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2021-11-30
Le mascherine all’aperto feticcio di tutti i sindaci. Ma sono totalmente inutili
Giuseppe Sala (Pier Marco Tacca/Getty Images)
«La mascherina all’aperto ha la stessa probabilità di prevenire il Covid quanto quella di mettersi delle orecchie da coniglio al supermercato tra le 16 e le 17»: parola di Piero Stanig, professore dell’Università Bocconi che ha così commentato l’iniziativa di alcuni comuni italiani di ripristinare le mascherine all’aperto. Iniziativa sollecitata dal ministro della Salute Roberto Speranza, che la ha definita una «misura fondamentale di cautela contro il virus», incoraggiandone l’adozione nelle città italiane. E ripresa con straordinario zelo dai sindaci di tutto l’arco costituzionale, a cominciare da quello di Bari, e presidente dell’Anci, Antonio Decaro (Pd), che ha chiesto al governo, a nome dei suoi colleghi, di valutare l’opportunità di renderla obbligatoria in tutta Italia dal 6 dicembre al 15 gennaio. Alcuni suoi colleghi si sono portati avanti, emettendo già venerdì le ordinanze: compatto il Pd con Beppe Sala a Milano, Giorgio Gori a Bergamo, Mattia Lepore a Bologna, Emilio Del Bono a Brescia, Matteo Ricci a Pesaro, Gianluca Galimberti a Cremona e gli indipendenti Sergio Giordani (Padova), Fulvio Centoz (Aosta), Stefania Bonaldi (Crema), Valerio Zoggia (Jesolo), Giorgio Del Ghingaro (Viareggio) ed Esterino Montino, eminenza grigia del Pd, a Fiumicino. Al fascino della superstizione cede anche il centrodestra: sì, dal 4 dicembre, alle mascherine all’aperto a Verona, guidata da Federico Sboarina di Fratelli d’Italia. Approvate anche a Treviso dal leghista Mario Conte, a Vicenza da Francesco Rucco, a Monza dal sindaco di Forza Italia Dario Allevi, a Como dall’indipendente Mario Landriscina, e in tutto il Friuli Venezia-Giulia, governato da Massimiliano Fedriga della Lega. Domani si decide per Cagliari, guidata da Paolo Truzzu di Fratelli d’Italia. Anche Roma e il resto del Lazio sono pronti a tornare all’obbligo all’aperto, e nella stessa direzione si sta muovendo il sindaco di Firenze Dario Nardella. Il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha addirittura fatto appello alle forze di polizia (sic) «al fine di garantire ovunque il rispetto delle regole di sicurezza per la salute pubblica».
Ma la mascherina all’aperto è davvero un principio di «salute pubblica» come sostengono le istituzioni, a cominciare da Roberto Speranza? «Se un ministro della Salute avesse fatto davvero queste dichiarazioni sarebbe una cosa molto triste», ha scritto sulla sua pagina Facebook il direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta Guido Silvestri, «perché dimostrerebbe che siamo ancora nella fase in cui si ricorre al “pensiero magico” e ai riti propoziatori per combattere la pandemia». Per il virologo Silvestri, che ha lavorato nel laboratorio di Anthony Fauci e da sempre spinge per green pass e vaccinazioni di massa, «sarebbe ancor più triste se i miei colleghi ad ampia visibilità mediatica dessero il loro endorsement a queste affermazioni ascientifiche solo perché si deve fare “qualcosa” contro il panico mediatico da quarta ondata (o, peggio ancora, perché un ministro bisogna tenerselo buono)».
L’uso delle mascherine è stato studiato in lungo e in largo, ed esistono diversi studi internazionali che ne mettono in dubbio l’efficacia già al chiuso. Ma non se ne può parlare: l’anno scorso, Facebook ha bollato un articolo degli autorevoli scienziati Carl Heneghan e Tom Jefferson del Center for Ebm di Oxford, come «fake news», e il caso è finito davanti al Parlamento inglese. In Francia, per mesi si è discusso sull’uso della mascherina durante il parto, chiamando in causa la teoria dell’imprinting tra mamma e neonato, impossibile da stabilire con una mascherina sul volto. Sull’uso all’esterno, la totale ascientificità è ancora più netta: non esiste infatti alcuno studio che certifichi una benché minima utilità del provvedimento. Uno studio randomizzato danese ha confermato che le mascherine chirurgiche fuori casa non hanno ridotto il tasso di infezione da Sars Cov-2.
La mascherina all’aperto, insomma, semplicemente non serve. Per questo motivo diversi scienziati ne hanno contestato l’imposizione particolarmente ai bambini e agli studenti a scuola, dove talvolta continua ad essere richiesta anche durante l’ora di ginnastica. «Ma non vi rendete conto che dopo che hanno avuto il coraggio di rendere obbligatoria la mascherina quando si è in due non conviventi in moto, con tanto di casco, ormai qualsiasi assurdità potrà essere resa obbligatoria?», dice Emilio Mordini, psicoanalista e coordinatore scientifico di numerosi progetti di ricerca su vaccinazioni ed epidemie presso la Commissione europea. In mezzo a tanta ascientificità, non c’è da stupirsi se si toccano estremi opposti, come quello del governatore del Texas che le ha vietate.
Se un cittadino si sente più protetto nell’indossare la mascherina visitando un mercatino di Natale, deve essere libero di farlo. Secondo Silvestri, «va benissimo usarle se non è possibile distanziarsi». Ma multare una persona «perché va a fare una passeggiata per conto suo al mare o al parco senza mascherina sarebbe una vessazione stupida, oltre che un insulto alla scienza».
Più che Capodanno sarà Caporetto. Hotel semivuoti, vacanze in bilico
Più del cittì conta il Covid. Visto dalle Marche, di cui è testimonial Roberto Mancini allenatore del Nazionale, più che Capodanno s’annuncia Caporetto. Le prenotazioni – ha rilevato il Corriere Adriatico – sono crollate dell’80%; Agnese Finoia, gestisce Piceno 2.0, ha reso noto che in due giorni «interi gruppi di italiani hanno disdetto» per la paura dei contagi, per le troppe difficoltà create dal super green pass. L’operazione «salviamo il Natale» con cui si giustificano restrizioni e allarmi per ora è un mezzo fallimento. A Roma c’è un crollo delle prenotazioni del 20% «ma va sempre peggio», avverte Tommaso Tanzilli direttore di Federalberghi nella Capitale «e con i prezzi in caduta, molte imprese lavorano sottocosto, prevedo che a inizio anno ci saranno migliaia di licenziamenti». Su 1200 hotel a Roma 350 non hanno riaperto da due anni e ce ne sono almeno altrettanti in vendita. Una ricerca di Confturismo-Confcommercio-Swg che si è svolta tra il 15 e il 19 novembre ha rilevato che a fronte di una stima iniziale di 25 milioni di italiani pronti a fare vacanze nel periodo natalizio già 2,5 hanno disdetto, altri 8,5 milioni sono pronti a farlo o a ridurre itinerario e periodo, altri 12 restano intenzionati a partire, ma più della metà per andare dai parenti il che significa una spesa ridottissima. Tra enfatizzazione dei contagi, restrizioni, città vietate senza mascherine si rischia di mandare in fumo circa 5 miliardi di euro. Che la situazione sia critica lo si evince da due dati: a fine anno scade la cassa integrazione per gli alberghi e ci sono alle viste decine di migliaia di licenziamenti col settore che chiede nuovi interventi al governo mentre tutto il comparto è travolto dalle scadenze fiscali; manca almeno l’80% del turismo straniero. Alberto Corti, responsabile turismo di Confcommercio, sostiene che non arriveranno i nostri clienti abituali: tedeschi, austriaci e svizzeri. Il bilancio di fine anno si chiuderà con cento milioni di presenze in meno negli alberghi che peraltro ora devono fronteggiare costi crescenti e l’azzeramento del turismo intercontinentale. Di chi è la colpa? Gli operatori dell’Alto Adige dove ci sono almeno dieci località sciistiche in zona rossa, il che fa prevedere che le vacanze sulla neve partiranno col piede sbagliato, puntano il dito contro i no vax. Però Valeria Ghezzi – che preside l’associazione degli impianti a fune – teme un stagione in slalom tra i paletti anti Covid. «Certo è», nota la Ghezzi «che un altro inverno senza turisti sarebbe la fine». Il super green pass e il molto insistere sui contagi sta determinando un nuovo crack per i ristoratori. Paolo Bianchini del Mio sostiene che hanno oggi una pioggia di disdette per i pranzi aziendali di auguri e temono che il periodo Natale-Capodanno, il più redditizio, sia un mezzo flop a causa delle restrizioni. Domani a Roma diverse categorie di operatori hanno deciso sit-in di protesta. I più arrabbiati sono gli agenti di viaggio aderenti all’Astoi. Ce l’hanno col ministro della Salute Roberto Speranza per l’invito agli italiani a fare vacanze domestiche. In una nota l’Astoi rileva di aver perso 11 miliardi di fatturato: «Porteremo i libri contabili al ministro Giancarlo Giorgetti, sarà il governo a farsi carico del fallimento di 13.000 aziende e di 80.000 disoccupati». Per il ministro del Turismo Massimo Garavaglia però «il settore è in ripresa, ma mancano dai 200 ai 300.000 addetti specializzati». Per la verità pare che manchino milioni di turisti. Forse anche sul rimbalzo del Pil bisognerà rifare i conti. Gli operatori avvisano con Luca Patanè presidente di Confturismo: «Prevale l’incertezza, servono indicazioni chiare e immediate». Perché l’allarmismo ammazza il turismo; chissà se ne vale la pena per «vendere» qualche vaccino in più?
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Ordinanze da destra e sinistra per ripristinare l’obbligo dopo l’appello di Roberto Speranza. Gli esperti: non servono a nulla. Ma Nicola Zingaretti chiede alle forze di polizia più controlli.Più che Capodanno sarà Caporetto. Hotel semivuoti, vacanze in bilico. Raffica di disdette, a rischio la partenza di 12 milioni di italiani. Turismo in ginocchio.Lo speciale comprende due articoli. «La mascherina all’aperto ha la stessa probabilità di prevenire il Covid quanto quella di mettersi delle orecchie da coniglio al supermercato tra le 16 e le 17»: parola di Piero Stanig, professore dell’Università Bocconi che ha così commentato l’iniziativa di alcuni comuni italiani di ripristinare le mascherine all’aperto. Iniziativa sollecitata dal ministro della Salute Roberto Speranza, che la ha definita una «misura fondamentale di cautela contro il virus», incoraggiandone l’adozione nelle città italiane. E ripresa con straordinario zelo dai sindaci di tutto l’arco costituzionale, a cominciare da quello di Bari, e presidente dell’Anci, Antonio Decaro (Pd), che ha chiesto al governo, a nome dei suoi colleghi, di valutare l’opportunità di renderla obbligatoria in tutta Italia dal 6 dicembre al 15 gennaio. Alcuni suoi colleghi si sono portati avanti, emettendo già venerdì le ordinanze: compatto il Pd con Beppe Sala a Milano, Giorgio Gori a Bergamo, Mattia Lepore a Bologna, Emilio Del Bono a Brescia, Matteo Ricci a Pesaro, Gianluca Galimberti a Cremona e gli indipendenti Sergio Giordani (Padova), Fulvio Centoz (Aosta), Stefania Bonaldi (Crema), Valerio Zoggia (Jesolo), Giorgio Del Ghingaro (Viareggio) ed Esterino Montino, eminenza grigia del Pd, a Fiumicino. Al fascino della superstizione cede anche il centrodestra: sì, dal 4 dicembre, alle mascherine all’aperto a Verona, guidata da Federico Sboarina di Fratelli d’Italia. Approvate anche a Treviso dal leghista Mario Conte, a Vicenza da Francesco Rucco, a Monza dal sindaco di Forza Italia Dario Allevi, a Como dall’indipendente Mario Landriscina, e in tutto il Friuli Venezia-Giulia, governato da Massimiliano Fedriga della Lega. Domani si decide per Cagliari, guidata da Paolo Truzzu di Fratelli d’Italia. Anche Roma e il resto del Lazio sono pronti a tornare all’obbligo all’aperto, e nella stessa direzione si sta muovendo il sindaco di Firenze Dario Nardella. Il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha addirittura fatto appello alle forze di polizia (sic) «al fine di garantire ovunque il rispetto delle regole di sicurezza per la salute pubblica».Ma la mascherina all’aperto è davvero un principio di «salute pubblica» come sostengono le istituzioni, a cominciare da Roberto Speranza? «Se un ministro della Salute avesse fatto davvero queste dichiarazioni sarebbe una cosa molto triste», ha scritto sulla sua pagina Facebook il direttore del dipartimento di Patologia alla Emory University di Atlanta Guido Silvestri, «perché dimostrerebbe che siamo ancora nella fase in cui si ricorre al “pensiero magico” e ai riti propoziatori per combattere la pandemia». Per il virologo Silvestri, che ha lavorato nel laboratorio di Anthony Fauci e da sempre spinge per green pass e vaccinazioni di massa, «sarebbe ancor più triste se i miei colleghi ad ampia visibilità mediatica dessero il loro endorsement a queste affermazioni ascientifiche solo perché si deve fare “qualcosa” contro il panico mediatico da quarta ondata (o, peggio ancora, perché un ministro bisogna tenerselo buono)».L’uso delle mascherine è stato studiato in lungo e in largo, ed esistono diversi studi internazionali che ne mettono in dubbio l’efficacia già al chiuso. Ma non se ne può parlare: l’anno scorso, Facebook ha bollato un articolo degli autorevoli scienziati Carl Heneghan e Tom Jefferson del Center for Ebm di Oxford, come «fake news», e il caso è finito davanti al Parlamento inglese. In Francia, per mesi si è discusso sull’uso della mascherina durante il parto, chiamando in causa la teoria dell’imprinting tra mamma e neonato, impossibile da stabilire con una mascherina sul volto. Sull’uso all’esterno, la totale ascientificità è ancora più netta: non esiste infatti alcuno studio che certifichi una benché minima utilità del provvedimento. Uno studio randomizzato danese ha confermato che le mascherine chirurgiche fuori casa non hanno ridotto il tasso di infezione da Sars Cov-2.La mascherina all’aperto, insomma, semplicemente non serve. Per questo motivo diversi scienziati ne hanno contestato l’imposizione particolarmente ai bambini e agli studenti a scuola, dove talvolta continua ad essere richiesta anche durante l’ora di ginnastica. «Ma non vi rendete conto che dopo che hanno avuto il coraggio di rendere obbligatoria la mascherina quando si è in due non conviventi in moto, con tanto di casco, ormai qualsiasi assurdità potrà essere resa obbligatoria?», dice Emilio Mordini, psicoanalista e coordinatore scientifico di numerosi progetti di ricerca su vaccinazioni ed epidemie presso la Commissione europea. In mezzo a tanta ascientificità, non c’è da stupirsi se si toccano estremi opposti, come quello del governatore del Texas che le ha vietate.Se un cittadino si sente più protetto nell’indossare la mascherina visitando un mercatino di Natale, deve essere libero di farlo. Secondo Silvestri, «va benissimo usarle se non è possibile distanziarsi». Ma multare una persona «perché va a fare una passeggiata per conto suo al mare o al parco senza mascherina sarebbe una vessazione stupida, oltre che un insulto alla scienza».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-mascherine-allaperto-feticcio-di-tutti-i-sindaci-ma-sono-totalmente-inutili-2655882498.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-che-capodanno-sara-caporetto-hotel-semivuoti-vacanze-in-bilico" data-post-id="2655882498" data-published-at="1638216887" data-use-pagination="False"> Più che Capodanno sarà Caporetto. Hotel semivuoti, vacanze in bilico Più del cittì conta il Covid. Visto dalle Marche, di cui è testimonial Roberto Mancini allenatore del Nazionale, più che Capodanno s’annuncia Caporetto. Le prenotazioni – ha rilevato il Corriere Adriatico – sono crollate dell’80%; Agnese Finoia, gestisce Piceno 2.0, ha reso noto che in due giorni «interi gruppi di italiani hanno disdetto» per la paura dei contagi, per le troppe difficoltà create dal super green pass. L’operazione «salviamo il Natale» con cui si giustificano restrizioni e allarmi per ora è un mezzo fallimento. A Roma c’è un crollo delle prenotazioni del 20% «ma va sempre peggio», avverte Tommaso Tanzilli direttore di Federalberghi nella Capitale «e con i prezzi in caduta, molte imprese lavorano sottocosto, prevedo che a inizio anno ci saranno migliaia di licenziamenti». Su 1200 hotel a Roma 350 non hanno riaperto da due anni e ce ne sono almeno altrettanti in vendita. Una ricerca di Confturismo-Confcommercio-Swg che si è svolta tra il 15 e il 19 novembre ha rilevato che a fronte di una stima iniziale di 25 milioni di italiani pronti a fare vacanze nel periodo natalizio già 2,5 hanno disdetto, altri 8,5 milioni sono pronti a farlo o a ridurre itinerario e periodo, altri 12 restano intenzionati a partire, ma più della metà per andare dai parenti il che significa una spesa ridottissima. Tra enfatizzazione dei contagi, restrizioni, città vietate senza mascherine si rischia di mandare in fumo circa 5 miliardi di euro. Che la situazione sia critica lo si evince da due dati: a fine anno scade la cassa integrazione per gli alberghi e ci sono alle viste decine di migliaia di licenziamenti col settore che chiede nuovi interventi al governo mentre tutto il comparto è travolto dalle scadenze fiscali; manca almeno l’80% del turismo straniero. Alberto Corti, responsabile turismo di Confcommercio, sostiene che non arriveranno i nostri clienti abituali: tedeschi, austriaci e svizzeri. Il bilancio di fine anno si chiuderà con cento milioni di presenze in meno negli alberghi che peraltro ora devono fronteggiare costi crescenti e l’azzeramento del turismo intercontinentale. Di chi è la colpa? Gli operatori dell’Alto Adige dove ci sono almeno dieci località sciistiche in zona rossa, il che fa prevedere che le vacanze sulla neve partiranno col piede sbagliato, puntano il dito contro i no vax. Però Valeria Ghezzi – che preside l’associazione degli impianti a fune – teme un stagione in slalom tra i paletti anti Covid. «Certo è», nota la Ghezzi «che un altro inverno senza turisti sarebbe la fine». Il super green pass e il molto insistere sui contagi sta determinando un nuovo crack per i ristoratori. Paolo Bianchini del Mio sostiene che hanno oggi una pioggia di disdette per i pranzi aziendali di auguri e temono che il periodo Natale-Capodanno, il più redditizio, sia un mezzo flop a causa delle restrizioni. Domani a Roma diverse categorie di operatori hanno deciso sit-in di protesta. I più arrabbiati sono gli agenti di viaggio aderenti all’Astoi. Ce l’hanno col ministro della Salute Roberto Speranza per l’invito agli italiani a fare vacanze domestiche. In una nota l’Astoi rileva di aver perso 11 miliardi di fatturato: «Porteremo i libri contabili al ministro Giancarlo Giorgetti, sarà il governo a farsi carico del fallimento di 13.000 aziende e di 80.000 disoccupati». Per il ministro del Turismo Massimo Garavaglia però «il settore è in ripresa, ma mancano dai 200 ai 300.000 addetti specializzati». Per la verità pare che manchino milioni di turisti. Forse anche sul rimbalzo del Pil bisognerà rifare i conti. Gli operatori avvisano con Luca Patanè presidente di Confturismo: «Prevale l’incertezza, servono indicazioni chiare e immediate». Perché l’allarmismo ammazza il turismo; chissà se ne vale la pena per «vendere» qualche vaccino in più?
La polizia scientifica sul luogo della sparatoria avvenuta lo scorso 26 gennaio a Milano Rogoredo (Ansa)
Secondo l’ipotesi del pm Giovanni Tarzia, che coordina l’inchiesta con il procuratore Marcello Viola, i quattro avrebbero aiutato il collega C.C. (accusato di omicidio volontario e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), a eludere le investigazioni della Squadra mobile. In particolare, avrebbero omesso di riferire la presenza sul luogo di persone diverse dagli operatori della polizia di Stato.
Alla polizia giudiziaria avrebbero inoltre fornito una ricostruzione non conforme al vero sulla successione dei movimenti, sulla posizione degli altri soggetti presenti e sui tempi dell’intervento. L’accusa ipotizza anche un ritardo nella richiesta dei soccorsi, mentre Mansouri era ancora agonizzante.
È su questo punto che la difesa degli agenti potrebbe farsi sentire: le dichiarazioni furono rese a ridosso dei fatti, da operatori ancora sotto choc per uno scontro armato avvenuto in pochi secondi. In un luogo come il boschetto di Rogoredo - caratterizzato da vegetazione fitta, dislivelli, zone d’ombra e visibilità intermittente - la percezione degli spazi, delle distanze e delle presenze può risultare alterata. La stessa Procura, del resto, non ha finora individuato testimoni terzi certi: l’eventuale presenza di altre persone è ipotizzata, ma non riscontrata. E non è un dettaglio secondario che l’attività di spaccio venga organizzata proprio lontano da telecamere, con punti di appoggio mobili e continuamente spostati.
L’agente che ha sparato, interrogato nell’immediatezza, aveva descritto una dinamica rapida e lineare: «La mia idea era rincorrerlo […] Io stavo partendo e il collega sarebbe partito dietro di me». Poi il cambio improvviso: «Lui aveva la mano in tasca, ha tirato fuori la pistola e me l’ha puntata». A quel punto la reazione: «Io, mentre stavo per fare lo scatto, ho estratto l’arma ed ho esploso un colpo […] per paura». Il collega che era con lui in quei secondi, sentito come teste, aveva fornito una versione analoga. È dal confronto tra queste dichiarazioni, i rilievi balistici, le analisi delle telecamere di contesto e i primi esiti dell’autopsia che la Procura dice di aver ricavato le incongruenze.
Sul piano tecnico, i primi esiti dell’autopsia sono stati letti dalla difesa come un elemento a sostegno della versione dell’agente. Secondo quanto riferito dall’avvocato Porciani, l’esame medico-legale ha confermato che la distanza dello sparo era superiore ai 25 metri, quindi persino maggiore dei circa 20 metri indicati dal poliziotto nell’immediatezza dei fatti. Il proiettile è entrato nella regione temporo-parietale destra con un andamento verso la parte posteriore del cranio, senza fuoriuscire: una traiettoria che, secondo il legale, risulta compatibile con uno sparo esploso mentre l’agente si trovava di fronte a Mansouri. Resta poi incerto anche il capitolo della pistola a salve trovata vicino al corpo: potrebbero essere necessari gli esami del Dna, i cui risultati sono attesi nei prossimi giorni.
Riccardo De Corato, deputato di Fratelli d’Italia ed ex vicesindaco di Milano, parla apertamente di «accanimento» e definisce «vergognoso» l’allargamento dell’inchiesta ad altri quattro poliziotti dopo un intervento avvenuto in una delle aree più pericolose della città. Una posizione che intercetta un malessere diffuso tra gli operatori in divisa, alimentato da un clima di crescente conflittualità attorno all’operato delle forze dell’ordine. Solo due giorni fa Ilaria Cucchi è tornata a intervenire pubblicamente sul caso del cittadino maliano ucciso a Verona - episodio poi archiviato - rilanciando critiche che, negli ambienti della polizia, vengono lette come una delegittimazione preventiva dell’azione sul campo.
Non è un meccanismo nuovo. Per i carabinieri coinvolti nell’inseguimento in cui morì Ramy Elgaml, nel novembre 2024, è servito oltre un anno per ricondurre l’imputazione da omicidio stradale a eccesso colposo nell’adempimento del dovere, riconoscendo che stavano svolgendo un attività di servizio. E mentre gli attivisti di Askatasuna restano a piede libero nonostante scontri e tensioni di piazza, sono i poliziotti che intervengono in servizio a finire subito sotto indagine, con un peso personale ed economico che dura ben oltre quei pochi secondi di intervento.
Nel frattempo il contesto resta invariato. Proprio ieri, a poca distanza dal luogo della sparatoria, due pusher sono stati arrestati in via Orwell, vicino alla stazione di Rogoredo: fuga, inseguimento, droga e coltelli sequestrati.
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Ansa
All’improvviso, il presidente di una Regione da sempre governata dai progressisti sostiene che la sinistra offre soluzioni che non funzionano, come il dialogo o la prevenzione. Boom. Mai s’era sentito un esponente autorevole smentire così nettamente la linea ufficiale del partito. De Pascale a dire il vero ha fatto anche di più: mentre molti rappresentanti del Pd, in cui lui stesso milita, criticano l’apertura di nuovi centri per il rimpatrio dei migranti, il governatore ha offerto di costruirne uno nella sua stessa regione. «Magari non lo farei a Bologna, per non inasprire le tensioni sociali, ma siccome cerco di lavorare per risolvere i problemi...», ha ribattuto a chi da sinistra lo ha criticato.
Qualcuno potrebbe pensare che l’ex sindaco di Ravenna, città nella quale la magistratura ha indagato una serie di medici accusati di firmare certificati per impedire che dei sanissimi migranti finissero nei Cpr, sia impazzito. Oppure che si sia convertito alle tesi di centrodestra in vista di un salto della barricata. In realtà, credo che De Pascale non sia solo sano di mente, ma, a differenza di alcuni suoi compagni scesi in piazza per sostenere i dottori accusati di false attestazioni sanitarie, abbia una percezione concreta di ciò che desiderano gli italiani. Altro che difesa a oltranza dei migranti (anche di quelli con decine di reati sulle spalle, come nel caso dell’algerino risarcito da un giudice per essere stato dirottato nel Cpr in Albania per un paio di giorni). E basta con l’idea che i Centri per il rimpatrio siano dei lager. Per affrontare il problema della sicurezza non basta la prevenzione, come insistono a dire Elly Schlein e compagni, i quali reclamano più poliziotti ma allo stesso tempo li vorrebbero con le mani legate. Serve anche la repressione, dice De Pascale. Il quale in questo modo non parla alla pancia del Paese, come credono alcuni suoi compagni di partito, ma alla pancia del Pd.
Lo spiega bene un sondaggio recentemente licenziato da Swg, società di certo non sospetta di simpatie verso il centrodestra. Le rilevazioni sul tema della sicurezza dicono che il 76 per cento degli italiani è favorevole all’espulsione degli immigrati condannati. Fin qui siamo all’ovvio dei popoli: difficile credere che esista chi voglia tener in casa dei pregiudicati stranieri. Ma la novità è che se l’87 per cento degli elettori di centrodestra si dichiara favorevole a una remigrazione dei delinquenti, anche il 76 per cento di chi vota centrosinistra la pensa allo stesso modo.
Interessanti sono pure altre risposte sul tema degli extracomunitari. Alla domanda se sia giusto un blocco navale per fermare gli sbarchi, il 49 per cento degli interpellati dice sì e solo il 38 si dichiara contrario. Ma separando destra e sinistra si scopre che è favorevole il 76 per cento degli elettori moderati, ma lo è pure il 24 per cento dei progressisti. Cioè un compagno su quattro vede di buon occhio una flotta che tuteli i nostri confini. Non è tutto. Swg ha sollecitato una risposta sul tema della stretta ai ricongiungimenti familiari dei migranti, argomento affrontato dal nuovo decreto Sicurezza. Beh, tenetevi forte: gli italiani sono quasi spaccati a metà, con un 45 per cento favorevole e un 42 contrario, ma se il sì al giro di vite per chi vota centrodestra arriva al 63 per cento, per gli elettori della sinistra siamo a un favorevole su tre. In pratica, il vento sta cambiando anche per i compagni e mi sa che il governatore dell’Emilia-Romagna ha annusato l’aria. Gli italiani sono stanchi di accoglienza, ma soprattutto di delinquenza.
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Ansa
Tra maggio 2024 e gennaio 2026 sarebbero 34 gli stranieri destinati al rimpatrio, perché ritenuti socialmente pericolosi o inottemperanti all’ordine di espulsione, che la polizia ha accompagnato all’ospedale di Ravenna per ottenere il nulla osta sanitario propedeutico all’ingresso in un Cpr. Per 14 di loro è arrivato il via libera sanitario. Altri dieci sono stati dichiarati non idonei al trattenimento. Dieci, invece, si sono opposti alla visita. Nonostante una direttiva del Viminale del 2022 preveda che prima dell’ingresso in un Cpr gli stranieri debbano sottoporsi a una valutazione clinica effettuata da un medico del Servizio sanitario nazionale.
È la regola. Senza quel nulla osta l’atto amministrativo si inceppa e non può essere eseguito. L’esecuzione dell’espulsione si arena. Di solito, però, scatta una denuncia per resistenza o per inottemperanza all’ordine di allontanamento. Reati che diventano ostativi (ma non sempre, perché poi tocca a un giudice la valutazione complessiva di ogni singolo caso) rispetto al rilascio di un permesso di soggiorno. Nel frattempo chi si oppone alla visita medica resta libero di circolare in Italia.
È una falla. E non è l’unica. Vista l’ipotesi della Procura di Ravenna, che sta cercando di accertare se alcuni stranieri dichiarati non idonei al trattenimento, invece, non presentavano gli impedimenti previsti dalla legge (malattie contagiose e problemi psichiatrici). Stando all’ipotesi investigativa, alcuni dottori farebbero parte di una rete di attivisti che ostacolerebbe l’invio dei migranti ai Cpr per motivi ideologici. E sarebbero coinvolte nelle indagini anche altre persone al momento non perquisite. La risposta dell’azienda sanitaria è netta. «I miei medici hanno agito nel rispetto del protocollo del 2022 e ho anche sollecitato la Regione a dotarsi di una procedura unica su tutto il territorio», sostiene il direttore generale dell’Ausl Romagna, Tiziano Carradori, che garantisce vicinanza e supporto legale ai sanitari.
Il riferimento al protocollo del 2022 non è secondario. È lì che si annida il cuore della procedura. È su quella direttiva, firmata dal prefetto Luciana Lamorgese, in quel momento ministro dell’Interno, che si regge il sistema dei nulla osta sanitari.
Nel frattempo il fronte sindacale alza la voce. Il Sindacato medici italiani prende posizione. «I medici hanno il dovere etico e giuridico di agire in scienza e coscienza, con l’unico obiettivo della tutela della vita e della salute. Valutano solo lo stato di salute dei pazienti, non sono deputati a esprimersi su altre questioni. La loro azione medica non può essere sottoposta a logiche di parte e di natura politica», afferma il presidente nazionale emerito dello Sri, Cosmo De Matteis, che aggiunge: «Esprimiamo tutta la nostra solidarietà ai medici coinvolti e sostengo l’appello della Società italiana di medicina delle migrazioni, perché la cura non è un reato e non deve discriminare nessuno». Proprio la Società italiana di medicina delle migrazioni aveva diffuso un appello ai medici sulla «presa di coscienza» rispetto alle certificazioni propedeutiche all’ingresso nei Cpr. Due visioni si fronteggiano. Da una parte gli investigatori dello Sco e della Squadra mobile che ipotizzano l’esistenza di una rete medica di attivismo ideologico. Dall’altra i camici bianchi che rivendicano autonomia clinica e tutela della salute. Al di là dell’inchiesta, però, resta aperta la questione giuridica dell’opposizione alla visita medica. È qui che il sistema mostra la sua fragilità. Un dispositivo costruito per garantire tutele sanitarie finisce per diventare, nei fatti, un varco.
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Ansa
Il piccolo «guerriero» continua a combattere da quel lettino del reparto di terapia intensiva dell’ospedale Monaldi di Napoli, dove si trova ricoverato da oltre 50 giorni a causa del trapianto di un «cuore bruciato». Anche mamma Patrizia lotta strenuamente affinché il suo piccolo, di 2 anni, possa presto tornare a casa. Nella giornata di ieri sono stati tanti gli aggiornamenti sul caso del «trapianto sbagliato»: dalle condizioni di salute del bimbo al vertice di oggi sulla possibilità di sottoporlo a un nuovo trapianto; dalle indagini sul contenitore usato per trasportare l’organo all’arrivo degli ispettori del ministero della Salute.
L’azienda ospedaliera dei Colli, nel bollettino medico quotidiano, ha parlato di condizioni «stazionarie ma in un quadro di grave criticità». Il bambino è sotto stretto monitoraggio assistenziale e strumentale e sottoposto a consulenze specialistiche. Mamma Patrizia, nel pomeriggio di ieri, davanti alle telecamere di Dentro la notizia su Canale 5, ha confermato che i medici hanno parlato di un lieve peggioramento per quanto riguarda la condizione del fegato, ma lei è convinta che il suo bimbo presto migliorerà e spera nella possibilità di un imminente nuovo trapianto. C’è attesa, infatti, per il maxi consulto (Heart team) previsto per oggi al Monaldi, a cui parteciperanno massimi esperti provenienti da tutta Italia; per esempio dall’azienda ospedaliera pediatrica Bambino Gesù di Roma, (professor Lorenzo Galletti e la dottoressa Rachele Adorisio); dall’azienda ospedaliera Università di Padova (professor Giuseppe Toscano); dall’Asst Papa Giovanni XXIII-Ospedale di Bergamo (dottor Amedeo Terzi); dall’ospedale Regina Margherita di Torino (professor Carlo Pace Napoleone).
La direzione del Monaldi, nel «ribadire il proprio impegno ad assicurare trasparenza e collaborazione con le autorità ispettive e giudiziarie, garantisce ogni supporto necessario alle determinazioni clinico-terapeutiche ed assistenziali assunte dai medici curanti nell’esclusivo interesse del paziente».
Ieri Giorgia Meloni ha telefonato alla mamma del piccolo. Un gesto di vicinanza. Nel corso della chiamata, il premier ha rimarcato che si sta facendo il possibile per trovare un cuore compatibile. Secondo quanto riportato dalle agenzie di stampa, Meloni ha assicurato alla signora Patrizia che è anche il suo auspicio quello di «avere giustizia», qualora dovessero emergere responsabilità dall’inchiesta della magistratura. La mamma del piccolo ha ringraziato e ribadito che in questo momento la sua priorità «è avere un cuore nuovo per mio figlio, e vederlo tornare a casa guarito».
Intanto, prosegue l’inchiesta sul «cuore bruciato» che vede sei indagati tra medici e paramedici. Le indagini (affidate al pm Giuseppe Tittaferrante e coordinate dal procuratore aggiunto Antonio Ricci della Procura di Napoli) si stanno concentrando anche sulla tipologia di contenitore adoperato per il trasporto dell’organo. La notizia emersa ieri è che il cuore sia stato trasportato in un contenitore simile a una borsa frigo usata per mantenere fresche bibite o cibo. Sempre secondo quanto emerso, quel box è ritenuto inadeguato e ormai anacronistico, soprattutto perché privo di un sistema di controllo e monitoraggio delle temperature, ed è considerato, quindi, fuori dalle linee guida previste.
Gli accertamenti mirano a fare luce sulla catena di presunte omissioni che si sarebbero verificate quel giorno, quando l’equipe, da Napoli, si è recata a Bolzano (dove sono confluite varie equipe mediche per prelevare altri organi) per l’espianto del cuore. Gli inquirenti stanno valutando, in primis la tipologia di ghiaccio adoperato per tenere l’organo in condizioni di ipotermia. Ieri è stato ascoltato dal pm, come persona informata sui fatti, il cardiologo che aveva in cura il piccolo e che sei giorni dopo l’intervento si è dimesso dall’incarico di responsabile del Follow-up post operatorio. Nei prossimi giorni saranno ascoltate altre persone informate sui fatti e poi gli indagati, finora sei, componenti delle due equipe di Napoli: quella che ha eseguito l’espianto e quella che ha effettuato il trapianto. Un numero destinato ad aumentare, sempre a tutela delle persone coinvolte, se dovessero essere individuate presunte responsabilità anche a Bolzano.
Ulteriori accertamenti, delegati sempre al Nas, sono funzionali ad accertare che cosa sia successo nella città altoatesina, dove ci sarebbe stato un «rabbocco» del ghiaccio presente nel contenitore usato per il trasferimento dell’organo prima della partenza alla volta dell’ospedale Monaldi. Nella giornata di oggi arriveranno nell’ospedale partenopeo pure gli ispettori del ministero della Salute. Nei prossimi giorni, gli 007 del ministero si recheranno pure all’ospedale di Bolzano, dove il cuore era stato espiantato dal donatore. Gli ispettori dovranno, in particolare, verificare le modalità di trasporto dell’organo e valutare eventuali anomalie. Mamma Patrizia non molla e rivolge un accorato appello anche al Papa affinché l’aiuti a riportare il suo piccolo a casa sano e salvo.
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