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2021-02-15
L'America di Biden non può più prescindere dall'Asia
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Ansa
È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull'Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l'accordo di pace, siglato dall'amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d'altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall'altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.
Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l'instabilità nella ragione. Un'altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell'elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan - iniziata nel 2001 - costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l'Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.
È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l'Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l'India. D'altronde, le mosse della Repubblica popolare - sotto questo aspetto - sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che - già ben prima dello scoppio della pandemia - la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che - soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad - non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.
È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l'influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un'influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un'opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l'obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D'altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l'inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell'amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall'Hindustan Times nel 2017, l'India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l'India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l'assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all'Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che - secondo Reuters - avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.
Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell'Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l'Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che - come abbiamo visto - la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani.
Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l'India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente - secondo quando di recente riferito da Foreign Policy - si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l'impostazione dell'accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l'intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall'orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l'Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.
Cina e India si sfidano per avere influenza in una serie di Stati strategici
Sembrano segnali di disgelo quelli che si stanno verificando tra Cina e India. Negli scorsi giorni, i due Paesi hanno avviato un processo di disimpegno militare lungo il settore occidentale della Lac. Si tratta di una notizia importante, soprattutto dopo che - a fine gennaio - si erano verificati dei tafferugli nello Stato indiano del Sikkim. Del resto, nonostante i considerevoli rapporti commerciali, Nuova Delhi e Pechino sono impegnati in un confronto serrato, che va al di là delle - pur importantissime - dispute di confine. Il duello tra i due giganti è infatti in primo luogo di natura geopolitica e chiama in causa una ferrea competizione per l'estensione della propria influenza regionale. È quindi un errore misurare il grado di tensione tra India e Cina esclusivamente dalle problematiche militari di confine.
I due rivali si stanno affrontando, in modo più o meno sotterraneo, in una serie di Stati considerati strategici. Nuova Delhi e Pechino si stanno innanzitutto confrontando in Nepal, dove i cinesi hanno trovato una forte sponda nel Partito comunista nepalese: partito tuttavia entrato in crisi lo scorso dicembre, trascinando l'intero Paese in un autentico caos politico. Uno scenario, questo, che favorisce l'India: quella stessa India che, guarda caso, intratteneva rapporti piuttosto tesi con i comunisti nepalesi. È del resto in questo senso che la diplomazia cinese è al lavoro, per cercare di ricreare armonia nel Partito comunista nepalese.
Un altro fronte di scontro è costituito dal piccolo regno del Bhutan. Per quanto ufficialmente Thimphu intrattenga saldissimi legami con Nuova Delhi e non riconosca neppure Pechino sul piano diplomatico, qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi. Come recentemente riferito da The Diplomat, la Cina sta utilizzando in loco una combinazione di forza e soft power, alternando sempre più estese pretese territoriali a un'attrazione nel settore accademico e lavorativo. Non va trascurato, sotto questo aspetto, che la disoccupazione giovanile bhutanese risulti al momento particolarmente alta e che - nonostante la convergenza di lungo corso - l'opinione pubblica locale nutra una certa irritazione verso l'India (soprattutto a causa dei forti debiti contratti da Thimphu). Un ulteriore fronte di scontro geopolitico è l'Afghanistan, dove India e Cina sono in concorrenza per incrementare la propria influenza.
Una competizione che, a livello generale, le due potenze conducono soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso due canali: pesanti investimenti sul fronte infrastrutturale e diplomazia sanitaria. L'India ha aiutato il Bhutan durante la pandemia, mentre sia Nuova Delhi che Pechino stanno inviando dosi di vaccino in Afghanistan. Va da sé che, in questo duello geopolitico, dovrà presto tornare ad inserirsi Washington. In questa prima fase, l'amministrazione Biden non sembra infatti avere troppo le idee chiare. Se Donald Trump puntava fermamente a una convergenza con l'India in funzione anticinese, non è detto che la nuova Casa Bianca seguirà del tutto questa strada.
Sulla Cina, è vero che Biden voglia seguire la linea dura su diritti umani, alta tecnologia e Mar cinese meridionale. Ma è altrettanto vero che, in futuro, il neo presidente americano potrebbe voler avviare una distensione sul piano commerciale rispetto all'era Trump. Uno scenario, quest'ultimo, riportato recentemente anche da Politico. Venendo all'India, è vero che prevedibilmente Biden si appoggerà a Nuova Delhi per contenere Pechino sul piano geopolitico. Ma bisogna fare attenzione a un fattore: settori consistenti del mondo liberal statunitense non apprezzano affatto il primo ministro indiano, Narendra Modi, da loro considerato un populista dalle tendenze autoritarie. Il che potrebbe spingere queste galassie a chiedere presto a Biden una ferrea coerenza verso la "crociata" da lui spesso invocata in campagna elettorale contro tutti quei regimi e leader che non sposano in pieno gli standard della democrazia liberale. Alla luce di questo, non è affatto scontato che le relazioni tra Washington e Nuova Delhi risulteranno del tutto idilliache in futuro.
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L'Afghanistan è il primo banco di prova per il neopresidente statunitense. I suoi tentennamenti, oltre a stoppare il progetto trumpiano, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.La Cina, che ormai muove la propria influenza sul Bhutan e su altri Paesi vicini come il Nepal, trova nell'India l'unico ostacolo.Lo speciale contiene due articoli.È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull'Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l'accordo di pace, siglato dall'amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d'altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall'altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l'instabilità nella ragione. Un'altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell'elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan - iniziata nel 2001 - costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l'Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l'Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l'India. D'altronde, le mosse della Repubblica popolare - sotto questo aspetto - sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che - già ben prima dello scoppio della pandemia - la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che - soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad - non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l'influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un'influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un'opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l'obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D'altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l'inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell'amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall'Hindustan Times nel 2017, l'India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l'India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l'assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all'Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che - secondo Reuters - avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell'Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l'Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che - come abbiamo visto - la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani. Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l'India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente - secondo quando di recente riferito da Foreign Policy - si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l'impostazione dell'accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l'intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall'orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l'Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lamerica-biden-non-prescindere-asia-2650541027.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cina-e-india-si-sfidano-per-avere-influenza-in-una-serie-di-stati-strategici" data-post-id="2650541027" data-published-at="1613399164" data-use-pagination="False"> Cina e India si sfidano per avere influenza in una serie di Stati strategici Sembrano segnali di disgelo quelli che si stanno verificando tra Cina e India. Negli scorsi giorni, i due Paesi hanno avviato un processo di disimpegno militare lungo il settore occidentale della Lac. Si tratta di una notizia importante, soprattutto dopo che - a fine gennaio - si erano verificati dei tafferugli nello Stato indiano del Sikkim. Del resto, nonostante i considerevoli rapporti commerciali, Nuova Delhi e Pechino sono impegnati in un confronto serrato, che va al di là delle - pur importantissime - dispute di confine. Il duello tra i due giganti è infatti in primo luogo di natura geopolitica e chiama in causa una ferrea competizione per l'estensione della propria influenza regionale. È quindi un errore misurare il grado di tensione tra India e Cina esclusivamente dalle problematiche militari di confine.I due rivali si stanno affrontando, in modo più o meno sotterraneo, in una serie di Stati considerati strategici. Nuova Delhi e Pechino si stanno innanzitutto confrontando in Nepal, dove i cinesi hanno trovato una forte sponda nel Partito comunista nepalese: partito tuttavia entrato in crisi lo scorso dicembre, trascinando l'intero Paese in un autentico caos politico. Uno scenario, questo, che favorisce l'India: quella stessa India che, guarda caso, intratteneva rapporti piuttosto tesi con i comunisti nepalesi. È del resto in questo senso che la diplomazia cinese è al lavoro, per cercare di ricreare armonia nel Partito comunista nepalese.Un altro fronte di scontro è costituito dal piccolo regno del Bhutan. Per quanto ufficialmente Thimphu intrattenga saldissimi legami con Nuova Delhi e non riconosca neppure Pechino sul piano diplomatico, qualcosa sta cambiando negli ultimi tempi. Come recentemente riferito da The Diplomat, la Cina sta utilizzando in loco una combinazione di forza e soft power, alternando sempre più estese pretese territoriali a un'attrazione nel settore accademico e lavorativo. Non va trascurato, sotto questo aspetto, che la disoccupazione giovanile bhutanese risulti al momento particolarmente alta e che - nonostante la convergenza di lungo corso - l'opinione pubblica locale nutra una certa irritazione verso l'India (soprattutto a causa dei forti debiti contratti da Thimphu). Un ulteriore fronte di scontro geopolitico è l'Afghanistan, dove India e Cina sono in concorrenza per incrementare la propria influenza. Una competizione che, a livello generale, le due potenze conducono soprattutto (anche se non esclusivamente) attraverso due canali: pesanti investimenti sul fronte infrastrutturale e diplomazia sanitaria. L'India ha aiutato il Bhutan durante la pandemia, mentre sia Nuova Delhi che Pechino stanno inviando dosi di vaccino in Afghanistan. Va da sé che, in questo duello geopolitico, dovrà presto tornare ad inserirsi Washington. In questa prima fase, l'amministrazione Biden non sembra infatti avere troppo le idee chiare. Se Donald Trump puntava fermamente a una convergenza con l'India in funzione anticinese, non è detto che la nuova Casa Bianca seguirà del tutto questa strada. Sulla Cina, è vero che Biden voglia seguire la linea dura su diritti umani, alta tecnologia e Mar cinese meridionale. Ma è altrettanto vero che, in futuro, il neo presidente americano potrebbe voler avviare una distensione sul piano commerciale rispetto all'era Trump. Uno scenario, quest'ultimo, riportato recentemente anche da Politico. Venendo all'India, è vero che prevedibilmente Biden si appoggerà a Nuova Delhi per contenere Pechino sul piano geopolitico. Ma bisogna fare attenzione a un fattore: settori consistenti del mondo liberal statunitense non apprezzano affatto il primo ministro indiano, Narendra Modi, da loro considerato un populista dalle tendenze autoritarie. Il che potrebbe spingere queste galassie a chiedere presto a Biden una ferrea coerenza verso la "crociata" da lui spesso invocata in campagna elettorale contro tutti quei regimi e leader che non sposano in pieno gli standard della democrazia liberale. Alla luce di questo, non è affatto scontato che le relazioni tra Washington e Nuova Delhi risulteranno del tutto idilliache in futuro.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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