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2018-03-28
La web tax Ue si è già incartata: toccherà alle varie Agenzie delle entrate rubarsi il gettito
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ANSA
Amministrazioni fiscali nel caos a causa della digital tax messa in campo dalla Commissione Ue. Nella proposta di direttiva, annunciata il 21 marzo 2018 dal commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, non è stato infatti chiarito come le multinazionali del digitale pagheranno il conto. O meglio quale entità, facente capo alla corporate digitale, erogherà la somma alle varie Agenzie delle entrate.
Stando alla proposta della Commissione le multinazionali del digitale dovranno pagare una tassa del 3% nello Stato in cui vengono generati i ricavi derivanti da determinate attività digitali quali: la vendita di spazi pubblicitari online, la vendita di dati generati da informazioni fornite dagli utenti e di attività di intermediazione che possono facilitare la vendita di beni o altri servizi tra diversi utenti.
A dover riscuotere la tassa del 3% saranno le varie amministrazioni fiscali europee, per un totale di 5 miliardi di euro l'anno. Il problema nasce proprio dall'attività di riscossione. Chi erogherà i soldi all'Agenzia delle entrate italiana, se in Italia sono presenti solo filiali che si occupano di marketing e distribuzione dei prodotti? Gli headquarter delle big del digitale sono infatti localizzati nei paradisi fiscali europei (Irlanda, Olanda, Belgio e Lussemburgo) dove pagano una corporate tax (tassa sui profitti dell'impresa) molto vicino allo 0%. E il reddito, non può certo restare a Bruxelles. Per farlo gli Stati dovrebbero dare espressa volontà alla commissione di raccogliere le tasse, al loro posto, così che questo resti nell'Ue. Lo scenario, in questo caso, vedrebbe una parte degli incassi degli Stati venir destinato alle risorse proprie Ue.
Stando allo scenario attuale, lo schema che si profila è invece il seguente. La multinazionale digitale, con sede negli Usa, comunica all'headquarter europeo la somma dovuta ad ogni singolo stato dell'Ue. La sede europea si relaziona con il fisco locale che, a sua volta, raccoglierà, per conto di tutte le amministrazioni fiscali, le varie tasse, e solo in secondo momento le ridistribuirà tra le varie Agenzie delle entrate. Questo significa, dunque, che quattro amministrazioni europee dovranno gestire 5 miliardi di euro e raccogliere le tasse per 23 paesi dell'Ue. Ma significa anche un continuo scambio tra le 28 Agenzie delle entrate con un alto rischio di errori e ritardi.
Tuttavia c'è dire, che lo schema appena proposto non tiene conto degli schemi di elusione fiscale messi in campo da molte multinazionali. Google e il Double Irish with Dutch Sandwich, ne sono un esempio vivente. In Europa Google ha stabilito: Google Ireland Ltd, Google Ireland Holdings e Google Netherland Holding. A Google Ireland Ltd è concesso lo sfruttamento economico delle proprietà intellettuali dell'algoritmo, in cambio di royalties, da parte della holding irlandese, che si occupa della stipulazione dei contratti e della fatturazione con i clienti europei del Medio Oriente, dell'Africa, dell'Asia e dei Paesi dell'Area del pacifico. Nella holding Olandese vengono dirottate tutte le royalties, e pagate le tasse al fisco nazionale. Questa sede non ha però né un'attività né un'autonomia gestionale propria. È usata solo per trasferire gli utili e dunque, per ridurre la base imponibile del gruppo. In questo caso, deve essere l'Agenzia delle entrate Irlandese o quella Olandese a dover riscuotere le tasse per i restanti paesi dell'Ue?
Altro aspetto che complica la digital tax è la ridistribuzione della ricchezza. Non si può negare che con questa direttiva la Commissione stia cercando di ridistribuire i ricavi della multinazionali del digitali tra tutti i paesi dell'Ue. Fino ad oggi, infatti, i ricavi delle corporate venivano fagocitati solo in pochi stati dell'Ue. La ridistribuzione significa però che paesi come l'Irlanda e il Lussemburgo dovrebbero rinunciare ad una parte sostanziosa dei loro ricavi per «condividerla» con tutti gli altri Paesi dell'Ue. Rinuncia, che potrebbe generare buchi di bilancio, se non si dispongono di entrate sostitutive, e perdita di posti di lavoro, nel lungo periodo, a favore di altri Stati membri, dato che le multinazionali non avranno più nessun incentivo (fiscale) nel volersi stabile in Irlanda piuttosto che in Francia o in Italia.
Non stupisce dunque che paesi come l'Irlanda e il Lussemburgo siano stati i primi a manifestare la loro opposizione al progetto digitale della Commissione.
Leggi qui la proposta di direttiva sulla tassazione digitale temporanea.pdf
Intanto la Svizzera smonta la tassa digitale italiana
Alla Svizzera non piace la web tax italiana. Nel documento «tassazione dell'economia digitale» la Svizzera, oltre che mette nero su bianco la sua posizione in merito alla tassazione digitale, ritiene poco efficaci le iniziative prese dai singoli Stati, privilegiando invece gli approcci multilaterali. «Se un Paese intende introdurre misure a breve termine» si legge dal documento «ad esempio perché si aspetta di ottenere un consenso internazionale, tali misure devono essere mirate ed applicabili sia alle aziende nazionali che internazionali». Le misure a lungo termine, sostiene il Dipartimento federale delle finanze svizzero, devono essere ricercate nell'ambito delle norme fiscali internazionali esistenti e tra quelle adottate dall'attuale task force dell'Ocse sull'economia digitale. «In linea di massima si devono preferire gli standard vincolanti alle raccomandazioni o alle analisi». Posizione che non si discosta di molto dalle dichiarazioni del commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, e dal contenuto della digital tax annunciata giovedì scorso dalla Commissione. Moscovici, il 27 marzo 2018, in audizione alla commissione Tax 3 (Commissiona nata per proseguire i lavori della Tax 1, Tax 2 e commissione Pana sull'evasione ed elusione fiscale) ha dichiarato come si devono evitare «azioni unilaterali» che creerebbero un «patchwork di risposte nazionali che danneggerebbero il nostro mercato unico, frammentando le tasse a livello Ue». La stessa Commissione, nel presentare la proposta di digital tax, ha messo nero su bianco come la «soluzione di breve termine» (tassazione al 3%) deve essere vista come una pausa prima di arrivare ad un accordo a livello globale.
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Stando alla proposta della Commissione le multinazionali del digitale dovranno pagare una tassa del 3% nello Stato in cui vengono generati i ricavi derivanti da determinate attività digitali quali: la vendita di spazi pubblicitari online, la vendita di dati generati da informazioni fornite dagli utenti e di attività di intermediazione che possono facilitare la vendita di beni o altri servizi tra diversi utenti. A dover riscuotere la tassa del 3% saranno le varie amministrazioni fiscali europee, per un totale di 5 miliardi di euro l'anno. Il problema nasce proprio dall'attività di riscossione. Chi erogherà i soldi all'Agenzia delle entrate italiana, se in Italia sono presenti solo filiali che si occupano di marketing e distribuzione dei prodotti? Gli headquarter delle big del digitale sono infatti localizzati nei paradisi fiscali europei (Irlanda, Olanda, Belgio e Lussemburgo) dove pagano una corporate tax (tassa sui profitti dell'impresa) molto vicino allo 0%. E il reddito, non può certo restare a Bruxelles. Per farlo gli Stati dovrebbero dare espressa volontà alla commissione di raccogliere le tasse, al loro posto, così che questo resti nell'Ue. Lo scenario, in questo caso, vedrebbe una parte degli incassi degli Stati venir destinato alle risorse proprie Ue. Stando allo scenario attuale, lo schema che si profila è invece il seguente. La multinazionale digitale, con sede negli Usa, comunica all'headquarter europeo la somma dovuta ad ogni singolo stato dell'Ue. La sede europea si relaziona con il fisco locale che, a sua volta, raccoglierà, per conto di tutte le amministrazioni fiscali, le varie tasse, e solo in secondo momento le ridistribuirà tra le varie Agenzie delle entrate. Questo significa, dunque, che quattro amministrazioni europee dovranno gestire 5 miliardi di euro e raccogliere le tasse per 23 paesi dell'Ue. Ma significa anche un continuo scambio tra le 28 Agenzie delle entrate con un alto rischio di errori e ritardi. Tuttavia c'è dire, che lo schema appena proposto non tiene conto degli schemi di elusione fiscale messi in campo da molte multinazionali. Google e il Double Irish with Dutch Sandwich, ne sono un esempio vivente. In Europa Google ha stabilito: Google Ireland Ltd, Google Ireland Holdings e Google Netherland Holding. A Google Ireland Ltd è concesso lo sfruttamento economico delle proprietà intellettuali dell'algoritmo, in cambio di royalties, da parte della holding irlandese, che si occupa della stipulazione dei contratti e della fatturazione con i clienti europei del Medio Oriente, dell'Africa, dell'Asia e dei Paesi dell'Area del pacifico. Nella holding Olandese vengono dirottate tutte le royalties, e pagate le tasse al fisco nazionale. Questa sede non ha però né un'attività né un'autonomia gestionale propria. È usata solo per trasferire gli utili e dunque, per ridurre la base imponibile del gruppo. In questo caso, deve essere l'Agenzia delle entrate Irlandese o quella Olandese a dover riscuotere le tasse per i restanti paesi dell'Ue? Altro aspetto che complica la digital tax è la ridistribuzione della ricchezza. Non si può negare che con questa direttiva la Commissione stia cercando di ridistribuire i ricavi della multinazionali del digitali tra tutti i paesi dell'Ue. Fino ad oggi, infatti, i ricavi delle corporate venivano fagocitati solo in pochi stati dell'Ue. La ridistribuzione significa però che paesi come l'Irlanda e il Lussemburgo dovrebbero rinunciare ad una parte sostanziosa dei loro ricavi per «condividerla» con tutti gli altri Paesi dell'Ue. Rinuncia, che potrebbe generare buchi di bilancio, se non si dispongono di entrate sostitutive, e perdita di posti di lavoro, nel lungo periodo, a favore di altri Stati membri, dato che le multinazionali non avranno più nessun incentivo (fiscale) nel volersi stabile in Irlanda piuttosto che in Francia o in Italia. Non stupisce dunque che paesi come l'Irlanda e il Lussemburgo siano stati i primi a manifestare la loro opposizione al progetto digitale della Commissione.Leggi qui la proposta di direttiva sulla tassazione digitale temporanea.pdf<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-web-tax-ue-si-e-gia-incartata-tocchera-alle-agenzie-delle-entrate-rubarsi-il-gettito-2554121742.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="intanto-la-svizzera-smonta-la-tassa-digitale-italiana" data-post-id="2554121742" data-published-at="1780878011" data-use-pagination="False"> Intanto la Svizzera smonta la tassa digitale italiana Alla Svizzera non piace la web tax italiana. 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Posizione che non si discosta di molto dalle dichiarazioni del commissario europeo per gli affari economici e monetari, Pierre Moscovici, e dal contenuto della digital tax annunciata giovedì scorso dalla Commissione. Moscovici, il 27 marzo 2018, in audizione alla commissione Tax 3 (Commissiona nata per proseguire i lavori della Tax 1, Tax 2 e commissione Pana sull'evasione ed elusione fiscale) ha dichiarato come si devono evitare «azioni unilaterali» che creerebbero un «patchwork di risposte nazionali che danneggerebbero il nostro mercato unico, frammentando le tasse a livello Ue». La stessa Commissione, nel presentare la proposta di digital tax, ha messo nero su bianco come la «soluzione di breve termine» (tassazione al 3%) deve essere vista come una pausa prima di arrivare ad un accordo a livello globale.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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