True
2025-11-19
«Soldi per Kiev? Dateli alle aziende italiane»
L’Europa vuol dare all’Ucraina altri 70 miliardi. Addirittura, per le elargizioni all’alleato, ipotizza di riesumare la carcassa del Mes. Ma dopo tre anni e mezzo di manine bucate, qualcuno comincia a ribellarsi.
Ieri, a tuonare, è stata Confimprenditori, l’associazione delle piccole e medie imprese, delle partite Iva e degli autonomi. «L’Italia è sempre stata un Paese leale e responsabile nello scenario internazionale», ha sottolineato il presidente, Stefano Ruvolo, «ma altrettanto responsabile deve essere la gestione delle risorse dei contribuenti italiani. Ogni euro destinato a sostegni esteri deve necessariamente rispondere ai criteri di trasparenza, controllo e utilità per l’interesse nazionale». Non sembrano le parole di un putiniano, a meno che preoccuparsi di dove finiscono i nostri denari non sia un’operazione di guerra ibrida al servizio del Cremlino. «Condividiamo pienamente le parole del vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini», ha aggiunto Ruvolo, «quando afferma che dopo lo scandalo che ha coinvolto uomini vicini al presidente Volodymyr Zelensky è necessaria una profonda riflessione sull’eventuale invio di nuovi aiuti militari ed economici a Kiev. Proprio per questo», ha suggerito il numero uno di Confimprenditori, «chiediamo al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di valutare concretamente la possibilità di destinare alle imprese italiane e alle nostre Pmi tutti quei fondi che fino a ieri finivano nei palazzi, nelle ville e perfino nei gabinetti d’oro dell’élite ucraina». Se proprio abbiamo tali disponibilità di cassa - secondo le stime, non ufficiali, Roma ha erogato 3 miliardi-3 miliardi e mezzo tra sostegni finanziari diretti e forniture belliche - tanto vale dare una mano al nostro settore produttivo. Ovvero, quello che crea davvero Pil e al quale, ha lamentato Ruvolo, «la legge di Bilancio 2026, purtroppo, non ha dato risposte sufficienti né adeguate». Questa, allora, «è l’occasione per correggere la rotta. Se ci sono risorse che oggi non possono più essere inviate all’estero senza la certezza della loro destinazione, è doveroso che quelle stesse risorse vengano messe a disposizione delle aziende italiane che producono valore, lavoro e futuro».
Nella maggioranza, intanto, restano frizioni sul dodicesimo pacchetto di forniture belliche, che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, illustrerà al Copasir il 2 dicembre. Ieri, il senatore Claudio Borghi è stato perentorio: «Non ho intenzione di votare» un’altra autorizzazione all’invio di armi all’Ucraina. Il decreto che ne permette la consegna, infatti, scadrà a fine anno e a gennaio sarà necessario interpellare di nuovo il Parlamento.
L’opposizione si è ovviamente tuffata sulla diatriba. Il capogruppo pd a Palazzo Madama, Francesco Boccia, ha ribadito che il suo partito «è favorevole al proseguimento degli aiuti militari all’Ucraina» e ha accusato Salvini di essersi trasformato in un «portavoce di Mosca». In realtà, anche la sinistra è spaccata. Non a caso, la contestazione che il Movimento 5 stelle rivolge ai leghisti è diametralmente opposta a quella di Boccia: secondo il capogruppo dei contiani in commissione Difesa di Camera e Senato, Arnaldo Lomuti, i brontolii del Carroccio sono solo propaganda per «raccattare qualche voto anti guerra, ma alla fine» la Lega «si è sempre allineata». Lo ha fatto anche il M5s finché è stato in maggioranza, approvando il primo decreto per il sostegno militare a Kiev, ai tempi di Mario Draghi. Mentre il Pd, in Europa, non ha certo dato prova di compattezza. A luglio, il voto con cui l’Eurocamera chiedeva alla Germania di consegnare i Taurus a Zelensky aveva, sì, sparigliato le carte a destra, ma aveva sbriciolato in primis i dem: contrari in maggioranza, favorevoli in cinque, astenuto Nicola Zingaretti.
Gli alleati confidano che il Carroccio faccia rientrare la polemica, ma ieri Salvini ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: «Noi», ha ricordato, «abbiamo votato sempre tutti gli aiuti possibili e immaginabili per l’Ucraina e quello che il Consiglio di Difesa ha deciso riguarda gli aiuti già decisi. Per il futuro la Lega chiede chiarezza». Al vertice di lunedì al Quirinale, insomma, il pacchetto era blindato. E il ministro dei Trasporti rivendica una voce in capitolo. Gli italiani, in fondo, danno segnali d’insofferenza. Roberto Vannacci non esagera, allorché osserva che «il consenso popolare al supporto all’Ucraina è drammaticamente scemato».
Proprio ieri, oltre a Confimprenditori, è intervenuto l’ad di Filiera Italia. A Coffee break, su La 7, Luigi Scordamaglia ha criticato il piano di Ursula von der Leyen per destinare «800 miliardi alle armi tagliando cibo e fondo di coesione sociale». Era solo l’antipasto: ora l’Ue invoca una «Schengen militare» per spostare agevolmente truppe e tank. Cala il sipario sui famosi «70 anni di pace» europea.
Alla vigilia della Grande guerra, il ministro degli Esteri inglese, sir Edward Grey, sospirò: «Si spengono le luci in tutta Europa. Nel corso della nostra vita non le vedremo più riaccese». Di nuovo, oggi è sempre più difficile scacciare il buio pesto. Non solo per il caro bollette.
Crosetto: «In sei mesi, 1.500 attacchi hacker. Dobbiamo creare un’Arma cyber»
Il ministero della Difesa ha pubblicato sul proprio sito il non-paper sul contrasto alla guerra ibrida, lo stesso documento che Guido Crosetto ha illustrato l’altro ieri al Quirinale durante il Consiglio supremo di Difesa. È un testo interno, non classificato ma di lavoro - un non-paper, appunto - con cui il ministro espone la sua analisi sulla minaccia ibrida e le proposte per rafforzare la difesa del Paese. L’obiettivo, in altri termini, è sondare il terreno e stimolare la discussione su un campo di intervento militare che sarà decisivo nei prossimi decenni. Un campo, ammonisce Crosetto, in cui l’Italia è rimasta colpevolmente indietro.
Il documento, non a caso, si apre con un avvertimento: «La minaccia ibrida», si legge, «erode in modo silente la sicurezza delle nostre società». È una minaccia continua, fatta di attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche e cosiddette «operazioni sotto soglia», ossia azioni ostili che non arrivano al livello di un atto di guerra, ma riescono comunque a danneggiare e destabilizzare un Paese. Il «dominio cibernetico» viene dunque descritto come «il moltiplicatore che tiene insieme tutto», perché permette di colpire infrastrutture critiche e interferire nei processi democratici. L’obiettivo degli attori ostili, scrive il ministro, è anche «instillare dubbio e insicurezza», sfruttando la difficoltà di attribuire le responsabilità di questi attacchi.
Dopo aver definito il quadro generale, il documento individua quattro principali attori ostili: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Mosca sarebbe impegnata in «sabotaggi, cyberattacchi e campagne di disinformazione», mentre Pechino adotterebbe una «strategia multi-vettoriale» basata su leva economica, penetrazione tecnologica e influenza informativa. In questo senso, l’Italia è ancora vulnerabile in alcuni settori strategici: energia, trasporti, comunicazioni, sanità e finanza. Nel primo semestre 2025, infatti, la Difesa ha registrato «1.549 eventi cyber e 346 incidenti con impatto confermato», con una crescita marcata rispetto all’anno precedente. Il settore sanitario è «tra i più colpiti», mentre le Pmi restano bersagli frequenti per la mancanza di difese adeguate.
Passando al piano operativo, Crosetto sostiene che la difesa passiva non basti più e che occorra assumere una «postura predittiva e adattiva», capace di prevenire e, se necessario, neutralizzare le attività ostili. Di qui l’idea di definire uno «spazio cyber di interesse nazionale» entro cui la Difesa possa operare con continuità e con regole chiare, applicando al dominio digitale la stessa logica che vale per i confini fisici.
Il ministro propone poi un nuovo Comando congiunto per le operazioni cyber, elettromagnetiche e cognitive, per evitare la frammentazione attuale e ricondurre tutto sotto un’unica regia. Il nodo centrale, però, rimane la creazione di un’«Arma cyber civile-militare»: una forza iniziale di «1.200-1.500 unità», con una componente operativa pari al 75%, attiva 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. In prospettiva però, secondo Crosetto, una struttura davvero adeguata dovrebbe arrivare ad almeno «5.000 unità». L’obiettivo dichiarato è quindi sviluppare non solo difesa delle reti, ma anche capacità proattive (disturbare, bloccare o anticipare gli attacchi) sempre entro il quadro delle norme internazionali e in raccordo con la Nato.
Nel documento si cita anche la possibilità di impiegare personale civile specializzato, creare una riserva cyber e rafforzare l’integrazione con l’intelligence. Accanto all’Arma cyber, infatti, Crosetto propone di creare un «Centro per il contrasto alla guerra ibrida» incaricato di coordinare le risposte, analizzare campagne di disinformazione e collaborare con università e imprese, per dotare l’Italia di «anticorpi» sociali contro propaganda e manipolazione. Insomma, «siamo sotto attacco e le bombe hybrid continuano a cadere». La minaccia, spiega Crosetto, non è episodica ma strutturale. E «il tempo per agire è subito».
Continua a leggereRiduci
Dopo lo scandalo mazzette, Confimprenditori si ribella: «Piuttosto che finanziare ville e bagni d’oro, aiutiamo i nostri settori produttivi». Matteo Salvini ancora polemico: «Al Consiglio di Difesa le decisioni erano già prese. Per il futuro vogliamo più chiarezza».Il documento sulla guerra ibrida: «Per contrastarla ci servono 5.000 uomini».Lo speciale contiene due articoliL’Europa vuol dare all’Ucraina altri 70 miliardi. Addirittura, per le elargizioni all’alleato, ipotizza di riesumare la carcassa del Mes. Ma dopo tre anni e mezzo di manine bucate, qualcuno comincia a ribellarsi.Ieri, a tuonare, è stata Confimprenditori, l’associazione delle piccole e medie imprese, delle partite Iva e degli autonomi. «L’Italia è sempre stata un Paese leale e responsabile nello scenario internazionale», ha sottolineato il presidente, Stefano Ruvolo, «ma altrettanto responsabile deve essere la gestione delle risorse dei contribuenti italiani. Ogni euro destinato a sostegni esteri deve necessariamente rispondere ai criteri di trasparenza, controllo e utilità per l’interesse nazionale». Non sembrano le parole di un putiniano, a meno che preoccuparsi di dove finiscono i nostri denari non sia un’operazione di guerra ibrida al servizio del Cremlino. «Condividiamo pienamente le parole del vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini», ha aggiunto Ruvolo, «quando afferma che dopo lo scandalo che ha coinvolto uomini vicini al presidente Volodymyr Zelensky è necessaria una profonda riflessione sull’eventuale invio di nuovi aiuti militari ed economici a Kiev. Proprio per questo», ha suggerito il numero uno di Confimprenditori, «chiediamo al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di valutare concretamente la possibilità di destinare alle imprese italiane e alle nostre Pmi tutti quei fondi che fino a ieri finivano nei palazzi, nelle ville e perfino nei gabinetti d’oro dell’élite ucraina». Se proprio abbiamo tali disponibilità di cassa - secondo le stime, non ufficiali, Roma ha erogato 3 miliardi-3 miliardi e mezzo tra sostegni finanziari diretti e forniture belliche - tanto vale dare una mano al nostro settore produttivo. Ovvero, quello che crea davvero Pil e al quale, ha lamentato Ruvolo, «la legge di Bilancio 2026, purtroppo, non ha dato risposte sufficienti né adeguate». Questa, allora, «è l’occasione per correggere la rotta. Se ci sono risorse che oggi non possono più essere inviate all’estero senza la certezza della loro destinazione, è doveroso che quelle stesse risorse vengano messe a disposizione delle aziende italiane che producono valore, lavoro e futuro».Nella maggioranza, intanto, restano frizioni sul dodicesimo pacchetto di forniture belliche, che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, illustrerà al Copasir il 2 dicembre. Ieri, il senatore Claudio Borghi è stato perentorio: «Non ho intenzione di votare» un’altra autorizzazione all’invio di armi all’Ucraina. Il decreto che ne permette la consegna, infatti, scadrà a fine anno e a gennaio sarà necessario interpellare di nuovo il Parlamento.L’opposizione si è ovviamente tuffata sulla diatriba. Il capogruppo pd a Palazzo Madama, Francesco Boccia, ha ribadito che il suo partito «è favorevole al proseguimento degli aiuti militari all’Ucraina» e ha accusato Salvini di essersi trasformato in un «portavoce di Mosca». In realtà, anche la sinistra è spaccata. Non a caso, la contestazione che il Movimento 5 stelle rivolge ai leghisti è diametralmente opposta a quella di Boccia: secondo il capogruppo dei contiani in commissione Difesa di Camera e Senato, Arnaldo Lomuti, i brontolii del Carroccio sono solo propaganda per «raccattare qualche voto anti guerra, ma alla fine» la Lega «si è sempre allineata». Lo ha fatto anche il M5s finché è stato in maggioranza, approvando il primo decreto per il sostegno militare a Kiev, ai tempi di Mario Draghi. Mentre il Pd, in Europa, non ha certo dato prova di compattezza. A luglio, il voto con cui l’Eurocamera chiedeva alla Germania di consegnare i Taurus a Zelensky aveva, sì, sparigliato le carte a destra, ma aveva sbriciolato in primis i dem: contrari in maggioranza, favorevoli in cinque, astenuto Nicola Zingaretti.Gli alleati confidano che il Carroccio faccia rientrare la polemica, ma ieri Salvini ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: «Noi», ha ricordato, «abbiamo votato sempre tutti gli aiuti possibili e immaginabili per l’Ucraina e quello che il Consiglio di Difesa ha deciso riguarda gli aiuti già decisi. Per il futuro la Lega chiede chiarezza». Al vertice di lunedì al Quirinale, insomma, il pacchetto era blindato. E il ministro dei Trasporti rivendica una voce in capitolo. Gli italiani, in fondo, danno segnali d’insofferenza. Roberto Vannacci non esagera, allorché osserva che «il consenso popolare al supporto all’Ucraina è drammaticamente scemato».Proprio ieri, oltre a Confimprenditori, è intervenuto l’ad di Filiera Italia. A Coffee break, su La 7, Luigi Scordamaglia ha criticato il piano di Ursula von der Leyen per destinare «800 miliardi alle armi tagliando cibo e fondo di coesione sociale». Era solo l’antipasto: ora l’Ue invoca una «Schengen militare» per spostare agevolmente truppe e tank. Cala il sipario sui famosi «70 anni di pace» europea.Alla vigilia della Grande guerra, il ministro degli Esteri inglese, sir Edward Grey, sospirò: «Si spengono le luci in tutta Europa. Nel corso della nostra vita non le vedremo più riaccese». Di nuovo, oggi è sempre più difficile scacciare il buio pesto. Non solo per il caro bollette. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/confimprenditori-distruibire-soldi-ucraina-imprese-2674307750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crosetto-in-sei-mesi-1-500-attacchi-hacker-dobbiamo-creare-unarma-cyber" data-post-id="2674307750" data-published-at="1763520525" data-use-pagination="False"> Crosetto: «In sei mesi, 1.500 attacchi hacker. Dobbiamo creare un’Arma cyber» Il ministero della Difesa ha pubblicato sul proprio sito il non-paper sul contrasto alla guerra ibrida, lo stesso documento che Guido Crosetto ha illustrato l’altro ieri al Quirinale durante il Consiglio supremo di Difesa. È un testo interno, non classificato ma di lavoro - un non-paper, appunto - con cui il ministro espone la sua analisi sulla minaccia ibrida e le proposte per rafforzare la difesa del Paese. L’obiettivo, in altri termini, è sondare il terreno e stimolare la discussione su un campo di intervento militare che sarà decisivo nei prossimi decenni. Un campo, ammonisce Crosetto, in cui l’Italia è rimasta colpevolmente indietro.Il documento, non a caso, si apre con un avvertimento: «La minaccia ibrida», si legge, «erode in modo silente la sicurezza delle nostre società». È una minaccia continua, fatta di attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche e cosiddette «operazioni sotto soglia», ossia azioni ostili che non arrivano al livello di un atto di guerra, ma riescono comunque a danneggiare e destabilizzare un Paese. Il «dominio cibernetico» viene dunque descritto come «il moltiplicatore che tiene insieme tutto», perché permette di colpire infrastrutture critiche e interferire nei processi democratici. L’obiettivo degli attori ostili, scrive il ministro, è anche «instillare dubbio e insicurezza», sfruttando la difficoltà di attribuire le responsabilità di questi attacchi.Dopo aver definito il quadro generale, il documento individua quattro principali attori ostili: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Mosca sarebbe impegnata in «sabotaggi, cyberattacchi e campagne di disinformazione», mentre Pechino adotterebbe una «strategia multi-vettoriale» basata su leva economica, penetrazione tecnologica e influenza informativa. In questo senso, l’Italia è ancora vulnerabile in alcuni settori strategici: energia, trasporti, comunicazioni, sanità e finanza. Nel primo semestre 2025, infatti, la Difesa ha registrato «1.549 eventi cyber e 346 incidenti con impatto confermato», con una crescita marcata rispetto all’anno precedente. Il settore sanitario è «tra i più colpiti», mentre le Pmi restano bersagli frequenti per la mancanza di difese adeguate.Passando al piano operativo, Crosetto sostiene che la difesa passiva non basti più e che occorra assumere una «postura predittiva e adattiva», capace di prevenire e, se necessario, neutralizzare le attività ostili. Di qui l’idea di definire uno «spazio cyber di interesse nazionale» entro cui la Difesa possa operare con continuità e con regole chiare, applicando al dominio digitale la stessa logica che vale per i confini fisici.Il ministro propone poi un nuovo Comando congiunto per le operazioni cyber, elettromagnetiche e cognitive, per evitare la frammentazione attuale e ricondurre tutto sotto un’unica regia. Il nodo centrale, però, rimane la creazione di un’«Arma cyber civile-militare»: una forza iniziale di «1.200-1.500 unità», con una componente operativa pari al 75%, attiva 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. In prospettiva però, secondo Crosetto, una struttura davvero adeguata dovrebbe arrivare ad almeno «5.000 unità». L’obiettivo dichiarato è quindi sviluppare non solo difesa delle reti, ma anche capacità proattive (disturbare, bloccare o anticipare gli attacchi) sempre entro il quadro delle norme internazionali e in raccordo con la Nato.Nel documento si cita anche la possibilità di impiegare personale civile specializzato, creare una riserva cyber e rafforzare l’integrazione con l’intelligence. Accanto all’Arma cyber, infatti, Crosetto propone di creare un «Centro per il contrasto alla guerra ibrida» incaricato di coordinare le risposte, analizzare campagne di disinformazione e collaborare con università e imprese, per dotare l’Italia di «anticorpi» sociali contro propaganda e manipolazione. Insomma, «siamo sotto attacco e le bombe hybrid continuano a cadere». La minaccia, spiega Crosetto, non è episodica ma strutturale. E «il tempo per agire è subito».
content.jwplatform.com
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Getty images
Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».