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2018-11-27
L’ambasciata in Libia ancora senza guida fa contenta la Francia (e pure Moavero)
ANSA
La Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.
Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».
Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate».
In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.
Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo.
Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.
È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli.
Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.
Gabriele Carrer
Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti
En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti.
Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019.
Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari».
Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri».
Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione».
Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato.
Carlo Tarallo
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Con Giuseppe Perrone a Roma la diplomazia resta dimezzata. Il ministro, però, sogna un ruolo da commissario Ue. Con la sponda di Emmanuel Macron.Intanto a Parigi oppressi i pedaggi per entrare in città e l'aumento dei carburanti. Via la tassa sui tir.Lo speciale contiene due articoliLa Francia di Emmanuel Macron avanza a Misurata e l'Italia rimane a guardare, anche dopo lo sgarbo del ministro degli Esteri transalpino, Jean-Yves Le Drian, che aveva incontrato a Parigi i leader della città sul golfo della Sirte l'8 novembre, a quattro giorni dalla conferenza per la Libia di Palermo organizzata dal governo Conte. E pochi giorni prima era stata la Comunità di Sant'Egidio, fondata da Andrea Riccardi, a cui l'ex presidente francese François Hollande ha conferito la Legione d'onore, a complicare i lavori italiani verso Palermo con una conferenza, il 22 e 23 ottobre, che ha riunito rappresentanti delle istituzioni locali e dei consigli di varie tribù del Sud della Libia, area nel mirino di Parigi.Ad avvertire il nostro esecutivo dell'avanzata francese è stato Abderrahmane Sewehli, ex presidente dell'Alto consiglio di Stato di Tripoli (il Senato libico), oggi uno degli uomini di riferimento a Misurata, in una recente intervista al quotidiano La Stampa. Seweli, sottolineando l'importanza di Misurata come «cerniera militare» della Tripolitania, invita la diplomazia italiana a non fare altri passi falsi. Il riferimento è a quanto accaduto all'ambasciatore a Tripoli Giuseppe Perrone, da metà agosto rientrato in congedo in Italia per «preoccupazioni sulla sua sicurezza e incolumità».Riavvolgiamo il nastro dell'affaire Perrone aiutandoci con le parole del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi in Parlamento: «A seguito di un'intervista a una televisione che l'ambasciatore aveva deciso autonomamente di dare in lingua araba sono sorti quelli che, se fossimo in un contesto italiano, definiremmo malintesi». Inizio agosto, intervista in arabo alla tv Libya's channel: Perrone spiega l'importanza di «preparare bene le elezioni», con una base «costituzionale chiara» e «condizioni di sicurezza adeguate». In pratica va contro la linea francese, sulla quale allora, prima della conferenza di Palermo del 12 e 13 novembre, convergeva anche il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica: Parigi voleva elezioni entro quest'anno. Invece, Perrone suggeriva primavera 2019. Le sue parole hanno scatenato tutti i libici: la commissione Affari esteri della Camera di Tobruk l'ha definito «persona non grata» e il ministero degli Esteri del governo provvisorio (e non riconosciuto dall'Onu) l'ha accusato di interferire negli affari libici. Continuiamo con le parole di Moavero Milanesi: «Essendo purtroppo il contesto libico molto più difficile, questi malintesi provocano molto velocemente emozioni molto più forti di quelli che si manifesterebbero nel nostro contesto, ci sono stati manifestazioni di piazza, prese di posizione forti». Per questo, «l'ambasciatore ha deciso autonomamente di rientrare» in Italia, pur lasciando la rappresentanza aperta e operativa.Perrone, racconta alla Verità una fonte della diplomazia italiana, difficilmente rientrerà in Libia, dopo che, come ha spiegato Moavero Milanesi, «il rientro in patria è stata una decisione dell'ambasciatore comunicata al ministero, rimanere in patria è stata una decisione del ministero in risposta alle preoccupazioni sollevata per la sicurezza». La sua assenza ha complicato i piani italiani verso Palermo: averlo operativo avrebbe potuto evitare che Parigi avanzasse e che Haftar usasse quei due giorni per fare il bello e il cattivo tempo. Pier Ferdinando Casini ha presentato in Senato un'interrogazione al premier Giuseppe Conte e al ministro Moavero Milanesi per sapere se Perrone ha partecipato alla conferenza di Palermo e quali sono i motivi della sua permanenza a Roma, che risulterebbe in contraddizione con i buoni risultati di cui il governo si è vantato dopo la due giorni in Sicilia.È quasi impossibile, spiega la fonte, che Perrone torni in Libia, soprattutto dopo che il dossier è passato nelle mani di Moavero Milanesi, che ha evitato le intromissioni del ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale aveva nell'ambasciatore il tramite con Tripoli. Il sospetto nel governo, racconta una fonte della Lega, è che il ministro degli Esteri, con un passato nell'Ue e negli esecutivi guidati da Mario Monti ed Enrico Letta, stia giocando un'altra partita con la sponda francese: quella per la Commissione europea che nascerà nel novembre 2019, quando il governo Conte potrebbe essere soltanto un ricordo.Gabriele Carrer<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/lambasciata-in-libia-ancora-senza-guida-fa-contenta-la-francia-e-pure-moavero-2621569568.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="macron-costretto-a-piegarsi-ai-gilet-frenata-sulla-riforma-dei-trasporti" data-post-id="2621569568" data-published-at="1771959479" data-use-pagination="False"> Macron costretto a piegarsi ai gilet. Frenata sulla riforma dei trasporti En marche? No: en retromarche! Di fronte alla clamorosa protesta dei gilet gialli, che hanno messo a ferro e fuoco Parigi per protestare contro l'aumento dei carburanti e altri provvedimenti del governo in materia di mobilità, il presidente francese Emmanuel Macron fa il duro, ma il governo si pone il problema di andare incontro alle richieste dei manifestanti. Il ministro dei Trasporti francese, Élisabeth Borne, è pronta a ritirare la disposizione che reinserisce l'obbligo di una tassa per i mezzi pesanti che attraversano la Francia, e ha già soppresso la norma che facilitava e regolamentava l'introduzione di pedaggi per entrare nelle aree metropolitane. La Borne ha anche promesso maggiori investimenti sui «trasporti quotidiani» e ha fatto riferimento a un piano da 2,6 miliardi di euro per l'ulteriore sviluppo della rete ferroviaria, a cui si aggiungerebbero 3,6 miliardi l'anno per la manutenzione. Intanto il Senato francese ha approvato il congelamento dell'aumento della tassa sui carburanti, nell'ambito dell'esame della legge di bilancio 2019. In particolare, i senatori hanno approvato un emendamento della commissione Finanze, che stabilizza le tariffe a partire dal 1° gennaio 2019. Le misure dovrebbero essere annunciate già oggi, mentre non si placa la polemica politica sulla reazione della polizia transalpina alle proteste di piazza dei gilet gialli. «Le forze dell'ordine hanno ricevuto la direttiva di essere violente», ha affermato Marine Le Pen, leader di Rassemblement national (ex Front national) che ha chiesto le dimissioni del ministro dell'Interno, Christophe Castaner. Per la Le Pen, dietro la repressione del movimento dei gilet gialli «c'è stata la volontà del governo di ottenere immagini spettacolari». Mentre il consenso di Macron scivola a percentuali tragiche, intorno al 25%, il movimento dei gilet gialli promette di tornare in piazza sabato prossimo. Ieri, sono stati nominati otto portavoce (Eric Drouet, Maxime Nicolle, Mathieu Blavier, Jason Herbert, Thomas Miralles, Marine Charrette-Labadie, Julien Terrier, Priscilla Ludosky) ai quali è stato affidato il compito di tentare di instaurare una forma di dialogo con le istituzioni. In una nota, il movimento spontaneo di cittadini nato attraverso i social network ha precisato che questa delegazione ha il compito di incontrare il presidente Macron e il premier Édouard Philippe. La loro funzione, tiene a sottolineare il movimento, «non è dare ordini all'insieme dei gilet gialli: gli otto portavoce non sono leader, né persone che assumono decisioni, ma messaggeri». Ieri, il portavoce del governo francese, Benjamin Griveaux, ha affermato che il presidente Macron è disposto a «cambiare metodo», ma non modificherà la sua linea politica per venire incontro alle richieste dei gilet gialli. «Il governo rispetta la rabbia espressa dai manifestanti», ha aggiunto Griveaux, che ha sottolineato come «alcune parti della Francia non hanno trovato il loro posto nell'Unione europea e nell'ambito dei processi di globalizzazione. Questa parte della Francia si aspetta risposte alla sua rabbia», ha proseguito Griveaux, «il che significa un nuovo metodo, e questo è parte di ciò che verrà discusso domani (oggi, ndr), ma non un cambio di direzione». Strada stretta e tortuosa, quella che deve essere percorsa da Macron, costretto a prendere atto delle dimensioni delle manifestazioni di protesta, ma anche obbligato a dare l'immagine di un presidente forte e determinato. Carlo Tarallo
In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.
Flavio Cattaneo (Ansa)
Il risultato? A Piazza Affari il titolo ha fatto ciò che ogni amministratore delegato sogna di vedere subito dopo una presentazione agli analisti: +6,8% in chiusura, quota 9,7 euro, con quell’aria da studente diligente che si presenta all’esame con i compiti già fatti.
Il piano firmato dall’amministratore delegato Flavio Cattaneo ha innestato il turbo. Gli investimenti salgono di dieci miliardi rispetto al programma precedente e toccano i 53 miliardi complessivi. Non un ritocco cosmetico, ma una vera accelerazione con l’obiettivo dichiarato di svilupparsi «nelle geografie più dinamiche»: Europa e Americhe, cioè mercati regolati, domanda solida e – dettaglio non trascurabile – minori sorprese politiche.
L’idea industriale è semplice quanto potente: se il mondo consuma più elettricità perché arrivano data center, intelligenza artificiale, robotica, auto elettriche e re-industrializzazione, qualcuno dovrà pur produrla e distribuirla. E fra i big c’è Enel. La gran parte delle risorse va a ciò che oggi fa davvero la differenza in un gruppo energetico: infrastrutture e generazione pulita.
Oltre 26 miliardi saranno destinati al business integrato, con circa 20 miliardi nelle rinnovabili. Di questi, più di 23 miliardi finiranno tra Europa (Italia e Spagna) e Nord America, mentre circa 3 miliardi prenderanno la strada dell’America Latina.
Altri 26 miliardi abbondanti andranno alle reti, il vero «asset invisibile» che però garantisce stabilità dei flussi di cassa. Il 55% sarà investito in Italia, il resto distribuito tra Penisola Iberica e America Latina.
Tradotto dal linguaggio finanziario: meno avventure, più chilometri di cavi. Ed è esattamente quello che i mercati vogliono sentirsi dire.
La cedola proposta per il 2025 sale a 0,49 euro per azione (da 0,47) ed è solo l’inizio: la crescita prevista è del 6% annuo. In un’epoca in cui molti gruppi promettono transizioni epocali ma dimenticano di remunerare gli azionisti nel frattempo, Enel fa l’opposto: investe molto e paga subito. Non a caso nel triennio 2023-2025 sono già stati restituiti circa 15 miliardi tra dividendi e buy-back. Un messaggio chiaro: la transizione energetica non è una penitenza francescana, ma un business regolato con ritorni prevedibili.
Naturalmente non esiste piano industriale italiano senza una variabile normativa. Il decreto Bollette peserà per circa 1,8 miliardi in tre anni. Il direttore finanziario Stefano De Angelis ha spiegato agli analisti che l’impatto sarà compensato da azioni gestionali e recuperi progressivi: l’effetto sull’utile netto oscillerà tra 300 e 400 milioni nell’anno peggiore, il 2028. Insomma, una zavorra gestibile. E infatti il mercato ha scelto di guardare avanti, non nello specchietto retrovisore. Come ha osservato lo stesso Cattaneo, la Borsa «non vede il passato ma il futuro». Efficienza prima ancora che crescita. Il gruppo non parte da zero. Le efficienze previste dal piano precedente – circa un miliardo – sono state centrate con un anno di anticipo.
Ora si punta ad altri 700 milioni di risparmi entro il 2028, mentre l’utile netto ordinario per azione è atteso salire fino a 0,80-0,82 euro, rispetto agli 0,69 stimati nel 2025. Il tutto con un prezzo dell’energia assunto a 85 euro per megawattora, livello prudenziale rispetto alle montagne russe viste negli ultimi anni.
Per anni la transizione è stata raccontata come una promessa lontana, fatta di slogan verdi e ritorni nebulosi. Questo piano segna invece il passaggio alla fase adulta: grandi investimenti, reti fisiche, rinnovabili industrializzate, crescita degli utili e dividendi prevedibili.
In altre parole, meno ideologia e più contabilità. E quando la transizione energetica incontra il rendimento, la Borsa – che non ha mai avuto vocazioni spirituali – applaude senza esitazioni.
Del resto, come insegna la vecchia scuola milanese, l’elettricità sarà anche invisibile, ma i dividendi si vedono benissimo.
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 febbraio 2026. Ospite l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti. L'argomento del giorno è: "La situazione in Ucraina e le elezioni di Midterm negli Usa".
Christine Lagarde (Ansa)
Christine Lagarde non è un’anatra e non è neppure zoppa. Anzi, è una bella signora di charme, che sembra sempre appena uscita da un atelier di Place Vendome, anche se vive tra diagrammi e bilanci. Il problema è che manca poco meno di un anno e mezzo alla scadenza del suo mandato da presidente della Bce e si trova sempre più spesso al centro di voci su possibili dimissioni anticipate per prendere al volo nuovi incarichi e, ora, anche di polemiche sui suoi emolumenti. Non si tratta di andare dietro a proteste demagogiche, ma di un oggettivo problema di credibilità. Che per in banchiere centrale è quasi tutto, visto che da questa dipendono anche la fiducia dei mercati e la solidità della moneta stessa.
L’economista liberal John Kenneth Galbraith diceva che un vero, bravo, banchiere centrale non si può limitare a manovrare i tassi e a tenere sott’occhio l’inflazione, ma deve essere anche «uno storico e un politico». Nel senso che deve conoscere bene la storia dell’economia e dev’essere pragmatico, specie nel guardare il contesto nel quale le sue decisioni si vanno a innestare. Sarà quindi per questa esigenza di profonda interdisciplinarietà che Lady Bce siede anche nel consiglio di amministrazione della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che non solo fa un po’ da banca delle banche centrali, ma si occupa di cooperazione monetaria e finanziaria internazionale, fornendo anche studi economici. Il problema è che la scorsa settimana il Financial Times ha scoperto che per questo incarico Lagarde ha incassato nel 2025 ben 140.000 euro, che si vanno ad aggiungere ai 600.000 che prende dalla Bce, per un totale di 740.000 eur, che fanno dell’ex ministro francese il funzionario più pagato dell’Unione europea. Il tutto mentre il regolamento della Bce vieterebbe di ricevere stipendi aggiuntivi da terze parti.
Dopo alcuni giorni di imbarazzo, venerdì sera l’ufficio stampa del capo della Bce ha confermato la notizia, fornendo una spiegazione forse ancora più imbarazzante. Lagarde ha preso quei soldi, ma la Bce spiega che quel divieto per i dipendenti non vale per i «vertici esecutivi», che sono soggetti a un diverso codice di condotta. In più, la cifra sarebbe motivata dal fatto che nel board della Bri «si prendono decisioni di grande rilievo», che possono comportare «rischi legali».
Da Francoforte, infine, sottolineano che Madame Lallouette in Lagarde non fa che seguire la tradizione dei suoi predecessori, Mario Draghi e Jean-Claude Trichet, che ricevevano anch’essi un’indennità dalla Bri. Ora, sorvolando sul parallelo con Trichet, la cui gestione disastrosa e miope ha peggiorato la crisi dei subprime, va anche detto che la credibilità di banchiere di Draghi, capace di disinnescare una nuova crisi con tre semplici paroline («Whatever it takes») pur non avendo in mano niente di concreto (la Bce non era e non è prestatore di ultima istanza), è distante alcuni anni luce da quella della Lagarde. Il che spiega anche perché nessuno si sia messo a questionare sugli onorari di Draghi.
In ogni casi va anche ricordato che il governatore della Banca di Francia, che siede nel cda della Bri con la Lagarde e altri 14 banchieri centrali, prende il super-gettone, ma ne gira metà al suo Stato. Mentre il presidente della Federal Reserve e il governatore della Bank of England non incassano alcuna indennità dalla Bri.
Le spiegazioni della Lagarde non hanno fermato le polemiche. Sui forum interni della Bce, i dipendenti sono ancora parecchio attivi nel criticare il doppio standard. La notizia era arrivata al Financial Times proprio dall’interno della Banca e due eurodeputati di sinistra, il tedesco (con passaporto italiano) Fabio De Masi e lo svedese Dick Erickson, avevano scritto alla Lagarde, stanandola. L’ammissione del «fuori busta» ha scatenato nuove critiche, tra cui quelle di Paolo Borchia, capo delegazione della Lega all’Europarlamento, per il quale, «la giustificazione addotta fa risuonare la famosa battuta del Marchese del Grillo». Borchia fa anche notare che «ne va dell’indipendenza del capo dell’Eurotower […] e Lagarde giunge alla fine del suo mediocre mandato, confermando la totale disconnessione e distanza dalle difficoltà quotidiane delle imprese, delle famiglie e dei popoli europei».
Il tema del fine mandato, in effetti, è caldo. Prima di Natale, Lagarde aveva dovuto smentire di esser pronta a dimettersi in anticipo pur di non farsi scappare l’occasione di andare a dirigere il Forum di Davos, travolto dagli scandali del suo fondatore, Klaus Schwab. E la settimana scorsa, sempre la stampa inglese, ha riportato che sarebbe pronta ad andarsene ben prima della prossima primavera al solo scopo di consentire che la scelta del suo successore sia ancora negoziata da Emmanuel Macron. Anche qui, Lagarde ha smentito, a mezzo Wall Street Journal. Ma il problema della credibilità generale resta, a prescindere dal doppio stipendio. È un banchiere centrale, guida un ente che spesso chiede sacrifici ai cittadini europei e, soprattutto, se è debole lei, prima o poi sarà debole anche l’euro.
Francoforte persevera negli errori: «Servono più tasse e sussidi green»
Nonostante l’imbarazzante frenata dell’Unione europea sulle politiche del Green deal, dopo i disastri economici e geopolitici generati, in Europa c’è ancora una forte spinta ad accelerare verso gli obiettivi Net Zero, cioè emissioni zero al 2050. Ora è la volta della Banca Centrale Europea, che nel numero 1/2026 del suo Bollettino economico pubblica l’articolo «Overcoming structural barriers to the green transition». Il saggio, scritto da Miles Parker e Susana Parraga Rodriguez, descrive le difficoltà tecniche della transizione verde, indicando poi esplicitamente la direzione di marcia delle politiche economiche necessarie per realizzarla. Anche a Francoforte, tra un gossip sull’uscente Christine Lagarde e una riunione sull’euro digitale, si sono accorti che il mercato da solo non è in grado di sostenere una economia a basse emissioni. Dunque, dicono gli autori, servono prezzi dei permessi di emissione più alti, investimenti pubblici su larga scala, sussidi pubblici mirati alla ricerca e sviluppo verde e un pacchetto di riforme strutturali coordinate.La Bce sostiene che il prezzo delle emissioni deve aumentare e deve essere integrato da altri strumenti, perché solo un segnale di prezzo chiaro e crescente è in grado di orientare imprese e famiglie verso tecnologie pulite.Quindi, servono tasse e permessi di emissione più costosi. La Bce riconosce che ciò può generare pressioni sui prezzi nel breve periodo, ma ritiene che sia un costo accettabile per evitare danni climatici futuri e per stimolare l’innovazione. Non rileva, a quanto pare, che i maggiori governi europei stiano orientandosi in maniera opposta.Ancora più significativo il riferimento agli investimenti e ai sussidi mirati, verso i quali gli Stati, a prescindere dagli orientamenti dei singoli governi e dalle priorità politiche di ciascuno, dovrebbero convogliare fondi pubblici per sostenere l’industria green. Quanto alle «politiche strutturali complete», si tratta di alcune delle celebri riforme di cui sentiamo parlare da decenni. Ridurre la burocrazia, eliminare le barriere nei mercati finanziari e nei costi di switching tecnologico, eliminare rigidità regolamentari e costi che ostacolano la riallocazione di capitali e lavoratori verso attività verdi, riforme fiscali «coerenti con la transizione climatica» (qualunque cosa significhi). In sostanza, un insieme di interventi su fiscalità, regolazione, mercato del lavoro e finanza per rendere irreversibile la trasformazione del sistema produttivo. Non stiamo parlando di una posizione della Commissione europea né del Consiglio: è la Bce a scriverlo.Il lungo articolo apparso sul Bollettino della Bce offre una visione in cui la transizione ecologica è una priorità macroeconomica che richiede una ristrutturazione dell’economia europea. In tutto ciò, non si fa menzione di passaggi politici. Eppure, la questione è eminentemente politica. Una istituzione nata con un mandato centrato sulla stabilità dei prezzi entra apertamente sul terreno della politica industriale, fiscale e regolatoria, indicando non solo obiettivi ma strumenti concreti che hanno effetti distributivi e competitivi dirompenti, come la storia ha già dimostrato. La Bce presenta queste misure come necessarie, uscendo dalla mera analisi di scenario e contribuendo invece a orientare scelte politiche.«L’impatto del cambiamento climatico sta diventando sempre più evidente in Europa, sottolineando l’imperativo di raggiungere emissioni nette di carbonio pari a zero» recita l’inizio del saggio in questione. Dichiarazione sorprendentemente fuori contesto della Bce. Non soltanto perché le politiche energetiche stanno tornando alle basi (necessità di energia abbondante e di prezzi bassi, a prescindere dalla fonte) con una precipitosa inversione a U, ma perché «imperativo» è un concetto pre-politico, brandito da un organismo non eletto e non responsabile politicamente per le proprie azioni. Piaccia o meno, quello del Green deal è un obiettivo politico, imbellettato da imperativo morale basato sulla retorica dello scontro generazionale. Siamo alla stridente contraddizione di una Banca centrale sedicente indipendente e liberale che pretende politiche fiscali che orientino il mercato a un fine politico.
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