- L’Onu condanna le persecuzioni birmane contro la minoranza musulmana dei Rohingya, ma tace sugli assalti armati alle chiese. E se il Papa a Natale ha sfiorato il tema, i media hanno rilanciato solo i suoi appelli pro accoglienza, unico argomento che interessa.
- L’Africa è ormai terra di conquista per l’Isis e le altre milizie. Ieri decine di morti per un’autobomba a Mogadiscio, ultima di una lunga serie.
Lo speciale comprende due articoli.
Ieri l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L’Onu – nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) – ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all’odio contro le minoranze». È senz’altro apprezzabile l’interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo.
È un po’ triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell’Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all’alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi.
Certo, il segretario generale dell’Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili».
Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall’inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall’inizio dell’anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c’è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall’inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell’Iswap.
Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell’Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall’ennesimo appello all’accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l’Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell’articolo sull’argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana».
Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c’è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa’ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c’entrano nulla con la religione.
Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c’è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l’Europa, non se vengono sgozzati in patria.
L’unico politico a pronunciare parole pesanti sull’argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». A volte parole del genere sarebbe bello sentirle anche in italiano.
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