True
2021-02-15
L'America di Biden non può più prescindere dall'Asia
True
Ansa
È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull'Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l'accordo di pace, siglato dall'amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d'altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall'altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.
Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l'instabilità nella ragione. Un'altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell'elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan - iniziata nel 2001 - costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l'Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.
È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l'Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l'India. D'altronde, le mosse della Repubblica popolare - sotto questo aspetto - sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che - già ben prima dello scoppio della pandemia - la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che - soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad - non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.
È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l'influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un'influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un'opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l'obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D'altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l'inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell'amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall'Hindustan Times nel 2017, l'India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l'India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l'assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all'Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che - secondo Reuters - avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.
Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell'Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l'Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che - come abbiamo visto - la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani.
Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l'India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente - secondo quando di recente riferito da Foreign Policy - si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l'impostazione dell'accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l'intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall'orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l'Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.
Cina e India si sfidano per avere influenza in una serie di Stati strategici
Sembrano segnali di disgelo quelli che si stanno verificando tra Cina e India. Negli scorsi giorni, i due Paesi hanno avviato un processo di disimpegno militare lungo il settore occidentale della Lac. Si tratta di una notizia importante, soprattutto dopo che - a fine gennaio - si erano verificati dei tafferugli nello Stato indiano del Sikkim. Del resto, nonostante i considerevoli rapporti commerciali, Nuova Delhi e Pechino sono impegnati in un confronto serrato, che va al di là delle - pur importantissime - dispute di confine. Il duello tra i due giganti è infatti in primo luogo di natura geopolitica e chiama in causa una ferrea competizione per l'estensione della propria influenza regionale. È quindi un errore misurare il grado di tensione tra India e Cina esclusivamente dalle problematiche militari di confine.
I due rivali si stanno affrontando, in modo più o meno sotterraneo, in una serie di Stati considerati strategici. Nuova Delhi e Pechino si stanno innanzitutto confrontando in Nepal, dove i cinesi hanno trovato una forte sponda nel Partito comunista nepalese: partito tuttavia entrato in crisi lo scorso dicembre, trascinando l'intero Paese in un autentico caos politico. Uno scenario, questo, che favorisce l'India: quella stessa India che, guarda caso, intratteneva rapporti piuttosto tesi con i comunisti nepalesi. È del resto in questo senso che la diplomazia cinese è al lavoro, per cercare di ricreare armonia nel Partito comunista nepalese.
Un altro fronte di scontro è costituito dal piccolo regno del Bhutan. Per quanto ufficialmente Thimphu intrattenga saldissimi legami con Nuova Delhi e non riconosca neppure Pechino sul piano diplomatico, qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi. Come recentemente riferito da The Diplomat, la Cina sta utilizzando in loco una combinazione di forza e soft power, alternando sempre più estese pretese territoriali a un'attrazione nel settore accademico e lavorativo. Non va trascurato, sotto questo aspetto, che la disoccupazione giovanile bhutanese risulti al momento particolarmente alta e che - nonostante la convergenza di lungo corso - l'opinione pubblica locale nutra una certa irritazione verso l'India (soprattutto a causa dei forti debiti contratti da Thimphu). Un ulteriore fronte di scontro geopolitico è l'Afghanistan, dove India e Cina sono in concorrenza per incrementare la propria influenza.
Una competizione che, a livello generale, le due potenze conducono soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso due canali: pesanti investimenti sul fronte infrastrutturale e diplomazia sanitaria. L'India ha aiutato il Bhutan durante la pandemia, mentre sia Nuova Delhi che Pechino stanno inviando dosi di vaccino in Afghanistan. Va da sé che, in questo duello geopolitico, dovrà presto tornare ad inserirsi Washington. In questa prima fase, l'amministrazione Biden non sembra infatti avere troppo le idee chiare. Se Donald Trump puntava fermamente a una convergenza con l'India in funzione anticinese, non è detto che la nuova Casa Bianca seguirà del tutto questa strada.
Sulla Cina, è vero che Biden voglia seguire la linea dura su diritti umani, alta tecnologia e Mar cinese meridionale. Ma è altrettanto vero che, in futuro, il neo presidente americano potrebbe voler avviare una distensione sul piano commerciale rispetto all'era Trump. Uno scenario, quest'ultimo, riportato recentemente anche da Politico. Venendo all'India, è vero che prevedibilmente Biden si appoggerà a Nuova Delhi per contenere Pechino sul piano geopolitico. Ma bisogna fare attenzione a un fattore: settori consistenti del mondo liberal statunitense non apprezzano affatto il primo ministro indiano, Narendra Modi, da loro considerato un populista dalle tendenze autoritarie. Il che potrebbe spingere queste galassie a chiedere presto a Biden una ferrea coerenza verso la "crociata" da lui spesso invocata in campagna elettorale contro tutti quei regimi e leader che non sposano in pieno gli standard della democrazia liberale. Alla luce di questo, non è affatto scontato che le relazioni tra Washington e Nuova Delhi risulteranno del tutto idilliache in futuro.
Continua a leggereRiduci
L'Afghanistan è il primo banco di prova per il neopresidente statunitense. I suoi tentennamenti, oltre a stoppare il progetto trumpiano, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.La Cina, che ormai muove la propria influenza sul Bhutan e su altri Paesi vicini come il Nepal, trova nell'India l'unico ostacolo.Lo speciale contiene due articoli.È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull'Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l'accordo di pace, siglato dall'amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d'altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall'altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l'instabilità nella ragione. Un'altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell'elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan - iniziata nel 2001 - costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l'Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l'Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l'India. D'altronde, le mosse della Repubblica popolare - sotto questo aspetto - sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che - già ben prima dello scoppio della pandemia - la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che - soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad - non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l'influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un'influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un'opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l'obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D'altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l'inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell'amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall'Hindustan Times nel 2017, l'India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l'India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l'assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all'Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che - secondo Reuters - avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell'Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l'Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che - come abbiamo visto - la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani. Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l'India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente - secondo quando di recente riferito da Foreign Policy - si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l'impostazione dell'accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l'intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall'orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l'Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamerica-biden-non-prescindere-asia-2650541027.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cina-e-india-si-sfidano-per-avere-influenza-in-una-serie-di-stati-strategici" data-post-id="2650541027" data-published-at="1613399164" data-use-pagination="False"> Cina e India si sfidano per avere influenza in una serie di Stati strategici Sembrano segnali di disgelo quelli che si stanno verificando tra Cina e India. Negli scorsi giorni, i due Paesi hanno avviato un processo di disimpegno militare lungo il settore occidentale della Lac. Si tratta di una notizia importante, soprattutto dopo che - a fine gennaio - si erano verificati dei tafferugli nello Stato indiano del Sikkim. Del resto, nonostante i considerevoli rapporti commerciali, Nuova Delhi e Pechino sono impegnati in un confronto serrato, che va al di là delle - pur importantissime - dispute di confine. Il duello tra i due giganti è infatti in primo luogo di natura geopolitica e chiama in causa una ferrea competizione per l'estensione della propria influenza regionale. È quindi un errore misurare il grado di tensione tra India e Cina esclusivamente dalle problematiche militari di confine.I due rivali si stanno affrontando, in modo più o meno sotterraneo, in una serie di Stati considerati strategici. Nuova Delhi e Pechino si stanno innanzitutto confrontando in Nepal, dove i cinesi hanno trovato una forte sponda nel Partito comunista nepalese: partito tuttavia entrato in crisi lo scorso dicembre, trascinando l'intero Paese in un autentico caos politico. Uno scenario, questo, che favorisce l'India: quella stessa India che, guarda caso, intratteneva rapporti piuttosto tesi con i comunisti nepalesi. È del resto in questo senso che la diplomazia cinese è al lavoro, per cercare di ricreare armonia nel Partito comunista nepalese.Un altro fronte di scontro è costituito dal piccolo regno del Bhutan. Per quanto ufficialmente Thimphu intrattenga saldissimi legami con Nuova Delhi e non riconosca neppure Pechino sul piano diplomatico, qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi. Come recentemente riferito da The Diplomat, la Cina sta utilizzando in loco una combinazione di forza e soft power, alternando sempre più estese pretese territoriali a un'attrazione nel settore accademico e lavorativo. Non va trascurato, sotto questo aspetto, che la disoccupazione giovanile bhutanese risulti al momento particolarmente alta e che - nonostante la convergenza di lungo corso - l'opinione pubblica locale nutra una certa irritazione verso l'India (soprattutto a causa dei forti debiti contratti da Thimphu). Un ulteriore fronte di scontro geopolitico è l'Afghanistan, dove India e Cina sono in concorrenza per incrementare la propria influenza. Una competizione che, a livello generale, le due potenze conducono soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso due canali: pesanti investimenti sul fronte infrastrutturale e diplomazia sanitaria. L'India ha aiutato il Bhutan durante la pandemia, mentre sia Nuova Delhi che Pechino stanno inviando dosi di vaccino in Afghanistan. Va da sé che, in questo duello geopolitico, dovrà presto tornare ad inserirsi Washington. In questa prima fase, l'amministrazione Biden non sembra infatti avere troppo le idee chiare. Se Donald Trump puntava fermamente a una convergenza con l'India in funzione anticinese, non è detto che la nuova Casa Bianca seguirà del tutto questa strada. Sulla Cina, è vero che Biden voglia seguire la linea dura su diritti umani, alta tecnologia e Mar cinese meridionale. Ma è altrettanto vero che, in futuro, il neo presidente americano potrebbe voler avviare una distensione sul piano commerciale rispetto all'era Trump. Uno scenario, quest'ultimo, riportato recentemente anche da Politico. Venendo all'India, è vero che prevedibilmente Biden si appoggerà a Nuova Delhi per contenere Pechino sul piano geopolitico. Ma bisogna fare attenzione a un fattore: settori consistenti del mondo liberal statunitense non apprezzano affatto il primo ministro indiano, Narendra Modi, da loro considerato un populista dalle tendenze autoritarie. Il che potrebbe spingere queste galassie a chiedere presto a Biden una ferrea coerenza verso la "crociata" da lui spesso invocata in campagna elettorale contro tutti quei regimi e leader che non sposano in pieno gli standard della democrazia liberale. Alla luce di questo, non è affatto scontato che le relazioni tra Washington e Nuova Delhi risulteranno del tutto idilliache in futuro.
Elon Musk (Ansa)
Ieri SpaceX ha debuttato contemporaneamente al Nasdaq e al nuovo listino del Texas, una prima assoluta per i mercati americani. Lo ha fatto con numeri che fino a pochi anni fa sarebbero sembrati fantascienza. L’offerta ha attribuito alla società spaziale una valutazione iniziale di 1.780 miliardi di dollari, la più alta mai registrata per una quotazione. Vuol dire che la società di Musk vale quanto il Pil annuale dell’Italia. Gli investitori istituzionali e i piccoli risparmiatori si sono letteralmente gettati sull’operazione acquistando 555,6 milioni di azioni collocate a 135 dollari ciascuna. Ma il mercato ha immediatamente deciso che quel prezzo era troppo basso. Nelle prime contrattazioni il titolo è schizzato fino a 175 dollari. E non importa se al momento il gruppo aerospaziale è solo una costosissima promessa: ha un fatturato di 18,7 miliardi e ne perde 4,9. Ma Wall Street voleva SpaceX a qualunque costo.
Il principale beneficiario dell’entusiasmo è stato naturalmente Elon Musk. Già uomo più ricco del pianeta prima della quotazione, con un patrimonio stimato da Forbes in 981 miliardi di dollari, il fondatore della società è diventato il primo individuo della storia a superare la soglia psicologica dei 1.000 miliardi. Vuol dire che da solo vale metà del Pil dell’Italia. Un traguardo che fino a ieri apparteneva alla categoria delle fantasie futuristiche. La raccolta complessiva dell’offerta ha sfiorato i 75 miliardi di dollari, altro record assoluto. Ma sarebbe un errore leggere questa operazione soltanto come una gigantesca operazione di Borsa.
Per Musk il mercato azionario rappresenta soprattutto un gigantesco serbatoio di capitale per alimentare la sua vera ossessione: Marte. Perché, come emerge dai documenti societari, una parte della futura remunerazione del fondatore è legata a un obiettivo che nessun consiglio di amministrazione aveva mai osato scrivere. Non fatturato. Non utili. Non dividendi. Una colonia permanente di almeno un milione di persone su Marte. In pratica, mentre i manager tradizionali sono premiati se aumentano i margini operativi, Musk potrà incassare se riuscirà a trasformare Marte in un nuovo continente abitato. È la differenza che passa tra gestire una società e tentare di riscrivere il sistema solare. Durante una conversazione trasmessa sulla piattaforma X con Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan, Musk ha raccontato che da circa dieci anni amici, consulenti e banchieri gli ripetevano sempre la stessa frase: «Quota SpaceX». Per anni ha resistito. Ora invece ha cambiato idea. Il motivo è semplice. O meglio: semplice secondo gli standard di Musk. SpaceX intende mettere in orbita 100.000 satelliti Starlink di nuova generazione. Non qualche centinaio. Non qualche migliaio. Centomila. A questo si aggiunge un progetto ancora più ambizioso: la costruzione di grandi data center di Intelligenza artificiale direttamente nello spazio.
Secondo Musk, questa potrebbe diventare una gigantesca fonte di ricavi. Secondo i suoi banchieri, potrebbe soprattutto richiedere una quantità di capitale mai vista prima.
Ecco perché la Borsa è diventata improvvisamente necessaria. Anche dopo la quotazione, grazie a una speciale categoria di azioni con diritti di voto rafforzati, il fondatore manterrà il controllo assoluto delle decisioni strategiche, finanziarie e manageriali. Ma il dettaglio più sorprendente è un altro.
Nei documenti si scopre infatti che l’unica persona che può licenziare Elon Musk dal ruolo di amministratore delegato è... Elon Musk. Per la sua dimensione colossale, SpaceX potrebbe entrare nel Nasdaq 100 (l’élite della Silicon Valley) dopo appena 15 giorni di contrattazione. Sarebbe un passaggio fondamentale perché costringerebbe una miriade di fondi indicizzati ad acquistare automaticamente il titolo.
L’ingresso nello S&P 500 (il listino di eccellenza di Wall Street) richiederà invece tempi più lunghi. Ma dopo aver conquistato lo spazio, superato il trilione personale e realizzato la più grande quotazione della storia, attendere un po’ potrebbe sembrare il problema meno complicato.
Soprattutto per un uomo che non misura il successo in trimestri o in esercizi fiscali. Lo misura in pianeti.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Nel caso di specie si trattava di un provvedimento di proroga disposto senza la fissazione della prescritta udienza camerale e, quindi, senza che all’interessato fosse stata data possibilità di intervenire nel procedimento. Sulla base di tale principio la Corte ha respinto il ricorso che la presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ad altri organi, aveva proposto avverso la sentenza d’appello che, in conferma di quella di primo grado, aveva accolto la richiesta di risarcimento avanzata dall’interessato.
A tale decisione la Corte è pervenuta sull’assunto, nell’essenziale, che i provvedimenti in materia di trattenimento degli stranieri nei Cpr non sono fini a sé stessi ma sono funzionali al risultato finale che dev’essere quello dell’esecuzione dell’espulsione dal territorio dello Stato. Pertanto, non assumendo mai essi carattere di definitività, ma potendo essere revocati o modificati anche d’ufficio, in ogni momento la loro mancata impugnazione non impedirebbe di farne riconoscere l’eventuale illegittimità da parte del giudice investito dell’azione risarcitoria, con conseguente accoglimento di quest’ultima. Risulta di fondamentale rilievo, tra gli elementi addotti dalla Corte a sostegno del proprio assunto, quello costituito dal fatto che esso troverebbe conferma nella vigente disciplina in materia di riparazione pecuniaria per ingiusta detenzione sofferta nel corso di un procedimento penale; istituto che viene definito «per certi versi affine al rimedio risarcitorio per illegittima privazione della libertà personale». Ciò in quanto - si afferma - per il riconoscimento del diritto alla suddetta riparazione pecuniaria, non è richiesto, dall’art. 314, comma 1, del Codice di procedura penale, che l’interessato abbia a suo tempo proposto impugnazione avverso il provvedimento applicativo o confermativo della misura cautelare detentiva.
Occorre subito dire che la validità di tale ragionamento presuppone anzitutto che, così come è richiesto, per l’esperibilità della procedura di riparazione per ingiusta detenzione il procedimento penale sia giunto a conclusione, quale che essa sia (assoluzione nel merito, proscioglimento per ragioni non di merito, condanna, archiviazione, sentenza di non luogo a procedere); allo stesso modo deve ritenersi richiesto, ai fini dell’esperibilità dell’azione risarcitoria per indebito trattenimento in un Cpr in vista dell’espulsione, che il procedimento di espulsione amministrativa dello straniero si sia concluso. Il che avviene con l’emissione del relativo decreto prefettizio, una volta che questo abbia assunto carattere di definitività per mancata o non accolta impugnazione (indipendentemente dalla circostanza che poi abbia o meno avuto effettiva esecuzione), ovvero abbia perduto definitivamente efficacia per annullamento, revoca o qualsiasi altra ragione. In mancanza di tale condizione appare evidente che il richiamo operato dalla Corte alla procedura di riparazione per ingiusta detenzione sarebbe del tutto privo di fondamento.
Volendo però dare per acquisito che la condizione dell’avvenuta conclusione del procedimento di espulsione amministrativa sia comunque sussistente, va osservato che la seconda delle ipotesi dianzi formulate appare estremamente improbabile, per la semplice ragione che, se fosse quella effettivamente realizzatasi, la richiesta di risarcimento del danno avrebbe potuto essere avanzata con riferimento all’intera durata della privazione della libertà subita a titolo di trattenimento, in vista dell’espulsione, nel Cpr e non, invece, come pacificamente risulta essere avvenuto, con riferimento alla sola frazione temporale dovuta al provvedimento di proroga di cui si lamenta la illegittimità
Dovendosi, quindi, presumere che quella effettivamente realizzatasi sia la prima delle suddette ipotesi, il richiamo operato dalla Corte al comma 1 dell’art. 314 cod. proc. pen. appare del tutto incongruo, trovando la detta norma applicazione solo, nel caso che il procedimento penale si sia concluso con pronuncia assolutoria nel merito. Quello al quale la Corte avrebbe dovuto fare richiamo (ma lo ha, invece, del tutto ignorato) era, per analogia di situazione, il comma 2 del citato art. 314, secondo il quale, quando il procedimento penale si sia concluso con pronuncia di condanna o di proscioglimento non nel merito, il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione può essere riconosciuto solo a condizione che «con decisione irrevocabile, risulti accertato che è stato emesso o mantenuto senza che sussistessero le condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280». E la «decisione irrevocabile» altra non può essere se non quella che sia stata, a suo tempo, adottata all’esito dell’impugnazione contro il provvedimento di applicazione o di mantenimento della misura.
Ne consegue che, ove tale impugnazione non sia stata proposta o, se proposta, non sia stata per una qualsiasi ragione accolta, la richiesta di riparazione per ingiusta detenzione risulta improponibile. Una volta datosi, quindi, per acquisito che il procedimento di espulsione amministrativa si sia concluso con il decreto di espulsione non più soggetto a impugnazione, da equipararsi alla definitività della condanna nel procedimento penale, ne deriva che, proprio alla luce di quanto affermato dalla Corte circa l’assimilabilità della richiesta di risarcimento per indebito trattenimento nel Cpr alla richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, la mancata impugnazione, a suo tempo, del provvedimento di proroga del trattenimento adottato in violazione del principio del contraddittorio avrebbe dovuto far sì che la richiesta di risarcimento venisse dichiarata improponibile. Ciò avrebbe dovuto comportare l’accoglimento del ricorso proposto dalla presidenza del Consiglio e dalle altre amministrazioni interessate. Il fatto che così non sia stato appare indice del permanere di una certa tendenza della magistratura, compresa quella di legittimità, a fare ogni sforzo, in materia di immigrazione, ogni qual volta se ne veda anche la più remota delle possibilità, per adottare decisioni favorevoli ai «migranti», percorrendo, a tal fine i più impervi e tortuosi sentieri interpretativi, anche con il rischio di inciampare, talvolta, in qualche sasso.
Continua a leggereRiduci
La capogruppo di di Fratelli d'Italia in Commissione Covid Alice Buonguerrieri contro Giuseppe Conte: «Emergono fatti gravissimi su presunte provvigioni milionarie per le commesse della struttura di Domenico Arcuri e l'ex premier usa il ruolo di commissario come scudo per non farsi udire. Chi non ha nulla da nascondere si dimetta dalla commissione e venga a riferire la verità agli italiani».
iStock. Nel riquadro, la locandina dell'evento
Nell’area «Bimb*», con la schwa (che storpia ogni parola pur di risultare linguaggio inclusivo e non binario) al posto dell’asterisco, sabato 20 giugno a partire dalle 15 ci saranno intrattenimenti vari, come il momento «Letture» a cura delle famiglie Arcobaleno.
Stiamo parlando dell’associazione «genitori Lgbtqi+, in coppia, single o separati che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo», e che purtroppo suggeriscono perfino quali libri far leggere a innocenti creature. Un campionario delle loro scelte si può trovare sul sito ufficiale.
Da Perché hai due mamme? e Perché hai due papà di Francesca Pardi, «nato per aiutare i bambini con due genitori dello stesso sesso nel rispondere alle curiosità degli altri», a un altro libro della stessa autrice dal titolo Qual è il segreto di papà?, spiegato come «un racconto che parla di omosessualità con parole semplici e dirette». Età di lettura consigliata: «Dai 4 anni». Certo, perché a 48 mesi si è già in grado di comprendere temi delicatissimi quali sessualità e identità di genere.
Per non parlare del Giorno specialissimo di Marlon Bundo, di Jill Twiss, storia gay di un coniglietto «che si innamora di un altro coniglietto di nome Wesley e decide di sposarsi con lui», e di cui già si è occupata La Verità. Consigliato ai piccoli dai 5 ai 10 anni, come L’importante è che siamo amici, dove l’orsacchiotto Thomas preferisce essere Tilly. L’autrice, Jessica Walton, voleva scrivere una storia con un protagonista transgender per raccontare al figlio l’esperienza del padre diventato trans e aveva cercato finanziamenti su un sito crowdfunding, ricevendo montagne di soldi.
Ecco un campionario di buone letture con le quali intrattenere dei bimbi, che già dovranno assistere a sfilate di personaggi dall’apparenza affatto normale. Sul palco pomeridiano «spazio di resistenza intersezionale, transfemminismo ed arte, all’insegna di interventi politici, DJ set e performance», saliranno infatti personaggi come Sofia Mehiel, in arte «la papessa», responsabile del progetto per la sezione trans del carcere di Reggio Emilia e che «ha guidato la carovana di genere per l’Ucraina».
E ci sarà Bianca Bonzagni, attivista transgender, classificatasi al secondo posto nel concorso Miss Trans Europa 2025. Soprattutto non mancheranno i «Bear gay», gli «orsi» omosessuali, «sottocultura gay», come la definisce gay.it, in cui si riconosce il soggetto «abbastanza grosso o robusto, con i peli sul petto e una barba lunga, incolta, generalmente un estimatore del cuoio e dei collari».
Sono richiamati dal collettivo Lgbtqi+ Discorso Bear Party, nato nella periferia di Carpi e con base principale al Circolo Mattatoyo. «Al centro del loro percorso c’è la cura e la valorizzazione dei corpi che escono dai canoni estetici imposti: uno spazio libero da etichette rigide per combattere lo stigma grassofobico ed estetico che colpisce tuttə* noi», informano gli organizzatori del Pride a Modena.
I bambini li vedranno, poveretti loro. Respireranno l’atmosfera di questo raduno e ascolteranno gli slogan che verranno ripetuti. Lo dichiara il manifesto politico del Pride modenese, quello che verrà urlato durante la sfilata: «È sin dall’insediamento di questo governo fascista, nel 2022, che è iniziata una vera e propria offensiva nei confronti delle famiglie omogenitoriali, con il preciso intento di delegittimare la genitorialità delle persone Lgbtqia+. Dapprima con la circolare del ministro dell’Interno Piantedosi, che poneva di fatto divieto a sindac* di registrare il genitore intenzionale all’anagrafe, […] ed è culminata con l’approvazione, nell’ottobre 2024, della legge Varchi, che ha reso la gestazione per altre persone reato universale […]. Una legge dal chiaro impianto ideologico, studiata e fortemente voluta dalla maggioranza per punire le coppie di aspiranti padri».
Già, perché sarebbe normale essere due mamme o due papà per una creatura, magari ottenuta servendosi di un utero in affitto? Le famiglie Arcobaleno che porteranno al Pride i bimbi, nati con il seme di un donatore sconosciuto e attraverso la procreazione medicalmente assistita, o con la pratica della maternità surrogata, li faranno assistere a tutto il repertorio in programma? Magari anche alla sosta degli adulti allo stand salute, dove sarà possibile testarsi «in maniera rapida e gratuita» per Hiv e sifilide «con l’aiuto del reparto malattie infettive dell’ospedale di Modena». Terminata la sfilata, lo stand invece si trasformerà in una sala giochi «per poter vincere gadget, sex toys, preservativi femminili e maschili e tanti lubrificanti».
Ma non pensiate che sia solo esibizione di muscoli e altro. Ci sono contenuti anticipati con orgoglio: «Il Modena Pride 2026 è antifascista, contro il razzismo, il colonialismo e i genocidi presenti e passati, antimilitarista, solidale con il popolo palestinese, per la giustizia climatica antiabilista».
Per fortuna, a metà pomeriggio per i bimbi è prevista una non precisata area «sgambamento», immaginiamo riservata a esercizi fisici. O per darsela a gambe, anche solo con la fantasia.
Continua a leggereRiduci