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2020-04-30
La Vigilanza smonta le bugie sul Mes. E gli aiuti Ue slittano a chissà quando
Angela Merkel (Getty Images)
Non sono mancate le sorprese durante le audizioni in commissione Bilancio di Camera e Senato. Fortunatamente, la Banca d'Italia e l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) restano ancora due validi presidi per conoscere dati e fatti incontestabili. Bankitalia, rappresentata dal capo del dipartimento economia e statistica, Eugenio Gaiotti, ha fornito dati interessanti circa l'andamento del programma di acquisti di titoli pubblici partito nel 2015 (Pspp), e ci ha confermato il ruolo decisivo che sta svolgendo in queste settimane a sostegno del mercato dei nostri titoli. Al 31 marzo, il loro valore in portafoglio alla Bce è pari a 382 miliardi, di cui 346 detenuti direttamente nel bilancio di Bankitalia. Nel solo mese di marzo, ci sono stati 12 miliardi di acquisti netti. Cosa ancora più rilevante, il nuovo programma Pepp annunciato il 18 marzo per 750 miliardi, al 24 aprile, ha generato acquisti per 96,7 miliardi (di cui non si conosce la ripartizione tra gli Stati). A questo proposito, Gaiotti, rispondendo ad una domanda del presidente Claudio Borghi, ha evidenziato che il programma gode di ampia flessibilità, anche nell'importo massimo, oltre che nella ripartizione tra Stati e nella concentrazione temporale degli interventi. Quindi la Bce dimostra la sua presenza con i fatti.
Interessante anche la risposta alla domanda dell'onorevole Luigi Marattin, tesa a comprendere se il Mes «senza condizioni» di cui si millanta l'esistenza fosse condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per accedere al programma di acquisti illimitato di titoli pubblici (Omt) della Bce. E qui l'asciutta prosa di Gaiotti ha avuto l'effetto di un bulldozer. Ha dapprima affermato che «il Mes (quello fantomatico, ndr) non è arrivato alla fase operativa», ammettendo quindi che non sono sufficienti due righe di un comunicato stampa di un Consiglio europeo per dargli rango di trattato; ha poi aggiunto che comunque il programma Omt è stato pensato per esigenze diverse, e cioè «situazioni di crisi specifica», e non per uno shock economico simmetrico come quello in atto. Con ciò mettendo una definitiva pietra tombale su una delle presunte virtù salvifiche del Mes, tanto decantate da Marattin stesso e da altri commentatori.
Ma il clou è arrivato quando Gaiotti ha risposto a una domanda di Borghi, finalizzata a comprendere se Bankitalia avesse un piano per fronteggiare un'eventuale decisione della Corte costituzionale tedesca avversa al Pspp, attesa per il 5 maggio. Gaiotti ha affermato che si tratta di un tema già superato grazie a una sentenza della Corte europea e che la decisione della Corte tedesca, quale essa sia, «riguarda solo la Germania». Aprendo con ciò uno scenario con risvolti potenzialmente distruttivi dell'Eurozona. Gaiotti non può non sapere che se la Bundesbank fosse obbligata ad astenersi dagli acquisti verrebbe meno il principale braccio operativo del programma App. Cosa accadrebbe? Avremmo una Bce che opera senza la Germania e, in prospettiva, un euro senza la Germania? Si può quindi segmentare l'Eurozona a discrezione di un partecipante? Una bomba a orologeria pare pronta a esplodere. Non meno rilevanti le osservazioni del presidente dell'Upb, Giuseppe Pisauro, che ha illustrato due scenari circa la situazione delle emissioni dei nostri titoli pubblici, in relazione al programma di acquisti della Bce. Nel 2020, a fronte di emissioni lorde per 550 miliardi (inclusive dei rimborsi per 372 miliardi), gli acquisti e i reinvestimenti della Bce potrebbero essere pari a 195 miliardi, e quindi residuerebbero ancora 355 miliardi di emissioni lorde da collocare sul mercato. Le emissioni nette dovrebbero essere pari a 28 miliardi. In altre, parole la Bce sembra in grado di sostenere adeguatamente il nostro maggior fabbisogno, e al mercato dovremmo richiedere di rinnovare i titoli in scadenza, oltre a ulteriori 28 miliardi. Uno scenario che, se da un lato lascia relativamente tranquilli, dall'altro desta preoccupazioni perché ci rende totalmente dipendenti dalla Bce.
Tali preoccupazioni aumentano anche alla luce della indisponibilità di altre soluzioni per il finanziamento del nostro fabbisogno. Infatti, ieri Vera Jourova, vice presidente della Commissione, ha dichiarato che la loro proposta per il Recovery fund, attesa per il 6 maggio, è ora prevista per la «seconda o terza settimana di maggio» e l'operatività del fondo per gennaio 2021 è un obiettivo «ambizioso» che, nel linguaggio felpato della burocrazia europea, significa che non partirà mai per quella data.
Ieri è arrivato pure il Financial Times a sollevare il velo sul cumulo di numeri falsi e ipotesi insostenibili millantati dalla Commissione. Finalmente ribadisce che i soldi veri sul tavolo sono molto meno dei 1.000 miliardi di cui si parla, che includono ingannevolmente anche gli investimenti privati che dovrebbero essere «innescati» dai prestiti o sussidi del fondo. Inoltre è molto probabile che i fondi raccolti sul mercato dalla Commissione servano per erogare prestiti anziché sussidi e per l'Italia sarebbe ancora e sempre debito e pure con il guinzaglio corto del creditore privilegiato che vuole essere ripagato a scadenza, mentre il Btp si può sempre rinnovare.
«Super patrimoniale per l’Italia»
Nella loro teutonica efficienza, e nel ben noto spirito di bontà e solidarietà europea, i fratelli tedeschi hanno pensato a tutto: una bella (ulteriore) patrimoniale del 14% da scaraventare addosso agli italiani. Per il nostro bene, si capisce.
Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c'è già. Anzi, ce ne sono più o meno undici, secondo un censimento sommario e forse perfino incompleto: la più devastante è quella sugli immobili (Imu/Tasi), ma l'elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Un anno e mezzo fa (a fine 2018), la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu/Tasi quasi triplicato: con i ben noti effetti sulla liquidità delle famiglie, sulla svalutazione degli immobili, sul crollo del mercato immobiliare.
E allora ecco la pensata dei tedeschi, che naturalmente non hanno alcuna intenzione di fare chissà quale concessione sul Recovery fund, diversamente dai racconti di Giuseppe Conte. Il punto di partenza dei tedeschi è sempre il solito: le nostre famiglie hanno una casa e hanno dei risparmi, dunque l'Italia faccia da sé. Peggio: aggravi la tosatura fiscale. Così, prima la rivista Manager Magazine e poi Focus.de, in una doppia analisi di Daniel Stelter (meritoriamente criticata da Tino Oldani su ItaliaOggi), hanno proposto di far calare la mannaia: una superpatrimoniale del 14% sulla ricchezza privata italiana, praticamente una rapina, per portare il debito pubblico italiano al 60% del Pil teoricamente richiesto dai trattati Ue.
E i tedeschi non si placano, annota Oldani: perché, calcolatrice alla mano, sostengono che anche dopo una stangata del genere, le famiglie italiane resterebbero più ricche delle loro.
La realtà è che il solo fatto che abbia luogo una discussione di questo tipo è tre volte lunare. Una prima volta, perché indica la propensione di alcuni a considerare la ricchezza privata come qualcosa di «sequestrabile» dallo Stato: una logica da regime comunista. Una seconda volta, per i suoi effetti pratici: se si prendesse in considerazione un massacro fiscale di questo tipo, essendo quasi impossibile che una famiglia abbia la liquidità immediatamente disponibile per pagare, si dovrebbe dare corso a una svendita di massa degli immobili. Una cosa rovinosa, prima ancora che inconcepibile. E una terza volta, perché mostra una propensione della Germania al dominio sul resto d'Europa.
Forse - ci permettiamo di ipotizzare - l'ineffabile Stelter non conosce l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? Ecco, lasciando la prima dolorosa domanda alla riflessione storica, sarebbe il caso di riflettere - oggi - sul secondo interrogativo, cioè sugli effetti perversi di questa Ue: si voleva europeizzare la Germania, e invece si è finito per germanizzare l'Europa. Con buona pace di eurolirici e eurofanatici nostrani, incapaci di difendere un minimo di libertà e anche di interesse nazionale.
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Per la Commissione, il Recovery fund non sarà operativo prima di gennaio. Bankitalia nega la necessità del Salvastati e lancia la bomba: se la Germania boccierà il Qe, Angela Merkel potrà mollare il programma.Berlino vuole costringerci a tassare case e conti correnti: stangata del 14% per ridurre il debito pubblico. Il vero risultato sarebbe imporre il dominio teutonico in Europa.Lo speciale contiene due articoliNon sono mancate le sorprese durante le audizioni in commissione Bilancio di Camera e Senato. Fortunatamente, la Banca d'Italia e l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) restano ancora due validi presidi per conoscere dati e fatti incontestabili. Bankitalia, rappresentata dal capo del dipartimento economia e statistica, Eugenio Gaiotti, ha fornito dati interessanti circa l'andamento del programma di acquisti di titoli pubblici partito nel 2015 (Pspp), e ci ha confermato il ruolo decisivo che sta svolgendo in queste settimane a sostegno del mercato dei nostri titoli. Al 31 marzo, il loro valore in portafoglio alla Bce è pari a 382 miliardi, di cui 346 detenuti direttamente nel bilancio di Bankitalia. Nel solo mese di marzo, ci sono stati 12 miliardi di acquisti netti. Cosa ancora più rilevante, il nuovo programma Pepp annunciato il 18 marzo per 750 miliardi, al 24 aprile, ha generato acquisti per 96,7 miliardi (di cui non si conosce la ripartizione tra gli Stati). A questo proposito, Gaiotti, rispondendo ad una domanda del presidente Claudio Borghi, ha evidenziato che il programma gode di ampia flessibilità, anche nell'importo massimo, oltre che nella ripartizione tra Stati e nella concentrazione temporale degli interventi. Quindi la Bce dimostra la sua presenza con i fatti.Interessante anche la risposta alla domanda dell'onorevole Luigi Marattin, tesa a comprendere se il Mes «senza condizioni» di cui si millanta l'esistenza fosse condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per accedere al programma di acquisti illimitato di titoli pubblici (Omt) della Bce. E qui l'asciutta prosa di Gaiotti ha avuto l'effetto di un bulldozer. Ha dapprima affermato che «il Mes (quello fantomatico, ndr) non è arrivato alla fase operativa», ammettendo quindi che non sono sufficienti due righe di un comunicato stampa di un Consiglio europeo per dargli rango di trattato; ha poi aggiunto che comunque il programma Omt è stato pensato per esigenze diverse, e cioè «situazioni di crisi specifica», e non per uno shock economico simmetrico come quello in atto. Con ciò mettendo una definitiva pietra tombale su una delle presunte virtù salvifiche del Mes, tanto decantate da Marattin stesso e da altri commentatori.Ma il clou è arrivato quando Gaiotti ha risposto a una domanda di Borghi, finalizzata a comprendere se Bankitalia avesse un piano per fronteggiare un'eventuale decisione della Corte costituzionale tedesca avversa al Pspp, attesa per il 5 maggio. Gaiotti ha affermato che si tratta di un tema già superato grazie a una sentenza della Corte europea e che la decisione della Corte tedesca, quale essa sia, «riguarda solo la Germania». Aprendo con ciò uno scenario con risvolti potenzialmente distruttivi dell'Eurozona. Gaiotti non può non sapere che se la Bundesbank fosse obbligata ad astenersi dagli acquisti verrebbe meno il principale braccio operativo del programma App. Cosa accadrebbe? Avremmo una Bce che opera senza la Germania e, in prospettiva, un euro senza la Germania? Si può quindi segmentare l'Eurozona a discrezione di un partecipante? Una bomba a orologeria pare pronta a esplodere. Non meno rilevanti le osservazioni del presidente dell'Upb, Giuseppe Pisauro, che ha illustrato due scenari circa la situazione delle emissioni dei nostri titoli pubblici, in relazione al programma di acquisti della Bce. Nel 2020, a fronte di emissioni lorde per 550 miliardi (inclusive dei rimborsi per 372 miliardi), gli acquisti e i reinvestimenti della Bce potrebbero essere pari a 195 miliardi, e quindi residuerebbero ancora 355 miliardi di emissioni lorde da collocare sul mercato. Le emissioni nette dovrebbero essere pari a 28 miliardi. In altre, parole la Bce sembra in grado di sostenere adeguatamente il nostro maggior fabbisogno, e al mercato dovremmo richiedere di rinnovare i titoli in scadenza, oltre a ulteriori 28 miliardi. Uno scenario che, se da un lato lascia relativamente tranquilli, dall'altro desta preoccupazioni perché ci rende totalmente dipendenti dalla Bce.Tali preoccupazioni aumentano anche alla luce della indisponibilità di altre soluzioni per il finanziamento del nostro fabbisogno. Infatti, ieri Vera Jourova, vice presidente della Commissione, ha dichiarato che la loro proposta per il Recovery fund, attesa per il 6 maggio, è ora prevista per la «seconda o terza settimana di maggio» e l'operatività del fondo per gennaio 2021 è un obiettivo «ambizioso» che, nel linguaggio felpato della burocrazia europea, significa che non partirà mai per quella data.Ieri è arrivato pure il Financial Times a sollevare il velo sul cumulo di numeri falsi e ipotesi insostenibili millantati dalla Commissione. Finalmente ribadisce che i soldi veri sul tavolo sono molto meno dei 1.000 miliardi di cui si parla, che includono ingannevolmente anche gli investimenti privati che dovrebbero essere «innescati» dai prestiti o sussidi del fondo. Inoltre è molto probabile che i fondi raccolti sul mercato dalla Commissione servano per erogare prestiti anziché sussidi e per l'Italia sarebbe ancora e sempre debito e pure con il guinzaglio corto del creditore privilegiato che vuole essere ripagato a scadenza, mentre il Btp si può sempre rinnovare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-vigilanza-smonta-le-bugie-sul-mes-e-gli-aiuti-ue-slittano-a-chissa-quando-2645875349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="super-patrimoniale-per-litalia" data-post-id="2645875349" data-published-at="1588187192" data-use-pagination="False"> «Super patrimoniale per l’Italia» Nella loro teutonica efficienza, e nel ben noto spirito di bontà e solidarietà europea, i fratelli tedeschi hanno pensato a tutto: una bella (ulteriore) patrimoniale del 14% da scaraventare addosso agli italiani. Per il nostro bene, si capisce. Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c'è già. Anzi, ce ne sono più o meno undici, secondo un censimento sommario e forse perfino incompleto: la più devastante è quella sugli immobili (Imu/Tasi), ma l'elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Un anno e mezzo fa (a fine 2018), la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu/Tasi quasi triplicato: con i ben noti effetti sulla liquidità delle famiglie, sulla svalutazione degli immobili, sul crollo del mercato immobiliare. E allora ecco la pensata dei tedeschi, che naturalmente non hanno alcuna intenzione di fare chissà quale concessione sul Recovery fund, diversamente dai racconti di Giuseppe Conte. Il punto di partenza dei tedeschi è sempre il solito: le nostre famiglie hanno una casa e hanno dei risparmi, dunque l'Italia faccia da sé. Peggio: aggravi la tosatura fiscale. Così, prima la rivista Manager Magazine e poi Focus.de, in una doppia analisi di Daniel Stelter (meritoriamente criticata da Tino Oldani su ItaliaOggi), hanno proposto di far calare la mannaia: una superpatrimoniale del 14% sulla ricchezza privata italiana, praticamente una rapina, per portare il debito pubblico italiano al 60% del Pil teoricamente richiesto dai trattati Ue. E i tedeschi non si placano, annota Oldani: perché, calcolatrice alla mano, sostengono che anche dopo una stangata del genere, le famiglie italiane resterebbero più ricche delle loro. La realtà è che il solo fatto che abbia luogo una discussione di questo tipo è tre volte lunare. Una prima volta, perché indica la propensione di alcuni a considerare la ricchezza privata come qualcosa di «sequestrabile» dallo Stato: una logica da regime comunista. Una seconda volta, per i suoi effetti pratici: se si prendesse in considerazione un massacro fiscale di questo tipo, essendo quasi impossibile che una famiglia abbia la liquidità immediatamente disponibile per pagare, si dovrebbe dare corso a una svendita di massa degli immobili. Una cosa rovinosa, prima ancora che inconcepibile. E una terza volta, perché mostra una propensione della Germania al dominio sul resto d'Europa. Forse - ci permettiamo di ipotizzare - l'ineffabile Stelter non conosce l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? Ecco, lasciando la prima dolorosa domanda alla riflessione storica, sarebbe il caso di riflettere - oggi - sul secondo interrogativo, cioè sugli effetti perversi di questa Ue: si voleva europeizzare la Germania, e invece si è finito per germanizzare l'Europa. Con buona pace di eurolirici e eurofanatici nostrani, incapaci di difendere un minimo di libertà e anche di interesse nazionale.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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Ecco #DimmiLaVerità del 9 gennaio 2026. Il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare Pd, spiega le ragioni del comitato La Sinistra che vota Si al referendum sulla giustizia.