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2019-12-04
Ecco la parcella
che inchioda Conte
Gettyimages
Alla fine, è arrivata la nemesi. Dopo aver trafitto tutti a suon di commi e arzigogoli, anche Giuseppi rimane vittima dello stormir di giuridichese che evoca il «progetto di parcella». La cui sostanza però è chiarissima: i rapporti con il suo mentore, Guido Alpa, erano strettissimi. Cheek to cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra.
Così intimi da convincere il giurista genovese, il 21 gennaio 2009, a inviare al Garante della privacy un'unica richiesta di fattura, da 26.830 euro, firmata da lui e da Conte. Con un'aggravante: in calce al documento non ci sono i numeri di conto corrente dei due professionisti. L'Iban su cui accreditare il compenso è solo uno: quello di Alpa. E Conte? Per quella causa non ha visto un euro. Del resto, pure in famiglia si lamentano del suo scarso interesse per il denaro: «Sono poco venale» spiega alle Iene che, nella trasmissione andata in onda ieri sera, puntano alle tempie del premier l'ultima «pistola fumante».
L'hanno scovata negli archivi dell'Autorità per la protezione dei dati personali, che Conte e Alpa hanno difeso in una controversia contro la Rai e l'Agenzia delle entrate. L'incarico viene affidato il 29 gennaio 2002. Il futuro presidente del Consiglio è ancora un arrembante professore associato, mentre il blasonato collega è già un nome tutelare. Il garante dell'epoca, Stefano Rodotà, decide però di assegnare il ricorso a entrambi. Niente di male: se non fosse che, come ricostruisce La Verità, l'1 marzo 2002 Alpa viene nominato membro della commissione scelta per reclutare due ordinari di diritto privato. E tra i partecipanti a quel concorso, bandito dall'università di Caserta, c'è pure un suo brillante allievo: Giuseppe Conte. Nemmeno cinque mesi più tardi, il 29 luglio 2002, sarà lui a vincere il posto. Alla tenera età di 38 anni. Ricapitolando: a fine gennaio 2002 i due ricevono il mandato; un mese dopo, Alpa viene eletto nella commissione che farà diventare Conte un giovanissimo professorone.
È un conflitto d'interessi che rischia di invalidare il concorso? Macché, ha sempre sminuito il presidente del Consiglio: nessun interesse in comune. Peccato sia stato lui stesso a scrivere nel curriculum: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Un'inesattezza. Peccatucci veniali, minimizza il nostro camaleontico premier. C'è anche chi gli fa notare che con il giurista genovese ha condiviso cause, indirizzo, studio professionale e persino la segretaria. Ma Conte derubrica: eravamo solo coinquilini, «con diverse attività professionali in spazi differenti e contratti di affitti separati». A tal proposito, la trasmissione insiste anche sulla comunicazione con cui il Garante dà mandato ad Alpa e Conte. Il documento viene spedito a un unico indirizzo romano: via Sardegna, 38. Perché inviare un'unica lettera ai due professionisti se «si trattava di due incarichi distinti e non c'era un'associazione né di diritto né di fatto?». Il premier replica con sufficienza e ardore: così va il mondo degli avvocati e degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega o praticante.
L'ultimo tassello dell'annoso intrigo è però il «progetto di parcella» incassato da Alpa di fronte a un'inerme Conte. Le Iene azzannano il premier: il mentore non poteva giudicare l'allievo. Quel concorso, si direbbe alla manzoniana, s'ha da rifare. I due, concludono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, «erano legati da interessi economici e professionali». Il documento scovato dai giornalisti ha, nell'intestazione, il nome dei due avvocati. Ma il compenso, 26.830 euro e spiccioli, va saldato sul conto corrente che Alpa ha aperto in una filiale genovese di Banca Intesa. Insomma, per quella comune difesa, il futuro presidente non ha fatturato un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte processuali, si sarebbe sobbarcato l'onere di presenziare a quasi tutte le udienze. Poco importa, replica Conte alle Iene. Lui, in quella causa, era solo la «longa manus» del giurista genovese. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la difesa e redigere gli atti determinati per il ricorso. Lui, al contrario, è stato una sorta di garzone del diritto, disposto a portar acqua al luminare. Ecco il motivo per cui oneri e onori sono andati ad Alpa.
Un inusuale bagno di umiltà per Giuseppi. Ma di certo funzionale a una discolpa. Nell'intervista televisiva, il premier aggiunge un'altra attenuante. La parcella contestata si riferisce solo al primo grado. Nei successivi giudizi, ha però regolarmente fatturato da solo. A riprova della sua scarsa venalità, ricorda invece di non aver chiesto nessun compenso per altri incarichi ricevuti dal Garante. Una difesa a tutto campo, che stride con la vocazione offensiva che il presidente del Consiglio esibiva sui campi di calcio. Altri tempi. Il destino di Conte doveva ancora incrociarsi con quello del chiarissimo professor Alpa.
Antonio Rossitto
«Spero che Barr non smentisca il presidente»
«Spero che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il comitato di controllo sui nostri servizi segreti, interviene a Milano, all'evento «Italia direzione Nord». Con La Verità fa il punto sulla situazione del nostro comparto sicurezza, dopo lo scandalo di questa estate che ha coinvolto il professore maltese della Link, Joseph Mifsud, coinvolto nel presunto tentativo di danneggiare nel 2016 la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Conte» ha spiegato Volpi «ne ha parlato tanto, ha fatto 27 minuti di conferenza stampa, spero che non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Ma più che sullo scandalo Mifsud, («Un tema marginale rispetto a tematiche più importanti come la Libia, la Nato o possibili aggressioni economiche»), il presidente ha insistito sul rischio di ingerenze straniere nell'economia italiana. In particolare sulla sottoscrizione dell'accordo sulla Via della Seta con la Cina, a marzo. «Io non ho vissuto con grande entusiasmo questo accordo». Quindi sui movimenti tra Mediobanca, Unicredit e Generali, con possibili e accordi con i francesi, aggiunge. «Non possiamo permettere di cedere il controllo del sistema bancario e assicurativo dove ci sono i buoni del tesoro»
È diventato presidente del Copasir, l'incarico più importante che spetta all'opposizione durante questa legislatura, in una fase molto delicata per i nostri servizi segreti. Dopo il Russiagate, c'è il rischio di ingerenze straniere?
«Oggi le guerre si combattono a livello economico, non c'è dubbio. L'interesse nazionale è sempre più ampio dei confini nazionali. E va segnalato spesso un atteggiamento aggressivo da parte di a amici e alleati. Spesso sono loro a diventare i nostri primi competitor a livello industriale. Nella difesa ci sono i nostri cugini d'oltralpe, per esempio. Bisogna partire da un concetto, oggi l'interesse nazionale è sempre più ampio rispetto ai nostri confini, rispetto ai tempi della rivoluzione industriale. Ora le aperture permettono di avere interesse in tutte le parti del mondo. C'è quindi l'esigenza di mettere dei perimetri di sicurezza nei settori strategici come per esempio la golden power in determinati settori, in particolare tecnologici».
Oltre al golden power su aziende strategiche, penso a Telecom Sparkle che gestisce i cavi di comunicazioni nel mediterraneo da cui passa anche il traffico internet di Israele, quali sono le nostre difese? Il presidente dell'Agcom Angelo Maria Cardani ha detto che nel futuro dobbiamo decidere se farci spiare dai cinesi o dagli americani...
«Si tratta di una battuta un po' facile da parte di un presidente dell'Authority… La parte della tecnologia avanzata 5G è uno degli argomenti centrali nella valutazione sulla sicurezza. La prima cosa è la sicurezza degli interessi nazionali e ciò che passa in queste reti. La seconda cosa poi, che trovo inquietante, è quella che già avviene con altre tecnologie, con la profilatura dei dati del cliente tramite Google o Facebook».
Lei ha già parlato in passato di Tik Tok.
«Mi hanno già attaccato in passato, ma lo ribadisco. È un'applicazione cinese e i giovani la utilizzano ma è stata inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi. Il 5G è sicuramente un aggiornamento tecnologico. Io penso che ci sono aziende cinesi in competizione tra loro che devono avere la correttezza, nel momento in cui si fa il cablaggio delle città, di presentare tutta la verità negli aspetti tecnici. Se c'è una mancanza di lealtà viene il dubbio che ci siano interessi diversi».
Il caso Mifsud è ancora poco chiaro, si è fatto vivo ultimamente con un audio.
«Forse suo».
Però ci sono state diverse audizioni al Copasir, dai direttori Aise e Aisi.
«La mia domanda è: come possono i giornali sapere le durate delle audizioni? E lo dico anche al vostro giornale. Io ho la principale preoccupazione di difendere i nostri uomini dei nostri apparati di sicurezza e intelligence. Mifsud non so se ve ne siete accorti che insegnava anche in Inghilterra».
Alessandro Da Rold
Gualtieri va a Bruxelles per fingere di spuntare il rinvio del salva Stati
Oggi il ministro Roberto Gualtieri parteciperà all'Eurogruppo a Bruxelles. Nelle stesse ore, a Roma, sarà audito alla Camera il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, protagonista nei giorni scorsi, sul Mes, di una rocambolesca inversione a U: prima aveva parlato di «rischio enorme», ma poi fonti di Bankitalia si sono mobilitate nel tentativo - abbastanza avventuroso - di correggere il tiro. Da Visco c'è dunque da attendersi, oggi, una versione «eurolirica».
Spostandoci a Bruxelles, realisticamente, cosa può accadere? Ci sono quattro piani di discussione. Il primo ha a che fare con l'impianto del trattato, e qui gli spazi sembrano purtroppo chiusi. La velina dell'altro giorno dell'Eurogruppo, oltre a smentire radicalmente Giuseppe Conte, era chiarissima: l'architettura già concordata non si cambia.
Il secondo piano di discussione non riguarda il trattato Mes, ma altre partite assai significative, queste ancora effettivamente aperte. In particolare, sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli dei diversi Paesi. Si tratterebbe dell'introduzione di una valutazione dei rischi dei titoli di Stato: eventualità da scongiurare, dal punto di vista italiano.
Il terzo piano di discussione riguarda la normativa sussidiaria rispetto al Mes. Ci sono aspetti ancora da definire molto tecnici (la disciplina dello scambio di informazione tra il Mes e il cosiddetto European systemic risk board) e aspetti molto politici, come le Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. C'è chi insiste per definire tutto già in questa fase, quindi nel trattato, e chi vuole lasciare un successivo spazio di manovra agli organi del Mes.
Il quarto e ultimo piano riguarda i tempi. Una volta acquisito (cosa che – ahinoi – è accaduta già a giugno) l'assenso dei diversi Paesi, la formalizzazione può anche slittare di uno o due mesi. Da questo punto di vista, per un verso la crisi politica a Malta, per altro verso le tensioni nella grande coalizione tedesca (dopo l'indebolimento politico di Olaf Scholz), e per altro verso ancora qualche esigenza organizzativa (ad esempio, le traduzioni) potrebbero essere utilizzate come un escamotage per dare la sensazione di un rinvio, concedendo al governo italiano di superare la scadenza elettorale in Emilia Romagna. Se Gualtieri e Conte riusciranno a coinvolgere gli altri nella loro recita, potrebbero ottenere una qualche dichiarazione che alluda al mitico «pacchetto», e quindi agli altri aspetti dell'unione economica e monetaria (a partire dal tema della banking union) per dare l'impressione di aver tenuto aperto il negoziato. Ahinoi, solo la sensazione.
In teoria, come sappiamo, un'Italia a schiena dritta potrebbe anche pretendere di posticipare la firma fino al completamento dell'intero pacchetto, forzando la mano. Ma - purtroppo - sembra più probabile immaginare Gualtieri in atteggiamento di preghiera che non nell'atto di esercitare un veto. Anziché forzare, la sensazione è che ci sarà una richiesta di una mini proroga della formalizzazione: con un successivo sforzo di accreditare mediaticamente una posizione italiana muscolare nel negoziato.
Nella maggioranza, infatti, c'è chi è già pronto (Pd e la parte governista di M5s) a cogliere ogni spiraglio, vero o presunto, anche semplicemente simbolico, per trasferirlo nella risoluzione parlamentare che il quadripartito dovrà presentare l'11 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. Per occultare il sì già pronunciato, e tirare a campare.
Daniele Capezzone
Continua a leggereRiduci
Il premier nega di aver avuto un sodalizio professionale con l'avvocato che gli fece da commissario d'esame, eppure i due chiedevano di essere pagati su un unico conto.Il numero uno del Copasir Raffaele Volpi: «L'inquilino di Palazzo Chigi ha parlato tanto di Mifsud, ma occhio pure al 5G cinese».Oggi c'è l'Eurogruppo, ma il quadro è chiaro: margini per cambiare il Mes non ci sono.Lo speciale contiene tre articoliAlla fine, è arrivata la nemesi. Dopo aver trafitto tutti a suon di commi e arzigogoli, anche Giuseppi rimane vittima dello stormir di giuridichese che evoca il «progetto di parcella». La cui sostanza però è chiarissima: i rapporti con il suo mentore, Guido Alpa, erano strettissimi. Cheek to cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra. Così intimi da convincere il giurista genovese, il 21 gennaio 2009, a inviare al Garante della privacy un'unica richiesta di fattura, da 26.830 euro, firmata da lui e da Conte. Con un'aggravante: in calce al documento non ci sono i numeri di conto corrente dei due professionisti. L'Iban su cui accreditare il compenso è solo uno: quello di Alpa. E Conte? Per quella causa non ha visto un euro. Del resto, pure in famiglia si lamentano del suo scarso interesse per il denaro: «Sono poco venale» spiega alle Iene che, nella trasmissione andata in onda ieri sera, puntano alle tempie del premier l'ultima «pistola fumante». L'hanno scovata negli archivi dell'Autorità per la protezione dei dati personali, che Conte e Alpa hanno difeso in una controversia contro la Rai e l'Agenzia delle entrate. L'incarico viene affidato il 29 gennaio 2002. Il futuro presidente del Consiglio è ancora un arrembante professore associato, mentre il blasonato collega è già un nome tutelare. Il garante dell'epoca, Stefano Rodotà, decide però di assegnare il ricorso a entrambi. Niente di male: se non fosse che, come ricostruisce La Verità, l'1 marzo 2002 Alpa viene nominato membro della commissione scelta per reclutare due ordinari di diritto privato. E tra i partecipanti a quel concorso, bandito dall'università di Caserta, c'è pure un suo brillante allievo: Giuseppe Conte. Nemmeno cinque mesi più tardi, il 29 luglio 2002, sarà lui a vincere il posto. Alla tenera età di 38 anni. Ricapitolando: a fine gennaio 2002 i due ricevono il mandato; un mese dopo, Alpa viene eletto nella commissione che farà diventare Conte un giovanissimo professorone. È un conflitto d'interessi che rischia di invalidare il concorso? Macché, ha sempre sminuito il presidente del Consiglio: nessun interesse in comune. Peccato sia stato lui stesso a scrivere nel curriculum: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Un'inesattezza. Peccatucci veniali, minimizza il nostro camaleontico premier. C'è anche chi gli fa notare che con il giurista genovese ha condiviso cause, indirizzo, studio professionale e persino la segretaria. Ma Conte derubrica: eravamo solo coinquilini, «con diverse attività professionali in spazi differenti e contratti di affitti separati». A tal proposito, la trasmissione insiste anche sulla comunicazione con cui il Garante dà mandato ad Alpa e Conte. Il documento viene spedito a un unico indirizzo romano: via Sardegna, 38. Perché inviare un'unica lettera ai due professionisti se «si trattava di due incarichi distinti e non c'era un'associazione né di diritto né di fatto?». Il premier replica con sufficienza e ardore: così va il mondo degli avvocati e degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega o praticante. L'ultimo tassello dell'annoso intrigo è però il «progetto di parcella» incassato da Alpa di fronte a un'inerme Conte. Le Iene azzannano il premier: il mentore non poteva giudicare l'allievo. Quel concorso, si direbbe alla manzoniana, s'ha da rifare. I due, concludono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, «erano legati da interessi economici e professionali». Il documento scovato dai giornalisti ha, nell'intestazione, il nome dei due avvocati. Ma il compenso, 26.830 euro e spiccioli, va saldato sul conto corrente che Alpa ha aperto in una filiale genovese di Banca Intesa. Insomma, per quella comune difesa, il futuro presidente non ha fatturato un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte processuali, si sarebbe sobbarcato l'onere di presenziare a quasi tutte le udienze. Poco importa, replica Conte alle Iene. Lui, in quella causa, era solo la «longa manus» del giurista genovese. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la difesa e redigere gli atti determinati per il ricorso. Lui, al contrario, è stato una sorta di garzone del diritto, disposto a portar acqua al luminare. Ecco il motivo per cui oneri e onori sono andati ad Alpa. Un inusuale bagno di umiltà per Giuseppi. Ma di certo funzionale a una discolpa. Nell'intervista televisiva, il premier aggiunge un'altra attenuante. La parcella contestata si riferisce solo al primo grado. Nei successivi giudizi, ha però regolarmente fatturato da solo. A riprova della sua scarsa venalità, ricorda invece di non aver chiesto nessun compenso per altri incarichi ricevuti dal Garante. Una difesa a tutto campo, che stride con la vocazione offensiva che il presidente del Consiglio esibiva sui campi di calcio. Altri tempi. Il destino di Conte doveva ancora incrociarsi con quello del chiarissimo professor Alpa. Antonio Rossitto<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-prova-che-inchioda-conte-la-parcella-dimostra-il-legame-lavorativo-con-alpa-2641507846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spero-che-barr-non-smentisca-il-presidente" data-post-id="2641507846" data-published-at="1776920814" data-use-pagination="False"> «Spero che Barr non smentisca il presidente» «Spero che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il comitato di controllo sui nostri servizi segreti, interviene a Milano, all'evento «Italia direzione Nord». Con La Verità fa il punto sulla situazione del nostro comparto sicurezza, dopo lo scandalo di questa estate che ha coinvolto il professore maltese della Link, Joseph Mifsud, coinvolto nel presunto tentativo di danneggiare nel 2016 la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Conte» ha spiegato Volpi «ne ha parlato tanto, ha fatto 27 minuti di conferenza stampa, spero che non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Ma più che sullo scandalo Mifsud, («Un tema marginale rispetto a tematiche più importanti come la Libia, la Nato o possibili aggressioni economiche»), il presidente ha insistito sul rischio di ingerenze straniere nell'economia italiana. In particolare sulla sottoscrizione dell'accordo sulla Via della Seta con la Cina, a marzo. «Io non ho vissuto con grande entusiasmo questo accordo». Quindi sui movimenti tra Mediobanca, Unicredit e Generali, con possibili e accordi con i francesi, aggiunge. «Non possiamo permettere di cedere il controllo del sistema bancario e assicurativo dove ci sono i buoni del tesoro» È diventato presidente del Copasir, l'incarico più importante che spetta all'opposizione durante questa legislatura, in una fase molto delicata per i nostri servizi segreti. Dopo il Russiagate, c'è il rischio di ingerenze straniere? «Oggi le guerre si combattono a livello economico, non c'è dubbio. L'interesse nazionale è sempre più ampio dei confini nazionali. E va segnalato spesso un atteggiamento aggressivo da parte di a amici e alleati. Spesso sono loro a diventare i nostri primi competitor a livello industriale. Nella difesa ci sono i nostri cugini d'oltralpe, per esempio. Bisogna partire da un concetto, oggi l'interesse nazionale è sempre più ampio rispetto ai nostri confini, rispetto ai tempi della rivoluzione industriale. Ora le aperture permettono di avere interesse in tutte le parti del mondo. C'è quindi l'esigenza di mettere dei perimetri di sicurezza nei settori strategici come per esempio la golden power in determinati settori, in particolare tecnologici». Oltre al golden power su aziende strategiche, penso a Telecom Sparkle che gestisce i cavi di comunicazioni nel mediterraneo da cui passa anche il traffico internet di Israele, quali sono le nostre difese? Il presidente dell'Agcom Angelo Maria Cardani ha detto che nel futuro dobbiamo decidere se farci spiare dai cinesi o dagli americani... «Si tratta di una battuta un po' facile da parte di un presidente dell'Authority… La parte della tecnologia avanzata 5G è uno degli argomenti centrali nella valutazione sulla sicurezza. La prima cosa è la sicurezza degli interessi nazionali e ciò che passa in queste reti. La seconda cosa poi, che trovo inquietante, è quella che già avviene con altre tecnologie, con la profilatura dei dati del cliente tramite Google o Facebook». Lei ha già parlato in passato di Tik Tok. «Mi hanno già attaccato in passato, ma lo ribadisco. È un'applicazione cinese e i giovani la utilizzano ma è stata inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi. Il 5G è sicuramente un aggiornamento tecnologico. Io penso che ci sono aziende cinesi in competizione tra loro che devono avere la correttezza, nel momento in cui si fa il cablaggio delle città, di presentare tutta la verità negli aspetti tecnici. Se c'è una mancanza di lealtà viene il dubbio che ci siano interessi diversi». Il caso Mifsud è ancora poco chiaro, si è fatto vivo ultimamente con un audio. «Forse suo». Però ci sono state diverse audizioni al Copasir, dai direttori Aise e Aisi. «La mia domanda è: come possono i giornali sapere le durate delle audizioni? E lo dico anche al vostro giornale. Io ho la principale preoccupazione di difendere i nostri uomini dei nostri apparati di sicurezza e intelligence. Mifsud non so se ve ne siete accorti che insegnava anche in Inghilterra». Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-prova-che-inchioda-conte-la-parcella-dimostra-il-legame-lavorativo-con-alpa-2641507846.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-va-a-bruxelles-per-fingere-di-spuntare-il-rinvio-del-salva-stati" data-post-id="2641507846" data-published-at="1776920814" data-use-pagination="False"> Gualtieri va a Bruxelles per fingere di spuntare il rinvio del salva Stati Oggi il ministro Roberto Gualtieri parteciperà all'Eurogruppo a Bruxelles. Nelle stesse ore, a Roma, sarà audito alla Camera il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, protagonista nei giorni scorsi, sul Mes, di una rocambolesca inversione a U: prima aveva parlato di «rischio enorme», ma poi fonti di Bankitalia si sono mobilitate nel tentativo - abbastanza avventuroso - di correggere il tiro. Da Visco c'è dunque da attendersi, oggi, una versione «eurolirica». Spostandoci a Bruxelles, realisticamente, cosa può accadere? Ci sono quattro piani di discussione. Il primo ha a che fare con l'impianto del trattato, e qui gli spazi sembrano purtroppo chiusi. La velina dell'altro giorno dell'Eurogruppo, oltre a smentire radicalmente Giuseppe Conte, era chiarissima: l'architettura già concordata non si cambia. Il secondo piano di discussione non riguarda il trattato Mes, ma altre partite assai significative, queste ancora effettivamente aperte. In particolare, sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli dei diversi Paesi. Si tratterebbe dell'introduzione di una valutazione dei rischi dei titoli di Stato: eventualità da scongiurare, dal punto di vista italiano. Il terzo piano di discussione riguarda la normativa sussidiaria rispetto al Mes. Ci sono aspetti ancora da definire molto tecnici (la disciplina dello scambio di informazione tra il Mes e il cosiddetto European systemic risk board) e aspetti molto politici, come le Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. C'è chi insiste per definire tutto già in questa fase, quindi nel trattato, e chi vuole lasciare un successivo spazio di manovra agli organi del Mes. Il quarto e ultimo piano riguarda i tempi. Una volta acquisito (cosa che – ahinoi – è accaduta già a giugno) l'assenso dei diversi Paesi, la formalizzazione può anche slittare di uno o due mesi. Da questo punto di vista, per un verso la crisi politica a Malta, per altro verso le tensioni nella grande coalizione tedesca (dopo l'indebolimento politico di Olaf Scholz), e per altro verso ancora qualche esigenza organizzativa (ad esempio, le traduzioni) potrebbero essere utilizzate come un escamotage per dare la sensazione di un rinvio, concedendo al governo italiano di superare la scadenza elettorale in Emilia Romagna. Se Gualtieri e Conte riusciranno a coinvolgere gli altri nella loro recita, potrebbero ottenere una qualche dichiarazione che alluda al mitico «pacchetto», e quindi agli altri aspetti dell'unione economica e monetaria (a partire dal tema della banking union) per dare l'impressione di aver tenuto aperto il negoziato. Ahinoi, solo la sensazione. In teoria, come sappiamo, un'Italia a schiena dritta potrebbe anche pretendere di posticipare la firma fino al completamento dell'intero pacchetto, forzando la mano. Ma - purtroppo - sembra più probabile immaginare Gualtieri in atteggiamento di preghiera che non nell'atto di esercitare un veto. Anziché forzare, la sensazione è che ci sarà una richiesta di una mini proroga della formalizzazione: con un successivo sforzo di accreditare mediaticamente una posizione italiana muscolare nel negoziato. Nella maggioranza, infatti, c'è chi è già pronto (Pd e la parte governista di M5s) a cogliere ogni spiraglio, vero o presunto, anche semplicemente simbolico, per trasferirlo nella risoluzione parlamentare che il quadripartito dovrà presentare l'11 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. Per occultare il sì già pronunciato, e tirare a campare. Daniele Capezzone
Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
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E, come tutti, lo osannò applaudendo la sua «decisione irrevocabile». Decenni dopo, in democrazia, egli stesso spiegò molto candidamente il motivo dell’entusiasmo: «La piazza era straripante e la dichiarazione di guerra sembrava l’annuncio di un ricco programma di festeggiamenti popolari: tutti erano esaltati, travolti dalla gioia, dal piacere, urlavano la felicità di essere in guerra e di fare la guerra, sventolando le mani al cielo. Mi lasciai trascinare da quell’entusiasmo». Perché mai? E Sordi confessò: «Per ignoranza. Gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose, per quasi due decenni. Perciò tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione. Ci avevano raccontato di aver ricostruito un impero, di avere una forza indistruttibile e di aver ragione. Per di più eravamo alleati con quell’altra potenza della Germania e davvero credevamo, noi italiani, che in quattro e quattr’otto avremmo conquistato il pianeta».
Ecco. Gli italiani non sapevano nulla della realtà. Alberto Sordi, invecchiando, lo aveva capito. Figurarsi se potevano conoscere l’effettivo scenario geopolitico mondiale, lo stato delle cose in Europa e in Italia. Erano stati relegati per anni in una meta-realtà che nulla aveva a che fare con la verità. Per Mussolini era stato facile: una volta sterminata nel sangue l’opposizione, gli era bastato dominare i giornali e la radio ed ecco che la propaganda poté stuprare l’informazione, ipnotizzando il popolo. La radio era una sola e di Stato e fu molto semplice, per i giornali invece la via fu più complessa e quindi più criminale.
E qui comincia Fascistissima, il nuovo libro di Giovanni Mari, edito da People (pp. 200, € 16): un’indagine storica rigorosa e avvincente che illumina i fatti di cent’anni fa esatti, il 1926, quando Mussolini strangolò la stampa libera in Italia. Attraverso documenti, telegrammi, circolari prefettizie e testimonianze d’epoca, il libro ricostruisce passo per passo la «stretta immediata» sull’informazione, con l’obiettivo di trasformarla in un megafono del regime. Non si tratta di una mera cronaca: Mari denuncia come la soppressione della libertà di stampa sia stata il pilastro della dittatura, un crimine contro la democrazia che rese gli italiani ostaggi di una propaganda monolitica.
La stretta sulla stampa cominciò subito. Nel 1923 Mussolini ordinò ai prefetti monitoraggi sull’atteggiamento dei giornali e promosse un decreto-legge (15 dicembre, n. 3288) che dava ai prefetti poteri discrezionali per diffidare e revocare gerenti di testate accusate di «notizie false», «allarme pubblico» o «odio di classe», permettendo sospensioni e sequestri. Cesare Rossi (capo dell’Ufficio stampa) schedò testate, direttori, redattori e finanziatori tramite circolari ai prefetti (ottobre-dicembre 1923), richiedendo dati su «colori politici», tirature reali, qualità morali e influenze. Ma l’operazione non si rivelò sufficiente. Anzi, dopo il delitto Matteotti la stampa criticò aspramente il regime, accusandolo apertamente di essere il mandante: le vendite schizzarono verso l’alto, con punte del +400% a Milano per i fogli antifascisti.
Come racconta Mari in Fascistissima, i giornali si batterono fino all’ultimo, rischiando ogni giorno. La Federazione nazionale della stampa (la Fnsi, il sindacato dei giornalisti), e grandi direttori liberali come Luigi Albertini (Corriere della sera) e Alfredo Frassati (La Stampa) bollarono la politica fascista come «liberticida e criminale». In quell’estate del 1924 Mussolini comprese che la stampa era ancora per lui un gigantesco ostacolo nella permanenza al potere. E sciolse ogni dubbio dopo che Vittorio Emanuele gli consegnò vigliaccamente una lettera di aiuto che 25 direttori di giornali gli avevano inviato nella speranza che interrompesse la spirale totalitaria del fascismo. Il re non solo non rispose, ma regalò la missiva al Duce.
Ecco stralci della lettera dei direttori, quasi tutti moderati e liberali, era il dicembre del dicembre 1924: «Maestà, la stampa italiana è in grave pericolo a causa delle decisioni prese dal governo. Disconosciuta la funzione del giornalismo, soppresso il principio statutario che la stampa è libera e che soltanto la legge può reprimerne gli abusi, sconvolti i cardini del nostro diritto pubblico che sancisce in materia norme di repressione e non di prevenzione, il governo applica disposizioni restrittive che mirano alla sospensione della voce della stampa […]. Questo nuovo stadio ha portato alla soppressione di più giornali; alla paralisi politica e anche cronistica di tutti i giornali non incondizionatamente favorevoli al governo ed al partito che lo sostiene. La stampa, che doveva essere libera e solo soggetta alla legge, è invece completamente soggetta all’arbitrio del potere esecutivo».
Non è un caso che il successivo mese di gennaio Mussolini pronunciò il celebre discorso alla Camera in cui si assunse tutte le responsabilità e di fatto avviò la torsione verso la dittatura. E così la Fnsi fu commissariata; l’agenzia Stefani cominciò a diramare veline tassative, direttori moderati, ma critici con il regime come Albertini e Frassati furono fatti epurare. In una corsa sfrenata caratterizzata dalle leggi fascistissime che distrussero il sistema democratico e fino alla legge di San Silvestro, 31 dicembre 1925, che uccise la stampa. Entrò in vigore dal 20 gennaio 1926.
La chiave di volta istantanea, che sottometteva la stampa allo Stato e dunque al governo e dunque a Mussolini, era contenuta già all’articolo 1: il direttore di un giornale, da quel momento, sarebbe stato designato solo con il timbro del procuratore generale presso la Corte d’appello di riferimento. Il direttore, quindi, doveva piacere alla magistratura, già pienamente (o quasi) vassalla del fascismo. Il colpo di grazia era inferto dall’articolo 7, che decretava la nascita dell’albo dei giornalisti: senza l’iscrizione non si poteva esercitare la professione giornalistica, ma l’iscrizione era subordinata ai meccanismi sanciti da un futuro regolamento (che quindi neppure sarebbe passato dal Parlamento). Venne deciso, infatti, che sarebbe stata concessa solo dopo il rilascio da parte del prefetto, un uomo di Stato completamente suddito del governo, di un certificato di «buona condotta politica». Significa esattamente quel che sembra: un cittadino poteva diventare giornalista solo con l’autorizzazione del prefetto, nominato direttamente dal governo Mussolini. Vittorio Emanuele promulgò il testo senza fiatare, diventando corresponsabile del bavaglio. Ed ecco che nel mazzo delle leggi fascistissime questa sui giornali generò una stampa fascistissima.
La «lenzuolata» sui giornalisti si perfezionò nel 1927, con una generalizzata cacciata dalle redazioni dei professionisti non allineati, ovviamente in combutta con le proprietà (e con buona parte dei giornalisti che accettarono il nuovo equilibrio, nascondendosi dietro la sicurezza e lo stipendio). E per effetto della nuova legge, l’iscrizione all’Ordine, entro il 1928, fu impedita a 1.897 aspiranti giornalisti, senza molte spiegazioni, per la semplice mancanza della «patente» dei prefetti. La stampa era morta.
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Da sx in alto: Emanuele Buttini circondato da ragazze, Sasha Dana Fontanarossa, Deborah Ronchi e Alessio Salamone con un'amica
«Vabbè, lui bene perché almeno guadagno qualcosa se viene». E poi: «Amore, avete guadagnato voi? Qualcosa?». Infine, la frase che dà il senso della pressione continua dentro il sistema: «Devo sempre trovare ragazze… sennò si incazzano». Quando Sasha Dana Fontanarossa dice «si incazzano», nelle carte si riferisce a Emanuele Buttini e Deborah Ronchi, i due che, secondo la Procura di Milano, stavano sopra di lei e sopra le ragazze, decidendo chi far arrivare, dove farle dormire, con quali calciatori mandarle e quanto pagarle. È da qui che oggi conviene ripartire per spiegare l’inchiesta milanese per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio: dal tema dello sfruttamento economico e della dipendenza materiale delle giovani ospitate nella casa di Cinisello Balsamo, tenute dentro un meccanismo fatto di stanze, regole, «buste», percentuali e pressione continua a trovare nuove presenze. E dentro quel mondo, raccontano i documenti, giravano anche gas esilarante nei palloncini e hashish.
È su questo sfondo che si apre la seconda fase dell’inchiesta che sta facendo tremare il mondo di Serie A e Serie B. Anche perché dall’elenco delle parole chiave emergono almeno 70 nomi riconducibili al mondo del calcio professionistico. Non significa siano stati clienti accertati (non sono indagati), ma solo profili ritenuti abbastanza rilevanti da entrare nel set di ricerca investigativa. Le squadre toccate sono soprattutto Inter, Milan, Juventus, Verona, Sassuolo, Torino, Monza, Bologna, Atalanta, Udinese, Lazio, Genoa, Cagliari, Fiorentina e Napoli, oltre ad alcuni profili con trascorsi in club esteri. Ma a giudicare dalle indagini ci sarebbero stati anche piloti di Moto Gp, Formula 1, giocatori di Hockey, imprenditori e politici.
Non a caso, nelle prossime settimane, alcuni calciatori potranno essere ascoltati come persone informate sui fatti. Dovranno chiarire come siano entrati in contatto con Buttini, quale rapporto avessero con il gruppo della MA.DE Milano e quale fosse la natura dei loro rapporti con le ragazze che partecipavano alle serate: semplice presenza da tavolo e dopocena oppure il passaggio al cosiddetto «servizio extra» del sesso a pagamento. E non è un passaggio banale: ieri molte ragazze che partecipavano a queste feste sono già state ascoltate dagli investigatori, chiamate a raccontare dal basso come funzionava davvero la macchina e che cosa accadeva nei rapporti con clienti e organizzatori. La prossima settimana, lunedì 27, è invece fissato l’interrogatorio di garanzia di Buttini, Luan Amilton Fraga Luz e Ronchi, difesi dall’avvocato Marco Martini, e anche dell’altro socio finito agli arresti domiciliari, Alessio Salamone.
Il nome che torna al centro di tutto è sempre quello di Buttini. Non solo come uno dei presunti capi dell’organizzazione, ma come snodo di un paradosso che per gli inquirenti è fondamentale. Per la Procura, dal 2015 al 2023 non ha dichiarato redditi e nel 2024 ha indicato appena 16.988 euro da lavoro dipendente, corrisposti dalla compagna Ronchi. Eppure, nello stesso tempo, guardando la sua pagina Instagram, si muove dentro un mondo di concierge, tavoli vip, viaggi, locali, Mykonos, Dubai, St Barth e contatti nel calcio che conta. È stato questa differenza palese, tra la povertà fiscale e la vita dorata sui social, che ha spinto i magistrati a guardare non solo alla prostituzione organizzata ma anche al denaro che quella rete avrebbe generato e poi assorbito negli anni.
Le carte spiegano che non tutte le giovani avevano la stessa funzione. Alcune erano ragazze immagine, hostess, accompagnatrici ai tavoli. Altre, però, erano disponibili anche a prestazioni sessuali. Il gruppo, secondo gli inquirenti, poteva contare su un centinaio di ragazze, molte giovanissime, italiane e straniere. Ed è proprio su di loro che si misura il rapporto di forza economico. I compensi ricostruiti nelle intercettazioni parlano di 70-100 euro a serata, con trattenute se la ragazza usa l’alloggio di Cinisello; in altri casi scatta un 10% sull’incasso del tavolo. Il cliente, secondo l’accusa, pagava l’organizzazione. Poi il vertice decideva quanto far scendere verso il basso. Fontanarossa, considerata dai pm la maitresse del gruppo, spiega che da quando vive nella casa viene pagata un po’ meno «perché comunque prendono un po’ diciamo per la casa», ma se fa spendere un tavolo prende la percentuale. Insomma prima c’è la cassa del gruppo, poi il resto.
In una conversazione del 19 dicembre 2025 la donna chiede a Ronchi «l’elenco» per capire dove sistemare le nuove arrivate, e la compagna di Buttini risponde che due dormiranno nella stanza doppia, mentre altre quattro andranno nella camera con i letti a castello; poi aggiunge che si fermeranno solo una notte e che la domenica ne arriveranno altre quattro. È un passaggio che spiega bene la gestione dell’azienda: non sono semplici ospiti, ma giovani distribuite e ruotate nella casa secondo le esigenze dell’organizzazione. Alle presenti veniva inoltre chiesto di versare anche il canone di affitto delle camere. È qui che l’inchiesta prende con più nettezza la forma dello sfruttamento economico: clienti disposti a spendere migliaia di euro, compensi minimi per chi partecipava alle serate, e un vertice che tratteneva il margine scaricando i costi verso il basso.
La Guardia di Finanza ricostruisce un profitto contestato di 1.214.374,50 euro. Ma soprattutto il decreto di sequestro spiega che quel profitto non proverrebbe solo dai clienti finali: deriverebbe anche dagli esercenti dei locali alla moda di Milano, che grazie alla presenza di personaggi in vista - soprattutto calciatori - e dell’indotto generato dalle serate organizzate dalla MA.DE avrebbero ottenuto maggiori incassi. È il punto in cui l’inchiesta smette di essere soltanto un fascicolo su escort e dopopartita e diventa una storia di economia della notte: tavoli, locali, ragazze e clienti che producono ricavi su più livelli.
Una parte consistente dei flussi, scrive il pm, è transitata anche su conti Revolut aperti in Lituania da Ronchi, Buttini, Barbera e Salamone, non dichiarati nelle rispettive dichiarazioni dei redditi. Il pm aveva chiesto di sequestrare anche una serie di immobili riconducibili a Ronchi e Buttini tra via Monte Nero e via Don Luigi Guanella: appartamenti, box, depositi, locali commerciali. La gip, però, ha detto no su questo punto. Nel decreto spiega che non ci sono ancora elementi sufficienti per affermare che quegli immobili siano il frutto di immediato reimpiego del profitto illecito, e che per i reati contestati non c’è base legale per la confisca per equivalente. Così il sequestro, almeno in questa fase, resta concentrato sul denaro che i pm stanno ancora cercando: sembra che sia stato spostato nei giorni scorsi.
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Nelle acque sempre più tese dello Stretto di Hormuz si consuma un nuovo capitolo dello scontro tra Iran e Stati Uniti, con ricadute dirette sulla sicurezza del traffico marittimo internazionale. Tra versioni divergenti e dichiarazioni contrapposte, il quadro resta incerto ma segnato da una progressiva escalation che coinvolge attori militari, interessi economici e rotte strategiche globali. Secondo quanto annunciato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, due navi mercantili sarebbero state intercettate e poste sotto sequestro mentre attraversavano lo Stretto. Tra queste viene indicata la Msc Francesca, portacontainer battente bandiera panamense ma operante sotto il gruppo Mediterranean Shipping Company, gigante italo-svizzero fondato dall’armatore Gianluigi Aponte, mentre l’altra unità coinvolta è la Epaminondas, riconducibile a interessi greci.
Il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche ha identificato le due navi sostenendo che la Msc Francesca sarebbe «collegata a Israele», mentre la Epaminondas sarebbe stata priva dei «permessi necessari» e avrebbe «manomesso i sistemi di navigazione». La versione è stata diffusa dall’emittente iraniana Irib attraverso Telegram e rilanciata dal Guardian, rafforzando la narrativa di Teheran secondo cui le operazioni sarebbero avvenute per motivi di sicurezza marittima. La stessa linea viene ribadita dall’agenzia Tasnim, vicina ai pasdaran, secondo cui le unità avrebbero violato ripetutamente le normative internazionali, alterato i sistemi di tracciamento e tentato di transitare clandestinamente nello stretto.
Accuse che, nel caso della Msc Francesca, assumono anche una valenza politica: l’imbarcazione viene associata al «regime sionista», espressione utilizzata da Teheran per indicare Israele. Un riferimento che si intreccia con il profilo della famiglia Aponte, considerando che la cofondatrice del gruppo, Rafaela Diamant-Aponte è nata ad Haifa. Atene ha smentito il sequestro della Epaminondas, parlando di informazioni inesatte, mentre la nave - gestita dalla greca Technomar - sarebbe stata colpita da una cannoniera al largo dell’Oman: nessun ferito, ma ingenti danni al ponte di comando. Nel frattempo, nuovi episodi confermano il deterioramento della sicurezza nell’area. La società di intelligence marittima Vanguard ha segnalato l’attacco a una terza nave commerciale in fase di attraversamento dello Stretto di Hormuz. Allo stesso tempo l’agenzia britannica Ukmto ha riferito di colpi d’arma da fuoco contro un mercantile in uscita dall’Iran e di un attacco da parte di una motovedetta iraniana a un’altra nave al largo dell’Oman, con danni rilevanti alla struttura. L’Iran insiste sul fatto che il blocco navale imposto dagli Stati Uniti costituisca una violazione diretta del cessate il fuoco, rendendo impossibile la riapertura dello Stretto di Hormuz. In un messaggio pubblicato su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha dichiarato che «un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato». «L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco», ha aggiunto Ghalibaf, sottolineando che Stati Uniti e Israele «non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare e non li raggiungeranno con l’intimidazione», indicando come unica soluzione il riconoscimento dei diritti dell’Iran. «Occhio per occhio, petroliera per petroliera»: così Ibrahim Rezaei portavoce della Commissione Esteri e Sicurezza nazionale del Parlamento iraniano, citato da Al Mayadeen, ha giustificato il sequestro di due navi nello Stretto di Hormuz, avvertendo che Teheran non resterà in silenzio e non permetterà al nemico di trasformare una sconfitta in una vittoria.
A rendere ancora più complesso lo scenario interviene anche il fattore militare legato alla sicurezza della navigazione. Per ripulire lo Stretto di Hormuz da eventuali mine potrebbero essere necessari fino a sei mesi e, secondo il Pentagono, è improbabile che un’operazione di questo tipo venga avviata prima della conclusione del conflitto. Gli sviluppi si inseriscono in un quadro più ampio legato al tentativo statunitense di limitare le esportazioni energetiche iraniane attraverso un blocco navale. Tuttavia, secondo i dati del gruppo di monitoraggio Vortexa, riportati dal Financial Times, almeno 34 petroliere legate a Teheran sarebbero riuscite a eludere i controlli, trasportando milioni di barili di greggio e generando entrate significative nonostante le sanzioni. A rendere ancora più instabile lo scenario contribuisce la prospettiva di una ripresa degli attacchi da parte dei ribelli Huthi nel Mar Rosso, mentre sullo sfondo resta il rischio legato ai cavi sottomarini che attraversano lo stretto. Un eventuale danneggiamento simultaneo di queste infrastrutture, minacciato da Teheran, potrebbe provocare gravi interruzioni delle comunicazioni nei Paesi del Golfo, con effetti a catena sull’economia globale.
La Marina: presto 4 navi a Hormuz
L’Italia è già pronta a mandare quattro navi a Hormuz, quando si muoverà una coalizione internazionale. L’annuncio l’ha dato ieri sera il capo di Stato maggiore della Marina, Giuseppe Berutti Bergotto, spiegando che si tratta della «pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di stato maggiore della Difesa.
In mattinata, in audizione alla Commissione Difesa, lo stesso alto ufficiale aveva rivelato che, al di là dei proclami dei vari Emmanuel Macron e Keir Starmer, e delle promesse dell’Ue, «nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave, noi siamo Force Commander, cioè siamo il Comandante del Mare e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però ad oggi c’è soltanto una nave italiana». Insomma, eravamo e siamo soli, come di fronte al contrasto dell’immigrazione clandestina.
Berutti Bergotto, intervendo in tv a Cinque Minuti, ha spiegato: «La pianificazione prudenziale che ha fatto il capo di Stato Maggiore della Difesa prevede un gruppo basato su due cacciamine con un’unità di scorta e una logistica che ci permette di aumentare il periodo. In tutto quattro navi». Poi ha precisato che «ovviamente noi non andiamo da soli, andiamo all’interno di una coalizione internazionale, anche le altre nazioni manderanno dei cacciamine. In Europa ci sono Francia, Inghilterra e un gruppo congiunto tra l’Olanda e il Belgio».
Anche in Parlamento era spuntata una notizia. Berutti Bergotto aveva ricordato che «le attività che facciamo in ambienti internazionali vengono condotte o all’interno di coalizioni Nato, dell’Unione europea o di coalizioni internazionali abbastanza corpose, questo perché aiuta l’efficacia dell’operazione: c’è uno scambio di informazioni, ci sono più mezzi a disposizione e anche dal punto di vista internazionale c’è una maggiore sicurezza». Quindi questo è lo scenario anche per Hormuz, quando il governo italiano, e gli altri «volonterosi», decideranno in concreto la missione. Poi l’ammiraglio, con l’aria di fare il punto della situazione, aveva affermato: «Nel Mar Rosso attualmente c’è soltanto la nostra nave […] e agli inizi di maggio farà parte della Forza anche una nave greca, però a oggi c’è soltanto una nave italiana». Quindi tutto questo «rafforzamento» di cui si parla in Europa (un mese a dire «Rafforziamo la missione Aspides») è rispetto a una sola nave, italiana. E speriamo che arrivino anche quegli altri servi della gleba con bandiera greca.
Venerdì scorso, i leader di 49 nazioni riuniti a Parigi hanno annunciato l’accelerazione dei piani per una missione multinazionale, definita di natura «neutrale e difensiva», per garantire la navigazione nello Stretto di Hormuz (il cui sminamento, secondo il Pentagono, durerà almeno sei mesi).
Su questo importante «risultato» (promesso) hanno messo il cappello i due capi di Stato che hanno presieduto insieme il vertice, ovvero Macron e Starmer. Il premier britannico ha raccontato che i leader hanno concordato sulla necessità di accelerare la pianificazione militare per una missione multinazionale, «non appena le condizioni lo permetteranno». E ha annunciato un’altra conferenza militare a Londra.
Quella riunione si è svolta ieri, tra i vertici della «pianificazione militare» di 30 Stati, tra cui l’Italia, in modo da predisporre i piani per la messa in sicurezza dello Stretto di Hormuz quando le armi taceranno. E adesso, la palla torna alla politica con il vertice Ue di Cipro, oggi e domani, con una riunione informale del Consiglio europeo. Si parlerà anche di temi economici, gas compreso, ma il piatto forte sono la missione nello Stretto e il rilancio di quella in Libano, dopo il disimpegno Usa. E a proposito di Casa Bianca, vista com’è la situazione nel Mar Rosso (se gli Huthi attaccassero domani mattina, c’è solo una nave italiana), forse tocca ammettere che quando Donald Trump si diceva «deluso» dagli alleati europei non aveva tutti i torti.
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