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2020-03-20
Le famiglie dei disabili gravissimi: «Ci lasciano soli, è come morire»
Ansa
Da qualche giorno Elena Improta passa ore a girare in macchina per Roma. Nell'abitacolo assieme a lei c'è suo figlio Mario, che ha una disabilità gravissima e «ad alto carico assistenziale sociale». Girano senza una meta, per rubare qualche momento d'aria a una casa trasformata in prigione. Elena è una caregiver, che significa «fornitrice di cure». Ma la traduzione burocratica è un eufemismo grottesco.
Nel disegno di legge che li riguarda, i caregiver sono definiti «prestatori volontari di cura». In verità, come spiega Maria Simona Bellini, presidente del Coordinamento nazionale famiglie disabili, di «volontario» c'è ben poco. «Il volontario lo fa per scelta e per quanto tempo decide lui. Noi, invece, siamo obbligati. Lo facciamo 24 ore al giorno, e non certo per scelta». Da quando è esplosa l'emergenza coronavirus, per oltre 3 milioni di caregiver che si occupano di malati e disabili gravi, la situazione è al limite della disperazione. E spesso oltre quel limite.
Elena Improta, che ha fondato la onlus Oltre lo sguardo, racconta la condizione di suo figlio. «Per ragazzi come Mario ad alto carico assistenziale, il contenimento delle emozioni e dei comportamenti non è facile. In questi giorni vengono a mancare gli spazi che li aiutano da questo punto di vista: niente laboratori, niente passeggiate con gli amici nel quartiere. Noi genitori, magari sessantenni, dobbiamo garantire assistenza per tutte le 24 ore, spesso non riusciamo a dormire, alle 5.30 siamo già in piedi. Anche solo spingere un figlio adulto in carrozzina per un giro attorno al palazzo diventa difficile, e comunque non è sufficiente». I ragazzi con disabilità psichiche non riescono a sfogare aggressività e ansia, sono bloccati in casa spesso con solo un famigliare. Elena accompagna Mario in giro in auto così almeno «si rasserena un po', sente la musica, pensa di andare da qualche parte anche se giriamo a vuoto».
I caregiver la cui esistenza è difficile già in condizioni normali, possono beneficiare di alcuni tipi di assistenza. Quella sanitaria, quella diretta fornita dalle cooperative e quella indiretta, fornita da badanti o altri operatori contrattualizzati direttamente dalle famiglie. Adesso ci sono problemi su tutti i fronti, come racconta Fabiana Gianni, mamma di una ragazza cerebrolesa e fondatrice della Fondazione Villa Point: «Manca l'assistenza diretta perché le cooperative chiudono. Viene a mancare quella indiretta perché la maggioranza delle badanti e del personale ha preferito mettersi in ferie, in malattia o addirittura licenziarsi, e nessuno può obbligare queste persone a lavorare. E poi nessuno lo dice, ma anche l'assistenza infermieristica in questo periodo ha molti buchi».
Nel decreto Cura Italia questi problemi non sono presi in considerazione. Per i famigliari dei disabili sono previsti allungamenti dei tempi di libertà dal lavoro concessi dalla legge 104, ma ai caregiver serve ben altro. «Al di là del numero di ore», dice Fabiana Gianni, «per beneficiare della 104 bisogna avere un contratto di lavoro. Ma per i caregiver che hanno dovuto rinunciare al lavoro - e sono tantissimi - non è prevista alcuna tutela. Non è stato previsto nemmeno l'anticipo dell'erogazione dei contributi che le amministrazioni locali forniscono per consentirci di reperire personale a partita Iva in deroga. Faccio un esempio: magari la badante rimane a casa, ma posso chiamare, con tutte le cautele del caso, un fisioterapista. È una questione di salute. Per farvi capire: mia figlia è epilettica. Se non la porto fuori di casa, rischiando, si agita e può avere una crisi. Se ha una crisi devo portarla al pronto soccorso ed esporla a un pericolo enorme. Ecco, questo decreto non ha tenuto conto delle eccezioni».
L'assistenza sanitaria, pur con qualche lacuna, è garantita. Viene però a mancare tutto il resto. I centri sono chiusi, i professionisti che aiutano le famiglie (o, più spesso, i singoli, perché tantissimi caregiver sono separati) scelgono di non lavorare o si danno malati. Oppure sono gli stessi caregiver a lasciarli a casa, perché sanno di non poter garantire le necessarie condizioni di sicurezza. «Noi non possiamo mettere badanti o altri nelle condizioni di venire se non si sentono sicuri. Ci sono addirittura ragazzi che non hanno la copertura assicurativa», dice Elena Improta. «Mi chiedo come mai Comune di Roma e Regione non abbiano pensato ad aprire spazi, anche per poche persone, che possano garantire igiene e tutela, magari utilizzando i centri di riabilitazione presenti in Vaticano che ora sono chiusi. Nel Lazio ci sono 2914 disabili gravissimi, si sanno i loro nomi e cognomi. Possibile che il massimo sia dare loro un numero di telefono da chiamare in caso di necessità, tanto più che i centralini sono sempre intasati?».
Sara Bonnano è la madre di Simone, che ha bisogno di assistenza continua: «Ora si vede molta gente disperata perché si sente ingabbiata in casa e va in ansia o si deprime», dice. «Noi viviamo in questa stessa condizione da anni. Questa è la vita normale di un caregiver: perdita di lavoro, di contatti e relazioni umane, di parenti e amici. È la norma. Qualcuno ora propone di darci più soldi, magari 500 euro in più, come sostegno. Ma che me ne faccio dei soldi se gli assistenti domiciliari non vengono a lavorare o se non posso comprare le mascherine da dargli? Per noi rimanere soli è la morte. Tanto vale dare a mio figlio la sedazione profonda».
Già: qui non è questione di soldi, ma di aiuti concreti. Creazione di spazi, reperimento di personale, fornitura di mascherine e igienizzanti, organizzazione di lezioni scolastiche ad hoc (che non sono state previste), insomma tutto quello che possa sgravare almeno per qualche ora chi deve assistere un figlio o un parente. «La mancanza dei dispositivi di sicurezza è molto pesante», conferma Roberto Speziale, presidente di Anffas. «Noi già da tempo chiediamo un piano di emergenza per situazioni gravi. Purtroppo il fatto che non ci si sia occupati per anni della disabilità grave ora fa emergere in modo drammatico tutti i problemi». Problemi che ricadono sulle spalle di persone già provate da anni di fatiche e preoccupazioni.
Strage silenziosa di anziani nelle case di riposo
I nostri vecchi muoiono nelle case di riposo e pochi se ne accorgono. L'emergenza sono giustamente i posti letto che mancano in terapia intensiva, gli ospedali che non riescono ad accogliere tutti i malati di coronavirus, gli anziani da proteggere invitandoli a restare nelle loro abitazioni. Non devono uscire, sono a rischio, ma altri ultrasettantenni altrettanto fragili stanno vivendo una situazione di reclusione forzata. Con la differenza che, dove stanno, se uno si contagia è spacciato. Le strutture allora diventano lazzaretti per gli ospiti, ad altissimo rischio per chi ci lavora. Nelle ultime settimane la morìa nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è diventata drammatica, 20 decessi nel Bresciano, 25 nella residenza «Borromea» a Mediglia in provincia di Milano, 16 nella milanese «Virgilio Ferrari», 15 nella casa di riposo di Gandino in Val Seriana, nel Bergamasco, 4 nella Rsa di Merlara nel Padovano, solo per ricordare gli ultimi morti. Un bollettino inarrestabile che si aggiunge alla tremenda conta di decessi per il Covid-19 cui non riusciamo ad abituarci e che accentua la crudezza di una dipartita improvvisa, nella solitudine di un luogo che non è casa, lontani dai propri cari, senza un figlio o un nipote che possa confortare.
Quando un anziano viene colpito in Rsa dal coronavirus, il contagio è impossibile da contenere. Il focolaio si estende rapidissimo, coinvolgendo gli operatori socio sanitari e le loro famiglie. A Cremona, il Covid-19 è entrato in tutte le Rsa dove gli ospiti sono circa 4.000 e altrettanti gli operatori. A Cingoli, nelle Marche, su 40 anziani della casa di riposo, 37 sono risultati positivi al tampone. Nella stessa struttura sono state contagiate due operatrici, un medico, un'infermiera, il marito di un'operatrice. Metà dei vecchietti non è autosufficiente, non si muovono dal tetto, non possono essere isolati, non hanno armi per combattere contro un nemico invisibile. Fa male dirlo, ma il loro destino appare segnato. Molte delle case di riposo in Italia, sono circa 7.500, hanno interrotto la comunicazione con l'esterno sospendendo le visite di parenti e familiari degli ospiti. Altre hanno permesso contatti e forse non sapranno mai se un decesso era dovuto a coronavirus: quando un anziano muore nel suo letto non gli viene fatto il tampone.
In ogni caso, le residenze per la terza età non sono fortini abbandonati a sé stessi, gli operatori, i medici che vi lavorano entrano ed escono dalle Rsa più volte al giorno. Il rischio di contagi sempre esiste. Ma c'è di peggio, il personale è sprovvisto di mascherine, di guanti: mancano negli ospedali, figuriamoci altrove. «Lavoriamo senza protezioni. Non abbiamo più camici, occhialini, non si possono ordinare termometri perché non si trovano», ha raccontato al Corriere della Sera un infermiere del «Virgilio Ferrari». Così, se il maledetto Covid-19 entra in una casa di riposo, è finita. Tutto si blocca all'interno, virus compreso, lasciato ad agire indisturbato sui nostri genitori o sui nostri nonni.
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Per chi ha bisogno di assistenza 24 ore su 24 l'epidemia è un dramma: «Badanti e operatori si licenziano, i centri chiudono, persino sul piano sanitario ci sono buchi. Nel decreto si sono dimenticati del tutto di noi».Strage silenziosa di anziani nelle case di riposo. Da Brescia alle Marche, quando la malattia arriva nelle Rsa è impossibile contenerla.Lo speciale contiene due articoli. Da qualche giorno Elena Improta passa ore a girare in macchina per Roma. Nell'abitacolo assieme a lei c'è suo figlio Mario, che ha una disabilità gravissima e «ad alto carico assistenziale sociale». Girano senza una meta, per rubare qualche momento d'aria a una casa trasformata in prigione. Elena è una caregiver, che significa «fornitrice di cure». Ma la traduzione burocratica è un eufemismo grottesco. Nel disegno di legge che li riguarda, i caregiver sono definiti «prestatori volontari di cura». In verità, come spiega Maria Simona Bellini, presidente del Coordinamento nazionale famiglie disabili, di «volontario» c'è ben poco. «Il volontario lo fa per scelta e per quanto tempo decide lui. Noi, invece, siamo obbligati. Lo facciamo 24 ore al giorno, e non certo per scelta». Da quando è esplosa l'emergenza coronavirus, per oltre 3 milioni di caregiver che si occupano di malati e disabili gravi, la situazione è al limite della disperazione. E spesso oltre quel limite. Elena Improta, che ha fondato la onlus Oltre lo sguardo, racconta la condizione di suo figlio. «Per ragazzi come Mario ad alto carico assistenziale, il contenimento delle emozioni e dei comportamenti non è facile. In questi giorni vengono a mancare gli spazi che li aiutano da questo punto di vista: niente laboratori, niente passeggiate con gli amici nel quartiere. Noi genitori, magari sessantenni, dobbiamo garantire assistenza per tutte le 24 ore, spesso non riusciamo a dormire, alle 5.30 siamo già in piedi. Anche solo spingere un figlio adulto in carrozzina per un giro attorno al palazzo diventa difficile, e comunque non è sufficiente». I ragazzi con disabilità psichiche non riescono a sfogare aggressività e ansia, sono bloccati in casa spesso con solo un famigliare. Elena accompagna Mario in giro in auto così almeno «si rasserena un po', sente la musica, pensa di andare da qualche parte anche se giriamo a vuoto». I caregiver la cui esistenza è difficile già in condizioni normali, possono beneficiare di alcuni tipi di assistenza. Quella sanitaria, quella diretta fornita dalle cooperative e quella indiretta, fornita da badanti o altri operatori contrattualizzati direttamente dalle famiglie. Adesso ci sono problemi su tutti i fronti, come racconta Fabiana Gianni, mamma di una ragazza cerebrolesa e fondatrice della Fondazione Villa Point: «Manca l'assistenza diretta perché le cooperative chiudono. Viene a mancare quella indiretta perché la maggioranza delle badanti e del personale ha preferito mettersi in ferie, in malattia o addirittura licenziarsi, e nessuno può obbligare queste persone a lavorare. E poi nessuno lo dice, ma anche l'assistenza infermieristica in questo periodo ha molti buchi». Nel decreto Cura Italia questi problemi non sono presi in considerazione. Per i famigliari dei disabili sono previsti allungamenti dei tempi di libertà dal lavoro concessi dalla legge 104, ma ai caregiver serve ben altro. «Al di là del numero di ore», dice Fabiana Gianni, «per beneficiare della 104 bisogna avere un contratto di lavoro. Ma per i caregiver che hanno dovuto rinunciare al lavoro - e sono tantissimi - non è prevista alcuna tutela. Non è stato previsto nemmeno l'anticipo dell'erogazione dei contributi che le amministrazioni locali forniscono per consentirci di reperire personale a partita Iva in deroga. Faccio un esempio: magari la badante rimane a casa, ma posso chiamare, con tutte le cautele del caso, un fisioterapista. È una questione di salute. Per farvi capire: mia figlia è epilettica. Se non la porto fuori di casa, rischiando, si agita e può avere una crisi. Se ha una crisi devo portarla al pronto soccorso ed esporla a un pericolo enorme. Ecco, questo decreto non ha tenuto conto delle eccezioni». L'assistenza sanitaria, pur con qualche lacuna, è garantita. Viene però a mancare tutto il resto. I centri sono chiusi, i professionisti che aiutano le famiglie (o, più spesso, i singoli, perché tantissimi caregiver sono separati) scelgono di non lavorare o si danno malati. Oppure sono gli stessi caregiver a lasciarli a casa, perché sanno di non poter garantire le necessarie condizioni di sicurezza. «Noi non possiamo mettere badanti o altri nelle condizioni di venire se non si sentono sicuri. Ci sono addirittura ragazzi che non hanno la copertura assicurativa», dice Elena Improta. «Mi chiedo come mai Comune di Roma e Regione non abbiano pensato ad aprire spazi, anche per poche persone, che possano garantire igiene e tutela, magari utilizzando i centri di riabilitazione presenti in Vaticano che ora sono chiusi. Nel Lazio ci sono 2914 disabili gravissimi, si sanno i loro nomi e cognomi. Possibile che il massimo sia dare loro un numero di telefono da chiamare in caso di necessità, tanto più che i centralini sono sempre intasati?». Sara Bonnano è la madre di Simone, che ha bisogno di assistenza continua: «Ora si vede molta gente disperata perché si sente ingabbiata in casa e va in ansia o si deprime», dice. «Noi viviamo in questa stessa condizione da anni. Questa è la vita normale di un caregiver: perdita di lavoro, di contatti e relazioni umane, di parenti e amici. È la norma. Qualcuno ora propone di darci più soldi, magari 500 euro in più, come sostegno. Ma che me ne faccio dei soldi se gli assistenti domiciliari non vengono a lavorare o se non posso comprare le mascherine da dargli? Per noi rimanere soli è la morte. Tanto vale dare a mio figlio la sedazione profonda». Già: qui non è questione di soldi, ma di aiuti concreti. Creazione di spazi, reperimento di personale, fornitura di mascherine e igienizzanti, organizzazione di lezioni scolastiche ad hoc (che non sono state previste), insomma tutto quello che possa sgravare almeno per qualche ora chi deve assistere un figlio o un parente. «La mancanza dei dispositivi di sicurezza è molto pesante», conferma Roberto Speziale, presidente di Anffas. «Noi già da tempo chiediamo un piano di emergenza per situazioni gravi. Purtroppo il fatto che non ci si sia occupati per anni della disabilità grave ora fa emergere in modo drammatico tutti i problemi». Problemi che ricadono sulle spalle di persone già provate da anni di fatiche e preoccupazioni. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-famiglie-dei-disabili-gravissimi-ci-lasciano-soli-e-come-morire-2645539459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="strage-silenziosa-di-anziani-nelle-case-di-riposo" data-post-id="2645539459" data-published-at="1772884347" data-use-pagination="False"> Strage silenziosa di anziani nelle case di riposo I nostri vecchi muoiono nelle case di riposo e pochi se ne accorgono. L'emergenza sono giustamente i posti letto che mancano in terapia intensiva, gli ospedali che non riescono ad accogliere tutti i malati di coronavirus, gli anziani da proteggere invitandoli a restare nelle loro abitazioni. Non devono uscire, sono a rischio, ma altri ultrasettantenni altrettanto fragili stanno vivendo una situazione di reclusione forzata. Con la differenza che, dove stanno, se uno si contagia è spacciato. Le strutture allora diventano lazzaretti per gli ospiti, ad altissimo rischio per chi ci lavora. Nelle ultime settimane la morìa nelle residenze sanitarie assistenziali (Rsa) è diventata drammatica, 20 decessi nel Bresciano, 25 nella residenza «Borromea» a Mediglia in provincia di Milano, 16 nella milanese «Virgilio Ferrari», 15 nella casa di riposo di Gandino in Val Seriana, nel Bergamasco, 4 nella Rsa di Merlara nel Padovano, solo per ricordare gli ultimi morti. Un bollettino inarrestabile che si aggiunge alla tremenda conta di decessi per il Covid-19 cui non riusciamo ad abituarci e che accentua la crudezza di una dipartita improvvisa, nella solitudine di un luogo che non è casa, lontani dai propri cari, senza un figlio o un nipote che possa confortare. Quando un anziano viene colpito in Rsa dal coronavirus, il contagio è impossibile da contenere. Il focolaio si estende rapidissimo, coinvolgendo gli operatori socio sanitari e le loro famiglie. A Cremona, il Covid-19 è entrato in tutte le Rsa dove gli ospiti sono circa 4.000 e altrettanti gli operatori. A Cingoli, nelle Marche, su 40 anziani della casa di riposo, 37 sono risultati positivi al tampone. Nella stessa struttura sono state contagiate due operatrici, un medico, un'infermiera, il marito di un'operatrice. Metà dei vecchietti non è autosufficiente, non si muovono dal tetto, non possono essere isolati, non hanno armi per combattere contro un nemico invisibile. Fa male dirlo, ma il loro destino appare segnato. Molte delle case di riposo in Italia, sono circa 7.500, hanno interrotto la comunicazione con l'esterno sospendendo le visite di parenti e familiari degli ospiti. Altre hanno permesso contatti e forse non sapranno mai se un decesso era dovuto a coronavirus: quando un anziano muore nel suo letto non gli viene fatto il tampone. In ogni caso, le residenze per la terza età non sono fortini abbandonati a sé stessi, gli operatori, i medici che vi lavorano entrano ed escono dalle Rsa più volte al giorno. Il rischio di contagi sempre esiste. Ma c'è di peggio, il personale è sprovvisto di mascherine, di guanti: mancano negli ospedali, figuriamoci altrove. «Lavoriamo senza protezioni. Non abbiamo più camici, occhialini, non si possono ordinare termometri perché non si trovano», ha raccontato al Corriere della Sera un infermiere del «Virgilio Ferrari». Così, se il maledetto Covid-19 entra in una casa di riposo, è finita. Tutto si blocca all'interno, virus compreso, lasciato ad agire indisturbato sui nostri genitori o sui nostri nonni.
Il museo Leonardo3 di Milano presenta al pubblico la ricostruzione funzionante dell'orologio progettato dal genio toscano tra il 1490 e il 1493.
Sergio Mattarella (Ansa)
C’è un cdm riprogrammato e annunciato da Matteo Salvini per martedì, ma conterrà solo un pezzetto del piano, quello «che mette a disposizione delle Aziende Casa, delle Aler e delle Ater circa 950 milioni di euro destinati alla manutenzione e al recupero del patrimonio pubblico di edilizia residenziale non a norma. Per il resto, tutto ciò che riguarda le nuove costruzioni, tocca aspettare momenti migliori (che si diradino le nubi di guerra che arrivano dall’Iran) e il via libera del Quirinale.
Ma cosa contestano dal Colle? Secondo quando risulta alla Verità, i nodi da sciogliere riguarderebbero la velocizzazione delle procedure di rilascio degli immobili, il rafforzamento della tutela del proprietario e l’introduzione di conseguenze penali per chi non esegue l’ordine di rilascio. Su alcune questioni i tecnici della presidenza della Repubblica ritengono che lo strumento della decretazione d’urgenza rappresenti una forzatura.
Soprattutto per quei provvedimenti che prevedono una modifica del codice di procedura civile, insomma, servirebbe un disegno di legge.
Non parliamo di minuzie, perché in un progetto così ampio di social housing il rapporto di tutele tra proprietario e affittuario è fondamentale. Ma nulla che non possa essere risolto. Anche perché val la pena ricordare le cifre e gli investimenti di cui stiamo parlando.
Martedì, come detto, il cdm darà il via libera a un primo consistente pacchetto di risorse per rimettere in gioco su tutto il territorio nazionale tra i 50.000 e i 60.000 appartamenti oggi non utilizzabili. Mentre, nelle intenzioni del vicepremier Matteo Salvini, la seconda gamba del progetto pubblico dovrebbe portare alla nascita di nuovi contesti abitativi anche grazie all’introduzione di formule innovative di riscatto progressivo (si pensi al rent to buy) rivolte soprattutto a famiglie e giovani che non riescono ad accedere a un mutuo ma non rientrano nei criteri dell’edilizia popolare.
Non solo. Perché poi c’è la terza gamba: quella dei privati. Sul piatto un miliardo, ma sono avviatissimi i contratti con investitori che nel tempo dovrebbero portare il loro impegno fino a raggiungere quota 20 miliardi. A coordinare il tutto uno dei manager italiani più navigati del settore, l’ex Hines Mario Abbadessa, che ha avuto un ruolo fondamentale nel coinvolgere il fondo degli Emirati Mubadala. Della partita dovrebbero far parte anche altri fondi sovrani, così come un ruolo fondamentale sarà giocato da Cdp, diverse assicurazioni private (sono in trattativa Poste Vita, Generali Vita, Intesa Vita e Unipol) oltre a casse previdenziali e fondi pensione. Mentre quello di Confindustria sarà un ruolo più operativo (indicare città e quartieri con il maggior «potenziale» lavorativo). Obiettivo: 100.000 nuove abitazioni nell’arco di dieci anni.
Piano casa con il quale sicuramente non sarà d’accordo l’europarlamentare Ilaria Salis, che nelle scorse ore si è fatta nuovamente «riconoscere» per un paio di emendamenti presentati al Piano casa Ue. In uno di questi si «sottolinea la necessità di contrastare la criminalizzazione dell’occupazione di alloggi vacanti, in particolare di proprietà pubbliche e di proprietari con molteplici patrimoni residenziali, laddove tale occupazione sia effettuata da individui che non possono permettersi un alloggio ai prezzi di mercato prevalenti». Siamo alla legalizzazione dell’esproprio proletario.
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(Ansa)
Sia chiaro, non è una certezza, ma la probabilità è alta: anche perché il conto rischia di essere salato per i Paesi del Golfo tra attacchi alle infrastrutture energetiche, export rallentato, turismo colpito, premi assicurativi in aumento e spesa militare in salita. In più, il ministro dell’Energia del Qatar ha avvertito che, se il conflitto proseguisse ancora per settimane, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le spedizioni.
Per l’Italia il punto è molto semplice: Roma ha scommesso una parte della sua politica industriale e geopolitica sul capitale del Golfo. A febbraio 2025 gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato investimenti per 40 miliardi di dollari in Italia, concentrati su intelligenza artificiale, data center, spazio, rinnovabili e materie prime critiche; nello stesso pacchetto sono stati firmati oltre 40 accordi. Un mese prima, l’Italia aveva siglato con l’Arabia Saudita accordi di cooperazione industriale per circa 10 miliardi di dollari, in settori che vanno dalle infrastrutture all’energia, dalla difesa al turismo. E a marzo 2025 Sace e il Public Investment Fund saudita hanno firmato un memorandum che prevede fino a tre miliardi di dollari di supporto a progetti guidati dal Pif e dalle sue partecipate.
Per questo la vera domanda non è se i Paesi arabi «venderanno l’Italia» domani mattina. La questione è un’altra: quanti dossier italiani rischiano di restare congelati prima ancora di arrivare a esecuzione? Se i governi del Golfo devono usare i fondi sovrani come cuscinetto interno, la priorità diventa stabilizzare casa propria. Lo scenario base non è quello di una svendita forzata di asset esteri, ma piuttosto di un rallentamento degli investimenti e di un riequilibrio silenzioso dei portafogli. Per l’Italia, che su molti dossier col Golfo è ancora nella fase delle promesse, questa è forse la minaccia più concreta.
Il rischio è particolarmente alto nei comparti dove il capitale del Golfo è strategico. Pensiamo all’energia e alle rinnovabili, dove la cooperazione con Masdar e altri soggetti emiratini è stata presentata come un asse chiave; pensiamo all’aerospazio e alla difesa, dove gli accordi Italia-Emirati e Italia-Arabia Saudita hanno una dimensione industriale, tecnologica e geopolitica; pensiamo all’Ia e ai data center, cioè esattamente quei settori che Palazzo Chigi aveva indicato come terreno privilegiato dei 40 miliardi annunciati da Abu Dhabi.
C’è poi un secondo livello, meno visibile ma più immediato: l’energia. Il Qatar vale circa 7 miliardi di metri cubi di gas all’anno per l’Italia, pari a circa l’11% dei consumi nazionali. Per ora Snam ha detto di non vedere interruzioni nel breve, perché le navi previste per marzo erano già partite prima dell’esplosione della crisi e avevano già superato Hormuz. Ma il messaggio politico ed economico è già arrivato: se il Golfo si blocca, l’Italia non subisce solo un eventuale rallentamento degli investimenti, ma anche uno choc sui prezzi energetici, sui costi logistici e sugli esportatori. Non a caso il ministro Antonio Tajani ha detto che il governo sta preparando misure per proteggere imprese e famiglie dall’impatto della crisi, sottolineando il peso strategico del Golfo per l’economia italiana.
Del resto, i fondi sovrani dell’area amministrano circa 5.000 miliardi di dollari e, in caso di crisi prolungata, la pressione politica per usarli a fini di stabilizzazione interna aumenterà inevitabilmente.
Ma, dove sono in Italia i fondi in arrivo dal Golfo? Nel 2025 i principali investimenti arabi in Italia si concentrano su lusso, immobiliare, energia e industria. Il Qatar è l’attore più visibile: tramite Qia controlla Porta Nuova a Milano, hotel iconici a Milano, Roma e Firenze e, con Smeralda Holding, la Costa Smeralda in Sardegna. Nella moda, Mayhoola resta centrale con Valentino, Pal Zileri e il fondo Iq Made in Italy, creato per sostenere imprese italiane di moda, food, arredo e tempo libero. Sul piano industriale il rapporto è sempre più strategico: Saipem ed Eni sono partner chiave del Qatar nell’energia e nel Gnl.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno, poi, messo il turbo negli investimenti nel 2025 con un piano da 40 miliardi di dollari: focus su data center, Ia, infrastrutture energetiche, difesa e aerospazio, con Leonardo. In Toscana e Versilia avanzano nel real estate di fascia alta, come mostra l’acquisto del Grand Hotel Imperiale di Forte dei Marmi da parte di Mohamed Alabbar.
L’Arabia Saudita, tramite Pif, punta invece su tecnologia, ospitalità e supporto alle imprese italiane coinvolte nei mega-progetti sauditi: l’accordo con Sace e l’ingresso nel capitale di Rocco Forte Hotels ne sono i segnali più forti. Kuwait e Bahrain restano presenti con partecipazioni più silenziose in grandi gruppi e nuove intese in salute e biotech.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Se la prendono comoda. Al centro del dibattito, il controverso meccanismo con cui vien determinato il prezzo dell’elettricità. Il sistema oggi in vigore prevede che i produttori di energia vengano chiamati a immettere elettricità nella rete in base al costo di produzione dal più basso al più alto. Il prezzo finale per tutti è dato dall’ultimo impianto necessario a soddisfare la domanda. Questo è spesso una centrale a gas con il risultato che anche l’elettricità prodotta da fonti rinnovabili, finisce per essere pagata con prezzi più alti.
I gruppi dell’industria energivora sostengono che l’attuale sistema non è più adatto a rispondere a una crisi innescata dai combustibili fossili. Posizione non condivisa dai produttori di energia che invece sono contrari a una riforma del mercato. Una delle opzioni sul tavolo del Consiglio europeo è di separare il prezzo dell’elettricità da quello del gas. Allo stesso modo circola l’opzione di sospendere o modificare profondamente l’Ets, ovvero il sistema di scambio di quote di emissioni di Co2 in vigore in Europa, rendendo più economico per le aziende elettriche e per l’industria, emettere gas. Una soluzione che consentirebbe di contenere gli incrementi delle bollette. Il governo italiano ha chiesto esplicitamente che il meccanismo venga congelato fino all’attuazione delle riforme e nel frattempo ha varato con il decreto Bollette, un provvedimento che mira ad azzerare i costi del carbonio. E punta ad andare fino in fondo anche da sola.
Prima dell’attacco in Iran la Commissione aveva prospettato una revisione del meccanismo Ets nel terzo trimestre dell’anno ma è evidente che la crisi geopolitica non può non modificare l’agenda anche se fino ad ora Bruxelles non ha brillato per decisioni veloci. Il timore è di uno scontro con i Paesi concentrati a cambiare il meccanismo di determinazione dei prezzi all’ingrosso dell’elettricità. I ministri dell’energia di Danimarca, Finlandia, Lettonia, Lussemburgo, Portogallo, Paesi Bassi, Svezia e Belgio avrebbero scritto, il 5 marzo, una lettera in tal senso alla presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Questa posizione contrasta con i Paesi a forte vocazione industriale come Germania, Francia e Italia. Al prossimo Consiglio Ue, ha detto la premier Giorgia Meloni, «proporremo la sospensione dell’Ets. Il problema che noi continuiamo a porre è che oggi si tiene conto anche degli Ets per determinare il prezzo di tutte le forme di energia anche di quelle che non sono inquinanti anche delle rinnovabili e questa cosa secondo noi non ha senso. Chiediamo da sempre di scorporare il costo degli Ets dalla determinazione del prezzo dell’energia rinnovabile, dell’idroelettrico e solare per abbassare i costi». A questo punto, sulla base della lettera dei Paesi che tifano per lasciare tutto così com’è, si preannuncia un Consiglio agitato, dove si misurerà la capacità dell’Europa di reagire in tempi utili ad una crisi che rischia di essere di grande impatto.
Sul tema è molto impegnato il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini che ha lanciato un appello alle istituzioni europee e al governo italiano perché intervengano rapidamente sulla speculazione in atto sui rezzi dell’energia e rivedano il sistema Ets. Secondo Orsini «l’Europa rischia di compromettere la competitività della propria industria se non affronta con decisione l’aumento dei costi energetici».
Sulla stessa linea il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi: «È necessario valutare con attenzione l’impatto del sistema Ets. Per una Paese come l’Italia, dove il prezzo dell’elettricità è fortemente influenzato dal costo del gas, una sospensione temporanea dell’Ets contribuirebbe a ridurre il prezzo dell’energia anche di 25 euro al MgW in attesa di una revisione strutturale del meccanismo a livello europeo».
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