Africa è ormai terra di conquista per l'Isis e le altre milizie. Ieri decine di morti per un'autobomba a Mogadiscio, ultima di una lunga serie. Lo speciale comprende due articoli. Ieri l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L'Onu - nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) - ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze». È senz'altro apprezzabile l'interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo. È un po' triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell'Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all'alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi. Certo, il segretario generale dell'Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili». Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall'inizio dell'anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c'è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall'inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell'Iswap. Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell'Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall'ennesimo appello all'accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l'Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell'articolo sull'argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana». Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c'è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa'ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c'entrano nulla con la religione. Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c'è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l'Europa, non se vengono sgozzati in patria. L'unico politico a pronunciare parole pesanti sull'argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». 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L'attentato sarebbe stato rivendicato dal gruppo jihadista Al Shabaab che, fondato nel 2006, è diventato la cellula somala di al Qaeda a partire dal 2012. Questa organizzazione ha a più riprese martoriato il Paese negli ultimi tempi: lo scorso febbraio, ha rivendicato un'esplosione all'interno di un centro commerciale a Mogadiscio che ha ucciso una decina persone, mentre - nel novembre del 2018 - aveva mietuto oltre cinquanta vittime con l'impiego di tre autobombe. Senza poi dimenticare l'uccisione di cinque persone nell'attacco a un hotel di Mogadiscio due settimane fa. La Somalia non risulta comunque l'unico Stato che si trova a dover affrontare sanguinosi attentati jihadisti. Dall'ottobre del 2017, le forze di sicurezza del Mozambico stanno cercando di contrastare un tentativo insurrezionale, volto all'instaurazione di uno stato islamista. A guidare questa rivolta è il movimento jihadista, anticristiano e antioccidentale Ansar Al Sunna, che intratterrebbe tra l'altro legami proprio con Al Shabaab. Negli ultimi tre anni, il Mozambico ha quindi subito svariati attentati, mentre - lo scorso giugno - anche l'Isis ha rivendicato per la prima volta un attacco nel Nord del Paese. D'altronde, nell'Africa sudorientale lo Stato islamico sta progressivamente entrando in competizione con Al Shabaab, i cui tentacoli non hanno ultimamente risparmiato neppure il Kenya: si pensi soltanto all'assalto jihadista avvenuto, lo scorso gennaio, contro un albergo di Nairobi. Cattive notizie, poi, anche per la parte occidentale del continente. Pochi giorni fa, l'Isis ha diffuso un video che mostra l'esecuzione di undici cristiani in Nigeria, come ritorsione all'uccisione dell'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, annunciata da Donald Trump lo scorso ottobre. La situazione non migliora in Niger dove, un paio di settimane fa, settantadue militari hanno perso la vita in un attacco di matrice jihadista: tutto questo, mentre - il giorno di Natale - altri quattordici soldati sono stati uccisi nella regione di Tillaberi a Ovest del Paese. Grossi problemi si riscontrano anche nel Mali, in cui - lo scorso novembre - ha avuto luogo un attacco con cinquantaquattro vittime, mentre - pochi giorni fa - un attentato islamista ha ucciso trentacinque persone in Burkina Faso (Stato, anch'esso martoriato da episodi sanguinosi nel corso degli ultimi anni). Il Sahel si sta del resto ritrovando sempre più sotto pressione da parte del terrorismo jihadista: terrorismo che fa spesso leva sulle discrepanze sociali e sulla conflittualità tra le varie comunità locali. Un terrorismo che non risulta tuttavia organizzato in un fronte autenticamente compatto, viste le articolazioni che si registrano tra i miliziani dell'Isis e quelli legati alle galassie di Al Qaeda: differenze che, diversamente da quanto accade nell'area sudorientale, danno comunque talvolta vita a forme di parziale cooperazione. Si tratta dunque di un quadro generale che si sta facendo sempre più complicato per la Francia, impegnata - dal 2014 - nell'operazione antiterroristica Barkhane nell'area. L'Eliseo sta infatti riscontrando crescenti difficoltà nel tenere sotto controllo la zona, come testimoniato - lo scorso novembre - dall'incidente che è costato la vita a tredici soldati francesi in Mali. Davanti a queste spinose problematiche, Emmanuel Macron teme di rimanere invischiato in un pantano, mentre - secondo recenti indiscrezione del New York Times - il Pentagono sarebbe pronto a ridurre la presenza militare americana in Africa: un fattore che aumenterebbe l'isolamento di Parigi.
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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