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2018-11-27
L’ambasciata in Libia ancora senza guida fa contenta la Francia (e pure Moavero)
ANSA
La Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.
Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».
Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate».
In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.
Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo.
Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.
È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli.
Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.
Gabriele Carrer
Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti
En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti.
Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019.
Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari».
Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri».
Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione».
Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato.
Carlo Tarallo
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Con Giuseppe Perrone a Roma la diplomazia resta dimezzata. Il ministro, però, sogna un ruolo da commissario Ue. Con la sponda di Emmanuel Macron.Intanto a Parigi oppressi i pedaggi per entrare in città e l'aumento dei carburanti. Via la tassa sui tir.Lo speciale contiene due articoliLa Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate». In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo. Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli. Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambasciata-in-libia-ancora-senza-guida-fa-contenta-la-francia-e-pure-moavero-2621569568.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-costretto-a-piegarsi-ai-gilet-frenata-sulla-riforma-dei-trasporti" data-post-id="2621569568" data-published-at="1773391247" data-use-pagination="False"> Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti. Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019. Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari». Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri». Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione». Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato. Carlo Tarallo
Una foto pubblicata dalla Royal Thai Navy mostra la nave cargo battente bandiera thailandese Mayuree Naree in fiamme dopo essere stata colpita da missili iraniani nello Stretto di Hormuz (Ansa)
Il primo messaggio alla nazione attribuito alla nuova Guida suprema dell’Iran, Mojtaba Khamenei, solleva più interrogativi che certezze. Il discorso, trasmesso dalla televisione di Stato, non è stato pronunciato dal leader in persona: il testo è stato letto da una speaker, senza immagini né registrazioni audio. Proprio questo dettaglio alimenta i dubbi di numerosi osservatori, secondo i quali Mojtaba Khamenei potrebbe trovarsi in condizioni gravi o, comunque, non essere in grado di esercitare pienamente il potere ma c’è chi crede che sia morto da giorni.
Il testo contiene comunque alcune indicazioni politiche rilevanti. Si afferma la volontà di mantenere relazioni con i Paesi vicini: «Dobbiamo avere buoni rapporti con i nostri vicini e siamo pronti a migliorare le relazioni con i Paesi della regione». Subito dopo, tuttavia, il tono diventa più duro: «Se ci saranno attacchi saremo costretti ad attaccare coloro che cooperano con il nemico». Il documento promette continuità con la linea politica della precedente guida della Repubblica islamica. «Promettiamo alla defunta Guida suprema che seguiremo il suo percorso». Nel messaggio attribuito a Mojtaba compare anche un riferimento diretto alla rete di alleanze regionali costruita negli anni da Teheran. Si afferma che in Yemen e in Iraq le forze del cosiddetto «fronte della resistenza» sono pronte a «fare la loro parte» per sostenere l’Iran nel conflitto. Il riferimento riguarda la galassia di milizie sciite e gruppi armati che negli ultimi anni hanno costituito uno dei principali strumenti della proiezione strategica della Repubblica islamica nel Medio Oriente. Nel testo compare anche la promessa di vendetta. «Non rinunceremo alla vendetta per il sangue dei martiri».
Uno dei passaggi più significativi riguarda lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi marittimi più strategici del pianeta per il commercio energetico globale. «La leva della chiusura dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata», si legge nel documento. Nelle stesse ore è arrivato, però, anche un segnale più ambiguo da parte della diplomazia iraniana. L’Iran ha, infatti, consentito ad alcune navi di attraversare lo Stretto di Hormuz. Lo ha confermato all’Afp il vice ministro degli Esteri, Majid Takht-Ravanchi. «Alcuni Paesi ci hanno contattato per attraversare lo stretto e noi abbiamo collaborato con loro», ha spiegato il diplomatico, precisando tuttavia che i Paesi che hanno preso parte all’«aggressione» contro l’Iran non dovrebbero beneficiare di un passaggio sicuro. Gli Stati Uniti hanno annunciato di aver neutralizzato diverse imbarcazioni iraniane sospettate di voler posare mine nel passaggio marittimo, mentre unità legate a Teheran avrebbero colpito alcune navi mercantili accusate di tentare di forzare il blocco.
La tensione nel Golfo è ulteriormente cresciuta dopo le minacce del presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, che ha dichiarato che «il Golfo Persico si tingerà del sangue degli invasori» se le isole iraniane verranno attaccate. Le dichiarazioni arrivano mentre circolano indiscrezioni secondo cui Stati Uniti e Israele avrebbero discusso la possibilità di prendere il controllo dell’isola di Kharg, da cui transita circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane. Raid aerei hanno colpito i principali siti del programma nucleare iraniano, tra cui gli impianti di Isfahan e Natanz, dove sono situate importanti strutture di arricchimento e stoccaggio dell’uranio. Una forte esplosione è stata segnalata anche nell’impianto sotterraneo di Fordow, uno dei complessi più protetti del programma atomico iraniano. Nuove immagini satellitari del sito sotterraneo di Taleghan, nel complesso militare di Parchin vicino a Teheran, mostrano tre crateri perfettamente allineati. Secondo diversi analisti si tratterebbe della firma tipica delle bombe anti-bunker ad alta penetrazione, probabilmente le Gbu-57 Massive ordnance penetrator da oltre 13 tonnellate, progettate per distruggere strutture nucleari sotterranee fortificate.
Gli attacchi hanno colpito anche l’apparato di sicurezza del regime. Nella città di Ahvaz, nel Sud-Ovest dell’Iran, raid congiunti hanno distrutto o danneggiato decine di strutture appartenenti ai Pasdaran, alla milizia Basij, alla polizia e a unità dell’esercito iraniano. Nei bombardamenti su Teheran è stato ucciso Akbar Ghaffari, vice ministro dell’Intelligence della Repubblica islamica. Fonti dell’opposizione iraniana riferiscono inoltre che Dariush Soleimani, comandante della base aerea militare di Tabriz, sarebbe stato ucciso nella notte in un raid israeliano. L’escalation militare ha avuto un impatto immediato sui mercati energetici globali. Il prezzo del petrolio è salito di circa il 6%, avvicinandosi ai 100 dollari al barile dopo che due petroliere sono state incendiate in un porto iracheno da imbarcazioni cariche di esplosivo attribuite a gruppi legati all’Iran.
La crisi si sta aggravando nonostante il tentativo della comunità internazionale di stabilizzare i mercati. Oltre trenta Paesi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Iea) hanno annunciato il più grande rilascio coordinato di riserve petrolifere mai effettuato, circa 400 milioni di barili. La guerra ha già costretto i Paesi del Golfo a ridurre la produzione di circa 10 milioni di barili al giorno, quasi il 10% della domanda mondiale, in quella che l’Iea definisce la più grave interruzione delle forniture petrolifere nella storia del mercato globale.
Il segretario all’Energia statunitense, Chris Wright, ha cercato di rassicurare i mercati sostenendo che è improbabile che il prezzo del petrolio arrivi a toccare i 200 dollari al barile. Wright ha inoltre spiegato che la Marina degli Stati Uniti non è al momento in grado di scortare le petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz, anche se questa possibilità potrebbe concretizzarsi entro la fine del mese. Resta, però, una domanda centrale: chi guida davvero l’Iran? Finché Mojtaba Khamenei non apparirà pubblicamente, il dubbio continuerà a pesare su uno dei momenti più delicati della storia del Paese.
Netanyahu spiana i droni di Teheran. E ora parte l’ultimatum ai libanesi
Israele ha risposto con forza alla quarantaduesima ondata dell’operazione Vera promessa dell’Iran che ha battezzato questo attacco Labbaik Ya Khamenei («al tuo servizio Khamenei»), in memoria della Guida suprema. Le forze di difesa israeliane hanno preso di mira la rete di lancio di droni di Teheran, dopo aver ridotto le capacità del loro sistema missilistico, e distrutto oltre 250 velivoli. L’attacco di Tel Aviv ha eliminato molti comandanti e operatori della rete di droni responsabili di numerosi lanci. L’Idf ha colpito l’impianto nucleare di Taleghan, a Sud di Teheran, con una serie di raid aerei. Qui il regime iraniano stava lavorando su capacità critiche nello sviluppo di armi nucleari e questo complesso era stato un obiettivo israeliano anche nell’ottobre del 2024, durante una rappresaglia per un attacco missilistico.
Stati Uniti e Israele hanno portato a termine un’operazione ad Al Qaim, alla frontiera fra Siria e Iraq, nella quale sono stati uccisi una ventina di miliziani delle forze di mobilitazione popolare, un gruppo sciita alleato di Teheran. Intanto l’Iran ha annunciato di aver condotto la prima operazione «congiunta ed integrata» con Hezbollah contro Israele andando a colpire diverse città ed istallazioni militari nei pressi di Tel Aviv e Haifa con il più massiccio attacco dall’inizio del conflitto. Da Iran e Libano sono stati lanciati 200 razzi e 20 droni, combinandosi con missili balistici. L’aviazione di Tel Aviv ha risposto martellando la periferia di Beirut, soprattutto la roccaforte sciita di Dahiyeh, la valle della Bekaa e tutte le posizioni del Partito di Dio nel governatorato di Tiro, al confine con Israele.
Tel Aviv ha lanciato un ultimatum al governo del primo ministro Nawaf Salam: se non impedirà ad Hezbollah di attaccare, Israele «prenderà il territorio e lo farà da sé». Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha dichiarato di aver avvertito il presidente libanese Joseph Aoun che se non saranno in grado di controllare il proprio territorio e di impedire a Hezbollah di minacciare le comunità del Nord, l’Idf agirà. Il responsabile della Difesa ha anche aggiunto di aver dato istruzioni alle forze armate di prepararsi a un’espansione delle attività in Libano con l’obiettivo di ripristinare la calma e la sicurezza nelle comunità del Nord.
L’esercito nazionale libanese è stato volutamente mantenuto debole perché le milizie dei partiti politici hanno sempre dominato la scena nel paese mediorientale. Il nuovo presidente Aoun ha cercato di dare ai governativi il monopolio della forza, ma le difficoltà nel processo di disarmo di Hezbollah hanno confermato la loro debolezza. Il capo di Stato maggiore delle forze armate israeliane, Eyal Zamir, ha definito la guerra contro Hezbollah come un altro settore principale, non un’arena secondaria.
Sul campo, le operazioni israeliane proseguono e nemmeno Ramlet El Baida, lungomare ricco di hotel e ristoranti di Beirut, è stato risparmiato dai droni con la Stella di David. Nell’attacco a questa zona, trasformata da settimane in rifugio per un migliaio di sfollati, sono morte 11 persone e altre 30 sono rimaste ferite. L’obiettivo era un’automobile di un dirigente di Hezbollah e la sua esplosione ha causato l’uccisione di tutti quelli che dormivano intorno. Il governo libanese ha allestito dei punti di ricovero improvvisato nella passeggiata più famosa di Beirut, ma la zona è stata sgomberata dall’esercito libanese per un allarme dovuto alla presenza di un missile di Israele inesploso. Anche l’Università di Beirut è stata colpita e due docenti hanno perso la vita.
Il ministro dell’Informazione, Paul Morcos, ha dichiarato che il numero delle vittime in Libano ha raggiunto quota 687, tra le quali 98 bambini. Morcos ha anche specificato che, dall’inizio del nuovo conflitto, sono stati uccisi anche 15 tra medici e soccorritori.
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Camp Singara, la base italiana dove comincia l'addestramento dei peshmerga nel Kurdistan iracheno a Erbil (Ansa)
La base colpita, Camp Singara, ospita da oltre quattordici anni il dispositivo italiano dell’Operazione Prima Parthica, impegnato nell’addestramento delle forze curde peshmerga nei campi di Benaslawa, Atrush e Sulaymaniyah. Alla missione contribuisce anche l’Airmobile Task Group «Griffon», che utilizza elicotteri NH90 per il trasporto tra le basi del nord dell’Iraq. L’operazione si estende inoltre a Baghdad, dove i carabinieri addestrano la polizia irachena, e in Kuwait nella base di Ali Al Salem Air Base. Nella stessa notte droni hanno colpito anche una base della coalizione a Erbil con militari americani e britannici, causando alcuni feriti statunitensi non gravi.
Il fatto che il bersaglio sia un complesso militare della coalizione internazionale - con presenza italiana e installazioni statunitensi - riporta al centro il tema di una possibile reazione dell’Alleanza Atlantica. In teoria, se l’episodio venisse qualificato come attacco contro forze di uno Stato membro, potrebbe aprirsi una discussione sull’Articolo 5 del Trattato Nato, la clausola di difesa collettiva che considera un’aggressione contro un alleato come un attacco contro tutti. La procedura non è automatica e richiede una decisione politica dei Paesi membri, ma l’episodio riaccende il dibattito su una possibile risposta coordinata degli alleati. Un rischio che il ministro della Difesa Guido Crosetto aveva evocato parlando nei giorni scorsi del pericolo di «trovarsi sull’orlo di un abisso».
L’impatto è avvenuto intorno alle 00.40 ora locale, dopo che le forze della coalizione avevano attivato l’allarme di minaccia aerea. Il personale italiano aveva già raggiunto i bunker secondo le procedure di sicurezza. «Il drone ha provocato danni a infrastrutture e materiali, ma non ci sono stati feriti», ha spiegato il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente della missione Operazione Prima Parthica, assicurando che «il morale resta alto e la sicurezza del personale rimane la priorità».
In linea teorica un’azione di questo tipo potrebbe configurare reati perseguibili anche dalla giurisdizione italiana. Entrano infatti in gioco l’articolo 280 del codice penale, sull’attentato con finalità terroristiche, e l’articolo 285 relativo al delitto di strage, applicabili anche a fatti avvenuti all’estero grazie all’articolo 7 del codice penale quando vengono colpiti interessi dello Stato italiano.
Il nodo più delicato riguarda la natura giuridica della base. Una base militare all’estero non è formalmente territorio italiano, poiché la presenza del contingente avviene con il consenso dello Stato ospitante ed è regolata da un accordo sullo status delle forze, il cosiddetto Sofa (Status of Forces Agreement). Tuttavia, se la struttura viene considerata un presidio funzionale dello Stato italiano, l’attacco assume un peso ancora maggiore perché ha messo direttamente a rischio personale delle Forze armate impegnato in missione.
«La dottrina militare non è chiara sull’applicazione dell’articolo 5 Nato», osserva l’avvocato Massimiliano Strampelli, docente di diritto militare alla Link Campus University. «Tuttavia anche non essendo avvenuto il fatto in area Nato sussistono gli estremi dell’articolo 4 Nato, ovvero della legittima difesa del nostro Paese ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite».
L’attacco di Erbil arriva dopo altri episodi che negli ultimi anni hanno coinvolto basi con presenza italiana nella regione. Nei giorni precedenti erano stati segnalati attacchi anche contro la base di Ali Al Salem Air Base in Kuwait, mentre quella della missione Unifil nel sud del Libano resta da tempo esposta alle tensioni tra Hezbollah e l’Israel Defense Forces. Nel 2024 due razzi colpirono la base di Shama ferendo lievemente quattro militari italiani della brigata Sassari. Episodi più gravi si erano verificati in passato: nel 2012 un attacco di mortaio in Afghanistan costò la vita al sergente maggiore Michele Silvestri. Il precedente più drammatico resta però la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003, quando un attentato contro la base dei carabinieri provocò la morte di 19 italiani. Da allora quella data è ricordata ogni anno come giornata dedicata ai caduti nelle missioni internazionali. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha confermato che il contingente era stato avvisato della minaccia e aveva attivato le procedure di sicurezza. «Un missile ha colpito la nostra base di Erbil. Non ci sono vittime né feriti», ha dichiarato, spiegando di essere «costantemente aggiornato dal capo di Stato maggiore della Difesa e dal comandante del Covi». Nella base sono presenti 141 militari italiani, già ridotti nelle settimane precedenti: «Abbiamo fatto rientrare 102 persone e ne abbiamo trasferite alcune in Giordania», ha aggiunto. Ora, il governo ha deciso di ritirare tutto il contingente, dopo ore di consultazioni a Roma che hanno coinvolto anche la leader del Pd, Elly Schlein.
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che «sono in corso verifiche per individuare i responsabili» e ha assicurato che il governo è pronto «ad adottare ogni misura necessaria per garantire la sicurezza del personale», ribadendo l’impegno per la de-escalation. Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso «vicinanza ai nostri militari rimasti illesi». Dal Parlamento è arrivata una solidarietà bipartisan, con il presidente del Senato Ignazio La Russa che ha parlato di «ferma condanna per l’attacco».
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