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2019-02-16
L’autonomia regionale è sul tavolo: barricate M5s, la sinistra si spacca
Ansa
Grande è la confusione sotto il cielo dell'autonomia differenziata: il dibattito diventa incandescente, con il M5s, reduce dalla scoppola rimediata in Abruzzo, che si divide al suo interno e teme ripercussioni pesanti dal punto di vista elettorale al Sud, il suo granaio di voti. Emergono spaccature in tutti i partiti, tranne ovviamente la Lega: dai pentastellati a Forza Italia al Pd, si registrano prese di posizione assai diverse sull'argomento, a seconda della provenienza geografica dei protagonisti politici. Mentre procede - seppure a rilento - l'iter che riguarda Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ieri a tenere banco è stata la Campania, il cui presidente Vincenzo De Luca, esponente del Pd, ha ufficializzato, con una lettera indirizzata al premier Giuseppe Conte, la richiesta di autonomia differenziata anche per la Campania: «Abbiamo chiesto un mese fa», ha detto De Luca, «di essere associati alla discussione che riguarda Veneto, Lombardia ed Emilia. Non abbiamo ricevuto risposte e formalizziamo oggi (ieri, ndr) la richiesta di autonomia differenziata anche per la Campania sulla nostra linea: difesa dell'unità nazionale , parità di condizioni per tutti i cittadini italiani, livelli di prestazione uguali per tutti e premialità e penalità per tutti quegli amministratori che dimostrano di non essere in grado di amministrare in maniera corretta. La linea scelta dal governo porta a spezzare l'unità del Paese, a marginalizzare la realtà del Sud».
Decisa a non arretrare di un millimetro Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali: «Sono delusa per le ricostruzioni sbagliate», ha detto la Stefani in riferimento alle notizie di stampa all'indomani del Consiglio dei ministri, «ma determinata ad andare avanti. Ogni allarmismo è del tutto infondato. Ribadiamo il nostro totale rispetto del percorso indicato dalla Costituzione, dei livelli essenziali delle prestazioni e dei bisogni di tutti i territori. Non toglieremo niente a nessuno. Preciso anche che un coinvolgimento condiviso del Parlamento», ha aggiunto la Stefani, «ci sarà. Comprendo i timori per la novità ma non dobbiamo avere paura di cambiare per trovare le soluzioni migliori per risolvere problemi che oggi sono oggettivi». C'è anche un messaggio a De Luca: «Dalla Regione Campania», ha precisato poi il ministero per gli Affari regionali, «risulta agli atti una richiesta del febbraio 2018, nella precedente legislatura, che non precisa gli ambiti e le materie per cui attivare la richiesta. Oltre alle 8 regioni che hanno richiesto formalmente di attivare la procedura, non risulta nessun'altra richiesta». Le regioni di cui sopra sono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Marche.
Il riferimento della Stefani al coinvolgimento del Parlamento è la risposta alle parole di Roberto Fico, presidente della Camera, leader dell'ala più a sinistra nel M5s: «Da presidente della Camera», ha dichiarato, «dico solo che è importante, importantissimo, che il Parlamento abbia un ruolo centrale nella questione delle autonomie. Non può avere un ruolo marginale in un'attività così importante. Noi», ha aggiunto Fico, «abbiamo nella nostra Costituzione l'equa distribuzione delle risorse, quindi da questo punto di vista non deve accadere niente».
Il premio per l'uscita più demagogica del giorno va all'ex premier Enrico Letta, che dal suo esilio dorato a Parigi (insegna alla prestigiosa facoltà di Sciences politiques) è intervenuto sull'argomento: «Si tratta di una secessione», ha detto Letta al Quotidiano Nazionale, «altro che autonomia. Una secessione mascherata. L'autonomia favorisce solo e solamente il Nord. Quel Nord che si fa gli affari suoi».
Da registrare un altro «sì condizionato», quello del presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino (Pd): «C'è da smascherare», ha detto Chiamparino a Repubblica, «un'ambiguità. Non so cosa sia scritto nelle intese di Veneto e Lombardia, ma so cosa ci sarà in quella del Piemonte. Non sta nell'autonomia differenziata incidere sui residui fiscali».
Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana (Lega), da parte sua ha detto di aspettarsi tempi brevi per la conclusione dell'iter: «Esistono sicuramente alcuni punti», ha argomentato, «su cui non siamo d'accordo, che dovremo affrontare e risolvere. Penso che nello spazio di una settimana arriveremo a definire una posizione. I due aspetti positivi del Consiglio dei ministri di giovedì scorso sono innanzitutto che si è individuato un testo sul quale lavorare, mentre fino all'altro ieri avevamo una pagina bianca. Il secondo aspetto positivo è che è stata individuata la modalità per arrivare al finanziamento delle competenze. Il contro-dossier del M5s? Lo esamineremo», ha aggiunto Fontana, «la cosa che mi lascia più perplesso è che ne stiamo discutendo da nove mesi, se fosse uscito un po' prima sarebbe stato meno colpo di scena».
Stringato il premier Giuseppe Conte: «È un processo serio, da portare avanti con molta responsabilità e molta chiarezza e determinazione per raggiungere un obiettivo sostenibile. Il Parlamento», ha precisato il presidente del Consiglio, «non può essere destinatario passivo di un progetto di riforma rivoluzionario».
Le bozze di intesa parlano chiaro: il Paese non si divide in zone di serie A e B
Con l'eccezione della Verità, sui quotidiani di ieri c'erano diverse forzature in tema di autonomia regionale: retroscena su liti nel governo, addirittura voci di stop.
Si tratta spesso di fotografie sfocate. La stessa Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali, che di solito sceglie un profilo di riserbo, ha sentito l'esigenza di prendere carta e penna per dichiararsi «delusa per le ricostruzioni sbagliate» e «determinata ad andare avanti».
La Verità è in grado di raccontare cosa sia successo in Consiglio dei ministri l'altra sera: nessuna tensione o scorrettezza da parte dei ministri grillini, nessun veto sul proseguimento dell'iter. La Stefani ha presentato il lavoro compiuto sulle intese con le regioni: a questo punto, in un tempo da stabilire, toccherà al premier Giuseppe Conte siglare gli accordi; successivamente saranno varati i disegni di legge governativi, che dovranno essere votati dal Parlamento a maggioranza assoluta.
Fonti di primo piano della delegazione governativa leghista confermano tranquillità: tale è la serenità del partito di Salvini che da parte del Carroccio non ci sarà alcuna forzatura, meno che mai sui tempi. Si è stabilito che, in un giorno della prossima settimana, si terrà un vertice politico per le ultime limature. Quanto alla richiesta grillina di «parlamentarizzare» già ora il percorso, pare da escludere l'ipotesi che si possano sottoporre a procedura emendativa alla Camera e al Senato le singole intese. Si fa invece strada - ragionevolmente - l'idea di un momento parlamentare di dibattito, un po' a somiglianza di quanto accade quando il premier informa preventivamente le Camere alla vigilia dei vertici europei, spesso facendo anche tesoro di risoluzioni parlamentari. Può dunque venir fuori un'ipotesi di questo tipo: prima un vertice Conte-Salvini-Di Maio; poi un dibattito parlamentare; poi la sigla delle intese tra Stato e Regioni; e infine i ddl governativi e il relativo iter alle Camere. Venendo al merito, è opportuno affrontare le principali obiezioni che gli avversari della riforma stanno mettendo in campo. Esaminiamole ad una ad una.
coesione nazionale
Dicono i critici: avevamo uno Stato, ora avremo al massimo tanti staterelli. Premesso che così non sarà, e che semmai un po' di competizione tra territori potrebbe solo stimolarne l'efficienza (e il premio o la punizione elettorale per i governatori regionali), l'argomento non sta in piedi, perché stiamo parlando di una procedura prevista dall'attuale Costituzione (articolo 116 comma 3). Nella riforme volute a suo tempo da esponenti di centrosinistra a partire da Franco Bassanini, si stabilì che vi fossero competenze esclusive dello Stato, poi competenze esclusive (residuali) delle Regioni, e infine competenze concorrenti. Ecco, l'articolo 116 comma 3 consente che lo Stato, su richiesta della Regione, possa cedere queste ultime competenze. La Regione chiede e lo Stato decide politicamente. Tutto qui.
uniformità
Dicono i critici: sulle prestazioni essenziali, ci sarà un'esplosione di diversità. Ma in realtà già oggi è così, e proprio sulle materie già di competenza regionale: chiunque conosca la sanità del Sud, le liste di attesa, sa che occorre proprio un'iniezione di efficienza. E le discriminazioni avvengono anche a parità di risorse tra Regioni: quindi si pone un tema di capacità di gestione, di buona o cattiva amministrazione. E non è certo l'ipotesi dell'articolo 116 comma 3 a creare questo problema.
aree svantaggiate
Dicono i critici: nel gioco del «residuo fiscale» (cioè la differenza tra le tasse pagate e le spese ricevute), è matematico che qualcuno ci guadagni e qualcun altro ci perda. L'argomento non appare solido, perché il modello ora proposto è quello della compartecipazione ai tributi erariali (per evitare la logica dei trasferimenti). Ergo, se è vero che in caso di aumento del gettito fiscale la Regione potrà avere più soldi, può esser vero anche il contrario: in tempi di crisi, il gettito tende a diminuire, e quindi anche la Regione avrà una quota inferiore.
questione meridionale
Dicono i critici: a rimetterci sarà il Meridione. L'argomento non è convincente per una ragione essenziale: non si toglie niente a nessuno. Semmai, si dà a una Regione esattamente ciò che lo Stato già pagava (in quella stessa Regione) per svolgere un certo servizio (prevalentemente, si tratta degli stipendi relativi a una funzione o competenza). In termini ultrasemplificati, prima pagava papà. Ora ci pensa la Regione con gli stessi soldi: e il bilancio della «famiglia» non cambia.
Quanto al Sud, rispetto al lamento messo in campo dal governatore della Campania Vincenzo De Luca, circola da ieri copia della lettera, scritta nel 2017 dallo stesso De Luca al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, per chiedere «l'apertura di un tavolo per discutere la rinegoziazione di competenze». Testo sorprendente per due ragioni: perché mostra che allora, evidentemente, non si trattava - agli occhi di De Luca - di un'ipotesi ritenuta pericolosa, e perché la lettera sembrava impostare il negoziato su basi di corrispondenza «personale», quando esiste un percorso costituzionale indicato dal già citato articolo 116 comma 3.
Semmai, sarebbe il caso di mettere in campo tre elementi per alzare la posta riformatrice. Primo: finora non si è mai considerato adeguatamente il diverso costo della vita nei vari territori, fattore che tende a gravare sui cittadini del Nord. Secondo: la riforma è forse troppo timida, perché non prevede un autentico federalismo, cioè una vera autonomia fiscale delle Regioni, con relativa responsabilità politica di chi le guida. Terzo: a una più marcata autonomia, dovrebbe far da contrappeso un elemento di nuova unità, a partire da forme di presidenzialismo, cioè di elezione diretta e popolare del Capo dello Stato, eventualmente anche dotato di guida dell'esecutivo (sul modello americano o francese).
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Giuseppe Conte si espone: «Progetto rivoluzionario, da portare avanti». I grillini temono di perdere voti in Meridione e Roberto Fico guida gli oppositori della riforma. Pd diviso fra chi ci vuole provare e chi opta per un no di propaganda.Le bozze di intesa parlano chiaro: il Paese non si divide in zone di serie A e B. La Costituzione già prevede l'autonomia su alcune materie e blinda l'equità. Il punto non è «togliere» fondi, bensì gestirli.Lo speciale contiene due articoli. Grande è la confusione sotto il cielo dell'autonomia differenziata: il dibattito diventa incandescente, con il M5s, reduce dalla scoppola rimediata in Abruzzo, che si divide al suo interno e teme ripercussioni pesanti dal punto di vista elettorale al Sud, il suo granaio di voti. Emergono spaccature in tutti i partiti, tranne ovviamente la Lega: dai pentastellati a Forza Italia al Pd, si registrano prese di posizione assai diverse sull'argomento, a seconda della provenienza geografica dei protagonisti politici. Mentre procede - seppure a rilento - l'iter che riguarda Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, ieri a tenere banco è stata la Campania, il cui presidente Vincenzo De Luca, esponente del Pd, ha ufficializzato, con una lettera indirizzata al premier Giuseppe Conte, la richiesta di autonomia differenziata anche per la Campania: «Abbiamo chiesto un mese fa», ha detto De Luca, «di essere associati alla discussione che riguarda Veneto, Lombardia ed Emilia. Non abbiamo ricevuto risposte e formalizziamo oggi (ieri, ndr) la richiesta di autonomia differenziata anche per la Campania sulla nostra linea: difesa dell'unità nazionale , parità di condizioni per tutti i cittadini italiani, livelli di prestazione uguali per tutti e premialità e penalità per tutti quegli amministratori che dimostrano di non essere in grado di amministrare in maniera corretta. La linea scelta dal governo porta a spezzare l'unità del Paese, a marginalizzare la realtà del Sud». Decisa a non arretrare di un millimetro Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali: «Sono delusa per le ricostruzioni sbagliate», ha detto la Stefani in riferimento alle notizie di stampa all'indomani del Consiglio dei ministri, «ma determinata ad andare avanti. Ogni allarmismo è del tutto infondato. Ribadiamo il nostro totale rispetto del percorso indicato dalla Costituzione, dei livelli essenziali delle prestazioni e dei bisogni di tutti i territori. Non toglieremo niente a nessuno. Preciso anche che un coinvolgimento condiviso del Parlamento», ha aggiunto la Stefani, «ci sarà. Comprendo i timori per la novità ma non dobbiamo avere paura di cambiare per trovare le soluzioni migliori per risolvere problemi che oggi sono oggettivi». C'è anche un messaggio a De Luca: «Dalla Regione Campania», ha precisato poi il ministero per gli Affari regionali, «risulta agli atti una richiesta del febbraio 2018, nella precedente legislatura, che non precisa gli ambiti e le materie per cui attivare la richiesta. Oltre alle 8 regioni che hanno richiesto formalmente di attivare la procedura, non risulta nessun'altra richiesta». Le regioni di cui sopra sono Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria e Marche.Il riferimento della Stefani al coinvolgimento del Parlamento è la risposta alle parole di Roberto Fico, presidente della Camera, leader dell'ala più a sinistra nel M5s: «Da presidente della Camera», ha dichiarato, «dico solo che è importante, importantissimo, che il Parlamento abbia un ruolo centrale nella questione delle autonomie. Non può avere un ruolo marginale in un'attività così importante. Noi», ha aggiunto Fico, «abbiamo nella nostra Costituzione l'equa distribuzione delle risorse, quindi da questo punto di vista non deve accadere niente».Il premio per l'uscita più demagogica del giorno va all'ex premier Enrico Letta, che dal suo esilio dorato a Parigi (insegna alla prestigiosa facoltà di Sciences politiques) è intervenuto sull'argomento: «Si tratta di una secessione», ha detto Letta al Quotidiano Nazionale, «altro che autonomia. Una secessione mascherata. L'autonomia favorisce solo e solamente il Nord. Quel Nord che si fa gli affari suoi». Da registrare un altro «sì condizionato», quello del presidente del Piemonte, Sergio Chiamparino (Pd): «C'è da smascherare», ha detto Chiamparino a Repubblica, «un'ambiguità. Non so cosa sia scritto nelle intese di Veneto e Lombardia, ma so cosa ci sarà in quella del Piemonte. Non sta nell'autonomia differenziata incidere sui residui fiscali».Il presidente della Lombardia, Attilio Fontana (Lega), da parte sua ha detto di aspettarsi tempi brevi per la conclusione dell'iter: «Esistono sicuramente alcuni punti», ha argomentato, «su cui non siamo d'accordo, che dovremo affrontare e risolvere. Penso che nello spazio di una settimana arriveremo a definire una posizione. I due aspetti positivi del Consiglio dei ministri di giovedì scorso sono innanzitutto che si è individuato un testo sul quale lavorare, mentre fino all'altro ieri avevamo una pagina bianca. Il secondo aspetto positivo è che è stata individuata la modalità per arrivare al finanziamento delle competenze. Il contro-dossier del M5s? Lo esamineremo», ha aggiunto Fontana, «la cosa che mi lascia più perplesso è che ne stiamo discutendo da nove mesi, se fosse uscito un po' prima sarebbe stato meno colpo di scena».Stringato il premier Giuseppe Conte: «È un processo serio, da portare avanti con molta responsabilità e molta chiarezza e determinazione per raggiungere un obiettivo sostenibile. 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La stessa Erika Stefani, ministro per gli Affari regionali, che di solito sceglie un profilo di riserbo, ha sentito l'esigenza di prendere carta e penna per dichiararsi «delusa per le ricostruzioni sbagliate» e «determinata ad andare avanti». La Verità è in grado di raccontare cosa sia successo in Consiglio dei ministri l'altra sera: nessuna tensione o scorrettezza da parte dei ministri grillini, nessun veto sul proseguimento dell'iter. La Stefani ha presentato il lavoro compiuto sulle intese con le regioni: a questo punto, in un tempo da stabilire, toccherà al premier Giuseppe Conte siglare gli accordi; successivamente saranno varati i disegni di legge governativi, che dovranno essere votati dal Parlamento a maggioranza assoluta. Fonti di primo piano della delegazione governativa leghista confermano tranquillità: tale è la serenità del partito di Salvini che da parte del Carroccio non ci sarà alcuna forzatura, meno che mai sui tempi. Si è stabilito che, in un giorno della prossima settimana, si terrà un vertice politico per le ultime limature. Quanto alla richiesta grillina di «parlamentarizzare» già ora il percorso, pare da escludere l'ipotesi che si possano sottoporre a procedura emendativa alla Camera e al Senato le singole intese. Si fa invece strada - ragionevolmente - l'idea di un momento parlamentare di dibattito, un po' a somiglianza di quanto accade quando il premier informa preventivamente le Camere alla vigilia dei vertici europei, spesso facendo anche tesoro di risoluzioni parlamentari. Può dunque venir fuori un'ipotesi di questo tipo: prima un vertice Conte-Salvini-Di Maio; poi un dibattito parlamentare; poi la sigla delle intese tra Stato e Regioni; e infine i ddl governativi e il relativo iter alle Camere. Venendo al merito, è opportuno affrontare le principali obiezioni che gli avversari della riforma stanno mettendo in campo. Esaminiamole ad una ad una. coesione nazionale Dicono i critici: avevamo uno Stato, ora avremo al massimo tanti staterelli. Premesso che così non sarà, e che semmai un po' di competizione tra territori potrebbe solo stimolarne l'efficienza (e il premio o la punizione elettorale per i governatori regionali), l'argomento non sta in piedi, perché stiamo parlando di una procedura prevista dall'attuale Costituzione (articolo 116 comma 3). Nella riforme volute a suo tempo da esponenti di centrosinistra a partire da Franco Bassanini, si stabilì che vi fossero competenze esclusive dello Stato, poi competenze esclusive (residuali) delle Regioni, e infine competenze concorrenti. Ecco, l'articolo 116 comma 3 consente che lo Stato, su richiesta della Regione, possa cedere queste ultime competenze. La Regione chiede e lo Stato decide politicamente. Tutto qui. uniformità Dicono i critici: sulle prestazioni essenziali, ci sarà un'esplosione di diversità. Ma in realtà già oggi è così, e proprio sulle materie già di competenza regionale: chiunque conosca la sanità del Sud, le liste di attesa, sa che occorre proprio un'iniezione di efficienza. E le discriminazioni avvengono anche a parità di risorse tra Regioni: quindi si pone un tema di capacità di gestione, di buona o cattiva amministrazione. E non è certo l'ipotesi dell'articolo 116 comma 3 a creare questo problema. aree svantaggiate Dicono i critici: nel gioco del «residuo fiscale» (cioè la differenza tra le tasse pagate e le spese ricevute), è matematico che qualcuno ci guadagni e qualcun altro ci perda. L'argomento non appare solido, perché il modello ora proposto è quello della compartecipazione ai tributi erariali (per evitare la logica dei trasferimenti). Ergo, se è vero che in caso di aumento del gettito fiscale la Regione potrà avere più soldi, può esser vero anche il contrario: in tempi di crisi, il gettito tende a diminuire, e quindi anche la Regione avrà una quota inferiore. questione meridionale Dicono i critici: a rimetterci sarà il Meridione. L'argomento non è convincente per una ragione essenziale: non si toglie niente a nessuno. Semmai, si dà a una Regione esattamente ciò che lo Stato già pagava (in quella stessa Regione) per svolgere un certo servizio (prevalentemente, si tratta degli stipendi relativi a una funzione o competenza). In termini ultrasemplificati, prima pagava papà. Ora ci pensa la Regione con gli stessi soldi: e il bilancio della «famiglia» non cambia. Quanto al Sud, rispetto al lamento messo in campo dal governatore della Campania Vincenzo De Luca, circola da ieri copia della lettera, scritta nel 2017 dallo stesso De Luca al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, per chiedere «l'apertura di un tavolo per discutere la rinegoziazione di competenze». Testo sorprendente per due ragioni: perché mostra che allora, evidentemente, non si trattava - agli occhi di De Luca - di un'ipotesi ritenuta pericolosa, e perché la lettera sembrava impostare il negoziato su basi di corrispondenza «personale», quando esiste un percorso costituzionale indicato dal già citato articolo 116 comma 3. Semmai, sarebbe il caso di mettere in campo tre elementi per alzare la posta riformatrice. Primo: finora non si è mai considerato adeguatamente il diverso costo della vita nei vari territori, fattore che tende a gravare sui cittadini del Nord. Secondo: la riforma è forse troppo timida, perché non prevede un autentico federalismo, cioè una vera autonomia fiscale delle Regioni, con relativa responsabilità politica di chi le guida. Terzo: a una più marcata autonomia, dovrebbe far da contrappeso un elemento di nuova unità, a partire da forme di presidenzialismo, cioè di elezione diretta e popolare del Capo dello Stato, eventualmente anche dotato di guida dell'esecutivo (sul modello americano o francese).
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Nella sede della Lega Serie A dirigenti del calcio e istituzioni si sono confrontati sulla sostenibilità economico-finanziaria delle società. Presenti il vice ministro dell'Economia Maurizio Leo, l’Inps e l’Agenzia delle Entrate. Al centro trasparenza dei bilanci e nuovi strumenti di controllo.
I conti del calcio italiano tornano sotto la lente di istituzioni e club. Nella sede della Lega Serie A, a Milano, dirigenti delle società e rappresentanti dello Stato si sono ritrovati per una giornata di confronto dedicata alla sostenibilità economico-finanziaria del sistema. Un tema sempre più centrale per il futuro dei club, chiamati a coniugare competitività sportiva e solidità dei bilanci.
All’incontro ha partecipato anche il vice ministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è stato quello di rafforzare il dialogo tra il mondo del calcio e alcune delle principali istituzioni coinvolte nei controlli economici: Agenzia delle Entrate, Inps e la Commissione indipendente incaricata di verificare l’equilibrio finanziario delle società.
Ad aprire i lavori è stato Massimiliano Atelli, presidente della nuova Commissione incaricata di monitorare i conti dei club e verificarne la solidità economica. Il confronto è poi entrato nel merito dei rapporti tra le società e gli enti pubblici. Gabriele Fava, presidente dell’Inps e membro della Commissione indipendente, ha affrontato il tema dei contributi previdenziali e delle relazioni tra i club e l’istituto, soffermandosi sulle possibili forme di collaborazione. A seguire è intervenuto Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e membro della Commissione, che ha presentato il modello della cosiddetta «cooperative compliance», il sistema di adempimento collaborativo pensato per favorire un rapporto più diretto tra amministrazione finanziaria e contribuenti. Nelle conclusioni, il vice ministro Maurizio Leo ha sottolineato proprio l’importanza di questo approccio basato sulla collaborazione e sulla trasparenza, indicando possibili sviluppi futuri per sostenere il sistema calcio. Per il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, il confronto rappresenta «un passaggio molto importante per il futuro del calcio». Simonelli ha ricordato come la Lega abbia già attivato, all’interno della propria Commissione fiscale, un tavolo dedicato al sistema di controllo del rischio fiscale, con l’obiettivo di definire una valutazione specifica per il settore.
Il dialogo con le istituzioni – dalla Commissione indipendente all’Inps, dall’Agenzia delle Entrate al ministero dell’Economia – secondo il numero uno della Lega conferma la volontà di rafforzare i principi di sostenibilità e trasparenza nella gestione delle società sportive. Un percorso che punta a costruire un modello più solido per il calcio italiano nei prossimi anni.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 marzo 2026. La nostra Francesca Ronchin ci rivela i dettagli dell'egemonia della sinistra nelle associazioni degli italiani all'estero.
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Uno studio del King’s College di Londra mette alla prova i principali modelli di intelligenza artificiale in simulazioni di crisi geopolitiche. Nel 95% dei casi l’escalation termina con l’uso di armi nucleari tattiche: per gli algoritmi la vittoria strategica conta più di qualsiasi tabù morale.
L’IA e il vizio del nucleare: nelle simulazioni di guerra effettuate con l’intelligenza artificiale l’arma atomica non è un tabù
Gli appassionati di cinema ricorderanno certamente Skynet, la malvagia super-intelligenza artificiale che nel mondo fantascientifico della saga Terminator inizia la sua guerra all’umanità scatenando l’apocalisse nucleare. Quella era fantascienza, per fortuna. Eppure, nelle simulazioni di guerra effettuate al King’s College di Londra utilizzando i tre principali modelli di IA (ChatGPT, Gemini e Claude Sonnet), questi ultimi appaiono molto più disposti a ricorrere all’arma atomica rispetto alla controparte umana di fronte a crisi geopolitiche simulate.
L’esperimento voleva replicare i war games, quei giochi di guerra effettuati dagli Stati Maggiori di tutte le principali forze armate del mondo in cui vengono simulati scenari di crisi. Tra esse vi erano intensi scontri internazionali, dispute sui confini, competizione per risorse scarse e minacce esistenziali alla sopravvivenza dei regimi. Le simulazioni sono state ben 21, con un vasto range di opzioni fornito ai tre modelli IA, che andavano dalle semplici proteste diplomatiche alla resa completa fino alla guerra nucleare strategica totale. Ebbene, nel 95% dei casi la simulazione è terminata con l’utilizzo di almeno un’arma nucleare tattica da parte dei modelli di IA.
Appare quindi chiaro che per l’intelligenza artificiale il tabù nucleare non sia poi così tanto un tabù. Mentre un leader umano è (o dovrebbe essere) condizionato da un insieme di fattori etici, emotivi e politici, tali da rendere l’opzione atomica l’ultima risorsa assoluta, i modelli di intelligenza artificiale, invece, sembrano operare secondo una logica puramente utilitaristica e strategica.
Per l’IA, la vittoria è l’obiettivo primario, e se l’uso di armi nucleari tattiche rappresenta il percorso più efficiente per raggiungerla, allora quella diventa la scelta preferibile, scevra da remore morali o dalla paura delle conseguenze a lungo termine. Durante le simulazioni svolte dal King’s College, infatti, in nessun caso i modelli hanno optato per la resa, anche di fronte a una sconfitta palese, preferendo sempre un’escalation della violenza.
Può sembrare cosa da poco, ma l'intelligenza artificiale è già stata testata in giochi di guerra da Paesi di tutto il mondo. Di più, l’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di difesa è una realtà che appare ormai inarrestabile.
Basti pensare che per l’anno fiscale 2026 il Pentagono ha allocato 9,8 miliardi di dollari solo per sistemi autonomi e IA, mentre la Russia, secondo un report del Center for Strategic and International Studies, effettua ormai l’80% delle sue missioni di fuoco con droni, e sta puntando forte sull’integrazione dell’IA per il comando e controllo di tali missioni.
L’attrattiva è innegabile. Essa promette di accelerare il ciclo decisionale, analizzando enormi quantità di dati in tempo reale; dalla logistica alla sorveglianza, dalla cyberguerra alla guida di veicoli autonomi. L’impronta nel settore militare è insomma destinata a crescere in modo esponenziale. Ma è proprio per questo che l’esperimento del King’s College suona come un campanello d’allarme che non può essere ignorato. Affidare a un’intelligenza artificiale, per quanto avanzata, decisioni che implicano l’uso di forza letale, e in particolare di armi di distruzione di massa, richiede una riflessione profonda e un’attenzione meticolosa alla sua programmazione.
D’altra parte è proprio questo uno dei motivi di forte attrito tra il Ceo di Anthropic, Dario Amodei, e il Pentagono. Il proprietario di Sonnet vuole che il suo software IA non venga utilizzato in armi autonome e per la sorveglianza di massa, mentre il governo americano desidera l’accesso completo al software senza restrizioni. Non si tratta solo di scrivere un codice efficiente, ma di infondere nei sistemi di IA dei principi etici solidi, dei vincoli morali invalicabili e delle “linee rosse” che non possano essere superate neanche nel perseguimento dell’obiettivo strategico.
La sfida è anche filosofica, oltre che politica. Come possiamo insegnare a una macchina il valore della vita umana e il principio di proporzionalità? La risposta a questa domanda determinerà se l’intelligenza artificiale sarà un utile strumento per la sicurezza o un acceleratore di distruzione.
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Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri a margine del Consiglio Affari esteri che si è svolto a Bruxelles.