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2019-12-04
Ecco la parcella
che inchioda Conte
Gettyimages
Alla fine, è arrivata la nemesi. Dopo aver trafitto tutti a suon di commi e arzigogoli, anche Giuseppi rimane vittima dello stormir di giuridichese che evoca il «progetto di parcella». La cui sostanza però è chiarissima: i rapporti con il suo mentore, Guido Alpa, erano strettissimi. Cheek to cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra.
Così intimi da convincere il giurista genovese, il 21 gennaio 2009, a inviare al Garante della privacy un'unica richiesta di fattura, da 26.830 euro, firmata da lui e da Conte. Con un'aggravante: in calce al documento non ci sono i numeri di conto corrente dei due professionisti. L'Iban su cui accreditare il compenso è solo uno: quello di Alpa. E Conte? Per quella causa non ha visto un euro. Del resto, pure in famiglia si lamentano del suo scarso interesse per il denaro: «Sono poco venale» spiega alle Iene che, nella trasmissione andata in onda ieri sera, puntano alle tempie del premier l'ultima «pistola fumante».
L'hanno scovata negli archivi dell'Autorità per la protezione dei dati personali, che Conte e Alpa hanno difeso in una controversia contro la Rai e l'Agenzia delle entrate. L'incarico viene affidato il 29 gennaio 2002. Il futuro presidente del Consiglio è ancora un arrembante professore associato, mentre il blasonato collega è già un nome tutelare. Il garante dell'epoca, Stefano Rodotà, decide però di assegnare il ricorso a entrambi. Niente di male: se non fosse che, come ricostruisce La Verità, l'1 marzo 2002 Alpa viene nominato membro della commissione scelta per reclutare due ordinari di diritto privato. E tra i partecipanti a quel concorso, bandito dall'università di Caserta, c'è pure un suo brillante allievo: Giuseppe Conte. Nemmeno cinque mesi più tardi, il 29 luglio 2002, sarà lui a vincere il posto. Alla tenera età di 38 anni. Ricapitolando: a fine gennaio 2002 i due ricevono il mandato; un mese dopo, Alpa viene eletto nella commissione che farà diventare Conte un giovanissimo professorone.
È un conflitto d'interessi che rischia di invalidare il concorso? Macché, ha sempre sminuito il presidente del Consiglio: nessun interesse in comune. Peccato sia stato lui stesso a scrivere nel curriculum: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Un'inesattezza. Peccatucci veniali, minimizza il nostro camaleontico premier. C'è anche chi gli fa notare che con il giurista genovese ha condiviso cause, indirizzo, studio professionale e persino la segretaria. Ma Conte derubrica: eravamo solo coinquilini, «con diverse attività professionali in spazi differenti e contratti di affitti separati». A tal proposito, la trasmissione insiste anche sulla comunicazione con cui il Garante dà mandato ad Alpa e Conte. Il documento viene spedito a un unico indirizzo romano: via Sardegna, 38. Perché inviare un'unica lettera ai due professionisti se «si trattava di due incarichi distinti e non c'era un'associazione né di diritto né di fatto?». Il premier replica con sufficienza e ardore: così va il mondo degli avvocati e degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega o praticante.
L'ultimo tassello dell'annoso intrigo è però il «progetto di parcella» incassato da Alpa di fronte a un'inerme Conte. Le Iene azzannano il premier: il mentore non poteva giudicare l'allievo. Quel concorso, si direbbe alla manzoniana, s'ha da rifare. I due, concludono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, «erano legati da interessi economici e professionali». Il documento scovato dai giornalisti ha, nell'intestazione, il nome dei due avvocati. Ma il compenso, 26.830 euro e spiccioli, va saldato sul conto corrente che Alpa ha aperto in una filiale genovese di Banca Intesa. Insomma, per quella comune difesa, il futuro presidente non ha fatturato un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte processuali, si sarebbe sobbarcato l'onere di presenziare a quasi tutte le udienze. Poco importa, replica Conte alle Iene. Lui, in quella causa, era solo la «longa manus» del giurista genovese. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la difesa e redigere gli atti determinati per il ricorso. Lui, al contrario, è stato una sorta di garzone del diritto, disposto a portar acqua al luminare. Ecco il motivo per cui oneri e onori sono andati ad Alpa.
Un inusuale bagno di umiltà per Giuseppi. Ma di certo funzionale a una discolpa. Nell'intervista televisiva, il premier aggiunge un'altra attenuante. La parcella contestata si riferisce solo al primo grado. Nei successivi giudizi, ha però regolarmente fatturato da solo. A riprova della sua scarsa venalità, ricorda invece di non aver chiesto nessun compenso per altri incarichi ricevuti dal Garante. Una difesa a tutto campo, che stride con la vocazione offensiva che il presidente del Consiglio esibiva sui campi di calcio. Altri tempi. Il destino di Conte doveva ancora incrociarsi con quello del chiarissimo professor Alpa.
Antonio Rossitto
«Spero che Barr non smentisca il presidente»
«Spero che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il comitato di controllo sui nostri servizi segreti, interviene a Milano, all'evento «Italia direzione Nord». Con La Verità fa il punto sulla situazione del nostro comparto sicurezza, dopo lo scandalo di questa estate che ha coinvolto il professore maltese della Link, Joseph Mifsud, coinvolto nel presunto tentativo di danneggiare nel 2016 la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Conte» ha spiegato Volpi «ne ha parlato tanto, ha fatto 27 minuti di conferenza stampa, spero che non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Ma più che sullo scandalo Mifsud, («Un tema marginale rispetto a tematiche più importanti come la Libia, la Nato o possibili aggressioni economiche»), il presidente ha insistito sul rischio di ingerenze straniere nell'economia italiana. In particolare sulla sottoscrizione dell'accordo sulla Via della Seta con la Cina, a marzo. «Io non ho vissuto con grande entusiasmo questo accordo». Quindi sui movimenti tra Mediobanca, Unicredit e Generali, con possibili e accordi con i francesi, aggiunge. «Non possiamo permettere di cedere il controllo del sistema bancario e assicurativo dove ci sono i buoni del tesoro»
È diventato presidente del Copasir, l'incarico più importante che spetta all'opposizione durante questa legislatura, in una fase molto delicata per i nostri servizi segreti. Dopo il Russiagate, c'è il rischio di ingerenze straniere?
«Oggi le guerre si combattono a livello economico, non c'è dubbio. L'interesse nazionale è sempre più ampio dei confini nazionali. E va segnalato spesso un atteggiamento aggressivo da parte di a amici e alleati. Spesso sono loro a diventare i nostri primi competitor a livello industriale. Nella difesa ci sono i nostri cugini d'oltralpe, per esempio. Bisogna partire da un concetto, oggi l'interesse nazionale è sempre più ampio rispetto ai nostri confini, rispetto ai tempi della rivoluzione industriale. Ora le aperture permettono di avere interesse in tutte le parti del mondo. C'è quindi l'esigenza di mettere dei perimetri di sicurezza nei settori strategici come per esempio la golden power in determinati settori, in particolare tecnologici».
Oltre al golden power su aziende strategiche, penso a Telecom Sparkle che gestisce i cavi di comunicazioni nel mediterraneo da cui passa anche il traffico internet di Israele, quali sono le nostre difese? Il presidente dell'Agcom Angelo Maria Cardani ha detto che nel futuro dobbiamo decidere se farci spiare dai cinesi o dagli americani...
«Si tratta di una battuta un po' facile da parte di un presidente dell'Authority… La parte della tecnologia avanzata 5G è uno degli argomenti centrali nella valutazione sulla sicurezza. La prima cosa è la sicurezza degli interessi nazionali e ciò che passa in queste reti. La seconda cosa poi, che trovo inquietante, è quella che già avviene con altre tecnologie, con la profilatura dei dati del cliente tramite Google o Facebook».
Lei ha già parlato in passato di Tik Tok.
«Mi hanno già attaccato in passato, ma lo ribadisco. È un'applicazione cinese e i giovani la utilizzano ma è stata inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi. Il 5G è sicuramente un aggiornamento tecnologico. Io penso che ci sono aziende cinesi in competizione tra loro che devono avere la correttezza, nel momento in cui si fa il cablaggio delle città, di presentare tutta la verità negli aspetti tecnici. Se c'è una mancanza di lealtà viene il dubbio che ci siano interessi diversi».
Il caso Mifsud è ancora poco chiaro, si è fatto vivo ultimamente con un audio.
«Forse suo».
Però ci sono state diverse audizioni al Copasir, dai direttori Aise e Aisi.
«La mia domanda è: come possono i giornali sapere le durate delle audizioni? E lo dico anche al vostro giornale. Io ho la principale preoccupazione di difendere i nostri uomini dei nostri apparati di sicurezza e intelligence. Mifsud non so se ve ne siete accorti che insegnava anche in Inghilterra».
Alessandro Da Rold
Gualtieri va a Bruxelles per fingere di spuntare il rinvio del salva Stati
Oggi il ministro Roberto Gualtieri parteciperà all'Eurogruppo a Bruxelles. Nelle stesse ore, a Roma, sarà audito alla Camera il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, protagonista nei giorni scorsi, sul Mes, di una rocambolesca inversione a U: prima aveva parlato di «rischio enorme», ma poi fonti di Bankitalia si sono mobilitate nel tentativo - abbastanza avventuroso - di correggere il tiro. Da Visco c'è dunque da attendersi, oggi, una versione «eurolirica».
Spostandoci a Bruxelles, realisticamente, cosa può accadere? Ci sono quattro piani di discussione. Il primo ha a che fare con l'impianto del trattato, e qui gli spazi sembrano purtroppo chiusi. La velina dell'altro giorno dell'Eurogruppo, oltre a smentire radicalmente Giuseppe Conte, era chiarissima: l'architettura già concordata non si cambia.
Il secondo piano di discussione non riguarda il trattato Mes, ma altre partite assai significative, queste ancora effettivamente aperte. In particolare, sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli dei diversi Paesi. Si tratterebbe dell'introduzione di una valutazione dei rischi dei titoli di Stato: eventualità da scongiurare, dal punto di vista italiano.
Il terzo piano di discussione riguarda la normativa sussidiaria rispetto al Mes. Ci sono aspetti ancora da definire molto tecnici (la disciplina dello scambio di informazione tra il Mes e il cosiddetto European systemic risk board) e aspetti molto politici, come le Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. C'è chi insiste per definire tutto già in questa fase, quindi nel trattato, e chi vuole lasciare un successivo spazio di manovra agli organi del Mes.
Il quarto e ultimo piano riguarda i tempi. Una volta acquisito (cosa che – ahinoi – è accaduta già a giugno) l'assenso dei diversi Paesi, la formalizzazione può anche slittare di uno o due mesi. Da questo punto di vista, per un verso la crisi politica a Malta, per altro verso le tensioni nella grande coalizione tedesca (dopo l'indebolimento politico di Olaf Scholz), e per altro verso ancora qualche esigenza organizzativa (ad esempio, le traduzioni) potrebbero essere utilizzate come un escamotage per dare la sensazione di un rinvio, concedendo al governo italiano di superare la scadenza elettorale in Emilia Romagna. Se Gualtieri e Conte riusciranno a coinvolgere gli altri nella loro recita, potrebbero ottenere una qualche dichiarazione che alluda al mitico «pacchetto», e quindi agli altri aspetti dell'unione economica e monetaria (a partire dal tema della banking union) per dare l'impressione di aver tenuto aperto il negoziato. Ahinoi, solo la sensazione.
In teoria, come sappiamo, un'Italia a schiena dritta potrebbe anche pretendere di posticipare la firma fino al completamento dell'intero pacchetto, forzando la mano. Ma - purtroppo - sembra più probabile immaginare Gualtieri in atteggiamento di preghiera che non nell'atto di esercitare un veto. Anziché forzare, la sensazione è che ci sarà una richiesta di una mini proroga della formalizzazione: con un successivo sforzo di accreditare mediaticamente una posizione italiana muscolare nel negoziato.
Nella maggioranza, infatti, c'è chi è già pronto (Pd e la parte governista di M5s) a cogliere ogni spiraglio, vero o presunto, anche semplicemente simbolico, per trasferirlo nella risoluzione parlamentare che il quadripartito dovrà presentare l'11 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. Per occultare il sì già pronunciato, e tirare a campare.
Daniele Capezzone
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Il premier nega di aver avuto un sodalizio professionale con l'avvocato che gli fece da commissario d'esame, eppure i due chiedevano di essere pagati su un unico conto.Il numero uno del Copasir Raffaele Volpi: «L'inquilino di Palazzo Chigi ha parlato tanto di Mifsud, ma occhio pure al 5G cinese».Oggi c'è l'Eurogruppo, ma il quadro è chiaro: margini per cambiare il Mes non ci sono.Lo speciale contiene tre articoliAlla fine, è arrivata la nemesi. Dopo aver trafitto tutti a suon di commi e arzigogoli, anche Giuseppi rimane vittima dello stormir di giuridichese che evoca il «progetto di parcella». La cui sostanza però è chiarissima: i rapporti con il suo mentore, Guido Alpa, erano strettissimi. Cheek to cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra. Così intimi da convincere il giurista genovese, il 21 gennaio 2009, a inviare al Garante della privacy un'unica richiesta di fattura, da 26.830 euro, firmata da lui e da Conte. Con un'aggravante: in calce al documento non ci sono i numeri di conto corrente dei due professionisti. L'Iban su cui accreditare il compenso è solo uno: quello di Alpa. E Conte? Per quella causa non ha visto un euro. Del resto, pure in famiglia si lamentano del suo scarso interesse per il denaro: «Sono poco venale» spiega alle Iene che, nella trasmissione andata in onda ieri sera, puntano alle tempie del premier l'ultima «pistola fumante». L'hanno scovata negli archivi dell'Autorità per la protezione dei dati personali, che Conte e Alpa hanno difeso in una controversia contro la Rai e l'Agenzia delle entrate. L'incarico viene affidato il 29 gennaio 2002. Il futuro presidente del Consiglio è ancora un arrembante professore associato, mentre il blasonato collega è già un nome tutelare. Il garante dell'epoca, Stefano Rodotà, decide però di assegnare il ricorso a entrambi. Niente di male: se non fosse che, come ricostruisce La Verità, l'1 marzo 2002 Alpa viene nominato membro della commissione scelta per reclutare due ordinari di diritto privato. E tra i partecipanti a quel concorso, bandito dall'università di Caserta, c'è pure un suo brillante allievo: Giuseppe Conte. Nemmeno cinque mesi più tardi, il 29 luglio 2002, sarà lui a vincere il posto. Alla tenera età di 38 anni. Ricapitolando: a fine gennaio 2002 i due ricevono il mandato; un mese dopo, Alpa viene eletto nella commissione che farà diventare Conte un giovanissimo professorone. È un conflitto d'interessi che rischia di invalidare il concorso? Macché, ha sempre sminuito il presidente del Consiglio: nessun interesse in comune. Peccato sia stato lui stesso a scrivere nel curriculum: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Un'inesattezza. Peccatucci veniali, minimizza il nostro camaleontico premier. C'è anche chi gli fa notare che con il giurista genovese ha condiviso cause, indirizzo, studio professionale e persino la segretaria. Ma Conte derubrica: eravamo solo coinquilini, «con diverse attività professionali in spazi differenti e contratti di affitti separati». A tal proposito, la trasmissione insiste anche sulla comunicazione con cui il Garante dà mandato ad Alpa e Conte. Il documento viene spedito a un unico indirizzo romano: via Sardegna, 38. Perché inviare un'unica lettera ai due professionisti se «si trattava di due incarichi distinti e non c'era un'associazione né di diritto né di fatto?». Il premier replica con sufficienza e ardore: così va il mondo degli avvocati e degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega o praticante. L'ultimo tassello dell'annoso intrigo è però il «progetto di parcella» incassato da Alpa di fronte a un'inerme Conte. Le Iene azzannano il premier: il mentore non poteva giudicare l'allievo. Quel concorso, si direbbe alla manzoniana, s'ha da rifare. I due, concludono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, «erano legati da interessi economici e professionali». Il documento scovato dai giornalisti ha, nell'intestazione, il nome dei due avvocati. Ma il compenso, 26.830 euro e spiccioli, va saldato sul conto corrente che Alpa ha aperto in una filiale genovese di Banca Intesa. Insomma, per quella comune difesa, il futuro presidente non ha fatturato un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte processuali, si sarebbe sobbarcato l'onere di presenziare a quasi tutte le udienze. Poco importa, replica Conte alle Iene. Lui, in quella causa, era solo la «longa manus» del giurista genovese. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la difesa e redigere gli atti determinati per il ricorso. Lui, al contrario, è stato una sorta di garzone del diritto, disposto a portar acqua al luminare. Ecco il motivo per cui oneri e onori sono andati ad Alpa. Un inusuale bagno di umiltà per Giuseppi. Ma di certo funzionale a una discolpa. Nell'intervista televisiva, il premier aggiunge un'altra attenuante. La parcella contestata si riferisce solo al primo grado. Nei successivi giudizi, ha però regolarmente fatturato da solo. A riprova della sua scarsa venalità, ricorda invece di non aver chiesto nessun compenso per altri incarichi ricevuti dal Garante. Una difesa a tutto campo, che stride con la vocazione offensiva che il presidente del Consiglio esibiva sui campi di calcio. Altri tempi. Il destino di Conte doveva ancora incrociarsi con quello del chiarissimo professor Alpa. Antonio Rossitto<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-prova-che-inchioda-conte-la-parcella-dimostra-il-legame-lavorativo-con-alpa-2641507846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spero-che-barr-non-smentisca-il-presidente" data-post-id="2641507846" data-published-at="1775099727" data-use-pagination="False"> «Spero che Barr non smentisca il presidente» «Spero che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il comitato di controllo sui nostri servizi segreti, interviene a Milano, all'evento «Italia direzione Nord». Con La Verità fa il punto sulla situazione del nostro comparto sicurezza, dopo lo scandalo di questa estate che ha coinvolto il professore maltese della Link, Joseph Mifsud, coinvolto nel presunto tentativo di danneggiare nel 2016 la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Conte» ha spiegato Volpi «ne ha parlato tanto, ha fatto 27 minuti di conferenza stampa, spero che non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Ma più che sullo scandalo Mifsud, («Un tema marginale rispetto a tematiche più importanti come la Libia, la Nato o possibili aggressioni economiche»), il presidente ha insistito sul rischio di ingerenze straniere nell'economia italiana. In particolare sulla sottoscrizione dell'accordo sulla Via della Seta con la Cina, a marzo. «Io non ho vissuto con grande entusiasmo questo accordo». Quindi sui movimenti tra Mediobanca, Unicredit e Generali, con possibili e accordi con i francesi, aggiunge. «Non possiamo permettere di cedere il controllo del sistema bancario e assicurativo dove ci sono i buoni del tesoro» È diventato presidente del Copasir, l'incarico più importante che spetta all'opposizione durante questa legislatura, in una fase molto delicata per i nostri servizi segreti. Dopo il Russiagate, c'è il rischio di ingerenze straniere? «Oggi le guerre si combattono a livello economico, non c'è dubbio. L'interesse nazionale è sempre più ampio dei confini nazionali. E va segnalato spesso un atteggiamento aggressivo da parte di a amici e alleati. Spesso sono loro a diventare i nostri primi competitor a livello industriale. Nella difesa ci sono i nostri cugini d'oltralpe, per esempio. Bisogna partire da un concetto, oggi l'interesse nazionale è sempre più ampio rispetto ai nostri confini, rispetto ai tempi della rivoluzione industriale. Ora le aperture permettono di avere interesse in tutte le parti del mondo. C'è quindi l'esigenza di mettere dei perimetri di sicurezza nei settori strategici come per esempio la golden power in determinati settori, in particolare tecnologici». Oltre al golden power su aziende strategiche, penso a Telecom Sparkle che gestisce i cavi di comunicazioni nel mediterraneo da cui passa anche il traffico internet di Israele, quali sono le nostre difese? Il presidente dell'Agcom Angelo Maria Cardani ha detto che nel futuro dobbiamo decidere se farci spiare dai cinesi o dagli americani... «Si tratta di una battuta un po' facile da parte di un presidente dell'Authority… La parte della tecnologia avanzata 5G è uno degli argomenti centrali nella valutazione sulla sicurezza. La prima cosa è la sicurezza degli interessi nazionali e ciò che passa in queste reti. La seconda cosa poi, che trovo inquietante, è quella che già avviene con altre tecnologie, con la profilatura dei dati del cliente tramite Google o Facebook». Lei ha già parlato in passato di Tik Tok. «Mi hanno già attaccato in passato, ma lo ribadisco. È un'applicazione cinese e i giovani la utilizzano ma è stata inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi. Il 5G è sicuramente un aggiornamento tecnologico. Io penso che ci sono aziende cinesi in competizione tra loro che devono avere la correttezza, nel momento in cui si fa il cablaggio delle città, di presentare tutta la verità negli aspetti tecnici. Se c'è una mancanza di lealtà viene il dubbio che ci siano interessi diversi». Il caso Mifsud è ancora poco chiaro, si è fatto vivo ultimamente con un audio. «Forse suo». Però ci sono state diverse audizioni al Copasir, dai direttori Aise e Aisi. «La mia domanda è: come possono i giornali sapere le durate delle audizioni? E lo dico anche al vostro giornale. Io ho la principale preoccupazione di difendere i nostri uomini dei nostri apparati di sicurezza e intelligence. Mifsud non so se ve ne siete accorti che insegnava anche in Inghilterra». Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-prova-che-inchioda-conte-la-parcella-dimostra-il-legame-lavorativo-con-alpa-2641507846.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-va-a-bruxelles-per-fingere-di-spuntare-il-rinvio-del-salva-stati" data-post-id="2641507846" data-published-at="1775099727" data-use-pagination="False"> Gualtieri va a Bruxelles per fingere di spuntare il rinvio del salva Stati Oggi il ministro Roberto Gualtieri parteciperà all'Eurogruppo a Bruxelles. Nelle stesse ore, a Roma, sarà audito alla Camera il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, protagonista nei giorni scorsi, sul Mes, di una rocambolesca inversione a U: prima aveva parlato di «rischio enorme», ma poi fonti di Bankitalia si sono mobilitate nel tentativo - abbastanza avventuroso - di correggere il tiro. Da Visco c'è dunque da attendersi, oggi, una versione «eurolirica». Spostandoci a Bruxelles, realisticamente, cosa può accadere? Ci sono quattro piani di discussione. Il primo ha a che fare con l'impianto del trattato, e qui gli spazi sembrano purtroppo chiusi. La velina dell'altro giorno dell'Eurogruppo, oltre a smentire radicalmente Giuseppe Conte, era chiarissima: l'architettura già concordata non si cambia. Il secondo piano di discussione non riguarda il trattato Mes, ma altre partite assai significative, queste ancora effettivamente aperte. In particolare, sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli dei diversi Paesi. Si tratterebbe dell'introduzione di una valutazione dei rischi dei titoli di Stato: eventualità da scongiurare, dal punto di vista italiano. Il terzo piano di discussione riguarda la normativa sussidiaria rispetto al Mes. Ci sono aspetti ancora da definire molto tecnici (la disciplina dello scambio di informazione tra il Mes e il cosiddetto European systemic risk board) e aspetti molto politici, come le Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. C'è chi insiste per definire tutto già in questa fase, quindi nel trattato, e chi vuole lasciare un successivo spazio di manovra agli organi del Mes. Il quarto e ultimo piano riguarda i tempi. Una volta acquisito (cosa che – ahinoi – è accaduta già a giugno) l'assenso dei diversi Paesi, la formalizzazione può anche slittare di uno o due mesi. Da questo punto di vista, per un verso la crisi politica a Malta, per altro verso le tensioni nella grande coalizione tedesca (dopo l'indebolimento politico di Olaf Scholz), e per altro verso ancora qualche esigenza organizzativa (ad esempio, le traduzioni) potrebbero essere utilizzate come un escamotage per dare la sensazione di un rinvio, concedendo al governo italiano di superare la scadenza elettorale in Emilia Romagna. Se Gualtieri e Conte riusciranno a coinvolgere gli altri nella loro recita, potrebbero ottenere una qualche dichiarazione che alluda al mitico «pacchetto», e quindi agli altri aspetti dell'unione economica e monetaria (a partire dal tema della banking union) per dare l'impressione di aver tenuto aperto il negoziato. Ahinoi, solo la sensazione. In teoria, come sappiamo, un'Italia a schiena dritta potrebbe anche pretendere di posticipare la firma fino al completamento dell'intero pacchetto, forzando la mano. Ma - purtroppo - sembra più probabile immaginare Gualtieri in atteggiamento di preghiera che non nell'atto di esercitare un veto. Anziché forzare, la sensazione è che ci sarà una richiesta di una mini proroga della formalizzazione: con un successivo sforzo di accreditare mediaticamente una posizione italiana muscolare nel negoziato. Nella maggioranza, infatti, c'è chi è già pronto (Pd e la parte governista di M5s) a cogliere ogni spiraglio, vero o presunto, anche semplicemente simbolico, per trasferirlo nella risoluzione parlamentare che il quadripartito dovrà presentare l'11 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. Per occultare il sì già pronunciato, e tirare a campare. Daniele Capezzone
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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