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2022-09-18
Le purghe di Speranza sui sanitari: italiani sospesi, stranieri assunti
Roberto Speranza (Ansa)
Sta diventando un vizio: cacciare i sanitari italiani perché disubbidiscono all’irragionevole norma sull’obbligo vaccinale, e poi sostituirli con personale straniero. Magari, ugualmente non in regola con le dosi, o sottoposto a iniezioni con farmaci mai autorizzati nell’Ue, tipo il cinese Sinovac.
L’ultimo urticante esempio arriva dal Trentino. Nella seduta del 6 settembre scorso, l’Ordine degli infermieri ha disposto la sospensione di 125 professionisti. Nei giorni seguenti è stata revocata una trentina di provvedimenti, quindi i sospesi al momento sono circa un centinaio. Non si tratta soltanto di pervicaci renitenti alla puntura. Sotto la falce dell’Ordine sono finiti anche infermieri che non hanno ancora ricevuto il richiamo, o che sono guariti più di sei mesi fa e, nel frattempo, hanno rifiutato di correre all’hub.
Non ci vuole un genio per capire che il regolamento imposto da Roma è privo di giustificazioni scientifiche. La vaccinazione non impedisce il contagio e, dunque, il proposito della precauzione decade. Anzi, i dati dimostrano che gli inoculati a vario titolo si contagiano come o più di chi non ha porto il braccio. Il paradosso, insomma, è che quelli da cui guardarsi dovrebbero essere soprattutto i vaccinati. Molti studi concordano, invece, nel considerare più stabile e duratura l’immunità naturale.
Fin qui, il fanatismo pseudoscientifico di Roberto Speranza e soci. Che, però, ha aggravato una piaga permanente del sistema sanitario: la carenza di personale. E allora cosa succede? Che si recluta gente dall’estero. Nel caso del Trentino, le Rsa si sono rivolte a Paraguay, Ucraina, Albania. Paesi nei quali la copertura vaccinale non è proprio estesa: sull’altra sponda dell’Adriatico, ha completato il ciclo primario il 44% della popolazione; nel Paese sudamericano, il 52; nella nazione ora in guerra con la Russia, solo il 35. E talora, in quelle regioni, vengono distribuiti sieri di serie B.
Stranamente, la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), mentre lamenta che mancano «oltre 65.000» camici verdi, con gravi ripercussioni soprattutto sulle residenze per anziani, non s’avvede della contraddizione: si mandano a casa operatori esperti, poiché non allineati ai diktat ministeriali, per pescare sostituti nel Terzo mondo. E tappare solo temporaneamente i buchi.
Non è la prima volta che, in Italia, alla faccia della cronica penuria di medici e paramedici, si applica spietatamente la folle norma sull’obbligo vaccinale, sopperendo alle ulteriori carenze con lavoratori provenienti dall’estero.
A luglio, la Regione Lombardia aveva pubblicato un bando (in scadenza a novembre) per infermieri ucraini. Trenta euro lordi l’ora, per massimo 34 ore settimanali: 1.020 euro ogni sette giorni, fino a marzo 2023. E, somma beffa nei confronti degli italiani privati del lavoro, dello stipendio e della dignità, tra i requisiti per l’assunzione non figurava la vaccinazione anti Covid.
A fine agosto, scena simile in Calabria: per «garantire il diritto alle cure ai cittadini», come aveva spiegato il governatore, Roberto Occhiuto, la Regione aveva incredibilmente arruolato 500 camici bianchi da Cuba. Costo: 3.500 euro lordi al mese ciascuno, più 1.200 euro per le spese vive, da aggiungere a quelle per i due viaggi l’anno da e per l’isola caraibica. Senza contare i corsi di formazione da svolgere qui da noi. Intanto, un dottore guarito dal Covid, quindi dotato di anticorpi, viene cacciato con ignominia se non si piega al ricatto dell’iniezione.
Dopo il caso lucano, è stata la volta della Sicilia: per far fronte alle falle nell’ospedale di Mussomeli (Caltanissetta), sono stati ingaggiati medici dall’Argentina.
Questi episodi confermano le più recenti scoperte sul Covid: il virus intacca pure il cervello. Già, perché altrimenti basterebbe usare un po’ di logica e di buon senso, per capire in quale vicolo cieco ci sta cacciando il parosissimo vaccinista della linea Speranza. Una volta preso atto che i preparati a mRna non sono sufficienti ad arrestare la trasmissione del Sars-Cov-2, sarebbe bastato raccomandarli a dottori e infermieri, al semplice scopo di proteggere sé stessi dalle conseguenze gravi di una malattia cui, per ovvi motivi, essi sono più esposti di altre categorie professionali. Invece, persino nella fase in cui è stata cancellata la maggior parte delle altre restrizioni, un ministro ipocondriaco ha voluto accanirsi sugli ex «angeli» della pandemia. Mettendo alle corde ospedali e case di riposo. E gettando le basi per l’allucinante spreco dei surrogati esteri del nostro personale.
Giorgia Meloni ha già preso un impegno, ma ogni tanto è opportuno ricordare al centrodestra le priorità: in caso di vittoria alle urne, cancellare quest’ingiustizia è la prima cosa da fare il giorno dopo il giuramento al Quirinale.
Spuntano i manifesti sulle reazioni avverse
Ricordano i cartelloni di Pro vita che segnalano i diritti calpestati dei bambini mai nati, perché soppressi con le tecniche abortive, e le sofferenze cui andranno incontro le mancate mamme. Fanno anche un po’ Tre manifesti a Ebbing, straordinario film del 2017 con Frances McDormand nei panni di una madre che denuncia il silenzio sull’assassinio della figlia lanciando duri messaggi, affissi lungo una strada del Missouri.
I cartelli che da una decina di giorni si vedono a Piove di Sacco, a Codevigo e in altre frazioni del Padovano, denunciano un’altra grave realtà: gli eventi avversi post vaccinazione. «È capitato anche a voi dopo il vaccino Covid-19?», è la scritta che campeggia in colore rosso sul più grande, sei metri per tre, posizionato nel parcheggio di un centro commerciale e perfettamente visibile dalle auto che percorrono la statale 516 in direzione di Padova.
Sono elencate paralisi, trombosi, miocarditi e altre gravi reazioni, l’invito è «Rivolgiti al tuo medico. Fai la segnalazione all’Aifa». Quello che il ministero della Salute e l’Agenzia italiana del farmaco non si sono mai sognati di fare, è diventata realtà per iniziativa di un gruppo di cittadini del Piovese. «Siamo preoccupati, perché aumenta il numero di persone che stanno male, anche in modo grave, ma nemmeno pensano a collegare i loro disturbi alla vaccinazione anti Covid. E nessun medico prospetta loro possibili correlazioni», spiega Linda, 43 anni, ideatrice dei manifesti assieme a Davide, Luca, Sabrina, Matteo.
«Viviamo in queste zone, siamo genitori che hanno protestato contro l’uso prolungato delle mascherine in classe. Adesso vogliamo che ci sia più attenzione per patologie post vaccino che vengono oscurate». I cartelli grandi invitano a non stare male in silenzio, perché la farmacovigilanza deve essere attivata, quelli più piccoli ricordano gli obblighi imposti con il green pass e l’assurdità di continui richiami vaccinali.
«Testi e immagini sono opera nostra, con l’aiuto di un grafico di 16 anni», racconta Linda a nome del gruppo. «Abbiamo fatto stampare una trentina di cartelli e non è stato facile trovare una tipografia che accettasse di fare il lavoro. Quando leggevano i messaggi, rifiutavano l’incarico per non rovinarsi i rapporti con le Asl. Oppure sparavano prezzi esorbitanti, che non ci potevamo permettere».
La spesa per i trenta manifesti alla fine è risultata contenuta, circa 1.000 euro suddivisi anche fra una trentina di sostenitori dell’iniziativa. «Poi dovevamo ottenere il permesso dal Comune, concesso dopo lunga attesa e ripetute verifiche dei messaggi. Non c’era nulla da eccepire, anche se a malincuore il via libera era arrivato. Resteranno negli spazi pubblicitari fino al 22 settembre».
Il sindaco di Piove di Sacco, Davide Gianella, sul Corriere del Veneto ha definito l’affissione uno «spiacevole episodio», ha precisato di aver chiesto «un consulto anche ai carabinieri», ma che si doveva rispettare la legge e la libertà d’opinione. Il primo cittadino ritiene l’iniziativa una delle tante dimostrazioni «no vax» e nemmeno sembra sfiorarlo l’idea che ci siano diritti da tutelare, di persone diventate dei malati dopo la vaccinazione.
«Rimango comunque convinto di quello che insegnava Ippocrate, padre della medicina, secondo il quale esistono solo due cose: scienza e opinione. La prima genera conoscenza, la seconda ignoranza», è stato il suo commento. Qualcuno ha anche provveduto a strappare i manifesti più piccoli dal titolo «Libertà o manipolazione? Quattro dosi in meno di due anni». Interrogativi che, per la verità, sempre più cittadini si stanno ponendo. Adesso, da ogni parte d’Italia stanno arrivando a Linda richieste di avere i file, per realizzare da Milano a Foggia i medesimi cartelli capaci di scuotere l’attenzione. Soprattutto a ridosso delle elezioni.
L’ultimo giallo nei bollettini dell’Iss. Più casi gravi tra i vaccinati recenti
Nelle ultime settimane, sono colati a picco i ricoveri, i letti occupati in terapia intensiva e i decessi, secondo quanto pubblicato nell’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sulla pandemia di Covid-19 in Italia, aggiornato al 14 settembre. Tuttavia, focalizzando l’attenzione sulla fascia 40-59 anni, emergono delle anomalie sia sul tasso di infezione che di forme gravi. Tanto che, in questi adulti, paradossalmente, chi non si è fatto due dosi di anti Covid rischierebbe di più se iniziasse adesso a vaccinarsi, statistiche alla mano.
Le infezioni infatti sono più basse nei non vaccinati rispetto a chi ha ricevuto la seconda dose da meno di 120 giorni, ma anche di chi ha fatto il booster. Il report dell’Iss non fornisce ipotesi sull’interpretazione dei dati. Si può però chiamare in causa, per esempio, la percentuale di reinfezioni che è in «lieve aumento» e vale il 14,9% del totale, a cui però non si sa se seguano sintomi e se i «contagiati bis» siano vaccinati o meno. In assenza di quarantene, il dato sarebbe trascurabile, ma il test positivo fa scattare l’isolamento di cinque giorni, e la cosa cambia aspetto.
Ma c’è un altro andamento anomalo che salta all’occhio. Interessa, appunto, le persone tra i 40 e 59 anni. E riguarda le curve del tasso di malattia severa ogni 100.000 abitanti in base allo stato vaccinale. Ebbene, in questa fascia di adulti, l’incidenza della forma grave di Covid ha stranamente livelli più elevati in chi ha ricevuto da meno di 120 giorni la seconda dose, rispetto a chi non si è mai vaccinato. L’andamento si registra da tre settimane: la curva, da appaiata, negli ultimi sette giorni vede un’impennata, nel numero dei casi, molto rilevante.
«Questi dati, come evidenzia lo stesso Iss, risentono di due fattori», spiega Carlo Signorelli, ordinario di Igiene dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Il primo riguarda la quota delle infezioni notificate, che è molto inferiore a quello delle infezioni reali». A causa delle «norme abbastanza restrittive sull’isolamento» di minimo cinque giorni per il positivo notificato, «lavoriamo», continua il professore, «con dei numeri in cui, almeno la metà delle infezioni, sfuggono». I valori del grafico sono riferiti ad agosto, periodo particolarmente critico per questo aspetto perché le quarantene erano più lunghe e, di mezzo, c’erano le vacanze. «Il secondo fattore da considerare sull’andamento», aggiunge Signorelli, «è che i casi gravi sono numericamente pochissimi e le statistiche, nei piccoli numeri non danno risultati certi».
C’è poi un’altra situazione strana nei grafici del report Iss e riguarda l’andamento, più che i numeri assoluti. In tutte le fasce over 40, i vaccinati da meno di 120 giorni, dopo un calo importante, nell’ultima settimana mostrano un aumento repentino delle forme gravi di Covid, rispetto ai non vaccinati. «Tutte le osservazioni devono essere prese con cautela e viste in un trend temporale più ampio, perché, purtroppo, questi sono numeri di agosto e sono poco attendibili», sottolinea Signorelli. Il problema è che in base a questi dati, nonostante gli evidenti limiti statistici, il governo ha preso decisioni su isolamenti e restrizioni per grandi e piccoli. Proprio per la fascia 5-11 anni, il report segnala uno studio su Lancet che definisce il vaccino «meno efficace» rispetto agli over 12, ma il ministero è già pronto con il booster.
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Il Trentino spedisce a casa un centinaio di infermieri non in regola con le dosi e poi recluta albanesi, ucraini e paraguaiani, da inserire nelle Rsa. L’ennesimo sfregio dopo gli episodi in Lombardia, Calabria e Sicilia.Spuntano i manifesti sulle reazioni avverse. Padovano tappezzato da cartelloni di denuncia. Sono leciti, ma un sindaco minaccia: «Chiamo i carabinieri».L’ultimo giallo nei bollettini dell’Iss. Più casi gravi tra i vaccinati recenti. Il trend dura da tre settimane. L’esperto Carlo Signorelli: «Difficile valutare, troppi contagi sommersi».Lo speciale comprende tre articoli.Sta diventando un vizio: cacciare i sanitari italiani perché disubbidiscono all’irragionevole norma sull’obbligo vaccinale, e poi sostituirli con personale straniero. Magari, ugualmente non in regola con le dosi, o sottoposto a iniezioni con farmaci mai autorizzati nell’Ue, tipo il cinese Sinovac.L’ultimo urticante esempio arriva dal Trentino. Nella seduta del 6 settembre scorso, l’Ordine degli infermieri ha disposto la sospensione di 125 professionisti. Nei giorni seguenti è stata revocata una trentina di provvedimenti, quindi i sospesi al momento sono circa un centinaio. Non si tratta soltanto di pervicaci renitenti alla puntura. Sotto la falce dell’Ordine sono finiti anche infermieri che non hanno ancora ricevuto il richiamo, o che sono guariti più di sei mesi fa e, nel frattempo, hanno rifiutato di correre all’hub. Non ci vuole un genio per capire che il regolamento imposto da Roma è privo di giustificazioni scientifiche. La vaccinazione non impedisce il contagio e, dunque, il proposito della precauzione decade. Anzi, i dati dimostrano che gli inoculati a vario titolo si contagiano come o più di chi non ha porto il braccio. Il paradosso, insomma, è che quelli da cui guardarsi dovrebbero essere soprattutto i vaccinati. Molti studi concordano, invece, nel considerare più stabile e duratura l’immunità naturale. Fin qui, il fanatismo pseudoscientifico di Roberto Speranza e soci. Che, però, ha aggravato una piaga permanente del sistema sanitario: la carenza di personale. E allora cosa succede? Che si recluta gente dall’estero. Nel caso del Trentino, le Rsa si sono rivolte a Paraguay, Ucraina, Albania. Paesi nei quali la copertura vaccinale non è proprio estesa: sull’altra sponda dell’Adriatico, ha completato il ciclo primario il 44% della popolazione; nel Paese sudamericano, il 52; nella nazione ora in guerra con la Russia, solo il 35. E talora, in quelle regioni, vengono distribuiti sieri di serie B.Stranamente, la Federazione nazionale degli Ordini delle professioni infermieristiche (Fnopi), mentre lamenta che mancano «oltre 65.000» camici verdi, con gravi ripercussioni soprattutto sulle residenze per anziani, non s’avvede della contraddizione: si mandano a casa operatori esperti, poiché non allineati ai diktat ministeriali, per pescare sostituti nel Terzo mondo. E tappare solo temporaneamente i buchi. Non è la prima volta che, in Italia, alla faccia della cronica penuria di medici e paramedici, si applica spietatamente la folle norma sull’obbligo vaccinale, sopperendo alle ulteriori carenze con lavoratori provenienti dall’estero. A luglio, la Regione Lombardia aveva pubblicato un bando (in scadenza a novembre) per infermieri ucraini. Trenta euro lordi l’ora, per massimo 34 ore settimanali: 1.020 euro ogni sette giorni, fino a marzo 2023. E, somma beffa nei confronti degli italiani privati del lavoro, dello stipendio e della dignità, tra i requisiti per l’assunzione non figurava la vaccinazione anti Covid. A fine agosto, scena simile in Calabria: per «garantire il diritto alle cure ai cittadini», come aveva spiegato il governatore, Roberto Occhiuto, la Regione aveva incredibilmente arruolato 500 camici bianchi da Cuba. Costo: 3.500 euro lordi al mese ciascuno, più 1.200 euro per le spese vive, da aggiungere a quelle per i due viaggi l’anno da e per l’isola caraibica. Senza contare i corsi di formazione da svolgere qui da noi. Intanto, un dottore guarito dal Covid, quindi dotato di anticorpi, viene cacciato con ignominia se non si piega al ricatto dell’iniezione.Dopo il caso lucano, è stata la volta della Sicilia: per far fronte alle falle nell’ospedale di Mussomeli (Caltanissetta), sono stati ingaggiati medici dall’Argentina. Questi episodi confermano le più recenti scoperte sul Covid: il virus intacca pure il cervello. Già, perché altrimenti basterebbe usare un po’ di logica e di buon senso, per capire in quale vicolo cieco ci sta cacciando il parosissimo vaccinista della linea Speranza. Una volta preso atto che i preparati a mRna non sono sufficienti ad arrestare la trasmissione del Sars-Cov-2, sarebbe bastato raccomandarli a dottori e infermieri, al semplice scopo di proteggere sé stessi dalle conseguenze gravi di una malattia cui, per ovvi motivi, essi sono più esposti di altre categorie professionali. Invece, persino nella fase in cui è stata cancellata la maggior parte delle altre restrizioni, un ministro ipocondriaco ha voluto accanirsi sugli ex «angeli» della pandemia. Mettendo alle corde ospedali e case di riposo. E gettando le basi per l’allucinante spreco dei surrogati esteri del nostro personale. 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Quello che il ministero della Salute e l’Agenzia italiana del farmaco non si sono mai sognati di fare, è diventata realtà per iniziativa di un gruppo di cittadini del Piovese. «Siamo preoccupati, perché aumenta il numero di persone che stanno male, anche in modo grave, ma nemmeno pensano a collegare i loro disturbi alla vaccinazione anti Covid. E nessun medico prospetta loro possibili correlazioni», spiega Linda, 43 anni, ideatrice dei manifesti assieme a Davide, Luca, Sabrina, Matteo. «Viviamo in queste zone, siamo genitori che hanno protestato contro l’uso prolungato delle mascherine in classe. Adesso vogliamo che ci sia più attenzione per patologie post vaccino che vengono oscurate». I cartelli grandi invitano a non stare male in silenzio, perché la farmacovigilanza deve essere attivata, quelli più piccoli ricordano gli obblighi imposti con il green pass e l’assurdità di continui richiami vaccinali. «Testi e immagini sono opera nostra, con l’aiuto di un grafico di 16 anni», racconta Linda a nome del gruppo. «Abbiamo fatto stampare una trentina di cartelli e non è stato facile trovare una tipografia che accettasse di fare il lavoro. Quando leggevano i messaggi, rifiutavano l’incarico per non rovinarsi i rapporti con le Asl. Oppure sparavano prezzi esorbitanti, che non ci potevamo permettere». La spesa per i trenta manifesti alla fine è risultata contenuta, circa 1.000 euro suddivisi anche fra una trentina di sostenitori dell’iniziativa. «Poi dovevamo ottenere il permesso dal Comune, concesso dopo lunga attesa e ripetute verifiche dei messaggi. Non c’era nulla da eccepire, anche se a malincuore il via libera era arrivato. Resteranno negli spazi pubblicitari fino al 22 settembre». Il sindaco di Piove di Sacco, Davide Gianella, sul Corriere del Veneto ha definito l’affissione uno «spiacevole episodio», ha precisato di aver chiesto «un consulto anche ai carabinieri», ma che si doveva rispettare la legge e la libertà d’opinione. Il primo cittadino ritiene l’iniziativa una delle tante dimostrazioni «no vax» e nemmeno sembra sfiorarlo l’idea che ci siano diritti da tutelare, di persone diventate dei malati dopo la vaccinazione. «Rimango comunque convinto di quello che insegnava Ippocrate, padre della medicina, secondo il quale esistono solo due cose: scienza e opinione. La prima genera conoscenza, la seconda ignoranza», è stato il suo commento. Qualcuno ha anche provveduto a strappare i manifesti più piccoli dal titolo «Libertà o manipolazione? Quattro dosi in meno di due anni». Interrogativi che, per la verità, sempre più cittadini si stanno ponendo. Adesso, da ogni parte d’Italia stanno arrivando a Linda richieste di avere i file, per realizzare da Milano a Foggia i medesimi cartelli capaci di scuotere l’attenzione. Soprattutto a ridosso delle elezioni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-purghe-di-speranza-sui-sanitari-italiani-sospesi-stranieri-assunti-2658256359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lultimo-giallo-nei-bollettini-delliss-piu-casi-gravi-tra-i-vaccinati-recenti" data-post-id="2658256359" data-published-at="1663441067" data-use-pagination="False"> L’ultimo giallo nei bollettini dell’Iss. Più casi gravi tra i vaccinati recenti Nelle ultime settimane, sono colati a picco i ricoveri, i letti occupati in terapia intensiva e i decessi, secondo quanto pubblicato nell’ultimo report dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sulla pandemia di Covid-19 in Italia, aggiornato al 14 settembre. Tuttavia, focalizzando l’attenzione sulla fascia 40-59 anni, emergono delle anomalie sia sul tasso di infezione che di forme gravi. Tanto che, in questi adulti, paradossalmente, chi non si è fatto due dosi di anti Covid rischierebbe di più se iniziasse adesso a vaccinarsi, statistiche alla mano. Le infezioni infatti sono più basse nei non vaccinati rispetto a chi ha ricevuto la seconda dose da meno di 120 giorni, ma anche di chi ha fatto il booster. Il report dell’Iss non fornisce ipotesi sull’interpretazione dei dati. Si può però chiamare in causa, per esempio, la percentuale di reinfezioni che è in «lieve aumento» e vale il 14,9% del totale, a cui però non si sa se seguano sintomi e se i «contagiati bis» siano vaccinati o meno. In assenza di quarantene, il dato sarebbe trascurabile, ma il test positivo fa scattare l’isolamento di cinque giorni, e la cosa cambia aspetto. Ma c’è un altro andamento anomalo che salta all’occhio. Interessa, appunto, le persone tra i 40 e 59 anni. E riguarda le curve del tasso di malattia severa ogni 100.000 abitanti in base allo stato vaccinale. Ebbene, in questa fascia di adulti, l’incidenza della forma grave di Covid ha stranamente livelli più elevati in chi ha ricevuto da meno di 120 giorni la seconda dose, rispetto a chi non si è mai vaccinato. L’andamento si registra da tre settimane: la curva, da appaiata, negli ultimi sette giorni vede un’impennata, nel numero dei casi, molto rilevante. «Questi dati, come evidenzia lo stesso Iss, risentono di due fattori», spiega Carlo Signorelli, ordinario di Igiene dell’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. «Il primo riguarda la quota delle infezioni notificate, che è molto inferiore a quello delle infezioni reali». A causa delle «norme abbastanza restrittive sull’isolamento» di minimo cinque giorni per il positivo notificato, «lavoriamo», continua il professore, «con dei numeri in cui, almeno la metà delle infezioni, sfuggono». I valori del grafico sono riferiti ad agosto, periodo particolarmente critico per questo aspetto perché le quarantene erano più lunghe e, di mezzo, c’erano le vacanze. «Il secondo fattore da considerare sull’andamento», aggiunge Signorelli, «è che i casi gravi sono numericamente pochissimi e le statistiche, nei piccoli numeri non danno risultati certi». C’è poi un’altra situazione strana nei grafici del report Iss e riguarda l’andamento, più che i numeri assoluti. In tutte le fasce over 40, i vaccinati da meno di 120 giorni, dopo un calo importante, nell’ultima settimana mostrano un aumento repentino delle forme gravi di Covid, rispetto ai non vaccinati. «Tutte le osservazioni devono essere prese con cautela e viste in un trend temporale più ampio, perché, purtroppo, questi sono numeri di agosto e sono poco attendibili», sottolinea Signorelli. Il problema è che in base a questi dati, nonostante gli evidenti limiti statistici, il governo ha preso decisioni su isolamenti e restrizioni per grandi e piccoli. Proprio per la fascia 5-11 anni, il report segnala uno studio su Lancet che definisce il vaccino «meno efficace» rispetto agli over 12, ma il ministero è già pronto con il booster.
iStock
Negli ultimi anni quelli che venivano considerati limiti strutturali della produzione additiva, ovvero la stampa 3D, applicata al settore degli armamenti sono stati progressivamente superati. Una tecnologia inizialmente confinata alla prototipazione e agli usi amatoriali si è trasformata in uno strumento sempre più diffuso, capace di incidere in modo concreto sulla progettazione e sulla realizzazione di armi. Oggi questi sistemi compaiono tanto nei teatri di guerra quanto in contesti criminali, segnando un passaggio destinato a influenzare profondamente gli equilibri della sicurezza globale. Dai fucili FGC-9 entrati negli arsenali delle milizie del Myanmar ai sequestri effettuati in Australia di pistole, caricatori e munizioni prodotti con stampanti domestiche, la diffusione della manifattura additiva ha coinvolto una pluralità di attori: gruppi criminali, organizzazioni estremiste e perfino eserciti regolari alle prese con vincoli nelle catene di approvvigionamento. In questo contesto la stampa 3D diventa uno strumento estremamente flessibile, utilizzato per aggirare i mercati tradizionali, aumentare la resilienza operativa o sopperire alla scarsità di risorse.
Come sottolinea Monalisa Hazarika, responsabile della comunicazione strategica e delle partnership presso lo Scrap Weapons Project della Soas University of London, la crescente diffusione di armi prodotte con tecnologie accessibili rappresenta una sfida significativa per i sistemi di controllo, soprattutto per la difficoltà di tracciarne produzione e circolazione. Il quadro che emerge è ormai chiaro: la produzione additiva non è più una curiosità marginale ma una realtà che si sta imponendo come fattore di trasformazione all’interno dell’architettura contemporanea della sicurezza. L’impatto è evidente nei processi produttivi. La disponibilità di progetti open source consente oggi di realizzare armi e componenti militari al di fuori delle filiere industriali tradizionali, accelerandone la diffusione e la disponibilità. Dal 2021 i sequestri sono aumentati in modo significativo mentre nei teatri di guerra si moltiplicano i test su telai per armi, munizioni per droni e sistemi di riparazione sul campo con l’obiettivo di ridurre i costi e migliorare l’efficienza operativa.
Rispetto al 2013 quando la pistola Liberator rappresentava poco più di una dimostrazione di fattibilità, il salto tecnologico appare evidente. Progetti come la carabina FGC-9 o la pistola Urutau segnano un’evoluzione sostanziale: possono essere costruiti senza componenti regolamentate e utilizzando stampanti 3D di uso comune e materiali facilmente reperibili. La FGC-9 introdotta nel 2020 è stata impiegata in Myanmar da diverse formazioni armate dimostrando come queste soluzioni possano compensare carenze logistiche in scenari di conflitto prolungato. Urutau è una pistola realizzata tramite stampa 3D ideata da un progettista brasiliano che opera sotto lo pseudonimo di Ze Carioca. Si tratta di un’arma semiautomatica calibro 9 mm, concepita per essere costruita con attrezzature essenziali. Il progetto è accompagnato da istruzioni dettagliate che illustrano non solo le fasi di assemblaggio, ma anche le modalità per mantenere riservato il processo produttivo.
Accanto alle armi leggere si sta sviluppando anche il tema delle munizioni prodotte tramite stampa 3D. Sebbene la ricerca accademica resti limitata il dibattito online è in piena espansione e suggerisce che l’innovazione in questo ambito procede spesso al di fuori dei circuiti ufficiali e dei controlli normativi rendendo più complesso qualsiasi tentativo di regolamentazione. Tuttavia, le conseguenze di questa evoluzione vanno ben oltre il perimetro delle armi leggere. La produzione additiva sta trovando un impiego sempre più diffuso anche nel settore dei droni, permettendo di realizzare su richiesta strutture, sistemi di sgancio e una vasta gamma di componenti. Questo approccio consente di abbattere i costi, eludere vincoli legati alle importazioni e garantire agli utilizzatori un livello di flessibilità senza precedenti. Quella che inizialmente era una sperimentazione sta rapidamente diventando una risorsa concreta nei conflitti contemporanei, ormai visibile su numerosi campi di battaglia.
In Ucraina, ad esempio, tecnici e reti di volontari stanno producendo parti e munizioni per droni sfruttando la stampa 3D. Studi recenti indicano che alette e sistemi stabilizzatori realizzati con questa tecnologia vengono applicati a granate o cariche esplosive sganciate da piccoli velivoli, aumentandone la precisione e l’efficacia operativa. Altri rapporti segnalano la realizzazione di droni come il Liberator-MK1 e MK2, piattaforme ad ala fissa con struttura stampata in 3D e rinforzata in fibra di vetro, capaci di trasportare fino a 1,5 chilogrammi di esplosivo e impiegate da gruppi ribelli in Myanmar. In Yemen, le milizie Houthi sono note per utilizzare la stampa 3D nella produzione di componenti per droni e missili. In questo contesto un recente rapporto delle Nazioni Unite ha evidenziato come Al-Shabaab, in Somalia, stia sperimentando l’impiego della manifattura additiva per adattare sistemi aerei senza pilota di tipo commerciale, ampliandone le capacità operative. L’utilizzo della stampa 3D si estende inoltre alla produzione di ordigni esplosivi, granate e altre munizioni. Diversi gruppi armati hanno iniziato a realizzare dispositivi utilizzando involucri, alette e stabilizzatori stampati in 3D. Tra i casi più noti figurano le cosiddette «bombe a caramella», contenitori prodotti con stampanti 3D e riempiti con esplosivi convenzionali e frammenti metallici; oppure munizioni modificate con elementi stabilizzanti realizzati digitalmente, oltre a basi e componenti per mortai. Oltre alle armi complete, la manifattura additiva viene impiegata anche per produrre accessori e parti di ricambio, tra cui caricatori per pistole e fucili, impugnature, castelli e dispositivi di conversione per armi automatiche. A questi si aggiungono soluzioni personalizzate, come piattaforme di atterraggio per droni o componenti destinati a sistemi più complessi, confermando come la stampa 3D stia progressivamente ridefinendo non solo la produzione, ma anche l’impiego degli strumenti militari contemporanei.
Ma quanto vale il mercato delle armi stampate in 3D? È difficile da quantificare con precisione perché si sviluppa in gran parte fuori dai circuiti ufficiali e sfugge alle tradizionali metriche economiche. A differenza dell’industria bellica convenzionale, non esistono grandi produttori, bilanci pubblici o flussi commerciali tracciabili. Tuttavia, è possibile delinearne una stima indiretta partendo dal settore più ampio della manifattura additiva, che a livello globale supera ormai i 20 miliardi di dollari e continua a crescere a ritmi sostenuti. All’interno di questo ecosistema, la componente legata alle armi rappresenta una quota marginale dal punto di vista finanziario, ma con un peso sproporzionato sul piano strategico. Il «valore» non risiede tanto nel fatturato quanto nella capacità di abbattere i costi di accesso alla produzione di armamenti. Con poche centinaia di euro per una stampante e materiali facilmente reperibili, è possibile realizzare componenti funzionali o intere armi rudimentali. In questo senso, il mercato delle armi 3D vale poco come volume economico, ma moltissimo come leva di trasformazione: sposta il baricentro dalla produzione industriale alla diffusione di conoscenza tecnica, rendendo la capacità di armarsi più accessibile, decentralizzata e difficilmente controllabile.
Pistole, taser e tirapugni. Crescono i sequestri in Italia
Dalla propaganda radicale diffusa online fino alle stanze degli adolescenti. Nel 2025 la diffusione delle armi realizzate con stampanti 3D in Italia segna un passaggio decisivo: non è più un fenomeno circoscritto a singoli ambienti estremisti, ma si estende alla criminalità diffusa, abbassando l’età dei protagonisti e ampliando i rischi per la sicurezza. Un caso emblematico arriva dall’Abruzzo. A Sant’Egidio alla Vibrata, in provincia di Teramo, un ragazzo di 17 anni è stato fermato il 13 aprile e collocato in una comunità su disposizione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni dell’Aquila. Il provvedimento, richiesto dalla procura minorile, è stato eseguito dalla Digos di Teramo insieme a quella dell’Aquila. Il giovane è ritenuto gravemente indiziato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali, etnici e religiosi, oltre che di attività di addestramento con finalità terroristiche. Le indagini erano partite dall’attività sui social, dove il minorenne diffondeva contenuti legati al suprematismo e all’accelerazionismo, la teoria che invoca il collasso della società attraverso la violenza. Una perquisizione aveva portato al sequestro dei dispositivi informatici, all’interno dei quali gli investigatori hanno trovato un vasto archivio digitale: propaganda neonazista ed estremista, materiali di incitamento all’azione e istruzioni dettagliate per la costruzione di armi.
Tra i file figuravano manuali per realizzare armi da fuoco con stampanti 3D, guide operative sull’uso di coltelli e documenti che indicavano come colpire punti vitali del corpo umano per rendere più efficace un’aggressione. In alcune chat sarebbero emersi anche contenuti estremi, con riferimenti a pratiche violente e rituali contro individui considerati «inferiori», in un contesto ideologico fondato sulla supremazia razziale. Particolarmente rilevante è l’aspetto dell’autoaddestramento. Il giovane, che disponeva di una stampante 3D, conservava istruzioni per assemblare una pistola semiautomatica, indicazioni operative per preparare azioni violente ed eludere i controlli, oltre a tutorial per la realizzazione di componenti di armi calibro 9x19 mm. Tra il materiale sequestrato anche un video che illustrava nel dettaglio la costruzione di una bomba molotov.
Se questo episodio evidenzia il legame tra radicalizzazione e tecnologia, un altro fronte mostra come il fenomeno stia penetrando nella criminalità giovanile. A Verona, tre minorenni hanno allestito un laboratorio domestico in cui producevano tirapugni in fibra di carbonio e dispositivi elettrici simili a taser utilizzando stampanti 3D, con l’obiettivo di venderli. Non si tratta di armamenti militari, ma il segnale è chiaro: strumenti offensivi possono essere creati senza controlli, con costi ridotti e competenze facilmente reperibili online. È qui che si misura il vero cambiamento. Negli anni precedenti, i casi italiani erano legati a contesti più strutturati. Nel 2024, a Pescara, un giovane era stato arrestato mentre cercava di costruire una pistola interamente stampata in 3D, modello FGC-9, all’interno di circuiti estremisti. A Roma, poco dopo, un’altra indagine aveva evidenziato collegamenti tra suprematismo online e produzione di «ghost gun», armi prive di matricola e quindi non tracciabili. Nel 2025, invece, la produzione si frammenta. Meno armi complete e più componenti, accessori e strumenti alternativi: oggetti più semplici da realizzare, meno visibili e più difficili da intercettare. È una trasformazione coerente con la logica della stampa 3D, che consente di produrre singole parti aggirando controlli e normative.
A rendere il quadro ancora più complesso è la dimensione digitale. Online circolano migliaia di progetti scaricabili o condivisi in circuiti chiusi. Forum, chat criptate e piattaforme peer-to-peer funzionano come snodi di distribuzione. In questo contesto, la distanza tra curiosità tecnologica e illegalità si riduce drasticamente: un file può trasformarsi in un’arma in poche ore, senza bisogno di reti criminali tradizionali. Per le autorità, la sfida è duplice: da un lato la diffusione di armi senza matricola rende la tracciabilità estremamente difficile; dall’altro la produzione decentralizzata elimina i tradizionali punti di controllo. Non esistono più filiere da interrompere: la fabbricazione è invisibile e potenzialmente ovunque. Il rischio non è solo quantitativo ma qualitativo. La tecnologia sta trasformando l’accesso alle armi, rendendolo individuale e difficilmente controllabile. Il caso di Verona, con protagonisti adolescenti, rappresenta il segnale più inquietante: la stampa 3D esce dall’eccezionalità e diventa uno strumento alla portata di chiunque. Il 2025 segna così il passaggio definitivo dalla produzione clandestina, confinata a circuiti ristretti e organizzati, alla diffusione domestica su larga scala, accessibile anche a singoli individui senza particolari competenze tecniche. Una trasformazione estremamente silenziosa, che si sviluppa lontano dai riflettori e senza segnali immediatamente percepibili, ma destinata a incidere in modo profondo e duraturo sugli equilibri della sicurezza, rendendo sempre più complesso il lavoro di prevenzione e controllo da parte delle autorità nei prossimi anni.
Così l’arsenale si scarica dal Web
La fabbricazione di armi letali non passa più solo dalle officine clandestine della criminalità organizzata. Oggi l’arsenale si scarica dal web e si stampa in salotto. Il movimento denominato «3D2A» (3D Second Amendment) ha trasformato semplici file digitali in armi da fuoco funzionanti, utilizzando i social media come infrastruttura logistica e pubblicitaria. Non si tratta di prototipi rudimentali, ma di modelli capaci di sparare centinaia di colpi, sfuggendo a ogni tracciamento e metal detector. Su TikTok, nonostante i divieti, proliferano video che mostrano l’assemblaggio di pistole e carabine dai colori sgargianti: viola, verde acido, arancione. L’obiettivo è doppio: eludere i sistemi di moderazione automatica, che scambiano queste armi per giocattoli innocui, e creare un’estetica «pop» che attira una nuova generazione di utenti. Per aggirare la censura, i creatori utilizzano un codice specifico: scrivono «g0ns» o «w3ap0n» e usano hashtag come #3D2A o #FOSSCAD.
TikTok funge da enorme imbuto pubblicitario: il video virale serve a intercettare l’interesse dell’utente, che viene poi smistato, tramite link esterni, verso canali Telegram criptati o piattaforme video decentralizzate come Odysee, dove la censura è praticamente inesistente. Se TikTok è la vetrina, X (ex Twitter) e Reddit sono i centri di coordinamento tecnico. Su X, figure di spicco della community come «IvanTheTroll» postano aggiornamenti quotidiani sui test balistici e sui nuovi file messi in rete. Qui la narrazione è radicale: «Can’t stop the signal» («non potete fermare il segnale») è il motto di chi rivendica il diritto di stampare armi come forma estrema di libertà di parola.
Su Reddit, all’interno del forum r/fosscad, oltre 100.000 iscritti condividono dettagli tecnici che, fino a pochi anni fa, erano esclusivo appannaggio delle industrie di armi. Si discute di come trattare chimicamente l’acciaio per produrre canne rigate in casa (elettroerosione) e di quali polimeri, come il Pla rinforzato con fibra di carbonio, offrano la massima resistenza alle alte temperature e alle esplosioni. Il centro dell’arsenale digitale, però, è Odysee, una piattaforma basata su blockchain. Qui risiedono i canali di collettivi come The Gatalog e Deterrence Dispensed. È qui che è nata la FGC-9 (Fuck Gun Control 9mm), l’arma simbolo del movimento. La sua pericolosità risiede nel design: è stata progettata per non richiedere alcun pezzo d’arma regolamentato. Ogni componente può essere stampato in 3D o costruito con materiali acquistabili in ferramenta, come tubi idraulici e molle comuni.
L’efficacia di queste armi è uscita dalla teoria per entrare prepotentemente nella cronaca nera. In Italia, le recenti operazioni della Digos e della Polizia Postale, a Treviso e Napoli, hanno dimostrato che il fenomeno è già realtà: soggetti legati a diverse aree ideologiche o alla semplice criminalità comune sono stati trovati in possesso di file Cad pronti per la produzione. La sicurezza nazionale è sotto scacco, senza precedenti. Il reato è diventato immateriale: l’arma esiste come sequenza di dati fino a pochi istanti prima di essere materializzata. Mentre le autorità cercano di controllare la vendita fisica di armi, il mercato nero si è già spostato nella fibra ottica, rendendo ogni stampante 3D domestica una potenziale fabbrica d’armi illegale a costo zero.
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Secondo un dossier dell’intelligence occidentale consultato da Euractiv, il vero punto di forza dell’organizzazione sostenuta da Teheran non risiede soltanto nell’arsenale, ma nella capacità di alimentare un flusso costante di risorse economiche su scala globale. L’Unione europea classifica il braccio armato di Hezbollah come organizzazione terroristica, mentre diversi Paesi membri hanno esteso il bando all’intera struttura. Tuttavia, le misure restrittive non hanno impedito al gruppo di mantenere una rete finanziaria capillare, che si estende dal Medio Oriente all’Europa occidentale, fino ad arrivare alla Cina e all’Africa. Uno degli aspetti centrali riguarda il fabbisogno economico della milizia.
Gli analisti stimano che Hezbollah necessiti di circa 50 milioni di dollari al mese per sostenere le proprie attività. Una cifra che include non solo l’acquisto di armamenti e il pagamento dei combattenti, ma anche il finanziamento di un articolato sistema di welfare parallelo, destinato a sostenere le famiglie dei miliziani uccisi o feriti. Questo elemento contribuisce a rafforzare il consenso interno e a consolidare il controllo sociale nei territori sotto influenza del gruppo. Il principale finanziatore resta l’Iran. Dopo le operazioni militari israeliane avviate nel 2024, il sostegno economico di Teheran avrebbe registrato un’impennata significativa. Secondo le valutazioni riportate nel rapporto, nel solo 2025 Hezbollah avrebbe ricevuto quasi un miliardo di dollari dalla Repubblica islamica. Si tratta di fondi che derivano in larga parte dalla vendita di petrolio, in particolare verso la Cina, e che vengono successivamente trasferiti attraverso circuiti finanziari non ufficiali progettati per aggirare le sanzioni internazionali. Il meccanismo è complesso e stratificato. Una parte consistente dei flussi transiterebbe attraverso società di comodo registrate a Hong Kong, negli Emirati Arabi Uniti e in Turchia. Da qui, imprenditori libanesi legati alla rete di Hezbollah si occuperebbero di far confluire il denaro verso il Libano. Secondo quanto riportato da Euractiv, si tratterebbe di un sistema rodato, capace di adattarsi rapidamente ai controlli e alle restrizioni imposte a livello internazionale.
Tra le figure chiave individuate dagli analisti emerge un operatore noto come Hassan K., attivo nel commercio dell’oro tra Libano e Dubai. Il rapporto gli attribuisce un ruolo centrale nel trasferimento di centinaia di milioni di dollari verso Hezbollah, attraverso una combinazione di strumenti: uffici di cambio in Turchia, trasporto fisico di contanti tramite corrieri e utilizzo di rotte terrestri tra Siria e Libano. Proprio la Siria continua a rappresentare un crocevia fondamentale per i flussi finanziari, nonostante il mutato contesto politico seguito alla caduta del regime di Bashar al-Assad nel dicembre 2024. Alcune società locali, con il presunto supporto della banca centrale siriana, sarebbero ancora coinvolte nei trasferimenti di denaro. Allo stesso tempo, le nuove autorità di Damasco hanno cercato di prendere le distanze dal gruppo, arrivando a dichiarare di aver sventato un attentato attribuito a una cellula di Hezbollah nella capitale. La rete si estende ben oltre il Medio Oriente. Secondo le informazioni raccolte, donazioni provenienti dalla diaspora sciita e da ambienti simpatizzanti in Europa occidentale e in Africa, in particolare dalla Costa d’Avorio, continuerebbero ad alimentare le casse della milizia. Questi fondi verrebbero canalizzati attraverso intermediari legati agli stessi circuiti finanziari internazionali.
Un altro nome rilevante è quello di Mohamad Noureddine, già colpito da sanzioni statunitensi nel 2016 per il suo ruolo nel sostegno finanziario a Hezbollah. Arrestato nello stesso anno in Francia con accuse di riciclaggio, è stato successivamente rilasciato e rimpatriato in Libano. Nonostante il suo inserimento nella blacklist, secondo gli analisti continuerebbe a operare attraverso società di cambio, collaborando con strutture attive in Siria. Il sistema si regge anche su strumenti informali difficili da tracciare, come la rete «hawala». Questo metodo consente di trasferire denaro senza movimentazioni bancarie dirette, basandosi su una catena di intermediari che operano su base fiduciaria. In questo modo, Hezbollah riesce a collegare le proprie reti finanziarie in Libano con controparti in Turchia e negli Emirati Arabi Uniti, riducendo il rischio di intercettazioni.
Negli ultimi mesi, tuttavia, alcuni Paesi hanno intensificato le contromisure. Le autorità turche hanno rafforzato i controlli sui trasferimenti diretti verso il Libano, mentre negli Emirati Arabi Uniti è stata smantellata una rete di contrabbando di oro e contanti che, secondo le accuse, operava per conto della milizia. Un ruolo strategico resta quello di Abdallah Saifeddine, figura di primo piano di Hezbollah in Iran. Considerato uno dei principali responsabili della raccolta fondi, avrebbe supervisionato per anni attività finanziarie su scala globale, comprese operazioni legate al traffico di droga tra Sud America, Stati Uniti ed Europa. Nonostante questo profilo, avrebbe in passato mantenuto contatti con diplomatici europei, fungendo da interlocutore informale in alcune circostanze. Secondo quanto riferito da Euractiv, Saifeddine sarebbe inoltre coinvolto nei rapporti con istituzioni finanziarie cinesi e nella gestione degli interessi economici di Hezbollah nel Paese asiatico, confermando la dimensione globale della rete. Sul piano interno, il fulcro del sistema resta l’Associazione Al-Qard al-Hassan, istituto finanziario controllato dalla milizia e già sanzionato dagli Stati Uniti. Attraverso questa struttura, i fondi provenienti dall’estero vengono mescolati ai depositi dei clienti – prevalentemente appartenenti alla comunità sciita – e redistribuiti per finanziare stipendi, operazioni militari e acquisti di armamenti.
Gli analisti ritengono che la persistenza di questo sistema rappresenti un ostacolo significativo per la stabilizzazione del Libano. La presenza di un circuito finanziario parallelo mina la credibilità del settore bancario nazionale e complica gli sforzi per uscire dalla «lista grigia» del Gruppo d’azione finanziaria internazionale, rendendo più difficile attrarre investimenti e fondi per la ricostruzione. Nonostante le pressioni internazionali, il governo libanese non ha finora adottato misure decisive per smantellare questa rete, limitandosi a una posizione ambigua. Un atteggiamento che riflette le profonde divisioni interne e il peso politico che Hezbollah continua a esercitare nel Paese.
Nel frattempo, mentre i combattimenti proseguono lungo il confine con Israele, emerge con chiarezza un dato: la resilienza della milizia non dipende solo dalla capacità militare, ma soprattutto da un sistema finanziario globale, flessibile e difficilmente penetrabile. Un fattore che, secondo gli analisti, rischia di prolungare il conflitto e di rendere ancora più complesso qualsiasi tentativo di stabilizzazione nella regione.
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