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2022-02-10
La relazione del Copasir: più attenzione all'intelligence e agli scenari di crisi
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La Commissione bicamerale Copasir del 9 febbraio 2022 (Ansa)
Partendo dalla questione del rilancio internazionale, è esattamente in tal senso che il Copasir formula l’auspicio che in futuro l’Italia possa entrare nei Five Eyes: l’alleanza in materia di intelligence che coinvolge Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Certo: il comitato lascia intendere che una tale strada non sia semplice (sembrerebbe infatti sfumato un tentativo di allargamento di tale alleanza ad altri Paesi come la Germania, il Giappone, l’India e la Corea del Sud). “In ogni caso”, chiosa il documento a pagina 49, “ad avviso del Comitato, si tratta di una questione che va attentamente monitorata per consentire all'Italia di svolgere un ruolo da protagonista”.
Sempre in quest’ottica, il Copasir ha mostrato aperture nei confronti dei progetti in essere di difesa e intelligence europea: un obiettivo, questo, che deve tuttavia essere perseguito in pieno accordo con l’Alleanza atlantica. “Quanto al timore che una difesa europea rafforzata possa confliggere con l'azione della Nato”, si legge a pagina 48 della relazione, “ è necessario sottolineare che una UE - capace in autonomia di prendere decisioni e di operare in aderenza ai propri valori, proteggendo i propri interessi e priorità - rafforzerà l'Alleanza stessa contribuendo alla sicurezza globale”. “L'Italia”, prosegue il documento, “può svolgere un ruolo di rilievo nel raggiungimento di questo obiettivo: rafforzare l'azione europea per rafforzare la Nato”.
In tutto questo, la relazione ha anche fatto il punto su alcuni dei dossier geopolitici più problematici per il nostro Paese. Il documento ha per esempio sottolineato la fase di forte incertezza politica che si registra attualmente in Libia, mettendo in luce i rischi che si corrono dal punto di vista umanitario, migratorio, energetico ed economico. Un altro dossier analizzato è quello della crisi ucraina, su cui il Copasir esorta ad agire con pragmatismo, invitando l’Europa ad assumere un ruolo maggiormente centrale. “L'aggressività russa, sostenuta dalla Bielorussia, nei confronti dell'Ucraina e sul fianco orientale dell'Alleanza è certamente condannabile ma permane forte per l'Europa l'esigenza di mantenere aperti canali di dialogo diplomatico”. “In tale contesto”, si legge ancora, “è opportuno che l'Europa riesca a partecipare attivamente alla ricerca di una stabilità strategica, sedendosi al tavolo delle trattative e giocando il suo ruolo su temi essenziali quali il controllo degli armamenti convenzionali, la controproliferazione nucleare e tutte le attività che hanno a che fare con le minacce ibride”.
Una sezione della relazione è inoltre dedicata alla Cina, definita un “avversario strategico”: in particolare, viene posto l’accento sull’attivismo di Pechino in varie aree del globo, dall’Africa all’Afghanistan. “L'obiettivo di una supremazia globale, in ambito tecnologico, economico e anche militare perseguito dalla potenza cinese con una proiezione di ampio respiro nel futuro sembra realizzabile nell'arco di qualche decennio. Di fronte a queste previsioni l'Europa è tenuta a interrogarsi se può permettersi un tale futuro e se può tirarsi indietro dalla competizione tecnologica e dalla corsa allo spazio”, chiosa la relazione. Relazione che dà inoltre significativo spazio anche a Sahel, Iran, Balcani e Turchia.
In tale quadro, è interessante sottolineare come, in apertura del documento, non manchi un appunto mosso al parlamento. “Nonostante le precedenti relazioni annuali abbiano fornito analisi e valutazioni di indubbio rilievo, […] appare singolare e nel contempo preoccupante che in nessun caso vi sia stato un seguito effettivo di tali risultanze davanti alle Camere, tramite lo sviluppo di un dibattito da reputarsi essenziale e doveroso quando si verte sul bene cruciale della salus rei publica”. Una “bacchettata” si è registrata anche sul Trattato del Quirinale, siglato l'anno scorso tra Roma e Parigi. “Il Copasir ritiene opportuno evidenziare che, mentre in vista della sottoscrizione del Memorandum sulla Via della seta, il Governo intese preventivamente coinvolgere l’Organo parlamentare in un confronto sui temi della sicurezza nazionale interessati, analogo preventivo coinvolgimento non si è verificato nel caso del Trattato con la Francia”, si legge a pagina 21. “Appare pertanto opportuno porre all’attenzione delle Camere che saranno, come detto, coinvolte nella ratifica del Trattato, la necessità di un’adeguata tutela degli asset strategici in ambito finanziario e industriale italiani”.
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Pubblicata la nuova relazione annuale del Copasir al Parlamento, in cui il comitato ha affrontato svariate questioni strettamente inerenti alla sicurezza nazionale. I principali leitmotiv della relazione sono due: un rilancio del nostro Paese sotto il profilo internazionale e più attenzione alle aree di crisi che investono gli interessi italiani. Il link per scaricare il pdf. Relazione Copasir.pdfPartendo dalla questione del rilancio internazionale, è esattamente in tal senso che il Copasir formula l’auspicio che in futuro l’Italia possa entrare nei Five Eyes: l’alleanza in materia di intelligence che coinvolge Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti. Certo: il comitato lascia intendere che una tale strada non sia semplice (sembrerebbe infatti sfumato un tentativo di allargamento di tale alleanza ad altri Paesi come la Germania, il Giappone, l’India e la Corea del Sud). “In ogni caso”, chiosa il documento a pagina 49, “ad avviso del Comitato, si tratta di una questione che va attentamente monitorata per consentire all'Italia di svolgere un ruolo da protagonista”. Sempre in quest’ottica, il Copasir ha mostrato aperture nei confronti dei progetti in essere di difesa e intelligence europea: un obiettivo, questo, che deve tuttavia essere perseguito in pieno accordo con l’Alleanza atlantica. “Quanto al timore che una difesa europea rafforzata possa confliggere con l'azione della Nato”, si legge a pagina 48 della relazione, “ è necessario sottolineare che una UE - capace in autonomia di prendere decisioni e di operare in aderenza ai propri valori, proteggendo i propri interessi e priorità - rafforzerà l'Alleanza stessa contribuendo alla sicurezza globale”. “L'Italia”, prosegue il documento, “può svolgere un ruolo di rilievo nel raggiungimento di questo obiettivo: rafforzare l'azione europea per rafforzare la Nato”.In tutto questo, la relazione ha anche fatto il punto su alcuni dei dossier geopolitici più problematici per il nostro Paese. Il documento ha per esempio sottolineato la fase di forte incertezza politica che si registra attualmente in Libia, mettendo in luce i rischi che si corrono dal punto di vista umanitario, migratorio, energetico ed economico. Un altro dossier analizzato è quello della crisi ucraina, su cui il Copasir esorta ad agire con pragmatismo, invitando l’Europa ad assumere un ruolo maggiormente centrale. “L'aggressività russa, sostenuta dalla Bielorussia, nei confronti dell'Ucraina e sul fianco orientale dell'Alleanza è certamente condannabile ma permane forte per l'Europa l'esigenza di mantenere aperti canali di dialogo diplomatico”. “In tale contesto”, si legge ancora, “è opportuno che l'Europa riesca a partecipare attivamente alla ricerca di una stabilità strategica, sedendosi al tavolo delle trattative e giocando il suo ruolo su temi essenziali quali il controllo degli armamenti convenzionali, la controproliferazione nucleare e tutte le attività che hanno a che fare con le minacce ibride”. Una sezione della relazione è inoltre dedicata alla Cina, definita un “avversario strategico”: in particolare, viene posto l’accento sull’attivismo di Pechino in varie aree del globo, dall’Africa all’Afghanistan. “L'obiettivo di una supremazia globale, in ambito tecnologico, economico e anche militare perseguito dalla potenza cinese con una proiezione di ampio respiro nel futuro sembra realizzabile nell'arco di qualche decennio. Di fronte a queste previsioni l'Europa è tenuta a interrogarsi se può permettersi un tale futuro e se può tirarsi indietro dalla competizione tecnologica e dalla corsa allo spazio”, chiosa la relazione. Relazione che dà inoltre significativo spazio anche a Sahel, Iran, Balcani e Turchia. In tale quadro, è interessante sottolineare come, in apertura del documento, non manchi un appunto mosso al parlamento. “Nonostante le precedenti relazioni annuali abbiano fornito analisi e valutazioni di indubbio rilievo, […] appare singolare e nel contempo preoccupante che in nessun caso vi sia stato un seguito effettivo di tali risultanze davanti alle Camere, tramite lo sviluppo di un dibattito da reputarsi essenziale e doveroso quando si verte sul bene cruciale della salus rei publica”. Una “bacchettata” si è registrata anche sul Trattato del Quirinale, siglato l'anno scorso tra Roma e Parigi. “Il Copasir ritiene opportuno evidenziare che, mentre in vista della sottoscrizione del Memorandum sulla Via della seta, il Governo intese preventivamente coinvolgere l’Organo parlamentare in un confronto sui temi della sicurezza nazionale interessati, analogo preventivo coinvolgimento non si è verificato nel caso del Trattato con la Francia”, si legge a pagina 21. “Appare pertanto opportuno porre all’attenzione delle Camere che saranno, come detto, coinvolte nella ratifica del Trattato, la necessità di un’adeguata tutela degli asset strategici in ambito finanziario e industriale italiani”.
L'esercito di Taiwan schiera un sistema missilistico di difesa aerea all'interno di una base aerea a Hsinchu (Ansa)
«Come presidente, la mia posizione è sempre stata chiara: salvaguardare fermamente la sovranità nazionale, rafforzare la difesa nazionale e la resilienza dell'intera società e costruire in modo completo un meccanismo efficace di deterrenza e di difesa democratica», ha proseguito.
«Le attività militari e la retorica della Cina nei confronti di Taiwan e di altri Paesi della regione aumentano inutilmente le tensioni. Esortiamo Pechino a dar prova di moderazione, a cessare la pressione militare su Taiwan e a impegnarsi invece in un dialogo significativo», ha dichiarato, dal canto suo, il Dipartimento di Stato americano, per poi aggiungere: «Gli Stati Uniti sostengono la pace e la stabilità nello Stretto di Taiwan e si oppongono a cambiamenti unilaterali dello status quo, anche tramite forza o coercizione». Ricordiamo che, a metà dicembre, l’amministrazione Trump aveva approvato una vendita di armi per 11 miliardi di dollari a Taipei: una mossa, questa, che aveva irritato Pechino.
Adesso, nuova incertezza sul dossier taiwanese è arrivata a seguito della cattura di Nicolas Maduro da parte di Washington. Analisti ascoltati dalla Reuters hanno riferito che «l'attacco degli Stati Uniti al Venezuela incoraggerà la Cina a rafforzare le sue rivendicazioni territoriali su aree come Taiwan e parti del Mar Cinese Meridionale, ma non accelererà una potenziale invasione di Taiwan». Tuttavia, dall’altra parte, Bloomberg News domenica titolava: «I social media cinesi la mossa degli Usa su Maduro come un modello per Taiwan».
Non è del resto ancora chiaro come debba essere interpretata la cattura del leader chavista. Un’ipotesi è che vada inserita in una sorta di tacita Jalta 2.0: il che porterebbe a un incremento della pressione cinese su Taipei all’interno di una logica di spartizione dello scacchiere internazionale in zone d’influenza tra grandi potenze. L’altra ipotesi è che la tensione tra Washington e Pechino aumenti proprio perché gli Stati Uniti non avrebbero intenzione di abbandonare l’isola al suo destino. Isola che, ricordiamolo, per Washington risulta strategica soprattutto per quanto concerne il delicato settore dei semiconduttori.
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(Ansa)
Design, ingegneria e sviluppo veicoli al servizio delle case automobilistiche e del network accademico statunitense. L'intervista a Fabrizio Mina, ceo di Italdesign Usa.
Papa Leone XIV (Ansa)
Ieri, però, Donald Trump in una intervista a The Atlantic ha rincarato la dose: «Gli Usa hanno bisogno della Groenlandia per motivi di difesa». Ed è certo che ora chi, dopo il blitz di Caracas, grida alle mire espansionistiche del presidente americano avrà nuovi argomenti. Eppure ieri sulla cattura di Maduro si è andati dal minimo sindacale della Cina alla temporanea resurrezione di Kamala Harris. Con una sola voce altissima: quella del Papa.
Robert Francis Prevost è americano e all’Angelus parlava anche a JD Vance, vice di Trump e fervente cattolico: «Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando diritti umani e civili. Speciale attenzione ai poveri per la dura crisi economica». La voce del Papa ha un particolare interesse per gli italiani: a Caracas è in carcere da più di un anno senza alcun motivo Alberto Trentini. È uno degli ostaggi su cui si fondava la diplomazia del ricatto di Maduro. Lo lascia intendere il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri ha ribadito: «Stiamo lavorando per vedere cosa si può fare per la liberazione degli italiani detenuti, compreso il cooperante Trentini, speriamo che col cambio di regime si possa riuscire a riportarli a casa».
Una liberazione la chiede anche il ministro degli esteri cinese, ma quella di Maduro: «La Cina chiede agli Usa di garantire la sicurezza del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, di rilasciarli e di fermare il rovesciamento del governo in Venezuela che è una chiara violazione del diritto internazionale». Il minimo sindacale, appunto, che fa sembrare rivoluzionaria Kamala Harris, l’antagonista democratica di Donald Trump. Sostiene su X: «Il fatto che Maduro sia un dittatore brutale e illegittimo non cambia il fatto che questa azione sia stata illegale e imprudente. Guerre per il cambio di regime o per il petrolio che vengono vendute come forza si trasformano in caos e le famiglie americane, stanche di menzogne, ne pagano il prezzo». La Corea del Nord s’impanca: «Siamo di fronte a una grave violazione del diritto internazionale, che conferma la natura canaglia e brutale degli Usa». E il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, ha telefonato al suo omologo venezuelano, Yvan Eduardo Gil Pinto, per dirgli: «L’Iran condanna fermamente l’aggressione militare statunitense e la considera un chiaro esempio di terrorismo di Stato». Pinto ha risposto: «Siamo determinati a difendere il diritto all’autodeterminazione contro le politiche prepotenti e illegali degli Usa». Luiz Inácio Lula da Silva, dal Brasile, sostiene che l’azione ricorda i peggiori momenti dell’interferenza nella politica dell’America Latina, ma Javier Milei, presidente argentino, brinda alla cattura di Maduro. Mosca cerca di compattare i Brics sulla posizione espressa da Sergej Lavrov: «Gli Usa hanno compiuto un atto di aggressione basato su pretesti insostenibili». Anche Matteo Salvini prende una qualche distanza e cita Prevost: «Nessuno avrà nostalgia di Maduro. Per la Lega la strada maestra deve tornare a essere la diplomazia. Illuminanti le parole del Papa».
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Manifestazione pro Maduro davanti al consolato Usa a Milano (Ansa)
Nell’attesa di assistere a un più imponente schieramento di forze, ci limitiamo a notare qualche contraddizione fra le varie che emergono dalle profonde esternazioni di ambito geopolitico della sinistra italiana. I più coerenti sono, manco a dirlo, i più radicali della compagine parlamentare sinistrorsa. «L’attacco militare degli Stati Uniti al Venezuela è gravissimo e inaccettabile. Occorre che la comunità internazionale e il nostro Paese condannino immediatamente quanto accaduto e si attivino per fermare questa aggressione», dicono Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni. E non c’è dubbio: gli Stati Uniti hanno aggredito. Ma rimane curioso che Bonelli e Fratoianni, antifascisti di professione pronti a sbracciarsi ogni ora per il presunto ritorno del fascismo, non notino le analogie fra quanto compiuto da Trump nei riguardi del Venezuela e quanto fatto dagli americani con il regime italiano alla fine della Seconda guerra mondiale. Hanno forse dimenticato, i nostri formidabili antifascisti, come si tolgano dalle scene i capi carismatici sgraditi? Sul versante moderato la memoria non pare più robusta e i cortocircuiti sono egualmente scoppiettanti. Secondo Elly Schlein l’azione degli Usa «viola palesemente il diritto internazionale». Certo, il Pd condanna «il regime brutale di Maduro», ma spiega che «la democrazia non si esporta con le bombe». Tesi interessante, che tuttavia non fu granché applicata dall’amico Barack Obama. Il Pd, nella persona di Peppe Provenzano, incita pure l’Ue «a essere meno timida contro le violazioni americane». Ma lo sdegno appunto si ferma lì. Non risulta che vi siano, per ora, pesanti censure ai danni di autori o direttori d’orchestra americani, o che vengano cancellati pubblici eventi con partecipanti trumpiani. Il doppio standard rispetto a Putin (o il triplo se inseriamo nella partita pure Netanyahu e Israele) è piuttosto evidente. Evitiamo, per pietà, di ricordare i casi del libico Gheddafi e del siriano Assad. Tuttavia, a voler essere puntigliosi, si potrebbe anche ricordare come la sinistra italiana abbia, nel recente passato, approvato altre forme di golpe, meno esplicitamente violente ma altrettanto unilaterali e autoritarie. Ai tempi di Silvio Berlusconi i nostri eroi progressisti invocavano ogni giorno il cambio di regime, la liberazione dal fascismo berlusconiano. Quando in effetti il golpetto avvenne, con la collaborazione dell’allora inquilino del Colle, fu accolto dagli applausi. Eppure anche il Cavaliere era un presidente del Consiglio regolarmente eletto. Solo che in quel frangente la rimozione forzata, poiché il rimosso era sgradito, fu largamente apprezzata. Niente di sorprendente: la sinistra italica appoggia ogni intervento extraparlamentare (giudiziario, europeo o internazionale) a patto che sia rivolto contro i suoi nemici. Quando i cambi di regime invece non giovano al racconto progressista del mondo si tende a rimuoverli. Si dimentica tutto: da Euromaidan in Ucraina alla cacciata di Berlusconi. Maduro, in compenso, può servire per sostenere la tesi della particolare ferocia di Trump, dunque può essere trattato da vittima. Al solito, ai sinceri democratici la democrazia va bene soltanto se al comando ci sono loro.
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