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2025-11-19
«Soldi per Kiev? Dateli alle aziende italiane»
L’Europa vuol dare all’Ucraina altri 70 miliardi. Addirittura, per le elargizioni all’alleato, ipotizza di riesumare la carcassa del Mes. Ma dopo tre anni e mezzo di manine bucate, qualcuno comincia a ribellarsi.
Ieri, a tuonare, è stata Confimprenditori, l’associazione delle piccole e medie imprese, delle partite Iva e degli autonomi. «L’Italia è sempre stata un Paese leale e responsabile nello scenario internazionale», ha sottolineato il presidente, Stefano Ruvolo, «ma altrettanto responsabile deve essere la gestione delle risorse dei contribuenti italiani. Ogni euro destinato a sostegni esteri deve necessariamente rispondere ai criteri di trasparenza, controllo e utilità per l’interesse nazionale». Non sembrano le parole di un putiniano, a meno che preoccuparsi di dove finiscono i nostri denari non sia un’operazione di guerra ibrida al servizio del Cremlino. «Condividiamo pienamente le parole del vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini», ha aggiunto Ruvolo, «quando afferma che dopo lo scandalo che ha coinvolto uomini vicini al presidente Volodymyr Zelensky è necessaria una profonda riflessione sull’eventuale invio di nuovi aiuti militari ed economici a Kiev. Proprio per questo», ha suggerito il numero uno di Confimprenditori, «chiediamo al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di valutare concretamente la possibilità di destinare alle imprese italiane e alle nostre Pmi tutti quei fondi che fino a ieri finivano nei palazzi, nelle ville e perfino nei gabinetti d’oro dell’élite ucraina». Se proprio abbiamo tali disponibilità di cassa - secondo le stime, non ufficiali, Roma ha erogato 3 miliardi-3 miliardi e mezzo tra sostegni finanziari diretti e forniture belliche - tanto vale dare una mano al nostro settore produttivo. Ovvero, quello che crea davvero Pil e al quale, ha lamentato Ruvolo, «la legge di Bilancio 2026, purtroppo, non ha dato risposte sufficienti né adeguate». Questa, allora, «è l’occasione per correggere la rotta. Se ci sono risorse che oggi non possono più essere inviate all’estero senza la certezza della loro destinazione, è doveroso che quelle stesse risorse vengano messe a disposizione delle aziende italiane che producono valore, lavoro e futuro».
Nella maggioranza, intanto, restano frizioni sul dodicesimo pacchetto di forniture belliche, che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, illustrerà al Copasir il 2 dicembre. Ieri, il senatore Claudio Borghi è stato perentorio: «Non ho intenzione di votare» un’altra autorizzazione all’invio di armi all’Ucraina. Il decreto che ne permette la consegna, infatti, scadrà a fine anno e a gennaio sarà necessario interpellare di nuovo il Parlamento.
L’opposizione si è ovviamente tuffata sulla diatriba. Il capogruppo pd a Palazzo Madama, Francesco Boccia, ha ribadito che il suo partito «è favorevole al proseguimento degli aiuti militari all’Ucraina» e ha accusato Salvini di essersi trasformato in un «portavoce di Mosca». In realtà, anche la sinistra è spaccata. Non a caso, la contestazione che il Movimento 5 stelle rivolge ai leghisti è diametralmente opposta a quella di Boccia: secondo il capogruppo dei contiani in commissione Difesa di Camera e Senato, Arnaldo Lomuti, i brontolii del Carroccio sono solo propaganda per «raccattare qualche voto anti guerra, ma alla fine» la Lega «si è sempre allineata». Lo ha fatto anche il M5s finché è stato in maggioranza, approvando il primo decreto per il sostegno militare a Kiev, ai tempi di Mario Draghi. Mentre il Pd, in Europa, non ha certo dato prova di compattezza. A luglio, il voto con cui l’Eurocamera chiedeva alla Germania di consegnare i Taurus a Zelensky aveva, sì, sparigliato le carte a destra, ma aveva sbriciolato in primis i dem: contrari in maggioranza, favorevoli in cinque, astenuto Nicola Zingaretti.
Gli alleati confidano che il Carroccio faccia rientrare la polemica, ma ieri Salvini ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: «Noi», ha ricordato, «abbiamo votato sempre tutti gli aiuti possibili e immaginabili per l’Ucraina e quello che il Consiglio di Difesa ha deciso riguarda gli aiuti già decisi. Per il futuro la Lega chiede chiarezza». Al vertice di lunedì al Quirinale, insomma, il pacchetto era blindato. E il ministro dei Trasporti rivendica una voce in capitolo. Gli italiani, in fondo, danno segnali d’insofferenza. Roberto Vannacci non esagera, allorché osserva che «il consenso popolare al supporto all’Ucraina è drammaticamente scemato».
Proprio ieri, oltre a Confimprenditori, è intervenuto l’ad di Filiera Italia. A Coffee break, su La 7, Luigi Scordamaglia ha criticato il piano di Ursula von der Leyen per destinare «800 miliardi alle armi tagliando cibo e fondo di coesione sociale». Era solo l’antipasto: ora l’Ue invoca una «Schengen militare» per spostare agevolmente truppe e tank. Cala il sipario sui famosi «70 anni di pace» europea.
Alla vigilia della Grande guerra, il ministro degli Esteri inglese, sir Edward Grey, sospirò: «Si spengono le luci in tutta Europa. Nel corso della nostra vita non le vedremo più riaccese». Di nuovo, oggi è sempre più difficile scacciare il buio pesto. Non solo per il caro bollette.
Crosetto: «In sei mesi, 1.500 attacchi hacker. Dobbiamo creare un’Arma cyber»
Il ministero della Difesa ha pubblicato sul proprio sito il non-paper sul contrasto alla guerra ibrida, lo stesso documento che Guido Crosetto ha illustrato l’altro ieri al Quirinale durante il Consiglio supremo di Difesa. È un testo interno, non classificato ma di lavoro - un non-paper, appunto - con cui il ministro espone la sua analisi sulla minaccia ibrida e le proposte per rafforzare la difesa del Paese. L’obiettivo, in altri termini, è sondare il terreno e stimolare la discussione su un campo di intervento militare che sarà decisivo nei prossimi decenni. Un campo, ammonisce Crosetto, in cui l’Italia è rimasta colpevolmente indietro.
Il documento, non a caso, si apre con un avvertimento: «La minaccia ibrida», si legge, «erode in modo silente la sicurezza delle nostre società». È una minaccia continua, fatta di attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche e cosiddette «operazioni sotto soglia», ossia azioni ostili che non arrivano al livello di un atto di guerra, ma riescono comunque a danneggiare e destabilizzare un Paese. Il «dominio cibernetico» viene dunque descritto come «il moltiplicatore che tiene insieme tutto», perché permette di colpire infrastrutture critiche e interferire nei processi democratici. L’obiettivo degli attori ostili, scrive il ministro, è anche «instillare dubbio e insicurezza», sfruttando la difficoltà di attribuire le responsabilità di questi attacchi.
Dopo aver definito il quadro generale, il documento individua quattro principali attori ostili: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Mosca sarebbe impegnata in «sabotaggi, cyberattacchi e campagne di disinformazione», mentre Pechino adotterebbe una «strategia multi-vettoriale» basata su leva economica, penetrazione tecnologica e influenza informativa. In questo senso, l’Italia è ancora vulnerabile in alcuni settori strategici: energia, trasporti, comunicazioni, sanità e finanza. Nel primo semestre 2025, infatti, la Difesa ha registrato «1.549 eventi cyber e 346 incidenti con impatto confermato», con una crescita marcata rispetto all’anno precedente. Il settore sanitario è «tra i più colpiti», mentre le Pmi restano bersagli frequenti per la mancanza di difese adeguate.
Passando al piano operativo, Crosetto sostiene che la difesa passiva non basti più e che occorra assumere una «postura predittiva e adattiva», capace di prevenire e, se necessario, neutralizzare le attività ostili. Di qui l’idea di definire uno «spazio cyber di interesse nazionale» entro cui la Difesa possa operare con continuità e con regole chiare, applicando al dominio digitale la stessa logica che vale per i confini fisici.
Il ministro propone poi un nuovo Comando congiunto per le operazioni cyber, elettromagnetiche e cognitive, per evitare la frammentazione attuale e ricondurre tutto sotto un’unica regia. Il nodo centrale, però, rimane la creazione di un’«Arma cyber civile-militare»: una forza iniziale di «1.200-1.500 unità», con una componente operativa pari al 75%, attiva 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. In prospettiva però, secondo Crosetto, una struttura davvero adeguata dovrebbe arrivare ad almeno «5.000 unità». L’obiettivo dichiarato è quindi sviluppare non solo difesa delle reti, ma anche capacità proattive (disturbare, bloccare o anticipare gli attacchi) sempre entro il quadro delle norme internazionali e in raccordo con la Nato.
Nel documento si cita anche la possibilità di impiegare personale civile specializzato, creare una riserva cyber e rafforzare l’integrazione con l’intelligence. Accanto all’Arma cyber, infatti, Crosetto propone di creare un «Centro per il contrasto alla guerra ibrida» incaricato di coordinare le risposte, analizzare campagne di disinformazione e collaborare con università e imprese, per dotare l’Italia di «anticorpi» sociali contro propaganda e manipolazione. Insomma, «siamo sotto attacco e le bombe hybrid continuano a cadere». La minaccia, spiega Crosetto, non è episodica ma strutturale. E «il tempo per agire è subito».
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Dopo lo scandalo mazzette, Confimprenditori si ribella: «Piuttosto che finanziare ville e bagni d’oro, aiutiamo i nostri settori produttivi». Matteo Salvini ancora polemico: «Al Consiglio di Difesa le decisioni erano già prese. Per il futuro vogliamo più chiarezza».Il documento sulla guerra ibrida: «Per contrastarla ci servono 5.000 uomini».Lo speciale contiene due articoliL’Europa vuol dare all’Ucraina altri 70 miliardi. Addirittura, per le elargizioni all’alleato, ipotizza di riesumare la carcassa del Mes. Ma dopo tre anni e mezzo di manine bucate, qualcuno comincia a ribellarsi.Ieri, a tuonare, è stata Confimprenditori, l’associazione delle piccole e medie imprese, delle partite Iva e degli autonomi. «L’Italia è sempre stata un Paese leale e responsabile nello scenario internazionale», ha sottolineato il presidente, Stefano Ruvolo, «ma altrettanto responsabile deve essere la gestione delle risorse dei contribuenti italiani. Ogni euro destinato a sostegni esteri deve necessariamente rispondere ai criteri di trasparenza, controllo e utilità per l’interesse nazionale». Non sembrano le parole di un putiniano, a meno che preoccuparsi di dove finiscono i nostri denari non sia un’operazione di guerra ibrida al servizio del Cremlino. «Condividiamo pienamente le parole del vicepresidente del Consiglio, Matteo Salvini», ha aggiunto Ruvolo, «quando afferma che dopo lo scandalo che ha coinvolto uomini vicini al presidente Volodymyr Zelensky è necessaria una profonda riflessione sull’eventuale invio di nuovi aiuti militari ed economici a Kiev. Proprio per questo», ha suggerito il numero uno di Confimprenditori, «chiediamo al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e al ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, di valutare concretamente la possibilità di destinare alle imprese italiane e alle nostre Pmi tutti quei fondi che fino a ieri finivano nei palazzi, nelle ville e perfino nei gabinetti d’oro dell’élite ucraina». Se proprio abbiamo tali disponibilità di cassa - secondo le stime, non ufficiali, Roma ha erogato 3 miliardi-3 miliardi e mezzo tra sostegni finanziari diretti e forniture belliche - tanto vale dare una mano al nostro settore produttivo. Ovvero, quello che crea davvero Pil e al quale, ha lamentato Ruvolo, «la legge di Bilancio 2026, purtroppo, non ha dato risposte sufficienti né adeguate». Questa, allora, «è l’occasione per correggere la rotta. Se ci sono risorse che oggi non possono più essere inviate all’estero senza la certezza della loro destinazione, è doveroso che quelle stesse risorse vengano messe a disposizione delle aziende italiane che producono valore, lavoro e futuro».Nella maggioranza, intanto, restano frizioni sul dodicesimo pacchetto di forniture belliche, che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, illustrerà al Copasir il 2 dicembre. Ieri, il senatore Claudio Borghi è stato perentorio: «Non ho intenzione di votare» un’altra autorizzazione all’invio di armi all’Ucraina. Il decreto che ne permette la consegna, infatti, scadrà a fine anno e a gennaio sarà necessario interpellare di nuovo il Parlamento.L’opposizione si è ovviamente tuffata sulla diatriba. Il capogruppo pd a Palazzo Madama, Francesco Boccia, ha ribadito che il suo partito «è favorevole al proseguimento degli aiuti militari all’Ucraina» e ha accusato Salvini di essersi trasformato in un «portavoce di Mosca». In realtà, anche la sinistra è spaccata. Non a caso, la contestazione che il Movimento 5 stelle rivolge ai leghisti è diametralmente opposta a quella di Boccia: secondo il capogruppo dei contiani in commissione Difesa di Camera e Senato, Arnaldo Lomuti, i brontolii del Carroccio sono solo propaganda per «raccattare qualche voto anti guerra, ma alla fine» la Lega «si è sempre allineata». Lo ha fatto anche il M5s finché è stato in maggioranza, approvando il primo decreto per il sostegno militare a Kiev, ai tempi di Mario Draghi. Mentre il Pd, in Europa, non ha certo dato prova di compattezza. A luglio, il voto con cui l’Eurocamera chiedeva alla Germania di consegnare i Taurus a Zelensky aveva, sì, sparigliato le carte a destra, ma aveva sbriciolato in primis i dem: contrari in maggioranza, favorevoli in cinque, astenuto Nicola Zingaretti.Gli alleati confidano che il Carroccio faccia rientrare la polemica, ma ieri Salvini ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: «Noi», ha ricordato, «abbiamo votato sempre tutti gli aiuti possibili e immaginabili per l’Ucraina e quello che il Consiglio di Difesa ha deciso riguarda gli aiuti già decisi. Per il futuro la Lega chiede chiarezza». Al vertice di lunedì al Quirinale, insomma, il pacchetto era blindato. E il ministro dei Trasporti rivendica una voce in capitolo. Gli italiani, in fondo, danno segnali d’insofferenza. Roberto Vannacci non esagera, allorché osserva che «il consenso popolare al supporto all’Ucraina è drammaticamente scemato».Proprio ieri, oltre a Confimprenditori, è intervenuto l’ad di Filiera Italia. A Coffee break, su La 7, Luigi Scordamaglia ha criticato il piano di Ursula von der Leyen per destinare «800 miliardi alle armi tagliando cibo e fondo di coesione sociale». Era solo l’antipasto: ora l’Ue invoca una «Schengen militare» per spostare agevolmente truppe e tank. Cala il sipario sui famosi «70 anni di pace» europea.Alla vigilia della Grande guerra, il ministro degli Esteri inglese, sir Edward Grey, sospirò: «Si spengono le luci in tutta Europa. Nel corso della nostra vita non le vedremo più riaccese». Di nuovo, oggi è sempre più difficile scacciare il buio pesto. Non solo per il caro bollette. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/confimprenditori-distruibire-soldi-ucraina-imprese-2674307750.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="crosetto-in-sei-mesi-1-500-attacchi-hacker-dobbiamo-creare-unarma-cyber" data-post-id="2674307750" data-published-at="1763520525" data-use-pagination="False"> Crosetto: «In sei mesi, 1.500 attacchi hacker. Dobbiamo creare un’Arma cyber» Il ministero della Difesa ha pubblicato sul proprio sito il non-paper sul contrasto alla guerra ibrida, lo stesso documento che Guido Crosetto ha illustrato l’altro ieri al Quirinale durante il Consiglio supremo di Difesa. È un testo interno, non classificato ma di lavoro - un non-paper, appunto - con cui il ministro espone la sua analisi sulla minaccia ibrida e le proposte per rafforzare la difesa del Paese. L’obiettivo, in altri termini, è sondare il terreno e stimolare la discussione su un campo di intervento militare che sarà decisivo nei prossimi decenni. Un campo, ammonisce Crosetto, in cui l’Italia è rimasta colpevolmente indietro.Il documento, non a caso, si apre con un avvertimento: «La minaccia ibrida», si legge, «erode in modo silente la sicurezza delle nostre società». È una minaccia continua, fatta di attacchi informatici, disinformazione, pressioni economiche e cosiddette «operazioni sotto soglia», ossia azioni ostili che non arrivano al livello di un atto di guerra, ma riescono comunque a danneggiare e destabilizzare un Paese. Il «dominio cibernetico» viene dunque descritto come «il moltiplicatore che tiene insieme tutto», perché permette di colpire infrastrutture critiche e interferire nei processi democratici. L’obiettivo degli attori ostili, scrive il ministro, è anche «instillare dubbio e insicurezza», sfruttando la difficoltà di attribuire le responsabilità di questi attacchi.Dopo aver definito il quadro generale, il documento individua quattro principali attori ostili: Russia, Cina, Iran e Corea del Nord. Mosca sarebbe impegnata in «sabotaggi, cyberattacchi e campagne di disinformazione», mentre Pechino adotterebbe una «strategia multi-vettoriale» basata su leva economica, penetrazione tecnologica e influenza informativa. In questo senso, l’Italia è ancora vulnerabile in alcuni settori strategici: energia, trasporti, comunicazioni, sanità e finanza. Nel primo semestre 2025, infatti, la Difesa ha registrato «1.549 eventi cyber e 346 incidenti con impatto confermato», con una crescita marcata rispetto all’anno precedente. Il settore sanitario è «tra i più colpiti», mentre le Pmi restano bersagli frequenti per la mancanza di difese adeguate.Passando al piano operativo, Crosetto sostiene che la difesa passiva non basti più e che occorra assumere una «postura predittiva e adattiva», capace di prevenire e, se necessario, neutralizzare le attività ostili. Di qui l’idea di definire uno «spazio cyber di interesse nazionale» entro cui la Difesa possa operare con continuità e con regole chiare, applicando al dominio digitale la stessa logica che vale per i confini fisici.Il ministro propone poi un nuovo Comando congiunto per le operazioni cyber, elettromagnetiche e cognitive, per evitare la frammentazione attuale e ricondurre tutto sotto un’unica regia. Il nodo centrale, però, rimane la creazione di un’«Arma cyber civile-militare»: una forza iniziale di «1.200-1.500 unità», con una componente operativa pari al 75%, attiva 24 ore su 24 e 365 giorni all’anno. In prospettiva però, secondo Crosetto, una struttura davvero adeguata dovrebbe arrivare ad almeno «5.000 unità». L’obiettivo dichiarato è quindi sviluppare non solo difesa delle reti, ma anche capacità proattive (disturbare, bloccare o anticipare gli attacchi) sempre entro il quadro delle norme internazionali e in raccordo con la Nato.Nel documento si cita anche la possibilità di impiegare personale civile specializzato, creare una riserva cyber e rafforzare l’integrazione con l’intelligence. Accanto all’Arma cyber, infatti, Crosetto propone di creare un «Centro per il contrasto alla guerra ibrida» incaricato di coordinare le risposte, analizzare campagne di disinformazione e collaborare con università e imprese, per dotare l’Italia di «anticorpi» sociali contro propaganda e manipolazione. Insomma, «siamo sotto attacco e le bombe hybrid continuano a cadere». La minaccia, spiega Crosetto, non è episodica ma strutturale. E «il tempo per agire è subito».
Ansa
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha comunicato che almeno tre italovenezuelani sarebbero rimasti uccisi nel sisma, cinque sarebbero feriti e altri 35 sicuramente dispersi, ma, come ha aggiunto, la comunità degli italiani iscritti all’Aire, cioè censiti come italiani in Venezuela, è composta da circa 150.000 persone e per questo motivo il nostro ministero sta monitorando con grande attenzione quello che accade. L’area colpita vede la presenza di oltre 65.000 italiani che rappresentano la spina dorsale economica del Venezuela e che sono membri attivi sia a livello politico che sociale nella società sudamericana.
I due eventi sismici, distanti meno di un minuto, hanno devastato il Nord-ovest venezuelano colpendo sia sulla costa che nell’interno. Il fenomeno sarebbe avvenuto fra i 10 e i 20 chilometri di profondità, ma nonostante questo gli edifici colpiti non hanno retto, soprattutto la seconda scossa dopo che la prima aveva messo a dura prova costruzioni vecchie e con poca manutenzione. Il bilancio è arrivato a 920 vittime, al momento in cui stiamo scrivendo, oltre 4.000 feriti e almeno 50.000 dispersi, ma sui media locali e su Internet appaiono continuamente foto di persone scomparse che si aggiungono alle migliaia già segnalate.
Da Caracas arrivano storie sempre più drammatiche e i cittadini della capitale e dello Stato di La Guaira raccontano di scavare con le mani fra le macerie alla ricerca dei propri cari. A Caracas stanno arrivando un centinaio di esperti in soccorso in caso di calamità naturali fra vigili del fuoco, protezione civile e l’unità di crisi, ma il governo italiano è intenzionato a sostenere con forza la popolazione venezuelana in questo momento di difficoltà. Le Nazioni unite hanno dichiarato che le persone colpite dal sisma sono 6,8 milioni, in crescita costante anche per le scosse di assestamento che non danno tregua. La presidente ad interim Delcy Rodriguez ha annunciato la militarizzazione dello Stato di La Guaira, con l’obiettivo di facilitare le operazioni di soccorso nella zona più disastrata del Paese.
Le famiglie rimaste senza casa che dovranno essere accolte in campi profughi sono già più di 70.000, ma arrivano anche buone notizie come quella di un neonato estratto vivo dalle macerie e di una donna salvata dopo 36 ore dal crollo della propria abitazione a La Guaira. L’Unione europea ha già attivato il suo meccanismo di protezione civile, ma oltre all’Italia, altre nazioni si stanno muovendo anche autonomamente. La Spagna ha messo a disposizione 54 militari esperti in operazioni di soccorso, la Francia ha annunciato che attiverà un team di 85 soccorritori, mentre dalla Germania arriveranno sei aerei da trasporto con materiale tecnico. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha reso disponibile un secondo velivolo dell’Aeronautica militare che trasporterà personale specializzato e attrezzature dei Vigili del fuoco. Nell’annunciare l’iniziativa ha dichiarato: «Un impegno concreto che conferma la vocazione dell’Italia all’aiuto» verso «chi soffre».
Ma la situazione sanitaria del Paese appare drammatica per la carenza di materiale negli ospedali, soprattutto in alcune zone che risultano addirittura irraggiungibili. Il primo a lanciare l’allarme è stato il presidente della Federazione medica che due giorni prima del sisma aveva chiesto trasparenza riguardo alla distribuzione di 71 tonnellate di medicinali consegnate dagli Stati Uniti. Un appello all’Italia arriva anche da Maria Andreina De Grazia, figlia dell’ex deputato italiano Americo De Grazia a lungo incarcerato dal regime di Maduro, che chiede al nostro Paese di restare accanto al Venezuela e soprattutto di non dimenticare i prigionieri i politici italovenezuelani ancora nelle carceri del regime.
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La nuova Audi A6 allroad
Audi rinnova la A6 allroad quattro, giunta alla quinta generazione, facendo così evolvere uno dei modelli più iconici della gamma di questo marchio. Più larga, tecnologica ed elettrificata, la nuova allroad conferma la propria doppia vocazione: grande viaggiatrice su strada e compagna affidabile lontano dall’asfalto. Per la prima volta nella storia del modello, accanto al tradizionale V6 TDI arriva infatti una variante plug-in hybrid da 367 CV.
«Audi A6 allroad è un’icona dei quattro anelli e da sempre è caratterizzata da una doppia anima: eccezionalmente confortevole nell’utilizzo quotidiano e al tempo stesso in grado di spingersi agevolmente dove finisce l’asfalto», ha dichiarato Rouven Mohr, Chief Technical Officer di Audi AG, sottolineando il ruolo della trazione integrale quattro e delle sospensioni pneumatiche adattive. Sul piano stilistico, la nuova A6 allroad si distingue per un corpo vettura più muscoloso. Per la prima volta è più larga di oltre 11 centimetri rispetto alla A6 Avant da cui deriva, con carreggiate maggiorate e una presenza su strada ancora più marcata. Il look all terrain è enfatizzato da passaruota dedicati, protezioni sottoscocca, mancorrenti specifici e un’altezza da terra superiore. La gamma prevede cerchi fino a 21 pollici e otto colori per la carrozzeria.
Tra gli elementi tecnici più caratterizzanti figurano le sospensioni pneumatiche adattive di serie, sviluppate appositamente per questo modello. L’escursione massima raggiunge i 55 millimetri e consente di modificare l’assetto in funzione della velocità e della modalità di guida selezionata. In autostrada la vettura si abbassa per migliorare efficienza e stabilità, mentre nelle modalità dedicate all’off-road aumenta sensibilmente la distanza dal suolo per affrontare terreni difficili.La nuova A6 allroad è basata sulla piattaforma Premium Platform Combustion (PPC) e beneficia di una scocca più rigida, sospensioni multilink a cinque bracci e sterzo progressivo evoluto. È inoltre disponibile lo sterzo integrale, che migliora agilità alle basse velocità e stabilità alle andature più elevate.
La principale novità riguarda la gamma motori. Debutta infatti la prima Audi A6 allroad e-hybrid quattro, che abbina il quattro cilindri 2.0 TFSI da 252 CV a un motore elettrico da 143 CV per una potenza complessiva di 367 CV e 500 Nm di coppia. Le prestazioni sono brillanti, con uno 0-100 km/h coperto in 5,5 secondi, mentre la batteria da 25,9 kWh garantisce fino a 95 chilometri di autonomia elettrica WLTP. La ricarica in corrente alternata fino a 11 kW permette di completare il pieno di energia in circa due ore e mezza. Accanto alla versione plug-in viene proposta la motorizzazione V6 3.0 TDI da 299 CV, dotata della tecnologia mild hybrid plus a 48 Volt. Il sistema integra un powertrain generator capace di fornire fino a 24 CV e 230 Nm supplementari, migliorando efficienza e risposta all’acceleratore. Il motore beneficia inoltre di una sofisticata sovralimentazione a due stadi che combina turbocompressore tradizionale e compressore elettrico, garantendo prestazioni elevate e una risposta immediata. La vettura accelera da 0 a 100 km/h in 5,4 secondi. Entrambe le motorizzazioni sono abbinate alla trazione integrale quattro ultra, che gestisce in modo predittivo la distribuzione della coppia tra avantreno e retrotreno, privilegiando l’efficienza senza rinunciare alla motricità.
Grande attenzione è stata dedicata anche alla digitalizzazione. L’abitacolo adotta la nuova architettura elettronica Audi con integrazione di ChatGPT nell’assistente vocale e sistema operativo Android Automotive OS. Il cosiddetto Audi Digital Stage comprende il quadro strumenti digitale da 11,9 pollici e il display OLED curvo da 14,5 pollici, cui può aggiungersi uno schermo dedicato al passeggero.Completano il quadro i proiettori Matrix LED digitali di nuova generazione, i gruppi ottici OLED 2.0 e numerosi sistemi di assistenza alla guida e di comunicazione con l’ambiente circostante. Lunga 5,02 metri e con una capacità di carico fino a 1.497 litri, la nuova Audi A6 allroad quattro arriverà nelle concessionarie italiane nel quarto trimestre del 2026, con prezzi a partire da 82.350 euro per la versione V6 TDI e da 88.650 euro per la variante plug-in hybrid.
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I nuovi modelli di Maserati, Grecale, GranTurismo e GranCabrio, sfilano in Piazza Unità d'Italia a Trieste
Maserati rinnova la propria gamma con il debutto di Nuova Grecale, Nuova GranTurismo e Nuova GranCabrio, tre modelli che rappresentano un importante aggiornamento strategico per il marchio nell’anno del centenario del Tridente. Le novità puntano a rafforzare il posizionamento del brand nel segmento luxury attraverso una proposta che unisce design, eleganza, prestazioni, artigianalità e innovazione tecnologica, nel solco della tradizione Maserati.
«Con la nuova gamma del Tridente rafforziamo la peculiarità che da sempre ci definisce: il Gran Turismo italiano, in cui design, eleganza, prestazioni e maestria artigianale si fondono in un equilibrio di eleganza mai ostentata, ma sempre orientata alla performance», ha dichiarato Santo Ficili, Ceo di Alfa Romeo e Coo di Maserati. Ficili ha inoltre sottolineato la volontà del marchio di continuare a crescere nel segmento del lusso attraverso l’ampliamento dell’offerta e lo sviluppo delle tecnologie che meglio esprimono il carattere del brand, «dallo sviluppo di motorizzazioni iconiche come il V6 Nettuno all’evoluzione delle performance della gamma Folgore».
Il rinnovamento stilistico completa un percorso avviato dal Centro Stile Maserati con la MCXtrema, la vettura da pista che ha introdotto un nuovo linguaggio formale caratterizzato da frontali più orizzontali, netti e aggressivi. Un’impostazione successivamente sviluppata sulla GT2 Stradale e sulla MCPURA e oggi applicata alle nuove GranTurismo, GranCabrio e Grecale.
Le nuove GranTurismo e GranCabrio si presentano con un design aggiornato, interni ulteriormente raffinati e contenuti tecnici evoluti. Al centro dell’offerta rimane il motore V6 Nettuno 3.0 biturbo, disponibile fino a 590 CV nella versione Trofeo, capace di spingere la GranTurismo oltre i 320 km/h. Il propulsore sfrutta la tecnologia di combustione a precamera derivata dal motorsport e condivisa con la MCPURA, confermando il trasferimento tecnologico tra competizioni e produzione stradale. Tutta la gamma dispone di serie della trazione integrale e delle sospensioni pneumatiche regolabili, soluzioni che consentono di coniugare comfort e dinamica di guida. Le due granturismo mantengono inoltre quattro veri posti, una caratteristica distintiva che permette di unire sportività e praticità nell’utilizzo quotidiano. Le nuove GranTurismo e GranCabrio sono disponibili in tre configurazioni. Le versioni da 490 CV privilegiano comfort ed eleganza, mentre le Trofeo da 590 CV esaltano il carattere sportivo grazie a scarico dedicato, assetto specifico e dettagli in fibra di carbonio. Al vertice si collocano le varianti Folgore, dotate di una tecnologia elettrica a 800 Volt con tre motori, oltre 1.200 CV installati e 760 CV disponibili alle ruote. La GranTurismo Folgore raggiunge i 325 km/h, mentre la GranCabrio Folgore, prima cabriolet completamente elettrica del segmento, arriva a 290 km/h. Importanti anche gli interventi sul piano aerodinamico e stilistico. Il frontale è stato completamente riprogettato con nuove prese d’aria, air curtain e splitter ottimizzati per incrementare l’efficienza aerodinamica e la deportanza. All’interno debuttano un nuovo volante ispirato al mondo delle corse, un Maserati Digital Clock ridisegnato, un’interfaccia grafica aggiornata e un sistema di monitoraggio che rileva distrazione e affaticamento del conducente. Ampio spazio viene dedicato alla personalizzazione attraverso il programma BOTTEGAFUORISERIE, che introduce nuove colorazioni esterne, finiture dedicate e inedite combinazioni per gli interni. Per la prima volta, anche la capote della GranCabrio può essere completamente personalizzata nell’ambito delle configurazioni Bespoke.
Accanto alle due granturismo, la nuova Grecale rafforza il proprio ruolo all’interno della gamma Maserati. Il D-SUV luxury della Casa modenese evolve con aggiornamenti estetici e tecnici che ne accentuano il carattere sportivo senza rinunciare a comfort e versatilità. Il nuovo frontale presenta una fascia più marcata e ribassata che accentua la percezione di larghezza, mentre paraurti e griglie ridisegnati migliorano l’efficienza aerodinamica. L’abitacolo viene aggiornato con un nuovo volante, un orologio digitale rivisitato e un selettore PRND con tecnologia aptica. Materiali autentici come pelle, legno e fibra di carbonio contribuiscono a elevare la qualità percepita, mentre il sistema MIA con display Ultra HD da 12,3 pollici, l’head-up display e l’impianto audio Sonus faber completano una dotazione tecnologica di alto livello.
Tra le principali novità tecniche figura il debutto del V6 Nettuno da 390 CV, disponibile nelle versioni Grecale V6 e Modena V6. Al vertice resta la Trofeo V6 da 530 CV, che accelera da 0 a 100 km/h in 3,8 secondi e raggiunge i 285 km/h. La Grecale Folgore conferma invece la proposta elettrica del modello, migliorando ulteriormente autonomia ed efficienza grazie a interventi aerodinamici e a nuovi algoritmi di gestione energetica. Le tre novità sono sviluppate e prodotte in Italia, tra Modena e Cassino, a testimonianza del forte legame tra Maserati e il territorio nazionale. Il lancio assume inoltre un valore simbolico nell’anno in cui il marchio celebra sia il centenario del Tridente sia il centenario della prima vittoria sportiva ottenuta da Alfieri Maserati alla Targa Florio del 1926, ribadendo il legame storico tra le vetture da competizione e quelle stradali.
Particolare attenzione è stata dedicata anche alla sostenibilità. Gli interni in pelle provengono da fornitori certificati secondo gli standard del Leather Working Group, di cui Maserati è membro attivo, confermando l’impegno verso una visione sempre più responsabile del lusso. Contestualmente al lancio debutta anche il nuovo Web Configurator Maserati, una piattaforma fotorealistica che consente ai clienti di visualizzare in tempo reale la propria vettura in ambientazioni tridimensionali immersive. Il nuovo strumento rappresenta un ulteriore passo nell’evoluzione del customer journey del marchio, integrando in un’unica esperienza showroom fisico e ambiente digitale con una qualità visiva di livello cinematografico.
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Giuseppe Valditara (Imagoeconomica)
Il ministro dell’Istruzione e del merito l’aveva già annunciato in altre occasioni: il recupero della tradizione e della memoria storica della civiltà occidentale è essenziale nella formazione delle generazioni future. Non si tratta di un ritorno al passato, di un orgoglio vagamente nostalgico, quanto della ripresa di un patrimonio essenziale oggi più che mai capace di affrontare le sfide del futuro. Riguardo alle quali torna utile anche l’apertura all’Intelligenza artificiale, adottata non certo in maniera selvaggia, bensì come strumento di lavoro da usare con spirito critico e finalizzato a funzioni all’interno di discipline precise. Quanto ai chiacchierati Promessi sposi, che fine fanno? Restano invariabilmente al secondo anno del percorso per l’importanza che questo libro ha nella «storia linguistica, culturale e civile» italiana. «Proprio in ragione di tale importanza», si legge nelle note del ministro, «è questo l’unico libro, oltre alla Commedia di Dante, la cui lettura sia (e debba restare) obbligatoria, in forma integrale o per ampi brani».
Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, che modificano quelle del ministro Maria Stella Gelmini risalenti al 2010, sono state elaborate da una commissione ministeriale e sottoposte «a un lungo lavoro di ascolto, a decine di audizioni con il mondo associativo, scientifico e sindacale, comprese le associazioni delle famiglie» e sono giunte alla «stesura definitiva dopo un confronto con chi la scuola la vive ogni giorno». Per la prima volta hanno contribuito a questo lavoro anche le rappresentanze studentesche con un impegno costruttivo e proposte puntuali. La riforma Valditara si prefigge un rafforzamento dell’identità sul piano della formazione degli studenti e un’accelerazione nell’innovazione delle materie tecnico scientifiche, le cosiddette Stem (Scienza, tecnologia, ingegneria e matematica).
Al centro del nuovo impianto pedagogico e didattico c’è la persona. La formazione del giovane avviene attraverso quella che il ministro chiama «la rivoluzione del buon senso». Il liceo nelle sue diverse declinazioni è la scuola dell’adolescenza, ovvero «il tempo delle cose che accadono per la prima volta». Per la costruzione di una corretta soggettività giovanile, capace di relazioni emotive consapevoli e non discriminatorie, è necessario favorire rapporti con figure adulte autorevoli e coinvolgere in modo sistematico le famiglie degli studenti in una corresponsabilità che riguarda l’orientamento, la valutazione e il lavoro quotidiano in classe. L’obiettivo dei licei è valorizzare i talenti, promuovendo il merito in un corretto rapporto tra libertà e norma all’interno del quale lo spirito critico è la capacità di esprimere anche il dissenso, purché in modo argomentato.
Consistenti le novità didattiche definite e auspicate. Nel biennio di letteratura è consigliato l’approfondimento dei poemi classici della civiltà europea (Odissea ed Eneide) e, superando certe proteste pregiudiziali, «di alcune pagine della Bibbia, “grande codice” di ispirazione delle letterature». Detto del mantenimento dei Promessi sposi, la maggiore apertura agli autori contemporanei non sostituisce il canone, ma si aggiunge a esso. Nei primi due anni è raccomandata la lettura integrale di almeno sei autori contemporanei, italiani o stranieri. In filosofia si suggerisce un insegnamento comparato e, nell’ambito dell’educazione alla cittadinanza, l’approfondimento dei principi che hanno ispirato la Costituzione. Insieme alla letteratura e alla filosofia, anche la storia e la storia dell’arte si concentreranno sul recupero dell’identità occidentale. Ma lo studente, sottolinea il testo del ministro, «dovrà altresì essere in grado di riconoscere le caratteristiche delle civiltà più significative collocandone i percorsi storici entro un quadro comparativo di lungo periodo». La matematica, non più proposta come tecnica ma come percorso di crescita all’interno del quale anche l’errore sarà «un’opportunità di apprendimento e di confronto», è sottoposta a profonda revisione. In particolare, insegnando concetti e linguaggi che sono alla base dell’Intelligenza artificiale, al quinto anno se ne favorisce un uso consapevole per sviluppare una comprensione critica e responsabile del funzionamento di questi sistemi per imparare a «valutarne l’affidabilità e le implicazioni». Lo stesso uso vigile dell’IA è suggerito per gli ultimi anni di latino e greco, materie nelle quali la traduzione automatica, di cui si registra l’enorme espansione, non deve sostituire le strategie di problem solving.
La riforma del liceo punta a formare studenti che sappiano da dove vengono e dove vanno. Che siano, perciò più occidentali, usino l’intelligenza artificiale con giudizio e leggano con disinvoltura i testi della letteratura italiana ed europea. E i docenti? Non basta che si aggiornino, devono studiare anche loro, auspica Valditara. Giusto. Magari, sia detto sommessamente, facendo in modo che possano ritrovare l’orgoglio di una professione fondamentale ma, in realtà, fortemente mortificata.
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