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2020-10-30
L’attacco di Erdogan a Macron è la chiamata alle armi per i fanatici
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.
Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.
Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella.
Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».
Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.
La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.
È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. E a giudicare dagli sforzi del presidente Macron (osteggiati da Erdogan) per sostenere un islam francese, cioè libero da influenze straniere, sembra che anche la politica transalpina ne stia prendendo atto.
L’imam contro l’odio rischia la morte
Hassen Chalghoumi è l'imam franco-tunisino di Drancy, molto noto in Francia che, da oltre dieci anni vive sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute dall'estremismo islamico. Da tempo promuove il dialogo tra le religioni e la formazione dei giovani alla pace e al dialogo. Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato».
Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
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Dopo l'appello del mondo musulmano a boicottare la Francia, i tagliagole non sono più solo tra i cani sciolti dell'Isis. Gli attentati ora hanno una sorta di «copertura» dagli Stati musulmani. E negarlo si rivelerà letale.Il capo della moschea di Drancy condanna l'estremismo ed è da anni bersaglio dei fanatici: «In Italia le migrazioni sono fuori controllo. La politica deve proteggersi».Lo speciale contiene due articoli.Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella. Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. 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Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato». Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
Ursula von der Leyen e Giorgia Meloni (Ansa)
Paletti che possono essere riassunti così: questi soldi (comunque debito, ricordiamolo) potranno essere spesi per investimenti in energie rinnovabili, ma non per interventi di «pronto soccorso», come ad esempio il taglio delle accise, che scade dopodomani, 6 giugno. Non è escluso tuttavia che il governo possa dare vita a qualche operazione di «maquillage» contabile, in modo da impegnare i fondi ricavati da questa nuova flessibilità in progetti già finanziati, e liberare così risorse per le esigenze immediate degli italiani.
È questa la strada che probabilmente verrà percorsa, come del resto si può intuire dalle parole di Giorgia Meloni: «La Commissione europea», commenta il presidente del Consiglio in un video diffuso ieri sera, «ha accolto la richiesta italiana di avere maggiore flessibilità di bilancio per affrontare la crisi energetica. Questo ci consentirà di spendere 14 miliardi di euro nei prossimi tre anni per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia che colpisce chiaramente le famiglie vulnerabili, le imprese energivore, che colpisce gli italiani. Nei giorni scorsi avevo scritto alla presidente Von der Leyen per affrontare la questione», aggiunge la Meloni, «e ribadire come in questa fase fosse prioritario consentire maggiore deficit non solo per le spese in sicurezza e difesa ma anche per gli interventi sul caro energia. È quindi un risultato estremamente importante, che in molti consideravano impossibile ma che abbiamo costruito con determinazione e pazienza che conferma la capacità dell’Italia di far valere i propri interessi e di proporre soluzioni efficaci e di buon senso all’intera Europa».
La novità è compresa nel pacchetto-primavera del Semestre europeo, presentato ieri. «Proponiamo una flessibilità fiscale limitata per affrontare le sfide della crisi energetica», spiega il commissario Ue all’Economia, Valdis Dombrovskis, «che consiste nell’estendere l’ambito di applicazione della Clausola nazionale di salvaguardia per la difesa, includendo anche misure che accelerino la transizione e l’uscita dalla dipendenza dai combustibili fossili. Nello specifico, proponiamo la possibilità di usare fino allo 0,3% del Pil all’anno nel 2026, 2027 e 2028 per misure che rafforzino la resilienza strutturale del sistema energetico con un limite cumulato pari allo 0,6% del Pil nell'arco dei 3 anni». Questi soldi potranno essere utilizzati per «misure volte a ridurre la nostra dipendenza dai combustibili fossili, come per esempio grandi progetti di investimento nelle reti elettriche, nel migliorare l’utilizzo delle rinnovabili, ma anche per sussidi per le famiglie e per le imprese, come ad esempio l’acquisto di veicoli elettrici o di sistemi di riscaldamento a migliore efficienza energetica, impianti solari, batterie per conservare l’energia elettrica». Quindi, niente taglio delle accise? «No. Questa flessibilità fiscale aggiuntiva», sottolinea ancora Dombrovskis, «che uno Stato può decidere se usare o meno, non copre le misure di sostegno che sovvenzionano l’uso di combustibili fossili, come ad esempio le riduzioni mirate delle accise. Stiamo affrontando uno shock dell’offerta, e non si può affrontare uno choc dell’offerta stimolando la domanda, perché se molti paesi lo facessero, ciò non farebbe altro che sostenere prezzi dell’energia più elevati per petrolio e gas, e di conseguenza, gli Stati membri spenderebbero molti soldi per un vantaggio limitato. La flessibilità sarà disponibile per le misure intraprese a partire da febbraio 2026».
«Sono soddisfatto», commenta il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, «perché la Commissione, impensabile fino a qualche mese fa, ha recepito le nostre proposte, frutto di un lavoro lungo, serio e riservato. Nel momento in cui verranno precisati i limiti di utilizzo il Mef si riserva di fare le proposte più mirate a tutela di imprese e famiglie. Naturalmente la valutazione deve essere fatta complessivamente e dovrà tener conto anche delle ultime stime fornite dalla Commissione e degli elementi contenuti nelle raccomandazioni della Commissione che testimoniano lo sforzo e la serietà della finanza pubblica italiana».
Ma c’è un altro capitolo: la stangata sugli immobili. «I valori catastali in Italia», sottolinea la Commissione europea nelle raccomandazioni per il nostro Paese, «non sono ancora stati sistematicamente avvicinati ai valori di mercato». Bruxelles evidenzia che le abitazioni principali sono esentate dalla tassazione «per quasi tutte le classi di proprietà», il che porta a «basse entrate derivanti dagli immobili a livello locale anche nelle città che affrontano problemi di accessibilità abitativa». Non solo: la Commissione evidenzia pure che «in circa un decimo delle province italiane i costi degli affitti rappresentano più di un terzo dei salari medi e la quota di edilizia sociale è bassa con un patrimonio abitativo pubblico limitato e liste d'attesa molto lunghe». Riflettori accesi anche «sull’elevata quota di abitazioni non occupate e la forte presenza di affitti a breve termine». Caustico il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa: «Sempre peggio. Le raccomandazioni all’Italia diffuse oggi dalla Commissione europea», scrive Spaziani Testa su X, «sembrano scritte da Ilaria Salis. Stavolta, nelle sue raccomandazioni all’Italia, non si è limitata a suggerire al nostro governo, a due settimane dal termine per il pagamento della patrimoniale sugli immobili da 22-23 miliardi di euro l’anno, di aumentare ulteriormente le tasse sulla casa. Ha fatto di più: ha messo esplicitamente in relazione l’esenzione dall’Imu della gran parte delle abitazioni principali con i problemi di accesso all’alloggio. Inoltre, ha collegato le difficoltà abitative al fatto che l’Italia sarebbe caratterizzata da un’elevata quota di abitazioni non occupate e da una “forte presenza” di affitti brevi. Si tratta di una lettura ideologica e che ignora la realtà italiana. Ancora una volta, si preferisce individuare nella proprietà privata il problema anziché riconoscerla come parte della soluzione».
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Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)
Secondo i media della Repubblica islamica, le detonazioni sarebbero state causate da un’operazione militare americana contro infrastrutture presenti sull’isola. L’allarme si è rapidamente esteso ai Paesi del Golfo. Nel Bahrein sono risuonate le sirene d’allarme mentre le batterie antiaeree intercettavano i vettori diretti verso il Paese. In Kuwait si registra un morto e numerosi feriti. A rivendicare gli attacchi è stato il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica. I pasdaran hanno confermato il lancio di missili e droni contro obiettivi militari regionali, sostenendo di aver reagito a una precedente aggressione americana contro Qeshm. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha spiegato che le sue forze sono intervenute per autodifesa dopo aver individuato preparativi offensivi iraniani contro interessi statunitensi e alleati della regione. Secondo la versione americana, nessuno dei missili lanciati da Teheran avrebbe raggiunto il bersaglio e diversi droni diretti contro il traffico commerciale nel Golfo sarebbero stati intercettati.
Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, ha scritto sui social che «gli americani hanno dimostrato di capire meglio il linguaggio dei missili che quello dei diplomatici». Teheran ha inoltre accusato Kuwait e Bahrein di aver facilitato le operazioni statunitensi consentendo l’utilizzo delle proprie basi militari. Il ministero degli Esteri iraniano ha parlato di una «responsabilità diretta e chiara» dei due Paesi negli attacchi contro la Repubblica islamica. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha dichiarato che le forze armate di Teheran stanno conducendo «azioni difensive» contro siti utilizzati dagli Stati Uniti per operazioni che, secondo l’Iran, minacciano il traffico marittimo civile e violano il cessate il fuoco. Sul fronte diplomatico, il segretario di Stato americano Marco Rubio ha rivelato alcuni segnali di apertura da parte dell’Iran sul dossier nucleare. «Hanno accettato di negoziare aspetti del loro programma nucleare che un mese fa, un anno fa, si rifiutavano persino di menzionare», ha dichiarato davanti alla commissione Esteri della Camera, precisando però che ciò non garantisce il successo dei colloqui. Rubio ha inoltre affermato che Mojtaba Khamenei (che Donald Trump vorrebbe incontrare), «è vivo e sempre più attivo», sottolineando che tutte le comunicazioni tra Washington e la leadership iraniana «sono avvenute in forma scritta e tramite intermediari». Rubio ha inoltre sostenuto che «l’operazione militare americana contro l’Iran si è conclusa» e che eventuali future azioni degli Stati Uniti avranno «carattere puramente difensivo», con l’obiettivo di proteggere il traffico marittimo civile nello Stretto di Hormuz. Nel frattempo continua a far discutere il rapporto tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha confermato di aver definito il premier israeliano «fottutamente pazzo» durante una telefonata dedicata agli sviluppi della crisi regionale. Trump ha inoltre respinto le accuse di chi sostiene che sarebbe stato trascinato da Netanyahu nello scontro con Teheran. Intervistato dal New York Post, ha dichiarato: «Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare». Il presidente ha poi aggiunto: «Questo riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso». Trump ha ribadito la solidità dell’alleanza con Israele: «Mi piace molto Bibi. Lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra e lui è un primo ministro in tempo di guerra». Netanyahu ha cercato di smorzare le polemiche. «A volte, come nelle migliori famiglie, abbiamo divergenze tattiche. Troviamo sempre il modo di risolverle», ha dichiarato alla Cnbc. Il premier israeliano ha ribadito la convergenza strategica tra Gerusalemme e Washington: «Siamo d’accordo sulle questioni principali», aggiungendo che «Israele è pronto e anche le forze statunitensi sono pronte» qualora la situazione dovesse precipitare nuovamente. Netanyahu ha attaccato alcuni leader europei, in particolare il presidente francese Emmanuel Macron. «Il modo in cui i leader europei assecondano le minoranze islamiche radicali nei propri Paesi è vergognoso», ha affermato. «Sanno che stiamo proteggendo anche loro, ma non hanno il fegato di alzarsi in piedi e schierarsi dalla parte giusta, quella che salverà la nostra civiltà contro questi barbari».
Nel frattempo l’Ue valuta un ruolo più attivo nello Stretto di Hormuz. L’Alto rappresentante Kaja Kallas propone di affidare all’operazione Aspides un ruolo centrale nelle attività di sminamento come contributo europeo agli sforzi della coalizione franco-britannica. La proposta sarà esaminata dai ministri della Difesa dell’Ue nel prossimo incontro informale a Cipro.
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La colonna di fumo causata dall'attacco ucraino a San Pietroburgo (Getty Images)
Sono stati colpiti un terminal petrolifero nella zona del porto e l’area della vicina isola di Kronstadt, sede di una base navale e di una fabbrica di droni. Alte colonne di fumo nero hanno sovrastato la città e le fonti russe hanno parlato di «diversi feriti».
Robert Brovdi, comandante della forza droni ucraina, ha dichiarato che l’attacco ha «incendiato la nave militare lanciamissili Boikiy», in manutenzione nel bacino di carenaggio di Kronstadt. Si tratta una corvetta da 2.100 tonnellate, di classe Stereguschy, in servizio dal 2013, non direttamente implicata nei combattimenti contro l’Ucraina, ma comunque bersaglio simbolico. Il raid di velivoli senza pilota ha gettato così un’ombra sul Forum a cui il presidente russo Vladimir Putin ha invitato delegazioni di 130 Paesi, fra cui l’Arabia Saudita come nazione ospite e gli Stati Uniti di Donald Trump, che per la prima volta dopo anni ha voluto mandare un funzionario americano, il capo della commissione Belle arti Rodney Mims Cook Jr, per proseguire il disgelo Washington-Mosca passando per la cultura. L’arrivo di Putin a San Pietroburgo per il vertice è stato accompagnato da un blocco di internet e della telefonia mobile in città per «assicurare la sicurezza del presidente». È noto che i droni ucraini, con a bordo carte Sim, sfruttano la rete mobile russa come sistema di guida durante i voli in territorio nemico. L’incursione sull’ex-capitale zarista è stata presentata dal presidente ucraino Volodymir Zelensky come «una risposta giusta e legittima agli attacchi russi». Parlando mentre ospitava a Kiev il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte, e il presidente del comitato militare dell’alleanza, l’ammiraglio italiano Giuseppe Cavo Dragone, giunti in treno nella capitale ucraina per una visita a sorpresa, Zelensky ha affermato che «noi colpiamo solo raffinerie o obiettivi militari». Ma poche ore prima un drone ucraino aveva centrato un autobus di civili russi che transitava dalla regione del Donetsk, annessa alla Russia, causando otto morti e 11 feriti. Come confermato dal governatore locale Denis Pushilin, l’autobus è stato colpito a Jenakijeve, lungo il tragitto con partenza da Mosca e arrivo previsto a Simferopoli, in Crimea. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha definito «imperdonabile» il raid sul veicolo civile, promettendo che «verrà punito» e ricordando che «l’operazione militare speciale continua per prevenire tali attacchi». Gli ucraini hanno annunciato d’aver colpito con un missile Neptun, di fabbricazione nazionale, la raffineria di petrolio russa di Novoshakhtinsky, nella regione di Rostov, mettendo fuori uso «due impianti di raffinazione del petrolio, ciascuno con capacità fino a 2,5 milioni di tonnellate all’anno, e gli impianti di stoccaggio».
Zelensky ha detto a Rutte che spera di «raggiungere una pace onesta e dignitosa durante l’estate» e s’è detto «pronto a parlare con Putin», rilevando che «spendiamo 50 miliardi di dollari l’anno in armi». Rutte s’è rivolto idealmente ai giovani russi: «Vi stanno rifilando una fregatura. Non sarete addestrati. Avrete equipaggiamento scadente. Se feriti, sarete lasciati a soffrire nel fango e a morire». In parte è propaganda, poiché se i russi continuano a lottare dopo quattro anni è anche perché sono riusciti a migliorare l’efficienza dei loro reparti cercando di limitare le perdite. L’Ucraina ha accumulato enorme esperienza nei droni, i propri e quelli nemici, tanto che Zelensky ha annunciato l’invio di esperti ucraini nella difesa anti-droni in Lituania, Lettonia, Estonia e Romania, ma spesso gli ordigni vanno fuori rotta.
Ieri il ministero degli Esteri di Atene ha inviato una protesta ufficiale a Kiev dopo aver accertato che era ucraino un drone marittimo Magura V5, sorta di motoscafo telecomandato, rinvenuto da pescatori greci fin dal 7 maggio sulla costa dell’isola di Lefkada, nel Mar Ionio. Il drone marino era implicato in azioni sotto copertura nel Mediterraneo per insidiare le navi cargo della «flotta ombra» russa. Sebbene gli ucraini sostengano di aver abbattuto la scorsa notte 189 su 198 droni russi, utilizzando caccia dell’aviazione, contraerea e disturbi elettronici, la difesa dei cieli resta critica perché non sono mai abbastanza i missili Patriot in grado di intercettare missili balistici e da crociera. Zelensky ha chiesto che l’accordo per l’acquisto di nuovi Patriot dagli Usa, utilizzando parte dei 90 miliardi di euro dei fondi europei, venga attivato «entro venerdì». Riconosce però che l’arrivo di questi missili americani, pur a rilento, non s’è azzerato. Sulla partecipazione statunitense ai negoziati di pace che il tandem Ucraina-Unione Europea auspica con la Russia, ammette: «Ci vorrà tempo poiché per gli Usa la priorità è l’Iran e noi veniamo al secondo posto».
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