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2018-11-27
L’ambasciata in Libia ancora senza guida fa contenta la Francia (e pure Moavero)
ANSA
La Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.
Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».
Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate».
In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.
Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo.
Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.
È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli.
Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.
Gabriele Carrer
Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti
En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti.
Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019.
Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari».
Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri».
Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione».
Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato.
Carlo Tarallo
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Con Giuseppe Perrone a Roma la diplomazia resta dimezzata. Il ministro, però, sogna un ruolo da commissario Ue. Con la sponda di Emmanuel Macron.Intanto a Parigi oppressi i pedaggi per entrare in città e l'aumento dei carburanti. Via la tassa sui tir.Lo speciale contiene due articoliLa Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate». In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo. Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli. Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambasciata-in-libia-ancora-senza-guida-fa-contenta-la-francia-e-pure-moavero-2621569568.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-costretto-a-piegarsi-ai-gilet-frenata-sulla-riforma-dei-trasporti" data-post-id="2621569568" data-published-at="1779094737" data-use-pagination="False"> Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti. Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019. Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari». Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri». Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione». Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato. Carlo Tarallo
Un palazzo colpito dall'attacco dei droni ucraini su Mosca (Ansa)
La rappresaglia segue il massiccio raid russo sulla capitale ucraina giovedì, in cui sono state uccise 24 persone. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, che già giovedì aveva promesso una reazione, ieri ha commentato: «Le nostre risposte al prolungamento della guerra da parte della Russia e agli attacchi contro le nostre città e comunità sono del tutto giustificate». E con «i droni che hanno raggiunto la regione di Mosca», il messaggio lanciato alla Russia è che «il Paese deve porre fine alla guerra». Il leader di Kiev, ringraziando «l’Sbu (Servizio di sicurezza ucraino, ndr) e tutte le forze di Difesa per la loro precisione», ha anche ricordato la serie di attacchi subiti dall’Ucraina. «Questa settimana (la scorsa settimana, ndr) i russi hanno lanciato contro l’Ucraina oltre 3.170 droni d’attacco, più di 1.300 bombe aeree guidate e 74 missili di vario tipo. Molti edifici residenziali e altre infrastrutture civili sono stati colpiti. Purtroppo, 52 persone sono rimaste uccise a seguito degli attacchi».
I numeri degli attacchi di ieri sulla Russia sono stati invece resi noti dal ministero della Difesa russo: sono stati abbattuti 556 velivoli senza pilota nella notte, tra le 22 e le 7; mentre altri 30 sono stati intercettati nella mattinata, le 7 e le 9. Oltre alla Crimea annessa, al Mar Nero e al Mar d’Azov, sono state 14 le regioni russe coinvolte dai raid. Particolarmente bersagliata è stata Mosca, con gli attacchi che hanno danneggiato diverse abitazioni e infrastrutture. Il sindaco Sergey Sobyanin, stando a quanto riferito dalla Tass, ha comunicato che la difesa aerea ha distrutto oltre 120 droni diretti nella capitale. Il bilancio è di quattro morti: tre nella periferia di Mosca e una nella regione di Belgorod. E con gli allarmi in corso, le prime restrizioni hanno coinvolto gli aeroporti e i voli diretti nella capitale russa: 51 aerei sono stati dirottati verso altre destinazioni, mentre 32 voli in partenza sono stati rimandati. Anche una linea ferroviaria sarebbe stata danneggiata in un sobborgo di Mosca.
Sono diversi i video che testimoniano gli attacchi: in uno si vede un velivolo senza pilota schiantarsi contro un edificio; un altro mostra un drone colpire un condominio a Krasnogorsk, un sobborgo di Mosca. Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha invece condiviso su X un filmato che conferma l’attacco alla raffineria di Kapotnya, nella regione di Mosca. Ed è qui che, secondo Sobyanin, sono state ferite 12 persone, «per lo più operai».
Nel rendere noti i principali target, il ministero della Difesa ucraino ha dichiarato che «la guerra sta tornando da dove è venuta». A fare l’elenco dei bersagli è stato il Servizio di sicurezza ucraino: «Nella regione di Mosca sono stati colpiti lo stabilimento Angstrom, che fornisce semiconduttori al complesso militare-industriale della Federazione Russa ed è soggetto a sanzioni statunitensi; la raffineria di Mosca; la stazione di pompaggio petrolifera Sonechnogorskaya; la stazione di pompaggio del petrolio Volodarskoe». Invece «nella Crimea temporaneamente occupata» sono state attaccate «le infrastrutture e i sistemi di difesa aerea della base aerea militare di «Belbek», in particolare: il sistema antiaereo Pantsir-S2; l’hangar con radar per il sistema S-400; il sistema di controllo droni Orion e la stazione di controllo droni a terra Forpost; una stazione di trasmissione dati terra-aria; la torre di controllo e l’hangar presso l’aeroporto Belbek».
Dall’altra parte, nella notte, le difese ucraine, su 287 droni lanciati dalla Russia, ne hanno intercettati 279. A seguito dei raid sono scoppiati alcuni incendi a Dnipro, mentre a Kharkiv a essere stati danneggiati sono stati alcuni edifici residenziali, le automobili e l’illuminazione pubblica.
Un elemento che aggiunge ulteriore tensione è la minaccia che intravede Zelensky all’orizzonte. Ha infatti confermato che «i russi hanno semplificato l’accesso alla cittadinanza per le persone originarie» della Transnistria, la regione separatista filorussa della Moldavia. Lo scopo sarebbe «non solo di cercare nuovi soldati» visto che «la cittadinanza comporta anche l’obbligo militare», ma pure «il modo della Russia di rivendicare il territorio della Transnistria».
Il leader di Kiev ha continuato intanto ad avanzare richieste all’Europa. Su X ha scritto infatti che serve «una maggiore protezione», dunque «l’iniziativa Purl e gli ulteriori contributi per i missili antibalistici sono fondamentali. Ed è altrettanto importante lavorare in Europa per una protezione congiunta contro i missili balistici». Dall’altra parte invece Mosca ha commentato positivamente l’eventuale apertura del dialogo tra la Russia e l’Ue. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha affermato che tale iniziativa è «negli interessi della Russia», specificando però che Mosca «non ha avviato la fine del dialogo con l’Europa». Ha però aggiunto che se i leader europei vogliono sul serio parlare con il presidente russo, Vladimir Putin, «possono telefonargli». Peskov ha poi confermato che l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, non può svolgere un ruolo da mediatore sulla fine del conflitto: «Non è nell’interesse di Kallas, fare la negoziatrice». Anche perché «non sarà facile per lei» visto che «Putin ha detto che potrebbe essere chiunque non abbia detto cose negative».
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Luca Signorelli con Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
«L’Italia non è morta, c’è ancora». Sono le parole di Luca Signorelli, l’eroe di Modena che fermando l’aggressore, con il suo coraggioso gesto, è riuscito a far scorgere un po’ di bellezza anche all’interno di una tragedia come questa. Lo ha colto subito il presidente del Consiglio Giorgia Meloni che ieri incontrandolo a Modena lo ha stretto in un abbraccio. «Ciò che rende eroica una persona normale è l’istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca» ha scritto il premier sui social. Meloni ieri sarebbe dovuta essere a Cipro ma presto al mattino ha deciso di annullare tutto e di unirsi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella in visita dai feriti per mostrare vicinanza.
È anche ai medici che Mattarella e Meloni mostrano sincera gratitudine recandosi prima nell’ospedale di Modena e poi in quello di Bologna.
In entrambe le strutture hanno incontrato l’equipe dei medici che assistono i feriti, il personale del 118 e i familiari dei feriti presenti all’ospedale. «È stata una prova di integrazione di diversi comportamenti numerosi, ma tutti perfettamente integrati e coordinati», ha detto il presidente della Repubblica parlando dei soccorsi con il personale evidenziando l’ottima capacità di dialogo tra il Baggiovara di Modena e il Maggiore di Bologna. «Grazie per quello che fate in questa circostanza drammatica ma anche abitualmente» ha detto il capo dello Stato, aggiungendo: «Siamo consapevoli di ciò che fate ogni giorno». Parole riferite, in quanto le visite di presidente e premier si sono intrattenute in formula esclusivamente privata. A Modena hanno visitato, oltre i ai familiari dei feriti, anche i due coniugi investiti insieme. Per il presidente dell’Emilia-Romagna Michele De Pascale la visita di Mattarella e Meloni «fa piacere a tutta la comunità modenese ed emiliano-romagnola ed è un segnale di unità nazionale».
«Vogliamo ringraziare il presidente della Repubblica e la presidente Meloni per essere venuti insieme, un segnale molto importante di vicinanza ai familiari e alle vittime di questa tremenda tragedia che è avvenuta a Modena». Così il sindaco di Bologna Matteo Lepore accogliendo le due autorità.
Anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri si è recato a Modena ma per andare in prefettura. Lì si è espresso anche sul merito della tragedia. «Non c’è stato poliziotto, operatore sanitario o non so chi altri che non abbia saputo dimostrare in una circostanza del genere, tragica e complicatissima, una capacità di reazione di cui in qualche modo possiamo essere orgogliosi» ha spiegato elogiando in primis la «reazione corale ed efficace dei cittadini». L’episodio per il ministro è frutto di una «situazione di disagio psichiatrico, anche se», ha subito puntualizzato, «non cambia la tragicità degli effetti per quello che è successo». Piantedosi ha anche sottolineato: «Ci conforta che non c’era nulla che ci fosse sfuggito dal punto di vista della prevenzione antiterrorismo, questo lo voglio dire perché la città deve stare tranquilla da questo punto di vista». Insomma per il ministro «l’episodio è stato drammatico, tragico, importante, le istituzioni però hanno reagito».
Commenta poi le parole del vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini che ha «dato mandato a un gruppo di giuristi di rifinire le proposte sulla sicurezza presentate nei giorni scorsi dalle europarlamentari del suo partito, a partire dalla revoca del permesso di soggiorno agli stranieri che commettono reati, con immediata espulsione».
«Col ministro Salvini ho lavorato e credo che con i fatti abbia dimostrato di condividere questa attenzione per certi fenomeni, una gestione più sostenibile dell’immigrazione irregolare o dell’immigrazione in generale per motivi di sicurezza. Qui però è un’altra cosa. Stiamo parlando di altro» ha ribattuto Piantedosi.
Ad ogni modo la Lega e il gruppo dei Patrioti al Parlamento europeo hanno chiesto di discutere i fatti di Modena in aula a Strasburgo. Domani gli europarlamentari leghisti domanderanno al presidente del Parlamento Roberta Metsola di aggiungere ai temi della plenaria di Strasburgo il dibattito sugli «attacchi terroristici di Modena: necessità urgente degli Stati membri di intensificare le misure contro l’islamismo domestico e di rendere più stringenti i criteri di rilascio delle cittadinanze». Furiose le opposizioni che hanno accusato Salvini di «speculare sulla tragedia di Modena». Per il vicepremier «le seconde generazioni che rifiutano la lingua, la cultura, la tradizione e soprattutto la legge del nostro Paese non sono un’opportunità ma un problema». E poi: «Se la fiducia viene meno e tu commetti un reato grave un Paese serio ti revoca il permesso di soggiorno, la cittadinanza e ti espelle immediatamente. È legittima difesa».
«Ho soccorso col laccio emostatico»
La procedura, quando ci sono di mezzo le forze speciali, è sempre la stessa. Puoi parlarci a patto di non rivelare la loro identità. Perfino quando salvano delle persone non puoi svelare il loro nome e cognome. Sono le regole. E, per parlare con gli uomini del Nono col Moschin, bisogna accettarle. «A breve ti passeremo l’ufficiale che ha messo il tourniquet alla signora che è stata falciata a Modena», ci dicono. «Potrai chiamarlo Stefano». E così faremo.
Quando si collega, Stefano ha una voce calma. Non facciamo in tempo a porgli la prima domanda che inizia a raccontare: «Sabato mi trovavo in centro a Modena perché ero in licenza. Volevo raggiungere un negozio e stavo percorrendo via Emilia verso largo Garibaldi. Già all’altezza di corso Canal grande, però, ho cominciato a vedere moltissima gente e pensavo ci fosse un qualche tipo intrattenimento». Immagina ci sia qualcuno che balli la break dance o un cantante in grado di affascinare il suo pubblico. Cambia strada e decide di andare a vedere ciò che sta accadendo. Arrivato, però, trova uno spettacolo molto diverso da ciò che si aspettava: «Non appena ho iniziato ad avvicinarmi, ho cominciato a veder persone scioccate che urlavano e una signora che aveva perso le gambe».
La macchina dell’aspirante killer, mezza distrutta, è ancora lì quando arriva Stefano. «La signora aveva le gambe amputate. Non erano tranciate di netto ma erano sbrandellate. Fortunatamente, per deformazione professionale, avevo con me un tourniquet (un laccio emostatico che va stretto attorno agli arti, ndr). Ho buttato a terra lo zaino, ho preso questo strumento, l’ho messo sulla gamba sinistra della signora e ho cominciato a stringere. Io mi occupavo della sua gamba sinistra. Per la destra, invece, c’era un paramedico che era riuscito a recuperare delle cinture di pantaloni per provare a bloccare l’emorragia». Sono pochi minuti che però sembrano durare un’eternità. L’ufficiale del Nono termina di medicare la donna, si sposta di qualche passo e rialza la testa. «Non appena l’ho fatto ho visto gli altri feriti». Tra questi gli appare anche Luca Signorelli, l’uomo che per primo è riuscito a fermare Salim El Koudri: «Anche lui urlava perché era stato aggredito».
Dopo aver applicato il tourniquet, Stefano chiama i soccorsi: «Li ho aspettati insieme alle altre persone che erano intervenute insieme a me. Anche se ci hanno raggiunto in fretta sembrava che non dovessero arrivare mai».
Un eroe? Certo. Eppure Stefano si schermisce: «Come militare dell’esercito italiano sono abituato a gestire queste cose. Mi porto sempre dietro il tourniquet sperando che non serva e, soprattutto, prego il Signore che io sia in grado di usarlo in ogni contesto. Tutto è figlio dell’addestramento e noi del Nono col Moschin ne facciamo tanto, soprattutto per quando riguarda gli scenari medic. Credo che la preparazione che mi è stata fornita abbia fatto la differenza».
Dopo l’intervento di sabato, Stefano ha mangiato poco e, forse, ha dormito ancora meno: «Ho pensato tutto il tempo a quella signora, se sarebbe riuscita a salvarsi oppure no». Cosa resta di tutto questo? «La speranza che la persona si salvi e che il mio caso è la dimostrazione che la nostra forza armata c’è sempre. Lo diciamo ma è importante anche dimostrarlo. Io, come tanti altri militari come me in altre situazioni, c’ero». Lo ringraziamo per l’intervista e per l’intervento di sabato: «Non c’è bisogno di dire “grazie”. Per me, e per chiunque è al servizio dello Stato, è una cosa normale».
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 18 maggio con Carlo Cambi