L’America di Biden non può più prescindere dall’Asia​
  • L’Afghanistan è il primo banco di prova per il neopresidente statunitense. I suoi tentennamenti, oltre a stoppare il progetto trumpiano, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.
  • La Cina, che ormai muove la propria influenza sul Bhutan e su altri Paesi vicini come il Nepal, trova nell’India l’unico ostacolo.

Lo speciale contiene due articoli.

È un clima di grande incertezza quello che si sta registrando a Washington sull’Afghanistan. La violenza in loco non sembra arrestarsi, mentre il neo presidente americano, Joe Biden, ha lasciato intendere di voler rivedere l’accordo di pace, siglato dall’amministrazione Trump con i talebani. Il tempo a disposizione per decidere d’altronde è poco. Il ritiro degli ultimi 2.500 soldati americani è previsto per il mese di maggio, mentre gli alleati nutrono forti preoccupazioni, in attesa delle prossime mosse americane. È in tal senso che, venerdì scorso, si è tenuta una riunione del Consiglio di sicurezza nazionale: una riunione che, secondo quanto riferito dalla Cnn, avrebbe fissato due obiettivi. Da una parte, si è auspicata una «conclusione responsabile» del conflitto con la fine delle violenze e un governo stabile; dall’altra, Washington vuole evitare che il Paese torni a essere un ricettacolo di terroristi.

Biden si trova adesso davanti a un dilemma non di poco conto. Una strada è concludere rapidamente il ritiro delle truppe americane, rischiando tuttavia così di fomentare indirettamente l’instabilità nella ragione. Un’altra strada è ritardare il ritiro o addirittura incrementare la presenza di soldati in loco: uno scenario che contribuirebbe magari ad arginare (temporaneamente) il problema della violenza, ma che si rivelerebbe problematico sul piano interno. Parte consistente dell’elettorato americano considera il conflitto afghano come profondamente impopolare. Senza contare che la stessa sinistra del Partito democratico si sia sempre detta contraria alle cosiddette «guerre senza fine»: guerre di cui quella in Afghanistan – iniziata nel 2001 – costituisce in un certo senso il principale esempio (si tratta infatti del più lungo conflitto in cui gli Stati Uniti siano rimasti invischiati nella loro storia). Insomma, per Biden l’Afghanistan rischia di costituire il dossier maggiormente spinoso, soprattutto per le sue ripercussioni sulle dinamiche interne. E attenzione, perché il problema per la Casa Bianca non è soltanto il rapporto difficoltoso con i talebani. Si scorgono infatti altri (potenti) attori internazionali che vogliono esercitare la propria influenza sulla regione: a partire dalla Cina.

È pur vero che Pechino condivida con Washington il timore che possa riaffiorare il terrorismo in loco. Tuttavia, il Dragone ha anche inserito l’Afghanistan nel più ampio contesto del suo serrato confronto con l’India. D’altronde, le mosse della Repubblica popolare – sotto questo aspetto – sono di due tipi: dirette e indirette. In primis, va sottolineato che i cinesi stiano tentando con Kabul la carta della «diplomazia sanitaria»: il ministero della Salute afghano ha reso noto, a inizio febbraio, che Pechino abbia intenzione di inviare 200.000 dosi di vaccino nel Paese. In secondo luogo, non va trascurato che – già ben prima dello scoppio della pandemia – la Cina stesse cercando di portare distensione nelle problematiche relazioni tra Pakistan e Afghanistan. Una mossa che – soprattutto alla luce del recente rafforzamento dei legami tra Pechino e Islamabad – non può non essere considerata in chiave anti indiana. Dal 2017, il Dragone si è ritagliato un ruolo di mediatore e ha non a caso organizzato il Dialogo trilaterale insieme ad Afghanistan e Pakistan.

È quindi evidente che i cinesi vogliano contrastare l’influenza esercitata dagli indiani su Kabul. Un’influenza che, nel corso degli anni, si è fatta sempre più forte. La settimana scorsa, India e Afghanistan hanno non a caso siglato un accordo da 236 milioni di dollari per la costruzione della diga di Shahtoot. Si tratta di un’opera infrastrutturale di considerevole importanza, che ha l’obiettivo di fornire acqua potabile a oltre due milioni di afghani e, in secondo luogo, di potenziare le strutture di irrigazione locali. D’altronde, gli investimenti di Nuova Delhi nella cosiddetta «Tomba degli imperi» non sono certo una novità. Sotto questo aspetto, va per esempio ricordata l’inaugurazione, avvenuta nel 2016, della cosiddetta «Diga dell’amicizia Afghanistan-India». Più in generale, secondo quanto riferito dall’Hindustan Times nel 2017, l’India avrebbe già completato ben 400 progetti infrastrutturali in Afghanistan, mentre altri 150 risulterebbero in corso. Un impegno che si inserisce nel più ampio quadro della strategia di soft power che Nuova Delhi sta da tempo conducendo nei confronti di Kabul: basti pensare che, dal 2001, l’India abbia investito in loco oltre un miliardo di dollari. In tutto questo, non bisogna poi trascurare l’assistenza di natura sanitaria a causa della pandemia di Covid-19. A inizio febbraio, Nuova Delhi ha consegnato all’Afghanistan 500.000 dosi di vaccino AstraZeneca, con il governo afghano che – secondo Reuters – avrebbe già addestrato mille delle 3.000 persone che saranno necessarie per svolgere la campagna di vaccinazione.

Ma da che cosa nasce questo interessamento indiano nei confronti dell’Afghanistan? È chiaro che, a livello generale, Nuova Delhi voglia rafforzare la propria influenza nella regione. Il che si spiega con tre differenti (ancorché correlati) obiettivi: cercare di mantenere la stabilità politica in loco, impedire il riemergere di attività terroristiche ed evitare che l’Afghanistan si avvicini politicamente troppo al Pakistan, che – come abbiamo visto – la Cina sta da anni cercando di spingere a rasserenare i propri rapporti con Kabul. Tutto questo, nonostante ampi settori della società afghana non vedano affatto di buon occhio Islamabad, soprattutto a causa della sua vicinanza ai talebani.

Ecco che quindi la «questione talebana» torna a tenere banco. In passato, l’India ha portato avanti una linea di ostilità verso i talebani: ostilità che tuttavia ultimamente – secondo quando di recente riferito da Foreign Policy – si sta pian piano smorzando. Evidentemente, vista l’impostazione dell’accordo afghano di Trump, Nuova Delhi riteneva che i talebani avrebbero potuto acquisire un crescente peso politico a Kabul: è quindi probabile che l’intento di Modi fosse quello di sganciarli (almeno parzialmente) dall’orbita pakistana. Insomma, il duello tra India e Cina passa (anche) attraverso l’Afghanistan. Resta però la grande incognita statunitense. I tentennamenti di Biden, lo abbiamo visto, hanno ragioni profonde. E, almeno per il momento, tengono congelata una situazione che potrebbe avere delle ripercussioni imprevedibili sul piano geopolitico.

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