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2026-01-02
La strage degli innocenti
Getty Images
È la notte di Capodanno, il locale è pieno di ragazzi, la musica, le voci, le risate. All’improvviso, le fiamme: lingue di fuoco che avvolgono il soffitto, prima dietro il bancone del bar e, in pochi secondi, su tutti gli arredi. I ragazzi non se ne accorgono subito, non capiscono cosa stia accadendo, qualcuno riprende i primi istanti con il cellulare e, in sottofondo, le voci sono ancora di festa.
Qualche attimo dopo il locale si trasforma in una trappola mortale: il fuoco si propaga velocemente, tutti lasciano i tavoli gridando di terrore e cercano le scale che portano all’esterno, avvolti dal fumo sempre più denso. Si calpestano, si ostacolano a vicenda, atterriti, si feriscono. Poi qualcosa nel locale esplode, un boato fortissimo forse due e la tragedia diventa una strage.
Sono 47 i morti e oltre 115 i feriti, molti dei quali gravi, nella tragedia di Crans-Montana località sciistica del Canton Gallese in Svizzera frequentatissima in questa stagione da turisti che arrivano da tanti Paesi diversi. Intorno all’1.30 della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, forse a causa di alcune candeline accese e posizionate sui tappi delle bottiglie di spumante, il soffitto del bar discoteca Le Constellation, nel centro del paese, ha preso fuoco mentre era in corso una serata di Capodanno dedicata ai giovanissimi. Il longue bar è una struttura nota in paese, aperta da anni, molto frequentata dai ragazzi che arrivano anche dalle località vicine. È un locale a due piani: a quello terreno c’è una terrazza chiusa e coperta che affaccia direttamente sulla via. Da lì si accede al piano seminterrato, dove si stava svolgendo la festa. All’interno, secondo le testimonianze, c’erano circa 200 persone, quasi tutte sedute ai tavoli, e tanti ragazzi erano in fila, fuori al freddo, ancora in attesa di entrare.
Secondo uno dei primi racconti di ieri, quello di due giovani francesi che hanno parlato alla tv transalpina Bfm, le fiamme sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne che avrebbero appiccato il fuoco al soffitto in legno. «Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco e nel giro di poche decine di secondi tutto era in fiamme», hanno spiegato le due giovani che sono riuscite a mettersi in salvo. «Abbiamo cominciato a vedere del fumo e delle fiamme molto alte, ho provato a fuggire ma non riuscivamo ad uscire dalla porta», ha raccontato un altro giovane testimone, «c’era il caos, ho messo un tavolo a terra per proteggermi e per evitare che le persone in fuga mi schiacciassero, ho pensato che sarei morto così. Poi ho capito che l’unico modo per uscire era rompere una finestra, l’ho fatto e mi sono ritrovato fuori senza scarpe e senza vestiti».
Fuori del locale, dopo lo scoppio, una scena surreale: decine di persone a terra, bruciate sul corpo e sul volto, alcune senza vita. «L’aria era irrespirabile, tanti ragazzi insanguinati senza vestiti, stavano riversi sul marciapiede con i volti nascosti», racconta chi si è trovato davanti alla tragedia.
L’allarme che ha avvisato le forze dell’ordine dell’incendio è stato lanciato da una persona che abita accanto al locale: «I soccorsi sono arrivati in pochi minuti e molto rapidamente è stato attivato il dispositivo di sicurezza per fare in modo che gli agenti potessero agire al meglio», ha spiegato il capo della polizia del Canton Gallese, Frederic Gisler, in conferenza stampa, «Per prima cosa abbiamo soccorso le vittime e le abbiamo smistate nei quattro ospedali della zona, poi i vigili del fuoco hanno circondato l’area e abbiamo attivato un numero verde per le famiglie dei dispersi e un servizio di supporto psicologico per i feriti e i loro familiari». La macchina dei soccorsi è stata efficiente: solo nelle prime ore dopo la tragedia erano già in attività dieci elicotteri, 40 ambulanze e oltre 150 sanitari. Ma lo strazio non è finito per le tante famiglie che restano in attesa di notizie dai loro cari. «Purtroppo il lavoro di identificazione delle vittime sarà lungo e richiederà molto tempo perché molti corpi sono carbonizzati o con ustioni gravissime», ha chiarito ancora il capo della polizia, mentre sulle cause che hanno scatenato l’incendio è stata aperta una inchiesta.
Quello che appare certo è che il fuoco si sia propagato velocemente perché l’incendio è scoppiato all’interno di un locale chiuso e ha provocato a sua volta l’esplosione, un fenomeno ad altissimo impatto definito con il termine tecnico «flashover», ossia il passaggio improvviso da un incendio localizzato in uno spazio chiuso a uno più ampio.
Secondo quanto riportato dal quotidiano Corse Matin i proprietari e gestori de Le Constellation sarebbero una coppia di francesi originari della Corsica, Jessica e Jacques Moretti. A quanto risulta, la donna, proprietaria anche di un altro locale nella zona, era all’interno del bar quando è scoppiato l’incendio ed è rimasta ferita a un braccio. «Quello che è accaduto è tra le peggiori tragedie del nostro Paese e ci impegneremo al massimo per capire le cause e le responsabilità», ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica che ha invitato turisti e sciatori a prestare particolare attenzione nei prossimi giorni e ad adottare comportamenti prudenti al fine di non impegnare i soccorsi e le unità operative degli ospedali in nuove emergenze. Dichiarati cinque giorni di lutto «per rispetto alle vittime».
Dispersi 6 connazionali, 13 ricoverati. Tajani oggi sul luogo dell’ecatombe
La notizia dell’esplosione e i telefoni che squillano a vuoto. È questa la rappresentazione plastica dell’incubo di ogni genitore, incubo divenuto realtà per decine di loro nella notte del primo gennaio 2026. La Farnesina è al lavoro ma ci vorranno giorni per avere numero e nomi precisi dei morti nella tragica esplosione di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. Lo ha spiegato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado accorso sul posto: «L’accertamento delle vittime richiederà dei giorni a causa delle gravi ustioni subite dalle persone che si trovavano all’interno del locale».
A dilaniare i parenti dei dispersi è soprattutto l’incertezza, le prime notizie trapelate parlavano di un numero di italiani coinvolti ben superiore a 19. Molti minorenni, i più grandi superano appena i 25 anni. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che questa mattina si recherà a Crans Montana, ha disposto l’allestimento di una piccola unità di crisi del consolato generale di Ginevra sul posto «per rispondere alle domande dei connazionali ma anche per assistere le famiglie».
Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tenuta in costante aggiornamento dal vicepremier Tajani, al mattino ha espresso, a titolo personale e a nome del governo, le più sentite condoglianze per il drammatico incendio ringraziando le risorse della Protezione civile operative ed esprimendo la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici.
Dieci i nomi dei dispersi raccolti dalle prime testimonianze dei familiari che hanno raggiunto il centro per avere notizie, ma ieri sera erano in sei a risultare dispersi: Achille Osvaldo Giovanni Barosi (nato il 17 luglio del 2009), Riccardo Minghetti (02/09/2009), Chiara Costanzo (05/06/2009), Giovanni Raggini (26/09/1997), Giovanni Tamburi (21/12/2009), Giuliano Biasini. Tredici fin qui i ricoverati, molti di questi gravi. Leonardo Bove, Alessandra Galli De Min ed Eleonora Palmieri nel nosocomio di Sion, Antonio Lucia e Filippo Leone Grassi all’ospedale di Losanna, Francesca Nota in quello di Zurigo, Manfredi Marcucci nell’ospedale di Sion e Talingdan Kian Kaiser. Tragica la sorte di un gruppetto di sedicenni milanesi che, come gli altri, avevano raggiunto il locale Le Constellation per festeggiare il Capodanno. Una di loro è in coma all’ospedale di Zurigo, un altro è stato trasportato con l’elicottero a Zurigo con diverse ustioni alla testa e a una mano. Gli altri tre si sono salvati perché non sono stati fatti entrare.
«Mi hanno respinto all’ingresso e ho deciso di prendere il bus che stava passando in quel momento per andare al Montana (un altro locale)», ha raccontato un ragazzo ai microfoni di Rainews. Un altro, Battista Medde di Oliena ha risposto alle domande del Messaggero: «Dovevo andare anch’io ma ho preferito un altro locale dove si poteva entrare gratuitamente, visto che La Constellation aveva un biglietto di ingresso». Poi ha spiegato: «Io sono italiano e ho sempre frequentato quel locale, tanti italiani vanno là perché è un locale che chiudeva abbastanza tardi, che aveva il biliardo e le freccette e lo spazio era abbastanza grande per stare tutti insieme».
Guido Bertolaso, che dopo aver guidato la Protezione civile oggi è assessore al Welfare della Regione Lombardia, ai cronisti ha detto: «Ci sono altri due giovanissimi italiani ricoverati negli ospedali di Zurigo e Berna che però al momento non sono trasportabili per le gravi condizioni». Bertolaso illustra ai cronisti anche le condizioni di salute del primo ferito italiano arrivato al Niguarda la cui situazione sarebbe seria e per il quale il primo bollettino è stato emesso dopo le 20 insieme a quello di altri due connazionali, anch’essi giovani come la prima vittima, che hanno raggiunto anche loro l’ospedale milanese in serata, tutti intubati e con ustioni stimate tra il 30 e il 40% del corpo. Tra i feriti arrivati anche una donna: «Era cosciente e le sue condizioni non apparivano particolarmente critiche. So che ha subito un fortissimo trauma, probabilmente toracico stava mentre uscendo di corsa come tutti gli altri per salvarsi. Ha anche delle ustioni ma non mi sono sembrano gravissime. Sono arrivati anche altri due ragazzi che adesso stanno facendo il triage», ha spiegato Bertolaso.
Le notizie, tuttavia, arrivano confuse tanto che l’ex uomo forte della Protezione civile nazionale precisa: «Siccome sappiamo che ci sono altri italiani, stiamo facendo il censimento da un lato per sapere tutti quelli che sono ricoverati negli ospedali del Paese svizzero e poi per capire con il “team” di medici esperti che dovrebbe partire nella notte chi può essere trasportato, lo prendiamo e lo portiamo subito qui».
«Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l’elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina», ha aggiunto l’ambasciatore italiano Cornado, che al Tg4 ha spiegato: «Ci manca questo dato: l’elenco dei feriti e dove sono ricoverati».
Anche la Commissione europea, al pomeriggio, si espone per proporre il suo aiuto: «Profondamente rattristata dall’incendio a Crans-Montana. I miei pensieri sono con le vittime, le loro famiglie e tutti coloro che sono stati colpiti. Stiamo collaborando con le autorità svizzere per fornire assistenza medica alle vittime attraverso il Meccanismo di Protezione civile dell’Ue. L’Europa è pienamente solidale con la Svizzera», ha scritto su X il presidente Ursula Von der Leyen.
La discoteca era in un seminterrato. Una trappola con un’unica via d’uscita
Centinaia di persone in un seminterrato con una sola scala per risalire all’esterno. Una uscita di sicurezza sul fondo del locale, ma poco segnalata. Il soffitto in legno, i materiali non ignifughi e i giochi pirotecnici con le «stelle di natale» infilate nelle bottiglie di champagne per fare festa. Ci sarebbero anche questi tra gli elementi che hanno trasformato la festa di capodanno nell’apres- ski Le Constellation, meglio conosciuto come Le Conste, in una strage di giovani, rimasti intrappolati e bruciati vivi all’interno della discoteca più nota di Crans-Montana.
Sulle dinamiche dell’accaduto è stata aperta una inchiesta e il procuratore generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha annunciato l’avvio di una indagine per accertare cause e responsabilità. I racconti dei giovani che si sono salvati insistono, però, tutti, su alcuni fatti drammatici: l’utilizzo delle candeline scintillanti nella sala con il soffitto in legno, i pochi secondi passati tra le prime fiamme e la strage e la difficoltà dei presenti a raggiungere l’uscita per mettersi in salvo.
«Poco prima che scoppiasse l’incendio ho visto ragazze del servizio che portavano ai tavoli le bottiglie con dentro le candeline scintillanti», racconta uno dei giovani che si è salvato. «A un certo punto, uno dei clienti a cui era stata servita la bottiglia è salito sulle spalle di un amico, tenendo la bottiglia in mano e alzando le braccia ha quasi toccato il soffitto», racconta un altro «e pochi secondi dopo, tutto era avvolto dalle fiamme». Ma come è possibile? In gergo tecnico di chiama «flashover» e si tratta di un rogo che divampa velocemente in un locale chiuso e che crea esplosioni a ripetizione, senza lasciare scampo a chi si trova all’interno. Non serve una fiamma libera, per avviarlo bastano le temperature elevatissime e la concentrazione di materiali infiammabili, la reazione a catena che si innesca è incontrollabile e la temperatura sale così rapidamente da non lasciare ai presenti il tempo di fuggire. Le Constellation è aperto dal 2015, dopo una completa ristrutturazione che lo ha trasformato da locale fatiscente in meta chic delle vacanze sulla neve. Al piano seminterrato, che è il cuore del locale, tra schermi, luci psichedeliche e dj set, la pratica delle candeline pirotecniche, come dimostrano alcuni video girati nel locale, era usuale e quindi evidentemente, ritenuta sicura, nonostante l’ambiente senza sbocchi diretti sull’esterno.
Poi c’è la questione della scala e dell’uscita di sicurezza e, anche in questo caso, i racconti dei superstiti lasciano attoniti. Come quello di tre amici che quella sera dovevano festeggiare a Le Conste ma, all’ultimo momento, hanno rinunciato perché fuori dal locale c’erano decine di giovani in fila per entrare: «Appena è scoppiato l’incendio, i body guard che erano all’ingresso sono stati avvisati e sono scesi di sotto», raccontano, «a quel punto quelli che erano in fila ne hanno approfittato per riversarsi dentro ostacolando la fuga di chi tentava disperatamente di uscire per salvarsi la vita». Un altro testimone ha raccontato di essere passato nei pressi del locale proprio dopo lo scoppio dell’incendio e di aver visto «decine di giovani accalcati che cercavano di uscire dal locale senza riuscirci» mentre il fuoco devastava i loro corpi.
A quanto risulta sulle piattaforme di promozione turistica, Le Conste non brillava alla voce «sicurezza»: aveva collezionato alcune recensioni negative. Da ieri, inoltre, le pagine social del locale sono state chiuse.
Aiuti dall’Italia, ustionati al Niguarda
«Se le autorità elvetiche dovessero farne richiesta, attraverso il nostro ministero degli Affari esteri, non esiteremmo a dichiarare lo stato di mobilitazione nazionale delle nostre strutture di Protezione civile a supporto di quelle operative in Svizzera»: così il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha voluto ribadire lo sforzo straordinario che le autorità e i soccorritori italiani hanno fin da subito messo in campo per assistere la Svizzera nelle operazioni di soccorso a Crans-Montana. Fin da subito, infatti, Regione Lombardia si è prontamente messa a disposizione per «accogliere i giovani rimasti feriti nella notte nel tragico incidente mettendo a disposizione tutte le competenze e le risorse necessarie», hanno fatto sapere da Palazzo Lombardia con una nota. Ieri sera sono stati trasferiti in Italia i primi pazienti coinvolti nel rogo: si tratta di tre connazionali portati al centro grandi ustioni del Niguarda di Milano, dopo sono stati resi disponibili 18 posti letto. Lo ha riferito a Rainews 24 il direttore del Cross 118, Andrea Nicolini. «Sono intubati e hanno ustioni sul 30-40% del corpo, non sappiamo se sono lombardi», ha aggiunto l’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, accettiamo e siamo pronti a farci carico di feriti di qualsiasi nazionalità. Manderemo un team di nostri esperti di grandi ustioni che gireranno tutti gli ospedali della Svizzera per controllare tutti i nostri connazionali. Manderemo anche un team di psicologi per i genitori dei ragazzi ricoverati negli ospedali e per quelli ancora non riconosciuti». Solidarietà lombarda ribadita, ieri sera, anche dal governatore Attilio Fontana. Anche una squadra del soccorso alpino valdostano sta operando nella cittadina svizzera: da Aosta è partito all’alba di ieri un elicottero della Protezione civile regionale con a bordo i tecnici del soccorso alpino e un medico.
E pure il Piemonte è sceso in campo: «Abbiamo attivato il nostro sistema sanitario, offrendo posti letto per ricoverare i pazienti negli ospedali del nord del Piemonte, medici e personale sanitario in grado di gestire situazioni di emergenza Azienda zero è già in contatto con i diversi soggetti interessati per mettere a disposizione gli elicotteri del servizio regionale di elisoccorso per il trasporto di eventuali pazienti critici negli ospedali regionali sulla base delle richieste che perverranno dal ministero degli Esteri e dagli organi sanitari europei. Anche il nostro sistema di Protezione civile è pronto a collaborare», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. L’Emilia-Romagna ha messo a disposizione 50 posti di terapia intensiva, da Genova è pronto a partire un expert-team per le grandi ustioni.
«Vogliamo ringraziare Italia, Francia e Germania per l’aiuto dopo la tragedia», ha commentato commosso Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica, in conferenza stampa.
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Un incendio improvviso divora un locale esclusivo di Crans-Montana, tempio dello sci, durante la festa di Capodanno frequentata da under 17. Quasi 50 vittime, però riconoscere i corpi è complicato. Un centinaio i feriti con gravi ustioni, trasferiti pure a Milano.Farnesina al lavoro per gestire l’emergenza e dare tutte le informazioni possibili ai parenti. Bertolaso: «Stiamo facendo un censimento per capire quanti sono coinvolti». Meloni: «Sto seguendo la situazione».Le candeline avrebbero innescato il «flashover», la propagazione fulminea delle fiamme.Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia subito in campo per assistere la Confederazione. Primi trasferimenti a Milano. Musumeci: «Siamo pronti alla mobilitazione nazionale».Lo speciale contiene quattro articoli.È la notte di Capodanno, il locale è pieno di ragazzi, la musica, le voci, le risate. All’improvviso, le fiamme: lingue di fuoco che avvolgono il soffitto, prima dietro il bancone del bar e, in pochi secondi, su tutti gli arredi. I ragazzi non se ne accorgono subito, non capiscono cosa stia accadendo, qualcuno riprende i primi istanti con il cellulare e, in sottofondo, le voci sono ancora di festa.Qualche attimo dopo il locale si trasforma in una trappola mortale: il fuoco si propaga velocemente, tutti lasciano i tavoli gridando di terrore e cercano le scale che portano all’esterno, avvolti dal fumo sempre più denso. Si calpestano, si ostacolano a vicenda, atterriti, si feriscono. Poi qualcosa nel locale esplode, un boato fortissimo forse due e la tragedia diventa una strage.Sono 47 i morti e oltre 115 i feriti, molti dei quali gravi, nella tragedia di Crans-Montana località sciistica del Canton Gallese in Svizzera frequentatissima in questa stagione da turisti che arrivano da tanti Paesi diversi. Intorno all’1.30 della notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio, forse a causa di alcune candeline accese e posizionate sui tappi delle bottiglie di spumante, il soffitto del bar discoteca Le Constellation, nel centro del paese, ha preso fuoco mentre era in corso una serata di Capodanno dedicata ai giovanissimi. Il longue bar è una struttura nota in paese, aperta da anni, molto frequentata dai ragazzi che arrivano anche dalle località vicine. È un locale a due piani: a quello terreno c’è una terrazza chiusa e coperta che affaccia direttamente sulla via. Da lì si accede al piano seminterrato, dove si stava svolgendo la festa. All’interno, secondo le testimonianze, c’erano circa 200 persone, quasi tutte sedute ai tavoli, e tanti ragazzi erano in fila, fuori al freddo, ancora in attesa di entrare.Secondo uno dei primi racconti di ieri, quello di due giovani francesi che hanno parlato alla tv transalpina Bfm, le fiamme sarebbero partite da candeline accese su bottiglie di champagne che avrebbero appiccato il fuoco al soffitto in legno. «Una delle candeline è stata avvicinata troppo al soffitto, che ha preso fuoco e nel giro di poche decine di secondi tutto era in fiamme», hanno spiegato le due giovani che sono riuscite a mettersi in salvo. «Abbiamo cominciato a vedere del fumo e delle fiamme molto alte, ho provato a fuggire ma non riuscivamo ad uscire dalla porta», ha raccontato un altro giovane testimone, «c’era il caos, ho messo un tavolo a terra per proteggermi e per evitare che le persone in fuga mi schiacciassero, ho pensato che sarei morto così. Poi ho capito che l’unico modo per uscire era rompere una finestra, l’ho fatto e mi sono ritrovato fuori senza scarpe e senza vestiti».Fuori del locale, dopo lo scoppio, una scena surreale: decine di persone a terra, bruciate sul corpo e sul volto, alcune senza vita. «L’aria era irrespirabile, tanti ragazzi insanguinati senza vestiti, stavano riversi sul marciapiede con i volti nascosti», racconta chi si è trovato davanti alla tragedia.L’allarme che ha avvisato le forze dell’ordine dell’incendio è stato lanciato da una persona che abita accanto al locale: «I soccorsi sono arrivati in pochi minuti e molto rapidamente è stato attivato il dispositivo di sicurezza per fare in modo che gli agenti potessero agire al meglio», ha spiegato il capo della polizia del Canton Gallese, Frederic Gisler, in conferenza stampa, «Per prima cosa abbiamo soccorso le vittime e le abbiamo smistate nei quattro ospedali della zona, poi i vigili del fuoco hanno circondato l’area e abbiamo attivato un numero verde per le famiglie dei dispersi e un servizio di supporto psicologico per i feriti e i loro familiari». La macchina dei soccorsi è stata efficiente: solo nelle prime ore dopo la tragedia erano già in attività dieci elicotteri, 40 ambulanze e oltre 150 sanitari. Ma lo strazio non è finito per le tante famiglie che restano in attesa di notizie dai loro cari. «Purtroppo il lavoro di identificazione delle vittime sarà lungo e richiederà molto tempo perché molti corpi sono carbonizzati o con ustioni gravissime», ha chiarito ancora il capo della polizia, mentre sulle cause che hanno scatenato l’incendio è stata aperta una inchiesta.Quello che appare certo è che il fuoco si sia propagato velocemente perché l’incendio è scoppiato all’interno di un locale chiuso e ha provocato a sua volta l’esplosione, un fenomeno ad altissimo impatto definito con il termine tecnico «flashover», ossia il passaggio improvviso da un incendio localizzato in uno spazio chiuso a uno più ampio.Secondo quanto riportato dal quotidiano Corse Matin i proprietari e gestori de Le Constellation sarebbero una coppia di francesi originari della Corsica, Jessica e Jacques Moretti. A quanto risulta, la donna, proprietaria anche di un altro locale nella zona, era all’interno del bar quando è scoppiato l’incendio ed è rimasta ferita a un braccio. «Quello che è accaduto è tra le peggiori tragedie del nostro Paese e ci impegneremo al massimo per capire le cause e le responsabilità», ha dichiarato il presidente della Confederazione elvetica che ha invitato turisti e sciatori a prestare particolare attenzione nei prossimi giorni e ad adottare comportamenti prudenti al fine di non impegnare i soccorsi e le unità operative degli ospedali in nuove emergenze. Dichiarati cinque giorni di lutto «per rispetto alle vittime».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strage-degli-innocenti-2674842238.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dispersi-6-connazionali-13-ricoverati-tajani-oggi-sul-luogo-dellecatombe" data-post-id="2674842238" data-published-at="1767336781" data-use-pagination="False"> Dispersi 6 connazionali, 13 ricoverati. Tajani oggi sul luogo dell’ecatombe La notizia dell’esplosione e i telefoni che squillano a vuoto. È questa la rappresentazione plastica dell’incubo di ogni genitore, incubo divenuto realtà per decine di loro nella notte del primo gennaio 2026. La Farnesina è al lavoro ma ci vorranno giorni per avere numero e nomi precisi dei morti nella tragica esplosione di Capodanno a Crans-Montana, in Svizzera. Lo ha spiegato l’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado accorso sul posto: «L’accertamento delle vittime richiederà dei giorni a causa delle gravi ustioni subite dalle persone che si trovavano all’interno del locale».A dilaniare i parenti dei dispersi è soprattutto l’incertezza, le prime notizie trapelate parlavano di un numero di italiani coinvolti ben superiore a 19. Molti minorenni, i più grandi superano appena i 25 anni. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che questa mattina si recherà a Crans Montana, ha disposto l’allestimento di una piccola unità di crisi del consolato generale di Ginevra sul posto «per rispondere alle domande dei connazionali ma anche per assistere le famiglie».Il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, tenuta in costante aggiornamento dal vicepremier Tajani, al mattino ha espresso, a titolo personale e a nome del governo, le più sentite condoglianze per il drammatico incendio ringraziando le risorse della Protezione civile operative ed esprimendo la propria vicinanza ai familiari delle vittime, ai feriti, alle istituzioni e al popolo elvetici.Dieci i nomi dei dispersi raccolti dalle prime testimonianze dei familiari che hanno raggiunto il centro per avere notizie, ma ieri sera erano in sei a risultare dispersi: Achille Osvaldo Giovanni Barosi (nato il 17 luglio del 2009), Riccardo Minghetti (02/09/2009), Chiara Costanzo (05/06/2009), Giovanni Raggini (26/09/1997), Giovanni Tamburi (21/12/2009), Giuliano Biasini. Tredici fin qui i ricoverati, molti di questi gravi. Leonardo Bove, Alessandra Galli De Min ed Eleonora Palmieri nel nosocomio di Sion, Antonio Lucia e Filippo Leone Grassi all’ospedale di Losanna, Francesca Nota in quello di Zurigo, Manfredi Marcucci nell’ospedale di Sion e Talingdan Kian Kaiser. Tragica la sorte di un gruppetto di sedicenni milanesi che, come gli altri, avevano raggiunto il locale Le Constellation per festeggiare il Capodanno. Una di loro è in coma all’ospedale di Zurigo, un altro è stato trasportato con l’elicottero a Zurigo con diverse ustioni alla testa e a una mano. Gli altri tre si sono salvati perché non sono stati fatti entrare.«Mi hanno respinto all’ingresso e ho deciso di prendere il bus che stava passando in quel momento per andare al Montana (un altro locale)», ha raccontato un ragazzo ai microfoni di Rainews. Un altro, Battista Medde di Oliena ha risposto alle domande del Messaggero: «Dovevo andare anch’io ma ho preferito un altro locale dove si poteva entrare gratuitamente, visto che La Constellation aveva un biglietto di ingresso». Poi ha spiegato: «Io sono italiano e ho sempre frequentato quel locale, tanti italiani vanno là perché è un locale che chiudeva abbastanza tardi, che aveva il biliardo e le freccette e lo spazio era abbastanza grande per stare tutti insieme».Guido Bertolaso, che dopo aver guidato la Protezione civile oggi è assessore al Welfare della Regione Lombardia, ai cronisti ha detto: «Ci sono altri due giovanissimi italiani ricoverati negli ospedali di Zurigo e Berna che però al momento non sono trasportabili per le gravi condizioni». Bertolaso illustra ai cronisti anche le condizioni di salute del primo ferito italiano arrivato al Niguarda la cui situazione sarebbe seria e per il quale il primo bollettino è stato emesso dopo le 20 insieme a quello di altri due connazionali, anch’essi giovani come la prima vittima, che hanno raggiunto anche loro l’ospedale milanese in serata, tutti intubati e con ustioni stimate tra il 30 e il 40% del corpo. Tra i feriti arrivati anche una donna: «Era cosciente e le sue condizioni non apparivano particolarmente critiche. So che ha subito un fortissimo trauma, probabilmente toracico stava mentre uscendo di corsa come tutti gli altri per salvarsi. Ha anche delle ustioni ma non mi sono sembrano gravissime. Sono arrivati anche altri due ragazzi che adesso stanno facendo il triage», ha spiegato Bertolaso.Le notizie, tuttavia, arrivano confuse tanto che l’ex uomo forte della Protezione civile nazionale precisa: «Siccome sappiamo che ci sono altri italiani, stiamo facendo il censimento da un lato per sapere tutti quelli che sono ricoverati negli ospedali del Paese svizzero e poi per capire con il “team” di medici esperti che dovrebbe partire nella notte chi può essere trasportato, lo prendiamo e lo portiamo subito qui».«Le autorità svizzere mi hanno promesso che mi forniranno l’elenco degli italiani feriti stasera, al massimo domani mattina, e lo condividerò immediatamente con la Farnesina», ha aggiunto l’ambasciatore italiano Cornado, che al Tg4 ha spiegato: «Ci manca questo dato: l’elenco dei feriti e dove sono ricoverati».Anche la Commissione europea, al pomeriggio, si espone per proporre il suo aiuto: «Profondamente rattristata dall’incendio a Crans-Montana. I miei pensieri sono con le vittime, le loro famiglie e tutti coloro che sono stati colpiti. Stiamo collaborando con le autorità svizzere per fornire assistenza medica alle vittime attraverso il Meccanismo di Protezione civile dell’Ue. L’Europa è pienamente solidale con la Svizzera», ha scritto su X il presidente Ursula Von der Leyen. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strage-degli-innocenti-2674842238.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="la-discoteca-era-in-un-seminterrato-una-trappola-con-ununica-via-duscita" data-post-id="2674842238" data-published-at="1767336781" data-use-pagination="False"> La discoteca era in un seminterrato. Una trappola con un’unica via d’uscita Centinaia di persone in un seminterrato con una sola scala per risalire all’esterno. Una uscita di sicurezza sul fondo del locale, ma poco segnalata. Il soffitto in legno, i materiali non ignifughi e i giochi pirotecnici con le «stelle di natale» infilate nelle bottiglie di champagne per fare festa. Ci sarebbero anche questi tra gli elementi che hanno trasformato la festa di capodanno nell’apres- ski Le Constellation, meglio conosciuto come Le Conste, in una strage di giovani, rimasti intrappolati e bruciati vivi all’interno della discoteca più nota di Crans-Montana.Sulle dinamiche dell’accaduto è stata aperta una inchiesta e il procuratore generale del Canton Vallese, Beatrice Pilloud, ha annunciato l’avvio di una indagine per accertare cause e responsabilità. I racconti dei giovani che si sono salvati insistono, però, tutti, su alcuni fatti drammatici: l’utilizzo delle candeline scintillanti nella sala con il soffitto in legno, i pochi secondi passati tra le prime fiamme e la strage e la difficoltà dei presenti a raggiungere l’uscita per mettersi in salvo.«Poco prima che scoppiasse l’incendio ho visto ragazze del servizio che portavano ai tavoli le bottiglie con dentro le candeline scintillanti», racconta uno dei giovani che si è salvato. «A un certo punto, uno dei clienti a cui era stata servita la bottiglia è salito sulle spalle di un amico, tenendo la bottiglia in mano e alzando le braccia ha quasi toccato il soffitto», racconta un altro «e pochi secondi dopo, tutto era avvolto dalle fiamme». Ma come è possibile? In gergo tecnico di chiama «flashover» e si tratta di un rogo che divampa velocemente in un locale chiuso e che crea esplosioni a ripetizione, senza lasciare scampo a chi si trova all’interno. Non serve una fiamma libera, per avviarlo bastano le temperature elevatissime e la concentrazione di materiali infiammabili, la reazione a catena che si innesca è incontrollabile e la temperatura sale così rapidamente da non lasciare ai presenti il tempo di fuggire. Le Constellation è aperto dal 2015, dopo una completa ristrutturazione che lo ha trasformato da locale fatiscente in meta chic delle vacanze sulla neve. Al piano seminterrato, che è il cuore del locale, tra schermi, luci psichedeliche e dj set, la pratica delle candeline pirotecniche, come dimostrano alcuni video girati nel locale, era usuale e quindi evidentemente, ritenuta sicura, nonostante l’ambiente senza sbocchi diretti sull’esterno.Poi c’è la questione della scala e dell’uscita di sicurezza e, anche in questo caso, i racconti dei superstiti lasciano attoniti. Come quello di tre amici che quella sera dovevano festeggiare a Le Conste ma, all’ultimo momento, hanno rinunciato perché fuori dal locale c’erano decine di giovani in fila per entrare: «Appena è scoppiato l’incendio, i body guard che erano all’ingresso sono stati avvisati e sono scesi di sotto», raccontano, «a quel punto quelli che erano in fila ne hanno approfittato per riversarsi dentro ostacolando la fuga di chi tentava disperatamente di uscire per salvarsi la vita». Un altro testimone ha raccontato di essere passato nei pressi del locale proprio dopo lo scoppio dell’incendio e di aver visto «decine di giovani accalcati che cercavano di uscire dal locale senza riuscirci» mentre il fuoco devastava i loro corpi.A quanto risulta sulle piattaforme di promozione turistica, Le Conste non brillava alla voce «sicurezza»: aveva collezionato alcune recensioni negative. Da ieri, inoltre, le pagine social del locale sono state chiuse. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-strage-degli-innocenti-2674842238.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="aiuti-dallitalia-ustionati-al-niguarda" data-post-id="2674842238" data-published-at="1767336781" data-use-pagination="False"> Aiuti dall’Italia, ustionati al Niguarda «Se le autorità elvetiche dovessero farne richiesta, attraverso il nostro ministero degli Affari esteri, non esiteremmo a dichiarare lo stato di mobilitazione nazionale delle nostre strutture di Protezione civile a supporto di quelle operative in Svizzera»: così il ministro per la Protezione civile, Nello Musumeci, ha voluto ribadire lo sforzo straordinario che le autorità e i soccorritori italiani hanno fin da subito messo in campo per assistere la Svizzera nelle operazioni di soccorso a Crans-Montana. Fin da subito, infatti, Regione Lombardia si è prontamente messa a disposizione per «accogliere i giovani rimasti feriti nella notte nel tragico incidente mettendo a disposizione tutte le competenze e le risorse necessarie», hanno fatto sapere da Palazzo Lombardia con una nota. Ieri sera sono stati trasferiti in Italia i primi pazienti coinvolti nel rogo: si tratta di tre connazionali portati al centro grandi ustioni del Niguarda di Milano, dopo sono stati resi disponibili 18 posti letto. Lo ha riferito a Rainews 24 il direttore del Cross 118, Andrea Nicolini. «Sono intubati e hanno ustioni sul 30-40% del corpo, non sappiamo se sono lombardi», ha aggiunto l’assessore lombardo al Welfare, Guido Bertolaso, accettiamo e siamo pronti a farci carico di feriti di qualsiasi nazionalità. Manderemo un team di nostri esperti di grandi ustioni che gireranno tutti gli ospedali della Svizzera per controllare tutti i nostri connazionali. Manderemo anche un team di psicologi per i genitori dei ragazzi ricoverati negli ospedali e per quelli ancora non riconosciuti». Solidarietà lombarda ribadita, ieri sera, anche dal governatore Attilio Fontana. Anche una squadra del soccorso alpino valdostano sta operando nella cittadina svizzera: da Aosta è partito all’alba di ieri un elicottero della Protezione civile regionale con a bordo i tecnici del soccorso alpino e un medico.E pure il Piemonte è sceso in campo: «Abbiamo attivato il nostro sistema sanitario, offrendo posti letto per ricoverare i pazienti negli ospedali del nord del Piemonte, medici e personale sanitario in grado di gestire situazioni di emergenza Azienda zero è già in contatto con i diversi soggetti interessati per mettere a disposizione gli elicotteri del servizio regionale di elisoccorso per il trasporto di eventuali pazienti critici negli ospedali regionali sulla base delle richieste che perverranno dal ministero degli Esteri e dagli organi sanitari europei. Anche il nostro sistema di Protezione civile è pronto a collaborare», ha dichiarato il governatore Alberto Cirio. L’Emilia-Romagna ha messo a disposizione 50 posti di terapia intensiva, da Genova è pronto a partire un expert-team per le grandi ustioni.«Vogliamo ringraziare Italia, Francia e Germania per l’aiuto dopo la tragedia», ha commentato commosso Guy Parmelin, presidente della Confederazione elvetica, in conferenza stampa.
Nella combo, la residenza della Guida Suprema dell'Iran Alì Khamenei distrutta negli attacchi israeliani (Ansa)
Teheran e il Medio Oriente sono scossi da un’escalation militare senza precedenti. Questa mattina, Israele e Stati Uniti hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran, nel corso del quale è stato ucciso l’ayatollah Ali Khamenei, guida suprema del Paese. Fonti israeliane hanno confermato che il complesso residenziale della Guida è stato completamente distrutto, mentre immagini del corpo di Khamenei sarebbero state mostrate al premier Benjamin Netanyahu.
Gli attacchi, definiti da Tel Aviv e Washington «preventivi», arrivano dopo settimane di tensioni legate al programma nucleare iraniano e alla repressione interna delle proteste. Secondo fonti israeliane, sono stati impiegati circa 200 aerei da caccia contro oltre 500 obiettivi, in quella che è stata definita la più grande operazione aerea nella storia dell’aviazione militare israeliana.
La reazione dell’Iran non si è fatta attendere. Teheran ha lanciato missili contro Israele e diversi Paesi del Golfo, tra cui Bahrein, Qatar, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. A Dubai, il quartiere Palm Island è stato colpito e forti esplosioni hanno costretto le autorità a evacuare il Burj Khalifa e sospendere le operazioni aeroportuali. Lo Stretto di Hormuz, snodo strategico per il petrolio mondiale, è stato chiuso. La Mezzaluna Rossa iraniana segnala oltre 200 morti e 747 feriti a seguito dei raid.
Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha inviato una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, dichiarando che l’Iran eserciterà «con decisione il proprio diritto alla legittima difesa» e che tutte le basi e installazioni delle forze ostili saranno considerate obiettivi legittimi fino alla cessazione dell’aggressione. In Israele, invece, Netanyahu ha ringraziato Trump per l’operazione, dichiarando che «questa guerra porterà a una vera pace». Dall’altra parte, a Teheran, media indipendenti riportano che alcune persone applaudono alle finestre per la morte di Khamenei, mentre le autorità locali invitano i cittadini a lasciare la capitale.
L’Europa e il mondo reagiscono con preoccupazione. La presidente dell’Assemblea Generale dell’Onu, Annalena Baerbock, ha ricordato che «come sempre, sono i civili a pagare» per i conflitti armati. La Francia, insieme a Regno Unito e Germania, ha condannato gli attacchi e chiesto il ritorno al dialogo diplomatico. Domani è prevista una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea. Anche la Cina e la Russia hanno espresso forte preoccupazione: Pechino invita a rispettare la sovranità iraniana e a fermare le operazioni militari, mentre Mosca si dichiara pronta a contribuire alla ricerca di soluzioni pacifiche. Nel frattempo, l’Italia ha attivato misure di sicurezza su obiettivi statunitensi e israeliani nel Paese e sta monitorando la situazione dei circa 500 connazionali presenti in Iran, pronti a essere evacuati via Azerbaigian. Il ministro della Difesa Guido Crosetto si trova bloccato a Dubai con la famiglia, in attesa della riapertura dei voli.
La giornata di oggi ha portato l’intera regione sull’orlo di un conflitto più ampio, con possibili conseguenze economiche e geopolitiche immediate. Analisti prevedono un’impennata dei prezzi del petrolio oltre i 100 dollari al barile a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz. Stasera è convocata una riunione straordinaria del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, mentre a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni terrà un vertice urgente con il governo italiano per monitorare l’evoluzione della crisi in Medio Oriente.
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Un’iconografia che lo ha sempre dipinto come un raffinato latin lover senza freni, mentre invece poco si è indagato su di un altro suo aspetto, meno conosciuto, ovvero quello di raffinato e goloso gourmet. Ne diamo conto in due puntate, questa è la prima. Cibo e cucina spesso usati come anticamera di ben altri menù con cui coinvolgere le belle di turno. Una conferma da uno dei suoi più attenti biografi, Alessandro Marzo Magno. «Nella sua autobiografia Histoire de ma vie, le donne nominate sono centosedici, mentre 120 i piatti» da lui descritti con varie modalità.
Il nostro lover gourmet nasce a Venezia il 2 aprile del 1725, giorno di Pasqua, secondo di una nidiata di sei. Papà Gaetano e mamma Giovanna sono attori, spesso protagonisti sul palco del locale Teatro di San Samuele, di proprietà del patrizio Michiel Grimani, tanto che più di qualcuno ha sollevato il dubbio che, nelle pause dei dietro le quinte goldoniane, in realtà il vero padre sia stato proprio il Grimani. Non sono facili i primi percorsi di vita del nostro Giacomo. A sei anni rimane orfano di padre, mamma Giovanna è impegnata fuori casa nei teatri della Serenissima. Si prende cura di lui Marzia, la nonna materna, che lo affida alle cure dell’abate Alvise Grimani (forse non casualmente fratello del patrizio Michiel) il quale lo raccomanda all’abate Antonio Gozzi, in quel di Padova.
Una vita a doppia velocità. Se da un lato Giacomo trova chi valorizza le sue indubbie doti culturali, tanto da imparare presto a memoria classici quali Orazio e Ariosto, dall’altro deve fare i conti con la «schiavona», tale Mida, che offriva il pensionato a ragazzini in esilio scolastico. Racconterà nelle sue memorie che, seduto a tavola con compagni poco attenti alle minime regole del galateo, doveva contendersi con loro una pessima minestra, piccole pozioni di baccalà, qualche mela di incerta virtù. Oligati a bere dallo stesso boccale la graspia, ovvero dell’acqua in cui «erano stati fatti bollire graspi» cioè grappoli d’uva «senza acini». Sono anni difficili, tanto che nonna Marzia, a un certo punto, riesce a farlo trasferire nella casa del suo docente di lettere classiche, l’abate Gozzi, dove, vuoi mai le sliding doors della vita, conosce la giovane sorella di quest’ultimo, tale Bettina, con la quale comincia a dare prova pratica del suo talento che lo renderà poi famoso.
La vita del libertino Giacomo Casanova è un ironico susseguirsi di sliding doors. Non solo venne al mondo il giorno di Pasqua, ma intuitene le doti (intellettuali), dopo i primi studi lo avviarono alla carriera ecclesiastica che «al tempo, era la via più sicura per un giovane di umili origini per farsi strada nella sua comunità». A 16 anni riceve i primi ordini minori e, grazie a questi, inizia a girare l’Italia. Ma la vita, per lui, è una sfida continua. Diciottenne, viene a mancare nonna Marzia. Sostanzialmente è solo al mondo e deve capire cosa fare da grande. Lascia i paramenti ecclesiastici e indossa la divisa militare quale ufficiale della Serenissima, di stanza a Corfù con frequenti spedizioni a Costantinopoli, dove affina ancor di più le sue varie curiosità, culinarie comprese. Il ritorno nella natia Venezia è complesso, per un libertino di talento come lui, inseguito dalle sentinelle dell’inquisizione.
Trentenne, trascorre 15 mesi rinchiuso nei Piombi, le carceri con vista San Marco, da cui riesce a fuggire usando come «copertura» un grande vassoio di maccheroni, posto che aveva chiesto di alimentarsi nella solitudine della sua cella, il quale mascherava, posto sopra una Bibbia, uno scalpello con cui pazientemente si creò via via un foro nel soffitto della cella stessa. Grazie a una serie di incarichi diplomatici, Casanova conobbe corti nobiliari e costumi di mezza Europa per approdare poi, sessantenne un po’ provato dalle molte corride (anche amorose) cui la vita lo sottopose, alla corte dell’amico conte Joseph Karl von Waldstein, che lo nominò curatore della sua biblioteca presso il castello di Dux in Boemia. Fu qui che, tra il 1789 e il 1792, compose Histoire de ma vie, un’antologia del bien vivre settecentesco entrata nella leggenda, anche per l’abile narrazione del suo autore, capace di mischiare fantasia e realtà con grande maestria, tanto che, ancora adesso, alcuni suoi studiosi si chiedono se alcune delle vicende narrate siano vere… o verosimili.
Muore a Dux nel 1798. Al di là dell’aspetto romanticherotico, come ha ancora una volta sottolineato Marzo Magno, la lettura delle cronache narrate dal suo autore «rappresentano un affresco dal valore storico e sociale per ricostruire la civiltà dell’epoca». Anche a livello culinario. Ed è su questo aspetto che è arrivato puntuale il bel libro di Anna Maria Pellegrino e Giampiero Rorato A tavola con Giacomo Casanova, dove non solo vi è una puntuale descrizione del mondo gastronomico del tempo, ma molti piatti sono riproposti all’attenzione del lettore abbinati a puntuale ricettario, conditi dalle storie, tradizioni e curiosità che li accompagnano.
Il Settecento è l’ultimo secolo della millenaria storia della Serenissima, oramai i fasti di potenza navale avevano lasciato il posto a una gaudente decadenza della nobiltà del tempo. Una Venezia, come ben descritta da Alvise Zorzi, «decadente per politica ed economia, sempre più capitale dei piaceri», con il popolo intento a conciliare, per quanto possibile, quel che arrivava in tavola dalla pesca, in laguna, o dalle coltivazioni di frontiera nell’entroterra, grazie anche alle bonifiche attivate due secoli prima, sulle cui basi si invogliò l’aristocrazia del tempo ad avviare una sorta di aziende agricole allietate dalle residenze rappresentate dalle ville palladiane, giunte più o meno intatte sino a noi. In quegli anni di dorata decadenza, la classica cucina veneziana, ben resistente presso il popolo, nelle cucine nobiliari, fino ad allora abituate ancora a rituali di coreografie rinascimentali, era stata progressivamente messa da parte a scapito dell’aristocratica cucina francese, tanto che lo stesso Carlo Goldoni ebbe a notare come «par non si possa in compagnia mangiare senza un cuoco francese e il vin straniero». E dire che, nel recente passato, Venezia era stata una sorta di «drogheria d’Europa», grazie ai passati commerci di spezie con l’Oriente. Tanto è vero che, con tre chili di pepe nero, si poteva acquistare un palazzo sul Canal Grande, come ben descritto da Gianni Frasi, il veronese che è risalito alle storiche piantagioni nel Borneo occidentale, di cui un tempo Venezia aveva monopolio esclusivo.
A quel tempo anche il libertino Casanova doveva rispettare, negli eventi ufficiali, alcune regole precise. Ad esempio, servirsi di posate personali portate da casa. Poteva capitare che alcune vendette personali tra famiglie rivali potessero consumarsi avvelenando con unguenti invisibili rebbi di forchette, lame di coltelli, coppe di cucchiai, anche se modellate su pregiati argenti. Ambasciatori e personalità di riguardo erano serviti a tavola dal domestico personale, incaricato poi di riportare a casa la cassetta contenente posate e bicchieri. Il tutto protetto dal coperto, ovvero il tovagliolo usato a tavola. Da lì poi la definizione di «coperto» che si ritrova nella cuenta finale dei nostri menù consumati anche oggigiorno. Piatto ufficiale voluto dal Doge i risi e bisi. Riso con i piselli, preferibilmente di Lumignano, sui Colli Berici, non solo intriganti al gusto, ma anche i primi stagionali a venire alla luce, frutto a suo tempo del paziente lavoro di bonifica dei monaci benedettini.
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Paolo Zuntini, cofondatore di Eleventy
La filosofia dei fondatori era chiara: creare capi che fossero compagni di vita, capaci di elevare l’esperienza individuale di chi li indossa, più che semplici simboli di status. Parte da qui il nostro dialogo con Paolo Zuntini, uno dei fondatori con Marco Baldassarri, per esplorare come la storia, la visione e le scelte strategiche del brand si riflettano in una collezione che guarda al futuro senza dimenticare le proprie radici.
Eleventy nasce nel 2007 con un’idea ben precisa di Smart Luxury. In che modo questa visione originaria continua a guidare le vostre scelte, soprattutto nel womenswear?
«L’idea di Smart Luxury è il nostro punto di partenza e continua a guidarci con grande coerenza. Fin dall’inizio abbiamo fatto una ricerca molto approfondita sulle materie prime, ed è un approccio che portiamo avanti ancora oggi con entusiasmo. La donna Eleventy è una donna moderna, indipendente, consapevole e sicura di sé. È una donna attenta alla qualità, orientata verso l’autenticità. Oggi, più che mai, per noi il vero lusso è la capacità di coniugare altissima qualità e prezzo giusto. Molti sanno fare prodotti belli, ma il vero lusso è riuscire a proporli nel rispetto del loro valore reale».
Nel tempo il brand è cresciuto molto a livello internazionale, mantenendo però una forte identità manifatturiera. Quanto è importante restare fedeli a queste radici?
«È fondamentale. Oggi il Made in Italy è sempre più apprezzato, ma anche sempre più giudicato. Per questo è essenziale avere un’identità chiara e autentica. Noi portiamo avanti il vero Made in Italy, raccontandolo con orgoglio sui mercati esteri. Farlo a un prezzo corretto e coerente con il valore del prodotto è un elemento basilare per essere riconosciuti e credibili nel mondo».
La collezione è dedicata alla «donna viaggiatrice». Chi è oggi questa donna?
«È una donna cosmopolita, che vive il mondo con attenzione e qualità. Non è solo una viaggiatrice in senso fisico, ma una donna che si muove tra contesti diversi con naturalezza. La collezione donna nasce dallo stesso Dna dell’uomo, ma ha un’espressione autonoma. Può concedersi piccoli vezzi, dettagli più divertenti, pur restando sempre coerente con l’identità Eleventy. L’uomo è più lineare; la donna, invece, richiede maggiore freschezza e varietà, stagione dopo stagione».
Parlate di un’eleganza essenziale, fatta di purezza delle linee e qualità delle materie, in un mercato spesso dominato dall’impatto visivo. È una scelta culturale prima ancora che stilistica?
«Assolutamente sì. Ci auguriamo che la nostra cliente apprezzi la qualità più dell’etichetta. Ci sono donne che vestono il brand, e va benissimo, ma noi non siamo quelli. Noi siamo no-logo: non vendiamo un simbolo, vendiamo un prodotto. Vogliamo che la donna si avvicini a Eleventy con consapevolezza, che riconosca la qualità dei materiali e della costruzione. È una scelta culturale, prima ancora che estetica».
State lavorando sempre più su un’idea di continuità e durabilità rispetto alla stagionalità?
«Sì, da sempre costruiamo le collezioni su palette colori che garantiscono continuità e armonia nel guardaroba. La cliente deve ritrovarsi stagione dopo stagione. Seguiamo anche le tendenze, ma senza tradire la nostra storia. Quando abbiamo provato a uscire troppo dagli schemi, ci è stato fatto notare: “Molto bello, ma non sei tu”. È importante innovare, ma rimanendo riconoscibili».
Le materie sono centrali: cashmere, sete comasche, alpaca, mohair. Quanto incide la ricerca tessile nell’identità femminile del brand?
«Ha un valore altissimo. Ogni stagione lavoro direttamente con le aziende per creare esclusive: seleziono e combino filati, studio intrecci, provo nuove soluzioni. La donna è molto più esigente rispetto all’uomo: si annoia facilmente se ritrova sempre le stesse proposte. Per questo dobbiamo offrire un guardaroba fresco e innovativo, pur mantenendo coerenza».
La «giacca nuvola» sintetizza il vostro approccio alla leggerezza e alla destrutturazione. È il simbolo di una nuova fase del tailoring Eleventy?
«È una giacca completamente destrutturata, realizzata con una macchina unica al mondo situata a Brescia. Il tessuto nasce direttamente dalla filatura e viene poi tagliato e confezionato, ma senza alcuna struttura interna. Il risultato è una giacca leggerissima, quasi come una camicia. È un concetto più vicino al mondo maschile, perché la donna spesso desidera una spalla più costruita. Tuttavia questa proposta ha riscosso grande successo».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per la donna Eleventy?
«Il mercato americano è il nostro primo mercato, sia per l’uomo sia per la donna. Gli Stati Uniti stanno dando risultati che al momento non vediamo altrove. Anche il Middle East sta crescendo molto. La Russia rimane stabile, senza crescita significativa per le note dinamiche geopolitiche. L’America, però, sta compensando ampiamente».
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Il ministro della Famiglia e Pari opportunità Eugenia Roccella (Ansa)
A Bologna, la presentazione del libro Donne si nasce (e qualche volta si diventa) di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, programmata per ieri, è stata annullata. Il Coordinamento dei centri antiviolenza dell’Emilia-Romagna aveva avvisato le autrici appena 24 ore prima sostenendo: «Manca la necessaria serenità». Sulla censura è intervenuta Eugenia Roccella, ministro per la Famiglia, la Natalità e le Pari opportunità con un duro commento, in cui parla di «oscurantismo, intolleranza e intimidazione».
Per il movimento Non una di meno, invece, «la contestazione fa parte del conflitto politico. Abbiamo fatto notare che per noi quel titolo era improponibile». In poche parole, l’incontro dispiaceva al mondo Lgbtqia+. «È avvenuto quello che ormai accade troppo spesso, cioè che ci sono degli spazi che evidentemente vengono ritenuti “di proprietà”, come quelli bolognesi, per cui non c’è possibilità di un dibattito ma soltanto di occupazione da parte di alcuni. In questo caso, di una linea specifica del femminismo e non si può discutere, parlare. C’è soltanto una precisa presa di posizione», ha commentato il ministro Roccella intervistata dal vice direttore Francesco Borgonovo per Tivù Verità.
«Dicono che non è censura perché questa “prevede una disparità di potere”, ma anche questa è una condizione sbilanciata di potere», osserva Roccella, perché «se mi approprio di uno spazio e non voglio che sia aperto al confronto, l’occupazione è espressione di un potere». Il ministro ha precisato che la censura scatta quando non si accetta il confronto, quando non si vuol far parlare qualcuno. La contestazione, invece, «è quando dopo il confronto si contestano le posizioni dell’avversario».
A proposito di censura, in un comunicato le attiviste di Non una di meno lamentano che «certe cose che vengono scritte e pubblicate, che riempiono giornali, post e libri di violenze transfobiche e falsità sul movimento, sono tutt’altro che censurate, anzi, esponenti di spicco di queste teorie ricoprono oggi ruoli istituzionali e vengono costantemente “citatə” come unico femminismo “buono”».
Aggiungevano che «ci si dovrebbe fare due domande, se si diventa riferimento di partiti di destra o ultracattolici» e contestavano la scelta dell’orario alle 15 di pomeriggio, che sarebbe stata dimostrazione di non volontà del confronto perché a quell’ora «tante persone non avrebbero potuto esserci». Il ministro, che più volte ha sperimentato la contestazione, l’impossibilità di tenere un discorso perché interrotta o silenziata anche mentre presentava un libro al Salone di Torino, non ha dubbi sulle finalità di quel documento circolato sui social.
Dall’utilizzo della schwa: «Cancellando tutte le desinenze, che eliminano il femminile, è inutile mantenere la parola donna», afferma Roccella. «È difficile definirla una posizione dalla parte delle donne, anche per quell’utilizzo insultante di “terf”, termine con cui si dovrebbero indicare le donne che sarebbero transfobiche, omofobiche. La questione centrale è che il femminismo non può non partire dal riconoscimento della differenza. Allora che senso ha una legge come abbiamo fatto contro il femminicidio?», considerava il ministro.
Per Roccella il transfemminismo, oltre ad avere «connotati anche violenti», perché evita il confronto e non fa parlare chi la pensa diversamente, nega la differenza. Quindi rappresenta «proprio l’ultima maschera del patriarcato. Con l’evidente volontà di cancellare le donne, cancellare la differenza, annegare il loro corpo nell’indistinto».
Borgonovo ha osservato che il transfemminismo occupa molti posti di potere nel mondo. Non a caso, qualche giorno fa il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione che chiede alle Nazioni Unite il pieno riconoscimento delle transgender come donne. Purtroppo è così, ha convenuto il ministro: «È una linea che in Europa si continua a perseguire, mentre a livello internazionale è fermata da Trump».
Roccella ha spiegato di non essere mai riuscita a reintrodurre nei documenti europei «la parola maternità, che deve risulta particolarmente “odiosa”. Nemmeno si può scrivere “maternità come libera scelta”, che era una mia proposta ed era il vecchio slogan femminista, non negava la libertà delle donne di decidere se essere madre o no. Materno è ormai rifiutato, inaccettabile. Il potere del transfemminismo internazionale è assolutamente mainstream».
Nel rifiuto di far parlare due donne a Bologna c’è stata anche una brutta forma di violenza, la stessa utilizzata nello scaricare letame fuori dallo studio della presidente della commissione Giustizia, Giulia Bongiorno. Roccella ha concluso affermando di non credere che oggi «sia possibile essere femministe a sinistra».
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