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2019-03-26
Prima ci fa la morale, poi Macron vende a Xi Jinping 300 Airbus
Ansa
Il viaggio di Xi Jinping in Italia e in Europa alza il velo su numerose ipocrisie. Prima su tutte una Unione piena di bachi, che nasconde la propria fragilità economica dietro l'impalcatura degli accordi, e non sembra disposta a comprendere il cambio di passo che arriva da Est e pure da Ovest. Per questo gli accordi con la Cina sono al tempo stesso opportunità e pericolo. Consentono al nostro Paese di uscire dagli schemi europei, ma ci espongono a eventuali rappresaglie americane. Non è un caso che, nel decreto che regola i rapporti con la Gran Bretagna in caso di Brexit firmato ieri dal presidente della Repubblica, sia spuntato lo scudo sulle attività del 5G.
In pratica, come anticipato dal Sole 24 Ore, il testo aggiorna la legge del 2012 e stabilisce che costituiscono «attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale i servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G».
Il successivo comma spiega che il meccanismo di tutela dello Stato scatterà - ed è una novità rispetto alla vecchia normativa - anche nel caso di forniture di materiali e servizi, e non solo nei casi di acquisizioni di partecipazioni azionarie. Si tratta chiaramente della rassicurazione che Donald Trump ha chiesto più volte. Se però il nostro Paese sarà in grado da gestire questo particolare aspetto del futuro tecnologico dell'economia tricolore, potrà cogliere le altre opportunità e soprattutto uscire dal dualismo dell'asse francotedesco. Sul fatto che sia arrivato il momento di scardinare lo schema non dovrebbero esserci più dubbi. Ieri uno studio dell'istituto dei sindacati europei dell'Etuc ha dimostrato chiaramente che i salari reali in media sono più bassi oggi di dieci anni fa in Italia e in altri sette Paesi Ue. C'è invece stato un boom nei Paesi dell'Est, in Francia e in Germania.
In pratica seguendo uno schema simile all'andamento della produttività che vede l'Italia all'ultimo posto nella classifica dei Paesi euro. Nel periodo 2009-2019, gli stipendi aggiustati rispetto all'inflazione sono scesi del 23% in Grecia, dell'11% in Croazia, del 7% a Cipro, del 4% in Portogallo, del 3% in Spagna, del 2% in Italia e dell'1% in Gran Bretagna e Ungheria. In Germania invece sono aumentati dell'11% e in Francia del 7%. La Bulgaria spicca con un +87%, seguita a distanza dalla Romania (+34%), dalla Polonia (+30%), e dai Paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia, tra il +21% e il +20%). Al di là dei commenti dei sindacati che chiedono nuovi contratti nazionali (boicottando quelli aziendali che potrebbero essere una soluzione interessante), il dato da analizzare è l'andamento nel decennio. Man mano che l'Europa a motrice francotedesca si è allargata a Est, i tradizionali Paesi periferici hanno visto la concorrenza delle buste paghe dai neo membri. Le politiche inclusive di Francia e Germania hanno permesso di assorbire il trend dei costi orari. Cosa che non è avvenuta per il nostro Paese, e nemmeno per la Gran Bretagna. La discutibile scelta della Brexit nasce da questo handicap e gli analisti politici non possono non tenerne conto. L'Italia, che certamente resta gravata da un debito pubblico difficilmente sostenibile, non può restare ancorata a vincoli europei che non sono in grado di portare soluzioni concrete né al calo della produttività né al crollo dei salari. Quando Usa e Cina troveranno un accordo sui dazi - e accadrà perché Trump ha necessità di portare un risultato concreto ai propri elettori in vista della tornata di voto del 2020 - e i due colossi faranno pace, il Vecchio continente si troverà schiacciato come un vaso fragile.
A quel punto sperare in accordi bilaterali sarà una benedizione. Meno di due settimana fa Trump ha ribadito: «Se l'Ue non parla con gli Usa, imporremo dazi su molti dei loro prodotti». Parole che allungano un'ombra sull'imposizione di nuove tariffe doganali su auto e componentistica prodotte fuori dagli Usa e importate negli Stati Uniti.
E la mossa sarà tanto più rigida quanto gli accordi con la Cina saranno equilibrati. Esattamente il contrario di quanto Jean-Claude Juncker ha sempre sbandierato. Senza contare che chi ha sperato dieci anni fa negli accordi quadro attorno al volano del Wto ha dovuto ammettere quanto l'idea sia stata un fallimento. Dopo Lehman Brothers, il mondo è cambiato, si è evoluto e ha portato a politiche protezionistiche. Queste non si combattono con accordi multilaterali ma bilaterali. L'Europa non lo capisce, perché dovrebbe ammettere la propria inutilità. Per tutti questi motivi la strada verso la Cina vale la pena essere percorsa anche se imporrà difficili equilibrismi. Alle nostre spalle c'è l'immagine di Juncker, Emmanuel Macron e di Angela Merkel che cercano di intestarsi una Via comune della seta. Meglio non guardarsi indietro.
«Senza la fiducia del Vaticano niente Via della seta»
C'è una «Via» parallela a quella della seta, forse ancora più importante rispetto a quella menzionata negli accordi commerciali, ed è quella che riguarda i rapporti tra il Vaticano e la cina. Eppure da giorni la narrazione dei media mainstream è rimasta avvitata sulle presunte divisioni nel governo gialloblù. Nessuna sorpresa per i lettori della Verità, i quali hanno potuto apprendere l'intenzione di visitare la Cappella Palatina da parte di Xi Jinping ben sette giorni prima che questi mettesse piedi in terra siciliana. Senza contare il fatto che già all'inizio della settimana scorsa rivelavamo i nomi dei veri registi dietro alla tappa italiana del presidente cinese: il presidente Sergio Mattarella e, soprattutto, papa Francesco. «È la Santa sede che da oltre un anno preme per l'accordo sulla Via della seta perché diventerebbe il perimetro dentro il quale il quale il potere temporale della Chiesa riuscirebbe a muoversi con più facilità», scrivevamo.
Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, a smentirlo arrivano le parole dell'uomo che muove i fili della comunicazione vaticana, padre Antonio Spadaro. Con un editoriale pubblicato ieri sulla Stampa, il direttore della Civiltà Cattolica benedice l'intesa firmata da Xi e dal nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Sempre ieri il premier, nel corso della presentazione del libro scritto dal gesuita, La Chiesa in Cina, ha dichiarato: «Seguiremo con grande interesse, come autorità di governo, gli sviluppi di questo dialogo».
Vista la vicinanza con il Pontefice, quello di Spadaro è molto più di un endorsement a titolo personale. «Firmato il memorandum con tutte le reazioni che esso ha suscitato», ha scritto, «dobbiamo adesso guardare avanti e considerare come l'iniziativa cinese non può essere valutata solamente per la sua rilevanza in campo economico e finanziario. Sarebbe miope». Servendosi di un'accorata analisi geopolitica (si va da «Non è immaginabile un Oriente che emerga e sommerga l'Occidente» a «La cultura europea, almeno fino all'Illuminismo, ha sempre guardato con attenzione a quella cinese»), Spadaro arriva a dire ciò che più gli preme.
Prima di tutto, l'accordo provvisorio sottoscritto il 22 settembre scorso tra Pechino e la Santa sede per la nomina dei vescovi deve essere collocato nel «cambio di panorama» voluto da Francesco e mirato al superamento del paradigma colonialista. Un accordo, per usare le parole dello stesso Pontefice, in grado di «contribuire a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina», ma che non ha mancato di destare polemiche in senso alla Curia. Non solo per il fatto che, secondo molti, condividere le nomine dei pastori con Pechino finisce per intaccare l'indipendenza del potere spirituale. Ma anche e soprattutto per il profondo malumore causato dalla decisione di affidare la guida di due diocesi a vescovi scomunicati e poi perdonati da Francesco.
Secondo quanto dichiarato a Tempi dal cardinale Zen-Ze Kiun, l'accordo tra Vaticano e Cina «proprio nel momento in cui tutto il mondo vede che la Cina sta intensificando la persecuzione di tutte le religioni, compreso l'islam, è sinceramente pazzesco. Io credo che il Vaticano non capisca la sofferenza di questi fedeli». Forse anche per vincere le sacche di resistenza all'intesa lo scorso mese il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha detto: «Ora è importante dare esecuzione all'accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi in Cina, e cominciare a farlo funzionare nella pratica».
Secondo, il tanto discusso incontro tra Xi e Francesco sarebbe solo questione di tempo. Se per Spadaro «è anche vero che la fiducia va costruita in maniera solida», d'altro canto «la Via della seta, per il suo respiro e le sue ambizioni non potrà realizzarsi senza questa crescente fiducia tra Pechino e Roma intesa come la sede di Pietro, data la natura globale del cristianesimo».
E qui arriviamo al dunque. Come spiega poco più avanti il padre gesuita, «fu proprio sulla Via della seta che avvenne uno straordinario incontro tra tradizioni religiose incontro fra tradizioni religiose diverse: cristiani, musulmani, zoroastriani e buddisti si incontrarono e vissero fianco a fianco», e perciò «non è difficile comprendere che la pace nel mondo passa per Cina e islam, due grandi priorità del pontificato di Francesco». La grande domanda irrisolta, al netto di questa ambiziosa missione, rimane quella sull'identità futura della Chiesa.
Nuovi accordi con Parigi Pechino compra 300 Airbus
Arrivato domenica in Francia dopo i tre giorni in Italia, ieri il presidente cinese Xi Jinping è stato accolto dall'omologo francese Emmanuel Macron all'Eliseo. In totale, sono 15 i contratti firmati ieri tra i due Paesi, in settori che spaziano dal nucleare all'aeronautico, dall'ambiente all'energia, dalla ricerca spaziale all'artistico. In particolare la Cina, attraverso China aviation supplies holding company, ha firmato un maxi ordine di 290 Airbus A320 e dieci A350. Secondo indiscrezioni, il contratto varrebbe circa 30 miliardi di euro. «Questa visita», ha scritto il presidente Macron su Twitter, «rafforzerà la nostra partnership strategica e affermerà il ruolo della Francia, dell'Europa e della Cina a favore di un multilateralismo forte».
Come analizza il quotidiano francese Les Echos, la Cina rappresenta per l'Eliseo un partner ma anche un rivale: da una parte gli interessi commerciali, dall'altra la minaccia tecnologica. «La Cina per noi rappresenta una sfida e, al tempo stesso, un partner», ha detto il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, sottolineando la necessità di rimanere «vigili sulle azioni che può intraprendere la Cina per arrivare alle nostre tecnologie». Pechino punta su Parigi per temi internazionali come le questioni alle Nazioni unite, la riforma dell'Organizzazione mondiale del commercio e il cambiamento climatico, come ha ricordato il leader cinese. Parigi, invece, guarda con interesse alla Via della seta. Ma la sua posizione, dopo l'intesa raggiunta a Roma tra Italia e Cina, si è irrigidita: «Se dobbiamo parlare di una nuova Via della seta, deve andare in entrambe le direzioni», ha avvertito il ministro Le Drian la scorsa settimana.
Ma l'attenzione è tutta rivolta alla giornata di oggi. Il presidente Macron, deciso a creare un fronte europeo per contrastare le ambizioni cinesi in Europa, come spiega il Figaro, ha infatti convocato per oggi all'Eliseo anche il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Questo incontro a quattro con il presidente Xi Jinping, organizzato in preparazione del vertice Ue-Cina previsto per il 9 aprile a Bruxelles, dimostra l'intenzione dell'asse Parigi-Berlino di mettere il sigillo sui rapporti con il Dragone e «punire» quei Paesi che, come l'Italia, decidono di muoversi in maniera autonoma. Dietro la promessa dell'Eliseo di una riunione per individuare punti di convergenza tra Europa e Cina su materie quali il commercio e il clima si nasconde infatti ben altro che l'«approccio coordinato» che il presidente Macron auspicava che l'Ue tenesse sulla questione. Ma l'Italia non è isolata, pur essendo il primo Paese del G7 a firmare un memorandum d'intesa con la Cina: prima di noi, l'avevano fatto altri, tra cui Croazia, Ungheria, Grecia, Polonia e Portogallo.
La mancanza di una posizione condivisa da tutti i Paesi membri dell'Unione europea fa gioco a Pechino. La Cina spera infatti di evitare l'elaborazione di una politica comune nei suoi confronti. Intanto, con un passaggio domenica nel Principato di Monaco, il presidente Xi Jinping, primo presidente cinese a visitare la Rocca, ha discusso con il principe Alberto dell'accordo che renderà Montecarlo il primo Paese al di fuori della Cina dotato della nuova tecnologia di telefonia mobile 5G, grazie a una partnership tra il contestato gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei e Monaco Telecom.
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Il memorandum sulla Via della seta riduce l'influenza degli Usa e ci permette di smarcarci dai vincoli europei, che rendono la ripresa impossibile. Ma per assecondare Donald Trump il governo vara lo scudo sul 5G: si applicherà anche alle forniture di beni e servizi.«Senza la fiducia del Vaticano niente Via della seta». Antonio Spadaro, direttore della «Civiltà Cattolica», rivendica il ruolo della Chiesa. Giuseppe Conte: «Seguo il dialogo fra Pechino e Santa sede» .Nuovi accordi con Parigi Pechino compra 300 Airbus. Oggi pure Angela Merkel e Jean-Claude Juncker all'incontro fra Emmanuel Macron e il leader del Dragone.Lo speciale comprende tre articoli.Il viaggio di Xi Jinping in Italia e in Europa alza il velo su numerose ipocrisie. Prima su tutte una Unione piena di bachi, che nasconde la propria fragilità economica dietro l'impalcatura degli accordi, e non sembra disposta a comprendere il cambio di passo che arriva da Est e pure da Ovest. Per questo gli accordi con la Cina sono al tempo stesso opportunità e pericolo. Consentono al nostro Paese di uscire dagli schemi europei, ma ci espongono a eventuali rappresaglie americane. Non è un caso che, nel decreto che regola i rapporti con la Gran Bretagna in caso di Brexit firmato ieri dal presidente della Repubblica, sia spuntato lo scudo sulle attività del 5G.In pratica, come anticipato dal Sole 24 Ore, il testo aggiorna la legge del 2012 e stabilisce che costituiscono «attività di rilevanza strategica per il sistema di difesa e sicurezza nazionale i servizi di comunicazione elettronica a banda larga basati sulla tecnologia 5G».Il successivo comma spiega che il meccanismo di tutela dello Stato scatterà - ed è una novità rispetto alla vecchia normativa - anche nel caso di forniture di materiali e servizi, e non solo nei casi di acquisizioni di partecipazioni azionarie. Si tratta chiaramente della rassicurazione che Donald Trump ha chiesto più volte. Se però il nostro Paese sarà in grado da gestire questo particolare aspetto del futuro tecnologico dell'economia tricolore, potrà cogliere le altre opportunità e soprattutto uscire dal dualismo dell'asse francotedesco. Sul fatto che sia arrivato il momento di scardinare lo schema non dovrebbero esserci più dubbi. Ieri uno studio dell'istituto dei sindacati europei dell'Etuc ha dimostrato chiaramente che i salari reali in media sono più bassi oggi di dieci anni fa in Italia e in altri sette Paesi Ue. C'è invece stato un boom nei Paesi dell'Est, in Francia e in Germania.In pratica seguendo uno schema simile all'andamento della produttività che vede l'Italia all'ultimo posto nella classifica dei Paesi euro. Nel periodo 2009-2019, gli stipendi aggiustati rispetto all'inflazione sono scesi del 23% in Grecia, dell'11% in Croazia, del 7% a Cipro, del 4% in Portogallo, del 3% in Spagna, del 2% in Italia e dell'1% in Gran Bretagna e Ungheria. In Germania invece sono aumentati dell'11% e in Francia del 7%. La Bulgaria spicca con un +87%, seguita a distanza dalla Romania (+34%), dalla Polonia (+30%), e dai Paesi baltici (Lettonia, Lituania ed Estonia, tra il +21% e il +20%). Al di là dei commenti dei sindacati che chiedono nuovi contratti nazionali (boicottando quelli aziendali che potrebbero essere una soluzione interessante), il dato da analizzare è l'andamento nel decennio. Man mano che l'Europa a motrice francotedesca si è allargata a Est, i tradizionali Paesi periferici hanno visto la concorrenza delle buste paghe dai neo membri. Le politiche inclusive di Francia e Germania hanno permesso di assorbire il trend dei costi orari. Cosa che non è avvenuta per il nostro Paese, e nemmeno per la Gran Bretagna. La discutibile scelta della Brexit nasce da questo handicap e gli analisti politici non possono non tenerne conto. L'Italia, che certamente resta gravata da un debito pubblico difficilmente sostenibile, non può restare ancorata a vincoli europei che non sono in grado di portare soluzioni concrete né al calo della produttività né al crollo dei salari. Quando Usa e Cina troveranno un accordo sui dazi - e accadrà perché Trump ha necessità di portare un risultato concreto ai propri elettori in vista della tornata di voto del 2020 - e i due colossi faranno pace, il Vecchio continente si troverà schiacciato come un vaso fragile.A quel punto sperare in accordi bilaterali sarà una benedizione. Meno di due settimana fa Trump ha ribadito: «Se l'Ue non parla con gli Usa, imporremo dazi su molti dei loro prodotti». Parole che allungano un'ombra sull'imposizione di nuove tariffe doganali su auto e componentistica prodotte fuori dagli Usa e importate negli Stati Uniti. E la mossa sarà tanto più rigida quanto gli accordi con la Cina saranno equilibrati. Esattamente il contrario di quanto Jean-Claude Juncker ha sempre sbandierato. Senza contare che chi ha sperato dieci anni fa negli accordi quadro attorno al volano del Wto ha dovuto ammettere quanto l'idea sia stata un fallimento. Dopo Lehman Brothers, il mondo è cambiato, si è evoluto e ha portato a politiche protezionistiche. Queste non si combattono con accordi multilaterali ma bilaterali. L'Europa non lo capisce, perché dovrebbe ammettere la propria inutilità. Per tutti questi motivi la strada verso la Cina vale la pena essere percorsa anche se imporrà difficili equilibrismi. Alle nostre spalle c'è l'immagine di Juncker, Emmanuel Macron e di Angela Merkel che cercano di intestarsi una Via comune della seta. 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Senza contare il fatto che già all'inizio della settimana scorsa rivelavamo i nomi dei veri registi dietro alla tappa italiana del presidente cinese: il presidente Sergio Mattarella e, soprattutto, papa Francesco. «È la Santa sede che da oltre un anno preme per l'accordo sulla Via della seta perché diventerebbe il perimetro dentro il quale il quale il potere temporale della Chiesa riuscirebbe a muoversi con più facilità», scrivevamo. Se qualcuno nutrisse ancora dei dubbi, a smentirlo arrivano le parole dell'uomo che muove i fili della comunicazione vaticana, padre Antonio Spadaro. Con un editoriale pubblicato ieri sulla Stampa, il direttore della Civiltà Cattolica benedice l'intesa firmata da Xi e dal nostro presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Sempre ieri il premier, nel corso della presentazione del libro scritto dal gesuita, La Chiesa in Cina, ha dichiarato: «Seguiremo con grande interesse, come autorità di governo, gli sviluppi di questo dialogo». Vista la vicinanza con il Pontefice, quello di Spadaro è molto più di un endorsement a titolo personale. «Firmato il memorandum con tutte le reazioni che esso ha suscitato», ha scritto, «dobbiamo adesso guardare avanti e considerare come l'iniziativa cinese non può essere valutata solamente per la sua rilevanza in campo economico e finanziario. Sarebbe miope». Servendosi di un'accorata analisi geopolitica (si va da «Non è immaginabile un Oriente che emerga e sommerga l'Occidente» a «La cultura europea, almeno fino all'Illuminismo, ha sempre guardato con attenzione a quella cinese»), Spadaro arriva a dire ciò che più gli preme. Prima di tutto, l'accordo provvisorio sottoscritto il 22 settembre scorso tra Pechino e la Santa sede per la nomina dei vescovi deve essere collocato nel «cambio di panorama» voluto da Francesco e mirato al superamento del paradigma colonialista. Un accordo, per usare le parole dello stesso Pontefice, in grado di «contribuire a scrivere questa pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina», ma che non ha mancato di destare polemiche in senso alla Curia. Non solo per il fatto che, secondo molti, condividere le nomine dei pastori con Pechino finisce per intaccare l'indipendenza del potere spirituale. Ma anche e soprattutto per il profondo malumore causato dalla decisione di affidare la guida di due diocesi a vescovi scomunicati e poi perdonati da Francesco. Secondo quanto dichiarato a Tempi dal cardinale Zen-Ze Kiun, l'accordo tra Vaticano e Cina «proprio nel momento in cui tutto il mondo vede che la Cina sta intensificando la persecuzione di tutte le religioni, compreso l'islam, è sinceramente pazzesco. Io credo che il Vaticano non capisca la sofferenza di questi fedeli». Forse anche per vincere le sacche di resistenza all'intesa lo scorso mese il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha detto: «Ora è importante dare esecuzione all'accordo provvisorio sulle nomine dei vescovi in Cina, e cominciare a farlo funzionare nella pratica». Secondo, il tanto discusso incontro tra Xi e Francesco sarebbe solo questione di tempo. Se per Spadaro «è anche vero che la fiducia va costruita in maniera solida», d'altro canto «la Via della seta, per il suo respiro e le sue ambizioni non potrà realizzarsi senza questa crescente fiducia tra Pechino e Roma intesa come la sede di Pietro, data la natura globale del cristianesimo». E qui arriviamo al dunque. Come spiega poco più avanti il padre gesuita, «fu proprio sulla Via della seta che avvenne uno straordinario incontro tra tradizioni religiose incontro fra tradizioni religiose diverse: cristiani, musulmani, zoroastriani e buddisti si incontrarono e vissero fianco a fianco», e perciò «non è difficile comprendere che la pace nel mondo passa per Cina e islam, due grandi priorità del pontificato di Francesco». 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In particolare la Cina, attraverso China aviation supplies holding company, ha firmato un maxi ordine di 290 Airbus A320 e dieci A350. Secondo indiscrezioni, il contratto varrebbe circa 30 miliardi di euro. «Questa visita», ha scritto il presidente Macron su Twitter, «rafforzerà la nostra partnership strategica e affermerà il ruolo della Francia, dell'Europa e della Cina a favore di un multilateralismo forte». Come analizza il quotidiano francese Les Echos, la Cina rappresenta per l'Eliseo un partner ma anche un rivale: da una parte gli interessi commerciali, dall'altra la minaccia tecnologica. «La Cina per noi rappresenta una sfida e, al tempo stesso, un partner», ha detto il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, sottolineando la necessità di rimanere «vigili sulle azioni che può intraprendere la Cina per arrivare alle nostre tecnologie». Pechino punta su Parigi per temi internazionali come le questioni alle Nazioni unite, la riforma dell'Organizzazione mondiale del commercio e il cambiamento climatico, come ha ricordato il leader cinese. Parigi, invece, guarda con interesse alla Via della seta. Ma la sua posizione, dopo l'intesa raggiunta a Roma tra Italia e Cina, si è irrigidita: «Se dobbiamo parlare di una nuova Via della seta, deve andare in entrambe le direzioni», ha avvertito il ministro Le Drian la scorsa settimana. Ma l'attenzione è tutta rivolta alla giornata di oggi. Il presidente Macron, deciso a creare un fronte europeo per contrastare le ambizioni cinesi in Europa, come spiega il Figaro, ha infatti convocato per oggi all'Eliseo anche il cancelliere tedesco Angela Merkel e il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Questo incontro a quattro con il presidente Xi Jinping, organizzato in preparazione del vertice Ue-Cina previsto per il 9 aprile a Bruxelles, dimostra l'intenzione dell'asse Parigi-Berlino di mettere il sigillo sui rapporti con il Dragone e «punire» quei Paesi che, come l'Italia, decidono di muoversi in maniera autonoma. Dietro la promessa dell'Eliseo di una riunione per individuare punti di convergenza tra Europa e Cina su materie quali il commercio e il clima si nasconde infatti ben altro che l'«approccio coordinato» che il presidente Macron auspicava che l'Ue tenesse sulla questione. Ma l'Italia non è isolata, pur essendo il primo Paese del G7 a firmare un memorandum d'intesa con la Cina: prima di noi, l'avevano fatto altri, tra cui Croazia, Ungheria, Grecia, Polonia e Portogallo. La mancanza di una posizione condivisa da tutti i Paesi membri dell'Unione europea fa gioco a Pechino. La Cina spera infatti di evitare l'elaborazione di una politica comune nei suoi confronti. Intanto, con un passaggio domenica nel Principato di Monaco, il presidente Xi Jinping, primo presidente cinese a visitare la Rocca, ha discusso con il principe Alberto dell'accordo che renderà Montecarlo il primo Paese al di fuori della Cina dotato della nuova tecnologia di telefonia mobile 5G, grazie a una partnership tra il contestato gigante delle telecomunicazioni cinese Huawei e Monaco Telecom.
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È l’unica isola siciliana a non far parte di un arcipelago. Ottanta chilometri quadrati per 7.000 abitanti. È più vicina alla Tunisia, 70 chilometri, che alla Sicilia, centodieci.
Una posizione che, nel corso dei secoli, ha visto una ventina di popoli e civiltà diverse approdare alle sue coste, meno quelli addentratisi nell’interno, considerata la natura vulcanica del territorio. Per primi i misteriosi Sesioti, che con l’ossidania, vetro vulcanico naturale che si forma dal rapidissimo raffreddamento di lava ricca di silice, preparavano lame affilate di lance e coltelli. Sui fondali della baia di Scauri sono stati trovati importanti resti di ceramiche usate in cucina, vista la solida resistenza al calore dovuta al terreno lavico. Tracce importanti le hanno lasciate i Fenici, che hanno introdotto la coltivazione della vite ad alberello e, soprattutto, gli Arabi che, oltre a portare la coltivazione dell’ulivo, hanno perfezionato la lavorazione dell’uva, tanto che il termine zibibbo, che identifica il vino locale, deriva dall’arabo zaibib, uva passa. Di derivazione araba anche altri due simboli di Pantelleria giunti a noi, i dammusi, sorta di piccole case agricole, e i giardini panteschi, che andremo poi a scoprire.
Un altro paradosso dell’isola del vento deriva dal fatto che l’attività principale dei suoi abitanti, da sempre, è legata all’agricoltura e molto meno alla pesca. Per introdurre questo viaggio all’interno delle svariate bellezze di Pantelleria, meritano ampia citazione alcuni passaggi che gli ha dedicato Pier Luigi Petrillo, dal 2022 presidente dell’Organo degli esperti mondiali della convenzione Unesco per il Patrimonio culturale immateriale, primo italiano ad avere questo importante incarico. Segue Pantelleria da anni, tanto da aver curato, nel 2014, il riconoscimento Unesco alla coltivazione della vite ad alberello, la prima di tal genere riconosciuta ad una coltivazione agricola. In Racconti di vite, pubblicazione curata nel decennale di tale promozione, la testimonianza di Petrillo è ulteriore calamita per andare a scoprire questo piccolo grande gioiello consegnatoci dalla natura e dalla sua storia. «Pantelleria è più di una semplice isola. Le sue terre hanno respirato i venti di civiltà diverse che l’hanno trasformata in uno scrigno di magia e mistero. L’arte della viticoltura è un balletto ostinato tra la pianta e il terreno. Coltivare qui la terra è più di un mestiere, è una danza con le radici dell’anima. Qui i suoi abitanti coltivano la terra e i suoi prodotti con la consapevolezza di essere custodi di una eredità millenaria».
Sorge così una curiosità di andarla a scoprire in lievitazione continua, che trova degna sintesi nelle parole di Camilla Rocca: «Il mal di Pantelleria è un male sopito, sornione, che si può risvegliare in qualsiasi momento e si può curare in un unico modo: il ritorno». Iniziamo da una delle sue identità più conosciute, Isola del vento, un tributo donatole dagli Arabi posto che, a Pantelleria, la coltivazione non avviene per irrigazione, le piogge sono scarsissime (450 mm/anno contro i 2.000 delle pianure padane), ma si fa tesoro dell’umidità trasportata dal vento per averne nutrimento grazie ad architetture agricole come la vite ad alberello.
Il paesaggio dell’isola è caratterizzato da architetture rurali inconfondibili, i muretti di pietra, dove le singole parti sono tenute assieme con abile arte manuale, senza l’uso di malte o cementi. I muretti sono indispensabile cintura di sicurezza per la tenuta dei terrazzamenti, ovvero quelle piccole superfici piane realizzate in terreni a forte pendenza per poter realizzare l’indispensabile attività agricola. L’«Arte della costruzione in pietra a secco», Patrimonio Unesco dal 2018, è tradizione di otto Paesi dell’area prevalentemente mediterranea, ma di cui Pantelleria è indiscussa testimonianza più viva che mai, anche oggi, nella pratica quotidiana. In particolar modo nella coltivazione della vite ad alberello. La pianta vien posta all’interno di conche scavate nel terreno «come fossero delle culle». Dal ceppo di sviluppano, poi, delle branche, da sei a otto, dette «spalle» che vengono tenute all’interno della conca, con una doppia finalità. Da un lato proteggere la pianta dai forti venti che spirano dal mare e, con pari importanza, fare in modo che la pianta stessa tragga nutrimento dalla umidità che si concentra nella rugiada notturna che serve poi a resistere alla luce del sole per tutta la giornata. Anche perché, come ha ben sottolineato il biologo del Parco, Andrea Biddittu, «il vento fortissimo, a seconda della direzione, brucia, assieme al sole, ogni pianta che alzi troppo la testa».
In questo modo si sviluppa un frutto dall’elevata concentrazione zuccherina e dalla grande ricchezza aromatica. La produzione vinicola ha preso piede attorno alla metà dell’Ottocento, scoprendone via via le particolari caratteristiche, mentre prima la coltivazione era dedita prevalentemente alla vendita dell’uva. Una lavorazione complessa che vede gli acini messi prima ad essiccare negli stinnituri, delle piastre dedicate, ricoperti con un panno di notte per preservarli dall’umidità. Completata questa prima fase, gli acini venivano immersi nel mosto fresco cui cedevano tutti gli zuccheri conservati nell’appassimento e da lì, poi, l’affinamento.
Passito di Pantelleria che rientra nella categoria dei vini eroici, ovvero quelli prodotti in territori dove la sfida con la natura è costante e tenace. A Pantelleria quella dello zibibbo e dei suoi custodi è una sfida triplicamente eroica. Si combattono, in contemporanea, il vento impetuoso, l’assenza d’acqua, le pendenze, rese gestibili grazie alla presenza dei terrazzamenti e dei muretti a loro sostegno. La raccolta avviene rigorosamente a mano, grazie a personale specializzato e grazie anche a un sostegno dedicato ai piccoli produttori da parte del Consorzio, in modo da salvaguardarli da un mercato che, spesso, li rendeva passivi a regole stabilite altrove. E grazie anche all’interessamento che, via via, ha visto coinvolti produttori di lunga esperienza che hanno intuito in Pantelleria una intrigante sfida per valorizzare prodotto e territorio. Un esempio per tutti è Donnafugata, della famiglia Rallo. Le origini a Marsala, ma via via diffusa in altri luoghi della loro splendida Sicilia, dall’Etna a Pantelleria, appunto.
Nelle tenute dell’isola, i Rallo hanno sviluppato un interessantissimo «Cammino di Kamma» che conduce il visitatore curioso a scoprire le mille bellezze del luogo, dai terrazzamenti con i loro muretti a secco ad un’area panoramica in cui si possono vedere anche le piccole coltivazioni di erbe e aromi: menta e origano eccellenze assolute. Dal 2016 il Comune di Pantelleria si è attivato per incuriosire il turista a volgere lo sguardo dal pur affascinante blu del Mediterraneo, alle multiformi bellezze dell’isola, ad esempio con «L’itinerario della strada della vite ad alberello». Oltre una trentina di chilometri in cui si entra nell’anima più profonda dell’isola, senza distogliere lo sguardo dagli affascinanti panorami che i suoi declivi sanno offrire. Un impegno tale, quello dei coltivatori di zibibbo e del conseguente passito, che richiede un monte ore complessivo superiore di ben tre volte a quanto richiesto a pari colleghi nel continente.
Ma se vi soffermate al calice con l’occhio indagatore, l’olfatto sulle ventitrè e le papille ad applaudire il finale capirete come venire ad assaggiare questa creatura di Bacco nella sua culla nativa, valga il viaggio.
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Imprenditore visionario e osservatore attento dei cambiamenti nei consumi, Fusco racconta come un brand nato per un pubblico adulto sia riuscito a diventare un oggetto del desiderio per i giovanissimi. Tra l’evoluzione del piumino, il successo del total look, i mercati internazionali e il rapporto con la famiglia americana proprietaria del marchio, emerge il ritratto di un’azienda che continua a crescere senza perdere la propria identità.
Partiamo da un’immagine molto concreta: tantissimi ragazzi con una giacca Blauer. Ve lo aspettavate?
«Sinceramente no. Fino a qualche anno fa il nostro target era tra i 25 e i 50 anni. Oggi, oltre a quel pubblico, siamo riusciti a conquistare ragazzi di 12, 13, 14 e 15 anni. È una fortuna enorme, perché il nostro mercato si è allargato tantissimo. Sono quelle cose che a volte succedono e che nemmeno tu riesci a spiegarti completamente».
Secondo lei qual è stato l’elemento che ha fatto diventare Blauer un marchio così desiderato dai più giovani?
«Credo sia un insieme di fattori: qualità, prezzo e leggerezza del prodotto. Noi abbiamo realizzato capi molto leggeri ma estremamente caldi grazie alla piuma. Poi è chiaro che la moda oggi passa anche attraverso chi indossa certi prodotti. Personaggi dello spettacolo, influencer, persone che i ragazzi vedono e prendono come riferimento. Piaccia o no, oggi funziona così».
Il piumino è ancora il simbolo di Blauer. Eppure stiamo parlando di un capo che continua a evolversi.
«Assolutamente. Io paragono il piumino al denim. Il jeans ha avuto alti e bassi ma non è mai passato di moda. Il piumino è uguale. Qual è l’alternativa? Un cappotto, un parka, una pelliccia sintetica. Ma per praticità e comodità resta un capo insostituibile».
Oggi però il piumino non è più soltanto un prodotto invernale.
«Infatti. Da anni lavoriamo su pesi diversi. Ci sono piumini leggerissimi che possono sostituire un golfino nelle sere d’estate o essere utilissimi in barca, al mare o quando cambia improvvisamente il tempo. Sono capi che ti salvano la giornata. E quelli più leggeri diventano davvero quattro stagioni: in inverno li metti sotto un cappotto, in estate li porti con te in borsa».
La leggerezza e la praticità sembrano essere diventate caratteristiche fondamentali.
«Sì, e noi siamo stati tra i primi a crederci. Abbiamo introdotto anche i sacchettini per riporre e comprimere i piumini. Oggi è una pratica diffusa, ma allora era una novità. Alla fine il cliente apprezza soprattutto il servizio e la funzionalità che gli offri».
Negli anni Blauer è diventato molto più di un marchio di outerwear. Quanto conta oggi il total look?
«Conta tantissimo. In estate vendere solo giubbotti sarebbe molto complicato. Quando fa caldo le persone acquistano t-shirt, polo, pantaloni leggeri, bermuda. Il total look ci permette di avere una continuità di business durante tutto l’anno e di bilanciare la stagionalità del prodotto».
C’è anche un equilibrio sempre maggiore tra uomo e donna.
«Sì, oggi siamo praticamente arrivati a un 50% uomo e 50% donna. È un risultato molto importante e ci aiuta ad avere una clientela ancora più ampia».
Quali sono oggi i mercati più dinamici per Blauer?
«L’Italia continua a darci grandi soddisfazioni. Stanno andando molto bene anche Germania e Austria. Sono partite fortissimo Spagna e Portogallo e vediamo risultati interessanti anche in Polonia e Repubblica Ceca. Al contrario, Francia, Belgio e Olanda stanno vivendo una fase un po’ più complicata».
Il mercato però sta cambiando rapidamente.
«Sì, ed è inutile nasconderlo. La crisi si sente e i negozi lavorano meno rispetto al passato. Ma è cambiato anche il modo di spendere. I giovani acquistano molto online e spesso preferiscono investire il loro denaro in esperienze, viaggi, weekend o momenti di socialità piuttosto che in un capo d’abbigliamento».
Nonostante questo continuate a crescere.
«Fortunatamente sì. Chiuderemo l’anno con un incremento intorno al 12%. Restiamo ottimisti anche per il futuro. Certo, siamo consapevoli che il mercato sia più difficile rispetto a qualche anno fa, ma siamo un’azienda sana e questo ci permette di affrontare eventuali momenti complicati con serenità».
Blauer oggi è ancora condivisa con la proprietà americana. Qual è il vostro obiettivo?
«Oggi il marchio è al 50% nostro e al 50% della famiglia americana Blauer. L’obiettivo, naturalmente, sarebbe arrivare a possederlo completamente. Dopo venticinque anni di lavoro sarebbe una soddisfazione importante».
A che punto siete?
«Stiamo lavorando. Non è soltanto una questione economica. La famiglia Blauer esiste dal 1936 e tiene molto alla tutela del nome. Vogliono essere certi che il marchio rimanga nelle mani giuste. È una preoccupazione che capisco e rispetto».
E il rapporto personale com’è?
«Molto buono. Mi hanno sempre detto una cosa che considero un grande complimento: “Tu sei il Blauer italiano”. Dopo venticinque anni di lavoro insieme significa sentirsi parte della stessa famiglia. E forse è proprio questa la chiave del successo di Blauer: un marchio capace di rimanere fedele alle proprie radici, continuando però a parlare linguaggi nuovi. Tanto da conquistare chi ha 50 anni come chi ne ha appena 15».
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Allo stesso tempo, la statistica è una scienza e serve proprio a osservare fenomeni collettivi, individuare tendenze e comprendere problemi reali. Se alcuni dati mostrano che determinati fenomeni criminali, sociali o di radicalizzazione sono più frequenti in specifici gruppi religiosi rispetto ad altri, discuterne non significa essere razzisti o prevenuti: significa confrontarsi con la realtà.
Il punto cruciale è distinguere tra l’analisi di un fenomeno e il giudizio indiscriminato sulle persone che appartengono a una determinata comunità. Le regole ideologiche e spirituali di questa comunità devono essere conosciute ed esaminate, nell’ipotesi che siano la causa della maggiore problematicità. La problematicità, l’aggressività, l’odio non nascono dalla miseria e dall’emarginazione, queste semplificazioni sono insegnate come vere nelle facoltà di psicologia e sociologia e imposte come il verbo dalle élite politiche, culturali e purtroppo anche ecclesiastiche. Si tratta di un falso.
Le minoranze cristiane nei Paesi islamici non sono solo «discriminate ed emarginate», sono perseguitate col ferro e col fuoco, col ventre delle madri sventrati, le bambine stuprate a morte, i bambini uccisi o venduti. Queste minoranze hanno tassi di criminalità bassissimi. Poche minoranze sono state discriminate come gli armeni in Turchia durante la prima guerra mondiale e gli ebrei nel Terzo Reich, la discriminazione consisteva nell’ammazzarli in maniera atroce, eppure nessuno dei pochi sopravvissuti di queste comunità ha sviluppato comportamenti criminali, ma la sentenza del comportamento criminale come reazione a una qualche torto subito continua a tenere banco indisturbata. È un’assoluta bestialità: i veri perseguitati hanno un profilo basso. La protervia è propria dei padroni, e degli aspiranti tali. Dal punto di vista sociologico è evidente che l’assioma «i violenti sono violenti in quanto emarginati», è falso, mentre è vero il contrario. «I violenti sono emarginati in quanto violenti». E soprattutto, persone che rifiutano deridendo ogni ordine sociale, per quale incredibile magia dovrebbero non restare emarginati? È indispensabile che tutti conoscano le parti più violente del Corano, così da rendersi conto che la violenza islamica non è reattiva, ma costituzionale. Per quanto riguarda il terrorismo, sta aumentando: è emblematico il caso della Francia. Il 7 gennaio 2015, alle 11:30 del mattino, due uomini armati fanno irruzione nella redazione di Charlie Hebdo, a Parigi. In pochi minuti aprono il fuoco contro giornalisti, vignettisti e agenti di polizia. Dodici persone vengono uccise. I responsabili, i fratelli Saïd e Chérif Kouachi, non erano sconosciuti alle autorità francesi: erano già stati arrestati, processati e condannati per attività legate all’estremismo islamista. Eppure erano tornati in libertà e avevano potuto preparare uno degli attentati più scioccanti della storia recente della Francia. Dieci mesi dopo, il 13 novembre 2015, il Paese viene nuovamente colpito. Tre gruppi di terroristi si dirigono verso il cuore della capitale e attaccano quasi simultaneamente sei obiettivi diversi. Le esplosioni e le sparatorie trasformano una normale serata parigina in un incubo. Il bilancio finale è devastante: 130 morti e centinaia di feriti. Gli attacchi colpiscono il teatro Bataclan, diversi café e ristoranti tra il decimo e l’undicesimo arrondissement e l’area esterna dello Stade de France, dove si stava disputando una partita internazionale. Ancora una volta emerge un elemento inquietante: molti degli attentatori erano già noti ai servizi di sicurezza e avevano alle spalle precedenti legati alla radicalizzazione.
Il 2015 rappresenta per la Francia un anno spartiacque. È il momento in cui il Paese prende definitivamente coscienza che la minaccia jihadista non arriva soltanto dall’esterno, ma può nascere e svilupparsi all’interno delle stesse società europee. I fratelli Kouachi erano francesi, cresciuti a Parigi. Abdelhamid Abaaoud, considerato il coordinatore operativo degli attentati del 13 novembre, era nato e cresciuto in Belgio. Samy Amimour, uno degli uomini che parteciparono alla strage del Bataclan, aveva lavorato per oltre un anno come conducente della metropolitana parigina. Bilal Hadfi, appena ventenne, conduceva apparentemente una vita simile a quella di tanti suoi coetanei europei e pubblicava fotografie in costume da bagno vicino a una piscina pochi mesi prima di farsi esplodere nei pressi dello Stade de France.
Questa è la storia dell’anno più sanguinoso vissuto dalla Francia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Due attentati separati da dieci mesi, centinaia di vittime e una ferita che ancora oggi non si è completamente rimarginata. Ma è anche la storia di una domanda che continua a dividere il dibattito pubblico francese ed europeo: come è possibile che giovani cresciuti nelle nostre città, educati nelle nostre scuole e inseriti nelle nostre società abbiano deciso di rivolgere le armi contro i propri concittadini?
Se non si conosce il Corano, questa domanda resta senza risposta. Il problema è che non si tratta solo di terrorismo, il terrorismo è la punta di enorme iceberg, e l’iceberg è la violenza spicciola quotidiana. Si tratta della violenza esistenziale dello studente che accoltella il docente dopo aver posizionato il cellulare per riprenderlo e bearsene con i compagni, delle aggressioni continue, gli stupri, l’immenso piacere del vandalismo.
A questo quadro si aggiungono i recenti e violenti disordini che hanno interessato Parigi e altre città francesi, dove episodi di guerriglia urbana, incendi, saccheggi e scontri con le forze dell’ordine hanno riportato al centro del dibattito il tema dell’integrazione, della sicurezza e delle tensioni sociali presenti in alcune aree urbane. Qualsiasi scusa, una partita, vinta, una partita persa, è una scusa sufficiente a scatenare un inferno di cui nessuno chiederà conto, se non con la solita lagna: occorre più integrazione, dobbiamo amarli di più, essere più servili. Gli eventi sportivi e calcistici, che dovrebbero rappresentare momenti di aggregazione e appartenenza comune, sono diventati puntualmente il pretesto per esplosioni di violenza collettiva. Fenomeni teoricamente diversi tra loro, in realtà sempre uguali, alimentano una riflessione più ampia sulla capacità delle società europee di affrontare un odio culturale e identitario di tipo religioso, che si cerca di negare camuffandolo da problema sociologico.
Qualcuno può pensare che i protagonisti appartengano a una minoranza discriminata? I protagonisti sono islamici e disprezzano profondamente i non islamici. Gli islamici, tutti, considerano gli infedeli, tutti, kafir, esseri inferiori, è una prescrizione coranica. Se sono molto educati e se sono in una condizione di non poterlo manifestare, lo nascondono, ma non esiste un islamico che non consideri i kafir esseri inferiori, e che non trovi ripugnante ogni ordinamento giuridico dove essi abbiano gli stessi diritti di un musulmano. I kafir hanno diritto ad esistere solo da sottomessi, cioè dhimmi. Un fenomeno paradigmatico sono le violenze sui treni, capotreni aggrediti perché, benché kafir, esseri inferiori, si sono permessi di chiedere il biglietto, bande di nordafricani che assaltano un viaggiatore, depredandolo, picchiandolo e soprattutto umiliandolo, come un kafir essere inferiore merita, e bande di nordafricani che tengono in pugno un intero vagone. Questi episodi non vengono sanzionati, come se nessun reato fosse stato commesso. L’analisi dei dati mostra che noi siamo una maggioranza discriminata. E una maggioranza può essere discriminata solo se, magari senza saperlo, è sotto occupazione militare. La disparità di trattamento riservata da magistrati e giornalisti ai reati compiuti dagli italiani rispetto a quelli compiuti dagli islamici è plateale. Per questo è così fondamentale svegliare l’Europa e l’Italia dall’anestesia, perché a ogni funzionario, ogni insegnante, ogni uomo politico siano note le parti del Corano che rendono gli islamici degni solo di essere i nostri padroni e noi degni solo di essere loro servi. Tra gli islamici ci sono innumerevoli persone che vorrebbero convertirsi, che vorrebbero essere liberi. Abbiamo già gli esempi straordinari di Hirsi Alì e Magdi Cristiano Allam. La nostra vigliaccheria li rende tragicamente soggetti alla violenza contro gli apostati anche qui.
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Trevaillon (Ansa)
Perché il mondo progressista e una parte del mondo cattolico non hanno colto la potente spinta innovativa e valoriale della sfida off grid di Nathan e Catherine, limitandosi a una generica solidarietà umana e sostenendo la deriva giudiziaria di una faccenda che, nel sentire degli italiani, appare come uno strappo troppo doloroso? Perché il mondo degli intellettuali ha sottovalutato la portata rivoluzionaria del laboratorio off grid della famiglia Trevallion-Birmimgham (già i cognomi sono due perché qui proprio il patriarcato non c’è)? Provo a riassumere la sfida off grid di Nathan e Catherine e ditemi se questo non è un programma politico progressista e francescano.
Nei tanti colloqui con Nathan e Catherine, ho ricostruito la loro straordinaria storia di viandanti inquieti del mondo. Non hanno nascosto le contraddizioni, le incompiutezze, le difficoltà e la consapevolezza che questo percorso non è affatto concluso. Ma la meta del percorso è ben definita: il pacifismo estremo e la rinuncia al conflitto come forma di autoaffermazione, l’ambientalismo radicale vissuto in prima persona e senza proclami, la ricerca dell’armonia e del rispetto totale della natura, la lotta allo spreco delle risorse e dell’acqua, la totale rinuncia allo sfruttamento della Terra, la scelta di costruire relazioni compassionevoli e non giudicanti, l’unità della famiglia, l’amore per i figli, il digital detox e la rinuncia a modelli educativi fondati sullo schema giudizio-punizione-ricompensa, la non sottomissione alla schiavitù del danaro, del profitto, dell’effimero e del successo, l’aiuto reciproco, la ricchezza dei legami e delle relazioni, la cooperazione, la consapevolezza informata, la libertà di scelta e l’assecondare le inclinazioni e i talenti dei figli, la totale uguaglianza nell’educazione di maschi e femmine senza distinzione del genere, la spiritualità e la scintilla del divino.
Ecco, questa è la sfida. Catherine e Nathan hanno scelto questa meta e la loro vita familiare era, prima dell’intervento clamoroso dei servizi sociali, un laboratorio, ancora imperfetto, ma un laboratorio coraggioso verso una nuova umanità, verso quella meta che abbiamo appena sintetizzato. Un laboratorio che andava rispettato, compreso, sostenuto, incoraggiato e accompagnato. Un laboratorio per nulla improvvisato. Se la loro straordinaria storia fosse stata ascoltata, avremmo difeso quel laboratorio. Non vi sembra che questo laboratorio abbia la potenzialità di sfidare la nostra società tecnocratica, ingiusta e diseguale, narcisistica e schiava dell’esteriorità, sottomessa al dio danaro e clamorosamente fondata sul censo, crudele e bullizzante e per niente compassionevole, incessante e veloce senza alcun rispetto dell’armonia della natura, surriscaldata, ignorante e in guerra permanente?
Perché il mondo progressista, cattolico e intellettuale ha fatto finta di non capire che per lo sviluppo di un bimbo sano, consapevole e dotato di pensiero critico il laboratorio di Nathan e Catherine sarebbe stato una sfida da accogliere? Perché abbiamo fatto finta di non capire che questa sfida avrebbe necessitato di altre risposte, non giudiziarie?
I bambini hanno diritto innanzitutto a essere amati. Sì, anche all’istruzione: ma questa sfida mette in discussione la nostra scuola, che è diventata un ambiente pericoloso e bullizzante. Siamo sicuri che la nostra scuola davvero garantisca istruzione e pensiero critico? Sì, hanno diritto anche alla socializzazione, ma questa sfida mette in discussione la crudeltà dei coltelli, delle bande dei minorenni, del bullismo e della dipendenza social. Al di là della vicenda giudiziaria e della rituale fiducia nelle istituzioni, non pensate che sia giusto rivalutare la portata della sfida off grid o va bene soffocarla nelle relazioni del servizio sociale o nelle ordinanze del Tribunale?
Psichiatra e consulente della famiglia del bosco
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