25 giugno: festa della liberazione dal Pd
ANSA
Ballottaggi devastanti per i Democratici: perse quasi tutte le amministrazioni. Passano al centrodestra a trazione leghista città simbolo come Siena, Pisa e Massa. In Emilia Romagna i 5 stelle conquistano Imola. Storditi dalla botta i vertici chiedono: perché? Semplice: pensate alla sicurezza dei clandestini anziché a quella dei cittadini.

Che cos’altro deve succedere perché il Partito democratico rifletta sui propri errori? Da anni passa di sconfitta in sconfitta, ma a quanto pare i vertici del Pd pensano che sia meglio parlare d’altro, evitando di analizzare le ragioni di quella che ormai sembra essere una fuga in massa degli elettori da ciò che resta del principale partito di sinistra. Era la metà del 2016 quando la discesa agli inferi cominciò: all’epoca si votò per alcuni capoluoghi di regione e il Pd riuscì a perdere sia Roma che Torino. La batosta fu mitigata dalla conferma di Milano, anch’essa fino all’ultimo in bilico, e tanto bastò per evitare di ascoltare il primo campanello d’allarme dell’era Renzi. Ancora ubriaco del successo del 2014, ossia del 41 per cento ottenuto alle Europee, l’allora presidente del Consiglio evitò di andare a fondo di una sconfitta che consentì ai 5 stelle di conquistare la Capitale. Il fu premier aveva occhi e orecchi solo per il referendum che il 4 dicembre avrebbe dovuto mettere il suggello alla sua carriera di governo e consentirgli di rimanere a Palazzo Chigi fino al 2023. Come è noto finì con una batosta mai vista e Matteo Renzi fu costretto a mollare la poltrona, ma appena lasciata la cadrega provvide subito a incollarsi a quella di segretario del partito, convinto di poter in breve riconquistare il seggiolone governativo. Da Largo del Nazareno, per mesi l’ex sindaco di Firenze governò per interposta persona, obbligando il suo successore, il povero Paolo Gentiloni, a tenersi tutti i suoi fedelissimi, Maria Elena Boschi compresa.

Risultato, a giugno dello scorso anno, quando furono chiamati a votare per rinnovare le giunte di un migliaio di Comuni, gli italiani regalarono al centrodestra città come Pistoia e La Spezia, Genova e L’Aquila. A questo punto per il Pd non avrebbe dovuto suonare un campanello d’allarme ma addirittura una campana. E invece no, i vertici decisero di tirare dritto, fingendo che non fosse accaduto nulla. E così si è arrivati al 4 marzo, quando alle politiche gli elettori hanno premiato 5 stelle e Lega, affossando il Partito democratico e il suo segretario. Fine della storia? Manco a parlarne, perché dopo aver annunciato l’intenzione di dimettersi, Renzi ha provato a rimanere al suo posto e solo le proteste lo hanno indotto a gettare la spugna. Argomento chiuso? No, neanche questa volta, perché uscito dalla porta l’ex segretario è rientrato dalla finestra, continuando a esercitare un dominio sul partito. E così si giunge all’ultimo atto, quello di domenica, con la sconfitta a Siena, Imola, Ivrea, Massa e Pisa, città da sempre guidate dalla sinistra e dove il partito, inteso come Pci, era considerato un moloch.

Ora al Nazareno dicono che si deve ripartire e ricostruire il Pd, dal quale però non si può prescindere per «fermare l’avanzata di una destra aggressiva e radicata», che ovviamente viene identificata nella Lega. La solita lagna che ad ogni batosta viene tirata fuori per dare in pasto qualche dichiarazione ai tg della sera. Che cosa vuol dire ripartire? In quale direzione? Ricostruire sì, ma che cosa? Al momento nessuno sa rispondere, ma soprattutto nessuno sembra in grado di comprendere le ragioni di una débâcle mai vista. Il mesto segretario autoreggente Maurizio Martina si affanna, ma la sola cosa che al Nazareno appare chiara è la confusione, prova ne sia che alla linea anti clandestini del ministro dell’Interno, si contrappone quella del sindaco di Milano e del Pd lombardo, ovvero più clandestini.

E dire che per capire ciò che è accaduto non serve uno studio demoscopico, ma è sufficiente sfogliare in biblioteca le collezioni dei quotidiani. Prendete ad esempio Pisa, città rossissima, fiera della sua resistenza che è valsa una medaglia al valor militare per il comportamento tenuto tra il 1943 e il 1944. Come è potuta capitolare in fretta davanti all’orda leghista?

La risposta sta nella raccolta della Nazione e del Tirreno, i due giornali locali. Pagina dopo pagina è registrato il disagio dei pisani, prima per il centro d’accoglienza, poi per i fatti di cronaca nera.

Le risse in piazza con il commerciante che finisce all’ospedale con il naso fratturato, i carabinieri picchiati dagli ambulanti abusivi, le ragazzine minacciate con un taglierino, lo spacciatore che cede la marijuana a un minorenne, l’algerino pluricondannato che ruba il telefonino. L’elenco degli episodi che hanno per protagonisti alcuni immigrati potrebbe continuare, ma ci fermiamo qui, alle ultime settimane.

Che c’è da capire, dunque? Ripartire, ricostruire, sconfiggere «una destra aggressiva e radicata»? Quelle del Pd e dei suoi vertici sono parole prive di senso, perché mentre gli italiani sono preoccupati per la loro sicurezza, il Pd si preoccupa della sicurezza dei clandestini (è tale oltre il 90 per cento degli immigrati a bordo delle navi fermate da Salvini). Per sintetizzare quando è accaduto domenica non c’è dunque bisogno di aprire un dibattito, basta aprire un giornale. La sintesi della sconfitta è semplice: se il Pd non vuole liberare le città che amministra dai clandestini, i cittadini si liberano del Pd. Punto.

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