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2019-12-29
Le stragi di cristiani non strappano lacrime
Ansa
Ieri l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L'Onu - nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) - ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze». È senz'altro apprezzabile l'interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo.
È un po' triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell'Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all'alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi.
Certo, il segretario generale dell'Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili».
Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall'inizio dell'anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c'è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall'inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell'Iswap.
Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell'Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall'ennesimo appello all'accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l'Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell'articolo sull'argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana».
Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c'è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa'ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c'entrano nulla con la religione.
Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c'è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l'Europa, non se vengono sgozzati in patria.
L'unico politico a pronunciare parole pesanti sull'argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». A volte parole del genere sarebbe bello sentirle anche in italiano.
L’Africa è ormai terra di conquista per l’Isis e le altre milizie
Attentato sanguinoso in Somalia. Ieri, un'autobomba è esplosa a Mogadiscio, uccidendo almeno settantotto persone e ferendone centoventicinque: il bilancio è comunque probabilmente destinato a salire nelle prossime ore. L'attacco ha avuto luogo in una zona molto affollata della capitale somala, intorno alle 8 del mattino (ora locale).
Secondo quanto riportato dalla polizia, tra le vittime figurerebbero anche studenti universitari e soldati. L'attentato sarebbe stato rivendicato dal gruppo jihadista Al Shabaab che, fondato nel 2006, è diventato la cellula somala di al Qaeda a partire dal 2012. Questa organizzazione ha a più riprese martoriato il Paese negli ultimi tempi: lo scorso febbraio, ha rivendicato un'esplosione all'interno di un centro commerciale a Mogadiscio che ha ucciso una decina persone, mentre - nel novembre del 2018 - aveva mietuto oltre cinquanta vittime con l'impiego di tre autobombe. Senza poi dimenticare l'uccisione di cinque persone nell'attacco a un hotel di Mogadiscio due settimane fa.
La Somalia non risulta comunque l'unico Stato che si trova a dover affrontare sanguinosi attentati jihadisti. Dall'ottobre del 2017, le forze di sicurezza del Mozambico stanno cercando di contrastare un tentativo insurrezionale, volto all'instaurazione di uno stato islamista. A guidare questa rivolta è il movimento jihadista, anticristiano e antioccidentale Ansar Al Sunna, che intratterrebbe tra l'altro legami proprio con Al Shabaab. Negli ultimi tre anni, il Mozambico ha quindi subito svariati attentati, mentre - lo scorso giugno - anche l'Isis ha rivendicato per la prima volta un attacco nel Nord del Paese. D'altronde, nell'Africa sudorientale lo Stato islamico sta progressivamente entrando in competizione con Al Shabaab, i cui tentacoli non hanno ultimamente risparmiato neppure il Kenya: si pensi soltanto all'assalto jihadista avvenuto, lo scorso gennaio, contro un albergo di Nairobi.
Cattive notizie, poi, anche per la parte occidentale del continente. Pochi giorni fa, l'Isis ha diffuso un video che mostra l'esecuzione di undici cristiani in Nigeria, come ritorsione all'uccisione dell'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, annunciata da Donald Trump lo scorso ottobre. La situazione non migliora in Niger dove, un paio di settimane fa, settantadue militari hanno perso la vita in un attacco di matrice jihadista: tutto questo, mentre - il giorno di Natale - altri quattordici soldati sono stati uccisi nella regione di Tillaberi a Ovest del Paese. Grossi problemi si riscontrano anche nel Mali, in cui - lo scorso novembre - ha avuto luogo un attacco con cinquantaquattro vittime, mentre - pochi giorni fa - un attentato islamista ha ucciso trentacinque persone in Burkina Faso (Stato, anch'esso martoriato da episodi sanguinosi nel corso degli ultimi anni).
Il Sahel si sta del resto ritrovando sempre più sotto pressione da parte del terrorismo jihadista: terrorismo che fa spesso leva sulle discrepanze sociali e sulla conflittualità tra le varie comunità locali. Un terrorismo che non risulta tuttavia organizzato in un fronte autenticamente compatto, viste le articolazioni che si registrano tra i miliziani dell'Isis e quelli legati alle galassie di Al Qaeda: differenze che, diversamente da quanto accade nell'area sudorientale, danno comunque talvolta vita a forme di parziale cooperazione. Si tratta dunque di un quadro generale che si sta facendo sempre più complicato per la Francia, impegnata - dal 2014 - nell'operazione antiterroristica Barkhane nell'area. L'Eliseo sta infatti riscontrando crescenti difficoltà nel tenere sotto controllo la zona, come testimoniato - lo scorso novembre - dall'incidente che è costato la vita a tredici soldati francesi in Mali. Davanti a queste spinose problematiche, Emmanuel Macron teme di rimanere invischiato in un pantano, mentre - secondo recenti indiscrezione del New York Times - il Pentagono sarebbe pronto a ridurre la presenza militare americana in Africa: un fattore che aumenterebbe l'isolamento di Parigi.
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L'Onu condanna le persecuzioni birmane contro la minoranza musulmana dei Rohingya, ma tace sugli assalti armati alle chiese. E se il Papa a Natale ha sfiorato il tema, i media hanno rilanciato solo i suoi appelli pro accoglienza, unico argomento che interessa.L'Africa è ormai terra di conquista per l'Isis e le altre milizie. Ieri decine di morti per un'autobomba a Mogadiscio, ultima di una lunga serie. Lo speciale comprende due articoli. Ieri l'assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione per condannare le «violazioni dei diritti umani perpetrate dalla Birmania contro la minoranza musulmana dei Rohingya, che comprendono arresti arbitrari, tortura, stupro e morti in detenzione». L'Onu - nel documento approvato da 134 Paesi rappresentati su 193 (con 9 no e 28 astensioni) - ha invitato il governo birmano a «combattere qualsiasi forma di incitamento all'odio contro le minoranze». È senz'altro apprezzabile l'interesse delle Nazioni Unite per chi viene perseguitato in virtù della propria fede. Del caso dei Rohingya, poi, si discute con fervore da parecchio tempo. È un po' triste notare, tuttavia, come le persecuzioni ai danni dei cristiani suscitino molto meno sdegno. Il giorno di Natale, il gruppo islamico nigeriano Iswap, una sorta di succursale locale dell'Isis, ha macellato senza pietà 11 cristiani. Il rituale si è svolto secondo le atroci modalità a cui siamo stati abituati in questi anni. I condannati a morte, vestiti con tute da carcerati, sono stati fatti inginocchiare e poi sgozzati come capretti. Le loro teste sono state segate via dal corpo come quelle degli antichi cristiani perseguitati all'alba della fede. I jihadisti hanno fatto sapere di averli «uccisi per vendicare la morte dei nostri leader, tra cui Abu Bakr Al Baghdadi e Abul Hasan Al Muhajir, in Iraq e Siria». Qualche giorno prima, i condannati erano apparsi in un video in cui chiedevano al governo nigeriano di essere salvati, ma ad Abuja hanno scelto di non trattare con i terroristi. Certo, il segretario generale dell'Onu, António Guterres, martedì ha condannato la «pratica crescente da parte di gruppi armati di allestire checkpoint che prendono di mira civili». Secondo le Nazioni unite, «più di 36.000 persone sono state uccise dall'inizio del conflitto, circa la metà civili. Dall'inizio dell'anno, nove operatori umanitari hanno perso la vita mentre cercavano di fornire assistenza salvavita a coloro che ne avevano disperatamente bisogno nello stato di Borno. Più di 160.000 persone sono fuggite dalle loro case nel 2019, mentre insicurezza e attacchi violenti continuano a ostacolare la capacità delle persone di accedere ai servizi essenziali e ai mezzi di sussistenza». Tuttavia, nel comunicato non c'è nemmeno un riferimento alla persecuzione dei fedeli cristiani. Eppure, secondo un report uscito nei giorni scorsi e realizzato da The Humanitarian Aid Relief Trust (Hart), dall'inizio del 2019 ben 1.000 cristiani sono stati uccisi in Nigeria, addirittura 6.000 negli ultimi 4 anni. E stiamo parlando soltanto di quelli massacrati dalla milizia Fulani, composta da nomadi di fede islamica che aggrediscono contadini e villaggi. Poi ci sono le stragi compiute dai jihadisti di Boko Haram, e adesso anche quelle dell'Iswap. Questa persecuzione, però, sembra non interessare a nessuno. E non parliamo solo dell'Onu. Sui media occidentali e italiani i massacri di cristiani a stento compaiono. Durante il messaggio di Natale, papa Francesco ha fatto un riferimento ai cristiani perseguitati in Burkina Faso, Mali, Niger e Nigeria, ma questa parte del suo messaggio è stata totalmente oscurata dall'ennesimo appello all'accoglienza dei migranti. Ancora ieri, l'Osservatore Romano evitava accuratamente di insistere sulla matrice anticristiana della strage di Natale. Il titolo dell'articolo sull'argomento era: «Contro ogni divisione», e nel pezzo veniva dato grande risalto alle parole del presidente nigeriano (musulmano) Muhammadu Buhari, secondo cui i jihadisti sono «agenti delle tenebre nemici della nostra comune umanità e non risparmieranno nessuna vittima, che sia musulmana o cristiana». Un modo interessante di presentare la questione: anche se vengono sterminati cristiani, le vittime sono comunque di entrambe le fedi. In Nigeria, per altro, c'è chi si ostina a negare che i cristiani siano perseguitati. Lo ha fatto, giusto ieri, il Supremo consiglio nigeriano per gli affari islamici presieduto dal sultano Alhaji Muhammadu Sa'ad Abubakar, il quale ha avuto il fegato di sostenere che le uccisioni di civili non c'entrano nulla con la religione. Del resto pure le autorità religiose, da qualche tempo, sembrano decisamente più in ambasce per la sorte degli stranieri in arrivo sui barconi che per quella dei fedeli macellati nel Continente Nero. Nel nostro Paese si polemizza sul presunto razzismo del film di Checco Zalone, e intanto c'è chi viene impunemente sterminato solo perché non è musulmano. Gli africani, pare di capire, interessano solo se si spostano verso l'Europa, non se vengono sgozzati in patria. L'unico politico a pronunciare parole pesanti sull'argomento è stato Boris Johnson, che nel suo discorso di Natale ha detto: «Vorrei ricordare quei cristiani che in tutto il mondo vengono perseguitati. Molti di loro il giorno di Natale lo passeranno probabilmente in una cella di una prigione. Da primo ministro, è qualcosa che vorrei cambiare». 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L'attentato sarebbe stato rivendicato dal gruppo jihadista Al Shabaab che, fondato nel 2006, è diventato la cellula somala di al Qaeda a partire dal 2012. Questa organizzazione ha a più riprese martoriato il Paese negli ultimi tempi: lo scorso febbraio, ha rivendicato un'esplosione all'interno di un centro commerciale a Mogadiscio che ha ucciso una decina persone, mentre - nel novembre del 2018 - aveva mietuto oltre cinquanta vittime con l'impiego di tre autobombe. Senza poi dimenticare l'uccisione di cinque persone nell'attacco a un hotel di Mogadiscio due settimane fa. La Somalia non risulta comunque l'unico Stato che si trova a dover affrontare sanguinosi attentati jihadisti. Dall'ottobre del 2017, le forze di sicurezza del Mozambico stanno cercando di contrastare un tentativo insurrezionale, volto all'instaurazione di uno stato islamista. A guidare questa rivolta è il movimento jihadista, anticristiano e antioccidentale Ansar Al Sunna, che intratterrebbe tra l'altro legami proprio con Al Shabaab. Negli ultimi tre anni, il Mozambico ha quindi subito svariati attentati, mentre - lo scorso giugno - anche l'Isis ha rivendicato per la prima volta un attacco nel Nord del Paese. D'altronde, nell'Africa sudorientale lo Stato islamico sta progressivamente entrando in competizione con Al Shabaab, i cui tentacoli non hanno ultimamente risparmiato neppure il Kenya: si pensi soltanto all'assalto jihadista avvenuto, lo scorso gennaio, contro un albergo di Nairobi. Cattive notizie, poi, anche per la parte occidentale del continente. Pochi giorni fa, l'Isis ha diffuso un video che mostra l'esecuzione di undici cristiani in Nigeria, come ritorsione all'uccisione dell'autoproclamato califfo Abu Bakr Al Baghdadi, annunciata da Donald Trump lo scorso ottobre. La situazione non migliora in Niger dove, un paio di settimane fa, settantadue militari hanno perso la vita in un attacco di matrice jihadista: tutto questo, mentre - il giorno di Natale - altri quattordici soldati sono stati uccisi nella regione di Tillaberi a Ovest del Paese. Grossi problemi si riscontrano anche nel Mali, in cui - lo scorso novembre - ha avuto luogo un attacco con cinquantaquattro vittime, mentre - pochi giorni fa - un attentato islamista ha ucciso trentacinque persone in Burkina Faso (Stato, anch'esso martoriato da episodi sanguinosi nel corso degli ultimi anni). Il Sahel si sta del resto ritrovando sempre più sotto pressione da parte del terrorismo jihadista: terrorismo che fa spesso leva sulle discrepanze sociali e sulla conflittualità tra le varie comunità locali. Un terrorismo che non risulta tuttavia organizzato in un fronte autenticamente compatto, viste le articolazioni che si registrano tra i miliziani dell'Isis e quelli legati alle galassie di Al Qaeda: differenze che, diversamente da quanto accade nell'area sudorientale, danno comunque talvolta vita a forme di parziale cooperazione. Si tratta dunque di un quadro generale che si sta facendo sempre più complicato per la Francia, impegnata - dal 2014 - nell'operazione antiterroristica Barkhane nell'area. L'Eliseo sta infatti riscontrando crescenti difficoltà nel tenere sotto controllo la zona, come testimoniato - lo scorso novembre - dall'incidente che è costato la vita a tredici soldati francesi in Mali. Davanti a queste spinose problematiche, Emmanuel Macron teme di rimanere invischiato in un pantano, mentre - secondo recenti indiscrezione del New York Times - il Pentagono sarebbe pronto a ridurre la presenza militare americana in Africa: un fattore che aumenterebbe l'isolamento di Parigi.
Leone XIV (Ansa)
Nel piazzale antistante il Duomo della città, è stato particolarmente caloroso il saluto del Papa ai fedeli. Parlando a braccio, Leone XIV ha invitato tutti a essere costruttori di pace e speranza: «Per come ci ha insegnato Sant’Agostino se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi». Il rimando è alla celebre massima agostiniana che di fronte ai «tempi cattivi», la reazione deve essere quella di cercare di vivere bene, perché «i tempi siamo noi; come siamo noi, così sono i tempi». La pace in questa prospettiva cessa di essere un pio richiamo o un auspicio geopolitico per diventare un invito alla vita buona per ciascuno: «Basta con parole di odio, basta con insulti, bullismo, basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i Paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace».
Il Pontefice era giunto in elicottero alle ore 14.30 accolto dalle autorità civili e religiose, tra cui il vescovo di Pavia, monsignor Corrado Sanguineti e il sindaco Michele Lissia. Dopo una prima, toccante tappa al Centro nazionale di adroterapia oncologica, dove ha incontrato i piccoli pazienti definendo medici e infermieri come «angeli», papa Leone si è recato nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro che custodisce le spoglie di Sant’Agostino di Ippona, il santo di cui papa Prevost è figlio spirituale.
All’interno della basilica il Santo Padre ha presieduto la celebrazione della Parola, pronunciando un’omelia rivolta alla Chiesa pavese che, come tutte le chiese in Occidente, è chiamata ad evangelizzare in un’epoca di profonda secolarizzazione. Il Papa ha riconosciuto apertamente le fatiche della comunità, esortandola a non lasciarsi scoraggiare dal contesto attuale e dalle difficoltà nella trasmissione della fede. «C’è sempre più bisogno, oggi, di accompagnare le persone alla scoperta o alla riscoperta della fede», ha detto.
Tuttavia, il Papa ha avvertito che occorre centrarsi su ciò che è essenziale, evitando il «rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale». Ma cos’è, dunque, questo «essenziale»? «L’essenziale è vivere con Cristo», stare uniti a Lui come «pietra viva» e fondamento. Per il Papa, annunciare il nucleo del Vangelo significa annunciare Gesù, colui che rivela non solo il mistero di Dio, ma il mistero stesso dell’essere umano.
Dopo aver lasciato la basilica ed essere passato dal Duomo per l’adorazione del Santissimo Sacramento e la venerazione di san Siro, il Papa ha raggiunto piazza Vittoria per incontrare le autorità civili e la cittadinanza. Qui Leone XIV, fra l’altro, ha reso omaggio alla tradizione accademica di Pavia, sottolineando che promuovere le scienze significa promuovere l’uomo. Ha rievocato ancora la figura di Sant’Agostino come esempio di quella «sana inquietudine» che anima chiunque sia assetato di verità, giustizia e bellezza. «La sua figura, mentre incarna il dialogo arduo e costante tra fede e ragione, testimonia la loro reciproca appartenenza. Non si può infatti credere senza pensare, né è possibile illuminare i quesiti più alti della ragione senza fede».
La fede non è un rifugio, una fuga, ma un motore di speranza contro il nichilismo: «Nella misura in cui crede, l’essere umano non si rassegna alla fine, a un frammento storico che termina con la morte: proprio la fede ci ricorda che non siamo sudditi di un fato anonimo, sostenendo invece la certezza che Dio è creatore e salvatore della vita». Un altro celebre motto agostiniano, credo ut intelligam e intelligo ut credam, «credo per comprendere, comprendo per credere», riassume bene il senso di queste parole. Leone XIV ha mostrato come questa prospettiva cambi radicalmente il modo di vivere la cittadinanza. La croce presente nello stemma cittadino è stata interpretata dal Papa non come un semplice fregio araldico, ma come una «sintesi culturale» che àncora la storia locale al valore universale dell’amore cristiano. La comunità di Comunione e liberazione di Pavia ha salutato la visita con «gratitudine. Il suo legame con Sant’Agostino ce lo fa sentire davvero vicino. Gli siamo grati anche per la stima con cui guarda alla vita dei movimenti».
Alle 18.45 il Papa è partito in elicottero verso Sant’Angelo Lodigiano, per recarsi nella parrocchia dei santi Antonio Abate e Francesca Cabrini in cui è venerato il cuore di Santa Francesca Cabrini (1850-1917), la suora che sulla spinta di papa Leone XIII fu missionaria negli Stati Uniti prendendosi cura in particolare degli italiani emigrati. Fu papa Pio XII, che la canonizzò e la proclamò «Celeste patrona di tutti gli emigranti», ed è così che ieri l’ha ricordata papa Prevost indicando come sia oggi attuale un «carisma missionario che si pone al servizio dei migranti», un carisma animato «dall’unico vero «motore» della vita di Santa Cabrini», l’amore di Cristo.
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Keir Starmer (Ansa)
Ed è proprio sentendo sorgere dentro di noi la domanda sul perché, di fronte a fatti così meritevoli di ribellione, nessuno si stia ribellando, che è necessario chiederci se non esista in realtà un preciso meccanismo che tali ribellioni guidi, impedisca o autorizzi. I piani annunciati da Keir Starmer per vietare l’accesso ai social media ai minori, con obblighi di verifica dell’età e blocco delle Vpn, vanno sorprendentemente oltre le misure cinesi e russe in termini di controllo preventivo e centralizzato delle narrazioni digitali e stabiliscono un vero e proprio primato nell’accezione positiva di «censura» per una democrazia occidentale.
Queste misure, presentate come tutela dell’infanzia, riprendono e amplificano la revisione dell’Online safety act con enfasi sul contrasto alla «disinformazione» prefigurando non soltanto una chiara torsione autoritaria ma mostrando al mondo ciò che sarebbe potuto accadere ovunque con una vittoria di Kamala Harris. A portare al punto di collasso il rapporto tra potere e opinione pubblica britannica è stata l’evidenza con la quale il governo laburista ha inteso accelerare su queste misure proprio in occasione della pubblicazione del Rapporto ufficiale dal titolo «The rape gang inquiry report» nel quale si documentano decenni di sfruttamenti sessuali e orrende violenze sistematiche su minorenni britanniche perpetrate da reti organizzate e istituzionalmente coperte di immigrati pakistani.
Le stime indicano 250.000 vittime e le coperture e le connivenze emerse ricordano i meccanismi di protezione dall’alto della rete di Jeffrey Epstein. A fronte di uno scandalo che assume i contorni di un vero e proprio crollo di civiltà a sinistra si tace o addirittura si minimizza, i media censurano e la politica emana leggi per arrestare chi ne parla sui social.
A questo punto occorre riflettere non solo sui fatti in sé ma sui meccanismi che consentono al governo con il peggior gradimento della storia a rimanere al suo posto malgrado le numerose dimissioni di ministri e, soprattutto, sul perché non si verifichino moti di protesta generalizzati ed efficaci fatte salve le proteste di strada come a Southport o Belfast. Aveva ragione George Sorel, forse la «ribellione delle masse» non ha le caratteristiche del moto spontaneo ma del mito. In «Riflessioni sulla violenza» (1908), Sorel definisce il «mito» come un insieme di immagini capaci di evocare nelle masse l’istinto di lotta contro l’ordine esistente. Per Sorel il mito per eccellenza a disposizione del popolo è lo sciopero generale non in quanto evento spontaneo ma inteso come paziente costruzione che conferisce coesione e slancio eroico alle masse.
Senza un mito adeguato - e senza élite che lo diffondano - le masse restano passive anche di fronte a ingiustizie estreme, soprusi e provocazioni di ogni tipo. Pensiamo ai «Gilet gialli» in Francia, un movimento con un forte carattere spontaneo e popolare che nel periodo 2018-2020 ha rappresentato una delle più ampie mobilitazioni di massa degli ultimi decenni, con centinaia di migliaia di persone in piazza ogni settimana contro tasse e rincari e contro il sistema di potere di Emmanuel Macron. Un movimento molto ampio e diffuso ma privo di una struttura organizzativa stabile e, soprattutto, di un’élite che lo motivasse, lo incanalasse e lo autorizzasse in modo coerente e strutturato, tanto da non pervenire ad alcun risultato effettivo né tantomeno ad un ricambio di élite.
Al contrario, invece, possiamo pensare al crollo del regime di Bashar al-Assad in Siria, avvenuto in due settimane con l’accordo orchestrato delle élite internazionali e con il supporto interno di élite siriane in attesa di ricambio. In Siria il popolo non ha svolto alcun ruolo, ha semmai subito una guerra tuttora in corso ed al posto di Assad è stato insediato l’ex jihadista Al-Jolani, poi ricevuto con tutto gli onori in varie cancellerie occidentali. Appare dunque chiaro come la «protesta di piazza» altro non sia se non la fase teatrale della narrazione del ricambio delle élite; non espressione spontanea di una volontà popolare autonoma ma fase spettacolare attraverso la quale le élite in conflitto si forniscono una «giustificazione dal basso». Rimaniamo dunque attoniti di fronte alle assurde incongruenze, alle palesi e inaccettabili ingiustizie e ci convinciamo che la mancata ribellione delle masse sia dovuta a scarsa motivazione, a debolezza, a mancanza di «coscienza di classe» la quale soltanto, una volta creata, porterà all’inevitabile rivoluzione. Ma anche questa, e soprattutto questa, è una truffa: si tratta sempre e solo di alternanza ai vertici del sistema di potere.
Una volta tutto ciò viene chiamato «libertà, uguaglianza e fraternità», un’altra volta «dittatura del proletariato», ma sono sempre le poche persone che lottano per il potere apicale a motivare, autorizzare, costruire o bloccare i miti che danno alle masse l’impressione di essere protagoniste. Viviamo il momento storico nel quale tutto ciò appare con più chiarezza.
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Roberto Vannacci (Imagoeconomica)
L’ultima provocazione del leader di Futuro Nazionale, ieri ospite di Sky Tg24, è l’immigraticidio. «Se accettiamo il reato di femminicidio allora va introdotto l’immigraticidio. Voglio che chi usa violenza contro le donne marcisca dietro le sbarre, che si tenga conto delle circostanze aggravanti. Se noi accettiamo che un reato venga definito in base alla vittima, allora va introdotto l’immigraticidio. Un delitto non può essere più o meno grave in base al sesso o al colore della pelle. Siamo contrari alla creazione di nuovi reati come l’islamofobia o l’omofobia».
Sull’educazione affettivo-sessuale a scuola come prevenzione del femminicidio, Vannacci aveva sostenuto che «in Nord Europa dove l’educazione sessuale viene fatta da anni, gli omicidi di donne sono più numerosi che in Italia», e che invece va combattuto «crescendo uomini forti e non deboli. Per me la cultura patriarcale è l’uomo che si prende carico della famiglia, che la protegge, che protegge le donne in quanto esseri fisicamente più deboli rispetto all’uomo».
Poi c’è il tema degli omosessuali. Le posizioni del generale sugli omosessuali, espresse anche nel suo libro Il mondo al contrario e reiterate in dibattiti pubblici, ruotano attorno al concetto di «non normalità» statistica dell’omosessualità e alla difesa della famiglia tradizionale. Negli ultimi giorni Vannacci aveva criticato il suo ex partito, la Lega, accusandola di una «deriva» volta a legittimare le rivendicazioni della comunità Lgbtq+ e ribadendo che, secondo i suoi principi, la famiglia da promuovere è «solo quella naturale».
«Meglio anormale che generale, è questa la risposta che abbiamo dato a Vannacci quando dice che gli omosessuali non sono normali», replica Riccardo Magi di +Europa al pride di Roma. Sulla stessa linea il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, in testa al corteo del Roma pride dietro al grande striscione rosso della manifestazione che riporta lo slogan «La Repubblica è di chi la abita»: «Dobbiamo batterci per una pienezza di diritti per tutti, al di là dell’orientamento sessuale e di genere: è scritto nella nostra Costituzione e la nostra legislazione, a oggi, non la rispetta». Replicando alle frasi di Vannacci, il sindaco aggiunge: «Non rispondiamo neanche perché noi siamo per la Costituzione. Non ci stupisce che le forze fasciste e oscurantiste vogliano colpire i diritti di qualcuno, ma sappiamo bene che quando si conculcano i diritti di una minoranza, si colpiscono i diritti di tutti. Non arretriamo e ci battiamo con ancora maggiore convinzione».
Commentando poi i sondaggi dell’ultima settimana per il suo partito, Vannacci ha aggiunto: «Questo è il risultato di un piano che si sta realizzando. Il 5.9% nei sondaggi non lo festeggiamo, questo è solo l’inizio. Non credo ai sondaggi, i veri sondaggi li faccio per la strada, quando le persone mi chiedono di andare avanti. La feccia, i figli di nessuno, e la sporca dozzina sono tra di noi».
E sulle alleanze che facciamo? «Io non ho fatto istanza di alleanza. Chi ha cominciato a erigere muri sono stati proprio i partiti del centrodestra. Io non ho mai detto che avrei eretto muri, cosa che invece hanno fatto i vari Lupi, Romeo, Zaia, Centinaio, i vari Marina Berlusconi, che non so a che titolo parli perché non ha ruoli politici, i vari Occhiuto. Evidentemente o hanno paura o vogliono mettere le mani avanti. Sono loro», ha aggiunto, «che vogliono evitare o che vogliono assolutamente impedire un’eventuale intesa che comunque avverrebbe solo se questa alleanza di centrodestra convenisse di non oltrepassare quelle linee rosse che ho stabilito».
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