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2020-04-30
La Vigilanza smonta le bugie sul Mes. E gli aiuti Ue slittano a chissà quando
Angela Merkel (Getty Images)
Non sono mancate le sorprese durante le audizioni in commissione Bilancio di Camera e Senato. Fortunatamente, la Banca d'Italia e l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) restano ancora due validi presidi per conoscere dati e fatti incontestabili. Bankitalia, rappresentata dal capo del dipartimento economia e statistica, Eugenio Gaiotti, ha fornito dati interessanti circa l'andamento del programma di acquisti di titoli pubblici partito nel 2015 (Pspp), e ci ha confermato il ruolo decisivo che sta svolgendo in queste settimane a sostegno del mercato dei nostri titoli. Al 31 marzo, il loro valore in portafoglio alla Bce è pari a 382 miliardi, di cui 346 detenuti direttamente nel bilancio di Bankitalia. Nel solo mese di marzo, ci sono stati 12 miliardi di acquisti netti. Cosa ancora più rilevante, il nuovo programma Pepp annunciato il 18 marzo per 750 miliardi, al 24 aprile, ha generato acquisti per 96,7 miliardi (di cui non si conosce la ripartizione tra gli Stati). A questo proposito, Gaiotti, rispondendo ad una domanda del presidente Claudio Borghi, ha evidenziato che il programma gode di ampia flessibilità, anche nell'importo massimo, oltre che nella ripartizione tra Stati e nella concentrazione temporale degli interventi. Quindi la Bce dimostra la sua presenza con i fatti.
Interessante anche la risposta alla domanda dell'onorevole Luigi Marattin, tesa a comprendere se il Mes «senza condizioni» di cui si millanta l'esistenza fosse condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per accedere al programma di acquisti illimitato di titoli pubblici (Omt) della Bce. E qui l'asciutta prosa di Gaiotti ha avuto l'effetto di un bulldozer. Ha dapprima affermato che «il Mes (quello fantomatico, ndr) non è arrivato alla fase operativa», ammettendo quindi che non sono sufficienti due righe di un comunicato stampa di un Consiglio europeo per dargli rango di trattato; ha poi aggiunto che comunque il programma Omt è stato pensato per esigenze diverse, e cioè «situazioni di crisi specifica», e non per uno shock economico simmetrico come quello in atto. Con ciò mettendo una definitiva pietra tombale su una delle presunte virtù salvifiche del Mes, tanto decantate da Marattin stesso e da altri commentatori.
Ma il clou è arrivato quando Gaiotti ha risposto a una domanda di Borghi, finalizzata a comprendere se Bankitalia avesse un piano per fronteggiare un'eventuale decisione della Corte costituzionale tedesca avversa al Pspp, attesa per il 5 maggio. Gaiotti ha affermato che si tratta di un tema già superato grazie a una sentenza della Corte europea e che la decisione della Corte tedesca, quale essa sia, «riguarda solo la Germania». Aprendo con ciò uno scenario con risvolti potenzialmente distruttivi dell'Eurozona. Gaiotti non può non sapere che se la Bundesbank fosse obbligata ad astenersi dagli acquisti verrebbe meno il principale braccio operativo del programma App. Cosa accadrebbe? Avremmo una Bce che opera senza la Germania e, in prospettiva, un euro senza la Germania? Si può quindi segmentare l'Eurozona a discrezione di un partecipante? Una bomba a orologeria pare pronta a esplodere. Non meno rilevanti le osservazioni del presidente dell'Upb, Giuseppe Pisauro, che ha illustrato due scenari circa la situazione delle emissioni dei nostri titoli pubblici, in relazione al programma di acquisti della Bce. Nel 2020, a fronte di emissioni lorde per 550 miliardi (inclusive dei rimborsi per 372 miliardi), gli acquisti e i reinvestimenti della Bce potrebbero essere pari a 195 miliardi, e quindi residuerebbero ancora 355 miliardi di emissioni lorde da collocare sul mercato. Le emissioni nette dovrebbero essere pari a 28 miliardi. In altre, parole la Bce sembra in grado di sostenere adeguatamente il nostro maggior fabbisogno, e al mercato dovremmo richiedere di rinnovare i titoli in scadenza, oltre a ulteriori 28 miliardi. Uno scenario che, se da un lato lascia relativamente tranquilli, dall'altro desta preoccupazioni perché ci rende totalmente dipendenti dalla Bce.
Tali preoccupazioni aumentano anche alla luce della indisponibilità di altre soluzioni per il finanziamento del nostro fabbisogno. Infatti, ieri Vera Jourova, vice presidente della Commissione, ha dichiarato che la loro proposta per il Recovery fund, attesa per il 6 maggio, è ora prevista per la «seconda o terza settimana di maggio» e l'operatività del fondo per gennaio 2021 è un obiettivo «ambizioso» che, nel linguaggio felpato della burocrazia europea, significa che non partirà mai per quella data.
Ieri è arrivato pure il Financial Times a sollevare il velo sul cumulo di numeri falsi e ipotesi insostenibili millantati dalla Commissione. Finalmente ribadisce che i soldi veri sul tavolo sono molto meno dei 1.000 miliardi di cui si parla, che includono ingannevolmente anche gli investimenti privati che dovrebbero essere «innescati» dai prestiti o sussidi del fondo. Inoltre è molto probabile che i fondi raccolti sul mercato dalla Commissione servano per erogare prestiti anziché sussidi e per l'Italia sarebbe ancora e sempre debito e pure con il guinzaglio corto del creditore privilegiato che vuole essere ripagato a scadenza, mentre il Btp si può sempre rinnovare.
«Super patrimoniale per l’Italia»
Nella loro teutonica efficienza, e nel ben noto spirito di bontà e solidarietà europea, i fratelli tedeschi hanno pensato a tutto: una bella (ulteriore) patrimoniale del 14% da scaraventare addosso agli italiani. Per il nostro bene, si capisce.
Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c'è già. Anzi, ce ne sono più o meno undici, secondo un censimento sommario e forse perfino incompleto: la più devastante è quella sugli immobili (Imu/Tasi), ma l'elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Un anno e mezzo fa (a fine 2018), la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu/Tasi quasi triplicato: con i ben noti effetti sulla liquidità delle famiglie, sulla svalutazione degli immobili, sul crollo del mercato immobiliare.
E allora ecco la pensata dei tedeschi, che naturalmente non hanno alcuna intenzione di fare chissà quale concessione sul Recovery fund, diversamente dai racconti di Giuseppe Conte. Il punto di partenza dei tedeschi è sempre il solito: le nostre famiglie hanno una casa e hanno dei risparmi, dunque l'Italia faccia da sé. Peggio: aggravi la tosatura fiscale. Così, prima la rivista Manager Magazine e poi Focus.de, in una doppia analisi di Daniel Stelter (meritoriamente criticata da Tino Oldani su ItaliaOggi), hanno proposto di far calare la mannaia: una superpatrimoniale del 14% sulla ricchezza privata italiana, praticamente una rapina, per portare il debito pubblico italiano al 60% del Pil teoricamente richiesto dai trattati Ue.
E i tedeschi non si placano, annota Oldani: perché, calcolatrice alla mano, sostengono che anche dopo una stangata del genere, le famiglie italiane resterebbero più ricche delle loro.
La realtà è che il solo fatto che abbia luogo una discussione di questo tipo è tre volte lunare. Una prima volta, perché indica la propensione di alcuni a considerare la ricchezza privata come qualcosa di «sequestrabile» dallo Stato: una logica da regime comunista. Una seconda volta, per i suoi effetti pratici: se si prendesse in considerazione un massacro fiscale di questo tipo, essendo quasi impossibile che una famiglia abbia la liquidità immediatamente disponibile per pagare, si dovrebbe dare corso a una svendita di massa degli immobili. Una cosa rovinosa, prima ancora che inconcepibile. E una terza volta, perché mostra una propensione della Germania al dominio sul resto d'Europa.
Forse - ci permettiamo di ipotizzare - l'ineffabile Stelter non conosce l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? Ecco, lasciando la prima dolorosa domanda alla riflessione storica, sarebbe il caso di riflettere - oggi - sul secondo interrogativo, cioè sugli effetti perversi di questa Ue: si voleva europeizzare la Germania, e invece si è finito per germanizzare l'Europa. Con buona pace di eurolirici e eurofanatici nostrani, incapaci di difendere un minimo di libertà e anche di interesse nazionale.
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Per la Commissione, il Recovery fund non sarà operativo prima di gennaio. Bankitalia nega la necessità del Salvastati e lancia la bomba: se la Germania boccierà il Qe, Angela Merkel potrà mollare il programma.Berlino vuole costringerci a tassare case e conti correnti: stangata del 14% per ridurre il debito pubblico. Il vero risultato sarebbe imporre il dominio teutonico in Europa.Lo speciale contiene due articoliNon sono mancate le sorprese durante le audizioni in commissione Bilancio di Camera e Senato. Fortunatamente, la Banca d'Italia e l'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb) restano ancora due validi presidi per conoscere dati e fatti incontestabili. Bankitalia, rappresentata dal capo del dipartimento economia e statistica, Eugenio Gaiotti, ha fornito dati interessanti circa l'andamento del programma di acquisti di titoli pubblici partito nel 2015 (Pspp), e ci ha confermato il ruolo decisivo che sta svolgendo in queste settimane a sostegno del mercato dei nostri titoli. Al 31 marzo, il loro valore in portafoglio alla Bce è pari a 382 miliardi, di cui 346 detenuti direttamente nel bilancio di Bankitalia. Nel solo mese di marzo, ci sono stati 12 miliardi di acquisti netti. Cosa ancora più rilevante, il nuovo programma Pepp annunciato il 18 marzo per 750 miliardi, al 24 aprile, ha generato acquisti per 96,7 miliardi (di cui non si conosce la ripartizione tra gli Stati). A questo proposito, Gaiotti, rispondendo ad una domanda del presidente Claudio Borghi, ha evidenziato che il programma gode di ampia flessibilità, anche nell'importo massimo, oltre che nella ripartizione tra Stati e nella concentrazione temporale degli interventi. Quindi la Bce dimostra la sua presenza con i fatti.Interessante anche la risposta alla domanda dell'onorevole Luigi Marattin, tesa a comprendere se il Mes «senza condizioni» di cui si millanta l'esistenza fosse condizione necessaria, ancorché non sufficiente, per accedere al programma di acquisti illimitato di titoli pubblici (Omt) della Bce. E qui l'asciutta prosa di Gaiotti ha avuto l'effetto di un bulldozer. Ha dapprima affermato che «il Mes (quello fantomatico, ndr) non è arrivato alla fase operativa», ammettendo quindi che non sono sufficienti due righe di un comunicato stampa di un Consiglio europeo per dargli rango di trattato; ha poi aggiunto che comunque il programma Omt è stato pensato per esigenze diverse, e cioè «situazioni di crisi specifica», e non per uno shock economico simmetrico come quello in atto. Con ciò mettendo una definitiva pietra tombale su una delle presunte virtù salvifiche del Mes, tanto decantate da Marattin stesso e da altri commentatori.Ma il clou è arrivato quando Gaiotti ha risposto a una domanda di Borghi, finalizzata a comprendere se Bankitalia avesse un piano per fronteggiare un'eventuale decisione della Corte costituzionale tedesca avversa al Pspp, attesa per il 5 maggio. Gaiotti ha affermato che si tratta di un tema già superato grazie a una sentenza della Corte europea e che la decisione della Corte tedesca, quale essa sia, «riguarda solo la Germania». Aprendo con ciò uno scenario con risvolti potenzialmente distruttivi dell'Eurozona. Gaiotti non può non sapere che se la Bundesbank fosse obbligata ad astenersi dagli acquisti verrebbe meno il principale braccio operativo del programma App. Cosa accadrebbe? Avremmo una Bce che opera senza la Germania e, in prospettiva, un euro senza la Germania? Si può quindi segmentare l'Eurozona a discrezione di un partecipante? Una bomba a orologeria pare pronta a esplodere. Non meno rilevanti le osservazioni del presidente dell'Upb, Giuseppe Pisauro, che ha illustrato due scenari circa la situazione delle emissioni dei nostri titoli pubblici, in relazione al programma di acquisti della Bce. Nel 2020, a fronte di emissioni lorde per 550 miliardi (inclusive dei rimborsi per 372 miliardi), gli acquisti e i reinvestimenti della Bce potrebbero essere pari a 195 miliardi, e quindi residuerebbero ancora 355 miliardi di emissioni lorde da collocare sul mercato. Le emissioni nette dovrebbero essere pari a 28 miliardi. In altre, parole la Bce sembra in grado di sostenere adeguatamente il nostro maggior fabbisogno, e al mercato dovremmo richiedere di rinnovare i titoli in scadenza, oltre a ulteriori 28 miliardi. Uno scenario che, se da un lato lascia relativamente tranquilli, dall'altro desta preoccupazioni perché ci rende totalmente dipendenti dalla Bce.Tali preoccupazioni aumentano anche alla luce della indisponibilità di altre soluzioni per il finanziamento del nostro fabbisogno. Infatti, ieri Vera Jourova, vice presidente della Commissione, ha dichiarato che la loro proposta per il Recovery fund, attesa per il 6 maggio, è ora prevista per la «seconda o terza settimana di maggio» e l'operatività del fondo per gennaio 2021 è un obiettivo «ambizioso» che, nel linguaggio felpato della burocrazia europea, significa che non partirà mai per quella data.Ieri è arrivato pure il Financial Times a sollevare il velo sul cumulo di numeri falsi e ipotesi insostenibili millantati dalla Commissione. Finalmente ribadisce che i soldi veri sul tavolo sono molto meno dei 1.000 miliardi di cui si parla, che includono ingannevolmente anche gli investimenti privati che dovrebbero essere «innescati» dai prestiti o sussidi del fondo. Inoltre è molto probabile che i fondi raccolti sul mercato dalla Commissione servano per erogare prestiti anziché sussidi e per l'Italia sarebbe ancora e sempre debito e pure con il guinzaglio corto del creditore privilegiato che vuole essere ripagato a scadenza, mentre il Btp si può sempre rinnovare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-vigilanza-smonta-le-bugie-sul-mes-e-gli-aiuti-ue-slittano-a-chissa-quando-2645875349.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="super-patrimoniale-per-litalia" data-post-id="2645875349" data-published-at="1588187192" data-use-pagination="False"> «Super patrimoniale per l’Italia» Nella loro teutonica efficienza, e nel ben noto spirito di bontà e solidarietà europea, i fratelli tedeschi hanno pensato a tutto: una bella (ulteriore) patrimoniale del 14% da scaraventare addosso agli italiani. Per il nostro bene, si capisce. Premessa doverosa. In Italia (purtroppo) la patrimoniale c'è già. Anzi, ce ne sono più o meno undici, secondo un censimento sommario e forse perfino incompleto: la più devastante è quella sugli immobili (Imu/Tasi), ma l'elenco è interminabile. Bollo auto; canone radio tv; diritti catastali; imposta di bollo; imposta di registro e sostitutiva; imposta ipotecaria; imposta sul patrimonio netto delle imprese; imposta su imbarcazioni e aeromobili; imposta su transazioni finanziarie; imposta su successioni e donazioni. Un anno e mezzo fa (a fine 2018), la Cgia di Mestre aveva stimato un gettito di 47,5 miliardi annui, il 2,7% del Pil, il doppio di quanto si era versato nel 1990 (1,3%). E il contributo di Mario Monti nel 2011 resta indimenticabile, con il macigno Imu/Tasi quasi triplicato: con i ben noti effetti sulla liquidità delle famiglie, sulla svalutazione degli immobili, sul crollo del mercato immobiliare. E allora ecco la pensata dei tedeschi, che naturalmente non hanno alcuna intenzione di fare chissà quale concessione sul Recovery fund, diversamente dai racconti di Giuseppe Conte. Il punto di partenza dei tedeschi è sempre il solito: le nostre famiglie hanno una casa e hanno dei risparmi, dunque l'Italia faccia da sé. Peggio: aggravi la tosatura fiscale. Così, prima la rivista Manager Magazine e poi Focus.de, in una doppia analisi di Daniel Stelter (meritoriamente criticata da Tino Oldani su ItaliaOggi), hanno proposto di far calare la mannaia: una superpatrimoniale del 14% sulla ricchezza privata italiana, praticamente una rapina, per portare il debito pubblico italiano al 60% del Pil teoricamente richiesto dai trattati Ue. E i tedeschi non si placano, annota Oldani: perché, calcolatrice alla mano, sostengono che anche dopo una stangata del genere, le famiglie italiane resterebbero più ricche delle loro. La realtà è che il solo fatto che abbia luogo una discussione di questo tipo è tre volte lunare. Una prima volta, perché indica la propensione di alcuni a considerare la ricchezza privata come qualcosa di «sequestrabile» dallo Stato: una logica da regime comunista. Una seconda volta, per i suoi effetti pratici: se si prendesse in considerazione un massacro fiscale di questo tipo, essendo quasi impossibile che una famiglia abbia la liquidità immediatamente disponibile per pagare, si dovrebbe dare corso a una svendita di massa degli immobili. Una cosa rovinosa, prima ancora che inconcepibile. E una terza volta, perché mostra una propensione della Germania al dominio sul resto d'Europa. Forse - ci permettiamo di ipotizzare - l'ineffabile Stelter non conosce l'aneddoto raccontato da Charles Moore nella sua straordinaria biografia di Margaret Thatcher. Una volta, la Lady di Ferro invitò un gruppo di storici a Chequers, la residenza di campagna del primo ministro inglese, e pose loro un paio di questioni. Primo: come fu possibile che un popolo colto come i tedeschi, negli anni Trenta, accettasse l'avventura nazista? Secondo: quella voglia di espansione, quella propensione a unire l'Europa - ma non nella libertà - potevano riproporsi in futuro, ad esempio attraverso l'economia? Ecco, lasciando la prima dolorosa domanda alla riflessione storica, sarebbe il caso di riflettere - oggi - sul secondo interrogativo, cioè sugli effetti perversi di questa Ue: si voleva europeizzare la Germania, e invece si è finito per germanizzare l'Europa. Con buona pace di eurolirici e eurofanatici nostrani, incapaci di difendere un minimo di libertà e anche di interesse nazionale.
(IStock)
È quanto stabilisce l’ordinanza (n. 33227/2025) emessa dalla sezione quinta della Cassazione civile tributaria depositata in cancelleria il 19 dicembre, come riportato da Italia Oggi.
Il problema è che per il Fisco, finché c’è una proprietà «formale», chi detiene il terreno deve comunque pagare l’Imu. È vero che il Comune ha il bene in mano ma il proprietario è ancora giuridicamente il possessore fino all’esproprio. Quindi deve pagare, non c’è scampo, anche alla luce del fatto che subisce un danno. Il Comune diventa contemporaneamente occupante ed esattore. Questo è il paradosso considerato però normale dalla giurisdizione.
L’obbligo del versamento dell’Imu finisce solo quando subentra l’ablazione del bene, ovvero c’è il trasferimento della proprietà tramite il decreto di esproprio, perché solo in quel momento cessa la soggettività passiva del proprietario.
Il punto di partenza dell’ordinanza è la richiesta da parte del Comune di Salerno a un contribuente di una imposta Imu relativa al 2012 su alcune aree edificabili occupate d’urgenza dall’amministrazione per la realizzazione di opere di interesse pubblico. La Suprema Corte ha quindi chiarito che l’occupazione temporanea d’urgenza di un terreno da parte della pubblica amministrazione non priva il proprietario del possesso del bene sino a quando non intervenga l’ablazione del fondo. Questo vuol dire, precisa la Cassazione, che il proprietario resta soggetto passivo dell’imposta ancorché l’immobile sia detenuto dall’occupante e che la realizzazione di un’opera pubblica su un fondo soggetto di legittima occupazione costituisce un mero fatto che non è in grado di assurgere a titolo dell’acquisto ed è, come tale, inidonea, da sé sola, a determinare il trasferimento della proprietà del fondo in favore della pubblica amministrazione. Questa resta mera detentrice del fondo occupato e trasformato, fermo tuttavia il possesso del proprietario.
Cioè il Comune occupa un terreno, ci fa ciò che vuole e il proprietario non solo deve sottostare a questa decisione, ma anche continuare a pagare l’Imu come se potesse disporre liberamente ancora del proprio bene.
Già nel 2016 la Cassazione si era occupata dei provvedimenti ablatori, cioè degli espropri. Aveva chiarito che l’occupazione temporanea di urgenza, così come la requisizione, non privano il proprietario del possesso del bene, fino a quando non intervenga l’ablazione del bene stesso. Il proprietario così rimane soggetto passivo dell’imposta, cioè deve continuare a pagare l’Imu, anche se l’immobile è detenuto dall’occupante.
Tutto questo discorso però non vale se il Comune ha preso il terreno e magari lo ha recintato e ci sta costruendo sopra e impedisce al proprietario di entrarci. Quindi in questo caso non c’è più il possesso e se la trasformazione del bene è palese, l’Imu non è più dovuta. Nell’ordinanza si fa riferimento al tema della «conservazione del possesso o della detenzione solo animo» che in diritto significa possedere una cosa anche se non viene toccata ogni secondo, non ci si è fisicamente dentro ma si sa che ci si può andare quando si vuole, come può essere la casa al mare. Se questa possibilità è preclusa perché il Comune ha iniziato i lavori, ha transennato l’area impedendo fisicamente l’accesso al proprietario, e l’opera pubblica viene realizzata per cui c’è una trasformazione irreversibile del bene (se ad esempio viene colata una gettata di cemento), allora il legame tra il proprietario e il bene decade. Di conseguenza non essendoci il possesso, non c’è l’obbligo di pagare l’Imu anche se l’esproprio formale non è ancora stato completato. In questo modo l’ordinanza protegge il contribuente contro le pretese di alcuni Comuni che vorrebbero i soldi dell’Imu fino all’ultimo timbro dell’esproprio.
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(IStock)
Questo punto va chiarito. Infatti, la direttiva richiede che vi sia una legge nazionale che sancisce questo divieto di nuovi incentivi alle caldaie a gas, e secondo la Commissione l’Italia non ha promulgato tale legge. In pratica, nel nostro Paese gli incentivi sono stati effettivamente già eliminati dalla legge di bilancio 2025, che ha stralciato le caldaie dagli elementi soggetti alle detrazioni fiscali come ecobonus o bonus ristrutturazione. Ma secondo Bruxelles l’Italia non ha «pienamente attuato né spiegato in modo esauriente» la trasposizione formale di quell’obbligo previsto dalla direttiva, consentendo ad esempio gli incentivi del Conto termico 2.0 per la Pubblica amministrazione. In altre parole, Bruxelles dice che i testi legislativi italiani non hanno chiarito e disciplinato in modo completo l’eliminazione graduale degli incentivi per i generatori autonomi a combustibili fossili (tra cui le caldaie a gas), secondo i criteri e la scadenza previsti dalla Epbd. Questioni di lana caprina, insomma.
La seconda scadenza saltata, invece, ben più importante, è quella del 31 dicembre 2025, data entro cui doveva essere inviata a Bruxelles la bozza del Piano nazionale di ristrutturazione degli edifici (Nbrp - National building renovation plans). La bozza dovrebbe poi essere seguita dalla versione finale entro il 31 dicembre 2026. L’Italia non ha inviato il Piano né è chiaro quando questo verrà inviato. Anche altri grandi Paesi come Francia e Germania temporeggiano.
Nel luglio scorso, la legge di delegazione europea approvata dal Consiglio dei ministri non ha incluso la direttiva Epbd tra i testi da recepire, e a novembre il Parlamento ha respinto alcuni emendamenti che avrebbero inserito il recepimento nel disegno di legge.
Questa legge è il veicolo parlamentare solitamente utilizzato per delegare il governo a recepire le direttive. Lo stralcio esplicito della direttiva «Case green» significa che per il suo recepimento sarà necessario un disegno di legge ad hoc, cosa che può prolungare i tempi anche di molto. Ma del resto la ragione è piuttosto chiara. La direttiva tocca argomenti delicatissimi come la proprietà privata delle abitazioni, un tema molto sensibile nel nostro Paese.
Il recepimento della direttiva potrebbe essere anche frazionato in diverse norme parziali, a questo punto, con ulteriore allungamento dei tempi. Ma anche in Germania la direttiva viene recepita attraverso norme parziali e non con una legge ad hoc.
Può darsi che sia proprio questa la strategia del governo, cioè prendere tempo in attesa di capire come soffia il vento politico a Bruxelles, dove la maggioranza Ursula scricchiola, o annacquare le disposizioni.
Il recepimento della direttiva Epbd è affidato al ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, guidato da Gilberto Pichetto Fratin. La direttiva impone agli Stati una serie di obiettivi di miglioramento delle prestazioni energetiche scandite fino al 2050, con l’obbligo di intervenire prioritariamente sugli edifici oggi più inefficienti (quelli nelle classi energetiche più basse). Le stime sui costi di una ristrutturazione, secondo i criteri richiesti dalla direttiva, vanno dai 35.000 a 60.000 euro per unità immobiliare, con un impatto cumulato per i proprietari italiani di circa 267 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
A questo si aggiunge l’inasprimento di requisiti tecnici, con la revisione degli attestati di prestazione energetica, standard più severi per nuove costruzioni e ristrutturazioni rilevanti e l’introduzione progressiva degli edifici a emissioni zero. Una cornice che restringe ulteriormente la libertà progettuale e tecnologica, imponendo obblighi come l’integrazione del fotovoltaico anche in contesti in cui la fattibilità e la reale utilità sono come minimo discutibili.
Infine, la direttiva rafforza il monitoraggio dei consumi energetici e introduce nuova burocrazia come i cosiddetti «passaporti di ristrutturazione», presentati come supporto alla pianificazione. Nella sostanza, si tratta di un ulteriore livello di adempimenti, controllo e burocrazia che rischia di trasformare la gestione degli immobili in un inferno. Il solito groviglio made in Bruxelles dal quale c’è solo da sperare di restare immuni.
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La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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