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2019-03-26
Prima ci fa la morale, poi Macron vende a Xi Jinping 300 Airbus
Ansa
Il viaggio di Xi Jinping in Italia e in Europa alza il velo su numerose ipocrisie. Prima su tutte una Unione piena di bachi, che nasconde la propria fragilità economica dietro l'impalcatura degli accordi, e non sembra disposta a comprendere il cambio di passo che arriva da Est e pure da Ovest. Per questo gli accordi con la Cina sono al tempo stesso opportunità e pericolo. Consentono al nostro Paese di uscire dagli schemi europei, ma ci espongono a eventuali rappresaglie americane. Non è un caso che, nel decreto che regola i rapporti con la Gran Bretagna in caso di Brexit firmato ieri dal presidente della Repubblica, sia spuntato lo scudo sulle attività del 5G.
In pratica, come anticipato dal Sole 24 Ore, il testo aggiorna la legge del 2012 e stabilisce che costituiscono «attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale i servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G».
Il successivo comma spiega che il meccanismo di tutela dello Stato scatterà - ed è una novità rispetto alla vecchia normativa - anche nel caso di forniture di materiali e servizi, e non solo nei casi di acquisizioni di partecipazioni azionarie. Si tratta chiaramente della rassicurazione che Donald Trump ha chiesto più volte. Se però il nostro Paese sarà in grado da gestire questo particolare aspetto del futuro tecnologico dell'economia tricolore, potrà cogliere le altre opportunità e soprattutto uscire dal dualismo dell'asse francotedesco. Sul fatto che sia arrivato il momento di scardinare lo schema non dovrebbero esserci più dubbi. Ieri uno studio dell'istituto dei sindacati europei dell'Etuc ha dimostrato chiaramente che i salari reali in media sono più bassi oggi di dieci anni fa in Italia e in altri sette Paesi Ue. C'è invece stato un boom nei Paesi dell'Est, in Francia e in Germania.
In pratica seguendo uno schema simile all'andamento della produttività che vede l'Italia all'ultimo posto nella classifica dei Paesi euro. Nel periodo 2009-2019, gli stipendi aggiustati rispetto all'inflazione sono scesi del 23% in Grecia, dell'11% in Croazia, del 7% a Cipro, del 4% in Portogallo, del 3% in Spagna, del 2% in Italia e dell'1% in Gran Bretagna e Ungheria. In Germania invece sono aumentati dell'11% e in Francia del 7%. La Bulgaria spicca con un +87%, seguita a distanza dalla Romania (+34%), dalla Polonia (+30%), e dai Paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia, tra il +21% e il +20%). Al di là dei commenti dei sindacati che chiedono nuovi contratti nazionali (boicottando quelli aziendali che potrebbero essere una soluzione interessante), il dato da analizzare è l'andamento nel decennio. Man mano che l'Europa a motrice francotedesca si è allargata a Est, i tradizionali Paesi periferici hanno visto la concorrenza delle buste paghe dai neo membri. Le politiche inclusive di Francia e Germania hanno permesso di assorbire il trend dei costi orari. Cosa che non è avvenuta per il nostro Paese, e nemmeno per la Gran Bretagna. La discutibile scelta della Brexit nasce da questo handicap e gli analisti politici non possono non tenerne conto. L'Italia, che certamente resta gravata da un debito pubblico difficilmente sostenibile, non può restare ancorata a vincoli europei che non sono in grado di portare soluzioni concrete né al calo della produttività né al crollo dei salari. Quando Usa e Cina troveranno un accordo sui dazi - e accadrà perché Trump ha necessità di portare un risultato concreto ai propri elettori in vista della tornata di voto del 2020 - e i due colossi faranno pace, il Vecchio continente si troverà schiacciato come un vaso fragile.
A quel punto sperare in accordi bilaterali sarà una benedizione. Meno di due settimana fa Trump ha ribadito: «Se l'Ue non parla con gli Usa, imporremo dazi su molti dei loro prodotti». Parole che allungano un'ombra sull'imposizione di nuove tariffe doganali su auto e componentistica prodotte fuori dagli Usa e importate negli Stati Uniti.
E la mossa sarà tanto più rigida quanto gli accordi con la Cina saranno equilibrati. Esattamente il contrario di quanto Jean-Claude Juncker ha sempre sbandierato. Senza contare che chi ha sperato dieci anni fa negli accordi quadro attorno al volano del Wto ha dovuto ammettere quanto l'idea sia stata un fallimento. Dopo Lehman Brothers, il mondo è cambiato, si è evoluto e ha portato a politiche protezionistiche. Queste non si combattono con accordi multilaterali ma bilaterali. L'Europa non lo capisce, perché dovrebbe ammettere la propria inutilità. Per tutti questi motivi la strada verso la Cina vale la pena essere percorsa anche se imporrà difficili equilibrismi. Alle nostre spalle c'è l'immagine di Juncker, Emmanuel Macron e di Angela Merkel che cercano di intestarsi una Via comune della seta. Meglio non guardarsi indietro.
«Senza la fiducia del Vaticano niente Via della seta»
C'è una «Via» parallela a quella della seta, forse ancora più importante rispetto a quella menzionata negli accordi commerciali, ed è quella che riguarda i rapporti tra il Vaticano e la cina. Eppure da giorni la narrazione dei media mainstream è rimasta avvitata sulle presunte divisioni nel governo gialloblù. Nessuna sorpresa per i lettori della Verità, i quali hanno potuto apprendere l'intenzione di visitare la Cappella Palatina da parte di Xi Jinping ben sette giorni prima che questi mettesse piedi in terra siciliana. Senza contare il fatto che già all'inizio della settimana scorsa rivelavamo i nomi dei veri registi dietro alla tappa italiana del presidente cinese: il presidente Sergio Mattarella e, soprattutto, papa Francesco. «È la Santa sede che da oltre un anno preme per l'accordo sulla Via della seta perché diventerebbe il perimetro dentro il quale il quale il potere temporale della Chiesa riuscirebbe a muoversi con più facilità», scrivevamo.
Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, a smentirlo arrivano le parole dell'uomo che muove i fili della comunicazione vaticana, padre Antonio Spadaro. Con un editoriale pubblicato ieri sulla Stampa, il direttore della Civiltà Cattolica benedice l'intesa firmata da Xi e dal nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Sempre ieri il premier, nel corso della presentazione del libro scritto dal gesuita, La Chiesa in Cina, ha dichiarato: «Seguiremo con grande interesse, come autorità di governo, gli sviluppi di questo dialogo».
Vista la vicinanza con il Pontefice, quello di Spadaro è molto più di un endorsement a titolo personale. «Firmato il memorandum con tutte le reazioni che esso ha suscitato», ha scritto, «dobbiamo adesso guardare avanti e considerare come l'iniziativa cinese non può essere valutata solamente per la sua rilevanza in campo economico e finanziario. Sarebbe miope». Servendosi di un'accorata analisi geopolitica (si va da «Non è immaginabile un Oriente che emerga e sommerga l'Occidente» a «La cultura europea, almeno fino all'Illuminismo, ha sempre guardato con attenzione a quella cinese»), Spadaro arriva a dire ciò che più gli preme.
Prima di tutto, l'accordo provvisorio sottoscritto il 22 settembre scorso tra Pechino e la Santa sede per la nomina dei vescovi deve essere collocato nel «cambio di panorama» voluto da Francesco e mirato al superamento del paradigma colonialista. Un accordo, per usare le parole dello stesso Pontefice, in grado di «contribuire a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina», ma che non ha mancato di destare polemiche in senso alla Curia. Non solo per il fatto che, secondo molti, condividere le nomine dei pastori con Pechino finisce per intaccare l'indipendenza del potere spirituale. Ma anche e soprattutto per il profondo malumore causato dalla decisione di affidare la guida di due diocesi a vescovi scomunicati e poi perdonati da Francesco.
Secondo quanto dichiarato a Tempi dal cardinale Zen-Ze Kiun, l'accordo tra Vaticano e Cina «proprio nel momento in cui tutto il mondo vede che la Cina sta intensificando la persecuzione di tutte le religioni, compreso l'islam, è sinceramente pazzesco. Io credo che il Vaticano non capisca la sofferenza di questi fedeli». Forse anche per vincere le sacche di resistenza all'intesa lo scorso mese il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha detto: «Ora è importante dare esecuzione all'accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi in Cina, e cominciare a farlo funzionare nella pratica».
Secondo, il tanto discusso incontro tra Xi e Francesco sarebbe solo questione di tempo. Se per Spadaro «è anche vero che la fiducia va costruita in maniera solida», d'altro canto «la Via della seta, per il suo respiro e le sue ambizioni non potrà realizzarsi senza questa crescente fiducia tra Pechino e Roma intesa come la sede di Pietro, data la natura globale del cristianesimo».
E qui arriviamo al dunque. Come spiega poco più avanti il padre gesuita, «fu proprio sulla Via della seta che avvenne uno straordinario incontro tra tradizioni religiose incontro fra tradizioni religiose diverse: cristiani, musulmani, zoroastriani e buddisti si incontrarono e vissero fianco a fianco», e perciò «non è difficile comprendere che la pace nel mondo passa per Cina e islam, due grandi priorità del pontificato di Francesco». La grande domanda irrisolta, al netto di questa ambiziosa missione, rimane quella sull'identità futura della Chiesa.
Nuovi accordi con Parigi Pechino compra 300 Airbus
Arrivato domenica in Francia dopo i tre giorni in Italia, ieri il presidente cinese Xi Jinping è stato accolto dall'omologo francese Emmanuel Macron all'Eliseo. In totale, sono 15 i contratti firmati ieri tra i due Paesi, in settori che spaziano dal nucleare all'aeronautico, dall'ambiente all'energia, dalla ricerca spaziale all'artistico. In particolare la Cina, attraverso China aviation supplies holding company, ha firmato un maxi ordine di 290 Airbus A320 e dieci A350. Secondo indiscrezioni, il contratto varrebbe circa 30 miliardi di euro. «Questa visita», ha scritto il presidente Macron su Twitter, «rafforzerà la nostra partnership strategica e affermerà il ruolo della Francia, dell'Europa e della Cina a favore di un multilateralismo forte».
Come analizza il quotidiano francese Les Echos, la Cina rappresenta per l'Eliseo un partner ma anche un rivale: da una parte gli interessi commerciali, dall'altra la minaccia tecnologica. «La Cina per noi rappresenta una sfida e, al tempo stesso, un partner», ha detto il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, sottolineando la necessità di rimanere «vigili sulle azioni che può intraprendere la Cina per arrivare alle nostre tecnologie». Pechino punta su Parigi per temi internazionali come le questioni alle Nazioni unite, la riforma dell'Organizzazione mondiale del commercio e il cambiamento climatico, come ha ricordato il leader cinese. Parigi, invece, guarda con interesse alla Via della seta. Ma la sua posizione, dopo l'intesa raggiunta a Roma tra Italia e Cina, si è irrigidita: «Se dobbiamo parlare di una nuova Via della seta, deve andare in entrambe le direzioni», ha avvertito il ministro Le Drian la scorsa settimana.
Ma l'attenzione è tutta rivolta alla giornata di oggi. Il presidente Macron, deciso a creare un fronte europeo per contrastare le ambizioni cinesi in Europa, come spiega il Figaro, ha infatti convocato per oggi all'Eliseo anche il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Questo incontro a quattro con il presidente Xi Jinping, organizzato in preparazione del vertice Ue-Cina previsto per il 9 aprile a Bruxelles, dimostra l'intenzione dell'asse Parigi-Berlino di mettere il sigillo sui rapporti con il Dragone e «punire» quei Paesi che, come l'Italia, decidono di muoversi in maniera autonoma. Dietro la promessa dell'Eliseo di una riunione per individuare punti di convergenza tra Europa e Cina su materie quali il commercio e il clima si nasconde infatti ben altro che l'«approccio coordinato» che il presidente Macron auspicava che l'Ue tenesse sulla questione. Ma l'Italia non è isolata, pur essendo il primo Paese del G7 a firmare un memorandum d'intesa con la Cina: prima di noi, l'avevano fatto altri, tra cui Croazia, Ungheria, Grecia, Polonia e Portogallo.
La mancanza di una posizione condivisa da tutti i Paesi membri dell'Unione europea fa gioco a Pechino. La Cina spera infatti di evitare l'elaborazione di una politica comune nei suoi confronti. Intanto, con un passaggio domenica nel Principato di Monaco, il presidente Xi Jinping, primo presidente cinese a visitare la Rocca, ha discusso con il principe Alberto dell'accordo che renderà Montecarlo il primo Paese al di fuori della Cina dotato della nuova tecnologia di telefonia mobile 5G, grazie a una partnership tra il contestato gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei e Monaco Telecom.
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Il memorandum sulla Via della seta riduce l'influenza degli Usa e ci permette di smarcarci dai vincoli europei, che rendono la ripresa impossibile. Ma per assecondare Donald Trump il governo vara lo scudo sul 5G: si applicherà anche alle forniture di beni e servizi.«Senza la fiducia del Vaticano niente Via della seta». Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», rivendica il ruolo della Chiesa. Giuseppe Conte: «Seguo il dialogo fra Pechino e Santa sede» .Nuovi accordi con Parigi Pechino compra 300 Airbus. Oggi pure Angela Merkel e Jean-Claude Juncker all'incontro fra Emmanuel Macron e il leader del Dragone.Lo speciale comprende tre articoli.Il viaggio di Xi Jinping in Italia e in Europa alza il velo su numerose ipocrisie. Prima su tutte una Unione piena di bachi, che nasconde la propria fragilità economica dietro l'impalcatura degli accordi, e non sembra disposta a comprendere il cambio di passo che arriva da Est e pure da Ovest. Per questo gli accordi con la Cina sono al tempo stesso opportunità e pericolo. Consentono al nostro Paese di uscire dagli schemi europei, ma ci espongono a eventuali rappresaglie americane. Non è un caso che, nel decreto che regola i rapporti con la Gran Bretagna in caso di Brexit firmato ieri dal presidente della Repubblica, sia spuntato lo scudo sulle attività del 5G.In pratica, come anticipato dal Sole 24 Ore, il testo aggiorna la legge del 2012 e stabilisce che costituiscono «attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale i servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G».Il successivo comma spiega che il meccanismo di tutela dello Stato scatterà - ed è una novità rispetto alla vecchia normativa - anche nel caso di forniture di materiali e servizi, e non solo nei casi di acquisizioni di partecipazioni azionarie. Si tratta chiaramente della rassicurazione che Donald Trump ha chiesto più volte. Se però il nostro Paese sarà in grado da gestire questo particolare aspetto del futuro tecnologico dell'economia tricolore, potrà cogliere le altre opportunità e soprattutto uscire dal dualismo dell'asse francotedesco. Sul fatto che sia arrivato il momento di scardinare lo schema non dovrebbero esserci più dubbi. Ieri uno studio dell'istituto dei sindacati europei dell'Etuc ha dimostrato chiaramente che i salari reali in media sono più bassi oggi di dieci anni fa in Italia e in altri sette Paesi Ue. C'è invece stato un boom nei Paesi dell'Est, in Francia e in Germania.In pratica seguendo uno schema simile all'andamento della produttività che vede l'Italia all'ultimo posto nella classifica dei Paesi euro. Nel periodo 2009-2019, gli stipendi aggiustati rispetto all'inflazione sono scesi del 23% in Grecia, dell'11% in Croazia, del 7% a Cipro, del 4% in Portogallo, del 3% in Spagna, del 2% in Italia e dell'1% in Gran Bretagna e Ungheria. In Germania invece sono aumentati dell'11% e in Francia del 7%. La Bulgaria spicca con un +87%, seguita a distanza dalla Romania (+34%), dalla Polonia (+30%), e dai Paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia, tra il +21% e il +20%). Al di là dei commenti dei sindacati che chiedono nuovi contratti nazionali (boicottando quelli aziendali che potrebbero essere una soluzione interessante), il dato da analizzare è l'andamento nel decennio. Man mano che l'Europa a motrice francotedesca si è allargata a Est, i tradizionali Paesi periferici hanno visto la concorrenza delle buste paghe dai neo membri. Le politiche inclusive di Francia e Germania hanno permesso di assorbire il trend dei costi orari. Cosa che non è avvenuta per il nostro Paese, e nemmeno per la Gran Bretagna. La discutibile scelta della Brexit nasce da questo handicap e gli analisti politici non possono non tenerne conto. L'Italia, che certamente resta gravata da un debito pubblico difficilmente sostenibile, non può restare ancorata a vincoli europei che non sono in grado di portare soluzioni concrete né al calo della produttività né al crollo dei salari. Quando Usa e Cina troveranno un accordo sui dazi - e accadrà perché Trump ha necessità di portare un risultato concreto ai propri elettori in vista della tornata di voto del 2020 - e i due colossi faranno pace, il Vecchio continente si troverà schiacciato come un vaso fragile.A quel punto sperare in accordi bilaterali sarà una benedizione. Meno di due settimana fa Trump ha ribadito: «Se l'Ue non parla con gli Usa, imporremo dazi su molti dei loro prodotti». Parole che allungano un'ombra sull'imposizione di nuove tariffe doganali su auto e componentistica prodotte fuori dagli Usa e importate negli Stati Uniti. E la mossa sarà tanto più rigida quanto gli accordi con la Cina saranno equilibrati. Esattamente il contrario di quanto Jean-Claude Juncker ha sempre sbandierato. Senza contare che chi ha sperato dieci anni fa negli accordi quadro attorno al volano del Wto ha dovuto ammettere quanto l'idea sia stata un fallimento. Dopo Lehman Brothers, il mondo è cambiato, si è evoluto e ha portato a politiche protezionistiche. Queste non si combattono con accordi multilaterali ma bilaterali. L'Europa non lo capisce, perché dovrebbe ammettere la propria inutilità. Per tutti questi motivi la strada verso la Cina vale la pena essere percorsa anche se imporrà difficili equilibrismi. Alle nostre spalle c'è l'immagine di Juncker, Emmanuel Macron e di Angela Merkel che cercano di intestarsi una Via comune della seta. 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Senza contare il fatto che già all'inizio della settimana scorsa rivelavamo i nomi dei veri registi dietro alla tappa italiana del presidente cinese: il presidente Sergio Mattarella e, soprattutto, papa Francesco. «È la Santa sede che da oltre un anno preme per l'accordo sulla Via della seta perché diventerebbe il perimetro dentro il quale il quale il potere temporale della Chiesa riuscirebbe a muoversi con più facilità», scrivevamo. Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, a smentirlo arrivano le parole dell'uomo che muove i fili della comunicazione vaticana, padre Antonio Spadaro. Con un editoriale pubblicato ieri sulla Stampa, il direttore della Civiltà Cattolica benedice l'intesa firmata da Xi e dal nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Sempre ieri il premier, nel corso della presentazione del libro scritto dal gesuita, La Chiesa in Cina, ha dichiarato: «Seguiremo con grande interesse, come autorità di governo, gli sviluppi di questo dialogo». Vista la vicinanza con il Pontefice, quello di Spadaro è molto più di un endorsement a titolo personale. «Firmato il memorandum con tutte le reazioni che esso ha suscitato», ha scritto, «dobbiamo adesso guardare avanti e considerare come l'iniziativa cinese non può essere valutata solamente per la sua rilevanza in campo economico e finanziario. Sarebbe miope». Servendosi di un'accorata analisi geopolitica (si va da «Non è immaginabile un Oriente che emerga e sommerga l'Occidente» a «La cultura europea, almeno fino all'Illuminismo, ha sempre guardato con attenzione a quella cinese»), Spadaro arriva a dire ciò che più gli preme. Prima di tutto, l'accordo provvisorio sottoscritto il 22 settembre scorso tra Pechino e la Santa sede per la nomina dei vescovi deve essere collocato nel «cambio di panorama» voluto da Francesco e mirato al superamento del paradigma colonialista. Un accordo, per usare le parole dello stesso Pontefice, in grado di «contribuire a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina», ma che non ha mancato di destare polemiche in senso alla Curia. Non solo per il fatto che, secondo molti, condividere le nomine dei pastori con Pechino finisce per intaccare l'indipendenza del potere spirituale. Ma anche e soprattutto per il profondo malumore causato dalla decisione di affidare la guida di due diocesi a vescovi scomunicati e poi perdonati da Francesco. Secondo quanto dichiarato a Tempi dal cardinale Zen-Ze Kiun, l'accordo tra Vaticano e Cina «proprio nel momento in cui tutto il mondo vede che la Cina sta intensificando la persecuzione di tutte le religioni, compreso l'islam, è sinceramente pazzesco. Io credo che il Vaticano non capisca la sofferenza di questi fedeli». Forse anche per vincere le sacche di resistenza all'intesa lo scorso mese il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha detto: «Ora è importante dare esecuzione all'accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi in Cina, e cominciare a farlo funzionare nella pratica». Secondo, il tanto discusso incontro tra Xi e Francesco sarebbe solo questione di tempo. Se per Spadaro «è anche vero che la fiducia va costruita in maniera solida», d'altro canto «la Via della seta, per il suo respiro e le sue ambizioni non potrà realizzarsi senza questa crescente fiducia tra Pechino e Roma intesa come la sede di Pietro, data la natura globale del cristianesimo». E qui arriviamo al dunque. Come spiega poco più avanti il padre gesuita, «fu proprio sulla Via della seta che avvenne uno straordinario incontro tra tradizioni religiose incontro fra tradizioni religiose diverse: cristiani, musulmani, zoroastriani e buddisti si incontrarono e vissero fianco a fianco», e perciò «non è difficile comprendere che la pace nel mondo passa per Cina e islam, due grandi priorità del pontificato di Francesco». 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In particolare la Cina, attraverso China aviation supplies holding company, ha firmato un maxi ordine di 290 Airbus A320 e dieci A350. Secondo indiscrezioni, il contratto varrebbe circa 30 miliardi di euro. «Questa visita», ha scritto il presidente Macron su Twitter, «rafforzerà la nostra partnership strategica e affermerà il ruolo della Francia, dell'Europa e della Cina a favore di un multilateralismo forte». Come analizza il quotidiano francese Les Echos, la Cina rappresenta per l'Eliseo un partner ma anche un rivale: da una parte gli interessi commerciali, dall'altra la minaccia tecnologica. «La Cina per noi rappresenta una sfida e, al tempo stesso, un partner», ha detto il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, sottolineando la necessità di rimanere «vigili sulle azioni che può intraprendere la Cina per arrivare alle nostre tecnologie». Pechino punta su Parigi per temi internazionali come le questioni alle Nazioni unite, la riforma dell'Organizzazione mondiale del commercio e il cambiamento climatico, come ha ricordato il leader cinese. Parigi, invece, guarda con interesse alla Via della seta. Ma la sua posizione, dopo l'intesa raggiunta a Roma tra Italia e Cina, si è irrigidita: «Se dobbiamo parlare di una nuova Via della seta, deve andare in entrambe le direzioni», ha avvertito il ministro Le Drian la scorsa settimana. Ma l'attenzione è tutta rivolta alla giornata di oggi. Il presidente Macron, deciso a creare un fronte europeo per contrastare le ambizioni cinesi in Europa, come spiega il Figaro, ha infatti convocato per oggi all'Eliseo anche il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Questo incontro a quattro con il presidente Xi Jinping, organizzato in preparazione del vertice Ue-Cina previsto per il 9 aprile a Bruxelles, dimostra l'intenzione dell'asse Parigi-Berlino di mettere il sigillo sui rapporti con il Dragone e «punire» quei Paesi che, come l'Italia, decidono di muoversi in maniera autonoma. Dietro la promessa dell'Eliseo di una riunione per individuare punti di convergenza tra Europa e Cina su materie quali il commercio e il clima si nasconde infatti ben altro che l'«approccio coordinato» che il presidente Macron auspicava che l'Ue tenesse sulla questione. Ma l'Italia non è isolata, pur essendo il primo Paese del G7 a firmare un memorandum d'intesa con la Cina: prima di noi, l'avevano fatto altri, tra cui Croazia, Ungheria, Grecia, Polonia e Portogallo. La mancanza di una posizione condivisa da tutti i Paesi membri dell'Unione europea fa gioco a Pechino. La Cina spera infatti di evitare l'elaborazione di una politica comune nei suoi confronti. Intanto, con un passaggio domenica nel Principato di Monaco, il presidente Xi Jinping, primo presidente cinese a visitare la Rocca, ha discusso con il principe Alberto dell'accordo che renderà Montecarlo il primo Paese al di fuori della Cina dotato della nuova tecnologia di telefonia mobile 5G, grazie a una partnership tra il contestato gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei e Monaco Telecom.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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