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2020-11-22
La riforma della crisi d’impresa è una mazzata per i commercialisti
Roberto Gualtieri e Giuseppe Conte (Ansa)
Il decreto Ristori ter è appena stato promosso dal Consiglio dei ministri. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dovrà andare filato in commissione al Senato per confluire nel primo decreto Ristori. Già martedì ci sarà la riunione dell'ufficio di presidenza. Tempi così stretti imporranno un vaglio a maglie larghissime dei lavori per l'inserimento di emendamenti. O l'innesto di altre novità di legge. Tra queste è previsto che parte dei lavori ereditati dalla prima commissione Rordorf sulla riforma delle discipline della crisi d'impresa vengano infilati nel decreto in fase di conversione d'Aula. La commissione viene istituita nel 2015. Poi si evolve con l'aggiunta di altri membri e si occupa di migliorare le attività del comparto fallimentare e delle situazioni d'insolvenza. L'obiettivo finale è snellire e rendere meno onerosi i fallimenti o i concordati per le imprese. Da qui l'idea - bisogna dire corretta - di anticipare il disegno di legge e inserirne alcuni pezzi nel dibattimento d'aula. Da gennaio arriverà l'onda nera della crisi e il numero di aziende che porteranno i libri in tribunale o che si rivolgeranno ai professionisti per un concordato sono malauguratamente destinate a crescere in modo esponenziale.
Purtroppo, visto che dal dire al fare c'è sempre di mezzo il mare, l'idea individuata per tagliare i costi di accesso alle procedure è qualcosa di molto lontana dal concetto stesso di riforma e semplificazione. Il governo ha deciso che i compensi dei professionisti dovranno essere di fatto tagliati del 25% e subordinati al buon esito della pratica. «In sintesi», spiega a La Verità Andrea Foschi, consigliere nazionale del consiglio dei dottori commercialisti ed esperti contabili con delega alle crisi d'impresa, «è stata inserita la logica del success fee. Un modo a nostro avviso quanto meno anomalo per applicare risparmi nell'iter delle procedure. Se, per esempio, un attestatore a fine lavori bocciasse il concordato per ragioni tecniche vedrebbe il suo compenso svanire nel calderone dei creditori».
In pratica, la mossa del governo mira a scaricare sulle spalle dei professionisti gli oneri della procedura. Il 75% del compenso dopo l'entrata in vigore della legge verrà considerato prededucibile, cioè incassabile al momento del concordato o della sentenza fallimentare. Il rimanente 25% finirebbe tra le file dei creditori, il che equivale a un taglio visti i tempi di attesa che si misurano in anni. Se poi la procedura saltasse, allora tutto il compenso verrebbe infilato nello stesso calderone.
Una tale mossa denota non solo un preconcetto verso la categoria dei professionisti ma anche una mancata volontà di portare avanti una reale riforma. Al contrario si rischia di ottenere due cose. La prima possibilità è che i compensi vengano alzati in modo aprioristico. Per bilanciare con il primo 75% l'intero lavoro. La seconda, ancora più grave, è che i professionisti siano spinti a mettere il timbro sul concordato per accelerare i tempi e incassare gli onorari. Punendo implicitamente i migliori e i più scrupolosi. Forse a mancare tra le file della maggioranza di governo è proprio la capacità di comprendere la filosofia che sta dietro alla mentalità del lavoratore autonomo. D'altronde basta scorrere i decreti che si sono susseguiti dopo il Cura Italia per vedere la scarsissima considerazione verso le partite Iva e ancor più i professionisti.
I bonus a pioggia (ancorché insufficienti sotto il mero punto di vista economico) sono totalmente sbagliati per chi cerca sostegno all'interno della libera impresa. Non servono sussidi né elemosina. Servono meno costi per la burocrazia e meno tasse. Invece lo schema adotto è sempre l'opposto. Si beneficiano dipendenti pubblici e cittadini che bramano il reddito universale.
Lo si comprende pure dal botta e risposta dei sindacati della Pa. I quali hanno annunciato sciopero per il prossimo 9 dicembre. Contestano non il mancato rinnovo del contratto ma l'importo dell'aumento. In un momento come questo, in cui i ristoranti sono obbligati a chiudere, la politica dovrebbe fare pressioni contro la Pa. Per evitare almeno di spaccare il Paese in due. E assistere a uno scontro tra chi produce Pil e gli altri. Lungi da noi, infatti, chiedere tagli e l'abolizione di diritti acquisiti.
Al contrario massacrare chi non ha rappresentanza elettorale significa azzoppare ciò che rende l'Italia una nazione unica: i milioni di partite Iva, piccolissimi imprenditori e professionisti. Sembra che il sogno sovietico dei giallorossi preveda la normalizzazione di tutte le figure di lavoratori che ai loro occhi rappresentano una anomalia. Lo stillicidio di decreti e di ristori ne è un segno. Da un lato conferma l'incapacità di questo governo di applicare valutazioni ex ante e dall'altro la maligna volontà di erogare aiuti con il contagocce per tenere ideologicamente al guinzaglio che è economicamente libero. Ne va della dignità dei piccoli imprenditori e del futuro della ricchezza diffusa.
Governo del gambero. Tappa i buchi passati ma senza un progetto
È proprio il governo del gambero: procede all'indietro, e sembra perfino incapace di guardare avanti. Il fallimento in termini di previsione è addirittura conclamato, e si è ripetuto in modo spettacolare in entrambi i «tempi» della «partita» del Covid: in primavera, Roberto Gualtieri era partito da una previsione di sforamento di appena 3,5 miliardi (e fu costretto a moltiplicarla per oltre 30 volte, arrivando a 100 miliardi); in quest'autunno, la scena sembra purtroppo ripetersi, con decretini che si rincorrono a ritmo incessante come toppe per coprire falle che si aprono da tutte le parti.
Dunque, sia durante la prima sia durante la seconda ondata, il governo, oltre a non avere una strategia sanitaria, ha mostrato di non possedere nemmeno una strategia economica. Tutto risulta sminuzzato in una pioggerellina di interventi: un sussidio qua, un miniristoro là, una microsospensione di tasse solo per alcuni, senza un progetto complessivo e senza che famiglie e imprese possano contare su certezze stabili. Non si parla di poderose riduzioni di tasse nel 2021 per creare condizioni minime per una ripresa sostenuta; non si parla di anno bianco fiscale (o almeno di semestre bianco); né c'è chiarezza sugli investimenti, viste le incognite che gravano sul Recovery Fund.
Lo stesso comunicato stampa finale dell'ultimo Consiglio dei ministri rende l'idea di questo vivere alla giornata, quando parla di un «ricorso all'indebitamento di 8 miliardi di euro in termini di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche e di fabbisogno e di 5 miliardi di euro per il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato, in termini di competenza e in termini di cassa». Siamo sempre lì, al piccolo cabotaggio, al giorno per giorno, a un bricolage volto ai microinterventi, senza alcuna capacità di guardare avanti.
A tutto questo, va sommata l'incapacità operativa e di implementazione da parte del governo, che, anche quando annuncia e decide qualcosa, non riesce poi a tradurla in atti concreti, a «farla accadere» davvero, e lascia che tutto resti impantanato in procedure a cui nessuno sembra in grado di mettere mano, per renderle accettabilmente spedite.
Da questo punto di vista, l'anno del Covid ha fatto esplodere in modo spettacolare il tema dell'arretrato, dell'accumulo di decreti attuativi non varati, cioè della mole crescente di interventi normativi di rango inferiore che sarebbero necessari per l'attuazione delle misure annunciate, e che invece non arrivano, creando anche un blocco nella erogazione delle risorse teoricamente stanziate.
A metà ottobre, è stato il Centro studi di Confindustria a lanciare l'allarme nel suo «Rapporto di previsione autunno 2020»: «Non è da escludere che anche la farraginosità dei provvedimenti adottati e le difficoltà di implementazione possano incidere sull'effettiva erogazione delle risorse. Complessivamente, infatti, gli interventi decisi dal governo prevedono l'adozione di 208 decreti attuativi (137 nel decreto rilancio, 37 nel decreto agosto e 34 nel Cura Italia). Di questi, a oggi, ne sono stati adottati soltanto 64». Come si vede, secondo gli industriali, un mese fa, meno di un terzo dei decreti necessari risultavano effettivamente adottati.
Non differiscono molto dalle stime di Confindustria quelle di Openpolis (siamo sempre a metà ottobre) che ha allargato l'analisi anche ad altri provvedimenti governativi, oltre a quelli già citati. Per il Cura Italia servivano 34 decreti attuativi e, un mese fa, ne erano stati adottati solo 24; per il decreto rilancio ne servivano 137 e ne erano stati adottati 52; per il decreto semplificazioni ne mancavano 38; per il decreto Agosto ancora 36.
Considerando anche altri decreti bisognosi di attuazione, il computo complessivo di Openpolis parlava di ben 200 provvedimenti ancora da varare, circa due su tre di quelli teoricamente necessari. La situazione si aggrava se si considera che in qualche caso ci sono termini temporali da rispettare, e in qualche caso no, il che rende tutto ancora più vago e indistinto.
Tutto ciò apre riflessioni su diversi piani. Per un verso, c'è una questione di tecnica legislativa: sapendo che si rischia il pantano burocratico, sarebbe bene adottare provvedimenti sostanzialmente autoapplicativi, con un forte grado di automaticità. Se invece si continuano a seguire procedure complesse, la paralisi diventa una certezza. Per altro verso, c'è la discrasia creata dalla fanfara mediatica con cui certe misure sono lanciate da Giuseppe Conte e dai media allineati al governo: il rischio, molto concretamente, è che si dia l'annuncio mediatico di un intervento, si crei una legittima attesa nei cittadini, e che tutto sia invece inghiottito dalle sabbie mobili di un'attuazione lenta o addirittura inesistente. Ma questa trincea sembra drammaticamente non presidiata.
Già allocati i 5 miliardi del Ristori ter. Mancano soldi per nuovi interventi
Sul decreto Ristori la situazione è ancora peggiore delle attese. Nell'ultimo Cdm sugli aiuti alle aziende in difficoltà a causa della pandemia che si è concluso intorno alla mezzanotte del 21 novembre il governo ha richiesto, per il 2020, «l'autorizzazione al ricorso all'indebitamento di 8 miliardi di euro in termini di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche e di fabbisogno e di 5miliardi di euro per il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato, in termini di competenza e in termini di cassa».
Il problema è che, leggendo quanto deciso nell'ultimo Consiglio dei ministri, i 5 miliardi da finanziare sarebbero già tutti stati allocati. Il che significa che, per qualunque novità in termini di ristori per il 2021, l'esecutivo dovrà sicuramente mettere ancora mano al portafoglio.
Nella notte del 21 novembre il Cdm guidato dal premier Giuseppe Conte ha reso noto che stanzierà per il 2020 altri 1,95 miliardi per il decreto Ristori ter a favore delle «attività economiche interessate, direttamente o indirettamente, dalle misure disposte a tutela della salute, al sostegno dei lavoratori in esse impiegati, nonché con ulteriori misure connesse all'emergenza in corso».
In aggiunta a questi fondi è inoltre previsto l'incremento di 1,45 miliardi, per il 2020, della dotazione del fondo previsto dal decreto Ristori bis per compensare le attività economiche che operano nelle Regioni che passano a una fascia di rischio più alta. Destinatarie del contributo a fondo perduto nelle zone rosse, tra l'altro, anche le attività di commercio al dettaglio di calzature.
A ciò si aggiunga l'istituzione di un fondo con una dotazione di 400 milioni di euro, da erogare ai Comuni, per l'adozione di misure urgenti di solidarietà alimentare e altri 100 milioni, sempre per il 2020, per aumentare dotazione finanziaria del Fondo per le emergenze nazionali, allo scopo di comprare e distribuire farmaci per la cura dei pazienti affetti da Covid-19.
Già così il conto ammonterebbe a circa 3,9 miliardi. A questi però va aggiunto circa un altro miliardo che servirebbe a coprire alcuni buchi legati al primo decreto Ristori. Conti alla mano i cinque miliardi da finanziare sarebbero quindi già andati tutti.
Da notare, tra l'altro, che l'iniziativa era già stata finanziata a marzo, nel corso della prima ondata. Anche in quel caso il governo decise di stanziare 400 milioni di euro, ma l'operazione non ebbe il successo sperato. I soldi arrivarono subito nei vari Comuni italiani ma, come spesso capita in questi casi, la burocrazia ha rallentato non poco la distribuzione dei contributi. Così alcune amministrazioni locali si sono mosse subito, altre hanno fatto attendere più del necessario i contribuenti e altre ancora hanno sospeso la distribuzione dei buoni spesa a causa dell'alto numero di domande. Non sono poi mancate le polemiche perché Comuni con lo stesso numero di abitanti avevano percepito sovvenzioni molto diverse tra loro a causa del fatto che il reddito pro capite degli abitanti, in media, era molto diverso.
C'è poi il quarto decreto Ristori. La quarta versione della norma verrà finanziata con le risorse aggiuntive di 8 miliardi che arriveranno dopo il via libera delle Camere allo scostamento di bilancio in programma per il prossimo giovedì 26.
All'interno del decreto dovrebbe esserci anche il rinvio delle scadenze fiscali e delle rate della rottamazione ter e del saldo e stralcio, che altrimenti ripartirebbero il 10 dicembre. Lo stop dovrebbe riguardare le imprese fino a 50 milioni di fatturato con perdite di almeno il 33%.
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Verrà inserita nel Ristori ter al momento della conversione in Aula. Prevede risparmi nelle procedure tagliando il 25% dei compensi: preconcetto verso i professionisti e incapacità di comprendere gli autonomi.Pioggerella di interventi, ma non si parla mai di riduzione di tasse o di investimenti. Rischio paralisi da decreti attuativi non varati.È insoddisfacente anche il fondo di solidarietà alimentare di 400 milioni per i Comuni.Lo speciale contiene tre articoli.Il decreto Ristori ter è appena stato promosso dal Consiglio dei ministri. Dopo la pubblicazione in Gazzetta ufficiale dovrà andare filato in commissione al Senato per confluire nel primo decreto Ristori. Già martedì ci sarà la riunione dell'ufficio di presidenza. Tempi così stretti imporranno un vaglio a maglie larghissime dei lavori per l'inserimento di emendamenti. O l'innesto di altre novità di legge. Tra queste è previsto che parte dei lavori ereditati dalla prima commissione Rordorf sulla riforma delle discipline della crisi d'impresa vengano infilati nel decreto in fase di conversione d'Aula. La commissione viene istituita nel 2015. Poi si evolve con l'aggiunta di altri membri e si occupa di migliorare le attività del comparto fallimentare e delle situazioni d'insolvenza. L'obiettivo finale è snellire e rendere meno onerosi i fallimenti o i concordati per le imprese. Da qui l'idea - bisogna dire corretta - di anticipare il disegno di legge e inserirne alcuni pezzi nel dibattimento d'aula. Da gennaio arriverà l'onda nera della crisi e il numero di aziende che porteranno i libri in tribunale o che si rivolgeranno ai professionisti per un concordato sono malauguratamente destinate a crescere in modo esponenziale. Purtroppo, visto che dal dire al fare c'è sempre di mezzo il mare, l'idea individuata per tagliare i costi di accesso alle procedure è qualcosa di molto lontana dal concetto stesso di riforma e semplificazione. Il governo ha deciso che i compensi dei professionisti dovranno essere di fatto tagliati del 25% e subordinati al buon esito della pratica. «In sintesi», spiega a La Verità Andrea Foschi, consigliere nazionale del consiglio dei dottori commercialisti ed esperti contabili con delega alle crisi d'impresa, «è stata inserita la logica del success fee. Un modo a nostro avviso quanto meno anomalo per applicare risparmi nell'iter delle procedure. Se, per esempio, un attestatore a fine lavori bocciasse il concordato per ragioni tecniche vedrebbe il suo compenso svanire nel calderone dei creditori». In pratica, la mossa del governo mira a scaricare sulle spalle dei professionisti gli oneri della procedura. Il 75% del compenso dopo l'entrata in vigore della legge verrà considerato prededucibile, cioè incassabile al momento del concordato o della sentenza fallimentare. Il rimanente 25% finirebbe tra le file dei creditori, il che equivale a un taglio visti i tempi di attesa che si misurano in anni. Se poi la procedura saltasse, allora tutto il compenso verrebbe infilato nello stesso calderone. Una tale mossa denota non solo un preconcetto verso la categoria dei professionisti ma anche una mancata volontà di portare avanti una reale riforma. Al contrario si rischia di ottenere due cose. La prima possibilità è che i compensi vengano alzati in modo aprioristico. Per bilanciare con il primo 75% l'intero lavoro. La seconda, ancora più grave, è che i professionisti siano spinti a mettere il timbro sul concordato per accelerare i tempi e incassare gli onorari. Punendo implicitamente i migliori e i più scrupolosi. Forse a mancare tra le file della maggioranza di governo è proprio la capacità di comprendere la filosofia che sta dietro alla mentalità del lavoratore autonomo. D'altronde basta scorrere i decreti che si sono susseguiti dopo il Cura Italia per vedere la scarsissima considerazione verso le partite Iva e ancor più i professionisti. I bonus a pioggia (ancorché insufficienti sotto il mero punto di vista economico) sono totalmente sbagliati per chi cerca sostegno all'interno della libera impresa. Non servono sussidi né elemosina. Servono meno costi per la burocrazia e meno tasse. Invece lo schema adotto è sempre l'opposto. Si beneficiano dipendenti pubblici e cittadini che bramano il reddito universale. Lo si comprende pure dal botta e risposta dei sindacati della Pa. I quali hanno annunciato sciopero per il prossimo 9 dicembre. Contestano non il mancato rinnovo del contratto ma l'importo dell'aumento. In un momento come questo, in cui i ristoranti sono obbligati a chiudere, la politica dovrebbe fare pressioni contro la Pa. Per evitare almeno di spaccare il Paese in due. E assistere a uno scontro tra chi produce Pil e gli altri. Lungi da noi, infatti, chiedere tagli e l'abolizione di diritti acquisiti. Al contrario massacrare chi non ha rappresentanza elettorale significa azzoppare ciò che rende l'Italia una nazione unica: i milioni di partite Iva, piccolissimi imprenditori e professionisti. Sembra che il sogno sovietico dei giallorossi preveda la normalizzazione di tutte le figure di lavoratori che ai loro occhi rappresentano una anomalia. Lo stillicidio di decreti e di ristori ne è un segno. Da un lato conferma l'incapacità di questo governo di applicare valutazioni ex ante e dall'altro la maligna volontà di erogare aiuti con il contagocce per tenere ideologicamente al guinzaglio che è economicamente libero. Ne va della dignità dei piccoli imprenditori e del futuro della ricchezza diffusa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-riforma-della-crisi-dimpresa-e-una-mazzata-per-i-commercialisti-2649006335.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-del-gambero-tappa-i-buchi-passati-ma-senza-un-progetto" data-post-id="2649006335" data-published-at="1606013184" data-use-pagination="False"> Governo del gambero. Tappa i buchi passati ma senza un progetto È proprio il governo del gambero: procede all'indietro, e sembra perfino incapace di guardare avanti. Il fallimento in termini di previsione è addirittura conclamato, e si è ripetuto in modo spettacolare in entrambi i «tempi» della «partita» del Covid: in primavera, Roberto Gualtieri era partito da una previsione di sforamento di appena 3,5 miliardi (e fu costretto a moltiplicarla per oltre 30 volte, arrivando a 100 miliardi); in quest'autunno, la scena sembra purtroppo ripetersi, con decretini che si rincorrono a ritmo incessante come toppe per coprire falle che si aprono da tutte le parti. Dunque, sia durante la prima sia durante la seconda ondata, il governo, oltre a non avere una strategia sanitaria, ha mostrato di non possedere nemmeno una strategia economica. Tutto risulta sminuzzato in una pioggerellina di interventi: un sussidio qua, un miniristoro là, una microsospensione di tasse solo per alcuni, senza un progetto complessivo e senza che famiglie e imprese possano contare su certezze stabili. Non si parla di poderose riduzioni di tasse nel 2021 per creare condizioni minime per una ripresa sostenuta; non si parla di anno bianco fiscale (o almeno di semestre bianco); né c'è chiarezza sugli investimenti, viste le incognite che gravano sul Recovery Fund. Lo stesso comunicato stampa finale dell'ultimo Consiglio dei ministri rende l'idea di questo vivere alla giornata, quando parla di un «ricorso all'indebitamento di 8 miliardi di euro in termini di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche e di fabbisogno e di 5 miliardi di euro per il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato, in termini di competenza e in termini di cassa». Siamo sempre lì, al piccolo cabotaggio, al giorno per giorno, a un bricolage volto ai microinterventi, senza alcuna capacità di guardare avanti. A tutto questo, va sommata l'incapacità operativa e di implementazione da parte del governo, che, anche quando annuncia e decide qualcosa, non riesce poi a tradurla in atti concreti, a «farla accadere» davvero, e lascia che tutto resti impantanato in procedure a cui nessuno sembra in grado di mettere mano, per renderle accettabilmente spedite. Da questo punto di vista, l'anno del Covid ha fatto esplodere in modo spettacolare il tema dell'arretrato, dell'accumulo di decreti attuativi non varati, cioè della mole crescente di interventi normativi di rango inferiore che sarebbero necessari per l'attuazione delle misure annunciate, e che invece non arrivano, creando anche un blocco nella erogazione delle risorse teoricamente stanziate. A metà ottobre, è stato il Centro studi di Confindustria a lanciare l'allarme nel suo «Rapporto di previsione autunno 2020»: «Non è da escludere che anche la farraginosità dei provvedimenti adottati e le difficoltà di implementazione possano incidere sull'effettiva erogazione delle risorse. Complessivamente, infatti, gli interventi decisi dal governo prevedono l'adozione di 208 decreti attuativi (137 nel decreto rilancio, 37 nel decreto agosto e 34 nel Cura Italia). Di questi, a oggi, ne sono stati adottati soltanto 64». Come si vede, secondo gli industriali, un mese fa, meno di un terzo dei decreti necessari risultavano effettivamente adottati. Non differiscono molto dalle stime di Confindustria quelle di Openpolis (siamo sempre a metà ottobre) che ha allargato l'analisi anche ad altri provvedimenti governativi, oltre a quelli già citati. Per il Cura Italia servivano 34 decreti attuativi e, un mese fa, ne erano stati adottati solo 24; per il decreto rilancio ne servivano 137 e ne erano stati adottati 52; per il decreto semplificazioni ne mancavano 38; per il decreto Agosto ancora 36. Considerando anche altri decreti bisognosi di attuazione, il computo complessivo di Openpolis parlava di ben 200 provvedimenti ancora da varare, circa due su tre di quelli teoricamente necessari. La situazione si aggrava se si considera che in qualche caso ci sono termini temporali da rispettare, e in qualche caso no, il che rende tutto ancora più vago e indistinto. Tutto ciò apre riflessioni su diversi piani. Per un verso, c'è una questione di tecnica legislativa: sapendo che si rischia il pantano burocratico, sarebbe bene adottare provvedimenti sostanzialmente autoapplicativi, con un forte grado di automaticità. Se invece si continuano a seguire procedure complesse, la paralisi diventa una certezza. Per altro verso, c'è la discrasia creata dalla fanfara mediatica con cui certe misure sono lanciate da Giuseppe Conte e dai media allineati al governo: il rischio, molto concretamente, è che si dia l'annuncio mediatico di un intervento, si crei una legittima attesa nei cittadini, e che tutto sia invece inghiottito dalle sabbie mobili di un'attuazione lenta o addirittura inesistente. Ma questa trincea sembra drammaticamente non presidiata. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-riforma-della-crisi-dimpresa-e-una-mazzata-per-i-commercialisti-2649006335.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gia-allocati-i-5-miliardi-del-ristori-ter-mancano-soldi-per-nuovi-interventi" data-post-id="2649006335" data-published-at="1606013184" data-use-pagination="False"> Già allocati i 5 miliardi del Ristori ter. Mancano soldi per nuovi interventi Sul decreto Ristori la situazione è ancora peggiore delle attese. Nell'ultimo Cdm sugli aiuti alle aziende in difficoltà a causa della pandemia che si è concluso intorno alla mezzanotte del 21 novembre il governo ha richiesto, per il 2020, «l'autorizzazione al ricorso all'indebitamento di 8 miliardi di euro in termini di indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche e di fabbisogno e di 5miliardi di euro per il saldo netto da finanziare del bilancio dello Stato, in termini di competenza e in termini di cassa». Il problema è che, leggendo quanto deciso nell'ultimo Consiglio dei ministri, i 5 miliardi da finanziare sarebbero già tutti stati allocati. Il che significa che, per qualunque novità in termini di ristori per il 2021, l'esecutivo dovrà sicuramente mettere ancora mano al portafoglio. Nella notte del 21 novembre il Cdm guidato dal premier Giuseppe Conte ha reso noto che stanzierà per il 2020 altri 1,95 miliardi per il decreto Ristori ter a favore delle «attività economiche interessate, direttamente o indirettamente, dalle misure disposte a tutela della salute, al sostegno dei lavoratori in esse impiegati, nonché con ulteriori misure connesse all'emergenza in corso». In aggiunta a questi fondi è inoltre previsto l'incremento di 1,45 miliardi, per il 2020, della dotazione del fondo previsto dal decreto Ristori bis per compensare le attività economiche che operano nelle Regioni che passano a una fascia di rischio più alta. Destinatarie del contributo a fondo perduto nelle zone rosse, tra l'altro, anche le attività di commercio al dettaglio di calzature. A ciò si aggiunga l'istituzione di un fondo con una dotazione di 400 milioni di euro, da erogare ai Comuni, per l'adozione di misure urgenti di solidarietà alimentare e altri 100 milioni, sempre per il 2020, per aumentare dotazione finanziaria del Fondo per le emergenze nazionali, allo scopo di comprare e distribuire farmaci per la cura dei pazienti affetti da Covid-19. Già così il conto ammonterebbe a circa 3,9 miliardi. A questi però va aggiunto circa un altro miliardo che servirebbe a coprire alcuni buchi legati al primo decreto Ristori. Conti alla mano i cinque miliardi da finanziare sarebbero quindi già andati tutti. Da notare, tra l'altro, che l'iniziativa era già stata finanziata a marzo, nel corso della prima ondata. Anche in quel caso il governo decise di stanziare 400 milioni di euro, ma l'operazione non ebbe il successo sperato. I soldi arrivarono subito nei vari Comuni italiani ma, come spesso capita in questi casi, la burocrazia ha rallentato non poco la distribuzione dei contributi. Così alcune amministrazioni locali si sono mosse subito, altre hanno fatto attendere più del necessario i contribuenti e altre ancora hanno sospeso la distribuzione dei buoni spesa a causa dell'alto numero di domande. Non sono poi mancate le polemiche perché Comuni con lo stesso numero di abitanti avevano percepito sovvenzioni molto diverse tra loro a causa del fatto che il reddito pro capite degli abitanti, in media, era molto diverso. C'è poi il quarto decreto Ristori. La quarta versione della norma verrà finanziata con le risorse aggiuntive di 8 miliardi che arriveranno dopo il via libera delle Camere allo scostamento di bilancio in programma per il prossimo giovedì 26. All'interno del decreto dovrebbe esserci anche il rinvio delle scadenze fiscali e delle rate della rottamazione ter e del saldo e stralcio, che altrimenti ripartirebbero il 10 dicembre. Lo stop dovrebbe riguardare le imprese fino a 50 milioni di fatturato con perdite di almeno il 33%.
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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