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2019-10-09
L’accordo europeo sui ricollocamenti è un fallimento: «Le adesioni? 3 o 4»
Ansa
Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto.
Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea».
Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità».
Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.
D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro.
Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. La strada per un'estensione dell'accordo, dunque, resta in salita.
Su sbarchi e migranti la sinistra ha scelto la linea del naufragio
È davvero molto triste, ma possiamo dire che la linea della sinistra italiana in materia di immigrazione si riassume con una frase: è colpa di Matteo Salvini. Nella notte tra domenica e lunedì, a circa 6 miglia da Lampedusa, l'ennesima ecatombe. Un naufragio in cui hanno perso la vita almeno 13 donne e probabilmente anche vari bambini. Circa una ventina i dispersi: una strage, insomma. Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare.
Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita.
Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum.
I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito.
Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda.
In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no.
Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi.
Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato.
Un altro straniero stupratore preso a Milano
Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri.
La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa.
La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima.
Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?».
La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti.
Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata.
La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve
«Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale.
L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà.
Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva.
Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B.
In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
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Il Consiglio Ue degli Affari interni, dedicato al patto sottoscritto a Malta, si rivela il solito buco nell'acqua. Luciana Lamorgese resta vaga («Non do numeri») e la Germania fa la furba: «Se ne arrivano troppi ci sfiliamo».La riapertura dei porti provoca più morti, le ricette di Bruxelles sono fuffa. E si scopre che il governo Pd trattava con i trafficanti.Dopo l'aggressione di sabato, ventenne violentata per strada. A Roma nigeriano attacca un poliziotto.Arriva in tv Bangla, di Phaim Bhuiyan, integratosi alla perfezione con la legge vigente.Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto. Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea». Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità». Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro. Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. 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Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare. Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita. Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum. I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito. Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda. In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no. Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi. Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-altro-straniero-stupratore-preso-a-milano" data-post-id="2640888909" data-published-at="1779998398" data-use-pagination="False"> Un altro straniero stupratore preso a Milano Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri. La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa. La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima. Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?». La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti. Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-pellicola-spot-per-lo-ius-culturae-dimostra-soltanto-che-non-serve" data-post-id="2640888909" data-published-at="1779998398" data-use-pagination="False"> La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve «Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale. L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà. Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva. Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B. In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
Ma la finanza, si sa, ha bisogno di battezzare continuamente nuove tendenze. Così, dai Faang siamo passati ai «Magnifici 7» (Alphabet, Amazon, Apple, Meta, Microsoft, Nvidia e Tesla), fino all’ultimo arrivato dei circoli finanziari: i Batmmaan. In questa nuova sigla, il mantello del supereroe è indossato da Broadcom, unendosi ai soliti noti (Apple, Tesla, Microsoft, Meta, Amazon, Alphabet e Nvidia) per cavalcare l’onda dei chip e dell’Intelligenza artificiale. Tuttavia, dietro questa girandola di lettere si nasconde un’insidia che il risparmiatore non dovrebbe mai sottovalutare. «Bisogna prendere sempre con le pinze l’approccio basato su ricette facili e acronimi da replicare», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «perché ogni epoca ha i suoi campioni, ma la gloria è spesso effimera. Molte società cadono in disgrazia o escono dai favori degli investitori non appena i temi sottostanti cambiano. Investire scegliendo “sic et simpliciter”, i migliori titoli del passato, è una trappola: investire non è come giocare la schedina sapendo i risultati il lunedì successivo».
Nel maggio 2026, la compattezza di questi gruppi sta venendo meno. Se la capitalizzazione complessiva dei Magnifici 7 ha raggiunto la cifra astronomica di 20.000 miliardi di euro, le performance iniziano a divaricarsi. Mentre Alphabet segna un +117% annuo, titoli come Microsoft (-10,18%) e Meta (-6,9%) mostrano in alcuni casi segnali di stanchezza.
«Il problema è che il mercato seleziona i nomi quando sono già sulla bocca di tutti», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente, «ma oggi i criteri devono essere più sofisticati. La capacità di trasformare l’IA in flussi di cassa reali è l’unico driver che conta davvero, e non tutti i componenti di questi acronimi ci stanno riuscendo allo stesso modo». E un portafoglio di investimenti deve essere diversificato e profilato per ciascun investitore in base alla sua propensione al rischio e alla capacità di sostenere perdite che, riguardo i titoli «tech», possono arrivare anche a un’escursione avversa del -70%. Ha certo senso avere in portafoglio diversi di questi titoli, ma è bene conoscere le regole del «gioco» e non proiettare mai i rendimenti passati nel futuro.
Peraltro, secondo alcuni analisti il dominio tecnologico Usa non è più un dogma. L’ascesa di realtà cinesi come DeepSeek nel campo dell’IA ha dimostrato che la supremazia dei semiconduttori americani è attaccabile, provocando ondate di volatilità che colpiscono i portafogli troppo concentrati.
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Giacomo Biffi (Imagoeconomica)
C’è stato l’11 settembre, siamo in pieno scontro di civiltà e la minaccia della jihad si espande sull’Occidente. L’immigrazione, soprattutto da Sud a Nord, sta diventando ingestibile. In America c’è George W. Bush, in Cina Hu Jintao, in Russia comanda già Vladimir Putin. Nel 2001, dopo la strage delle Torri gemelle, la Nato invade l’Afghanistan nel tentativo di smantellare Al Qaeda di Osama Bin Laden. Nel 2003 inizia la seconda Guerra del golfo. E Giacomo Biffi, cardinale e arcivescovo di Bologna dal 1984, pubblica con Piemme questo Piccolo dizionario del cristianesimo. Quando si vivono momenti di crisi si è soliti cercare conforto nei grandi classici. Ma nella fattispecie non vale perché alla sua prima edizione questo testo prezioso ebbe un’accoglienza tiepida. Ora, grazie a Cantagalli che meritoriamente lo riedita con una nuova veste grafica e la cura della carmelitana scalza Emanuela Ghini, che nelle 80 voci, da Aborto a Vuotezza, ha inserito sottotitoli che ne aiutano la lettura, un saggio dimenticato svela tutta la sua forza e attualità.
In ordine alfabetico, la prima voce è «Aborto». Scrive Biffi, citando un ministro che per promuovere un provvedimento ha detto che non è «un’istigazione al matrimonio», «riteniamo iniqua la legge 194 - ipocritamente intitolata “per la tutela della maternità” - che autorizza e addirittura finanzia la soppressione delle creature umane prima della nascita. Questa sì che è una “istigazione”: è una istigazione a commettere quello che il Concilio Vaticano II chiama l’“abominevole delitto dell’aborto”».
Trattandosi, però, di un dizionario del cristianesimo è da questa voce che conviene iniziare. Biffi muove dalla consapevolezza di quale tesoro contenga la fede e, geloso delle sue peculiarità fuori da ogni catalogo, ne canta la potenza e la carica eversiva rispetto alla «mentalità di questo secolo» (San Paolo). Non piega il cristianesimo a pretesto per militanze politiche, a spunto per posizioni che non abbiano a cuore il destino ultimo dell’uomo e la preoccupazione esclusiva per il suo bene. È «inconfrontabile» con le altre religioni «perché nella sua realtà più autentica è una persona, la persona di Cristo, il Verbo che si è fatto carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Si può anche dire «che tutte le religioni hanno del buono […] purché non si dimentichi che […] il cristianesimo è un fatto, e i fatti non si scelgono, “sono”. Include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni; ma primariamente è un avvenimento, e come tale è unico e imparagonabile».
In alcuni passaggi si avverte l’eco della predicazione di monsignor Luigi Giussani, con il quale Biffi ha condiviso la formazione nel seminario di Venegono. Fede e ragione sono sorelle. La ragione cerca la fede. Si apre all’avvento della fede, la contempla come possibilità reale. Invece, a un certo punto si è cominciato a dire «che sono suocera e nuora», incompatibili. E l’uomo, pensando di diventare padrone autosufficiente, in realtà, si è perso. Ha cancellato Dio Padre. Ha cominciato a teorizzarne la morte. Trasformando il mondo in un gigantesco e «malinconico orfanotrofio», abitato da gente che ha come prospettiva quella di essere «figlia del caso». «Anche oggi», continua l’arcivescovo, «la questione prima e più decisiva per l’umanità è riscoprire la paternità di Dio». Non c’è scampo, scrive Biffi osservando la presa nell’opinione pubblica dei vari socialismi e solidarismi: «Se vogliamo vivere da fratelli e salvarci, dobbiamo ripartire dal Padre». Ma per far questo occorre rispondere all’imperativo che ci pone Cristo. O è il Figlio di Dio fatto uomo, e allora non resta che seguirlo, o è un impostore. Nessuno, «per quanto faccia l’indifferente o il disinteressato», può sfuggire a questo interrogativo. «Non è possibile rimanere neutrali [...], Gesù non è uno che mette d’accordo tutti… Non è un ansiolitico, è una sfida». Per aiutarci a raccoglierla il Padreterno ci ha lasciato la Chiesa, il «capolavoro compiuto da Dio con i deludenti materiali umani». Ecco l’ironia di Biffi. La sua lezione di umiltà, l’invito a non tirarcela, a non attribuirci troppi meriti, ma a riconoscere la benevolenza divina.
Il cardinale si rivolge allora alla Chiesa, esortandola a prendere il largo se vuole che «la pesca di uomini non riesca infruttuosa. Una Chiesa assimilata a quella che san Paolo chiama “la mentalità di questo secolo” non converte nessuno». «Non dare ascolto a chi, nell’intento di avvicinarti alle realtà della terra, in definitiva ti conduce a insabbiarti. Se ti insabbi diventi superflua, anzi inutile nella vicenda umana, perché sei fatta per navigare». In altre parti usa la metafora del sale «dolcificato». È l’urgenza dell’identità. «Nessun doveroso rispetto di chi ha opinioni diverse dalle nostre deve portarci a poco a poco allo stemperamento della fedeltà a colui che è il solo Maestro». Sbagliano i cattolici che, desiderosi di essere accolti, si assimilano alle ideologie prevalenti. Il sale, «che ha un sapore pungente», dolcificato non serve se non a essere gettato.
Oltre ai cristiani tiepidi, bersaglio dell’autore di Contro maestro Ciliegia (Jaca Book, 1977) è l’enfasi del progresso. Il mondo contemporaneo vive un’«angoscia» causata all’uomo «dalle sue stesse bravure». Il Novecento «era iniziato con una immensa speranza che il mito del progresso, i trionfi della scienza, l’affermazione della libertà individuale e della socialità […] garantissero un’epoca illimitata di pace e di serena fraternità tra i popoli». Ma invece è diventato il «secolo più insanguinato e più crudele della storia». Le guerre sono sempre state orrende ma, «prima che un culto enfatizzato e irrazionale della ragione spegnesse il senso cristiano dei nostri popoli», riguardavano i soldati di mestiere. Oggi «“le guerre totali” - dove non vengono risparmiati né le donne né i bambini né gli anziani - sono un apporto del così detto progresso. Davvero c’è da augurarsi che l’umanità non “progredisca” più in modo così perverso e insipiente».
Questo mito alimenta il proliferare di «troppe cattedre senza autorevolezza» protese più all’apparire che all’essere. «La “scena di questo mondo” sembra essere ciò che più di tutto viene ricercato e apprezzato», osserva Biffi. «L’immagine di un uomo, che occupi frequentemente gli schermi televisivi, diventa più importante dell’originalità dei suoi pensieri, della saggezza delle sue parole, della qualità morale del suo comportamento […]. Il messaggio è buono a misura non della positività del suo contenuto, ma del suo successo e dell’ampiezza della sua risonanza». E pazienza se genera «confusione» promuovendo relativismo e scetticismo. Più che mai affilato lo sguardo con cui il cardinale descrive la società contemporanea, priva di speranza. «Il nostro tempo ha saputo dare all’uomo tanti ritrovati mirabili: per esempio, la velocità negli spostamenti, la diffusione domiciliare delle notizie, i prodigi dell’informatica, nuove sorgenti di suoni e di frastuoni, nuove inesauste fabbriche di chimere e di sogni», comprese, potremmo aggiungere oggi, le mirabilie dell’Intelligenza artificiale. «La sola cosa che non ha saputo dare all’uomo è proprio la speranza, la quale anzi è andata nel mondo sempre più affievolendosi».
Gesù è venuto per salvare i peccatori. Questo è il contenuto dell’«evangelizzazione». Poi certo, i cristiani esorteranno alla solidarietà e si preoccuperanno della giustizia, ma senza dimenticare che lo scopo della missione in terra di Cristo è «la salvezza integrale e trascendente degli sventurati figli di Adamo». Non bastano, dunque, un solidarismo sentimentale o un amore delegato alle istituzioni. «Il Samaritano non è andato a interessare l’Unità sanitaria locale, si è piegato lui sul ferito». Perciò, «non è più possibile amare Dio senza amare il fratello; e non è più possibile amare il fratello senza amare Dio». Quando la testimonianza dei battezzati sbiadisce, «compaiono manifestazioni di razzismo e di sopraffazione di un gruppo sull’altro», ma non di rado, osserva Biffi, ci si imbatte in «qualche forma di razzismo culturale e ideologico, in cui capita che particolarmente si distinguano proprio coloro che a gran voce si conclamano antirazzisti».
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Il Crystal Palace festeggia la Conference League dopo la vittoria per 1-0 in finale contro il Rayo Vallecano (Ansa)
Gli inglesi battono 1-0 il Rayo Vallecano nella finale di Lipsia e conquistano il primo trofeo europeo della loro storia. Decide Mateta nella ripresa. Terzo titolo in un anno per la squadra di Glasner dopo FA Cup e Community Shield.
La chiusura del cerchio perfetto nel calcio esiste. Chiedere al Crystal Palace, uno dei 17 club professionistici di Londra e uno dei 7 che militano in Premier League, da questa notte sul tetto d’Europa, per la prima volta nella sua storia lunga 121 anni.
Le Eagles, alla loro prima partecipazione in una competizione europea, hanno fatto subito centro battendo nella finale di Lipsia il Rayo Vallecano e aggiungendo in bacheca la Conference League. Una bacheca fino a poco meno di un anno fa praticamente vuota e che sotto la gestione di Oliver Glasner, tecnico austriaco classe 1974 che in Europa aveva già trionfato vincendo nel 2021 l’Europa League alla guida dell’Eintracht Francoforte, ha improvvisamente iniziato a riempirsi. Il 17 maggio 2025 la vittoria in FA Cup, battendo in finale il Manchester City di Pep Guardiola. Qualche mese più tardi, il 10 agosto, il successo ai rigori contro il Liverpool nel Community Shield. E ora la consacrazione europea. Tre trofei nel giro di 12 mesi a chiusura di un cerchio, appunto, dove nulla è stato scontato, anzi. La stagione del Palace aveva tutti i presupposti per non essere all’altezza della precedente, con le cessioni eccellenti di Eze all’Arsenal e Guehi al City che ne hanno compromesso l’andamento in campionato, tanto da chiudere la Premier con un modestissimo 15° posto. Motivo per cui, a un certo punto della stagione, Glasner ha deciso di puntare tutto sulla Conference. La vittoria in coppa dà al club del Sud di Londra in un colpo solo lustro internazionale e la qualificazione alla prossima Europa League. Competizione che di fatto aveva già conquistato il diritto a parteciparvi lo scorso anno grazie alla vittoria della FA Cup, ma dalla quale è stata esclusa per la concomitante presenza dell’Olympique Lione, club francese con cui il Palace condivide il proprietario, John Textor.
Dall’altra parte, però, il Rayo Vallecano esce sconfitto ma non ridimensionato. Per il club di Vallecas, quartiere popolare e storicamente operaio della periferia madrilena, quella di Lipsia era la prima finale europea della propria storia. Un traguardo che conferma la crescita di una squadra diventata negli anni simbolo identitario del suo quartiere e riferimento per una tifoseria che ha sempre rivendicato un’idea diversa di calcio, lontana dalle logiche dei grandi club della capitale. Il ko contro il Palace non cancella il percorso europeo del Rayo, capace di eliminare Samsunspor, Aek Atene e Strasburgo dopo avere chiuso al quinto posto la fase campionato. E forse il senso della serata lo hanno raccontato proprio i tifosi spagnoli al triplice fischio, quando nel settore occupato dai sostenitori biancorossi è comparso uno striscione con scritto: «No conocí mayor victoria, que contigo en una derrota» («Non ho conosciuto vittoria più grande di quella ottenuta con te nella sconfitta»).
In campo, del resto, la finale è stata a lungo bloccata, quasi condizionata dal peso della posta in palio e dall’inesperienza europea di entrambe. Il Crystal Palace ha provato subito a prendere in mano il possesso, affidandosi soprattutto alle accelerazioni di Sarr e Pino sugli esterni, mentre il Rayo ha scelto un atteggiamento più prudente, compatto e attento a non concedere spazi. Il risultato è stato un primo tempo con poche occasioni e ritmi bassi. Gli spagnoli si sono fatti vedere per primi al 25’, quando Alemao ha girato fuori da buona posizione un cross di Chavarria, mentre poco prima dell’intervallo Unai Lopez ha mancato lo specchio con un destro dal limite. La chance più grande dei primi 45 minuti, però, l’ha costruita il Palace nel recupero: Wharton ha pescato Mitchell con un pallone morbido dalla trequarti, ma il colpo di testa in tuffo dell’esterno inglese è terminato di pochissimo a lato. La partita è cambiata all’inizio della ripresa. Al 50’ Wharton - eletto a fine gara «man of the match» - ha trovato spazio centralmente e ha calciato dal limite costringendo Batalla a una respinta corta: sul pallone si è avventato Mateta, il più rapido di tutti a ribadire in rete il gol dell’1-0. Una rete pesantissima per il centravanti francese, vicino a lasciare Londra già nel mercato di gennaio e decisivo invece nella notte più importante della storia del club. Il vantaggio ha acceso improvvisamente la finale. Cinque minuti dopo il Palace è andato a centimetri dal raddoppio in una delle azioni più incredibili della partita: punizione di Pino sul doppio palo, pallone che torna in mezzo e nuovo legno colpito involontariamente da Valentin nel tentativo di anticipare Mateta. Il Rayo ha accusato il colpo e per alcuni minuti ha rischiato di crollare, salvato ancora da Batalla su Mateta e da una difesa che, pur soffrendo, è riuscita a restare dentro la partita fino alla fine.
Nel finale la squadra di Perez ha provato ad alzare il baricentro senza però creare vere occasioni pulite. L’ultima possibilità è capitata ancora sui piedi di Alemao al 95’, ma il destro al volo dal limite è terminato fuori. Poco dopo è arrivato il triplice fischio di Mariani - unica nota italiana nella serata di Lipsia - e la festa del Palace, accompagnata dagli oltre 39.000 spettatori della Red Bull Arena.
Con questo successo il Crystal Palace diventa la terza squadra inglese - e la terza londinese - a vincere la Conference League dopo West Ham e Chelsea. Un altro segnale della supremazia recente del calcio inglese nelle competizioni Uefa. E adesso l’Inghilterra sogna addirittura il pieno europeo: dopo il trionfo dell’Aston Villa in Europa League e quello del Palace in Conference, sabato a Budapest toccherà all’Arsenal nella finale di Champions League contro il Paris Saint-Germain. Un possibile treble continentale che confermerebbe ulteriormente il dominio della Premier sul calcio europeo.
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Naturalmente, bisogna rapportarli alla produzione. I dati «ufficiali», riprodotti nella tabella, ci dicono i morti per ogni Terawattora elettrico prodotto da carbone, petrolio, biomassa, gas naturale, idroelettrico, eolico, nucleare e fotovoltaico. Giusto per avere un’idea di cosa sia il Terawattora, basti sapere che è l’energia elettrica consumata in un solo giorno dall’Italia.
Come si vede, fotovoltaico, nucleare ed eolico sono le più sicure. Anche più dell’idroelettrico: non dimentichiamo che, per esempio, il disastro del Vajont spezzò 2.000 vite in una sola notte. Noi però siamo come San Tommaso e non ce li beviamo a occhi chiusi. Se apriamo gli occhi, vedremo che il nucleare è ancora più sicuro. La figura è stata costruita assumendo che nei successivi 70 anni da quando si è cominciato a produrre elettricità da nucleare, la tecnologia avrebbe causato circa 2.700 decessi (400 da Chernobyl e 2.300 da Fukushima). Ma la conta è sbagliata o, comunque, arbitraria.
Scrivono gli autori: «A Chernobyl, due lavoratori alla centrale morirono sotto le macerie dell’esplosione». Come arrivano allora a 400? Ecco il riassunto: «Tra le diverse migliaia di soccorritori inviati, a 134 fu diagnosticata la sindrome da radiazione acuta (Sra): di costoro 28 morirono nei primi quattro mesi e altri 19 nei successivi 20 anni». La verità, però, è che fu il regime comunista sovietico, incurante della sicurezza dei lavoratori, a mandarli senza protezione. Furono mandati a suicidarsi, cosicché la manifestata Sra fu una conseguenza non del nucleare in sé ma del disprezzo che aveva quel regime per la vita. Per i successivi 19, gli stessi autori scrivono che «molti di questi morirono per cause non correlate alla Sra», cosicché non si capisce perché li aggiungano ai precedenti 28.
Non è finita: ne aggiungono altri 15 per tumore alla tiroide, registrati nel corso dei 20 anni successivi in un’area di 6 milioni d’abitanti attorno a Chernobyl. Il fatto è che ogni anno c’è, in media, un morto per tumore alla tiroide per ogni milione d’abitanti (per esempio, in Italia sono circa 300 l’anno quelli con decorso fatale), cosicché in quell’area, in 20 anni, ci si potevano aspettare oltre 100 morti. Insomma, attribuire quei 15 all’incidente è come pretendere da quell’area di essere l’unica al mondo immune dalle fatalità di quella patologia. Verosimilmente, i decessi furono 15 anziché più di 100 perché in seguito all’incidente si decise di passare sotto l’ecografo la tiroide di quei 6 milioni di persone, cosicché la maggior parte dei tumori fu diagnosticata in tempo e curata. Senza l’incidente non ci sarebbe stata quella capillare diagnostica e i decessi sarebbero stati in linea con la media mondiale.
Finora siamo a 64 morti con nome e cognome. Gli autori come sono arrivati a 400? Questo è interessante perché è lo stesso modo con cui arrivano a 2.300 per i morti da nucleare a Fukushima, per i quali cominciano con lo scrivere: «Lì nessuno è morto direttamente dall’incidente». I 2.300 - così come i 400 da Chernobyl - sono allora una stima di individui (tutti immaginari, nessun nome e cognome) che, statisticamente, sarebbero morti tenendo conto delle radiazioni assorbite.
Un conto della serva. Sappiamo per certo che assorbendo una dose di radiazione pari a 5 Sv (Sievert), la probabilità di morire è del 50%. Ogni turista che si ferma qualche ora in piazza San Pietro assorbe circa 1 milionesimo di Sv (i sanpietrini del selciato contengono uranio e torio, che sono naturalmente radioattivi), cosicché i 10 milioni di turisti l’anno che visitano la piazza avranno assorbito 10 Sv dovrebbero bastare, «statisticamente», per mandare un cristiano all’obitorio. Ecco, di morti statistici, che sarebbero stati 2.700 per colpa della produzione elettrica da elettronucleare, ce ne sarebbe uno l’anno tra i visitatori di piazza San Pietro. Chissà chi è.
La verità secondo la buona scienza è che in oltre 70 anni di produzione elettrica da nucleare, gli incidenti occorsi hanno causato solo due morti, e non i 2.700 «ufficiali». In ogni caso, anche a bersi questi dati, tra le tecnologie di produzione elettrica che funzionano, quella da nucleare è - e di gran lunga - la più sicura.
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