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2020-09-28
La banda degli incapaci
Ansa
Come spesso capita nei melodrammoni della politica italiana, ciò che indigna non è il fatto in sé, ma la pretesa di prendere in giro i contribuenti. I quali - per inciso - sono quelli che con le loro tasse pagano tutta la baracca: e, almeno per un elementare senso di rispetto, non meriterebbero di essere trattati da scemi.
Così, tra le cose che i cittadini-contribuenti pagheranno, c'è pure il poderoso scatto di stipendio (i più perfidi sui social hanno parlato di una versione deluxe del reddito di cittadinanza) per l'ineffabile Pasquale Tridico, il presidente dell'Inps voluto e stravoluto dai grillini. Sempre su Twitter gira già un nuovo soprannome per il boiardo pentastellato della previdenza: «Triplico», più che Tridico, visto che i suoi emolumenti saranno moltiplicati, se non esattamente per tre, almeno per due volte e mezzo (da 62.000 a 150.000 euro l'anno).
E il buon Tridico deve proprio avere un'altissima opinione di sé per difendere l'idea di un maxi aumento dopo le agghiaccianti prove di inefficienza fornite dall'istituto negli ultimi sei mesi: prima l'umiliazione inflitta alle partite Iva in occasione del click day; poi lo stillicidio della cassa integrazione (se non ci fossero state le imprese ad anticiparla, molti lavoratori non avrebbero avuto i soldi per fare materialmente la spesa); e infine la storiaccia della fuoriuscita dei nomi dei parlamentari che hanno chiesto i 600 euro (miserabili loro, per evidenti ragioni, politicamente parlando: ma resta gravissimo che l'Inps, chiamata a custodire dati sensibili, sia stata teatro di una così grave fuga di notizie). Come si dice: sbagliare è umano, perseverare è… grillino.
Eppure Tridico, senza fare né una piega né un plissé, si difende. In alcuni virgolettati pubblicati ieri sulla Stampa, piagnucola buttandola in politica («Infangano me per colpire il governo») o lamentandosi per l'onore offeso («Finora mi hanno colpito sul piano professionale, ora a livello personale»). Mentre su Repubblica, con una lettera aperta indirizzata al giornale che ha sollevato il caso, Tridico scaraventa la palla in tribuna come un terzinaccio del calcio antico: «Non l'ho deciso io e non prenderò gli arretrati», incassando peraltro la risposta bruciante dell'autrice dell'articolo, Giovanna Vitale, che ha buon gioco a citare il decreto interministeriale che aumenta i compensi «dalla data di nomina». Morale: «Tutto il resto è libera interpretazione del professor Tridico». Colpito e affondato. Tra l'altro, la parte più surreale della lettera è quella in cui il capo dell'Inps evoca una simulazione effettuata da un software che avrebbe ipotizzato per lui e gli alti dirigenti Inps un compenso ancora più elevato (240.000 euro): par di capire che i contribuenti debbano dunque tirare un sospiro di sollievo, perché, se si fosse dato retta al software, lo stipendio di Tridico sarebbe stato addirittura quadruplicato.
Con autodifese così, non si va lontano. E in effetti, peggio dell'arringa difensiva di Tridico, sono suonate solo le dichiarazioni di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: il primo attestato sul classico «Non ne sapevo nulla», il secondo in ritirata alla democristiana con un surreale «Chiederò chiarimenti».
Del resto, il presidente Inps ha un talento per le difese affannate e trafelatissime. Ad agosto, in audizione da remoto presso la commissione Lavoro della Camera dopo lo scandalo della fuoriuscita dei nomi dei deputati, dichiarò in modo stentoreo di aver promosso un'inchiesta interna, pur ammettendo di aver conosciuto la notizia da fine maggio e di averla condivisa (la notizia, non i nomi) con il cda dell'Inps (il 30 maggio). Il che (Tridico ci perdoni) fa un po' sorridere, perché dare una notizia a un cda significa già farla circolare: a quel punto, è per lo meno probabile che la cosa in qualche modo finirà per uscire. Eppure, anche nell'occasione di quell'audizione parlamentare, l'attitudine lacrimosa e melodrammatica di Tridico si rivelò in modo spettacolare: lunghi passaggi sul tema dell'evasione fiscale e contributiva (che non si vede cosa avesse a che fare con il bonus); una specie di mozione degli affetti («abbiamo servito il Paese, siamo stati a dormire nelle sedi dell'istituto»); l'incongruo riferimento alla profilazione fatta da aziende private («Google ci segnala prodotti»). Per non dire del costante richiamo, per giustificarsi, al numero altissimo di prestazioni erogate dall'Inps durante l'emergenza Covid, a partire dai 4 milioni di bonus («guardiamo il dito e non la luna!», ha ripetuto Tridico).
Nondimeno, ogni mese l'Inps eroga 20 milioni di pensioni, e quindi avere a che fare con grandi numeri è la regola, non l'eccezione. Fino al grido conclusivo: «L'Inps è una vittima, non un carnefice».
No, gentile presidente: le vittime sono i cittadini che, oltre a pagarle lo stipendio, devono assistere a questo genere di arrampicate su specchiere sempre più scivolose. E se vogliamo davvero affrontare la questione in modo adulto, senza demagogia, le osservazioni da fare sono due. Primo: è sacrosanto che il responsabile di un ente così importante abbia uno stipendio più elevato, adeguato agli emolumenti manageriali in molte grandi aziende private. Giustissimo: anche su questo, la retorica anti casta e le bambinate grilline si rivelano per quello che sono. Se vuoi dei manager all'altezza, devi pagarli.
E però qui scatta la seconda e definitiva osservazione: chi sta sul mercato, se sbaglia, paga. E dopo gli svarioni che oggettivamente sono capitati al'Inps, dei quali magari Tridico non avrà responsabilità personale diretta (ma esiste pur sempre una incancellabile culpa in vigilando), ci saremmo aspettati - in una logica di mercato - di vederlo uscire dalla sede dell'istituto con il proverbiale scatolone in mano.
Altro che maxi aumento di stipendio.
Tutti i buchi nella pazza gara per i banchi
E (quasi) luce fu. Sul sito del governo, la struttura commissariale di Domenico Arcuri ha pubblicato i documenti relativi al bando per i 2.408.434 banchi monoposto, con annesse «sedute innovative», tanto cari al ministro Lucia Azzolina. Quelli che dovevano arrivare entro l'8 settembre, al massimo il 12, poi entro la fine del mese, poi entro il 31 ottobre. E la cui consegna, invece, è ancora in mostruoso ritardo: finora ne sono giunti a destinazione solo 300.000. Per rispettare la scadenza, bisognerebbe portarne, a partire da oggi, domeniche incluse, 61.764 al giorno. Ci vorrebbe un miracolo. O l'esercito, come ipotizzava Arcuri. Più incline ai disastri che ai prodigi.
La vicenda della gara per i monoposto è un gigantesco pasticcio. E se i banchi non arriveranno nemmeno tra un mese, viene da domandarsi: serviva davvero tutta la tiritera del bando? Che Arcuri, mega commissario galattico, poteva non indire nemmeno, come lui stesso ci ha tenuto a rimarcare su Repubblica?
Carte alla mano, invero, emergono diverse incongruenze. Iniziamo ricordando che, il 13 agosto, si apprendeva che ad aggiudicarsi la fornitura erano state 11 aziende. Ma stando ai documenti pubblicati sabato sera, per i lotti A e B, alla data del 12 agosto, cioè «all'esito della procedura semplificata di massima urgenza», risultavano affidatarie le seguenti ditte: Mobilferro, associata a Vastarredo, Camillo Sirianni, Sud Arredi, Paci, Arredascuola e Biga srl (mezzo milione di pezzi); Beton, Quadrifoglio (600.000 arredi), Nexus, la portoghese Nautilus sa, Principe Italy spa ed Estel group. Precisamente, 13 operatori, sette dei quali radunati in un raggruppamento temporaneo. Eppure, recitano sempre le carte, non sarebbe stato possibile ottemperare alle richieste del Miur. Così, il responsabile unico del procedimento aveva intrapreso «una procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara». Insomma, una trattativa privata, come ha sempre sostenuto La Verità.
Ricapitolando: il commissario lancia una gara; fa sapere che l'hanno vinta 11 aziende, che però sono 13; la gara non copre il fabbisogno; e allora lui si risolve a usare i pieni poteri, facendo contattare direttamente i produttori. Il 9 settembre conclude altri cinque contratti con Hmy Financiere (Francia), Kinnarps Ab (Svezia, sede italiana a Cantù), Vs Vereinigte Spezialmöbelfabriken (Germania), Aurora group e Rti Gonzagarredi. Quest'ultima era finita in concordato fallimentare nel 2014: due anni dopo, l'ha acquisita il gruppo Fami. Aurora, invece, ci dice chi lavora nel settore, «non si occupa di arredi, bensì di macchine agricole». Effettivamente, sul sito dell'impresa di Miglianico, nel Chietino, campeggiano trattori, pistoni, lamiere, persino pannelli solari. Nessuna traccia di tavoli, sedie o banchi. Fatto che ciascuna di queste aziende si è impegnata a fornirne 200.000.
E pensare che, il 6 agosto, scaduto il bando, Arcuri era apparso a In Onda, su La 7, per assicurare: «La gara prevede che l'8 settembre i banchi vengano installati nelle classi». Al contrario, doveva aver già intuito che la prima tranche di aggiudicazioni non sarebbe stata sufficiente. Tant'è che, sei giorni dopo la comparsata in tv, è spuntata la relazione che riconosceva come «non fosse possibile soddisfare integralmente le esigenze rappresentate dal ministero dell'Istruzione».
E non finiscono qua le stranezze della gara che misericordiosamente Arcuri ci ha concesso, pur non essendo tenuto a indirla e pur avendo insistito, ai sensi di legge, affinché i suoi esiti restassero avvolti nel mistero per un mese.
La struttura commissariale ha precisato che la Nexus made srl, la ditta di Ostia con un solo dipendente, suo socio principale, entrato in cassa integrazione a marzo, che doveva realizzare 180.000 banchi per quasi 45 milioni di euro, «non era mai stata presa in considerazione». Curioso, perché dalle carte si evince che l'azienda, al 12 agosto, era proprio una delle affidatarie del lotto A. La Verità è anche in possesso di un contratto del 26 agosto, recante la firma digitale del commissario, con il quale venivano definiti tipologia e numero di arredi scolastici da produrre e il corrispettivo economico per la ditta laziale. Non male, per un'impresa che non era neanche «mai stata presa in considerazione»…
L'altra ditta estromessa, sulla cui esistenza Arcuri si era pronunciato, cripticamente, in un'intervista a Repubblica, è la e-Picuro srl. A differenza della Nexus, non compare nemmeno tra quelle inserite nei lotti A e B del 12 agosto. E qui, suona un campanello. Nell'intervista a Repubblica del 14 settembre, il commissario riconosceva appunto che, oltre all'azienda di Ostia, le verifiche avevano «prodotto risultati negativi» anche su un altro fornitore. La sensazione è che, dai controlli, fosse emersa subito l'inidoneità della e-Picuro, mentre, ad accendere i riflettori sulla Nexus, abbiano contribuito le nostre inchieste e l'interrogazione parlamentare della Lega.
Dovrebbe essere assodato, comunque, che se la e-Picuro, al 12 agosto, era stata estromessa, i suoi banchi erano già stati conferiti in capo a un'impresa concorrente. Ciò che le carte non chiariscono, invece, è quando e su chi sia stata dirottata la consegna dei 180.000 pezzi per cui si era impegnata la Nexus - con la quale, ribadiamo, esiste un contratto del 26 agosto, successivamente annullato. Della serie: a pensare male si fa peccato, ma…
Il punto è che il nostro primo articolo sul caso Nexus risale al 5 settembre. Il 9, il commissario dichiara di aver stipulato contratti con altre cinque società. Il documento che lo attesta, diffuso sabato sera, reca la data del 26 settembre. Sorge il sospetto - sarà pura malizia? - che qualcuno, in fretta e furia, tra fine agosto e l'esplosione dello scandalo sulla stampa, abbia agganciato qualche altro operatore economico, peraltro straniero, che potesse sobbarcarsi la commessa saltata con l'azienda ostiense. Una toppa piazzata al fotofinish, per aggiustare la cronologia degli eventi.
Tiriamo le somme della gara è più pazza del mondo. Per far ripartire la scuola in sicurezza (il motto sbandierato da Giuseppe Conte e Azzolina), il commissario Arcuri ha cominciato da un bando che poteva risparmiarsi e che non gli era bastato a procurarsi tutti gli approvvigionamenti necessari. Comunque, il giorno dopo la sua scadenza, l'uomo dell'improvvidenza è andato in tv a vendersi un imminente successo: tutto pronto entro l'8 settembre. Sei giorni dopo, la relazione raggelante sulle richieste del Miur impossibili da soddisfare e la corsa contro il tempo per cercare altri fornitori, stavolta senza bando. Verso la fine di agosto, si firmano i primi contratti, tra cui quello, non perfezionato, con la Nexus (contratti che, detto per inciso, non sono stati pubblicati). Il 9 settembre, 24 ore dopo la scadenza della deadline, solennemente proclamata da Arcuri su La 7, vengono ultimati gli accordi con le altre aziende interpellate.
Risultato di questa procedura estenuante? Al 28 settembre, sono stati recapitati 300.000 arredi. Il 12,5% del totale. Il supermanager in ritardo sui tamponi, in ritardo sulle mascherine, è in ritardo pure su banchi e sedie. I bimbi fanno lezione in ginocchio, ma almeno, in quella posizione, possono pregare che arrivino presto…
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Mr Inps sui 150.000 euro: «Non ho deciso io e non avrò arretrati» Lui fa la vittima, ma le vere vittime dei suoi flop sono gli italianiDomenico Arcuri pubblica le carte (e non i contratti). La Nexus? «Mai considerata», eppure risulta affidataria di un lotto. Una delle ditteincaricate il 9 settembre si occupa di macchine agricole. E i ritardi permangono: è stato consegnato solo il 12,5% degli arredi.Lo speciale contiene due articoliCome spesso capita nei melodrammoni della politica italiana, ciò che indigna non è il fatto in sé, ma la pretesa di prendere in giro i contribuenti. I quali - per inciso - sono quelli che con le loro tasse pagano tutta la baracca: e, almeno per un elementare senso di rispetto, non meriterebbero di essere trattati da scemi.Così, tra le cose che i cittadini-contribuenti pagheranno, c'è pure il poderoso scatto di stipendio (i più perfidi sui social hanno parlato di una versione deluxe del reddito di cittadinanza) per l'ineffabile Pasquale Tridico, il presidente dell'Inps voluto e stravoluto dai grillini. Sempre su Twitter gira già un nuovo soprannome per il boiardo pentastellato della previdenza: «Triplico», più che Tridico, visto che i suoi emolumenti saranno moltiplicati, se non esattamente per tre, almeno per due volte e mezzo (da 62.000 a 150.000 euro l'anno). E il buon Tridico deve proprio avere un'altissima opinione di sé per difendere l'idea di un maxi aumento dopo le agghiaccianti prove di inefficienza fornite dall'istituto negli ultimi sei mesi: prima l'umiliazione inflitta alle partite Iva in occasione del click day; poi lo stillicidio della cassa integrazione (se non ci fossero state le imprese ad anticiparla, molti lavoratori non avrebbero avuto i soldi per fare materialmente la spesa); e infine la storiaccia della fuoriuscita dei nomi dei parlamentari che hanno chiesto i 600 euro (miserabili loro, per evidenti ragioni, politicamente parlando: ma resta gravissimo che l'Inps, chiamata a custodire dati sensibili, sia stata teatro di una così grave fuga di notizie). Come si dice: sbagliare è umano, perseverare è… grillino.Eppure Tridico, senza fare né una piega né un plissé, si difende. In alcuni virgolettati pubblicati ieri sulla Stampa, piagnucola buttandola in politica («Infangano me per colpire il governo») o lamentandosi per l'onore offeso («Finora mi hanno colpito sul piano professionale, ora a livello personale»). Mentre su Repubblica, con una lettera aperta indirizzata al giornale che ha sollevato il caso, Tridico scaraventa la palla in tribuna come un terzinaccio del calcio antico: «Non l'ho deciso io e non prenderò gli arretrati», incassando peraltro la risposta bruciante dell'autrice dell'articolo, Giovanna Vitale, che ha buon gioco a citare il decreto interministeriale che aumenta i compensi «dalla data di nomina». Morale: «Tutto il resto è libera interpretazione del professor Tridico». Colpito e affondato. Tra l'altro, la parte più surreale della lettera è quella in cui il capo dell'Inps evoca una simulazione effettuata da un software che avrebbe ipotizzato per lui e gli alti dirigenti Inps un compenso ancora più elevato (240.000 euro): par di capire che i contribuenti debbano dunque tirare un sospiro di sollievo, perché, se si fosse dato retta al software, lo stipendio di Tridico sarebbe stato addirittura quadruplicato. Con autodifese così, non si va lontano. E in effetti, peggio dell'arringa difensiva di Tridico, sono suonate solo le dichiarazioni di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: il primo attestato sul classico «Non ne sapevo nulla», il secondo in ritirata alla democristiana con un surreale «Chiederò chiarimenti». Del resto, il presidente Inps ha un talento per le difese affannate e trafelatissime. Ad agosto, in audizione da remoto presso la commissione Lavoro della Camera dopo lo scandalo della fuoriuscita dei nomi dei deputati, dichiarò in modo stentoreo di aver promosso un'inchiesta interna, pur ammettendo di aver conosciuto la notizia da fine maggio e di averla condivisa (la notizia, non i nomi) con il cda dell'Inps (il 30 maggio). Il che (Tridico ci perdoni) fa un po' sorridere, perché dare una notizia a un cda significa già farla circolare: a quel punto, è per lo meno probabile che la cosa in qualche modo finirà per uscire. Eppure, anche nell'occasione di quell'audizione parlamentare, l'attitudine lacrimosa e melodrammatica di Tridico si rivelò in modo spettacolare: lunghi passaggi sul tema dell'evasione fiscale e contributiva (che non si vede cosa avesse a che fare con il bonus); una specie di mozione degli affetti («abbiamo servito il Paese, siamo stati a dormire nelle sedi dell'istituto»); l'incongruo riferimento alla profilazione fatta da aziende private («Google ci segnala prodotti»). Per non dire del costante richiamo, per giustificarsi, al numero altissimo di prestazioni erogate dall'Inps durante l'emergenza Covid, a partire dai 4 milioni di bonus («guardiamo il dito e non la luna!», ha ripetuto Tridico). Nondimeno, ogni mese l'Inps eroga 20 milioni di pensioni, e quindi avere a che fare con grandi numeri è la regola, non l'eccezione. Fino al grido conclusivo: «L'Inps è una vittima, non un carnefice».No, gentile presidente: le vittime sono i cittadini che, oltre a pagarle lo stipendio, devono assistere a questo genere di arrampicate su specchiere sempre più scivolose. E se vogliamo davvero affrontare la questione in modo adulto, senza demagogia, le osservazioni da fare sono due. Primo: è sacrosanto che il responsabile di un ente così importante abbia uno stipendio più elevato, adeguato agli emolumenti manageriali in molte grandi aziende private. Giustissimo: anche su questo, la retorica anti casta e le bambinate grilline si rivelano per quello che sono. Se vuoi dei manager all'altezza, devi pagarli. E però qui scatta la seconda e definitiva osservazione: chi sta sul mercato, se sbaglia, paga. E dopo gli svarioni che oggettivamente sono capitati al'Inps, dei quali magari Tridico non avrà responsabilità personale diretta (ma esiste pur sempre una incancellabile culpa in vigilando), ci saremmo aspettati - in una logica di mercato - di vederlo uscire dalla sede dell'istituto con il proverbiale scatolone in mano. Altro che maxi aumento di stipendio. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/le-comiche-di-tridico-non-e-colpa-mia-se-ho-preso-laumento-2647839662.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutti-i-buchi-nella-pazza-gara-per-i-banchi" data-post-id="2647839662" data-published-at="1601239719" data-use-pagination="False"> Tutti i buchi nella pazza gara per i banchi E (quasi) luce fu. Sul sito del governo, la struttura commissariale di Domenico Arcuri ha pubblicato i documenti relativi al bando per i 2.408.434 banchi monoposto, con annesse «sedute innovative», tanto cari al ministro Lucia Azzolina. Quelli che dovevano arrivare entro l'8 settembre, al massimo il 12, poi entro la fine del mese, poi entro il 31 ottobre. E la cui consegna, invece, è ancora in mostruoso ritardo: finora ne sono giunti a destinazione solo 300.000. Per rispettare la scadenza, bisognerebbe portarne, a partire da oggi, domeniche incluse, 61.764 al giorno. Ci vorrebbe un miracolo. O l'esercito, come ipotizzava Arcuri. Più incline ai disastri che ai prodigi. La vicenda della gara per i monoposto è un gigantesco pasticcio. E se i banchi non arriveranno nemmeno tra un mese, viene da domandarsi: serviva davvero tutta la tiritera del bando? Che Arcuri, mega commissario galattico, poteva non indire nemmeno, come lui stesso ci ha tenuto a rimarcare su Repubblica? Carte alla mano, invero, emergono diverse incongruenze. Iniziamo ricordando che, il 13 agosto, si apprendeva che ad aggiudicarsi la fornitura erano state 11 aziende. Ma stando ai documenti pubblicati sabato sera, per i lotti A e B, alla data del 12 agosto, cioè «all'esito della procedura semplificata di massima urgenza», risultavano affidatarie le seguenti ditte: Mobilferro, associata a Vastarredo, Camillo Sirianni, Sud Arredi, Paci, Arredascuola e Biga srl (mezzo milione di pezzi); Beton, Quadrifoglio (600.000 arredi), Nexus, la portoghese Nautilus sa, Principe Italy spa ed Estel group. Precisamente, 13 operatori, sette dei quali radunati in un raggruppamento temporaneo. Eppure, recitano sempre le carte, non sarebbe stato possibile ottemperare alle richieste del Miur. Così, il responsabile unico del procedimento aveva intrapreso «una procedura negoziata senza previa pubblicazione del bando di gara». Insomma, una trattativa privata, come ha sempre sostenuto La Verità. Ricapitolando: il commissario lancia una gara; fa sapere che l'hanno vinta 11 aziende, che però sono 13; la gara non copre il fabbisogno; e allora lui si risolve a usare i pieni poteri, facendo contattare direttamente i produttori. Il 9 settembre conclude altri cinque contratti con Hmy Financiere (Francia), Kinnarps Ab (Svezia, sede italiana a Cantù), Vs Vereinigte Spezialmöbelfabriken (Germania), Aurora group e Rti Gonzagarredi. Quest'ultima era finita in concordato fallimentare nel 2014: due anni dopo, l'ha acquisita il gruppo Fami. Aurora, invece, ci dice chi lavora nel settore, «non si occupa di arredi, bensì di macchine agricole». Effettivamente, sul sito dell'impresa di Miglianico, nel Chietino, campeggiano trattori, pistoni, lamiere, persino pannelli solari. Nessuna traccia di tavoli, sedie o banchi. Fatto che ciascuna di queste aziende si è impegnata a fornirne 200.000. E pensare che, il 6 agosto, scaduto il bando, Arcuri era apparso a In Onda, su La 7, per assicurare: «La gara prevede che l'8 settembre i banchi vengano installati nelle classi». Al contrario, doveva aver già intuito che la prima tranche di aggiudicazioni non sarebbe stata sufficiente. Tant'è che, sei giorni dopo la comparsata in tv, è spuntata la relazione che riconosceva come «non fosse possibile soddisfare integralmente le esigenze rappresentate dal ministero dell'Istruzione». E non finiscono qua le stranezze della gara che misericordiosamente Arcuri ci ha concesso, pur non essendo tenuto a indirla e pur avendo insistito, ai sensi di legge, affinché i suoi esiti restassero avvolti nel mistero per un mese. La struttura commissariale ha precisato che la Nexus made srl, la ditta di Ostia con un solo dipendente, suo socio principale, entrato in cassa integrazione a marzo, che doveva realizzare 180.000 banchi per quasi 45 milioni di euro, «non era mai stata presa in considerazione». Curioso, perché dalle carte si evince che l'azienda, al 12 agosto, era proprio una delle affidatarie del lotto A. La Verità è anche in possesso di un contratto del 26 agosto, recante la firma digitale del commissario, con il quale venivano definiti tipologia e numero di arredi scolastici da produrre e il corrispettivo economico per la ditta laziale. Non male, per un'impresa che non era neanche «mai stata presa in considerazione»… L'altra ditta estromessa, sulla cui esistenza Arcuri si era pronunciato, cripticamente, in un'intervista a Repubblica, è la e-Picuro srl. A differenza della Nexus, non compare nemmeno tra quelle inserite nei lotti A e B del 12 agosto. E qui, suona un campanello. Nell'intervista a Repubblica del 14 settembre, il commissario riconosceva appunto che, oltre all'azienda di Ostia, le verifiche avevano «prodotto risultati negativi» anche su un altro fornitore. La sensazione è che, dai controlli, fosse emersa subito l'inidoneità della e-Picuro, mentre, ad accendere i riflettori sulla Nexus, abbiano contribuito le nostre inchieste e l'interrogazione parlamentare della Lega. Dovrebbe essere assodato, comunque, che se la e-Picuro, al 12 agosto, era stata estromessa, i suoi banchi erano già stati conferiti in capo a un'impresa concorrente. Ciò che le carte non chiariscono, invece, è quando e su chi sia stata dirottata la consegna dei 180.000 pezzi per cui si era impegnata la Nexus - con la quale, ribadiamo, esiste un contratto del 26 agosto, successivamente annullato. Della serie: a pensare male si fa peccato, ma… Il punto è che il nostro primo articolo sul caso Nexus risale al 5 settembre. Il 9, il commissario dichiara di aver stipulato contratti con altre cinque società. Il documento che lo attesta, diffuso sabato sera, reca la data del 26 settembre. Sorge il sospetto - sarà pura malizia? - che qualcuno, in fretta e furia, tra fine agosto e l'esplosione dello scandalo sulla stampa, abbia agganciato qualche altro operatore economico, peraltro straniero, che potesse sobbarcarsi la commessa saltata con l'azienda ostiense. Una toppa piazzata al fotofinish, per aggiustare la cronologia degli eventi. Tiriamo le somme della gara è più pazza del mondo. Per far ripartire la scuola in sicurezza (il motto sbandierato da Giuseppe Conte e Azzolina), il commissario Arcuri ha cominciato da un bando che poteva risparmiarsi e che non gli era bastato a procurarsi tutti gli approvvigionamenti necessari. Comunque, il giorno dopo la sua scadenza, l'uomo dell'improvvidenza è andato in tv a vendersi un imminente successo: tutto pronto entro l'8 settembre. Sei giorni dopo, la relazione raggelante sulle richieste del Miur impossibili da soddisfare e la corsa contro il tempo per cercare altri fornitori, stavolta senza bando. Verso la fine di agosto, si firmano i primi contratti, tra cui quello, non perfezionato, con la Nexus (contratti che, detto per inciso, non sono stati pubblicati). Il 9 settembre, 24 ore dopo la scadenza della deadline, solennemente proclamata da Arcuri su La 7, vengono ultimati gli accordi con le altre aziende interpellate. Risultato di questa procedura estenuante? Al 28 settembre, sono stati recapitati 300.000 arredi. Il 12,5% del totale. Il supermanager in ritardo sui tamponi, in ritardo sulle mascherine, è in ritardo pure su banchi e sedie. I bimbi fanno lezione in ginocchio, ma almeno, in quella posizione, possono pregare che arrivino presto…
il presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Nel riquadro, un fermo immagine dei recenti scontri a Teheran (Ansa)
L’agenzia per i diritti umani Human rights activists news agency (Hrana) ha detto che il bilancio dei disordini nel Paese è tragico. Vi sarebbero almeno 36 morti, tra cui 34 manifestanti (di cui quattro bambini) e due membri delle forze di sicurezza. Oltre 2.000 sarebbero gli arresti, con raid notturni in ospedali a Teheran e a Ilam, dove gas lacrimogeni e proiettili hanno ferito decine di civili in cerca di rifugio.
A Teheran il Gran Bazar è rimasto ancora chiuso per lo sciopero dei commercianti, con la polizia antisommossa che ha sparato gas lacrimogeni e granate stordenti contro la folla che scandiva «libertà, libertà». A Malekshahi (Ilam), dove sette manifestanti sono stati uccisi, le forze di sicurezza sono state respinte da raduni di protesta ai funerali, mentre ad Abdanan i dimostranti hanno occupato la stazione di polizia dopo la fuga degli agenti. Scene simili a Shahrekord, dove idranti e cannoni ad acqua sono stati usati contro donne in prima fila, a Kermanshah e Lorestan, dove due agenti sono morti in scontri armati, a Neyriz (Fars), con proiettili veri su folle disarmate, e a Yazdanshahr (Isfahan), dove i video mostrano gli agenti della sicurezza che passano dal lancio di lacrimogeni al fuoco reale. Molti feriti e arresti, tra cui una decina di minorenni.
In questo contesto, Reza Pahlavi, erede dell’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi in esilio, ha rotto il silenzio martedì con un post su X (il suo primo appello pubblico dall’inizio della rivolta), esortando gli iraniani a cantare slogan uniti alle 20.00 di oggi e domani, dalle strade o dalle case, per mostrare al regime la massa critica e provocare defezioni nelle forze armate. Pahlavi ha diffuso poi ieri un altro video nel quale si rivolge alle forze armate e agli agenti della sicurezza iraniani, esortandoli a stare «dalla parte giusta della storia, non con i criminali ma con il popolo», e definendo la repubblica islamica un regime corrotto e repressivo.
Decine di video giungono da Teheran, da Mashhad e da Kermanshah, nel Kurdistan, con immagini di folla con bandiere dell’era pre 1979 che invoca il ritorno dello scià. Invocazioni anche verso Donald Trump, con scritte «Non lasciare che ci uccidano».
Il presidente Pezeshkian, generalmente definito «moderato» (sic), ha ordinato alla polizia di distinguere «protestatari economici», che hanno delle ragioni, da «rivoltosi armati», vietando azioni contro chi non minaccia la sicurezza nazionale e avviando indagini su quanto avvenuto all’ospedale di Ilam, dove le forze di sicurezza hanno dato luogo a scontri e sparato gas lacrimogeni all’interno dell’ospedale.
In un duro discorso tre giorni fa, Ali Khamenei ha paventato «cospirazioni nemiche» e il capo della magistratura Gholam-Hossein Mohseni Ejei ha escluso ogni clemenza verso i manifestanti. Clero e Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (Irgc) restano dunque inflessibili.
Teheran rimane una fabbrica della morte inarrestabile: ieri sono state eseguite le sentenze di dieci prigionieri condannati a morte in precedenza (per reati di droga e omicidio). Nel 2025 sarebbero oltre 2.000 le persone giustiziate in Iran. Sempre ieri, è stato impiccato Ali Ardestani, un uomo accusato di spionaggio per conto di Israele. «La condanna a morte di Ali Ardestani per il reato di spionaggio a favore del servizio di intelligence del Mossad, tramite la fornitura di informazioni sensibili del Paese, è stata eseguita dopo l’approvazione della Corte Suprema e attraverso procedure legali», ha affermato l’organo di stampa iraniano Mizan.
Teheran, nel frattempo, con tempismo da manuale, ha chiesto al governo di Caracas di riscuotere il credito di 2 miliardi di dollari per forniture petrolifere pregresse. Ieri Donald Trump ha annunciato che fino a 50 milioni di barili di petrolio della produzione venezuelana saranno girati agli Stati Uniti. Il che lascia supporre che la Cina sostituirà buona parte della fornitura dal Venezuela con petrolio iraniano, di qualità non troppo dissimile. Se così fosse, un flusso extra dalla Cina rafforzerebbe le casse di Teheran, aumentando le probabilità di un intervento americano.
Intanto, si segnalano ampi movimenti aerei militari dagli Usa verso basi in Europa. Negli ultimi quattro giorni si parla di almeno 14 viaggi di enormi aerei C-17 Globemaster III, in grado di trasportare elicotteri Chinook e Black Hawk. Vi è poi ampio traffico di aerocisterne e di velivoli logistici, mentre si alzano i livelli di allerta nelle basi americane in Medio Oriente. I satelliti Starlink di Elon Musk sarebbero pronti a fornire supporto. Un attacco congiunto americano e israeliano sembra imminente, forse già nelle prossime ore, con obiettivo l’Alto comando delle Guardie della Rivoluzione ed esponenti chiave del regime. Voci incontrollate parlano di una fuga prevista di Khamenei e dei membri di spicco del governo. Un intervento aereo americano viene visto come elemento utile a sostenere una nuova leadership. Un ritorno dello scià erede Reza Pahlavi potrebbe essere l’asso nella manica di Trump, mentre la leader del Consiglio nazionale della resistenza iraniana Maryam Rajavi, molto nota in Europa, non sembra avere il necessario supporto interno per spuntarla in una eventuale successione al potere.
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Antonio Decaro e Roberto Fico (Ansa)
Roberto Fico ha nominato dieci assessori e si è tenuto molte deleghe, tra cui quelle al Bilancio e alla Sanità. E poi si è tenuto tutti i poteri sulla sicurezza, la legalità e l’immigrazione, che probabilmente non saranno ceduti neppure in un secondo tempo. Chi gli ha parlato in queste ore, ha visto l’ex presidente della Camera molto determinato a giocarsi in prima persona anche la carta del governatore «anticamorra». Il vicepresidente della giunta sarà il piddino Mario Casillo, che è anche assessore ai Tasporti e alla mobilità, mentre le deleghe strategiche a Territorio e patrimonio andranno all’ex sindaco di Portici, Vincenzo Cuomo. Che, però, dovrà attendere 15 giorni perché devono passarne 20 dalle dimissioni dalla carica di primo cittadino. Per aggirare la faccenda, non senza polemiche, Fico ha spiegato che Cuomo entrerà nel pieno delle sue funzioni il 21 gennaio, nonostante il decreto di nomina della giunta sia già stato firmato. Del resto, senza questo ex funzionario Asl democristiano non si può davvero partire perché è stato senatore ed è stato sindaco più volte, sempre con percentuali bulgare. Sulle altre deleghe e, soprattutto, sugli incarichi da assegnare, il fuoco brucia sotto le ceneri. In giunta hanno ottenuto un assessore ciascuno Clemente Mastella, i renziani, la lista A testa alta di Vincenzo De Luca e Avs. Stanno già meditando come rifarsi. Ma soprattutto, fatto incredibile, si parla già di rimpasto e ampliamento a 12 assessori nel 2027, quando ci saranno le politiche e alcuni assessori potrebbero tentare lo sbarco a Roma.
I conti con il passato non si chiuderanno facilmente neppure in Puglia, dove l’ex presidente Emiliano va verso un posto nella giunta di Antonio Decaro come assessore alle Crisi industriali. Il tutto in attesa di un posto a Montecitorio e con la possibilità di tenere sotto controllo l’infinito dossier Iva e le varie inchieste. Per farlo felice, Decaro scorporerà la delega dall’Ambiente. La composizione della giunta sarà ufficializzata la prossima settimana e le trattative nel centrosinistra sono complicate anche dal fatto che lo statuto della Puglia prevede che gli esterni al Consiglio non possano essere più di due (su 12). Emiliano non è stato ricandidato per il veto dell’ex sindaco di Bari Decaro e, se non fosse nominato assessore, gli toccherebbe tornare a vestire la toga da magistrato. Visto che è stato eletto per l’ultima volta nel 2020, non gli si applica la riforma Cartabia del 2022 che vieta le cosiddette «porte girevoli» tra magistratura e politica. In attesa, via libera al rientro dalla finestra.
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La vittoria di Giorgia Meloni che non ha rivendicato il femminismo ha mandato in crisi il paradigma dominante. Il saggio «Belle Ciao! Come Giorgia Meloni e la destra hanno mandato in tilt il femminismo» di Barbara Saltamartini critica i dogmi del femminismo progressista, contesta l’idea di un’unica voce legittimata a parlare per le donne e rilegge Giorgia Meloni come espressione di una tradizione femminile di destra rimossa dal racconto ufficiale. Il libro denuncia un’ideologia che ha mercificato la libertà e cancellato la differenza sessuale, rilanciando identità, maternità e comunità come valori politici. Un testo provocatorio che segna una rottura culturale.