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2020-10-30
L’attacco di Erdogan a Macron è la chiamata alle armi per i fanatici
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.
Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.
Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella.
Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».
Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.
La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.
È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. E a giudicare dagli sforzi del presidente Macron (osteggiati da Erdogan) per sostenere un islam francese, cioè libero da influenze straniere, sembra che anche la politica transalpina ne stia prendendo atto.
L’imam contro l’odio rischia la morte
Hassen Chalghoumi è l'imam franco-tunisino di Drancy, molto noto in Francia che, da oltre dieci anni vive sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute dall'estremismo islamico. Da tempo promuove il dialogo tra le religioni e la formazione dei giovani alla pace e al dialogo. Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato».
Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
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Dopo l'appello del mondo musulmano a boicottare la Francia, i tagliagole non sono più solo tra i cani sciolti dell'Isis. Gli attentati ora hanno una sorta di «copertura» dagli Stati musulmani. E negarlo si rivelerà letale.Il capo della moschea di Drancy condanna l'estremismo ed è da anni bersaglio dei fanatici: «In Italia le migrazioni sono fuori controllo. La politica deve proteggersi».Lo speciale contiene due articoli.Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella. Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. 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Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato». Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
Il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale
Alla Villa Medicea La Ferdinanda confronto tra ricercatori ed esperti su alimentazione, vino e salute. Al centro del convegno promosso dalla Fondazione Giuseppe Olmo il valore della dieta mediterranea, i rischi dei cibi ultra-processati e il consumo consapevole.
Alla Villa Medicea di Artimino, tra studiosi, medici e ricercatori, si è discusso di alimentazione, salute e consumo consapevole. Al centro della giornata di studio promossa dalla Fondazione Giuseppe Olmo ETS il tema della «misura», intesa come equilibrio tra stili di vita, cultura mediterranea e approccio scientifico, lontano da slogan e semplificazioni.
L’incontro, dal titolo Elogio della misura. Verità scientifiche per difendere il modello mediterraneo, ha riunito alcuni dei principali esperti italiani di nutrizione, epidemiologia e medicina per affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito pubblico: il progressivo abbandono della dieta mediterranea e la crescita dei cibi ultra-processati.
Ad aprire i lavori nella cornice della Villa Medicea La Ferdinanda di Artimino è stata il presidente della Fondazione Giuseppe Olmo ETS, Annabella Pascale, che ha sottolineato la necessità di riportare il confronto pubblico su basi scientifiche «senza semplificazioni ideologiche».
La giornata, organizzata dal professor Fulvio Mattivi in collaborazione con il professor Attilio Scienza, ha messo in evidenza come la dieta mediterranea venga oggi considerata non soltanto un modello alimentare, ma un sistema culturale e sociale più ampio. A evidenziarlo è stata la professoressa Licia Iacoviello, secondo cui le disuguaglianze sociali stanno trasformando progressivamente la dieta mediterranea da patrimonio condiviso a comportamento sempre più diffuso tra le fasce sociali più avvantaggiate. Ampio spazio è stato dedicato anche all’aumento dei consumi di cibi ultra-processati, indicati durante il convegno come una delle principali criticità per la salute pubblica. Secondo i dati illustrati dagli studiosi, la combinazione tra bassa adesione alla dieta mediterranea e alto consumo di alimenti ultra-processati sarebbe associata ai peggiori esiti di salute.
Tra gli interventi più attesi quello del professor Giovanni de Gaetano, che ha affrontato il tema del rapporto tra vino e salute, invitando a evitare approcci assoluti o ideologici. Il ricercatore ha spiegato come il consumo moderato di vino non possa essere ridotto a una contrapposizione tra «bene» e «male», ma debba essere interpretato attraverso il rapporto tra benefici e rischi. De Gaetano ha richiamato il concetto scientifico della «curva a J», secondo cui esisterebbe una finestra di moderazione distinta dagli effetti dannosi dell’eccesso. Nel suo intervento ha inoltre ricordato il ruolo storico e culturale del vino nella civiltà mediterranea, citando l’Odissea di Omero e il contrasto simbolico tra Ulisse e Polifemo come esempio dell’uso moderato e di quello eccessivo della stessa sostanza.
Sul concetto di equilibrio biologico si è soffermato anche il professor Fulvio Ursini, professore emerito dell’Università di Padova. Ursini ha criticato la tendenza contemporanea a ricercare il «rischio zero», sostenendo invece che la salute derivi da un equilibrio dinamico tra stimoli, limiti e capacità di adattamento dell’organismo. Nel suo intervento ha richiamato il principio dell’«ormesi», spiegando come anche sostanze potenzialmente tossiche possano produrre effetti positivi entro determinati limiti e dosaggi.
A chiudere la giornata è stata la professoressa Fabiola Sfodera, che ha analizzato l’evoluzione dei comportamenti di consumo in Italia e il valore culturale della convivialità mediterranea. Secondo quanto illustrato dalla docente, il consumo italiano di vino e bevande alcoliche continuerebbe a distinguersi per un profilo moderato e fortemente legato ai pasti e alla socialità.
L’iniziativa si inserisce nelle attività della Fondazione Giuseppe Olmo dedicate alla promozione della cultura scientifica e della tradizione mediterranea contemporanea. Una realtà che porta il nome dell’imprenditore Giuseppe Olmo, fondatore di un gruppo industriale attivo in diversi settori, dall’industria ai poliuretani, fino al turismo e al vino, con la Tenuta di Artimino e la Villa Medicea La Ferdinanda tra i simboli più rappresentativi del progetto di valorizzazione del territorio portato avanti dalla famiglia Olmo.
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L’obiettivo è fare il punto sulle varie partite aperte nel Belpaese, partendo da un presupposto: l’intenzione della casa automobilistica francese a livello globale di fare una decisa retromarcia (il progetto «futuREady» si concentra sull’ibrido) rispetto agli obiettivi sull’elettrificazione della produzione che cozzano plasticamente con la realtà. Per carità, nulla che non sia in ballo anche tra gli altri grandi player dell’automotive. Perché la sbornia per le EV complice la spinta del Green deal europeo è stata collettiva e adesso un po’ tutti provano a metterci una pezza. Con una consapevolezza: far rientrare il dentifricio nel tubetto e assai più complicato che farlo uscire e quindi il riposizionamento per nessuno sarà indolore.
Torniamo quindi al Piano Italia, quello che il precedente ad, Luca de Meo, aveva disegnato su misura per il Belpaese. De Meo è un ex Marchionne boys (come Antonio Filosa, l’attuale ad di Stellantis, del resto) e aveva avuto un approccio meno «incauto» e più pragmatico sull’elettrico. Anzi, da presidente di Acea (l’associazione dei costruttori) era stato tra i primi a tirare il freno rispetto all’elettrificazione senza se e senza ma. Il suo mantra, purtroppo inascoltato, partiva dalla richiesta di una maggiore flessibilità normativa e arrivava fino all’idea che in mancanza di infrastrutture adeguate, la transizione sarebbe stata un bagno di sangue. E in effetti è andata proprio così. Questo per dire che i progetti di De Meo non erano una sorta di elenco utopistico di desiderata, ma obiettivi che a metà del 2022 sembravano realistici, e che poi con il reiterarsi degli errori politici di Bruxelles sono diventati complicati da raggiungere.
Ma cosa ha in ballo Renault in Italia? Da una parte c’era un rafforzamento significativo degli acquisti sulla filiera nazionale, soprattutto lato componentistica e siderurgia con volumi stimati per alcuni miliardi di euro in un arco temporale di 5 anni. Rafforzamento che aveva ben impressionato il governo. Il problema è che i riscontri, soprattutto lato industriale, parlano di un volume di commesse che sta disattendendo le attese. Non solo. Perché tra i dossier discussi con le istituzioni rientrava anche la possibilità di rafforzare le attività tecnologiche e le competenze sui software per l’automotive. E anche questa pratica è rimasta sulla carta, anzi, a dirla tutta, non è mai decollata.
Ma forse la partita più spinosa riguarda Free To X, la società strategica per la realizzazione di nuove colonnine di Autostrade per l’Italia. Le infrastrutture che De Meo considerava centrali e che contava di realizzare grazie alla collaborazione con Aspi, controllata da HRA (Holding Reti Autostradali), il veicolo che ha come socio di maggioranza Cdp Equity (51%) e come altri azionisti Blackstone Infrastructure Partners al 24,5% e i fondi gestiti da Macquarie Asset Management con il restante 24,5%. Insomma un mix pubblico-privato.
Renault ha una partecipazione praticamente paritaria con Aspi nel capitale di Free to X e il governo si aspetta che collabori attivamente al raggiungimento degli obiettivi originari che prevedevano la realizzazione di almeno 400 nuove stazioni di ricarica in tempi rapidi.
I numeri restano gli stessi? François Provost ha intenzione di garantire l’impegno di Renault nel progetto nonostante il ridimensionamento sull’elettrico? Sono questi alcuni degli interrogativi che dovrebbero trovare risposte adeguate dopo l’incontro con il ministro Urso. Questione di giorni e se ne saprà di più. Anche perché se i riscontri lato transalpino non dovessero essere convincenti, non è escluso che si vada alla ricerca di partner diverso sul mercato.
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Ecco #DimmiLaVerità del 12 maggio 2026. Il generale Giuseppe Santomartino spiega le conseguenze nel medio e lungo periodo di quello che sta accadendo in Iran.