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2018-11-27
L’ambasciata in Libia ancora senza guida fa contenta la Francia (e pure Moavero)
ANSA
La Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.
Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».
Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate».
In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.
Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo.
Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.
È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli.
Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.
Gabriele Carrer
Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti
En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti.
Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019.
Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari».
Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri».
Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione».
Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato.
Carlo Tarallo
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Con Giuseppe Perrone a Roma la diplomazia resta dimezzata. Il ministro, però, sogna un ruolo da commissario Ue. Con la sponda di Emmanuel Macron.Intanto a Parigi oppressi i pedaggi per entrare in città e l'aumento dei carburanti. Via la tassa sui tir.Lo speciale contiene due articoliLa Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate». In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo. Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli. Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambasciata-in-libia-ancora-senza-guida-fa-contenta-la-francia-e-pure-moavero-2621569568.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-costretto-a-piegarsi-ai-gilet-frenata-sulla-riforma-dei-trasporti" data-post-id="2621569568" data-published-at="1778697825" data-use-pagination="False"> Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti. Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019. Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari». Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri». Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione». Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato. Carlo Tarallo
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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