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2019-10-09
L’accordo europeo sui ricollocamenti è un fallimento: «Le adesioni? 3 o 4»
Ansa
Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto.
Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea».
Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità».
Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.
D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro.
Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. La strada per un'estensione dell'accordo, dunque, resta in salita.
Su sbarchi e migranti la sinistra ha scelto la linea del naufragio
È davvero molto triste, ma possiamo dire che la linea della sinistra italiana in materia di immigrazione si riassume con una frase: è colpa di Matteo Salvini. Nella notte tra domenica e lunedì, a circa 6 miglia da Lampedusa, l'ennesima ecatombe. Un naufragio in cui hanno perso la vita almeno 13 donne e probabilmente anche vari bambini. Circa una ventina i dispersi: una strage, insomma. Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare.
Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita.
Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum.
I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito.
Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda.
In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no.
Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi.
Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato.
Un altro straniero stupratore preso a Milano
Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri.
La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa.
La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima.
Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?».
La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti.
Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata.
La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve
«Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale.
L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà.
Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva.
Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B.
In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
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Il Consiglio Ue degli Affari interni, dedicato al patto sottoscritto a Malta, si rivela il solito buco nell'acqua. Luciana Lamorgese resta vaga («Non do numeri») e la Germania fa la furba: «Se ne arrivano troppi ci sfiliamo».La riapertura dei porti provoca più morti, le ricette di Bruxelles sono fuffa. E si scopre che il governo Pd trattava con i trafficanti.Dopo l'aggressione di sabato, ventenne violentata per strada. A Roma nigeriano attacca un poliziotto.Arriva in tv Bangla, di Phaim Bhuiyan, integratosi alla perfezione con la legge vigente.Lo speciale contiene quattro articoli.Doveva essere una svolta storica, e invece l'accordo di Malta sulla redistribuzione dei migranti rischia di trasformarsi in un clamoroso flop. L'esito del Consiglio degli Affari europei svoltosi ieri - che ha visto al centro della discussione i destini di un'intesa che, almeno sulla carta, dovrebbe rappresentare l'inizio di una nuova fase nella gestione dei flussi migratori verso il continente europeo - si è concluso con un deludente nulla di fatto. Eloquente il commento dell'autorevole quotidiano tedesco Handelsblatt, che ha riportato l'assenza di qualsiasi «impegno concreto» da parte dei partner europei. Sono passate poco più di due settimane dall'annuncio in pompa magna del raggiungimento del compromesso firmato a La Valletta da Italia, Francia, Germania e Malta per la ricollocazione degli arrivi. «Non siamo più soli», aveva esultato il ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, e c'era già chi (mondo delle Ong in pole position) si fregava le mani per la ripresa degli sbarchi. La stessa Lamorgese aveva lodato l'iniziativa definendola il primo passo concreto per un «approccio di vera azione comune europea». Molto più morigerati, invece, i toni a margine del meeting. Sull'accordo di Malta «siamo stati in grado di allargare il cerchio dei Paesi a sostegno» del meccanismo di «ricollocamento rapido nel caso dell'arrivo di nuove navi», ha dichiarato il ministro francesce dell'Ue Amelie de Montchalin, aggiungendo che «ci sono circa dieci Paesi pronti a prendere parte, e forse anche altri dopo i dettagli che abbiamo fornito». Ci ha pensato la titolare del Viminale a spegnere gli entusiasmi. Prima rifiutandosi di fornire numeri concreti sulle dimensioni di questa intesa («non c'è alcun numero minimo di Paesi aderenti»), e in seguito minimizzando sulle conseguenze politiche dell'incontro di ieri. «Questo è un preaccordo che abbiamo fatto, già adesso praticamente opera perché, quando arrivano degli sbarchi, noi facciamo già la suddivisione con tutti i Paesi che hanno dato disponibilità», ha spiegato la Lamorgese al termine del consiglio. La partita però è tutt'altro che chiusa: «Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche per gli altri Stati. Speriamo di chiudere tra novembre e dicembre». E quando si tratta di fare nomi e cognomi, il nostro ministro dell'Interno si mostra assai più prudente rispetto alla de Montchalin. Sarebbero appena «tre o quattro» i Paesi che hanno aperto a una possibile adesione all'accordo di Malta, che come se non bastasse coincidono con quelli che «avevano già dato la loro disponibilità». Tra questi, il Lussemburgo (che ospitava l'incontro di ieri), l'Irlanda e la Finlandia, alla quale spetta la presidenza di turno del Consiglio dell'Ue. Tutto sembra dunque, tranne che un successo. Sebbene infatti la Lamorgese abbia ribadito che il meccanismo è di fatto «già operativo», d'altro canto ha specificato che «non c'è niente di scritto» e che l'obiettivo è che «sia allargato il più possibile». Tradotto in termini più semplici, si tratta di un accordo ristretto a una piccola cerchia di partecipanti, debole nei contenuti e perciò a rischio di essere spazzato via in men che non si dica.D'altronde i nodi da sciogliere non sono pochi. Uno dei punti caldi rimasti in sospeso riguarda la definizione dello status dei migranti interessati dall'accordo, in particolare se sono compresi o meno quelli economici oppure solo quelli che rientrano nello status di rifugiati. Lo stesso ministro dell'Interno tedesco Horst Seehofer (dunque uno dei promotori dell'intesa) ha tenuto a precisare proprio ieri che qualora il numero dei migranti in arrivo dovesse aumentare rapidamente non esiterebbe a ritirarsi dall'accordo. «Se centinaia di persone dovessero diventare migliaia», ha affermato Seehofer, «direi senza dubbio che il meccanismo di emergenza può dichiararsi concluso». Un po' come dire: finché alla Germania fa comodo, l'accordo può ritenersi valido, diversamente è da considerarsi carta straccia. Non esattamente quello che si potrebbe definire un ragionamento solidale. Forse è anche per la mancanza di un vero spirito comunitario che la maggior parte di 27 Paesi presenti al Consiglio alla fine si sono tirati indietro. Tra i più contrari all'accordo di redistribuzione troviamo senza dubbio gli Stati del gruppo Visegrad, ovvero Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Ma anche altri membri dell'Ue hanno deciso di fare sentire la propria voce. Grecia, Cipro e Bulgaria hanno presentato un documento nel quale fanno presente che «negli ultimi mesi l'attenzione degli Stati europei si è rivolta principalmente al Mediterraneo centrale, del quale si è discusso a fondo nei precedenti meeting». «Nonostante gli ultimi rapporti dimostrino che il trend degli arrivi è in costante aumento», argomentano i tre Paesi, «il percorso del Mediterraneo orientale non è stato correttamente attenzionato». Gli estensori del documento sono preoccupati che le recenti tensioni in Siria e Turchia peggiorino questa tendenza. 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Ed ecco Matteo Orfini del Pd pronto a sorvolare le acque come un avvoltoio: «La colpa non è del buonismo», ha detto, «ma di chi ha scritto decreti che impediscono alle navi di salvare vite». Posizione simile, seppur leggermente più moderata, quella di Roberto Saviano. Il coretto non ammette stecche: se i migranti sono periti nel Mediterraneo è perché ci sono poche Ong a pattugliare. Peccato che il ragionamento traballi. Citiamo la ricostruzione dell'evento proposta da Repubblica, giusto per non sembrare faziosi: «L'isola è a 6 miglia quando, poco dopo le tre di notte, la barca in legno, con l'acqua che entra e il motore ingovernabile, si rovescia sotto gli occhi dei militari della Guardia costiera e della Guardia di finanza accorsi con le motovedette per soccorrerli». Dunque le navi c'erano, e con gente esperta a bordo. Quindi il punto non è che mancassero i soccorsi. Il punto è che le persone non devono partire, altrimenti rischiano la vita. Meno partenze causano meno morti. È un fatto, i numeri parlano chiaro. Secondo l'Unhcr (dichiarazione del primo ottobre) nel 2019 sono morte nel Mediterraneo un migliaio di persone. Comunque troppe, ma decisamente meno rispetto ai 4.733 del 2016, quando l'invasione era continua e i taxi del mare solcavano a pieno ritmo il Mare nostrum. I progressisti italiani, tuttavia, non sentono ragioni. Hanno una sola risposta da offrire: porti aperti e più accoglienza. E infatti gli sbarchi sono ripresi alla grande e ricominciamo - purtroppo - a contare i cadaveri. Colpa di Salvini? Abbiano almeno un po' di rispetto per i morti ed evitino la propaganda. Ad esempio quella portata avanti (da Luigi Di Maio in primis) a proposito dei rimpatri. Varato il nuovo decreto, grandi pacche sulle spalle e dichiarazioni trionfalistiche. Nel frattempo, però, gli stranieri giunti a Lampedusa sono stati spartiti in Italia, e dalla Tunisia prosegue il flusso, per la gioia degli scafisti. Ovviamente, anche in questo frangente la responsabilità viene attribuita al precedente governo, colpevole di non aver siglato accordi con i Paesi di provenienza. Viene da chiedersi dove fosse il ministro degli Esteri, mesi fa, quando c'era da trattare con gli Stati africani. E dove fossero gli altri rappresentanti dell'esecutivo, che hanno scaricato al responsabile del Viminale l'ingrato compito. Riepilogando: fallimentare e mortifera la politica dei porti aperti, finora infruttuosa quella sui rimpatri. Andrà meglio - si dice l'ottimista - in sede europea, con il nuovo accordo sui ricollocamenti abbozzato a Malta. E invece nisba. Ieri Luciana Lamorgese era in Lussemburgo, avrebbe dovuto portare a casa un patto definitivo ma ha certificato il flop. «Non do numeri, perché per adesso quelli che hanno detto di sì sono quei 3-4 Paesi hanno dato disponibilità, come Lussemburgo e Irlanda. Dobbiamo operare perché l'accordo abbia una valenza anche sugli altri Paesi. Dobbiamo cercare di allargare la condivisione». Ecco, questo sarebbe l'esito del Consiglio europeo. L'accordicchio in questione è stato sottoscritto da Francia, Germania, Italia, Finlandia e Malta. A cui si sono aggiunti ieri Lussemburgo, Portogallo e Irlanda. In compenso, la Francia ha già fatto sapere di non essere per niente intenzionata a farsi carico dei migranti economici. E il ministro tedesco dell'Interno Horst Seehofer ha usato la mazza chiodata: «Se i migranti da salvare aumentano allora posso annunciare domani che il meccanismo di emergenza si ferma». Per altro, lo stesso patterello maltese prevede che, in caso di aumento dei flussi, tutto venga ridiscusso. Per tirare le somme: sconfitta su tutta la linea. Continueremo a prenderci i clandestini in arrivo e dovremo sperare che qualche volenteroso amico europeo, ogni tanto, si faccia carico di qualche profugo. Grande vittoria della sinistra di governo. Eppure ci avevano spiegato che, senza il cattivo Salvini a fare la voce grossa, non saremmo rimasti soli. Certo, come no. Infine, sorgono dubbi anche sulla tanto sbandierata «umanità» dei progressisti al comando. Non c'è occasione in cui il Pd non rivendichi il successo dell'ex ministro Marco Minniti, il quale sarebbe il vero artefice del crollo degli sbarchi. Posto che ora la tendenza si sta invertendo, è interessante leggere l'inchiesta di Nello Scavo su Avvenire. Quella in cui si spiegava, sempre ieri, che fu il Viminale a guida Pd a invitare al tavolo delle trattative sui migranti il trafficante libico Abdurahman Milad, detto Bija, un pericoloso capo della criminalità particolarmente spietato con gli aspiranti profughi. Che costui sia stato a Roma in visita ufficiale ormai sembra appurato. Se al ministero non lo conoscevano, c'è da preoccuparsi. Se invece lo conoscevano e l'hanno chiamato ugualmente, beh, qualche spiegazione dovrà arrivare. È vero che in certe occasioni tocca sporcarsi le mani, ma da un partito che accusa Salvini di aver «impedito di salvare vite» una parolina ce l'aspettiamo. Accusano chi vuole i porti chiusi di riconsegnare i migranti ai lager libici, e poi trattavano con il capo dei lager? Ecco un'altra pessima figura a completare il quadro di un disastro conclamato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="un-altro-straniero-stupratore-preso-a-milano" data-post-id="2640888909" data-published-at="1781251664" data-use-pagination="False"> Un altro straniero stupratore preso a Milano Due stupri a distanza di 48 ore a Milano sono legati da inquietanti coincidenze: la giovane età delle vittime, quasi coetanee, e la provenienza degli aggressori, entrambi extracomunitari, ma regolari in Italia. Gli agguati sono avvenuti per strada e non in zone degradate della città. Dopo il colosso ivoriano con permesso di soggiorno per motivi umanitari che sabato notte ha aggredito la studentessa diciottenne in via Ortles, zona Ripamonti, cercando di violentarla, ieri notte in via Pasteur, una traversa di viale Monza, una delle strade radiali milanesi più importanti, una diciannovenne peruviana è stata abusata da un connazionale di 50 anni, che è in Italia da diversi anni e ha i documenti in regola. L'immigrato è stato arrestato dai carabinieri sul posto. La violenza, inaudita, è cominciata con una sevizia tramite un coccio di bottiglia. È continuata a calci e pugni. Ed è terminata, hanno ricostruito i carabinieri che hanno arrestato il peruviano, con un rapporto sessuale. La violenza, peraltro, è stata certificata poi alla Clinica Mangiagalli, dove la vittima è stata accompagnata dai soccorritori. Lì il personale medico ha preso in cura la ragazza e l'ha sottoposta al tampone. Il risultato, positivo, è stato subito comunicato alla Procura e ai carabinieri. La ricostruzione che i militari dell'Arma hanno inviato ai magistrati (e che contiene anche la versione rilasciata nell'immediatezza dalla ragazza) sembra la trama di un film horror, che comincia con il classico inseguimento. Prima a distanza. Poi, quando la vittima si è accorta di quella presenza inquietante, sempre più da vicino. La ragazza ha avuto la prova di quanto temeva quando, impaurita, si è messa a correre. E lui dietro. Sempre più vicino. Finché lei non è inciampata. A quel punto si è sentita bloccare alle spalle ed è stata colpita con un coccio di bottiglia. Poi sono cominciati gli abusi. Il cinquantenne ha cominciato a spogliarla e l'ha costretta ad avere un rapporto sessuale. L'inseguimento è cominciato all'1.30 circa. La ragazza stava rientrando a casa. E, coincidenza inquietante, quando sono stati chiamati i soccorsi (da un cittadino che stava rincasando e, dopo aver parcheggiato l'auto, ha praticamente assistito allo stupro), era circa lo stesso orario dell'aggressione di sabato notte. Al momento della chiamata al 112 la violenza era ancora in corso. Tant'è che l'uomo ha descritto con precisione la scena che si era trovato davanti, comprese le urla della vittima. Dopo pochi minuti i carabinieri sono arrivati sul posto, hanno arrestato il peruviano in flagranza di reato e l'hanno portato a San Vittore. Oltre ai segni della violenza sessuale la ragazza ha riportato anche delle contusioni. La sua coetanea è stata più fortunata. Nonostante la prestanza fisica dell'ivoriano che l'ha aggredita è riuscita a divincolarsi e urlando l'ha messo in fuga. L'immigrato le ha però sottratto il cellulare. Ma è stata la sua condanna. Perché, poco dopo, i carabinieri che hanno soccorso la vittima raccogliendo anche la sua testimonianza l'hanno beccato a qualche isolato di distanza con il cellulare ancora in tasca. Come era ovvio immaginare l'ivoriano ha negato di aver aggredito e palpeggiato la ragazza. Lo smartphone però l'ha incastrato. E anche lui è finito a San Vittore. E mentre il sindaco Beppe Sala chiede altri corridoi umanitari, l'ex vicesindaco e assessore alla Sicurezza Riccardo De Corato gli fa notare che «nell'ultimo mese non si contano più le rapine, i furti, le aggressioni anche a forze dell'ordine, sempre per mano di stranieri». E dopo un lungo elenco dei fatti di cronaca più gravi, De Corato si chiede «cosa deve accadere ancora per far capire a Sala che Milano è satura?». La violenza degli ultimi giorni però non è rimasta circoscritta a Milano. A Roma ieri sera un semplice controllo di documenti poteva trasformarsi in una tragedia. E se non ci sono state conseguenze drammatiche è stato solo per la prontezza di uno dei poliziotti intervenuti. I fatti: una pattuglia della polizia di Stato ferma due stranieri in via Ricasoli, all'Esquilino. Alla richiesta di documenti uno dei due fugge a piedi. È un nigeriano di 20 anni ed ha già dei precedenti. Si accorge che i poliziotti lo stanno per acciuffare e, a quel punto, sceglie di tentare il tutto per tutto: si ferma e aggredisce uno degli agenti. Nella colluttazione ha cercato di sfilargli la pistola. Si è aggrappato alla fondina. Ma il poliziotto, aiutato dal collega, ha reagito. Ed è riuscito a evitare che lo straniero si impossessasse dell'arma. In quel caso la situazione sarebbe potuta degenerare facilmente. Alla fine il nigeriano è stato arrestato con l'accusa di lesioni a pubblico ufficiale. Il poliziotto aggredito è finito in ospedale con una prognosi di dieci giorni. Ma l'ennesima tragedia di uomini in divisa, per fortuna, è stata evitata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/laccordo-europeo-sui-ricollocamenti-e-un-fallimento-le-adesioni-3-o-4-2640888909.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="la-pellicola-spot-per-lo-ius-culturae-dimostra-soltanto-che-non-serve" data-post-id="2640888909" data-published-at="1781251664" data-use-pagination="False"> La pellicola spot per lo ius culturae dimostra soltanto che non serve «Lo hanno soprannominato il Nanni Moretti di Torpignattara», scriveva ieri di lui Avvenire. E con questo, Phaim Bhuiyan ce lo siamo giocati già ventiduenne: il giovane regista di origini bangladesi non ha fatto in tempo ad affacciarsi nel mondo del grande schermo che subito gli è toccata l'etichetta ferale di cineasta feticcio della sinistra, una roba che ti riempie di recensioni compiacenti ma ti svuota le sale. L'occasione, tuttavia, era troppo ghiotta: vuoi mettere la bellezza di avere uno spot vivente allo ius soli che ti fa il giro delle sette chiese nei salotti tv progressisti? Intanto, ieri è andato su Rai 2 il suo Bangla, con tempismo perfetto rispetto al dibattito sullo ius culturae. Lo sbarco in tv è stato ovviamente accompagnato da una serie di articoli adoranti, tutti peraltro entusiasti di poter abbreviare Torpignattara in «Torpigna», con soli 36 anni di ritardo su Vacanze di Natale del 1983, che poi è stata anche l'ultima volta che la cosa ha fatto ridere. Ma si sa, il vernacolo spesso funziona bene come succedaneo del rapporto perduto con la realtà. Eccoci con Bangla, quindi, un film basato su una storia così originale che ci si stupisce che Christopher Nolan non ne abbia ancora comprato i diritti per un remake hollywoodiano: la storia d'amore tra due giovani di due mondi diversi. Spiazzati, eh? Lui è un giovane bangladese integrato, ma con una famiglia musulmana conservatrice, lei una italiana che viene da un contesto alto borghese. Tutti rivedranno i loro rispettivi pregiudizi e l'amore trionferà. Evviva. Nel frattempo, la marchetta allo ius soli è confezionata. Eppure, a leggere le interviste a Bhuiyan, pare di capire che di questa legge, tutto sommato, non ci sia così tanto bisogno. Lui, per cominciare, è diventato italiano a 18 anni, con la legge vigente, senza che la cosa gli impedisse di integrarsi. E l'apartheid di cui si vaneggia e che la nuova legge dovrebbe appunto sanare? Non pervenuta. A Cinecittà news, che gli chiedeva come avesse vissuto la sua vita all'incrocio tra le due identità, il regista ha risposto: «Con spensieratezza. Ho avuto la fortuna di essere considerato sempre come italiano». Ah, ecco. E la ghettizzazione nelle scuole? «Nella scuola è più semplice perché non ci sono quelle distinzioni che si fanno da adulti», replica l'italobangladese ad Avvenire. Insomma, nessun bambino di serie B. In compenso, dalle parole di Bhuiyan emerge chiara la necessità di un tempo piuttosto consistente per far sedimentare l'integrazione. «Tra i bengalesi», dice a Cinecittà news, «parlare di sesso è tabù, così i ragazzi devono imparare tutto da soli. È vero che ci sono i matrimoni combinati, è un fatto culturale». Aggiunge inoltre che «è vero che le storie con gli italiani non sono ben viste». Ad Avvenire, poi, ha raccontato delle difficoltà nel raccontare l'islam: «Ho parlato con l'imam per vedere se certe scene potessero dare fastidio». E con il giovane integrato che chiede il permesso all'imam per fare una commedia, da Torpigna è tutto.
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi