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2019-10-09
L’accordo europeo sui ricollocamenti è un fallimento: «Le adesioni? 3 o 4»
Ansa
Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto.
Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea».
Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità».
Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.
D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro.
Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. La strada per un'estensione dell'accordo, dunque, resta in salita.
Su sbarchi e migranti la sinistra ha scelto la linea del naufragio
È davvero molto triste, ma possiamo dire che la linea della sinistra italiana in materia di immigrazione si riassume con una frase: è colpa di Matteo Salvini. Nella notte tra domenica e lunedì, a circa 6 miglia da Lampedusa, l'ennesima ecatombe. Un naufragio in cui hanno perso la vita almeno 13 donne e probabilmente anche vari bambini. Circa una ventina i dispersi: una strage, insomma. Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare.
Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita.
Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum.
I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito.
Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda.
In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no.
Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi.
Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato.
Un altro straniero stupratore preso a Milano
Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri.
La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa.
La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima.
Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?».
La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti.
Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata.
La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve
«Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale.
L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà.
Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva.
Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B.
In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
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Il Consiglio Ue degli Affari interni, dedicato al patto sottoscritto a Malta, si rivela il solito buco nell'acqua. Luciana Lamorgese resta vaga («Non do numeri») e la Germania fa la furba: «Se ne arrivano troppi ci sfiliamo».La riapertura dei porti provoca più morti, le ricette di Bruxelles sono fuffa. E si scopre che il governo Pd trattava con i trafficanti.Dopo l'aggressione di sabato, ventenne violentata per strada. A Roma nigeriano attacca un poliziotto.Arriva in tv Bangla, di Phaim Bhuiyan, integratosi alla perfezione con la legge vigente.Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto. Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea». Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità». Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro. Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. 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Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare. Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita. Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum. I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito. Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda. In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no. Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi. Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-altro-straniero-stupratore-preso-a-milano" data-post-id="2640888909" data-published-at="1778364423" data-use-pagination="False"> Un altro straniero stupratore preso a Milano Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri. La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa. La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima. Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?». La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti. Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-pellicola-spot-per-lo-ius-culturae-dimostra-soltanto-che-non-serve" data-post-id="2640888909" data-published-at="1778364423" data-use-pagination="False"> La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve «Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale. L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà. Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva. Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B. In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
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Tra Italia e Francia ci sono 515 chilometri di confine. Tre le Regioni italiane che si affacciano di là: Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta. Due le francesi che guardano di qua: Provenza-Alpi-Costa Azzurra e Rodano-Alpi. Nel corso dei secoli, la frontiera con i cugini d’Oltralpe è cambiata più volte a causa di guerre, motivi politici, accordi diplomatici. La modifica più dolorosa avvenne nel 1860 quando Vittorio Emanuele II cedette la Savoia e un bel tratto di costa ligure, da Mentone a Nizza, a Napoleone III per l’aiuto fornito nella seconda guerra d’indipendenza, ma soprattutto per tenerlo buono dopo le annessioni di Parma, Modena, Romagna e Toscana. Ancora oggi ci sono dispute di confine: la Francia considera tutta sua la vetta del Monte Bianco; l’Italia, usando il ragionevole e scientifico metro orografico dello spartiacque, reclama il versante da cui scendono le acque verso la pianura Padana e il Mare nostrum.
Torniamo alla «dolorosa» cessione di Nizza che fece incavolare il nizzardo Garibaldi contro Cavour («Ha venduto la mia patria, Nizza è francese come io sono un tartaro»). Oltre a costringere migliaia di nizzardi all’esodo in Liguria, a obbligare i rimasti a gallicizzare la carta d’identità e a cambiare sull’atlante i nomi di località che per secoli vi figuravano in italiano (Nizza-Nice; Mentone-Menton; Villafranca Marittima-Villefranche sur Mer; Roccabruna-Roquebrune Cap Martin), il trattato di Torino del 1860 permise ai nuovi padroni transalpini di francesizzare i piatti popolari e tipici dell’antica contea. L’insalata nizzarda, piatto povero e marinaio che piaceva tanto a Garibaldi per la sua semplicità (a quei tempi contava solo su tre ingredienti: acciughe, pomodori e olio d’oliva) divenne la salade niçoise. Oggi, definita dai manuali gastronomici d’Oltralpe «une spécialité culinaire emblématique de Nice», è arricchita con uova sode, tonno, carciofi, peperoni, cipolle. La salade niçoise rimane comunque imparentata con il condiglione (cundigiun in dialetto ligure) tipico della Riviera di Ponente, di Ventimiglia, Arma di Taggia, Oneglia, Finale Ligure... Anch’esso, nato povero con pochi ingredienti, acciughe, olio d’oliva, pomodori, basilico, è diventato una ricca insalatona come quella francese: cipolle, olive, pomodori, peperoni, uova sode, tonno e, chi ha la fortuna di trovarli essendo un prodotto di nicchia, i «pelandroni d’Albenga», fagiolini «mangiatutto» molto apprezzati dai buongustai per il sapore marcato e avvolgente.
Trattati a parte, c’è sempre stato, nelle zone di frontiera tra Italia e Francia, un intenso passaggio di uomini e di cibi. Lo dimostrano proprio i piatti di confine dell’una e dell’altra parte che riflettono, nonostante le divisioni politiche, la fusione culturale, comunitaria e il sapere gastronomico che non conosce frontiere nelle zone geografiche interconnesse come lo sono la Valle d’Aosta, il Piemonte, la Liguria, la Savoia e la Provenza. Ai tempi del De bello gallico, i legionari di Cesare introdussero le tecniche di panificazione e le «razioni K», il pasto militare, dei loro tempi: laridum, lardo, la dissetante posca, una bevanda fatta con acqua e aceto, il garum, condimento buono per tutti i cibi, legumi vari con i quali preparare varie puls, sorta di polentine pre-mais. Secoli dopo, furono i contrabbandieri e i passeurs carichi di sale, caffè, tabacco e generi alimentari a percorrere sentieri infischiandosene delle frontiere. Scambi di cultura popolare, di riti e credenze, di gastronomia povera avvennero anche grazie ai pellegrini che percorrevano la Via francigena, a pastori, vaccari, genti trans - e cis - alpine.
Nelle zone di frontiera, soprattutto nelle Alpi Liguri e tra la Valle di Susa, la Val Cenischia e la zona di Moncenisio (al di qua) e quella del Mont Cenis nella Savoie (al di là) i buoni piatti popolari non hanno mai badato ai confini. La fonduta di formaggio, spesso a base di fontina, è tipica della Valle d’Aosta, non c’è dubbio, ma la fondue savoiarda è sua sorella o una parente molto stretta: per gustare l’una o l’altra si intingono con ingordigia bocconi di pane nelle scodelle di formaggio fuso. Ancora: è nata prima la soupe grasse savoiarda o la soupa grasa (pane di segale, in brodo con lardo, cipolla, toma) dell’Alta Val di Susa? Vogliamo mettere a confronto la bagna càuda, salsa piemontese che più piemontese non si può (è fatta con acciughe, aglio e olio d’oliva) con l’anchoiade provenzale che ha gli stessi ingredienti? Ma per favore... Meglio la bouillabasse provenzale (zuppa di pesce, indispensabili lo scorfano, la gallinella di mare, la triglia e il grongo) o la ligure boiabessa, che sembra una parolaccia ma non lo è? In questo caso, onestamente, faccio pendere la bilancia verso Marsiglia.
Poi ci sono i finti piatti francesi. Vogliamo parlare del vitel tonnè? Detto così sembra gallico, ma non lo è. Intanto, vitello in francese si dice veau e la parola tonnè è inutile cercarla sul Larousse perché non esiste. L’Accademia italiana della cucina, a tale proposito, considera il vitello tonnato un grande classico della tradizione culinaria piemontese, frutto di un’antica ricetta Saluzzese della metà dell’Ottocento. Sottolinea l’Accademia che «si serviva a Saluzzo un arrosto tonnato, delizioso, che alla fine pretendeva un sugo d’arrosto denso; la carne è arricchita con tonno, pochi capperi, una acciuga e il tuorlo crudo di un uovo, si batteva questa salsa e la si stendeva tiepida sulle morbide fette d’arrosto». L’Accademia ha codificato la versione storica raccomandando: è assolutamente vietato usare la maionese.
Anche i marron glacées hanno un nome fuorviante. Non sono francesi. I marroni canditi si mangiavano già in tempi antichi. Ne parla Virgilio nelle Bucoliche. Erano castagne cotte nell’acqua e ricoperte di miele. Ma i marron glacée come li intendiamo adesso nacquero alla metà del Cinquecento nelle cucine del duca Carlo Emanuele I di Savoia. Il dolce è italianissimo. Il nome francese si spiega con il fatto che, alla corte sabauda, la lingua ufficiale era il francese. Va da sé che i francesi sostengono che i marron glacée sono una loro invenzione della fine del Seicento. Luigi XIV, il Re Sole, ne era ghiotto ma onestamente ammetteva che i migliori erano quelli dei pasticceri torinesi grazie alla qualità delle castagne piemontesi e allo zucchero di canna che arrivava da Venezia.
È molto interessante la storia del pain perdu, un dolce povero che nasce dal recupero del pane duro, vecchio, cioè perduto. Un panettiere francese, Pascale Suivre, che ha aperto nel veronese alcune boulangeries nelle quali sforna baguette, croissant, pain au chocolat, quiche, lo spiega così: «Era la merenda che la mamma mi preparava imbevendo di uova o latte il pain perdu che poi cuoceva in padella fino alla doratura». Ancora oggi le mamme francesi lo preparano e non c’è dubbio che sia un dolce tradizionale transalpino. Tanto è vero che, nei Paesi anglosassoni, lo chiamano french toast e, arricchito con zucchero, vaniglia, miele, frutta, sciroppo d’acero o altri mielosi ingredienti, è diffuso in tutto il mondo. Cosa c’entra l’Italia? Beh, se vogliamo ricostruire l’origine storica del pain perdu, troviamo le prime fonti a Roma, nel De re coquinaria di Apicio che suggeriva di immergere il pane raffermo nel latte, friggerlo e servirlo col miele. Una traccia moderna ci porta al pani indorau o su pai n’dorau (pane dorato) in Sardegna. Il pani indorau è un piatto tipico della tradizione culinaria sarda, soprattutto di quella dell’Ogliastra e del Campidano. La ricetta appartiene alla civiltà contadina dell’isola, nata per riciclare il pane raffermo, duro. Si prepara con fette di pane, meglio se si usa il civraxiu, una pagnotta tipica di Sanluri, immerse nel latte e successivamente nell’uovo sbattuto. Quando le fette hanno assorbito l’uno e l’altro, si mettono a friggere assumendo il caratteristico colore indorau.
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Antonio Riva
L’abito «importante», quello scenografico, strutturato, quasi scultoreo come nelle creazioni di Antonio Riva Milano, continua a rappresentare un sogno per molte donne. Il desiderio di sentirsi uniche, protagoniste e memorabili nel giorno del matrimonio non è affatto scomparso. Anzi, per alcune spose quell’abito resta un momento quasi «artistico», irripetibile. E oggi il concetto di sogno è molto più personale. Accanto agli abiti voluminosi e costruiti, convivono scelte molto diverse: linee minimal, abiti corti, tailleur, cambi d’abito durante la giornata, persino look non tradizionali. Il punto non è più stupire tutti, ma rappresentare sé stesse. Ne parliamo con Antonio Riva.
Il suo marchio nasce nel 1994: quali sono stati i momenti chiave che hanno definito la sua identità stilistica nei primi anni?
«I primi anni del mio lavoro sono stati fondamentali per costruire un linguaggio estetico coerente e riconoscibile. Ho sempre puntato su una sartorialità rigorosa e sulla volontà di distinguermi per l’unicità dei miei abiti, in controtendenza rispetto a un periodo in cui la moda sposa iniziava a diventare più industriale. L’apertura dell’atelier a Milano ha segnato un passaggio importante: non solo come luogo fisico ma come spazio dove far vivere emozioni».
Lei descrive i suoi abiti come «molto costruiti»: cosa significa, nel concreto, progettare un abito con una forte tridimensionalità?
«Significa pensare l’abito come un’architettura: la tridimensionalità nasce dallo studio delle proporzioni e dalla capacità di modellare il tessuto sul corpo attraverso strutture interne - bustier, supporti, pieghe ingegnerizzate - che permettono all’abito di mantenere una forma precisa».
I volumi importanti e i fiocchi sono diventati una sua firma distintiva: da dove nasce questa scelta estetica?
«Dal desiderio di esprimere una femminilità forte ma mai banale. I volumi importanti permettono di creare una presenza scenica, quasi scultorea, che rende protagonista la donna che lo indossa. Il fiocco, invece, è un elemento apparentemente semplice, ma reinterpretato in chiave contemporanea diventa un segno grafico potente. Non è un dettaglio decorativo fine a sé stesso: è parte integrante della struttura, spesso pensato come un elemento architettonico. L’ispirazione arriva sia dalla tradizione dell’alta moda italiana sia dall’arte e dal design».
Quanto conta il legame con il territorio lombardo, in particolare tra Milano e Lecco, nella sua visione creativa?
«È centrale. Milano rappresenta il cuore pulsante della moda e del design, un luogo di confronto continuo e di apertura internazionale. Lecco, invece, è legata a una dimensione più intima e artigianale, fatta di silenzi, natura e concentrazione. Queste peculiarità si riflettono nel processo creativo: da un lato l’energia e la contemporaneità della città, dall’altro la precisione e la calma necessarie per il lavoro sartoriale. Inoltre, la Lombardia vanta una tradizione tessile e manifatturiera di altissimo livello, che consente di lavorare con fornitori e artigiani d’eccellenza».
Il concetto di «timelessness» è centrale nelle sue collezioni: come si crea oggi un abito davvero senza tempo?
«Creare un abito senza tempo significa sottrarsi alla logica delle tendenze effimere e concentrarsi su elementi essenziali: proporzione, qualità, equilibrio. Un abito è timeless quando, a distanza di anni, continua a emozionare e a risultare attuale. Anche la scelta dei materiali è fondamentale: tessuti nobili, lavorati con cura, che mantengono la loro eleganza nel tempo».
I suoi abiti sono spesso descritti come opere d’arte: qual è il confine tra moda e arte nel suo lavoro?
«Il confine è sottile e spesso sfumato. La moda ha una funzione, deve essere indossata, mentre l’arte può esistere indipendentemente dall’uso. Tuttavia, quando un abito nasce da una ricerca formale e concettuale profonda, può avvicinarsi molto a un’opera d’arte. Nel mio lavoro, cerco di mantenere questo equilibrio: creare capi che abbiano una forte componente estetica e culturale, ma che restino vivi, in movimento, legati alla persona che li indossa».
Ogni creazione è accompagnata da un certificato di autenticità: quanto è importante oggi comunicare il valore dell’artigianalità?
«È fondamentale per sottolineare unicità, qualità e tempo dedicato a ogni capo da sposa. È un modo per raccontare la storia dell’abito, il tempo e le competenze che sono stati necessari per realizzarlo. È anche una forma di tutela, che sottolinea il valore del lavoro artigianale e lo distingue dalla produzione industriale».
Dopo oltre 30 anni di attività, come è cambiato il sogno delle spose?
«Oggi le spose cercano autenticità e personalizzazione. Sono più consapevoli, più informate e desiderano un abito che le rappresenti davvero. Vogliono vivere l’esperienza unica della ricerca e della scelta dell’abito perfetto per il loro giorno speciale».
Guardando al futuro, quali sono le nuove direzioni creative?
«Ricerca su materiali innovativi e nuove costruzioni più leggere: l’obiettivo è evolvere mantenendo intatto il Dna del brand: un equilibrio tra rigore sartoriale, ricerca formale e una visione contemporanea della femminilità».
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Sconvolta dal dolore, la donna ha «scelto» di morire, per chiudere una vita ormai per lei priva di senso. Ora è in corso un contenzioso legale, promosso dai familiari della donna, che si chiedono come sia possibile accettare l’idea che si possa considerare quella richiesta di suicidio assistito il frutto di una decisione libera e consapevole. Una mamma, sconvolta dal dolore, in preda ad una profonda depressione che annichilisce l’esistenza, che intravvede nella morte una via d’uscita dalla sofferenza e chiede di «essere suicidata»: può essere ritenuta una scelta libera, incondizionata, lucida, pienamente consapevole? Se così fosse (e purtroppo così è stato ritenuto in questo caso!) dovremmo rivedere tutti i parametri del nostro vivere civile: di fronte a chi sta per gettarsi da un ponte o si è puntato una pistola alla tempia, norma legale e dovere civile è aiutare a dare compimento all’atto suicida!
Sta tutta qui, senza tanti vaniloqui né arzigogoli ideologici, la sostanza della legalizzazione del suicidio assistito. L’istinto nativo e primordiale di ogni essere vivente è la sopravvivenza e la conservazione della vita: solo una pulsione innaturale e patologica può spingere a togliersele. Ho lavorato per anni in un Pronto Soccorso ospedaliero e ho visto decine di casi di persone che avevano tentato il suicidio nei modi più impensabili, segno di una chiara autodeterminazione a farla finita: la prassi clinica impone che sempre si richieda una valutazione psichiatrica, partendo dall’assunto che chi cerca la morte non può che avere un pensiero «sconvolto», una mente malata, che va ricalibrata secondo il naturale istinto di sopravvivenza. Ciò considerato, acquista toni ancora più paradossali l’idea che il suicidio possa essere un «bene» che lo Stato deve tutelare come un diritto.
Il fatto della povera signora Wendy Duffy non fa che confermare un altro aspetto che impone di opporsi a qualsiasi legge che apra a logiche eutanasiche: a inizio anni Duemila, le prime legislazioni a favore di eutanasia e suicidio assistito prevedevano che vi potessero accedere solo malati terminali oncologici e ora, dopo meno di 20 anni, si apre la porta a persone sane che - per i motivi più diversi - hanno deciso di porre fine alla propria vita. Si tratta proprio di quel pendio scivoloso verso il «diritto di morire» a opera dello Stato, preteso dalla dittatura dell’autodeterminazione senza limiti. Purtroppo, oggi in Italia siamo costretti a prendere atto che vi sono regioni che hanno normato procedure di suicidio assistito, secondo i criteri espressi dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242/19: è certamente un danno il cui prezzo viene pagato dalle persone più fragili e deboli - la deriva che papa Francesco chiamò la «cultura dello scarto». Ci si permetta un inciso: una mamma sconvolta dal dolore per la prematura scomparsa di un figlio, non è forse emblema di una struggente fragilità e debolezza? Ma rimane un danno sicuramente meno devastante rispetto a quello prodotto da una legge dello Stato che affermi il valore legale del suicidio. Senza dimenticare il pericoloso cortocircuito fra i concetti di «legale» e «morale»: siamo giunti all’assurdo, in questi tempi, di essere costretti a insegnare ai nostri figli, nipoti, studenti, discepoli che non tutto ciò che è protetto dalla legge è per ciò stesso etico. Moralità e legalità, a partire dalla legalizzazione dell’aborto, sono entrate in rotta di collisione e ciò che è legale ha oscurato ciò che è morale. La Costituzione «più bella del mondo», garantendo in modo assoluto il grande valore della libertà, non prevedeva certo che questa potesse spingerci fino a sottomettere a una distorta concezione di essa il diritto alla vita. Si stanno aprendo scenari nefasti, ma siamo ancora in tempo: basta crederci, ricordando che il male si subisce e non si sceglie. Mai.
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