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2019-12-29
Le stragi di cristiani non strappano lacrime
Ansa
Ieri l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L'Onu - nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) - ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze». È senz'altro apprezzabile l'interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo.
È un po' triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell'Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all'alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi.
Certo, il segretario generale dell'Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili».
Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall'inizio dell'anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c'è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall'inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell'Iswap.
Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell'Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall'ennesimo appello all'accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l'Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell'articolo sull'argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana».
Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c'è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa'ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c'entrano nulla con la religione.
Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c'è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l'Europa, non se vengono sgozzati in patria.
L'unico politico a pronunciare parole pesanti sull'argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». A volte parole del genere sarebbe bello sentirle anche in italiano.
L’Africa è ormai terra di conquista per l’Isis e le altre milizie
Attentato sanguinoso in Somalia. Ieri, un'autobomba è esplosa a Mogadiscio, uccidendo almeno settantotto persone e ferendone centoventicinque: il bilancio è comunque probabilmente destinato a salire nelle prossime ore. L'attacco ha avuto luogo in una zona molto affollata della capitale somala, intorno alle 8 del mattino (ora locale).
Secondo quanto riportato dalla polizia, tra le vittime figurerebbero anche studenti universitari e soldati. L'attentato sarebbe stato rivendicato dal gruppo jihadista Al Shabaab che, fondato nel 2006, è diventato la cellula somala di al Qaeda a partire dal 2012. Questa organizzazione ha a più riprese martoriato il Paese negli ultimi tempi: lo scorso febbraio, ha rivendicato un'esplosione all'interno di un centro commerciale a Mogadiscio che ha ucciso una decina persone, mentre - nel novembre del 2018 - aveva mietuto oltre cinquanta vittime con l'impiego di tre autobombe. Senza poi dimenticare l'uccisione di cinque persone nell'attacco a un hotel di Mogadiscio due settimane fa.
La Somalia non risulta comunque l'unico Stato che si trova a dover affrontare sanguinosi attentati jihadisti. Dall'ottobre del 2017, le forze di sicurezza del Mozambico stanno cercando di contrastare un tentativo insurrezionale, volto all'instaurazione di uno stato islamista. A guidare questa rivolta è il movimento jihadista, anticristiano e antioccidentale Ansar Al Sunna, che intratterrebbe tra l'altro legami proprio con Al Shabaab. Negli ultimi tre anni, il Mozambico ha quindi subito svariati attentati, mentre - lo scorso giugno - anche l'Isis ha rivendicato per la prima volta un attacco nel Nord del Paese. D'altronde, nell'Africa sudorientale lo Stato islamico sta progressivamente entrando in competizione con Al Shabaab, i cui tentacoli non hanno ultimamente risparmiato neppure il Kenya: si pensi soltanto all'assalto jihadista avvenuto, lo scorso gennaio, contro un albergo di Nairobi.
Cattive notizie, poi, anche per la parte occidentale del continente. Pochi giorni fa, l'Isis ha diffuso un video che mostra l'esecuzione di undici cristiani in Nigeria, come ritorsione all'uccisione dell'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, annunciata da Donald Trump lo scorso ottobre. La situazione non migliora in Niger dove, un paio di settimane fa, settantadue militari hanno perso la vita in un attacco di matrice jihadista: tutto questo, mentre - il giorno di Natale - altri quattordici soldati sono stati uccisi nella regione di Tillaberi a Ovest del Paese. Grossi problemi si riscontrano anche nel Mali, in cui - lo scorso novembre - ha avuto luogo un attacco con cinquantaquattro vittime, mentre - pochi giorni fa - un attentato islamista ha ucciso trentacinque persone in Burkina Faso (Stato, anch'esso martoriato da episodi sanguinosi nel corso degli ultimi anni).
Il Sahel si sta del resto ritrovando sempre più sotto pressione da parte del terrorismo jihadista: terrorismo che fa spesso leva sulle discrepanze sociali e sulla conflittualità tra le varie comunità locali. Un terrorismo che non risulta tuttavia organizzato in un fronte autenticamente compatto, viste le articolazioni che si registrano tra i miliziani dell'Isis e quelli legati alle galassie di Al Qaeda: differenze che, diversamente da quanto accade nell'area sudorientale, danno comunque talvolta vita a forme di parziale cooperazione. Si tratta dunque di un quadro generale che si sta facendo sempre più complicato per la Francia, impegnata - dal 2014 - nell'operazione antiterroristica Barkhane nell'area. L'Eliseo sta infatti riscontrando crescenti difficoltà nel tenere sotto controllo la zona, come testimoniato - lo scorso novembre - dall'incidente che è costato la vita a tredici soldati francesi in Mali. Davanti a queste spinose problematiche, Emmanuel Macron teme di rimanere invischiato in un pantano, mentre - secondo recenti indiscrezione del New York Times - il Pentagono sarebbe pronto a ridurre la presenza militare americana in Africa: un fattore che aumenterebbe l'isolamento di Parigi.
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L'Onu condanna le persecuzioni birmane contro la minoranza musulmana dei Rohingya, ma tace sugli assalti armati alle chiese. E se il Papa a Natale ha sfiorato il tema, i media hanno rilanciato solo i suoi appelli pro accoglienza, unico argomento che interessa.L'Africa è ormai terra di conquista per l'Isis e le altre milizie. Ieri decine di morti per un'autobomba a Mogadiscio, ultima di una lunga serie. Lo speciale comprende due articoli. Ieri l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L'Onu - nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) - ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze». È senz'altro apprezzabile l'interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo. È un po' triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell'Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all'alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi. Certo, il segretario generale dell'Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili». Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall'inizio dell'anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c'è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall'inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell'Iswap. Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell'Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall'ennesimo appello all'accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l'Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell'articolo sull'argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana». Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c'è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa'ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c'entrano nulla con la religione. Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c'è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l'Europa, non se vengono sgozzati in patria. L'unico politico a pronunciare parole pesanti sull'argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». 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L'attentato sarebbe stato rivendicato dal gruppo jihadista Al Shabaab che, fondato nel 2006, è diventato la cellula somala di al Qaeda a partire dal 2012. Questa organizzazione ha a più riprese martoriato il Paese negli ultimi tempi: lo scorso febbraio, ha rivendicato un'esplosione all'interno di un centro commerciale a Mogadiscio che ha ucciso una decina persone, mentre - nel novembre del 2018 - aveva mietuto oltre cinquanta vittime con l'impiego di tre autobombe. Senza poi dimenticare l'uccisione di cinque persone nell'attacco a un hotel di Mogadiscio due settimane fa. La Somalia non risulta comunque l'unico Stato che si trova a dover affrontare sanguinosi attentati jihadisti. Dall'ottobre del 2017, le forze di sicurezza del Mozambico stanno cercando di contrastare un tentativo insurrezionale, volto all'instaurazione di uno stato islamista. A guidare questa rivolta è il movimento jihadista, anticristiano e antioccidentale Ansar Al Sunna, che intratterrebbe tra l'altro legami proprio con Al Shabaab. Negli ultimi tre anni, il Mozambico ha quindi subito svariati attentati, mentre - lo scorso giugno - anche l'Isis ha rivendicato per la prima volta un attacco nel Nord del Paese. D'altronde, nell'Africa sudorientale lo Stato islamico sta progressivamente entrando in competizione con Al Shabaab, i cui tentacoli non hanno ultimamente risparmiato neppure il Kenya: si pensi soltanto all'assalto jihadista avvenuto, lo scorso gennaio, contro un albergo di Nairobi. Cattive notizie, poi, anche per la parte occidentale del continente. Pochi giorni fa, l'Isis ha diffuso un video che mostra l'esecuzione di undici cristiani in Nigeria, come ritorsione all'uccisione dell'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, annunciata da Donald Trump lo scorso ottobre. La situazione non migliora in Niger dove, un paio di settimane fa, settantadue militari hanno perso la vita in un attacco di matrice jihadista: tutto questo, mentre - il giorno di Natale - altri quattordici soldati sono stati uccisi nella regione di Tillaberi a Ovest del Paese. Grossi problemi si riscontrano anche nel Mali, in cui - lo scorso novembre - ha avuto luogo un attacco con cinquantaquattro vittime, mentre - pochi giorni fa - un attentato islamista ha ucciso trentacinque persone in Burkina Faso (Stato, anch'esso martoriato da episodi sanguinosi nel corso degli ultimi anni). Il Sahel si sta del resto ritrovando sempre più sotto pressione da parte del terrorismo jihadista: terrorismo che fa spesso leva sulle discrepanze sociali e sulla conflittualità tra le varie comunità locali. Un terrorismo che non risulta tuttavia organizzato in un fronte autenticamente compatto, viste le articolazioni che si registrano tra i miliziani dell'Isis e quelli legati alle galassie di Al Qaeda: differenze che, diversamente da quanto accade nell'area sudorientale, danno comunque talvolta vita a forme di parziale cooperazione. Si tratta dunque di un quadro generale che si sta facendo sempre più complicato per la Francia, impegnata - dal 2014 - nell'operazione antiterroristica Barkhane nell'area. L'Eliseo sta infatti riscontrando crescenti difficoltà nel tenere sotto controllo la zona, come testimoniato - lo scorso novembre - dall'incidente che è costato la vita a tredici soldati francesi in Mali. Davanti a queste spinose problematiche, Emmanuel Macron teme di rimanere invischiato in un pantano, mentre - secondo recenti indiscrezione del New York Times - il Pentagono sarebbe pronto a ridurre la presenza militare americana in Africa: un fattore che aumenterebbe l'isolamento di Parigi.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara