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2019-10-09
L’accordo europeo sui ricollocamenti è un fallimento: «Le adesioni? 3 o 4»
Ansa
Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto.
Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea».
Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità».
Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.
D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro.
Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. La strada per un'estensione dell'accordo, dunque, resta in salita.
Su sbarchi e migranti la sinistra ha scelto la linea del naufragio
È davvero molto triste, ma possiamo dire che la linea della sinistra italiana in materia di immigrazione si riassume con una frase: è colpa di Matteo Salvini. Nella notte tra domenica e lunedì, a circa 6 miglia da Lampedusa, l'ennesima ecatombe. Un naufragio in cui hanno perso la vita almeno 13 donne e probabilmente anche vari bambini. Circa una ventina i dispersi: una strage, insomma. Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare.
Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita.
Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum.
I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito.
Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda.
In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no.
Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi.
Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato.
Un altro straniero stupratore preso a Milano
Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri.
La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa.
La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima.
Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?».
La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti.
Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata.
La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve
«Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale.
L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà.
Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva.
Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B.
In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
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Il Consiglio Ue degli Affari interni, dedicato al patto sottoscritto a Malta, si rivela il solito buco nell'acqua. Luciana Lamorgese resta vaga («Non do numeri») e la Germania fa la furba: «Se ne arrivano troppi ci sfiliamo».La riapertura dei porti provoca più morti, le ricette di Bruxelles sono fuffa. E si scopre che il governo Pd trattava con i trafficanti.Dopo l'aggressione di sabato, ventenne violentata per strada. A Roma nigeriano attacca un poliziotto.Arriva in tv Bangla, di Phaim Bhuiyan, integratosi alla perfezione con la legge vigente.Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto. Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea». Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità». Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro. Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. 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Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare. Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita. Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum. I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito. Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda. In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no. Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi. Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-altro-straniero-stupratore-preso-a-milano" data-post-id="2640888909" data-published-at="1767738096" data-use-pagination="False"> Un altro straniero stupratore preso a Milano Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri. La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa. La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima. Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?». La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti. Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-pellicola-spot-per-lo-ius-culturae-dimostra-soltanto-che-non-serve" data-post-id="2640888909" data-published-at="1767738096" data-use-pagination="False"> La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve «Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale. L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà. Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva. Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B. In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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