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2020-03-20
Le famiglie dei disabili gravissimi: «Ci lasciano soli, è come morire»
Ansa
Da qualche giorno Elena Improta passa ore a girare in macchina per Roma. Nell'abitacolo assieme a lei c'è suo figlio Mario, che ha una disabilità gravissima e «ad alto carico assistenziale sociale». Girano senza una meta, per rubare qualche momento d'aria a una casa trasformata in prigione. Elena è una caregiver, che significa «fornitrice di cure». Ma la traduzione burocratica è un eufemismo grottesco.
Nel disegno di legge che li riguarda, i caregiver sono definiti «prestatori volontari di cura». In verità, come spiega Maria Simona Bellini, presidente del Coordinamento nazionale famiglie disabili, di «volontario» c'è ben poco. «Il volontario lo fa per scelta e per quanto tempo decide lui. Noi, invece, siamo obbligati. Lo facciamo 24 ore al giorno, e non certo per scelta». Da quando è esplosa l'emergenza coronavirus, per oltre 3 milioni di caregiver che si occupano di malati e disabili gravi, la situazione è al limite della disperazione. E spesso oltre quel limite.
Elena Improta, che ha fondato la onlus Oltre lo sguardo, racconta la condizione di suo figlio. «Per ragazzi come Mario ad alto carico assistenziale, il contenimento delle emozioni e dei comportamenti non è facile. In questi giorni vengono a mancare gli spazi che li aiutano da questo punto di vista: niente laboratori, niente passeggiate con gli amici nel quartiere. Noi genitori, magari sessantenni, dobbiamo garantire assistenza per tutte le 24 ore, spesso non riusciamo a dormire, alle 5.30 siamo già in piedi. Anche solo spingere un figlio adulto in carrozzina per un giro attorno al palazzo diventa difficile, e comunque non è sufficiente». I ragazzi con disabilità psichiche non riescono a sfogare aggressività e ansia, sono bloccati in casa spesso con solo un famigliare. Elena accompagna Mario in giro in auto così almeno «si rasserena un po', sente la musica, pensa di andare da qualche parte anche se giriamo a vuoto».
I caregiver la cui esistenza è difficile già in condizioni normali, possono beneficiare di alcuni tipi di assistenza. Quella sanitaria, quella diretta fornita dalle cooperative e quella indiretta, fornita da badanti o altri operatori contrattualizzati direttamente dalle famiglie. Adesso ci sono problemi su tutti i fronti, come racconta Fabiana Gianni, mamma di una ragazza cerebrolesa e fondatrice della Fondazione Villa Point: «Manca l'assistenza diretta perché le cooperative chiudono. Viene a mancare quella indiretta perché la maggioranza delle badanti e del personale ha preferito mettersi in ferie, in malattia o addirittura licenziarsi, e nessuno può obbligare queste persone a lavorare. E poi nessuno lo dice, ma anche l'assistenza infermieristica in questo periodo ha molti buchi».
Nel decreto Cura Italia questi problemi non sono presi in considerazione. Per i famigliari dei disabili sono previsti allungamenti dei tempi di libertà dal lavoro concessi dalla legge 104, ma ai caregiver serve ben altro. «Al di là del numero di ore», dice Fabiana Gianni, «per beneficiare della 104 bisogna avere un contratto di lavoro. Ma per i caregiver che hanno dovuto rinunciare al lavoro - e sono tantissimi - non è prevista alcuna tutela. Non è stato previsto nemmeno l'anticipo dell'erogazione dei contributi che le amministrazioni locali forniscono per consentirci di reperire personale a partita Iva in deroga. Faccio un esempio: magari la badante rimane a casa, ma posso chiamare, con tutte le cautele del caso, un fisioterapista. È una questione di salute. Per farvi capire: mia figlia è epilettica. Se non la porto fuori di casa, rischiando, si agita e può avere una crisi. Se ha una crisi devo portarla al pronto soccorso ed esporla a un pericolo enorme. Ecco, questo decreto non ha tenuto conto delle eccezioni».
L'assistenza sanitaria, pur con qualche lacuna, è garantita. Viene però a mancare tutto il resto. I centri sono chiusi, i professionisti che aiutano le famiglie (o, più spesso, i singoli, perché tantissimi caregiver sono separati) scelgono di non lavorare o si danno malati. Oppure sono gli stessi caregiver a lasciarli a casa, perché sanno di non poter garantire le necessarie condizioni di sicurezza. «Noi non possiamo mettere badanti o altri nelle condizioni di venire se non si sentono sicuri. Ci sono addirittura ragazzi che non hanno la copertura assicurativa», dice Elena Improta. «Mi chiedo come mai Comune di Roma e Regione non abbiano pensato ad aprire spazi, anche per poche persone, che possano garantire igiene e tutela, magari utilizzando i centri di riabilitazione presenti in Vaticano che ora sono chiusi. Nel Lazio ci sono 2914 disabili gravissimi, si sanno i loro nomi e cognomi. Possibile che il massimo sia dare loro un numero di telefono da chiamare in caso di necessità, tanto più che i centralini sono sempre intasati?».
Sara Bonnano è la madre di Simone, che ha bisogno di assistenza continua: «Ora si vede molta gente disperata perché si sente ingabbiata in casa e va in ansia o si deprime», dice. «Noi viviamo in questa stessa condizione da anni. Questa è la vita normale di un caregiver: perdita di lavoro, di contatti e relazioni umane, di parenti e amici. È la norma. Qualcuno ora propone di darci più soldi, magari 500 euro in più, come sostegno. Ma che me ne faccio dei soldi se gli assistenti domiciliari non vengono a lavorare o se non posso comprare le mascherine da dargli? Per noi rimanere soli è la morte. Tanto vale dare a mio figlio la sedazione profonda».
Già: qui non è questione di soldi, ma di aiuti concreti. Creazione di spazi, reperimento di personale, fornitura di mascherine e igienizzanti, organizzazione di lezioni scolastiche ad hoc (che non sono state previste), insomma tutto quello che possa sgravare almeno per qualche ora chi deve assistere un figlio o un parente. «La mancanza dei dispositivi di sicurezza è molto pesante», conferma Roberto Speziale, presidente di Anffas. «Noi già da tempo chiediamo un piano di emergenza per situazioni gravi. Purtroppo il fatto che non ci si sia occupati per anni della disabilità grave ora fa emergere in modo drammatico tutti i problemi». Problemi che ricadono sulle spalle di persone già provate da anni di fatiche e preoccupazioni.
Strage silenziosa di anziani nelle case di riposo
I nostri vecchi muoiono nelle case di riposo e pochi se ne accorgono. L'emergenza sono giustamente i posti letto che mancano in terapia intensiva, gli ospedali che non riescono ad accogliere tutti i malati di coronavirus, gli anziani da proteggere invitandoli a restare nelle loro abitazioni. Non devono uscire, sono a rischio, ma altri ultrasettantenni altrettanto fragili stanno vivendo una situazione di reclusione forzata. Con la differenza che, dove stanno, se uno si contagia è spacciato. Le strutture allora diventano lazzaretti per gli ospiti, ad altissimo rischio per chi ci lavora. Nelle ultime settimane la morìa nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è diventata drammatica, 20 decessi nel Bresciano, 25 nella residenza «Borromea» a Mediglia in provincia di Milano, 16 nella milanese «Virgilio Ferrari», 15 nella casa di riposo di Gandino in Val Seriana, nel Bergamasco, 4 nella Rsa di Merlara nel Padovano, solo per ricordare gli ultimi morti. Un bollettino inarrestabile che si aggiunge alla tremenda conta di decessi per il Covid-19 cui non riusciamo ad abituarci e che accentua la crudezza di una dipartita improvvisa, nella solitudine di un luogo che non è casa, lontani dai propri cari, senza un figlio o un nipote che possa confortare.
Quando un anziano viene colpito in Rsa dal coronavirus, il contagio è impossibile da contenere. Il focolaio si estende rapidissimo, coinvolgendo gli operatori socio sanitari e le loro famiglie. A Cremona, il Covid-19 è entrato in tutte le Rsa dove gli ospiti sono circa 4.000 e altrettanti gli operatori. A Cingoli, nelle Marche, su 40 anziani della casa di riposo, 37 sono risultati positivi al tampone. Nella stessa struttura sono state contagiate due operatrici, un medico, un'infermiera, il marito di un'operatrice. Metà dei vecchietti non è autosufficiente, non si muovono dal tetto, non possono essere isolati, non hanno armi per combattere contro un nemico invisibile. Fa male dirlo, ma il loro destino appare segnato. Molte delle case di riposo in Italia, sono circa 7.500, hanno interrotto la comunicazione con l'esterno sospendendo le visite di parenti e familiari degli ospiti. Altre hanno permesso contatti e forse non sapranno mai se un decesso era dovuto a coronavirus: quando un anziano muore nel suo letto non gli viene fatto il tampone.
In ogni caso, le residenze per la terza età non sono fortini abbandonati a sé stessi, gli operatori, i medici che vi lavorano entrano ed escono dalle Rsa più volte al giorno. Il rischio di contagi sempre esiste. Ma c'è di peggio, il personale è sprovvisto di mascherine, di guanti: mancano negli ospedali, figuriamoci altrove. «Lavoriamo senza protezioni. Non abbiamo più camici, occhialini, non si possono ordinare termometri perché non si trovano», ha raccontato al Corriere della Sera un infermiere del «Virgilio Ferrari». Così, se il maledetto Covid-19 entra in una casa di riposo, è finita. Tutto si blocca all'interno, virus compreso, lasciato ad agire indisturbato sui nostri genitori o sui nostri nonni.
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Per chi ha bisogno di assistenza 24 ore su 24 l'epidemia è un dramma: «Badanti e operatori si licenziano, i centri chiudono, persino sul piano sanitario ci sono buchi. Nel decreto si sono dimenticati del tutto di noi».Strage silenziosa di anziani nelle case di riposo. Da Brescia alle Marche, quando la malattia arriva nelle Rsa è impossibile contenerla.Lo speciale contiene due articoli. Da qualche giorno Elena Improta passa ore a girare in macchina per Roma. Nell'abitacolo assieme a lei c'è suo figlio Mario, che ha una disabilità gravissima e «ad alto carico assistenziale sociale». Girano senza una meta, per rubare qualche momento d'aria a una casa trasformata in prigione. Elena è una caregiver, che significa «fornitrice di cure». Ma la traduzione burocratica è un eufemismo grottesco. Nel disegno di legge che li riguarda, i caregiver sono definiti «prestatori volontari di cura». In verità, come spiega Maria Simona Bellini, presidente del Coordinamento nazionale famiglie disabili, di «volontario» c'è ben poco. «Il volontario lo fa per scelta e per quanto tempo decide lui. Noi, invece, siamo obbligati. Lo facciamo 24 ore al giorno, e non certo per scelta». Da quando è esplosa l'emergenza coronavirus, per oltre 3 milioni di caregiver che si occupano di malati e disabili gravi, la situazione è al limite della disperazione. E spesso oltre quel limite. Elena Improta, che ha fondato la onlus Oltre lo sguardo, racconta la condizione di suo figlio. «Per ragazzi come Mario ad alto carico assistenziale, il contenimento delle emozioni e dei comportamenti non è facile. In questi giorni vengono a mancare gli spazi che li aiutano da questo punto di vista: niente laboratori, niente passeggiate con gli amici nel quartiere. Noi genitori, magari sessantenni, dobbiamo garantire assistenza per tutte le 24 ore, spesso non riusciamo a dormire, alle 5.30 siamo già in piedi. Anche solo spingere un figlio adulto in carrozzina per un giro attorno al palazzo diventa difficile, e comunque non è sufficiente». I ragazzi con disabilità psichiche non riescono a sfogare aggressività e ansia, sono bloccati in casa spesso con solo un famigliare. Elena accompagna Mario in giro in auto così almeno «si rasserena un po', sente la musica, pensa di andare da qualche parte anche se giriamo a vuoto». I caregiver la cui esistenza è difficile già in condizioni normali, possono beneficiare di alcuni tipi di assistenza. Quella sanitaria, quella diretta fornita dalle cooperative e quella indiretta, fornita da badanti o altri operatori contrattualizzati direttamente dalle famiglie. Adesso ci sono problemi su tutti i fronti, come racconta Fabiana Gianni, mamma di una ragazza cerebrolesa e fondatrice della Fondazione Villa Point: «Manca l'assistenza diretta perché le cooperative chiudono. Viene a mancare quella indiretta perché la maggioranza delle badanti e del personale ha preferito mettersi in ferie, in malattia o addirittura licenziarsi, e nessuno può obbligare queste persone a lavorare. E poi nessuno lo dice, ma anche l'assistenza infermieristica in questo periodo ha molti buchi». Nel decreto Cura Italia questi problemi non sono presi in considerazione. Per i famigliari dei disabili sono previsti allungamenti dei tempi di libertà dal lavoro concessi dalla legge 104, ma ai caregiver serve ben altro. «Al di là del numero di ore», dice Fabiana Gianni, «per beneficiare della 104 bisogna avere un contratto di lavoro. Ma per i caregiver che hanno dovuto rinunciare al lavoro - e sono tantissimi - non è prevista alcuna tutela. Non è stato previsto nemmeno l'anticipo dell'erogazione dei contributi che le amministrazioni locali forniscono per consentirci di reperire personale a partita Iva in deroga. Faccio un esempio: magari la badante rimane a casa, ma posso chiamare, con tutte le cautele del caso, un fisioterapista. È una questione di salute. Per farvi capire: mia figlia è epilettica. Se non la porto fuori di casa, rischiando, si agita e può avere una crisi. Se ha una crisi devo portarla al pronto soccorso ed esporla a un pericolo enorme. Ecco, questo decreto non ha tenuto conto delle eccezioni». L'assistenza sanitaria, pur con qualche lacuna, è garantita. Viene però a mancare tutto il resto. I centri sono chiusi, i professionisti che aiutano le famiglie (o, più spesso, i singoli, perché tantissimi caregiver sono separati) scelgono di non lavorare o si danno malati. Oppure sono gli stessi caregiver a lasciarli a casa, perché sanno di non poter garantire le necessarie condizioni di sicurezza. «Noi non possiamo mettere badanti o altri nelle condizioni di venire se non si sentono sicuri. Ci sono addirittura ragazzi che non hanno la copertura assicurativa», dice Elena Improta. «Mi chiedo come mai Comune di Roma e Regione non abbiano pensato ad aprire spazi, anche per poche persone, che possano garantire igiene e tutela, magari utilizzando i centri di riabilitazione presenti in Vaticano che ora sono chiusi. Nel Lazio ci sono 2914 disabili gravissimi, si sanno i loro nomi e cognomi. Possibile che il massimo sia dare loro un numero di telefono da chiamare in caso di necessità, tanto più che i centralini sono sempre intasati?». Sara Bonnano è la madre di Simone, che ha bisogno di assistenza continua: «Ora si vede molta gente disperata perché si sente ingabbiata in casa e va in ansia o si deprime», dice. «Noi viviamo in questa stessa condizione da anni. Questa è la vita normale di un caregiver: perdita di lavoro, di contatti e relazioni umane, di parenti e amici. È la norma. Qualcuno ora propone di darci più soldi, magari 500 euro in più, come sostegno. Ma che me ne faccio dei soldi se gli assistenti domiciliari non vengono a lavorare o se non posso comprare le mascherine da dargli? Per noi rimanere soli è la morte. Tanto vale dare a mio figlio la sedazione profonda». Già: qui non è questione di soldi, ma di aiuti concreti. Creazione di spazi, reperimento di personale, fornitura di mascherine e igienizzanti, organizzazione di lezioni scolastiche ad hoc (che non sono state previste), insomma tutto quello che possa sgravare almeno per qualche ora chi deve assistere un figlio o un parente. «La mancanza dei dispositivi di sicurezza è molto pesante», conferma Roberto Speziale, presidente di Anffas. «Noi già da tempo chiediamo un piano di emergenza per situazioni gravi. Purtroppo il fatto che non ci si sia occupati per anni della disabilità grave ora fa emergere in modo drammatico tutti i problemi». Problemi che ricadono sulle spalle di persone già provate da anni di fatiche e preoccupazioni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-famiglie-dei-disabili-gravissimi-ci-lasciano-soli-e-come-morire-2645539459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="strage-silenziosa-di-anziani-nelle-case-di-riposo" data-post-id="2645539459" data-published-at="1778675961" data-use-pagination="False"> Strage silenziosa di anziani nelle case di riposo I nostri vecchi muoiono nelle case di riposo e pochi se ne accorgono. L'emergenza sono giustamente i posti letto che mancano in terapia intensiva, gli ospedali che non riescono ad accogliere tutti i malati di coronavirus, gli anziani da proteggere invitandoli a restare nelle loro abitazioni. Non devono uscire, sono a rischio, ma altri ultrasettantenni altrettanto fragili stanno vivendo una situazione di reclusione forzata. Con la differenza che, dove stanno, se uno si contagia è spacciato. Le strutture allora diventano lazzaretti per gli ospiti, ad altissimo rischio per chi ci lavora. Nelle ultime settimane la morìa nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è diventata drammatica, 20 decessi nel Bresciano, 25 nella residenza «Borromea» a Mediglia in provincia di Milano, 16 nella milanese «Virgilio Ferrari», 15 nella casa di riposo di Gandino in Val Seriana, nel Bergamasco, 4 nella Rsa di Merlara nel Padovano, solo per ricordare gli ultimi morti. Un bollettino inarrestabile che si aggiunge alla tremenda conta di decessi per il Covid-19 cui non riusciamo ad abituarci e che accentua la crudezza di una dipartita improvvisa, nella solitudine di un luogo che non è casa, lontani dai propri cari, senza un figlio o un nipote che possa confortare. Quando un anziano viene colpito in Rsa dal coronavirus, il contagio è impossibile da contenere. Il focolaio si estende rapidissimo, coinvolgendo gli operatori socio sanitari e le loro famiglie. A Cremona, il Covid-19 è entrato in tutte le Rsa dove gli ospiti sono circa 4.000 e altrettanti gli operatori. A Cingoli, nelle Marche, su 40 anziani della casa di riposo, 37 sono risultati positivi al tampone. Nella stessa struttura sono state contagiate due operatrici, un medico, un'infermiera, il marito di un'operatrice. Metà dei vecchietti non è autosufficiente, non si muovono dal tetto, non possono essere isolati, non hanno armi per combattere contro un nemico invisibile. Fa male dirlo, ma il loro destino appare segnato. Molte delle case di riposo in Italia, sono circa 7.500, hanno interrotto la comunicazione con l'esterno sospendendo le visite di parenti e familiari degli ospiti. Altre hanno permesso contatti e forse non sapranno mai se un decesso era dovuto a coronavirus: quando un anziano muore nel suo letto non gli viene fatto il tampone. In ogni caso, le residenze per la terza età non sono fortini abbandonati a sé stessi, gli operatori, i medici che vi lavorano entrano ed escono dalle Rsa più volte al giorno. Il rischio di contagi sempre esiste. Ma c'è di peggio, il personale è sprovvisto di mascherine, di guanti: mancano negli ospedali, figuriamoci altrove. «Lavoriamo senza protezioni. Non abbiamo più camici, occhialini, non si possono ordinare termometri perché non si trovano», ha raccontato al Corriere della Sera un infermiere del «Virgilio Ferrari». Così, se il maledetto Covid-19 entra in una casa di riposo, è finita. Tutto si blocca all'interno, virus compreso, lasciato ad agire indisturbato sui nostri genitori o sui nostri nonni.
(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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Guido Bertolaso (Ansa)
Il nodo del protocollo (divulgato informalmente ai capigruppo di maggioranza regionale) è tutto politico e, prima di descriverne il contenuto per come è stato raccontato alla Verità da fonti vicine alla pratica, occorre citare alcune tappe della complessa vicenda. Il Consiglio lombardo infatti ha votato a fine 2024 una pregiudiziale di costituzionalità che stabiliva come la materia fosse di ambito nazionale, dunque non trattabile sul piano regionale. Nello stesso anno, però, un decreto firmato dalla Direzione generale welfare ha istituito un «tavolo regionale» (presieduto dall’ex presidente di Cassazione Giovanni Canzio) per lo studio e l’approfondimento dei temi posti in essere dalle sentenze della Consulta. Tra i compiti di questo tavolo, come spiegato su queste colonne l’anno scorso, c’è stata la stesura di una bozza di protocollo d’azione comune per tutte le Aziende socio sanitarie territoriali lombarde. Passaggio ora giunto al dunque, senza che la rappresentanza politica abbia avuto significativa voce in capitolo: da qui il nervosismo palese in Consiglio ieri, con i tre partiti principali di maggioranza che sono parsi quasi isolare Bertolaso e il governatore Attilio Fontana.
Ma cosa c’è nel protocollo atteso dalla firma finale per l’entrata in vigore? La carta, in modo eccentrico rispetto alla citata pregiudiziale di costituzionalità, «recepisce» le quattro sentenze della Consulta sul fine vita dal 2019 al 2025 e ne desume i vincoli derivanti per il sistema regionale. Dopo la premessa sulla necessità di presentare le cure palliative come prima soluzione a chi faccia richiesta di porre fine alle sue sofferenze, il protocollo stabilisce che la Regione sia tenuta a sottoporre l’eventuale richiesta di accedere alla «Mma» (Morte medicalmente assistita) a un Collegio di valutazione, composto da vari specialisti chiamati su base volontaria a stabilire se ci siano i requisiti tecnici fissati dalle pronunce della Consulta per presentare domanda di interruzione dei sostegni vitali. Viene inoltre spiegato come tale valutazione debba essere inoltrata al Comitato etico territorialmente competente, che si occupa di una ulteriore valutazione del procedimento, le cui conclusioni sono trasmesse alla persona richiedente.
La parte più delicata arriva qui: «Nelle more dell’adozione di una disciplina legislativa con portata generale», si legge nella bozza, «si ritiene che sia doveroso per il servizio sanitario regionale offrire una risposta che si faccia carico anche del percorso finale di esecuzione della Mma, non limitandosi alla fase della mera valutazione». È difficile non cogliere il peso tutto politico di una disposizione simile, certo non riducibile a dettaglio tecnico. E infatti il documento prosegue con le prescrizioni in caso di decisione di porre termine alla propria vita prese da persone ricoverate in strutture pubbliche. L’Azienda socio-sanitaria territoriale deve «individuare e rendere disponibile il luogo idoneo ad attuare la procedura», e garantire personale sanitario che, «pur non partecipando», curi «monitoraggio ed efficacia» dell’autosomministrazione del farmaco o della strumentazione letale. Viene specificato che il personale è chiamato a «fronteggiare eventuali complicanze tecniche durante l’atto», tra le quali probabilmente la sopravvivenza del soggetto. La partecipazione alla procedura di morte è su base volontaria e non può implicare un ruolo attivo del personale, e si conclude con le indicazioni per il certificato di decesso: «autosomministrazione» con modalità «suicidio».
La diffusione del protocollo, come detto, ha spiazzato la maggioranza: i consiglieri leghisti «prendono atto» della procedura avviata da Bertolaso notando come il tema non possa «essere affrontato con percorsi differenti da Regione a Regione». Matteo Forte, di Fdi, parla di vero e proprio «errore politico» che può portare a un «federalismo della morte», e pure Forza Italia con Jacopo Dozio definisce «gravi» le affermazioni sulla decisione di pubblicare le indicazioni sulla Mma», sia «da un punto di vista della dialettica democratica» sia «per i contenuti». Non male per essere stata «condivisa con la maggioranza», come aveva spiegato l’assessore.
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