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2021-02-15
L'America di Biden non può più prescindere dall'Asia
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Ansa
È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull'Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l'accordo di pace, siglato dall'amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d'altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall'altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.
Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l'instabilità nella ragione. Un'altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell'elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan - iniziata nel 2001 - costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l'Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.
È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l'Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l'India. D'altronde, le mosse della Repubblica popolare - sotto questo aspetto - sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che - già ben prima dello scoppio della pandemia - la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che - soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad - non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.
È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l'influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un'influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un'opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l'obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D'altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l'inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell'amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall'Hindustan Times nel 2017, l'India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l'India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l'assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all'Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che - secondo Reuters - avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.
Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell'Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l'Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che - come abbiamo visto - la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani.
Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l'India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente - secondo quando di recente riferito da Foreign Policy - si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l'impostazione dell'accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l'intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall'orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l'Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.
Cina e India si sfidano per avere influenza in una serie di Stati strategici
Sembrano segnali di disgelo quelli che si stanno verificando tra Cina e India. Negli scorsi giorni, i due Paesi hanno avviato un processo di disimpegno militare lungo il settore occidentale della Lac. Si tratta di una notizia importante, soprattutto dopo che - a fine gennaio - si erano verificati dei tafferugli nello Stato indiano del Sikkim. Del resto, nonostante i considerevoli rapporti commerciali, Nuova Delhi e Pechino sono impegnati in un confronto serrato, che va al di là delle - pur importantissime - dispute di confine. Il duello tra i due giganti è infatti in primo luogo di natura geopolitica e chiama in causa una ferrea competizione per l'estensione della propria influenza regionale. È quindi un errore misurare il grado di tensione tra India e Cina esclusivamente dalle problematiche militari di confine.
I due rivali si stanno affrontando, in modo più o meno sotterraneo, in una serie di Stati considerati strategici. Nuova Delhi e Pechino si stanno innanzitutto confrontando in Nepal, dove i cinesi hanno trovato una forte sponda nel Partito comunista nepalese: partito tuttavia entrato in crisi lo scorso dicembre, trascinando l'intero Paese in un autentico caos politico. Uno scenario, questo, che favorisce l'India: quella stessa India che, guarda caso, intratteneva rapporti piuttosto tesi con i comunisti nepalesi. È del resto in questo senso che la diplomazia cinese è al lavoro, per cercare di ricreare armonia nel Partito comunista nepalese.
Un altro fronte di scontro è costituito dal piccolo regno del Bhutan. Per quanto ufficialmente Thimphu intrattenga saldissimi legami con Nuova Delhi e non riconosca neppure Pechino sul piano diplomatico, qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi. Come recentemente riferito da The Diplomat, la Cina sta utilizzando in loco una combinazione di forza e soft power, alternando sempre più estese pretese territoriali a un'attrazione nel settore accademico e lavorativo. Non va trascurato, sotto questo aspetto, che la disoccupazione giovanile bhutanese risulti al momento particolarmente alta e che - nonostante la convergenza di lungo corso - l'opinione pubblica locale nutra una certa irritazione verso l'India (soprattutto a causa dei forti debiti contratti da Thimphu). Un ulteriore fronte di scontro geopolitico è l'Afghanistan, dove India e Cina sono in concorrenza per incrementare la propria influenza.
Una competizione che, a livello generale, le due potenze conducono soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso due canali: pesanti investimenti sul fronte infrastrutturale e diplomazia sanitaria. L'India ha aiutato il Bhutan durante la pandemia, mentre sia Nuova Delhi che Pechino stanno inviando dosi di vaccino in Afghanistan. Va da sé che, in questo duello geopolitico, dovrà presto tornare ad inserirsi Washington. In questa prima fase, l'amministrazione Biden non sembra infatti avere troppo le idee chiare. Se Donald Trump puntava fermamente a una convergenza con l'India in funzione anticinese, non è detto che la nuova Casa Bianca seguirà del tutto questa strada.
Sulla Cina, è vero che Biden voglia seguire la linea dura su diritti umani, alta tecnologia e Mar cinese meridionale. Ma è altrettanto vero che, in futuro, il neo presidente americano potrebbe voler avviare una distensione sul piano commerciale rispetto all'era Trump. Uno scenario, quest'ultimo, riportato recentemente anche da Politico. Venendo all'India, è vero che prevedibilmente Biden si appoggerà a Nuova Delhi per contenere Pechino sul piano geopolitico. Ma bisogna fare attenzione a un fattore: settori consistenti del mondo liberal statunitense non apprezzano affatto il primo ministro indiano, Narendra Modi, da loro considerato un populista dalle tendenze autoritarie. Il che potrebbe spingere queste galassie a chiedere presto a Biden una ferrea coerenza verso la "crociata" da lui spesso invocata in campagna elettorale contro tutti quei regimi e leader che non sposano in pieno gli standard della democrazia liberale. Alla luce di questo, non è affatto scontato che le relazioni tra Washington e Nuova Delhi risulteranno del tutto idilliache in futuro.
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L'Afghanistan è il primo banco di prova per il neopresidente statunitense. I suoi tentennamenti, oltre a stoppare il progetto trumpiano, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.La Cina, che ormai muove la propria influenza sul Bhutan e su altri Paesi vicini come il Nepal, trova nell'India l'unico ostacolo.Lo speciale contiene due articoli.È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull'Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l'accordo di pace, siglato dall'amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d'altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall'altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l'instabilità nella ragione. Un'altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell'elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan - iniziata nel 2001 - costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l'Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l'Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l'India. D'altronde, le mosse della Repubblica popolare - sotto questo aspetto - sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che - già ben prima dello scoppio della pandemia - la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che - soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad - non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l'influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un'influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un'opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l'obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D'altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l'inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell'amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall'Hindustan Times nel 2017, l'India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l'India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l'assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all'Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che - secondo Reuters - avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell'Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l'Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che - come abbiamo visto - la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani. Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l'India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente - secondo quando di recente riferito da Foreign Policy - si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l'impostazione dell'accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l'intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall'orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l'Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamerica-biden-non-prescindere-asia-2650541027.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cina-e-india-si-sfidano-per-avere-influenza-in-una-serie-di-stati-strategici" data-post-id="2650541027" data-published-at="1613399164" data-use-pagination="False"> Cina e India si sfidano per avere influenza in una serie di Stati strategici Sembrano segnali di disgelo quelli che si stanno verificando tra Cina e India. Negli scorsi giorni, i due Paesi hanno avviato un processo di disimpegno militare lungo il settore occidentale della Lac. Si tratta di una notizia importante, soprattutto dopo che - a fine gennaio - si erano verificati dei tafferugli nello Stato indiano del Sikkim. Del resto, nonostante i considerevoli rapporti commerciali, Nuova Delhi e Pechino sono impegnati in un confronto serrato, che va al di là delle - pur importantissime - dispute di confine. Il duello tra i due giganti è infatti in primo luogo di natura geopolitica e chiama in causa una ferrea competizione per l'estensione della propria influenza regionale. È quindi un errore misurare il grado di tensione tra India e Cina esclusivamente dalle problematiche militari di confine.I due rivali si stanno affrontando, in modo più o meno sotterraneo, in una serie di Stati considerati strategici. Nuova Delhi e Pechino si stanno innanzitutto confrontando in Nepal, dove i cinesi hanno trovato una forte sponda nel Partito comunista nepalese: partito tuttavia entrato in crisi lo scorso dicembre, trascinando l'intero Paese in un autentico caos politico. Uno scenario, questo, che favorisce l'India: quella stessa India che, guarda caso, intratteneva rapporti piuttosto tesi con i comunisti nepalesi. È del resto in questo senso che la diplomazia cinese è al lavoro, per cercare di ricreare armonia nel Partito comunista nepalese.Un altro fronte di scontro è costituito dal piccolo regno del Bhutan. Per quanto ufficialmente Thimphu intrattenga saldissimi legami con Nuova Delhi e non riconosca neppure Pechino sul piano diplomatico, qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi. Come recentemente riferito da The Diplomat, la Cina sta utilizzando in loco una combinazione di forza e soft power, alternando sempre più estese pretese territoriali a un'attrazione nel settore accademico e lavorativo. Non va trascurato, sotto questo aspetto, che la disoccupazione giovanile bhutanese risulti al momento particolarmente alta e che - nonostante la convergenza di lungo corso - l'opinione pubblica locale nutra una certa irritazione verso l'India (soprattutto a causa dei forti debiti contratti da Thimphu). Un ulteriore fronte di scontro geopolitico è l'Afghanistan, dove India e Cina sono in concorrenza per incrementare la propria influenza. Una competizione che, a livello generale, le due potenze conducono soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso due canali: pesanti investimenti sul fronte infrastrutturale e diplomazia sanitaria. L'India ha aiutato il Bhutan durante la pandemia, mentre sia Nuova Delhi che Pechino stanno inviando dosi di vaccino in Afghanistan. Va da sé che, in questo duello geopolitico, dovrà presto tornare ad inserirsi Washington. In questa prima fase, l'amministrazione Biden non sembra infatti avere troppo le idee chiare. Se Donald Trump puntava fermamente a una convergenza con l'India in funzione anticinese, non è detto che la nuova Casa Bianca seguirà del tutto questa strada. Sulla Cina, è vero che Biden voglia seguire la linea dura su diritti umani, alta tecnologia e Mar cinese meridionale. Ma è altrettanto vero che, in futuro, il neo presidente americano potrebbe voler avviare una distensione sul piano commerciale rispetto all'era Trump. Uno scenario, quest'ultimo, riportato recentemente anche da Politico. Venendo all'India, è vero che prevedibilmente Biden si appoggerà a Nuova Delhi per contenere Pechino sul piano geopolitico. Ma bisogna fare attenzione a un fattore: settori consistenti del mondo liberal statunitense non apprezzano affatto il primo ministro indiano, Narendra Modi, da loro considerato un populista dalle tendenze autoritarie. Il che potrebbe spingere queste galassie a chiedere presto a Biden una ferrea coerenza verso la "crociata" da lui spesso invocata in campagna elettorale contro tutti quei regimi e leader che non sposano in pieno gli standard della democrazia liberale. Alla luce di questo, non è affatto scontato che le relazioni tra Washington e Nuova Delhi risulteranno del tutto idilliache in futuro.
Marco Baldassari @Eleventy
Un percorso costruito all’insegna del Made in Italy, della qualità e di un’idea di lusso contemporaneo lontana dall’ostentazione. Per celebrare questo traguardo, la nuova collezione introduce nuove silhouette, colori più sofisticati e due capsule che raccontano da vicino il mondo personale del fondatore: The Indigo Blue e Active Moments. Ne abbiamo parlato con Marco Baldassari.
La Primavera-Estate 2027 coincide col ventesimo anniversario di Eleventy. Che significato ha per lei questo traguardo?
«Rappresenta la realizzazione di un sogno. In vent’anni siamo riusciti a costruire un marchio internazionale restando fedeli ai nostri valori: produzione italiana, qualità, responsabilità e attenzione alle persone. Oggi guardiamo al futuro con la stessa passione, con l’obiettivo di creare qualcosa di duraturo».
Quanto c’è di lei nelle capsule The Indigo Blue e Active Moments?
«Molto. Cerco sempre di raccontarmi attraverso le collezioni. The Indigo Blue nasce dal mio legame con il denim, reinterpretato in chiave sofisticata e contemporanea. Active Moments, invece, riflette il mio stile di vita: sport, benessere e dinamismo. Sono due mondi che mi rappresentano profondamente».
Chi è oggi il cliente Eleventy?
«È una persona che ama la qualità ma non l’ostentazione. Cerca prodotti autentici, ben fatti e dal valore concreto. Apprezza il Made in Italy e riconosce l’equilibrio tra qualità, design e prezzo che caratterizza il nostro marchio».
Come si è evoluto il concetto di smart luxury negli ultimi vent’anni?
«Il principio è rimasto lo stesso: offrire il massimo valore possibile. Oggi, però, lo smart luxury include anche un forte elemento di contemporaneità. Chi sceglie Eleventy cerca qualità e raffinatezza, ma con uno stile più moderno e rilassato».
La collezione introduce volumi più morbidi e nuove interpretazioni della giacca. È cambiato il modo di vivere l’eleganza?
«Sì. Oggi l’uomo desidera capi più confortevoli e versatili. Abbiamo lavorato su nuove proporzioni, nuove tonalità e nuove forme per offrire qualcosa di distintivo, mantenendo sempre coerenza con il nostro Dna».
Come si evolve il concetto di giacca?
«La giacca oggi è più fluida. L’overshirt, per esempio, è diventata una valida alternativa al blazer tradizionale. Abbiamo inoltre reinterpretato modelli ispirati alla tradizione con materiali nobili e costruzioni più contemporanee».
Se dovesse descrivere l’uomo Eleventy della Primavera-Estate 2027?
«Un uomo contemporaneo e sicuro di sé. Lo immagino con una giacca in lino effetto denim della capsule Indigo Blue, pantaloni dai volumi più morbidi e una polo realizzata in filati pregiati. Un guardaroba raffinato ma disinvolto».
Qual è oggi la vostra definizione di eleganza contemporanea?
«È l’incontro tra qualità, discrezione e funzionalità. L’uomo moderno ha bisogno di capi versatili, capaci di accompagnarlo durante tutta la giornata senza rinunciare a comfort ed eleganza».
Quali sono i valori che restano intoccabili?
«La qualità, innanzitutto. Poi la cura artigianale, l’attenzione ai dettagli e la produzione italiana. Sono le fondamenta di tutto ciò che facciamo».
Oggi il prodotto basta ancora?
«Non più. Oggi il prodotto deve essere eccellente, ma da solo non è sufficiente. I clienti cercano esperienze, relazioni e valori condivisi. Per questo stiamo lavorando per costruire una vera community attorno a Eleventy, creando luoghi e occasioni di incontro che vadano oltre l’acquisto. Un primo passo in questa direzione è stato il concept sviluppato a Istanbul, dove abbiamo aperto un flagship store di circa 400 metri quadrati con un caffè integrato. L’idea è offrire ai clienti uno spazio accogliente in cui fermarsi anche senza l’intenzione di acquistare, vivendo l’universo Eleventy attraverso un’esperienza che unisce design, ospitalità e qualità. Il progetto sta dando ottimi risultati e verrà replicato a breve anche a Doha e in Libano. Stiamo inoltre lavorando per arricchire ulteriormente i nostri spazi con contenuti culturali. L’obiettivo è trasformare i negozi in luoghi di ispirazione, dove moda, arte, design e cultura possano dialogare tra loro. A breve presenteremo anche una nuova collaborazione legata al mondo dell’editoria e dei libri, un progetto che contribuirà a rafforzare questa visione».
Quali sono le prossime aperture internazionali?
«Il 2026 è un anno particolarmente importante per il nostro sviluppo internazionale. A fine giugno inaugureremo un nuovo store stagionale a Saint-Tropez, in Place des Lices, una delle location più prestigiose della Costa Azzurra. Per noi rappresenta un traguardo significativo perché ci permette di entrare in contatto con una clientela internazionale molto qualificata e di consolidare ulteriormente il nostro posizionamento nel segmento del lusso contemporaneo. A luglio sarà invece la volta di Chicago, una piazza strategica per il mercato americano, che continua a essere uno dei più dinamici e promettenti per il brand. Gli Stati Uniti rappresentano oggi un’area di forte crescita e un mercato particolarmente ricettivo nei confronti dei valori di Eleventy. Prosegue inoltre il dialogo tra moda e hospitality, un ambito in cui crediamo molto. Siamo recentemente approdati a Santorini all’interno del Sandblu Resort, una delle strutture più esclusive delle isole greche. Essere presenti in contesti di questo livello significa intercettare i clienti nei luoghi che frequentano durante il tempo libero, in un momento in cui sono più disponibili a vivere un’esperienza di brand autentica e rilassata».
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Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
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Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
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Ansa
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?
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