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2019-12-08
L’Aula approverà a scatola chiusa. La Lega vuol ricorrere alla Consulta
Ansa
«Questa mattina, attraverso il nostro collegio di avvocati, abbiamo depositato il ricorso alla Consulta per violazione della Costituzione, un ricorso che noi riteniamo importante, essenziale, molto grave, per ciò che è successo in queste settimane, prima al Senato e poi alla Camera, sulla legge di bilancio».
Parole e musica di Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, che aggiunge: «C'è stata la volontà precisa di impedire al Parlamento di conoscere cosa si stesse votando. Questa cosa», attacca Marcucci, «non ha nessun tipo di precedente e mina le fondamenta della nostra democrazia parlamentare e questo ricorso è stato fatto per ristabilire le regole fondamentali della democrazia, che questo governo sta rompendo con regolarità. È ridicolo ascoltare esponenti della maggioranza parlare di una manovra che non conoscono». Marcucci è impazzito? Ricorre contro la maggioranza di cui fa parte?
No: Marcucci è semplicemente, in termini politici, un ipocrita. Il motivo? Le sue parole che abbiamo riportato risalgono al 28 dicembre 2018, quando Marcucci e il Pd erano all'opposizione e bombardavano l'allora maggioranza Lega-M5s, «colpevole» di aver trascinato troppo per le lunghe l'elaborazione della manovra, violando, a loro avviso, l'articolo 72 della Costituzione. In sostanza, il Pd, che presentò un ricorso alla Consulta, firmato da Marcucci e altri 36 senatori dem, denunciava che l'elaborazione della manovra era andata talmente tanto per le lunghe che il Senato era stato costretto ad approvare il testo praticamente a scatola chiusa. L'opposizione dell'epoca fece fuoco e fiamme, denunciando la esautorazione del parlamento, e in particolare del Senato, che non ebbe il tempo nemmeno di iniziare a discutere il testo della legge di bilancio, la più importante di tutte. Presentò, come detto, un ricorso alla Corte costituzionale in cui denunciava «la grave compressione dei tempi di discussione del Ddl, che avrebbe svuotato di significato l'esame della commissione Bilancio e impedito ai singoli senatori di partecipare consapevolmente alla discussione e alla votazione».
La Consulta, il 10 gennaio, dichiarò inammissibile il ricorso del Pd, spiegando che la contrazione dei lavori per l'approvazione della manovra targata Lega-M5s era stata caratterizzata da «una lunga interlocuzione con le istituzioni dell'Unione europea che ha portato a una rideterminazione dei saldi complessivi della manovra economica in un momento avanzato del procedimento parlamentare e ha comportato un'ampia modificazione del disegno di legge iniziale, confluita nel maxi-emendamento». Del resto, ricordiamo tutti molto bene il tremendo braccio di ferro tra il governo Conte 1 e Bruxelles, con minacce di procedura di infrazione, riscritture, polemiche, deficit-pil al 2,4%, poi al 2,04% e così via.
La Corte costituzionale concluse con un avvertimento: «Resta fermo», scrissero i giudici, «che per le leggi future simili modalità decisionali dovranno essere abbandonate altrimenti potranno non superare il vaglio di costituzionalità». Bene (anzi male): il governo Conte 2, ha fatto di peggio. Molto di peggio. La Camera dei deputati non avrà il tempo di fare altro che approvare il testo a scatola chiusa. Esattamente quello che accadde l'anno scorso, a camere invertite, ma con tre aggravanti. La prima: lo scorso anno, seppure in fretta e furia, le letture parlamentari erano state comunque tre, e non solo due come quest'anno. La seconda: la Consulta lo scorso anno aveva raccomandato di non ripetere questa compressione dei tempi. La terza: la stessa Consulta aveva «assolto» il governo gialloverde alla luce della «lunga interlocuzione con le istituzioni dell'Unione europea». Quest'anno, invece, l'Europa non ha disturbato il manovratore, ha accompagnato l'iter di elaborazione della legge di bilancio con raccomandazioni come quelle che i nonni fanno ai nipotini, carezze, incoraggiamenti e apprezzamenti.
Le polemiche che hanno provocato l'allungamento a dismisura dei tempi sono state tutte interne alla maggioranza giallorossa. Tutto talmente inverosimile da sembrare quasi «doloso», come se M5s, Pd, Iv e Leu avessero voluto arrivare all'ultimo minuto per evitare discussioni potenzialmente pericolosissime in parlamento. La visita lampo di Giuseppe Conte al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mentre ancora era in corso l'ultimo vertice di maggioranza, è certamente stata dettata dalla necessità di informare il Quirinale del contingentamento dei tempi. Il governo ha intenzione di apportare tutte le modifiche alla manovra al Senato per procedere a Montecitorio solo con un voto confermativo in aula, bypassando l'esame nella commissione Bilancio della Camera, il cui presidente, Claudio Borghi, della Lega, è andato su tutte le furie: «Come volevasi dimostrare», ha scritto ieri sera Borghi su Twitter, «uno scandalo. Uno schifo. Platealmente incostituzionale. La Camera tagliata totalmente fuori dalla legge di Bilancio. Ci vediamo alla Consulta». L'idea di ricorrere alla Corte costituzionale non viene esclusa da Matteo Salvini, mentre anche Forza Italia attacca: «Il governo», dice la capogruppo azzurra al Senato, Anna Maria Bernini, «prima ha tenuto in ostaggio il Senato a causa dei suoi litigi, e ora si appresta a porre la fiducia recapitando alla Camera una manovra blindata. È un atto di protervia che offende il Parlamento e la stessa democrazia». E Marcucci? Il capogruppo al Senato del Pd, che lo scorso anno aveva fatto fuoco e fiamme, parla d'altro. Sull'argomento, glissa. Forse ha dimenticato tutto quello che aveva detto l'anno scorso, le accuse, il ricorso. O forse, anzi certamente, finge di averlo dimenticato.
Salvini dà l’avviso di sfratto a Conte
«I sottoscritti impegnano il governo italiano a non approvare la riforma del Mes in quanto serio pericolo per i risparmi degli italiani e per la stabilità economica del Paese, ma anzi ad attivarsi per l'abolizione del Mes stesso e per la restituzione del capitale versato». È questo il testo - stringato ma chiarissimo - della petizione lanciata dalla Lega per un weekend di mobilitazione sia nelle strade sia online, in vista del dibattito parlamentare che la prossima settimana precederà il Consiglio europeo del 12-13 dicembre. Sempre sul Mes, domani alle ore 12 Giorgia Meloni, insieme con i parlamentari nazionali ed europei di Fdi, manifesterà a Bruxelles davanti al Consiglio europeo, contro il salva Stati. A seguire, la delegazione italiana del gruppo Ecr terrà anche una conferenza sulla riforma.
Tornando alla Lega, ieri mattina Matteo Salvini in persona si è presentato a Milano al gazebo di largo Cairoli per incontrare militanti, cittadini e giornalisti: «Gli italiani hanno capito», ha esordito il leader leghista. «Questi giocavano sulla segretezza e sul silenzio, invece abbiamo portato il tema nelle piazze, mercoledì lo porteremo in Parlamento, e conto che tanti parlamentari sceglieranno secondo coscienza e non secondo convenienza».
Preoccupato per il rischio di ristrutturazione del debito reso più concreto dalla riforma del Mes («Non è automatico, ma è possibile»), Salvini, pur sollecitato polemicamente da alcuni cronisti, ha schivato le polemiche sull'euro («L'uscita dall'euro non è nel programma, non c'è nulla da chiarire»), e ha ribadito una linea orientata a uno stare nell'Unione europea a testa alta («Vogliamo stare in Europa ma da protagonisti, non da servi di qualcuno»). Dunque, centralità dell'interesse nazionale come bussola («La Germania i suoi interessi li ha curati in Europa, l'Italia molto meno»).
Poi il leader leghista ha invitato i cronisti a fare spazio («Potete cortesemente allontanarvi un momento? Sono qui per i cittadini»), e, armato di megafono, ha rivolto un breve saluto alla folla dei presenti: «Grazie a tutti, buon Sant'Ambrogio, buona Immacolata in anticipo, viva Milano, viva il presepe, e viva un'Europa che o è cristiana oppure non è. Grazie per le decine di migliaia di firme che, dalle prime ore di stamattina, state dando per fermare un trattato internazionale che mette a rischio il futuro, il lavoro e il risparmio di milioni di cittadini italiani. Io vi ringrazio per quello che state facendo e farete».
E poi ancora un ringraziamento e una battuta: «Grazie, quando il popolo si sveglia e si mette in cammino, non ci sono banchieri, finanzieri o Giuseppi che tengano, l'Italia agli italiani».
E proprio a Conte e alle difficoltà del suo governo sono state dedicate le altre risposte di Salvini ai giornalisti, anche con riferimento all'accordo faticosamente raggiunto dalla maggioranza sugli ultimi aspetti della manovra: il premier «tolga il disturbo perché il suo è il governo sbagliato nel posto sbagliato». Conte dice che è stata scongiurata la recessione? «Guardate l'economia italiana, è la penultima in Europa. Questo è il governo delle tasse, se le rinvii di tre mesi sempre tasse sono». E ancora: «Hanno deciso di tassare gli italiani una volta al mese, un po' a maggio, un po' a giugno, un po' ad agosto», ha ironizzato il leader leghista sul rinvio di alcune nuove tasse. «È un governo che sta insieme con lo scotch. Prima prendono atto, e prima prende atto il presidente Mattarella che l'Italia sta perdendo aziende e credibilità nel mondo, meglio è».
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La legge di bilancio non sarà discussa dal Parlamento. Un anno fa, per lo stesso motivo, il Pd chiamò in causa la Corte costituzionale. Ma allora era colpa della trattativa con l'Ue, oggi delle divisioni nella maggioranza.Il Carroccio raccoglie firme contro il Mes. Matteo Salvini: «Giuseppi tolga il disturbo». E per fermare il salva Stati Giorgia Meloni e i parlamentari di Fdi manifestano a Bruxelles.Lo speciale contiene due articoli.«Questa mattina, attraverso il nostro collegio di avvocati, abbiamo depositato il ricorso alla Consulta per violazione della Costituzione, un ricorso che noi riteniamo importante, essenziale, molto grave, per ciò che è successo in queste settimane, prima al Senato e poi alla Camera, sulla legge di bilancio». Parole e musica di Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, che aggiunge: «C'è stata la volontà precisa di impedire al Parlamento di conoscere cosa si stesse votando. Questa cosa», attacca Marcucci, «non ha nessun tipo di precedente e mina le fondamenta della nostra democrazia parlamentare e questo ricorso è stato fatto per ristabilire le regole fondamentali della democrazia, che questo governo sta rompendo con regolarità. È ridicolo ascoltare esponenti della maggioranza parlare di una manovra che non conoscono». Marcucci è impazzito? Ricorre contro la maggioranza di cui fa parte? No: Marcucci è semplicemente, in termini politici, un ipocrita. Il motivo? Le sue parole che abbiamo riportato risalgono al 28 dicembre 2018, quando Marcucci e il Pd erano all'opposizione e bombardavano l'allora maggioranza Lega-M5s, «colpevole» di aver trascinato troppo per le lunghe l'elaborazione della manovra, violando, a loro avviso, l'articolo 72 della Costituzione. In sostanza, il Pd, che presentò un ricorso alla Consulta, firmato da Marcucci e altri 36 senatori dem, denunciava che l'elaborazione della manovra era andata talmente tanto per le lunghe che il Senato era stato costretto ad approvare il testo praticamente a scatola chiusa. L'opposizione dell'epoca fece fuoco e fiamme, denunciando la esautorazione del parlamento, e in particolare del Senato, che non ebbe il tempo nemmeno di iniziare a discutere il testo della legge di bilancio, la più importante di tutte. Presentò, come detto, un ricorso alla Corte costituzionale in cui denunciava «la grave compressione dei tempi di discussione del Ddl, che avrebbe svuotato di significato l'esame della commissione Bilancio e impedito ai singoli senatori di partecipare consapevolmente alla discussione e alla votazione».La Consulta, il 10 gennaio, dichiarò inammissibile il ricorso del Pd, spiegando che la contrazione dei lavori per l'approvazione della manovra targata Lega-M5s era stata caratterizzata da «una lunga interlocuzione con le istituzioni dell'Unione europea che ha portato a una rideterminazione dei saldi complessivi della manovra economica in un momento avanzato del procedimento parlamentare e ha comportato un'ampia modificazione del disegno di legge iniziale, confluita nel maxi-emendamento». Del resto, ricordiamo tutti molto bene il tremendo braccio di ferro tra il governo Conte 1 e Bruxelles, con minacce di procedura di infrazione, riscritture, polemiche, deficit-pil al 2,4%, poi al 2,04% e così via. La Corte costituzionale concluse con un avvertimento: «Resta fermo», scrissero i giudici, «che per le leggi future simili modalità decisionali dovranno essere abbandonate altrimenti potranno non superare il vaglio di costituzionalità». Bene (anzi male): il governo Conte 2, ha fatto di peggio. Molto di peggio. La Camera dei deputati non avrà il tempo di fare altro che approvare il testo a scatola chiusa. Esattamente quello che accadde l'anno scorso, a camere invertite, ma con tre aggravanti. La prima: lo scorso anno, seppure in fretta e furia, le letture parlamentari erano state comunque tre, e non solo due come quest'anno. La seconda: la Consulta lo scorso anno aveva raccomandato di non ripetere questa compressione dei tempi. La terza: la stessa Consulta aveva «assolto» il governo gialloverde alla luce della «lunga interlocuzione con le istituzioni dell'Unione europea». Quest'anno, invece, l'Europa non ha disturbato il manovratore, ha accompagnato l'iter di elaborazione della legge di bilancio con raccomandazioni come quelle che i nonni fanno ai nipotini, carezze, incoraggiamenti e apprezzamenti.Le polemiche che hanno provocato l'allungamento a dismisura dei tempi sono state tutte interne alla maggioranza giallorossa. Tutto talmente inverosimile da sembrare quasi «doloso», come se M5s, Pd, Iv e Leu avessero voluto arrivare all'ultimo minuto per evitare discussioni potenzialmente pericolosissime in parlamento. La visita lampo di Giuseppe Conte al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, mentre ancora era in corso l'ultimo vertice di maggioranza, è certamente stata dettata dalla necessità di informare il Quirinale del contingentamento dei tempi. Il governo ha intenzione di apportare tutte le modifiche alla manovra al Senato per procedere a Montecitorio solo con un voto confermativo in aula, bypassando l'esame nella commissione Bilancio della Camera, il cui presidente, Claudio Borghi, della Lega, è andato su tutte le furie: «Come volevasi dimostrare», ha scritto ieri sera Borghi su Twitter, «uno scandalo. Uno schifo. Platealmente incostituzionale. La Camera tagliata totalmente fuori dalla legge di Bilancio. Ci vediamo alla Consulta». L'idea di ricorrere alla Corte costituzionale non viene esclusa da Matteo Salvini, mentre anche Forza Italia attacca: «Il governo», dice la capogruppo azzurra al Senato, Anna Maria Bernini, «prima ha tenuto in ostaggio il Senato a causa dei suoi litigi, e ora si appresta a porre la fiducia recapitando alla Camera una manovra blindata. È un atto di protervia che offende il Parlamento e la stessa democrazia». E Marcucci? Il capogruppo al Senato del Pd, che lo scorso anno aveva fatto fuoco e fiamme, parla d'altro. Sull'argomento, glissa. Forse ha dimenticato tutto quello che aveva detto l'anno scorso, le accuse, il ricorso. O forse, anzi certamente, finge di averlo dimenticato.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laula-approvera-a-scatola-chiusa-la-lega-vuol-ricorrere-alla-consulta-2641543861.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="salvini-da-lavviso-di-sfratto-a-conte" data-post-id="2641543861" data-published-at="1778591659" data-use-pagination="False"> Salvini dà l’avviso di sfratto a Conte «I sottoscritti impegnano il governo italiano a non approvare la riforma del Mes in quanto serio pericolo per i risparmi degli italiani e per la stabilità economica del Paese, ma anzi ad attivarsi per l'abolizione del Mes stesso e per la restituzione del capitale versato». È questo il testo - stringato ma chiarissimo - della petizione lanciata dalla Lega per un weekend di mobilitazione sia nelle strade sia online, in vista del dibattito parlamentare che la prossima settimana precederà il Consiglio europeo del 12-13 dicembre. Sempre sul Mes, domani alle ore 12 Giorgia Meloni, insieme con i parlamentari nazionali ed europei di Fdi, manifesterà a Bruxelles davanti al Consiglio europeo, contro il salva Stati. A seguire, la delegazione italiana del gruppo Ecr terrà anche una conferenza sulla riforma. Tornando alla Lega, ieri mattina Matteo Salvini in persona si è presentato a Milano al gazebo di largo Cairoli per incontrare militanti, cittadini e giornalisti: «Gli italiani hanno capito», ha esordito il leader leghista. «Questi giocavano sulla segretezza e sul silenzio, invece abbiamo portato il tema nelle piazze, mercoledì lo porteremo in Parlamento, e conto che tanti parlamentari sceglieranno secondo coscienza e non secondo convenienza». Preoccupato per il rischio di ristrutturazione del debito reso più concreto dalla riforma del Mes («Non è automatico, ma è possibile»), Salvini, pur sollecitato polemicamente da alcuni cronisti, ha schivato le polemiche sull'euro («L'uscita dall'euro non è nel programma, non c'è nulla da chiarire»), e ha ribadito una linea orientata a uno stare nell'Unione europea a testa alta («Vogliamo stare in Europa ma da protagonisti, non da servi di qualcuno»). Dunque, centralità dell'interesse nazionale come bussola («La Germania i suoi interessi li ha curati in Europa, l'Italia molto meno»). Poi il leader leghista ha invitato i cronisti a fare spazio («Potete cortesemente allontanarvi un momento? Sono qui per i cittadini»), e, armato di megafono, ha rivolto un breve saluto alla folla dei presenti: «Grazie a tutti, buon Sant'Ambrogio, buona Immacolata in anticipo, viva Milano, viva il presepe, e viva un'Europa che o è cristiana oppure non è. Grazie per le decine di migliaia di firme che, dalle prime ore di stamattina, state dando per fermare un trattato internazionale che mette a rischio il futuro, il lavoro e il risparmio di milioni di cittadini italiani. Io vi ringrazio per quello che state facendo e farete». E poi ancora un ringraziamento e una battuta: «Grazie, quando il popolo si sveglia e si mette in cammino, non ci sono banchieri, finanzieri o Giuseppi che tengano, l'Italia agli italiani». E proprio a Conte e alle difficoltà del suo governo sono state dedicate le altre risposte di Salvini ai giornalisti, anche con riferimento all'accordo faticosamente raggiunto dalla maggioranza sugli ultimi aspetti della manovra: il premier «tolga il disturbo perché il suo è il governo sbagliato nel posto sbagliato». Conte dice che è stata scongiurata la recessione? «Guardate l'economia italiana, è la penultima in Europa. Questo è il governo delle tasse, se le rinvii di tre mesi sempre tasse sono». E ancora: «Hanno deciso di tassare gli italiani una volta al mese, un po' a maggio, un po' a giugno, un po' ad agosto», ha ironizzato il leader leghista sul rinvio di alcune nuove tasse. «È un governo che sta insieme con lo scotch. Prima prendono atto, e prima prende atto il presidente Mattarella che l'Italia sta perdendo aziende e credibilità nel mondo, meglio è».
Getty Images
Dal diritto di Israele a esistere alla repressione dei dissidenti iraniani, fino alla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz: le contraddizioni dell’Occidente e l’ambiguità europea davanti a Teheran.
Ci sono alcune scomode verità che raramente sono evocate nelle discussioni pubbliche nei salotti televisivi. La prima. La pace in Medio Oriente, cioè, non potrà essere raggiunta finché una parte continuerà a negare all’altra il diritto stesso di esistere. Finché insomma l’Iran e le sue articolazioni armate all’estero — Hamas, Hezbollah, Houthi — continueranno a proclamare, ufficialmente e pubblicamente, la distruzione dello Stato di Israele, ogni trattativa sarà destinata a produrre non la pace, ma solo una pausa, non una soluzione del conflitto, ma un semplice rinvio delle ostilità.
La seconda. La voce sofferente del popolo iraniano sembra essere svanita nel nulla! Un grido di dolore che è stato progressivamente soffocato, ignorato, archiviato. Un mare di lutti dimenticato. In Europa ci si mobilita — giustamente! — per la libertà dell’Ucraina. S’invocano principi sacrosanti e intangibili: democrazia, libertà, diritti umani. Ma quegli stessi principi sembrano improvvisamente diventare negoziabili quando si tratta dell’Iran, quando si mercanteggia con i Pasdaran. È una contraddizione che non può non colpire: si finisce per essere, di fatto, più indulgenti verso i Guardiani della Rivoluzione che verso un popolo assetato di libertà e terrorizzato da una repressione sanguinaria.
La terza. Lo Stretto di Hormuz è spesso considerato come se fosse una proprietà iraniana. Sappiamo invece che non lo è. Il diritto internazionale — sia convenzionale sia consuetudinario — è chiarissimo: nelle acque internazionali degli Stretti vige il principio del passaggio inoffensivo. Le navi di tutti i Paesi hanno diritto a transitare liberamente, salvo ovviamente le unità nemiche dei Paesi costieri in caso di conflitto. Teheran non può, dunque, imporre un blocco generalizzato. Farlo significa violare norme fondamentali su cui si regge l’intero sistema della navigazione globale.
Ma se quello Stretto è essenziale, vitale, per l’economia mondiale — e certamente lo è — perché la sua sicurezza dovrebbe essere garantita solo dopo la crisi, e magari con il consenso del Paese che pretende (senza basi giuridiche) di esercitarvi la propria sovranità? E se la crisi durasse anni? La presenza militare internazionale, in quell’area, non sarebbe in definitiva una provocazione. Sarebbe un sostegno all’economia globale del pianeta.
A questo punto tuttavia, l’obiezione arriva inevitabile: questo discorso non tiene, perché alla radice di tutto c’è l’intervento americano, da molti considerato illegittimo. È stato dunque Washington ad aver acceso la miccia e ad aver provocato una situazione dagli sviluppi imprevedibili. Si stava tanto bene prima! Prima che gli americani intervenissero. Con il governo iraniano che aveva ripreso i suoi progetti atomici, che eliminava migliaia di oppositori pacifici, che inviava regolarmente centinaia di missili sulla testa degli israeliani. Lo Stretto di Hormuz però era aperto! Gli iraniani, bontà loro, facevano passare il loro petrolio destinato ai nostri porti. Gli affari andavano bene. Insomma questi americani di che cosa s’impicciano?
È questa una lettura diffusa, prevalente, ma è anche una lettura parziale. Gli Stati Uniti — piaccia o no — non sono intervenuti nel vuoto, né per un capriccio geopolitico, né perché Trump sia pazzo. Il loro obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. E qui il ragionamento si fa meno ideologico e più concreto. Un Iran nucleare, con la sua permanente minaccia contro Israele, non rappresenta un pericolo solo teorico, ma un rischio reale per la pace mondiale.
Il paradosso è tutto qui: si condanna l’intervento americano perché «illegittimo», ma si tende a ignorare lo scenario che quell’intervento mirava a evitare. Si contesta il mezzo, senza interrogarsi troppo sul fine.
E l’Europa in tutto questo? Divisa, esitante, spesso è apparsa più incline a prendere le distanze che a condividere responsabilità. Non solo non ha sostenuto politicamente le posizioni americane, ma in alcuni casi è apparsa addirittura ostile, più vicina alle ragioni di Teheran. Alla fine, tutto si riduce a una sola parola: coerenza! Non si può difendere la libertà a Kiev e ignorarla a Teheran. Non si può invocare il diritto internazionale (contro gli Usa) e poi relativizzarlo (in favore di Teheran) quando si parla dello Stretto di Hormuz. Non si può infine parlare seriamente di pace senza affrontare la questione pregiudiziale evocata all’inizio: il riconoscimento reciproco Iran/Israele. Senza questo passaggio, tutto il resto rischia di essere retorica.
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Alice Buonguerrieri, capogruppo Fdi in commissione Covid, spiega cosa non torna nelle ricostruzioni di Giuseppe Conte su lockdown e mascherine. E perché si rifiuta di presentarsi in aula a raccontare la verità.
I militari del Comando Provinciale della Guardia di finanza di Torino, coordinati dalla Procura della Repubblica, hanno eseguito un sequestro preventivo emesso dal Gip del Tribunale di Torino con riferimento a disponibilità per circa € 7 milioni relativi al profitto illecito derivato dall’indebito utilizzo di crediti d’imposta fittizi, generati attraverso frodi in materia di «Superbonus 110%».
Al centro delle vicende che hanno portato all’adozione del provvedimento cautelare è una società edile del capoluogo piemontese, la quale - in ipotesi di accusa - avrebbe emesso fatture per operazioni inesistenti a fronte di lavori di efficientamento energetico («Ecobonus») e di riduzione del rischio sismico («Sismabonus») su un condominio torinese e risultati in realtà mai effettuati. Ciò grazie all’utilizzo di false attestazioni e asseverazioni sottoscritte da professionisti riconducibili alla medesima società, che ha così potuto disporre di crediti per interventi energetici e sismici non eseguiti.
Le responsabilità per gli illeciti rilevati riguardano l’amministratore di fatto della società coinvolta e 4 professionisti (due architetti di Torino, un ingegnere di Milano e un commercialista di Napoli Nord), incaricati degli adempimenti connessi alla pratica edilizia per il beneficio del Superbonus, del rilascio delle occorrenti asseverazioni, della progettazione e della direzione dei lavori nonché degli adempimenti fiscali e del rilascio del visto di conformità. Nei loro confronti - fatta salva la presunzione di innocenza - sono a vario titolo contestati i delitti di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, emissione di fatture per operazioni inesistenti e riciclaggio. Contestualmente, alla società edile vengono contestate le relative responsabilità dipendenti dai reati commessi a suo vantaggio.
Gli approfondimenti investigativi svolti hanno consentito di rilevare, innanzitutto su basi documentali, come i soggetti responsabili abbiano prospettato ai condomini del complesso immobiliare torinese l’esecuzione di interventi edilizi «a costo zero» (mediante sconto in fattura e cessione alla società del credito da Superbonus), inducendoli a stipulare un contratto di appalto per lavori da concludersi entro il 31 dicembre 2023.
La mancata effettuazione dei lavori pattuiti nei termini previsti e i successivi tentativi di porvi rimedio, con l’incremento sproporzionato dell’importo complessivo delle opere, hanno poi indotto il condominio interessato ad assumere iniziative di giudiziarie.
Nonostante la mancata esecuzione dei lavori, la società edile ha comunque emesso le relative fatture nei confronti del condominio, con l'intento di indurre in errore l’Agenzia delle entrate circa la spettanza di crediti fiscali per quasi 7 milioni di euro.
Le condotte contestate sono state rese possibili anche grazie al concorso dei professionisti indagati, mediante: le false asseverazioni circa l’avvenuta esecuzione dei lavori, attraverso le quali la società ha potuto costituire i presupposti per la fraudolenta generazione e attribuzione dei crediti di imposta; il mendace visto di conformità sui presupposti che danno diritto all’agevolazione fiscale e la trasmissione all’Agenzia delle entrate della documentazione necessaria per il riconoscimento del contributo da Superbonus sotto forma di sconto in fattura.
I crediti di imposta falsi così generati, una volta entrati nel patrimonio della società, sono stati in parte ceduti a terzi e in parte sono rimasti nella sua disponibilità, per la successiva cessione o per l’utilizzo in compensazione con le imposte dovute.
Su queste basi il Giudice per le indagini preliminari ha disposto il sequestro preventivo, anche per equivalente, di beni della società (con prioritario riferimento ai crediti di imposta ancora nella sua disponibilità) e degli indagati per circa € 7 milioni complessivi, come profitto dei reati contestati.
L’esecuzione del provvedimento è stata curata dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Torino, che ha provveduto alla tempestiva e accurata ricostruzione dei crediti d’imposta ancora nella disponibilità della società coinvolta, in efficace raccordo con gli Uffici dell’Agenzia delle entrate.
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