True
2020-10-30
L’attacco di Erdogan a Macron è la chiamata alle armi per i fanatici
Recep Tayyip Erdogan (Ansa)
Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.
Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan.
I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.
Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella.
Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».
Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.
La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.
È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. E a giudicare dagli sforzi del presidente Macron (osteggiati da Erdogan) per sostenere un islam francese, cioè libero da influenze straniere, sembra che anche la politica transalpina ne stia prendendo atto.
L’imam contro l’odio rischia la morte
Hassen Chalghoumi è l'imam franco-tunisino di Drancy, molto noto in Francia che, da oltre dieci anni vive sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute dall'estremismo islamico. Da tempo promuove il dialogo tra le religioni e la formazione dei giovani alla pace e al dialogo. Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato».
Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
Continua a leggereRiduci
Dopo l'appello del mondo musulmano a boicottare la Francia, i tagliagole non sono più solo tra i cani sciolti dell'Isis. Gli attentati ora hanno una sorta di «copertura» dagli Stati musulmani. E negarlo si rivelerà letale.Il capo della moschea di Drancy condanna l'estremismo ed è da anni bersaglio dei fanatici: «In Italia le migrazioni sono fuori controllo. La politica deve proteggersi».Lo speciale contiene due articoli.Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito quello di ieri mattina a Nizza un «attentato terrorista islamista». «È chiaro», ha detto visitando nel pomeriggio la basilica di Notre Dame teatro dell'orrore, «che la Francia è sotto attacco». Il riferimento è a un quadruplice attacco: alla strage di Nizza, ma anche all'uomo che ha tentato di attaccare con un coltello degli agenti di polizia e dei passanti in strada ad Avignone urlando «Allah Akbar», all'afghano noto ai servizi di sicurezza e arrestato a Lione mentre si aggirava, armato di un coltello lungo 30 centimetri, intorno alla stazione ferroviaria Parrache e all'uomo che ha accoltellato una guardia al consolato di Francia a Gedda, in Arabia Saudita.Ma il presidente Macron non si è limitato a certificare il fatto che si sia trattato di «attentato terrorista islamista». A Nizza ha voluto lanciare un messaggio di vicinanza ai «nostri concittadini cattolici». Una dichiarazione che dà l'impressione di una scelta di campo. Dall'altra parte c'è il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due si sono scontrati sulla libertà di espressione. Il presidente francese ha difeso Charlie Hebdo dopo il brutale assassinio dell'insegnante Samuel Paty, ucciso da un diciottenne di origine cecena dopo aver tenuto una lezione sulla libertà di espressione citando la rivista satirica e le sue caricature di Maometto. «È stato ucciso perché gli islamisti vogliono il nostro futuro. Non lo avranno mai», aveva dichiarato Macron. «I musulmani in Francia sono trattati come gli ebrei in Europa prima della Seconda guerra mondiale», gli aveva risposto il presidente turco invitando a boicottare i prodotti francesi.Un appello seguito in gran parte del mondo musulmano, dall'Iran al Bangladesh, dalla Siria all'Afghanistan. Prodotti francesi boicottati, bandiere date alle fiamme e piazza in protesta: tutti dietro al Sultano, deciso a rilanciare la sua agenda neo-ottomana. Annalisa Perteghella, ricercatrice dell'Ispi, era giunta a sostenere, nelle ore precedenti l'attentato di ieri, che «nell'aspro scambio di battute tra Macron e Erdogan di questi giorni, l'islam c'entra assai poco». Infatti, ha spiegato, il presidente turco «cerca di posizionarsi come nuovo leader del mondo islamico, sottraendo lo scettro all'Arabia Saudita, facendo leva su nazionalismo e religione per accrescere il peso geopolitico della Turchia odierna». E Macron, invece? «Oltre a una stretta generalizzata sulle regole delle scuole religiose, guarda preoccupato alla crescita dei consensi per il Rassemblement National di Marine Le Pen e cerca di correre ai ripari in vista delle elezioni del 2022», aveva spiegato Perteghella. Ma non è tutto qui. «Francia e Turchia sono anche impegnate in una contesa ben più ampia: dal Mediterraneo orientale alla Libia, passando per il Nagorno-Karabakh, Parigi e Ankara si trovano sui fronti opposti delle numerose crisi aperte nella regione. Non dunque uno scontro di civiltà, ma una diversa declinazione di una competizione geopolitica».Ma non c'è soltanto questo da considerare questo si analizza quanto accaduto ieri in Francia, Paese che ospita 5,72 milioni di musulmani e in cui 73 tra moschee e scuole coraniche sono state chiuse soltanto nel 2020 per estremismo. Gli avvertimenti dell'intelligence erano stati chiari nelle ultime settimana: la Francia, il Paese che ha fatto della laicità un valore fondamentale ma anche quell'ex potenza coloniale nel Maghreb oggi definita «la nazione crociata» dagli jihadisti, è a rischio. E prima di Nizza ci sono stati l'accoltellamento di due persone vicino alla sede di Charlie Hebdo (il 25 settembre) e la decapitazione di Samuel Paty.La miccia probabilmente sono state le vignette e le parole di Erdogan suonate come una legittimazione per gli aspiranti jihadisti e come una chiamata alle armi in grado di superare ogni divisione: «Stiamo attraversando un periodo in cui l'islam, l'islamofobia e la mancanza di rispetto per il profeta si sono diffusi come il cancro, soprattutto tra i governanti in Europa», ha detto nei giorni scorsi accusando Macron di «volere rilanciare le crociate». E infatti il jihadismo ha compiuto un salto di qualità mettendo di recente nel mirino le chiese e i cattolici.È sufficiente dare un'occhiata alla variegata estrazione dei terroristi che hanno colpito la Francia dal 2015 in maniera organizzata (altro che lupi solitari) - dagli immigrati di seconda generazione nel casi di Charlie Hebdo e del Bataclan nel 2015 fino all'immigrato da poco sbarcato in Italia ieri - per tornare a chiedersi se il progetto francese, quello laicista ma anche quello delle banlieu, non sia fallito. E a giudicare dagli sforzi del presidente Macron (osteggiati da Erdogan) per sostenere un islam francese, cioè libero da influenze straniere, sembra che anche la politica transalpina ne stia prendendo atto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lattacco-di-erdogan-a-macron-e-la-chiamata-alle-armi-per-i-fanatici-2648552862.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="limam-contro-lodio-rischia-la-morte" data-post-id="2648552862" data-published-at="1604000030" data-use-pagination="False"> L’imam contro l’odio rischia la morte Hassen Chalghoumi è l'imam franco-tunisino di Drancy, molto noto in Francia che, da oltre dieci anni vive sotto scorta a causa delle numerose minacce ricevute dall'estremismo islamico. Da tempo promuove il dialogo tra le religioni e la formazione dei giovani alla pace e al dialogo. Qualche anno fa, tra chi lo attaccava c'era anche Abdelhakim Sefrioui che, qualche giorno prima della decapitazione di Samuel Paty, aveva diffuso su internet uno dei video pieni di odio nei confronti del professore. La Verità ha parlato con l'imam Chalghoumi delle minacce che incombono Oltralpe, proprio un paio di giorni prima dell'attacco di Nizza. Per l'imam il boicottaggio chiesto da Erdogan contro la Francia «è una vergogna soprattutto perché viene da un uomo che propone una politica di odio». Come spiega Chalghoumi, qualche mese fa «alcuni Paesi arabi, tra cui il Bahrein, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi e l'Egitto, hanno boicottato dei prodotti turchi. Non hanno voluto opporsi ai turchi, ma a Erdogan ». Per il presidente della moschea di Drancy gli attacchi del leader turco contro Macron rispondono a una strategia ben precisa. «Siccome Macron è praticamente il solo leader europeo che tiene testa alla politica di Erdogan, quest'ultimo fa propaganda contro la Francia». Per contrastare questo discorso antifrancese Chalghoumi ricorda di aver registrato molti video in arabo «per spiegare al mondo arabo-musulmano che, in Francia, ci sono 2.500 luoghi di culto. Che i francesi musulmani hanno gli stessi diritti e doveri di qualunque altro cittadino. In secondo luogo ho spiegato che la Francia non è un Paese razzista». L'imam di Drancy dubita che la campagna anti francese sia legata solo alle caricature di Maometto, pubblicate da Charlie Hebdo. «Il profeta dell'islam, che è il mio profeta - spiega Chalghoumi - ha insegnato l'amore e a reagire al male con il bene. Come si può sostenere il profeta con questo odio?». L'imam del dialogo ricorda che, da qualche tempo, in alcune nazioni va di moda una espressione che, tradotta in italiano, significa «tutto, salvo il profeta» Maometto. Per Chalghoumi «questo slogan viene usato in certi Paese arabi, come il Kuwait, il Qatar, la striscia di Gaza e la Turchia, ma anche da alcuni individui islamisti o vicini ai Fratelli Musulmani. Chi usa queste parole vuole far credere di avere un attaccamento assoluto al profeta. Ma allora perché sta zitto di fronte ai massacri in Libia, al sangue versato nello Yemen, in Siria, Iraq, Afghanistan e altrove?». Chalghoumi è convinto che tra le fonti dei discorsi di odio ci siano «i social network turchi, e i canali Al-Jazeera in arabo e Be in Sport» perchè «è da lì che arrivano la diffamazione e l'odio». Parlando della recente decisione del ministro francese dell'interno Gérald Darmanin di sciogliere delle associazioni sospettate di essere vicine agli islamisti e di chiudere la moschea di Pantin l'imam di Drancy crede che il ministro «abbia tutto il diritto di reagire in modo fermo per rassicurare i suoi concittadini». L'imam Chalghoumi afferma di conoscere il presidente della moschea Pantin «è una persona pacifica e aperta - spiega a La Verità - ha commesso il più grande errore della sua vita, condividendo su internet il video». In effetti, pochi giorni prima la morte di Samuel Paty, la moschea ha condiviso il video di Brahim Chnina che attaccava il professore ucciso. Chalghoumi afferma che alla moschea di Pantin opera anche «un imam salafita. Forse - ha ipotizzato - il presidente si sente minacciato». Senza poter immaginare quanto è accaduto a Nizza ieri, l'imam di Drancy ha parlato dell'allerta lanciata due giorni fa dal direttore della polizia francese, per aumentare le misure di sicurezza nei luoghi di culto cristiani, ebraici e musulmani. «In effetti - avverte Chalghoumi - questi ultimi potrebbero essere l'obiettivo di attacchi di una minoranza di persone razziste o di estremisti islamici. Anche io, in pochi giorni, ho ricevuto varie minacce e una fatwa dello Stato islamico perché io venga assassinato». L'imam di Drancy parla anche dell'Italia: «Anche nel vostro Paese devo essere protetto da una scorta» ci dice. «L'Italia è attraversata dai movimenti migratori incontrollati. In varie città, ci sono i salafiti e l'islam politico. La politica italiana deve proteggersi e proteggere tutta l'Europa».
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 20 maggio 2026. Il segretario della Lega Emilia, Matteo Rancan, svela l'ipocrisia della sinistra sull'attentato di Modena.