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2022-06-11
La risalita dello spread smaschera tutte le bugie sulle «colpe italiane»
Christine Lagarde (Ansa)
Il presidente della Bce Christine Lagarde giovedì scorso ha sancito la fine dei programmi di acquisto dei titoli di Stato dell’Eurozona e annunciato un rialzo dei tassi di interesse nei prossimi mesi. La Lagarde non ha fatto cenno però al modo con cui la Banca centrale intende supportare i paesi periferici dell’Eurozona in futuro. Dunque, lo scudo anti spread, di cui si è favoleggiato su qualche giornale, al momento non esiste. I mercati hanno capito che alla Bce interessa più frenare l’inflazione che sostenere i Paesi più indebitati e si sono mossi immediatamente: borse in calo, tasso del Btp decennale a 3,83% (rendimento che non si vedeva dal 2014) e spread con il Bund tedesco a 213 punti base.
Da Cuneo, dove si trovava per un comizio, si è fatto sentire ieri Matteo Salvini: «È in corso un attacco all’Italia, oggi la Borsa perde il 4%, la Bce non compra più titoli di Stato da un giorno all’altro, lo spread torna ai massimi, c’è l’inflazione, vogliono svendere l’Italia come hanno fatto con la Grecia, è in corso un attentato da parte di Bruxelles alla vita e all’economia del nostro Paese». Salvini ha poi convocato per lunedì una riunione urgente della Lega, spiegando che è necessario «reagire subito per difendere il lavoro e i risparmi degli italiani».
Effettivamente, certo senza volerlo, madame Lagarde ha fatto ben più che chiudere l’era del denaro a costo zero: ha reso evidente una delle contraddizioni fondamentali che minano alla base la costruzione dell’euro. Negli ultimi dieci anni ci è stato detto che lo spread era limite e misura della nostra corretta esecuzione delle politiche economiche dell’Unione europea. Una deviazione dal sentiero segnato ci avrebbe classificato come non credibili e sarebbe stata punita dal mercato con un meritato waterboarding finanziario, lo spread. Nell’estate del 2011 ci venne detto che lo spread a 500 era la «Papi tax» che gli italiani dovevano pagare perché Silvio Berlusconi si sollazzava con Ruby Rubacuori e le Olgettine. Dovevamo fare qualcosa e soprattutto «Fare presto!». Ricevemmo una lettera da Francoforte (il cui mittente siede oggi a Palazzo Chigi) con cui veniva imposto all’Italia un programma di governo a base di sangue, sudore e lacrime. Incaricato di attuarlo fu Mario Monti, che non ci ha salvato da nulla ma in compenso ha provocato una recessione double dip (2012-2013 dopo quella del 2008-2009). Lo spread rimaneva alto, ma non era più così importante perché ci eravamo affidati a un tecnico credibile che stava facendo qualcosa e questo bastava a placare i mercati.
I successivi governi targati Pd furono grigi esecutori dei voleri di Bruxelles, ma ecco giungere le elezioni del 2018 e il governo Lega-5 stelle. In quei giorni, il solo elenco dei candidati al ruolo di ministro delle Finanze sembrava dovesse far scomparire l’intera civiltà occidentale, trascinata nel gorgo del bieco sovranismo populista. Indimenticabile la trattativa da cui, a leggere i giornali, sembravano dipendere i destini del mondo: quella tra Roma e Bruxelles sul rapporto deficit-Pil nella legge di stabilità 2019. Dal 2,4% si passò al 2,04% mentre lo spread, manovrato dagli animal spirits dell’inclemente mercato, frustava le schiene dei poveri italiani.
Ma oggi? Oggi in Italia ci troviamo nella privilegiata condizione di avere Mario Draghi, colui che salvò l’euro da sé stesso, a capo del governo: abile, preparatissimo, determinato, credibile, europeista. Contando su una maggioranza amplissima, in una situazione di guerra, dunque al riparo da imboscate parlamentari a colpi di sfiducia, il super competente Draghi sta con risolutezza attuando il fondamentale Pnrr, con l’annesso corollario di importanti riforme che servono alla competitività del Paese. Dovremmo essere in una botte di ferro. E invece... Invece, guardando i numeri, vediamo che il tasso sui Btp decennali un anno fa era a 0,8%, mentre lo spread era intorno a 90 punti base quando l’attuale governo si insediò. Con i numeri di ieri, abbiamo tassi quadruplicati e spread più che raddoppiato: una performance allarmante, se adottassimo lo stesso metro di valutazione utilizzato per i governi precedenti. Forse c’è qualcosa che non torna, in questa storia. Forse, dopo il momento Lagarde del 9 giugno, qualcuno realizzerà, finalmente, di avere subito dieci anni di narrazione tossica. Lo spread nel 2012 non scese affatto per le politiche di presunto risanamento del governo Monti, ma scese perché Draghi, allora presidente della Bce, pronunciò l’ormai leggendario «Whatever it takes» cui seguirono le prime operazioni Omt (Outright monetary transaction).
Nei fatti, negli ultimi dieci anni, la Bce ha operato da prestatore di ultima istanza o quasi, comprando a mani basse le obbligazioni dei Paesi dell’Eurozona. Lo spread si muove in funzione di quanto e come la Bce interviene sul mercato: tutto il resto è un cumulo di chiacchiere. Oggi lo spread sale perché non c’è chiarezza sui futuri interventi di acquisto della Bce. La contraddizione di fondo dell’euro sta proprio nel fatto che senza il sostegno della Bce l’intera costruzione della moneta unica è a rischio. I mercati, che saranno anche inclementi ma certo stupidi non sono, lo sanno benissimo: vedono il rischio di frantumazione dell’Eurozona e pretendono una remunerazione maggiore per il rischio. Nessuna manovra finanziaria lacrime e sangue e nessun diktat di Bruxelles può cambiare questo dato di fatto. Solo la Bce può rassicurare i mercati, agendo esattamente come dovrebbe agire una Banca centrale.
Borse a picco: per Piazza Affari -5%
Anche ieri Piazza Affari si è mostrata in affanno dopo le decisioni della Bce. In una sola seduta la Borsa di Milano ha perso il 5,17%. A soffrire in particolar modo sono state le banche, con l’indice di settore che ha ceduto l’8,57%. Tutti i principali istituti italiani quotati hanno sofferto: Bper -13%, Banco Bpm -12%, Unicredit -9,10%, Intesa Sanpaolo -7,38%. In difficoltà anche i principali titoli del risparmio gestito: con il segno meno Azimut holding (-9,08%), Banca Generali (-8,3%), Banca Mediolanum (-6,81%) e Finecobank (-9,47%).
Male pure le società del comparto petrolifero: con il prezzo del greggio a New York sceso di nuovo sotto i 120 dollari al barile hanno sofferto Eni (-5,6%) e Saipem (-7,97%). Pesanti perdite anche per Technogym (-8,25%), Mutuionline (-7,34%) ed Erg (-7,21%).
Perdite ingenti per il mondo delle quattro ruote, a partire da Iveco -7,35%. Ferrari si è fermata a una perdita dell’1,61%. Secondo indiscrezioni diffuse da Bloomberg, il Cavallino rampante starebbe pianificando di aumentare notevolmente le dimensioni della fabbrica di Maranello come parte della strategia di elettrificazione.
Più in generale, per l’indice guida di Piazza Affari si tratta dei maggiori cali a un mese, con quotazioni che comunque sono ancora distanti dai minimi 2022 toccati il 7 marzo.
Oltre al Ftsemib, tutti gli altri indici italiani hanno chiuso in calo: il Ftse Italia all share ha terminato la seduta con un -5,07%. Giù anche il Ftse Italia mid cap (-4,62%) e il Ftse Italia star (-4,1%).
In tutta questa serie di segni meno ci sono anche società che sono andate controcorrente. Tra i migliori titoli a Piazza Affari, ci sono Pharmanutra (+2,11%) e B.F. (+1,14%).
Tra gli altri mercati del Vecchio continente difficoltà anche a Francoforte, che soffre un crollo del 3,08%, Londra, che registra un ribasso del 2,12% e Parigi, che lascia per strada una perdita del 2,69%. In discesa anche Amsterdam (-2,52%) e Zurigo (-2,4%), piazza dove il titolo Credit Suisse ha perso il 5,72% dopo che State street ha smentito di essere interessata all’acquisizione del numero due del settore bancario elvetico (il primo è Ubs).
Oltre alle recenti comunicazioni della Bce, a impensierire i mercati ci pensa l’inflazione. Proprio ieri, oltreoceano si è registrato il più alto livello di prezzi al consumo degli ultimi 41 anni, nonostante la Fed abbia già avviato il suo percorso di normalizzazione della politica monetaria. Strada che non pare dare i frutti sperati, motivo per cui ci si attende che la Fed la settimana prossima possa mettere a segno un’altra mossa per rallentare la corsa del costo della vita.
D’altronde gli investitori di Piazza Affari sono impensieriti anche dalle previsioni di Bankitalia, secondo cui la stima per il Pil è scesa al +2,6%, da +3,8% ipotizzato a gennaio, mentre l’inflazione prende l’ascensore al 6,2% (dal 3,5%). Ostacoli anche il prossimo anno: nel 2023 la stima sul carovita è +2,7% (da +1,6%). Solo nel 2024 vedremo un po’ di normalità al +2% (da +1,7%).
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Il differenziale fra Btp e Bund è arrivato a 233 punti nonostante Draghi. È la prova che se sale non è colpa dei governi sgraditi a Bruxelles, ma delle politiche Bce. Salvini: «Attacco al Paese. Lunedì riunione urgente».Milano, maglia nera nell’Ue, brucia 39 miliardi in una giornata. Pesano i titoli legati a istituti di credito ed energia. Male anche Parigi (-2,69%) e Francoforte (-3,08%).Lo speciale contiene due articoli.Il presidente della Bce Christine Lagarde giovedì scorso ha sancito la fine dei programmi di acquisto dei titoli di Stato dell’Eurozona e annunciato un rialzo dei tassi di interesse nei prossimi mesi. La Lagarde non ha fatto cenno però al modo con cui la Banca centrale intende supportare i paesi periferici dell’Eurozona in futuro. Dunque, lo scudo anti spread, di cui si è favoleggiato su qualche giornale, al momento non esiste. I mercati hanno capito che alla Bce interessa più frenare l’inflazione che sostenere i Paesi più indebitati e si sono mossi immediatamente: borse in calo, tasso del Btp decennale a 3,83% (rendimento che non si vedeva dal 2014) e spread con il Bund tedesco a 213 punti base. Da Cuneo, dove si trovava per un comizio, si è fatto sentire ieri Matteo Salvini: «È in corso un attacco all’Italia, oggi la Borsa perde il 4%, la Bce non compra più titoli di Stato da un giorno all’altro, lo spread torna ai massimi, c’è l’inflazione, vogliono svendere l’Italia come hanno fatto con la Grecia, è in corso un attentato da parte di Bruxelles alla vita e all’economia del nostro Paese». Salvini ha poi convocato per lunedì una riunione urgente della Lega, spiegando che è necessario «reagire subito per difendere il lavoro e i risparmi degli italiani». Effettivamente, certo senza volerlo, madame Lagarde ha fatto ben più che chiudere l’era del denaro a costo zero: ha reso evidente una delle contraddizioni fondamentali che minano alla base la costruzione dell’euro. Negli ultimi dieci anni ci è stato detto che lo spread era limite e misura della nostra corretta esecuzione delle politiche economiche dell’Unione europea. Una deviazione dal sentiero segnato ci avrebbe classificato come non credibili e sarebbe stata punita dal mercato con un meritato waterboarding finanziario, lo spread. Nell’estate del 2011 ci venne detto che lo spread a 500 era la «Papi tax» che gli italiani dovevano pagare perché Silvio Berlusconi si sollazzava con Ruby Rubacuori e le Olgettine. Dovevamo fare qualcosa e soprattutto «Fare presto!». Ricevemmo una lettera da Francoforte (il cui mittente siede oggi a Palazzo Chigi) con cui veniva imposto all’Italia un programma di governo a base di sangue, sudore e lacrime. Incaricato di attuarlo fu Mario Monti, che non ci ha salvato da nulla ma in compenso ha provocato una recessione double dip (2012-2013 dopo quella del 2008-2009). Lo spread rimaneva alto, ma non era più così importante perché ci eravamo affidati a un tecnico credibile che stava facendo qualcosa e questo bastava a placare i mercati. I successivi governi targati Pd furono grigi esecutori dei voleri di Bruxelles, ma ecco giungere le elezioni del 2018 e il governo Lega-5 stelle. In quei giorni, il solo elenco dei candidati al ruolo di ministro delle Finanze sembrava dovesse far scomparire l’intera civiltà occidentale, trascinata nel gorgo del bieco sovranismo populista. Indimenticabile la trattativa da cui, a leggere i giornali, sembravano dipendere i destini del mondo: quella tra Roma e Bruxelles sul rapporto deficit-Pil nella legge di stabilità 2019. Dal 2,4% si passò al 2,04% mentre lo spread, manovrato dagli animal spirits dell’inclemente mercato, frustava le schiene dei poveri italiani. Ma oggi? Oggi in Italia ci troviamo nella privilegiata condizione di avere Mario Draghi, colui che salvò l’euro da sé stesso, a capo del governo: abile, preparatissimo, determinato, credibile, europeista. Contando su una maggioranza amplissima, in una situazione di guerra, dunque al riparo da imboscate parlamentari a colpi di sfiducia, il super competente Draghi sta con risolutezza attuando il fondamentale Pnrr, con l’annesso corollario di importanti riforme che servono alla competitività del Paese. Dovremmo essere in una botte di ferro. E invece... Invece, guardando i numeri, vediamo che il tasso sui Btp decennali un anno fa era a 0,8%, mentre lo spread era intorno a 90 punti base quando l’attuale governo si insediò. Con i numeri di ieri, abbiamo tassi quadruplicati e spread più che raddoppiato: una performance allarmante, se adottassimo lo stesso metro di valutazione utilizzato per i governi precedenti. Forse c’è qualcosa che non torna, in questa storia. Forse, dopo il momento Lagarde del 9 giugno, qualcuno realizzerà, finalmente, di avere subito dieci anni di narrazione tossica. Lo spread nel 2012 non scese affatto per le politiche di presunto risanamento del governo Monti, ma scese perché Draghi, allora presidente della Bce, pronunciò l’ormai leggendario «Whatever it takes» cui seguirono le prime operazioni Omt (Outright monetary transaction). Nei fatti, negli ultimi dieci anni, la Bce ha operato da prestatore di ultima istanza o quasi, comprando a mani basse le obbligazioni dei Paesi dell’Eurozona. Lo spread si muove in funzione di quanto e come la Bce interviene sul mercato: tutto il resto è un cumulo di chiacchiere. Oggi lo spread sale perché non c’è chiarezza sui futuri interventi di acquisto della Bce. La contraddizione di fondo dell’euro sta proprio nel fatto che senza il sostegno della Bce l’intera costruzione della moneta unica è a rischio. I mercati, che saranno anche inclementi ma certo stupidi non sono, lo sanno benissimo: vedono il rischio di frantumazione dell’Eurozona e pretendono una remunerazione maggiore per il rischio. Nessuna manovra finanziaria lacrime e sangue e nessun diktat di Bruxelles può cambiare questo dato di fatto. 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In difficoltà anche i principali titoli del risparmio gestito: con il segno meno Azimut holding (-9,08%), Banca Generali (-8,3%), Banca Mediolanum (-6,81%) e Finecobank (-9,47%). Male pure le società del comparto petrolifero: con il prezzo del greggio a New York sceso di nuovo sotto i 120 dollari al barile hanno sofferto Eni (-5,6%) e Saipem (-7,97%). Pesanti perdite anche per Technogym (-8,25%), Mutuionline (-7,34%) ed Erg (-7,21%). Perdite ingenti per il mondo delle quattro ruote, a partire da Iveco -7,35%. Ferrari si è fermata a una perdita dell’1,61%. Secondo indiscrezioni diffuse da Bloomberg, il Cavallino rampante starebbe pianificando di aumentare notevolmente le dimensioni della fabbrica di Maranello come parte della strategia di elettrificazione. Più in generale, per l’indice guida di Piazza Affari si tratta dei maggiori cali a un mese, con quotazioni che comunque sono ancora distanti dai minimi 2022 toccati il 7 marzo. Oltre al Ftsemib, tutti gli altri indici italiani hanno chiuso in calo: il Ftse Italia all share ha terminato la seduta con un -5,07%. Giù anche il Ftse Italia mid cap (-4,62%) e il Ftse Italia star (-4,1%). In tutta questa serie di segni meno ci sono anche società che sono andate controcorrente. Tra i migliori titoli a Piazza Affari, ci sono Pharmanutra (+2,11%) e B.F. (+1,14%). Tra gli altri mercati del Vecchio continente difficoltà anche a Francoforte, che soffre un crollo del 3,08%, Londra, che registra un ribasso del 2,12% e Parigi, che lascia per strada una perdita del 2,69%. In discesa anche Amsterdam (-2,52%) e Zurigo (-2,4%), piazza dove il titolo Credit Suisse ha perso il 5,72% dopo che State street ha smentito di essere interessata all’acquisizione del numero due del settore bancario elvetico (il primo è Ubs). Oltre alle recenti comunicazioni della Bce, a impensierire i mercati ci pensa l’inflazione. Proprio ieri, oltreoceano si è registrato il più alto livello di prezzi al consumo degli ultimi 41 anni, nonostante la Fed abbia già avviato il suo percorso di normalizzazione della politica monetaria. Strada che non pare dare i frutti sperati, motivo per cui ci si attende che la Fed la settimana prossima possa mettere a segno un’altra mossa per rallentare la corsa del costo della vita. D’altronde gli investitori di Piazza Affari sono impensieriti anche dalle previsioni di Bankitalia, secondo cui la stima per il Pil è scesa al +2,6%, da +3,8% ipotizzato a gennaio, mentre l’inflazione prende l’ascensore al 6,2% (dal 3,5%). Ostacoli anche il prossimo anno: nel 2023 la stima sul carovita è +2,7% (da +1,6%). Solo nel 2024 vedremo un po’ di normalità al +2% (da +1,7%).
Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Nicolas Maduro (Getty Images)
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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Dopo i bombardamenti, infatti, un’unità d’élite statunitense (la Delta force) è entrata in azione all’interno del perimetro di Fuerte Tiuna, dove si trovava Maduro al momento dell’attacco. La cattura del presidente venezuelano - che stava dormendo in camera da letto - sarebbe stata effettuata nel giro di pochi minuti, senza scontri prolungati né una resistenza significativa. Fonti ufficiali statunitensi parlano di un’operazione rapida, condotta «con successo» e conclusa con il trasferimento del bersaglio fuori dal Paese.
Per quanto riguarda il bilancio dei morti, le informazioni restano frammentarie: il governo venezuelano parla di vittime tra militari e civili, pur non fornendo cifre precise, mentre le autorità statunitensi hanno dichiarato di non aver subìto perdite.
Poche ore dopo il blitz, Donald Trump ha rivendicato pubblicamente l’operazione, definendola un’azione «spettacolare». Sul suo social Truth, il tycoon ha anche pubblicato un video delle operazioni militari e una foto di Maduro a bordo della nave Uss Iwo Jima, annunciando che il presidente venezuelano e la moglie saranno processati a New York «per la loro campagna di traffico di droga negli Stati Uniti». Prima di approdare nella Grande Mela, ha riferito Abc, Maduro farà una tappa a Guantanamo, dove sarà poi trasferito sotto la custodia dell’Fbi. Durante una conferenza stampa congiunta insieme a Pete Hegseth, segretario della Difesa, e a Dan Caine, il generale che ha organizzato l’operazione, Trump ha detto che Maduro avrebbe provato a fuggire in una stanza blindata, ma «non è riuscito ad arrivare alla porta perché i nostri ragazzi sono stati velocissimi».
Accanto alla versione ufficiale, tuttavia, rimangono alcuni coni d’ombra sullo svolgimento delle operazioni. Numerosi media americani hanno riferito che, nei mesi precedenti, Washington aveva intensificato le attività di intelligence in Venezuela, con operazioni sotto copertura attribuite alla Cia e un rafforzamento della raccolta di informazioni sul terreno: questo lavoro preliminare avrebbe consentito di localizzare con precisione i movimenti del presidente venezuelano e di individuare le finestre operative più favorevoli. Axios riferisce inoltre che l’operazione sarebbe stata seguita a livello politico e operativo da un ristretto gruppo di vertice dell’amministrazione Trump, con contatti costanti tra Casa Bianca, Dipartimento di Stato, Pentagono e vertici dell’intelligence. Lo stesso generale Caine, del resto, ha ammesso pubblicamente che la missione ha richiesto «mesi di pianificazione e addestramento».
Rimane però aperta un’altra ipotesi, avanzata da esponenti dell’opposizione venezuelana e rilanciata da alcuni media internazionali: quella di una cattura in parte «negoziata». La rapidità dell’azione e l’assenza di una reazione armata significativa da parte delle forze lealiste, infatti, alimentano il sospetto che possano esserci stati contatti o accordi informali che avrebbero portato Maduro a consegnarsi agli americani.
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