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2021-11-30
Le mascherine all’aperto feticcio di tutti i sindaci. Ma sono totalmente inutili
Giuseppe Sala (Pier Marco Tacca/Getty Images)
«La mascherina all’aperto ha la stessa probabilità di prevenire il Covid quanto quella di mettersi delle orecchie da coniglio al supermercato tra le 16 e le 17»: parola di Piero Stanig, professore dell’Università Bocconi che ha così commentato l’iniziativa di alcuni comuni italiani di ripristinare le mascherine all’aperto. Iniziativa sollecitata dal ministro della Salute Roberto Speranza, che la ha definita una «misura fondamentale di cautela contro il virus», incoraggiandone l’adozione nelle città italiane. E ripresa con straordinario zelo dai sindaci di tutto l’arco costituzionale, a cominciare da quello di Bari, e presidente dell’Anci, Antonio Decaro (Pd), che ha chiesto al governo, a nome dei suoi colleghi, di valutare l’opportunità di renderla obbligatoria in tutta Italia dal 6 dicembre al 15 gennaio. Alcuni suoi colleghi si sono portati avanti, emettendo già venerdì le ordinanze: compatto il Pd con Beppe Sala a Milano, Giorgio Gori a Bergamo, Mattia Lepore a Bologna, Emilio Del Bono a Brescia, Matteo Ricci a Pesaro, Gianluca Galimberti a Cremona e gli indipendenti Sergio Giordani (Padova), Fulvio Centoz (Aosta), Stefania Bonaldi (Crema), Valerio Zoggia (Jesolo), Giorgio Del Ghingaro (Viareggio) ed Esterino Montino, eminenza grigia del Pd, a Fiumicino. Al fascino della superstizione cede anche il centrodestra: sì, dal 4 dicembre, alle mascherine all’aperto a Verona, guidata da Federico Sboarina di Fratelli d’Italia. Approvate anche a Treviso dal leghista Mario Conte, a Vicenza da Francesco Rucco, a Monza dal sindaco di Forza Italia Dario Allevi, a Como dall’indipendente Mario Landriscina, e in tutto il Friuli Venezia-Giulia, governato da Massimiliano Fedriga della Lega. Domani si decide per Cagliari, guidata da Paolo Truzzu di Fratelli d’Italia. Anche Roma e il resto del Lazio sono pronti a tornare all’obbligo all’aperto, e nella stessa direzione si sta muovendo il sindaco di Firenze Dario Nardella. Il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha addirittura fatto appello alle forze di polizia (sic) «al fine di garantire ovunque il rispetto delle regole di sicurezza per la salute pubblica».
Ma la mascherina all’aperto è davvero un principio di «salute pubblica» come sostengono le istituzioni, a cominciare da Roberto Speranza? «Se un ministro della Salute avesse fatto davvero queste dichiarazioni sarebbe una cosa molto triste», ha scritto sulla sua pagina Facebook il direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta Guido Silvestri, «perché dimostrerebbe che siamo ancora nella fase in cui si ricorre al “pensiero magico” e ai riti propoziatori per combattere la pandemia». Per il virologo Silvestri, che ha lavorato nel laboratorio di Anthony Fauci e da sempre spinge per green pass e vaccinazioni di massa, «sarebbe ancor più triste se i miei colleghi ad ampia visibilità mediatica dessero il loro endorsement a queste affermazioni ascientifiche solo perché si deve fare “qualcosa” contro il panico mediatico da quarta ondata (o, peggio ancora, perché un ministro bisogna tenerselo buono)».
L’uso delle mascherine è stato studiato in lungo e in largo, ed esistono diversi studi internazionali che ne mettono in dubbio l’efficacia già al chiuso. Ma non se ne può parlare: l’anno scorso, Facebook ha bollato un articolo degli autorevoli scienziati Carl Heneghan e Tom Jefferson del Center for Ebm di Oxford, come «fake news», e il caso è finito davanti al Parlamento inglese. In Francia, per mesi si è discusso sull’uso della mascherina durante il parto, chiamando in causa la teoria dell’imprinting tra mamma e neonato, impossibile da stabilire con una mascherina sul volto. Sull’uso all’esterno, la totale ascientificità è ancora più netta: non esiste infatti alcuno studio che certifichi una benché minima utilità del provvedimento. Uno studio randomizzato danese ha confermato che le mascherine chirurgiche fuori casa non hanno ridotto il tasso di infezione da Sars Cov-2.
La mascherina all’aperto, insomma, semplicemente non serve. Per questo motivo diversi scienziati ne hanno contestato l’imposizione particolarmente ai bambini e agli studenti a scuola, dove talvolta continua ad essere richiesta anche durante l’ora di ginnastica. «Ma non vi rendete conto che dopo che hanno avuto il coraggio di rendere obbligatoria la mascherina quando si è in due non conviventi in moto, con tanto di casco, ormai qualsiasi assurdità potrà essere resa obbligatoria?», dice Emilio Mordini, psicoanalista e coordinatore scientifico di numerosi progetti di ricerca su vaccinazioni ed epidemie presso la Commissione europea. In mezzo a tanta ascientificità, non c’è da stupirsi se si toccano estremi opposti, come quello del governatore del Texas che le ha vietate.
Se un cittadino si sente più protetto nell’indossare la mascherina visitando un mercatino di Natale, deve essere libero di farlo. Secondo Silvestri, «va benissimo usarle se non è possibile distanziarsi». Ma multare una persona «perché va a fare una passeggiata per conto suo al mare o al parco senza mascherina sarebbe una vessazione stupida, oltre che un insulto alla scienza».
Più che Capodanno sarà Caporetto. Hotel semivuoti, vacanze in bilico
Più del cittì conta il Covid. Visto dalle Marche, di cui è testimonial Roberto Mancini allenatore del Nazionale, più che Capodanno s’annuncia Caporetto. Le prenotazioni – ha rilevato il Corriere Adriatico – sono crollate dell’80%; Agnese Finoia, gestisce Piceno 2.0, ha reso noto che in due giorni «interi gruppi di italiani hanno disdetto» per la paura dei contagi, per le troppe difficoltà create dal super green pass. L’operazione «salviamo il Natale» con cui si giustificano restrizioni e allarmi per ora è un mezzo fallimento. A Roma c’è un crollo delle prenotazioni del 20% «ma va sempre peggio», avverte Tommaso Tanzilli direttore di Federalberghi nella Capitale «e con i prezzi in caduta, molte imprese lavorano sottocosto, prevedo che a inizio anno ci saranno migliaia di licenziamenti». Su 1200 hotel a Roma 350 non hanno riaperto da due anni e ce ne sono almeno altrettanti in vendita. Una ricerca di Confturismo-Confcommercio-Swg che si è svolta tra il 15 e il 19 novembre ha rilevato che a fronte di una stima iniziale di 25 milioni di italiani pronti a fare vacanze nel periodo natalizio già 2,5 hanno disdetto, altri 8,5 milioni sono pronti a farlo o a ridurre itinerario e periodo, altri 12 restano intenzionati a partire, ma più della metà per andare dai parenti il che significa una spesa ridottissima. Tra enfatizzazione dei contagi, restrizioni, città vietate senza mascherine si rischia di mandare in fumo circa 5 miliardi di euro. Che la situazione sia critica lo si evince da due dati: a fine anno scade la cassa integrazione per gli alberghi e ci sono alle viste decine di migliaia di licenziamenti col settore che chiede nuovi interventi al governo mentre tutto il comparto è travolto dalle scadenze fiscali; manca almeno l’80% del turismo straniero. Alberto Corti, responsabile turismo di Confcommercio, sostiene che non arriveranno i nostri clienti abituali: tedeschi, austriaci e svizzeri. Il bilancio di fine anno si chiuderà con cento milioni di presenze in meno negli alberghi che peraltro ora devono fronteggiare costi crescenti e l’azzeramento del turismo intercontinentale. Di chi è la colpa? Gli operatori dell’Alto Adige dove ci sono almeno dieci località sciistiche in zona rossa, il che fa prevedere che le vacanze sulla neve partiranno col piede sbagliato, puntano il dito contro i no vax. Però Valeria Ghezzi – che preside l’associazione degli impianti a fune – teme un stagione in slalom tra i paletti anti Covid. «Certo è», nota la Ghezzi «che un altro inverno senza turisti sarebbe la fine». Il super green pass e il molto insistere sui contagi sta determinando un nuovo crack per i ristoratori. Paolo Bianchini del Mio sostiene che hanno oggi una pioggia di disdette per i pranzi aziendali di auguri e temono che il periodo Natale-Capodanno, il più redditizio, sia un mezzo flop a causa delle restrizioni. Domani a Roma diverse categorie di operatori hanno deciso sit-in di protesta. I più arrabbiati sono gli agenti di viaggio aderenti all’Astoi. Ce l’hanno col ministro della Salute Roberto Speranza per l’invito agli italiani a fare vacanze domestiche. In una nota l’Astoi rileva di aver perso 11 miliardi di fatturato: «Porteremo i libri contabili al ministro Giancarlo Giorgetti, sarà il governo a farsi carico del fallimento di 13.000 aziende e di 80.000 disoccupati». Per il ministro del Turismo Massimo Garavaglia però «il settore è in ripresa, ma mancano dai 200 ai 300.000 addetti specializzati». Per la verità pare che manchino milioni di turisti. Forse anche sul rimbalzo del Pil bisognerà rifare i conti. Gli operatori avvisano con Luca Patanè presidente di Confturismo: «Prevale l’incertezza, servono indicazioni chiare e immediate». Perché l’allarmismo ammazza il turismo; chissà se ne vale la pena per «vendere» qualche vaccino in più?
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Ordinanze da destra e sinistra per ripristinare l’obbligo dopo l’appello di Roberto Speranza. Gli esperti: non servono a nulla. Ma Nicola Zingaretti chiede alle forze di polizia più controlli.Più che Capodanno sarà Caporetto. Hotel semivuoti, vacanze in bilico. Raffica di disdette, a rischio la partenza di 12 milioni di italiani. Turismo in ginocchio.Lo speciale comprende due articoli. «La mascherina all’aperto ha la stessa probabilità di prevenire il Covid quanto quella di mettersi delle orecchie da coniglio al supermercato tra le 16 e le 17»: parola di Piero Stanig, professore dell’Università Bocconi che ha così commentato l’iniziativa di alcuni comuni italiani di ripristinare le mascherine all’aperto. Iniziativa sollecitata dal ministro della Salute Roberto Speranza, che la ha definita una «misura fondamentale di cautela contro il virus», incoraggiandone l’adozione nelle città italiane. E ripresa con straordinario zelo dai sindaci di tutto l’arco costituzionale, a cominciare da quello di Bari, e presidente dell’Anci, Antonio Decaro (Pd), che ha chiesto al governo, a nome dei suoi colleghi, di valutare l’opportunità di renderla obbligatoria in tutta Italia dal 6 dicembre al 15 gennaio. Alcuni suoi colleghi si sono portati avanti, emettendo già venerdì le ordinanze: compatto il Pd con Beppe Sala a Milano, Giorgio Gori a Bergamo, Mattia Lepore a Bologna, Emilio Del Bono a Brescia, Matteo Ricci a Pesaro, Gianluca Galimberti a Cremona e gli indipendenti Sergio Giordani (Padova), Fulvio Centoz (Aosta), Stefania Bonaldi (Crema), Valerio Zoggia (Jesolo), Giorgio Del Ghingaro (Viareggio) ed Esterino Montino, eminenza grigia del Pd, a Fiumicino. Al fascino della superstizione cede anche il centrodestra: sì, dal 4 dicembre, alle mascherine all’aperto a Verona, guidata da Federico Sboarina di Fratelli d’Italia. Approvate anche a Treviso dal leghista Mario Conte, a Vicenza da Francesco Rucco, a Monza dal sindaco di Forza Italia Dario Allevi, a Como dall’indipendente Mario Landriscina, e in tutto il Friuli Venezia-Giulia, governato da Massimiliano Fedriga della Lega. Domani si decide per Cagliari, guidata da Paolo Truzzu di Fratelli d’Italia. Anche Roma e il resto del Lazio sono pronti a tornare all’obbligo all’aperto, e nella stessa direzione si sta muovendo il sindaco di Firenze Dario Nardella. Il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha addirittura fatto appello alle forze di polizia (sic) «al fine di garantire ovunque il rispetto delle regole di sicurezza per la salute pubblica».Ma la mascherina all’aperto è davvero un principio di «salute pubblica» come sostengono le istituzioni, a cominciare da Roberto Speranza? «Se un ministro della Salute avesse fatto davvero queste dichiarazioni sarebbe una cosa molto triste», ha scritto sulla sua pagina Facebook il direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta Guido Silvestri, «perché dimostrerebbe che siamo ancora nella fase in cui si ricorre al “pensiero magico” e ai riti propoziatori per combattere la pandemia». Per il virologo Silvestri, che ha lavorato nel laboratorio di Anthony Fauci e da sempre spinge per green pass e vaccinazioni di massa, «sarebbe ancor più triste se i miei colleghi ad ampia visibilità mediatica dessero il loro endorsement a queste affermazioni ascientifiche solo perché si deve fare “qualcosa” contro il panico mediatico da quarta ondata (o, peggio ancora, perché un ministro bisogna tenerselo buono)».L’uso delle mascherine è stato studiato in lungo e in largo, ed esistono diversi studi internazionali che ne mettono in dubbio l’efficacia già al chiuso. Ma non se ne può parlare: l’anno scorso, Facebook ha bollato un articolo degli autorevoli scienziati Carl Heneghan e Tom Jefferson del Center for Ebm di Oxford, come «fake news», e il caso è finito davanti al Parlamento inglese. In Francia, per mesi si è discusso sull’uso della mascherina durante il parto, chiamando in causa la teoria dell’imprinting tra mamma e neonato, impossibile da stabilire con una mascherina sul volto. Sull’uso all’esterno, la totale ascientificità è ancora più netta: non esiste infatti alcuno studio che certifichi una benché minima utilità del provvedimento. Uno studio randomizzato danese ha confermato che le mascherine chirurgiche fuori casa non hanno ridotto il tasso di infezione da Sars Cov-2.La mascherina all’aperto, insomma, semplicemente non serve. Per questo motivo diversi scienziati ne hanno contestato l’imposizione particolarmente ai bambini e agli studenti a scuola, dove talvolta continua ad essere richiesta anche durante l’ora di ginnastica. «Ma non vi rendete conto che dopo che hanno avuto il coraggio di rendere obbligatoria la mascherina quando si è in due non conviventi in moto, con tanto di casco, ormai qualsiasi assurdità potrà essere resa obbligatoria?», dice Emilio Mordini, psicoanalista e coordinatore scientifico di numerosi progetti di ricerca su vaccinazioni ed epidemie presso la Commissione europea. In mezzo a tanta ascientificità, non c’è da stupirsi se si toccano estremi opposti, come quello del governatore del Texas che le ha vietate.Se un cittadino si sente più protetto nell’indossare la mascherina visitando un mercatino di Natale, deve essere libero di farlo. Secondo Silvestri, «va benissimo usarle se non è possibile distanziarsi». Ma multare una persona «perché va a fare una passeggiata per conto suo al mare o al parco senza mascherina sarebbe una vessazione stupida, oltre che un insulto alla scienza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-mascherine-allaperto-feticcio-di-tutti-i-sindaci-ma-sono-totalmente-inutili-2655882498.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-che-capodanno-sara-caporetto-hotel-semivuoti-vacanze-in-bilico" data-post-id="2655882498" data-published-at="1638216887" data-use-pagination="False"> Più che Capodanno sarà Caporetto. Hotel semivuoti, vacanze in bilico Più del cittì conta il Covid. Visto dalle Marche, di cui è testimonial Roberto Mancini allenatore del Nazionale, più che Capodanno s’annuncia Caporetto. Le prenotazioni – ha rilevato il Corriere Adriatico – sono crollate dell’80%; Agnese Finoia, gestisce Piceno 2.0, ha reso noto che in due giorni «interi gruppi di italiani hanno disdetto» per la paura dei contagi, per le troppe difficoltà create dal super green pass. L’operazione «salviamo il Natale» con cui si giustificano restrizioni e allarmi per ora è un mezzo fallimento. A Roma c’è un crollo delle prenotazioni del 20% «ma va sempre peggio», avverte Tommaso Tanzilli direttore di Federalberghi nella Capitale «e con i prezzi in caduta, molte imprese lavorano sottocosto, prevedo che a inizio anno ci saranno migliaia di licenziamenti». Su 1200 hotel a Roma 350 non hanno riaperto da due anni e ce ne sono almeno altrettanti in vendita. Una ricerca di Confturismo-Confcommercio-Swg che si è svolta tra il 15 e il 19 novembre ha rilevato che a fronte di una stima iniziale di 25 milioni di italiani pronti a fare vacanze nel periodo natalizio già 2,5 hanno disdetto, altri 8,5 milioni sono pronti a farlo o a ridurre itinerario e periodo, altri 12 restano intenzionati a partire, ma più della metà per andare dai parenti il che significa una spesa ridottissima. Tra enfatizzazione dei contagi, restrizioni, città vietate senza mascherine si rischia di mandare in fumo circa 5 miliardi di euro. Che la situazione sia critica lo si evince da due dati: a fine anno scade la cassa integrazione per gli alberghi e ci sono alle viste decine di migliaia di licenziamenti col settore che chiede nuovi interventi al governo mentre tutto il comparto è travolto dalle scadenze fiscali; manca almeno l’80% del turismo straniero. Alberto Corti, responsabile turismo di Confcommercio, sostiene che non arriveranno i nostri clienti abituali: tedeschi, austriaci e svizzeri. Il bilancio di fine anno si chiuderà con cento milioni di presenze in meno negli alberghi che peraltro ora devono fronteggiare costi crescenti e l’azzeramento del turismo intercontinentale. Di chi è la colpa? Gli operatori dell’Alto Adige dove ci sono almeno dieci località sciistiche in zona rossa, il che fa prevedere che le vacanze sulla neve partiranno col piede sbagliato, puntano il dito contro i no vax. Però Valeria Ghezzi – che preside l’associazione degli impianti a fune – teme un stagione in slalom tra i paletti anti Covid. «Certo è», nota la Ghezzi «che un altro inverno senza turisti sarebbe la fine». Il super green pass e il molto insistere sui contagi sta determinando un nuovo crack per i ristoratori. Paolo Bianchini del Mio sostiene che hanno oggi una pioggia di disdette per i pranzi aziendali di auguri e temono che il periodo Natale-Capodanno, il più redditizio, sia un mezzo flop a causa delle restrizioni. Domani a Roma diverse categorie di operatori hanno deciso sit-in di protesta. I più arrabbiati sono gli agenti di viaggio aderenti all’Astoi. Ce l’hanno col ministro della Salute Roberto Speranza per l’invito agli italiani a fare vacanze domestiche. In una nota l’Astoi rileva di aver perso 11 miliardi di fatturato: «Porteremo i libri contabili al ministro Giancarlo Giorgetti, sarà il governo a farsi carico del fallimento di 13.000 aziende e di 80.000 disoccupati». Per il ministro del Turismo Massimo Garavaglia però «il settore è in ripresa, ma mancano dai 200 ai 300.000 addetti specializzati». Per la verità pare che manchino milioni di turisti. Forse anche sul rimbalzo del Pil bisognerà rifare i conti. Gli operatori avvisano con Luca Patanè presidente di Confturismo: «Prevale l’incertezza, servono indicazioni chiare e immediate». Perché l’allarmismo ammazza il turismo; chissà se ne vale la pena per «vendere» qualche vaccino in più?
Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.