True
2020-10-30
L’attacco di Erdogan a Macron è la chiamata alle armi per i fanatici
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.
Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.
Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella.
Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».
Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.
La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.
È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. E a giudicare dagli sforzi del presidente Macron (osteggiati da Erdogan) per sostenere un islam francese, cioè libero da influenze straniere, sembra che anche la politica transalpina ne stia prendendo atto.
L’imam contro l’odio rischia la morte
Hassen Chalghoumi è l'imam franco-tunisino di Drancy, molto noto in Francia che, da oltre dieci anni vive sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute dall'estremismo islamico. Da tempo promuove il dialogo tra le religioni e la formazione dei giovani alla pace e al dialogo. Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato».
Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
Continua a leggereRiduci
Dopo l'appello del mondo musulmano a boicottare la Francia, i tagliagole non sono più solo tra i cani sciolti dell'Isis. Gli attentati ora hanno una sorta di «copertura» dagli Stati musulmani. E negarlo si rivelerà letale.Il capo della moschea di Drancy condanna l'estremismo ed è da anni bersaglio dei fanatici: «In Italia le migrazioni sono fuori controllo. La politica deve proteggersi».Lo speciale contiene due articoli.Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella. Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. E a giudicare dagli sforzi del presidente Macron (osteggiati da Erdogan) per sostenere un islam francese, cioè libero da influenze straniere, sembra che anche la politica transalpina ne stia prendendo atto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lattacco-di-erdogan-a-macron-e-la-chiamata-alle-armi-per-i-fanatici-2648552862.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limam-contro-lodio-rischia-la-morte" data-post-id="2648552862" data-published-at="1604000030" data-use-pagination="False"> L’imam contro l’odio rischia la morte Hassen Chalghoumi è l'imam franco-tunisino di Drancy, molto noto in Francia che, da oltre dieci anni vive sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute dall'estremismo islamico. Da tempo promuove il dialogo tra le religioni e la formazione dei giovani alla pace e al dialogo. Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato». Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo.
Momenti di tensione a Washington, nei pressi della Casa Bianca, dove un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service a uno dei checkpoint dell’area di sicurezza. L’aggressore è stato colpito durante lo scontro a fuoco ed è morto poco dopo in ospedale.
Secondo le prime informazioni diffuse dalle autorità, nella sparatoria è rimasta ferita gravemente anche una persona che si trovava casualmente nei dintorni. L’uomo armato, identificato come il 21enne Nasir Best, era già noto agli agenti per precedenti episodi. L’allarme è scattato intorno alle 18.10 locali, mentre alcuni giornalisti stavano effettuando collegamenti in diretta dai giardini della Casa Bianca. Nei video si sentono chiaramente numerosi colpi di arma da fuoco, con i cronisti costretti a interrompere le trasmissioni e a cercare immediatamente riparo all’interno della briefing room.
Continua a leggereRiduci
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
Continua a leggereRiduci