
Talvolta anche a sinistra si avvertono pulsazioni vitali. Tra i tanti intellettuali progressisti con la testa infilata dentro l'ombelico, ogni tanto spunta qualcuno con un po' di fegato e una provvista di buone idee. È quasi commovente, tanto per fare un esempio, leggere il nuovo libro di Federico Rampini intitolato La notte della sinistra (Mondadori). L'editorialista di Repubblica, dietro le bretelle, nasconde un buon senso che scioglie il cuore e fa venire voglia di abbracciarlo, battergli una vigorosa pacca sulla schiena e dirgli: «Vieni Federico, bene arrivato».
Citiamo qualche brano del saggio, giusto per dimostrarvi che non siamo impazziti. A pagina 9 Rampini scrive: «Una delle frasi in codice che oggi ti fanno riconoscere come uno stimato opinionista di sinistra è che “dobbiamo stare dalla parte dei più deboli". Sottinteso: purché i deboli siano stranieri, possibilmente senza documenti, meglio ancora se hanno la pelle di un colore diverso dal nostro. Sono deboli se corrispondono a questa descrizione. Almeno una parte della sinistra ha deciso che sono sempre e soltanto queste le vittime dell'ingiustizia, per definizione».
Poco oltre, a pagina 21, leggiamo: «L'idea che un certo controllo delle frontiere sia l'anticamera del fascismo è contraddetta dalla storia americana».
A pagina 30 troviamo: «Quel che sta accadendo davvero in Africa non pare interessare nessuno, neanche i più progressisti. Da quando “aiutarli a casa loro" è diventato uno slogan di destra (incredibile ma vero), alla sinistra più militante interessano solo le imbarcazioni che solcano il Mediterraneo».
Dall'immigrazione passiamo all'economia, e procediamo spediti verso pagina 70: «Vorrei che la sinistra smettesse di usare le oscillazioni dei mercati finanziari come una clava da calare con opportunismo su Lega e M5s. I mercati sono una realtà concreta dove si muovono interessi (non quelli delle classi lavoratrici) e ideologie (neoliberismo) su cui troppi governanti di sinistra si sono appiattiti, pagando un prezzo altissimo».
Trattenendo i singhiozzi avanziamo nella lettura e pagina dopo pagina scopriamo un giacimento di bordate contro i progressisti italiani, europei e americani. Pagina 109: «Quante volte abbiamo letto l'espressione Uomo Bianco, con due maiuscole, per designare i colpevoli di atti ignobili? Mai nessun giornale si sognerebbe di additare l'Uomo Nero. Né tantomeno l'Uomo Islamico. Non importa se la cultura patriarcale, maschilista, prevaricatrice è ancor più consolidata tra gli uomini afroamericani e in molte comunità musulmane». Pagina 161: «L'abbraccio tra la sinistra e l'establishment, tra i partiti democratici o socialdemocratici al governo e i chief executive ha premiato gli interessi delle élite che della crisi non hanno quasi sentito gli effetti».
Di fronte ad affermazioni come queste, la tentazione sarebbe quella di accusare Rampini di opportunismo. Il vento è cambiato, dunque anche la firma di Repubblica si adegua un po'... In realtà, sono un po' di anni che il riccioluto Federico infilza le multinazionali, le banche, i colossi della Silicon Valley e i liberal con attico annesso. Il suo ultimo libro è, semplicemente, un po' più ruvido dei precedenti due o tre.
Del resto, da un po' di tempo a questa parte, a sinistra si odono voci molto critiche, talvolta parecchio più estreme di quella di Rampini. Leggere per credere gli scritti del Comitato Invisibile pubblicati da Nero edizioni. Parliamo di un gruppo di attivisti antagonisti francesi che fanno a pezzi con la clava le ipocrisie progressiste. Negli Stati Uniti ci sono personaggi (molto più moderati) come Michael Walzer e Mark Lilla, che da posizioni diverse punzecchiano la «sinistra dei diritti» fissata con la tutela delle minoranze.
Il problema, con tutti questi autori, è sempre lo stesso. Non si capisce bene dove vogliano (o possano) andare a parare. Il caro Rampini, per dire, conclude il suo pamphlet con ampie citazioni di Ezio Mauro e con elogi delle manifestazioni «antirazziste» di Milano. Ma come, dopo aver stigmatizzato l'accanimento contro «l'Uomo Bianco» mi citi Mauro? Uno che ha scritto un libro intitolato L'Uomo bianco? Parli di politically correct e poi mi elogi la sfilata buonista? Non ci siamo proprio... Il sospetto è che gli intellettuali di sinistra, anche i più volonterosi, proprio non riescano a uscirne. Un po' per timore di perdere il proprio pubblico, un po' per i residui della superiorità morale, alla fine non ce la fanno a varcare i confini del progressismo conformista dell'ultimo ventennio. Sbagliano proprio obiettivo: cercano una sinistra alternativa mentre i popoli hanno già trovato numerose alternative alla sinistra.






