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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
Ritanna Armeni - classe di ferro 1947 - ha firmato un nuovo romanzo, A Roma non ci sono le montagne, sull’attentato di via Rasella, avvenuto nella Capitale il 23 marzo 1944, ad opera dei Gap, i Gruppi di azione patriottica targati Pci.
«Non ci si metta pure lei: non fu un attentato» mi corregge subito, con la verve che i telespettatori de La7 hanno imparato a conoscere quando affiancava Giuliano Ferrara a Ottoemezzo.
(«Accucciandosi ogni sera sulle sue ginocchia» l’accusò, subissato dalle critiche, un tizio noto per la sua misoginia, talvolta triviale, come quando raccontò che Maria Elena Boschi, interrogata dai magistrati, era stata da questi «trivellata»).
Armeni ha iniziato a lavorare come giornalista a Noi donne e poi al Manifesto.
«Rossana Rossanda e Luciana Castellina sono state le mie mamme politiche.
E come tutte le mamme, amavano i figli maschi. Se c’era da scrivere un articolo importante, si fidavano di più degli uomini» ha confessato anni fa, con ironia agrodolce.
Ha scritto anche per Unità e Liberazione, ed è stata la portavoce di Fausto Bertinotti, quando era segretario di Rifondazione Comunista.
Oggi è nel comitato di direzione di Donne Chiesa Mondo, mensile femminile dell’Osservatore Romano.
Il suo romanzo ricostruisce, dal punto di vista dei partigiani, le due ore e mezza che precedono lo scoppio dei 18 chilogrammi di tritolo, che lascerà sul terreno 33 reclute altoatesine del battaglione Bozen, reparto militare dell’Ordnungspolizei, la polizia d’ordinanza della Germania nazista.
Cui seguirà l’eccidio delle Fosse Ardeatine.
Ogni capitolo è scandito dall’orario. Dalle 13.20 alle 15.50. Sembra quasi di sentirlo, il tic-tac dell’orologio. Un meccanismo degno di Alfred Hitchcock.
«Piroso, su, ci conosciamo da una ventina d’anni, non mi prenda in giro».
Per nulla. Hitchcock spiegava che se fai vedere l’esplosione di una bomba, il pubblico in sala fa «oh!», ma la sua è una reazione di breve durata. Se tu però vuoi far crescere la tensione, devi mostrare l’ordigno che viene posato, la vita che intorno continua a scorrere tranquilla, con lo spettatore che va in ansia perché a breve ci sarà il botto, circostanza che invece i personaggi del film ignorano. È quello che può accadere a chi legge il suo libro: la fine è nota, ma nel frattempo noi siamo lì con i protagonisti, che non sanno quando arriverà la colonna militare, in ritardo sulla tabella di marcia.
«Ignoravo la lezione hitchcockiana. Ho cercato di calarmi nei panni di quei giovani, uomini e donne, che avevano deciso di dimostrare che i nazisti non erano invincibili».
Risultato raggiunto, visti i morti e i feriti tra i militi tedeschi.
«Che erano occupanti, chiariamolo subito questo passaggio, importante anche per spiegare come mai il gesto dei partigiani non può essere definito un attentato».
Perché?
«È presto detto: è sbagliato e fuorviante bollare così quell’atto coraggioso (compiuto non in montagna, con molteplici vie di fuga e nascondigli, ma in città, dove scappare e trovare rifugi sicuri è più complicato: così abbiamo illustrato anche il senso del titolo del libro). Gli attentati li compiono i terroristi con l’obiettivo di fare quanti più morti innocenti possibili».
Norberto Bobbio commentò: «Nessuno pensa di rimproverare gli esecutori per aver fatto il loro spietato dovere, ma sarà almeno lecito dire, senza timore di essere accusati di fascismo, che quei 32 soldati tedeschi erano soggettivamente innocenti?».
«Lei sa che nel libro replico: si possono definire tali gli appartenenti a una forza di occupazione, con la quale eravamo in guerra? Non erano civili, erano militari. Per questo si deve pensare a via Rasella come a un clamoroso episodio di resistenza nei confronti dei nazisti. Sa perché mi sono decisa a scrivere questo libro? È mai stato a via Rasella?».
Certo.
«Non c’è una targa, neppure una targhetta grande, che so, come un tablet. Eppure fu un’azione di guerra, la più eclatante compiuta nel centro di una grande città, non solo italiana, ma europea. Solo qui ci fu un’iniziativa del genere, che certificava la vulnerabilità, e non l’onnipotenza, della macchina militare nazista. Quindi l’iniziativa fu assolutamente legittima. In più non dimentichiamo che, nell’ottobre precedente, c’era già stato il rastrellamento nel ghetto di Roma, che aveva fatto calare sulla città una cappa plumbea di terrore, le torture in via Tasso, le incursioni della famigerata banda Koch».
Ma già i latini avevano stabilito: post hoc, propter hoc. Ammazzi un gruppo di nazisti, e questo provocherà inevitabilmente la loro ira funesta e sanguinaria. I partigiani non l’avevano messa in conto?
«Non credo si aspettassero quella furibonda reazione, con proporzioni siffatte. Prima di allora non c’erano stati esecuzioni di massa di tali dimensioni. Le Fosse Ardeatine -335 innocenti, 5 in più dei pur raccapriccianti 330 previsti dalla proporzione “10 per ogni soldato tedesco deceduto” (ma Adolf Hitler inizialmente ne voleva addirittura 50, non 10)- rappresentano un punto di svolta. E infatti, e purtroppo, dopo arriveranno gli oltre 500 morti di Sant'Anna di Stazzema, nel luglio successivo, e le oltre 700 vittime di Marzabotto, tra fine settembre e inizio ottobre. Aggiunga che erano gli stessi angloamericani a esortare i romani a sollevarsi contro i nazisti, anche perché questo avrebbe alleggerito la pressione militare tedesca nei loro confronti, basti pensare che dal gennaio 1944 era in corso la battaglia di Cassino».
Nella post-fazione lei affronta il tema delle polemiche successive all’ordigno di via Rasella e al bagno di sangue delle Ardeatine. I gappisti furono accusati di aver messo a rischio la vita di centinaia di civili, tanto più nell’imminenza dell’arrivo degli Alleati nella Capitale, come di fatto avvenne all’inizio di giugno. Tanto che, con la sua consueta onestà intellettuale, lei stessa ricorda che Roma città aperta, capolavoro del regista (comunista) Roberto Rossellini, prescinde dalla tragica vicenda, segno evidente che la ferita inferta alla popolazione di Roma era tutt'altro che cicatrizzata.
«Che la liberazione di Roma fosse prossima possiamo dirlo oggi, all’epoca le informazioni e le previsioni erano quelle che erano. Quanto alla responsabilità “morale” dei partigiani...»
Perché le virgolette?
«Perché siamo, e la circostanza va ribadita, in un contesto di guerra (volendo fare un paragone con l’oggi: ce li vede i partigiani ucraini accusati di cinica indifferenza nel caso colpissero l’esercito russo entrato a Kiev?). Ma c’è stata un’evidente manipolazione dei fatti e della loro cronologia ad opera dei fascisti, e anche delle gerarchie ecclesiastiche vaticane del tempo. I gappisti non potevano evitare che i tedeschi massacrassero quelle 335 persone inermi, per il semplice motivo che quando l’ordinanza del comando tedesco viene pubblicata sul Messaggero del 25 marzo, i romani apprendono che “la condanna è già stata eseguita”. Non ci fu nessun appello del tipo “consegnatevi, e per la popolazione non ci saranno conseguenze”. Dirò di più: al processo in cui era imputato per strage, il generale Albert Kesserling, che aveva il comando supremo di tutte le forze tedesche in Italia, a precisa domanda della Corte: “Avete fatto qualche annuncio rivolto alla popolazione o ai responsabili prima di procedere con la rappresaglia?”, risponderà con un secco e definitivo “No”.
Oggi il tema fascismo-antifascismo è ancora di moda. Quando a un ritorno delle camicie nere, secondo me, non credono neppure i nostalgici più «avvelenati».
«È evidente che le polemiche per i mille di via Acca Larentia...».
Che a me fanno un po’ ridere, e lo dico da orgoglioso nipote di un partigiano delle Brigate Garibaldi.
«A essere stucchevole non è il ricordo di quei ragazzi morti, uccisi come i loro coetanei di sinistra negli sciagurati anni di piombo, quanto il rito e la coreografia a contorno. Quanto è stucchevole la speculare chiamata alla permanente vigilanza democratica. I pericoli sono altri».
Preoccupata anche lei dell’avvento della tecnodestra, termine assai gettonato ultimamente?
«Più che altro, si sta facendo strada l’idea che la democrazia con le sue istituzioni sia inutile, inefficace in quanto obsoleta, con tempi di risposta lenti davanti all’accelerazione imposta da un’epoca contraddistinta da cambiamenti impetuosi. Le persone credo capiscano che siamo in presenza di un bivio: o rimanere legati a questa vecchia signora un po' acciaccata, con il suo sistema di regole, pesi e contrappesi, o andare incontro al nuovo, che poi tanto nuovo non è, visto che si traduce nel mito della persona sola al comando, forte, sottratta a ogni controllo, perfino di legittimità».
Nel 2013 lei sul Foglio mise in guardia la sinistra sulla possibile frattura definitiva tra le elites culturali e politiche del nostro Paese e la società, la gente, il popolo. Nel 2018, quando la intervistai per La Verità, mi confidò sconsolata che la sinistra si era «liquefatta», testuale. Nel frattempo per la sua famiglia ideologica d’origine la situazione è migliorata?
«Lei che dice? (ride, ndr)».
Chissà, forse toccherebbe pure essere contenti del fatto che i libri, benché poco acquistati e poco letti dalle nostre parti, siano ancora in grado di produrre dibattito e incendiare gli animi. Intristisce, tuttavia, che delle opere si parli per lo più per chiederne la censura o per invocare l’interdizione dell’autore. Al solito, poi, il trattamento riservato ai volumi e a chi li firma cambia a seconda della appartenenza politica vera o presunta. Due casi emblematici di tale tendenza sono quelli di Roberto Vannacci e Valentina Mira.
Il primo, autore di due volumi considerati perfidamente fascistoidi, è da mesi sulla graticola: dovunque vada si organizzano presidi e manifestazioni volte a impedire le presentazioni. L’ultimo psicodramma è esploso a Medicina, provincia di Bologna. Lì si consumano due drammi: il primo è che gli organizzatori hanno preso accordi con lo spazio Ca' Nova, dove solitamente si svolge la Festa dell’Unità. Il secondo è che la presentazione è prevista per il 24 aprile. L’Anpi è insorta gridando alla lesa maestà e ha convocato un presidio di protesta.
«Le affermazioni del generale rappresentano un condensato di opinioni diffuse negli ambienti antidemocratici, sono opinione reazionarie, omofobe e razziste, in contrasto con la nostra Costituzione», dicono dell’associazione partigiani. «Noi, dunque, non intendiamo affatto impedirgli il diritto di parlare e per questo non manifestiamo il dissenso al Cà Nova, ma in sede distaccata. È la Costituzione stessa a prevedere il diritto al dissenso». Legittimo il dissenso, ovvio. Solo che dopo l’intemerata dell’Anpi il gestore dello spazio Ca' Nova ha minacciato di chiamare i carabinieri, teme disordini e valuta di tirarsi indietro.
«In un primo momento», hanno riferito al Resto del Carlino gli organizzatori dell’evento con il generale, «ci è stato detto ok, ma quando hanno saputo per quale evento avevamo prenotato si sono detti “risentiti” e “imbarazzati”. Oltre a questo ci è stato detto che loro dovranno allestire, con bandiere e manifesti di Anpi, per il 25 aprile, la sala dove parlerà Vannacci prima della presentazione del generale per questioni di tempistiche». Insomma, un bel corredo di dispettucci e mezzi sgarbi, trattamenti che si riservano agli ospiti sgraditi.
A ruota attiva l’immancabile Pd. «Abbiamo appena commemorato l’eccidio del Pozzo Becca compiuto dai fascisti delle Brigate nere», dice al Corriere della Sera Valentina Baricordi, segretaria dem locale. «Non ci può essere mediazione con il generale, non andremo a sentirlo, ho letto i suoi libri e come donna mi son sentita offesa».
Un teatrino già visto: Vannacci è dipinto come un fascista e si suggerisce che non dovrebbe parlare. Certo, non lo si dice chiaramente ma lo si fa capire, e si creano mille piccoli e grandi ostacoli alla presentazione nella speranza che venga rinviata o cancellata.
Come di frequente accade, l’universo culturale che brama la messa all’indice di Vannacci è il medesimo che da qualche giorno ha investito la scrittrice Valentina Mira del sacro ruolo di vestale dell’antifascismo. La signora in questione ha pubblicato un paio di romanzi di discutibile valore letterario ma di indubbia utilità politica. L’ultimo, Dalla stessa parte mi troverai, è finalista al premio Strega ed è schizzato in cima alle classifiche non appena l’autrice è stata presentata come vittima della violenza della destra di governo. In realtà, la presunta violenza si esaurirebbe in alcune critiche che esponenti della maggioranza hanno rivolto al libro e al modo in cui affronta i fatti di Acca Larentia, uno dei luoghi della memoria della destra italiana. Sorridendo, si potrebbe dire che anche questo bestseller, come il libro di Vannacci, è stato creato dai conservatori al potere. Non risulta però che qualcuno abbia tentato di impedire le presentazioni del volume della Mira. E grazie al cielo: prendersela con uno scrittore o un saggista è gesto vigliacco, da regime. Le critiche ai testi sono cosa diversa: sacrosanto che qualcuno critichi Vannacci, legittimo pure che lo si derida. E allora perché la critica alla Mira viene descritta come violenza?
Vannacci ha idee discutibili, come tutti. Lui stesso le ha elencate perché fossero appunto discusse. Non ci sembra, in ogni caso, che egli giustifichi persecuzioni e discriminazioni verso questo o quel gruppo sociale. Cosa che invece la Mira fa, suggerendo che i fascisti di lasciarci la pelle ad Acca Larentia un po' se lo meritassero. «Mentre escono dalla sezione, due di loro vengono ammazzati. Gli sparano», scrive la Mira. «Sono anni in cui succede. Sono anni in cui loro sono i primi ad ammazzare. Carnefici; qualche volta, come ora, anche vittime. Del resto lo sai, se frequenti certi ambienti, che puoi morire. Che sei Romolo oppure Remo».
Può succedere, dopo tutto se la erano un po' cercata. E anche sulle commemorazioni dei morti la Mira ha da ridire. Cogliendo l’occasione per infilare la polemichetta d’attualità. Raccontando un evento commemorativo scrive: «La donna bionda a cui tiene l’ombrello si chiama Giorgia Meloni. Nel 2022 diventerà presidente del Consiglio. Nel 2008 è ministro della Gioventù. Le telecamere di qualche giornalista la riprendono mentre deposita una corona di fiori sulla croce celtica nera più grossa che Google Maps abbia mai immortalato». Tutto torna: fascisti erano e fascisti sono, non facciano le vittime e la piantino di piangere sui defunti.
Per carità: libera la ragazza di pensarlo. Ma liberi anche noi di farci una idea chiara. E cioè che anche la destra a volte travalica e sbaglia, ma a sinistra l’intolleranza per l’alterità politica è teorizzata, praticata e apprezzata. Allo stesso modo è endemica l’ipocrisia: mentre tifano mordacchia fanno i perseguitati. Mentre Vannacci ogni volta ha rogne per le presentazioni, Valentina Mira va in finale allo Strega e sta sulle prime pagine. Poco male, ci siamo perfino abituati. Però sia permesso dirlo una volta per tutte: su tanto altro magari no, ma sul tema della libertà di espressione la superiorità morale esiste, ed è di destra.
Ps. Non è ancora chiaro se Valentina Mira sia la stessa ragazza che anni fa firmava articoli vagamente destrorsi su una testata chiaramente destrorsa, anche se esistono vari indizi che portano a pensarlo. Se così fosse, il suo comportamento sarebbe emblematico. Lecito e sano cambiare idea, figurarsi, specie in giovane età. Rimane suggestivo che, per farsi accettare a sinistra, sia necessario esibire così tanta acredine.
Quello che al momento si può dire, parafrasando il celebre titolo di un articolo di Tommaso Besozzi sulla morte di Salvatore Giuliano, è che di sicuro c’è solo che il nome è lo stesso: Valentina Mira. Le due Valentina Mira di cui stiamo per parlare, però, potrebbero non avere esclusivamente il nome in comune, ma essere proprio la medesima persona. Innanzitutto: chi è Valentina Mira? O perlomeno quella Valentina Mira che da alcuni giorni è al centro delle cronache culturali e politiche dopo essere stata inserita nella dozzina di finalisti del Premio Strega con il suo secondo romanzo dal titolo degregoriano Dalla stessa parte mi troverai? È una giornalista e scrittrice romana nata nel 1991 che, nella biografia recuperabile sul sito della casa editrice del suo romanzo, la Sem, dichiara collaborazioni «con vari quotidiani e siti di informazione, tra cui il manifesto e il Corriere della Sera» e afferma di scrivere per la radiotelevisione svizzera. Acquisita visibilità grazie alla presenza tra i dodici finalisti dello Strega, il libro di Valentina Mira è stato di recente criticato da alcuni esponenti del governo in carica, in particolare Federico Mollicone e Tommaso Foti. Critiche che, secondo le opposizioni e la grande parte del mondo intellettuale, sarebbero strumentali: evidenzierebbero cioè, avendo carattere politico e non letterario, la volontà del governo Meloni di condizionare la libera espressione e di contribuire in forme aggressive al progetto di egemonia culturale della destra di cui più volte ha parlato la premier Meloni. L’accusa mossa a Valentina Mira è di avere trattato senza rispetto né compassione la strage di Acca Larenzia, l’uccisione a Roma, il 7 gennaio del 1978, di due giovani militanti missini da parte di estremisti di sinistra tuttora ignoti. Un episodio assolutamente centrale in Dalla stessa parte mi troverai (era infatti richiamato con grande evidenza nella prima fascetta di lancio del libro), dato che il romanzo ricostruisce la vicenda di Mario Scrocca, ex membro di Lotta Continua impiccatosi a Regina Coeli nel 1987 dopo essere stato condotto in carcere poiché sospettato di aver preso parte all’attentato di nove anni prima.
Qui tuttavia non ci interessa entrare nel merito della polemica, bensì far notare come, oltre alla Valentina Mira di sinistra, antifascista e femminista (così si è definita l’altroieri, ospite di Lilli Gruber su La7), esista una Valentina Mira (se ne è accorto per primo, segnalandolo su X, il vicedirettore Francesco Borgonovo) che, alcuni anni fa, ha collaborato, firmando svariati pezzi, con il sito di ispirazione marcatamente conservatrice Gli Italiani. Pezzi nei quali, tra l’altro, si possono leggere riserve sulla celebrazione del 25 aprile, un elogio di Alain de Benoist e un ricordo dell’attivista missino Ugo Venturini. Ora, fatti salvi i capelli, che prima erano bruni e ora sono biondi, la Valentina Mira osservabile in foto sul sito de Gli Italiani somiglia in modo incredibile alla Valentina Mira narratrice progressista. Curioso. Col tempo si può cambiare anche totalmente idea, è ovvio, ma allora Valentina (che La Verità ha provato senza successo a contattare) farebbe bene a dirlo. Se non altro per fugare il sospetto che una così radicale e repentina conversione politica sia ancor più strumentale delle critiche a «Dalla stessa parte mi troverai». Strumentale, per capirci, nel senso di utile al decollo della propria carriera letteraria.
Ecco #DimmiLaVerità dell'11 gennaio 2024. Ospite il capogruppo al Senato di Forza Italia Maurizio Gasparri. L'argomento del giorno è: "Acca Larentia".
A Dimmi La Verità il capogruppo al Senato di Forza Italia Maurizio Gasparri: "Acca Larentia? Sbagliato il gesto, ma sarebbe anche ora di cercare i colpevoli di quegli infami omicidi. Vi racconto la storia della mitraglietta utilizzata dagli assassini"

