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2019-12-04
Ecco la parcella
che inchioda Conte
Gettyimages
Alla fine, è arrivata la nemesi. Dopo aver trafitto tutti a suon di commi e arzigogoli, anche Giuseppi rimane vittima dello stormir di giuridichese che evoca il «progetto di parcella». La cui sostanza però è chiarissima: i rapporti con il suo mentore, Guido Alpa, erano strettissimi. Cheek to cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra.
Così intimi da convincere il giurista genovese, il 21 gennaio 2009, a inviare al Garante della privacy un'unica richiesta di fattura, da 26.830 euro, firmata da lui e da Conte. Con un'aggravante: in calce al documento non ci sono i numeri di conto corrente dei due professionisti. L'Iban su cui accreditare il compenso è solo uno: quello di Alpa. E Conte? Per quella causa non ha visto un euro. Del resto, pure in famiglia si lamentano del suo scarso interesse per il denaro: «Sono poco venale» spiega alle Iene che, nella trasmissione andata in onda ieri sera, puntano alle tempie del premier l'ultima «pistola fumante».
L'hanno scovata negli archivi dell'Autorità per la protezione dei dati personali, che Conte e Alpa hanno difeso in una controversia contro la Rai e l'Agenzia delle entrate. L'incarico viene affidato il 29 gennaio 2002. Il futuro presidente del Consiglio è ancora un arrembante professore associato, mentre il blasonato collega è già un nome tutelare. Il garante dell'epoca, Stefano Rodotà, decide però di assegnare il ricorso a entrambi. Niente di male: se non fosse che, come ricostruisce La Verità, l'1 marzo 2002 Alpa viene nominato membro della commissione scelta per reclutare due ordinari di diritto privato. E tra i partecipanti a quel concorso, bandito dall'università di Caserta, c'è pure un suo brillante allievo: Giuseppe Conte. Nemmeno cinque mesi più tardi, il 29 luglio 2002, sarà lui a vincere il posto. Alla tenera età di 38 anni. Ricapitolando: a fine gennaio 2002 i due ricevono il mandato; un mese dopo, Alpa viene eletto nella commissione che farà diventare Conte un giovanissimo professorone.
È un conflitto d'interessi che rischia di invalidare il concorso? Macché, ha sempre sminuito il presidente del Consiglio: nessun interesse in comune. Peccato sia stato lui stesso a scrivere nel curriculum: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Un'inesattezza. Peccatucci veniali, minimizza il nostro camaleontico premier. C'è anche chi gli fa notare che con il giurista genovese ha condiviso cause, indirizzo, studio professionale e persino la segretaria. Ma Conte derubrica: eravamo solo coinquilini, «con diverse attività professionali in spazi differenti e contratti di affitti separati». A tal proposito, la trasmissione insiste anche sulla comunicazione con cui il Garante dà mandato ad Alpa e Conte. Il documento viene spedito a un unico indirizzo romano: via Sardegna, 38. Perché inviare un'unica lettera ai due professionisti se «si trattava di due incarichi distinti e non c'era un'associazione né di diritto né di fatto?». Il premier replica con sufficienza e ardore: così va il mondo degli avvocati e degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega o praticante.
L'ultimo tassello dell'annoso intrigo è però il «progetto di parcella» incassato da Alpa di fronte a un'inerme Conte. Le Iene azzannano il premier: il mentore non poteva giudicare l'allievo. Quel concorso, si direbbe alla manzoniana, s'ha da rifare. I due, concludono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, «erano legati da interessi economici e professionali». Il documento scovato dai giornalisti ha, nell'intestazione, il nome dei due avvocati. Ma il compenso, 26.830 euro e spiccioli, va saldato sul conto corrente che Alpa ha aperto in una filiale genovese di Banca Intesa. Insomma, per quella comune difesa, il futuro presidente non ha fatturato un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte processuali, si sarebbe sobbarcato l'onere di presenziare a quasi tutte le udienze. Poco importa, replica Conte alle Iene. Lui, in quella causa, era solo la «longa manus» del giurista genovese. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la difesa e redigere gli atti determinati per il ricorso. Lui, al contrario, è stato una sorta di garzone del diritto, disposto a portar acqua al luminare. Ecco il motivo per cui oneri e onori sono andati ad Alpa.
Un inusuale bagno di umiltà per Giuseppi. Ma di certo funzionale a una discolpa. Nell'intervista televisiva, il premier aggiunge un'altra attenuante. La parcella contestata si riferisce solo al primo grado. Nei successivi giudizi, ha però regolarmente fatturato da solo. A riprova della sua scarsa venalità, ricorda invece di non aver chiesto nessun compenso per altri incarichi ricevuti dal Garante. Una difesa a tutto campo, che stride con la vocazione offensiva che il presidente del Consiglio esibiva sui campi di calcio. Altri tempi. Il destino di Conte doveva ancora incrociarsi con quello del chiarissimo professor Alpa.
Antonio Rossitto
«Spero che Barr non smentisca il presidente»
«Spero che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il comitato di controllo sui nostri servizi segreti, interviene a Milano, all'evento «Italia direzione Nord». Con La Verità fa il punto sulla situazione del nostro comparto sicurezza, dopo lo scandalo di questa estate che ha coinvolto il professore maltese della Link, Joseph Mifsud, coinvolto nel presunto tentativo di danneggiare nel 2016 la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Conte» ha spiegato Volpi «ne ha parlato tanto, ha fatto 27 minuti di conferenza stampa, spero che non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Ma più che sullo scandalo Mifsud, («Un tema marginale rispetto a tematiche più importanti come la Libia, la Nato o possibili aggressioni economiche»), il presidente ha insistito sul rischio di ingerenze straniere nell'economia italiana. In particolare sulla sottoscrizione dell'accordo sulla Via della Seta con la Cina, a marzo. «Io non ho vissuto con grande entusiasmo questo accordo». Quindi sui movimenti tra Mediobanca, Unicredit e Generali, con possibili e accordi con i francesi, aggiunge. «Non possiamo permettere di cedere il controllo del sistema bancario e assicurativo dove ci sono i buoni del tesoro»
È diventato presidente del Copasir, l'incarico più importante che spetta all'opposizione durante questa legislatura, in una fase molto delicata per i nostri servizi segreti. Dopo il Russiagate, c'è il rischio di ingerenze straniere?
«Oggi le guerre si combattono a livello economico, non c'è dubbio. L'interesse nazionale è sempre più ampio dei confini nazionali. E va segnalato spesso un atteggiamento aggressivo da parte di a amici e alleati. Spesso sono loro a diventare i nostri primi competitor a livello industriale. Nella difesa ci sono i nostri cugini d'oltralpe, per esempio. Bisogna partire da un concetto, oggi l'interesse nazionale è sempre più ampio rispetto ai nostri confini, rispetto ai tempi della rivoluzione industriale. Ora le aperture permettono di avere interesse in tutte le parti del mondo. C'è quindi l'esigenza di mettere dei perimetri di sicurezza nei settori strategici come per esempio la golden power in determinati settori, in particolare tecnologici».
Oltre al golden power su aziende strategiche, penso a Telecom Sparkle che gestisce i cavi di comunicazioni nel mediterraneo da cui passa anche il traffico internet di Israele, quali sono le nostre difese? Il presidente dell'Agcom Angelo Maria Cardani ha detto che nel futuro dobbiamo decidere se farci spiare dai cinesi o dagli americani...
«Si tratta di una battuta un po' facile da parte di un presidente dell'Authority… La parte della tecnologia avanzata 5G è uno degli argomenti centrali nella valutazione sulla sicurezza. La prima cosa è la sicurezza degli interessi nazionali e ciò che passa in queste reti. La seconda cosa poi, che trovo inquietante, è quella che già avviene con altre tecnologie, con la profilatura dei dati del cliente tramite Google o Facebook».
Lei ha già parlato in passato di Tik Tok.
«Mi hanno già attaccato in passato, ma lo ribadisco. È un'applicazione cinese e i giovani la utilizzano ma è stata inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi. Il 5G è sicuramente un aggiornamento tecnologico. Io penso che ci sono aziende cinesi in competizione tra loro che devono avere la correttezza, nel momento in cui si fa il cablaggio delle città, di presentare tutta la verità negli aspetti tecnici. Se c'è una mancanza di lealtà viene il dubbio che ci siano interessi diversi».
Il caso Mifsud è ancora poco chiaro, si è fatto vivo ultimamente con un audio.
«Forse suo».
Però ci sono state diverse audizioni al Copasir, dai direttori Aise e Aisi.
«La mia domanda è: come possono i giornali sapere le durate delle audizioni? E lo dico anche al vostro giornale. Io ho la principale preoccupazione di difendere i nostri uomini dei nostri apparati di sicurezza e intelligence. Mifsud non so se ve ne siete accorti che insegnava anche in Inghilterra».
Alessandro Da Rold
Gualtieri va a Bruxelles per fingere di spuntare il rinvio del salva Stati
Oggi il ministro Roberto Gualtieri parteciperà all'Eurogruppo a Bruxelles. Nelle stesse ore, a Roma, sarà audito alla Camera il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, protagonista nei giorni scorsi, sul Mes, di una rocambolesca inversione a U: prima aveva parlato di «rischio enorme», ma poi fonti di Bankitalia si sono mobilitate nel tentativo - abbastanza avventuroso - di correggere il tiro. Da Visco c'è dunque da attendersi, oggi, una versione «eurolirica».
Spostandoci a Bruxelles, realisticamente, cosa può accadere? Ci sono quattro piani di discussione. Il primo ha a che fare con l'impianto del trattato, e qui gli spazi sembrano purtroppo chiusi. La velina dell'altro giorno dell'Eurogruppo, oltre a smentire radicalmente Giuseppe Conte, era chiarissima: l'architettura già concordata non si cambia.
Il secondo piano di discussione non riguarda il trattato Mes, ma altre partite assai significative, queste ancora effettivamente aperte. In particolare, sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli dei diversi Paesi. Si tratterebbe dell'introduzione di una valutazione dei rischi dei titoli di Stato: eventualità da scongiurare, dal punto di vista italiano.
Il terzo piano di discussione riguarda la normativa sussidiaria rispetto al Mes. Ci sono aspetti ancora da definire molto tecnici (la disciplina dello scambio di informazione tra il Mes e il cosiddetto European systemic risk board) e aspetti molto politici, come le Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. C'è chi insiste per definire tutto già in questa fase, quindi nel trattato, e chi vuole lasciare un successivo spazio di manovra agli organi del Mes.
Il quarto e ultimo piano riguarda i tempi. Una volta acquisito (cosa che – ahinoi – è accaduta già a giugno) l'assenso dei diversi Paesi, la formalizzazione può anche slittare di uno o due mesi. Da questo punto di vista, per un verso la crisi politica a Malta, per altro verso le tensioni nella grande coalizione tedesca (dopo l'indebolimento politico di Olaf Scholz), e per altro verso ancora qualche esigenza organizzativa (ad esempio, le traduzioni) potrebbero essere utilizzate come un escamotage per dare la sensazione di un rinvio, concedendo al governo italiano di superare la scadenza elettorale in Emilia Romagna. Se Gualtieri e Conte riusciranno a coinvolgere gli altri nella loro recita, potrebbero ottenere una qualche dichiarazione che alluda al mitico «pacchetto», e quindi agli altri aspetti dell'unione economica e monetaria (a partire dal tema della banking union) per dare l'impressione di aver tenuto aperto il negoziato. Ahinoi, solo la sensazione.
In teoria, come sappiamo, un'Italia a schiena dritta potrebbe anche pretendere di posticipare la firma fino al completamento dell'intero pacchetto, forzando la mano. Ma - purtroppo - sembra più probabile immaginare Gualtieri in atteggiamento di preghiera che non nell'atto di esercitare un veto. Anziché forzare, la sensazione è che ci sarà una richiesta di una mini proroga della formalizzazione: con un successivo sforzo di accreditare mediaticamente una posizione italiana muscolare nel negoziato.
Nella maggioranza, infatti, c'è chi è già pronto (Pd e la parte governista di M5s) a cogliere ogni spiraglio, vero o presunto, anche semplicemente simbolico, per trasferirlo nella risoluzione parlamentare che il quadripartito dovrà presentare l'11 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. Per occultare il sì già pronunciato, e tirare a campare.
Daniele Capezzone
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Il premier nega di aver avuto un sodalizio professionale con l'avvocato che gli fece da commissario d'esame, eppure i due chiedevano di essere pagati su un unico conto.Il numero uno del Copasir Raffaele Volpi: «L'inquilino di Palazzo Chigi ha parlato tanto di Mifsud, ma occhio pure al 5G cinese».Oggi c'è l'Eurogruppo, ma il quadro è chiaro: margini per cambiare il Mes non ci sono.Lo speciale contiene tre articoliAlla fine, è arrivata la nemesi. Dopo aver trafitto tutti a suon di commi e arzigogoli, anche Giuseppi rimane vittima dello stormir di giuridichese che evoca il «progetto di parcella». La cui sostanza però è chiarissima: i rapporti con il suo mentore, Guido Alpa, erano strettissimi. Cheek to cheek, guancia a guancia, cantava Frank Sinatra. Così intimi da convincere il giurista genovese, il 21 gennaio 2009, a inviare al Garante della privacy un'unica richiesta di fattura, da 26.830 euro, firmata da lui e da Conte. Con un'aggravante: in calce al documento non ci sono i numeri di conto corrente dei due professionisti. L'Iban su cui accreditare il compenso è solo uno: quello di Alpa. E Conte? Per quella causa non ha visto un euro. Del resto, pure in famiglia si lamentano del suo scarso interesse per il denaro: «Sono poco venale» spiega alle Iene che, nella trasmissione andata in onda ieri sera, puntano alle tempie del premier l'ultima «pistola fumante». L'hanno scovata negli archivi dell'Autorità per la protezione dei dati personali, che Conte e Alpa hanno difeso in una controversia contro la Rai e l'Agenzia delle entrate. L'incarico viene affidato il 29 gennaio 2002. Il futuro presidente del Consiglio è ancora un arrembante professore associato, mentre il blasonato collega è già un nome tutelare. Il garante dell'epoca, Stefano Rodotà, decide però di assegnare il ricorso a entrambi. Niente di male: se non fosse che, come ricostruisce La Verità, l'1 marzo 2002 Alpa viene nominato membro della commissione scelta per reclutare due ordinari di diritto privato. E tra i partecipanti a quel concorso, bandito dall'università di Caserta, c'è pure un suo brillante allievo: Giuseppe Conte. Nemmeno cinque mesi più tardi, il 29 luglio 2002, sarà lui a vincere il posto. Alla tenera età di 38 anni. Ricapitolando: a fine gennaio 2002 i due ricevono il mandato; un mese dopo, Alpa viene eletto nella commissione che farà diventare Conte un giovanissimo professorone. È un conflitto d'interessi che rischia di invalidare il concorso? Macché, ha sempre sminuito il presidente del Consiglio: nessun interesse in comune. Peccato sia stato lui stesso a scrivere nel curriculum: «Dal 2002 ha aperto con il prof. avv. Guido Alpa un nuovo studio legale dedicandosi al diritto civile, societario e fallimentare». Un'inesattezza. Peccatucci veniali, minimizza il nostro camaleontico premier. C'è anche chi gli fa notare che con il giurista genovese ha condiviso cause, indirizzo, studio professionale e persino la segretaria. Ma Conte derubrica: eravamo solo coinquilini, «con diverse attività professionali in spazi differenti e contratti di affitti separati». A tal proposito, la trasmissione insiste anche sulla comunicazione con cui il Garante dà mandato ad Alpa e Conte. Il documento viene spedito a un unico indirizzo romano: via Sardegna, 38. Perché inviare un'unica lettera ai due professionisti se «si trattava di due incarichi distinti e non c'era un'associazione né di diritto né di fatto?». Il premier replica con sufficienza e ardore: così va il mondo degli avvocati e degli studi legali. Basta chiedere a qualsiasi collega o praticante. L'ultimo tassello dell'annoso intrigo è però il «progetto di parcella» incassato da Alpa di fronte a un'inerme Conte. Le Iene azzannano il premier: il mentore non poteva giudicare l'allievo. Quel concorso, si direbbe alla manzoniana, s'ha da rifare. I due, concludono Antonino Monteleone e Marco Occhipinti, «erano legati da interessi economici e professionali». Il documento scovato dai giornalisti ha, nell'intestazione, il nome dei due avvocati. Ma il compenso, 26.830 euro e spiccioli, va saldato sul conto corrente che Alpa ha aperto in una filiale genovese di Banca Intesa. Insomma, per quella comune difesa, il futuro presidente non ha fatturato un centesimo. Eppure, come emerge dalle carte processuali, si sarebbe sobbarcato l'onere di presenziare a quasi tutte le udienze. Poco importa, replica Conte alle Iene. Lui, in quella causa, era solo la «longa manus» del giurista genovese. Sarebbe stato il collega, in realtà, a impostare la difesa e redigere gli atti determinati per il ricorso. Lui, al contrario, è stato una sorta di garzone del diritto, disposto a portar acqua al luminare. Ecco il motivo per cui oneri e onori sono andati ad Alpa. Un inusuale bagno di umiltà per Giuseppi. Ma di certo funzionale a una discolpa. Nell'intervista televisiva, il premier aggiunge un'altra attenuante. La parcella contestata si riferisce solo al primo grado. Nei successivi giudizi, ha però regolarmente fatturato da solo. A riprova della sua scarsa venalità, ricorda invece di non aver chiesto nessun compenso per altri incarichi ricevuti dal Garante. Una difesa a tutto campo, che stride con la vocazione offensiva che il presidente del Consiglio esibiva sui campi di calcio. Altri tempi. Il destino di Conte doveva ancora incrociarsi con quello del chiarissimo professor Alpa. Antonio Rossitto<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-prova-che-inchioda-conte-la-parcella-dimostra-il-legame-lavorativo-con-alpa-2641507846.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="spero-che-barr-non-smentisca-il-presidente" data-post-id="2641507846" data-published-at="1781848972" data-use-pagination="False"> «Spero che Barr non smentisca il presidente» «Spero che il presidente del Consiglio Giuseppe Conte non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Raffaele Volpi, presidente del Copasir, il comitato di controllo sui nostri servizi segreti, interviene a Milano, all'evento «Italia direzione Nord». Con La Verità fa il punto sulla situazione del nostro comparto sicurezza, dopo lo scandalo di questa estate che ha coinvolto il professore maltese della Link, Joseph Mifsud, coinvolto nel presunto tentativo di danneggiare nel 2016 la campagna elettorale dell'attuale presidente degli Stati Uniti Donald Trump. «Conte» ha spiegato Volpi «ne ha parlato tanto, ha fatto 27 minuti di conferenza stampa, spero che non venga smentito da qualche rapporto statunitense». Ma più che sullo scandalo Mifsud, («Un tema marginale rispetto a tematiche più importanti come la Libia, la Nato o possibili aggressioni economiche»), il presidente ha insistito sul rischio di ingerenze straniere nell'economia italiana. In particolare sulla sottoscrizione dell'accordo sulla Via della Seta con la Cina, a marzo. «Io non ho vissuto con grande entusiasmo questo accordo». Quindi sui movimenti tra Mediobanca, Unicredit e Generali, con possibili e accordi con i francesi, aggiunge. «Non possiamo permettere di cedere il controllo del sistema bancario e assicurativo dove ci sono i buoni del tesoro» È diventato presidente del Copasir, l'incarico più importante che spetta all'opposizione durante questa legislatura, in una fase molto delicata per i nostri servizi segreti. Dopo il Russiagate, c'è il rischio di ingerenze straniere? «Oggi le guerre si combattono a livello economico, non c'è dubbio. L'interesse nazionale è sempre più ampio dei confini nazionali. E va segnalato spesso un atteggiamento aggressivo da parte di a amici e alleati. Spesso sono loro a diventare i nostri primi competitor a livello industriale. Nella difesa ci sono i nostri cugini d'oltralpe, per esempio. Bisogna partire da un concetto, oggi l'interesse nazionale è sempre più ampio rispetto ai nostri confini, rispetto ai tempi della rivoluzione industriale. Ora le aperture permettono di avere interesse in tutte le parti del mondo. C'è quindi l'esigenza di mettere dei perimetri di sicurezza nei settori strategici come per esempio la golden power in determinati settori, in particolare tecnologici». Oltre al golden power su aziende strategiche, penso a Telecom Sparkle che gestisce i cavi di comunicazioni nel mediterraneo da cui passa anche il traffico internet di Israele, quali sono le nostre difese? Il presidente dell'Agcom Angelo Maria Cardani ha detto che nel futuro dobbiamo decidere se farci spiare dai cinesi o dagli americani... «Si tratta di una battuta un po' facile da parte di un presidente dell'Authority… La parte della tecnologia avanzata 5G è uno degli argomenti centrali nella valutazione sulla sicurezza. La prima cosa è la sicurezza degli interessi nazionali e ciò che passa in queste reti. La seconda cosa poi, che trovo inquietante, è quella che già avviene con altre tecnologie, con la profilatura dei dati del cliente tramite Google o Facebook». Lei ha già parlato in passato di Tik Tok. «Mi hanno già attaccato in passato, ma lo ribadisco. È un'applicazione cinese e i giovani la utilizzano ma è stata inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi. Il 5G è sicuramente un aggiornamento tecnologico. Io penso che ci sono aziende cinesi in competizione tra loro che devono avere la correttezza, nel momento in cui si fa il cablaggio delle città, di presentare tutta la verità negli aspetti tecnici. Se c'è una mancanza di lealtà viene il dubbio che ci siano interessi diversi». Il caso Mifsud è ancora poco chiaro, si è fatto vivo ultimamente con un audio. «Forse suo». Però ci sono state diverse audizioni al Copasir, dai direttori Aise e Aisi. «La mia domanda è: come possono i giornali sapere le durate delle audizioni? E lo dico anche al vostro giornale. Io ho la principale preoccupazione di difendere i nostri uomini dei nostri apparati di sicurezza e intelligence. Mifsud non so se ve ne siete accorti che insegnava anche in Inghilterra». Alessandro Da Rold <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-prova-che-inchioda-conte-la-parcella-dimostra-il-legame-lavorativo-con-alpa-2641507846.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="gualtieri-va-a-bruxelles-per-fingere-di-spuntare-il-rinvio-del-salva-stati" data-post-id="2641507846" data-published-at="1781848972" data-use-pagination="False"> Gualtieri va a Bruxelles per fingere di spuntare il rinvio del salva Stati Oggi il ministro Roberto Gualtieri parteciperà all'Eurogruppo a Bruxelles. Nelle stesse ore, a Roma, sarà audito alla Camera il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco, protagonista nei giorni scorsi, sul Mes, di una rocambolesca inversione a U: prima aveva parlato di «rischio enorme», ma poi fonti di Bankitalia si sono mobilitate nel tentativo - abbastanza avventuroso - di correggere il tiro. Da Visco c'è dunque da attendersi, oggi, una versione «eurolirica». Spostandoci a Bruxelles, realisticamente, cosa può accadere? Ci sono quattro piani di discussione. Il primo ha a che fare con l'impianto del trattato, e qui gli spazi sembrano purtroppo chiusi. La velina dell'altro giorno dell'Eurogruppo, oltre a smentire radicalmente Giuseppe Conte, era chiarissima: l'architettura già concordata non si cambia. Il secondo piano di discussione non riguarda il trattato Mes, ma altre partite assai significative, queste ancora effettivamente aperte. In particolare, sarebbe fondamentale sfuggire al meccanismo della «ponderazione» dei titoli dei diversi Paesi. Si tratterebbe dell'introduzione di una valutazione dei rischi dei titoli di Stato: eventualità da scongiurare, dal punto di vista italiano. Il terzo piano di discussione riguarda la normativa sussidiaria rispetto al Mes. Ci sono aspetti ancora da definire molto tecnici (la disciplina dello scambio di informazione tra il Mes e il cosiddetto European systemic risk board) e aspetti molto politici, come le Cacs, cioè le clausole di azione collettiva, ovvero i meccanismi che poi si rivelerebbero determinanti nel disastroso caso di ristrutturazione del debito. C'è chi insiste per definire tutto già in questa fase, quindi nel trattato, e chi vuole lasciare un successivo spazio di manovra agli organi del Mes. Il quarto e ultimo piano riguarda i tempi. Una volta acquisito (cosa che – ahinoi – è accaduta già a giugno) l'assenso dei diversi Paesi, la formalizzazione può anche slittare di uno o due mesi. Da questo punto di vista, per un verso la crisi politica a Malta, per altro verso le tensioni nella grande coalizione tedesca (dopo l'indebolimento politico di Olaf Scholz), e per altro verso ancora qualche esigenza organizzativa (ad esempio, le traduzioni) potrebbero essere utilizzate come un escamotage per dare la sensazione di un rinvio, concedendo al governo italiano di superare la scadenza elettorale in Emilia Romagna. Se Gualtieri e Conte riusciranno a coinvolgere gli altri nella loro recita, potrebbero ottenere una qualche dichiarazione che alluda al mitico «pacchetto», e quindi agli altri aspetti dell'unione economica e monetaria (a partire dal tema della banking union) per dare l'impressione di aver tenuto aperto il negoziato. Ahinoi, solo la sensazione. In teoria, come sappiamo, un'Italia a schiena dritta potrebbe anche pretendere di posticipare la firma fino al completamento dell'intero pacchetto, forzando la mano. Ma - purtroppo - sembra più probabile immaginare Gualtieri in atteggiamento di preghiera che non nell'atto di esercitare un veto. Anziché forzare, la sensazione è che ci sarà una richiesta di una mini proroga della formalizzazione: con un successivo sforzo di accreditare mediaticamente una posizione italiana muscolare nel negoziato. Nella maggioranza, infatti, c'è chi è già pronto (Pd e la parte governista di M5s) a cogliere ogni spiraglio, vero o presunto, anche semplicemente simbolico, per trasferirlo nella risoluzione parlamentare che il quadripartito dovrà presentare l'11 dicembre, alla vigilia del Consiglio europeo. Per occultare il sì già pronunciato, e tirare a campare. Daniele Capezzone
JD Vance (Ansa)
Tornano le turbolenze diplomatiche tra Washington e Teheran? La cerimonia per la firma definitiva del memorandum d’intesa tra i due Paesi, prevista per oggi in Svizzera, è stata cancellata. «La visita prevista è stata rinviata poiché il memorandum d’intesa di Islamabad è già stato firmato elettronicamente, è entrato in vigore ed è ora in fase di attuazione», ha dichiarato ieri il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif, annullando il viaggio che avrebbe dovuto effettuare in Svizzera per presenziare alla cerimonia. Sempre ieri, il Times of Israel riferiva che i negoziati sul nucleare iraniano, previsti per oggi nel resort di Burgenstock, erano ancora in agenda, ma ha ammesso la possibilità di un loro naufragio. «Sembra che i colloqui dovrebbero iniziare domani. C’è una forte presenza statunitense sul territorio in Svizzera. Ma la situazione è molto incerta. Tutto potrebbe di nuovo fallire», ha riferito una fonte alla testata. Del resto, anche secondo il New York Post i colloqui di oggi risulterebbero «in bilico».
Ricordiamo che il memorandum prevede l’avvio di una fase di 60 giorni, nel cui arco Washington e Teheran dovranno raggiungere un’intesa sull’energia atomica. «Direi che il periodo di 60 giorni è iniziato ufficialmente oggi», ha dichiarato ieri, in conferenza stampa, JD Vance, che è a capo del team negoziale americano. «Il programma nucleare è distrutto, è sparito. Se gli iraniani decidessero domani di costruire un’arma nucleare, semplicemente non hanno la capacità per farlo», ha proseguito. «Stiamo cercando di garantire che non ricostruiscano quelle capacità non solo tra un anno, ma tra molti anni», ha continuato. «Come parte dell’accordo finale, vogliamo vedere che l’Iran non finanzi il terrorismo regionale».
Il vicepresidente è poi andato all’attacco dell’accordo sul nucleare, firmato da Barack Obama nel 2015. «L’accordo di Obama dava agli iraniani oltre un miliardo di dollari di denaro americano. Questo accordo dà loro zero dollari di denaro americano», ha affermato, non risparmiando inoltre una stoccata a Israele. «Israele ha il diritto di difendersi come ogni altro, ma deve rispettare il processo di pace», ha detto, criticando i raid dello Stato ebraico su Beirut. «Ci aspettiamo che Hezbollah non lanci razzi e droni contro gli israeliani. Ma ci aspettiamo anche che gli israeliani non si scatenino in Libano». In tutto questo, Vance è altresì intervenuto sulla questione dei missili balistici, dopo che, l’altro ieri, Trump, irritando lo Stato ebraico, aveva aperto alla possibilità che l’Iran potesse possederli. «Gli iraniani non rinunciano al loro diritto di autodifesa nel loro Paese, ma ci aspettiamo che, come parte dell’accordo finale, non saranno in grado di realizzare quel tipo di missili che possono minacciare ampiamente il mondo intero», ha affermato.
Alcune ore prima della conferenza stampa di Vance, Trump era tornato a difendere il memorandum con l’Iran dai critici, che accusano il documento di aver concesso troppo al regime khomeinista. «Questi sciocchi, che pensano che non sia stato abbastanza duro con l’Iran, quando la Borsa ha appena raggiunto un altissimo record e i prezzi del petrolio stanno "crollando", sono o invidiosi, o cattivi, o stupidi», aveva dichiarato su Truth. Nel frattempo, il Qatar ha detto che il memorandum «rappresenta una solida base per passare alla fase successiva dei negoziati tra le parti americana e iraniana». Di posizione opposta è invece Israele, secondo cui Teheran potrebbe sfruttare i 60 giorni per dotarsi dell’arma atomica. In tal senso, la Cnn ha riferito che Benjamin Netanyahu avrebbe intenzione di far leva su senatori repubblicani e opinionisti conservatori per spingere Trump a tenere un approccio severo nei negoziati sul nucleare.
E proprio da questi negoziati dipende il successo o il fallimento dell’inquilino della Casa Bianca in Iran. Il presidente americano ha infatti bisogno di spuntare un’intesa migliore di quella di Obama. Quell’accordo prevedeva che Teheran non avrebbe prodotto uranio altamente arricchito, limitando le proprie centrifughe e scorte. Era inoltre previsto un meccanismo di verifica in capo all’Aiea. In cambio, gli Usa si impegnavano a revocare le sanzioni sul programma atomico. Quando si ritirò dall’intesa nel 2018, Trump sostenne che l’Iran avrebbe dovuto cessare lo sviluppo di missili balistici e il finanziamento ai suoi proxy regionali. Un altro problema risiedeva nel fatto che l’Aiea non riusciva ad avere accesso, per le ispezioni, ai siti militari iraniani. È quindi su questi punti che dovrà essere valutata l’eventuale intesa che Trump negozierà nei prossimi due mesi. Il sospetto è che, oltre alla questione dell’uranio arricchito, il principale punto di discussione riguarderà proprio le ispezioni.
Vance chiaramente si gioca molto, anche in vista delle primarie presidenziali repubblicane del 2028. Non a caso, nell’amministrazione americana, è un convinto fautore del memorandum, contrariamente al capo del Pentagono, Pete Hegseth, e al direttore della Cia, John Ratcliffe.
Dall’altra parte, anche Mojtaba Khamenei ha dato il via libera al memorandum, ma ha precisato che aveva «una visione diversa». L’approvazione è legata «all’impegno assunto da Pezeshkian a tutela dei diritti dell’Iran».
E così, mentre Centcom ieri revocava il blocco ai porti iraniani, emergono alcune incognite per il futuro delle trattative: da una parte, la spaccatura in seno al regime khomeinista tra i fautori della diplomazia e quelli della linea dura; dall’altra, Benjamin Netanyahu che ieri ha ribadito che l’Idf resterà nel Libano meridionale, rischiando così di compromettere la tenuta del memorandum che prevede la fine delle ostilità tra Israele ed Hezbollah. Nel mentre, gli Usa, secondo il Financial Times, sarebbero pronti a sbloccare sub condicione 6 miliardi dollari di asset iraniani volti ad acquistare beni americani.
Hegseth batte cassa per la Nato. Crosetto: «Rispettiamo gli impegni»
Gli Stati Uniti si preparano a rivedere la propria presenza militare in Europa e lanciano un nuovo avvertimento agli alleati della Nato. A renderlo noto è stato il segretario alla Difesa americano Pete Hegseth durante la riunione dei ministri della Difesa dell’Alleanza atlantica a Bruxelles, annunciando una revisione delle basi e delle forze armate statunitensi dispiegate sul continente. «Esamineremo la presenza militare e le basi americane in Europa entro sei mesi, forse anche prima», ha dichiarato Hegseth, confermando che Washington sta valutando una ridistribuzione delle proprie risorse strategiche mentre cresce l’attenzione verso la Cina e l’Indo-Pacifico.
Nel suo intervento il capo del Pentagono ha rilanciato il concetto di una «Nato 3.0», sostenendo che l’Alleanza debba tornare a essere una vera organizzazione militare e non soltanto politica. «Dopo la Guerra Fredda la Nato deve ritrovare la propria natura di alleanza militare, con capacità reali di deterrenza e con l’Europa in grado di assumere la guida della difesa convenzionale del continente», ha affermato. Le parole più dure sono arrivate sul sostegno fornito dagli alleati durante la crisi con l’Iran. Hegseth ha criticato i Paesi che hanno negato l’utilizzo delle basi americane e Nato presenti sul loro territorio per eventuali operazioni contro Teheran.
«Troppi alleati hanno detto di no oppure hanno cercato di bloccare tutto con astrusi dibattiti legali. Alcuni ci hanno criticato pubblicamente per aver fatto ciò che loro stessi non erano preparati a fare. È stato vergognoso», ha dichiarato. Secondo il segretario alla Difesa, queste scelte hanno complicato le operazioni . «In alcuni casi siamo stati costretti a trasferire capacità militari da un Paese all’altro e perfino al di fuori del territorio degli alleati Nato. Non ci sono scuse per questo», ha aggiunto. L’intervento si inserisce nella strategia dell’amministrazione guidata da Donald Trump, che da anni chiede agli europei di aumentare le spese militari. Al vertice Nato dell’Aia dello scorso anno gli alleati si sono impegnati a raggiungere entro il 2035 investimenti pari al 5% del Pil tra difesa e sicurezza.
Per Washington, però, molti governi stanno ancora procedendo troppo lentamente. Hegseth è tornato a definire alcuni partner europei degli «scrocconi», accusandoli di beneficiare della protezione americana senza contribuire in misura adeguata. «Alcune delle maggiori economie della Nato sembrano ancora pensare che sia l’era del free riding. Questo non è ciò che il presidente Trump si aspetta dall’Alleanza e non è più accettabile», ha affermato. La risposta italiana è arrivata dal ministro della Difesa Guido Crosetto. «Se si vuole far parte della Nato bisogna rispettarne gli impegni. Altrimenti si può scegliere di restarne fuori, ma difendersi da soli costerebbe molto di più», ha dichiarato. Crosetto ha inoltre condiviso l’ipotesi di una graduale riduzione delle forze americane, purché accompagnata dal rafforzamento delle capacità europee. Alla domanda se il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni assunti dall’Italia in materia di spesa per la difesa, è arrivata una risposta netta: «Ritengo che ne sia perfettamente consapevole». Non si è fatta attendere la replica del titolare del Tesoro: «Conosco tempi e modalità dell’operazione; sull’entità delle risorse, invece, la decisione non spetta a me. Per il resto stiamo gestendo ogni aspetto della questione e non esiste alcuna polemica in merito». Anche il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha invitato alla prudenza. Rutte ha ricordato che Europa e Canada aumenteranno nel 2025 la spesa militare di oltre 90 miliardi rispetto all’anno precedente, ma ha riconosciuto che gli Stati Uniti continuano a sostenere un peso superiore a quello di tutti gli altri alleati messi insieme.
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La capitale russa avvolta dal fumo dopo il raid ucraino (Ansa)
La grossa incursione compiuta ieri da droni ucraini su Mosca, la più pesante finora sulla capitale, è stata appariscente e ha coinciso, non a caso, con la riunione dei ministri della Difesa della Nato e del Gruppo di contatto sull’Ucraina a cui ha partecipato il presidente Volodymyr Zelensky.
Almeno 555 droni ucraini hanno assalito varie regioni russe, dei quali 200 nella direzione di Mosca. Il ministero della Difesa russo li ha considerati «abbattuti». Il sindaco di Mosca Sergei Sobyanin ha affermato che «52 droni sono stati abbattuti a Mosca». Ma ha ammesso: «Diversi droni hanno raggiunto la raffineria di petrolio di Mosca». È un grande impianto della Gazprom Neft, nel quartiere Kapotnya, che da solo fornirebbe il 40% dei carburanti nella regione. La raffineria fu fondata nel 1938 sotto Stalin e venne bombardata nel 1941 da aerei della Luftwaffe, l’aviazione tedesca. Già era stata attaccata martedì. Sono scoppiati incendi nell’impianto e colonne di fumo nero hanno oscurato la capitale, causando la chiusura degli aeroporti di Sheremetyevo, Vnukovo, Domodedovo e Zhukovsky. Danni minori nei sobborghi della città. Colpiti da frammenti il centro commerciale Sadovod, una palazzina a Zhukovsky, evacuata, mentre a Lyubertsy detriti di droni colpiti hanno danneggiato un centro fitness, un centro commerciale e una zona industriale. Nella regione di Mosca ci sono stati 16 feriti, mentre nella regione di Rostov, attaccata da 74 droni, dati per «abbattuti», è morto un uomo, presso un’infrastruttura petrolifera, a Gukovo. Sempre nella zona di Rostov, secondo il governatore Yuri Slyusar ci sono stati «danni a una locomotiva e a due strutture commerciali». Nella regione di Bryansk un’auto su cui viaggiavano una donna con le due figlie di 10 e 11 anni è stata colpita e le due ragazzine sono state ferite. Droni ucraini presso la centrale nucleare di Energodar hanno causato la morte di un dipendente dell’impianto. I russi hanno a loro volta attaccato Kiev e altre zone dell’Ucraina con droni e missili balistici.
Secondo Mosca: «Sono stati colpiti, con un attacco combinato con missili aria-superficie, missili superficie-superficie e droni a lungo raggio, un deposito di combustibili e carburanti nella località di Boryspil-2, nella regione di Kiev, e una raffineria di petrolio a Zaturino, nella regione di Poltava». Bombe russe hanno causato tre morti a Sumy e Shostka.
Se Zelensky ha presentato le nuove incursioni sulla Russia come «giusta reazione» poiché «se l’Ucraina brucia, la vostra Mosca brucerà», il consigliere presidenziale russo Yuris Ushakov ha ribattuto che «i raid non aiutano un possibile incontro fra Zelensky e il presidente Vladimir Putin». Il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha minacciato «nuovi attacchi su larga scala», aggiungendo che «le parole non bastano». I raid di droni ucraini hanno fatto dire al segretario della Nato Mark Rutte che «l’Ucraina sta cambiando la dinamica sul campo di battaglia» e hanno spinto gli alleati a ulteriori aiuti a Kiev. Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius s’è detto «impressionato» dai raid ucraini, parlando di «slancio» di Kiev, che però, se si limita ai cieli, non basta a vincere. Al Gruppo di contatto s’è parlato di rafforzamento della difesa aerea nell’ambito del Purl, il meccanismo con cui gli europei pagano le fabbriche americane per regalare armi a Kiev. Il premier belga Bart De Wever ha promesso a Zelensky la consegna di sette caccia F-16, di cui tre voleranno e quattro verranno cannibalizzati per i pezzi di ricambio. Il ministro della Difesa inglese ha annunciato che Londra fornirà a Kiev 150.000 droni e 350 missili antiaerei, oltre a radar, per un valore di 752 milioni di sterline. Pistorius ha dichiarato che la Germania stanzierà 200 milioni di dollari per munizioni antiaeree e altri 200 milioni di dollari per missili Patriot Pac-3 destinati agli ucraini, mentre la Svezia ha stanziato 108 milioni di dollari.
Ma anche se gli attacchi a lungo raggio ucraini causano danni in Russia, non sono paragonabili, per distruzioni e morti, alle campagne aeree strategiche capaci davvero di piegare un Paese, tenuto conto che perfino simili offensive aeree, da parte americana, ebbero successo nel 1945 contro Germania e Giappone, ma furono inutili nel 1972 contro il Vietnam del Nord. Sul terreno il fronte è quasi statico o forse vedrebbe ancora i russi avanzare poco a poco. L’esercito di Mosca, dice la Tass, avrebbe preso Rai-Aleksandrovka, nel Donetsk.
L’istituto americano Isw riporta che i russi seguiterebbero a infiltrarsi a Lyman. L’Isw dice che «filmati che mostrano truppe russe controllare Lyman potrebbero essere generati con l'IA», ma solo gli eventi prossimi lo stabiliranno. Prendere Lyman significa minacciare Slovjansk. Idem riguardo ai combattimenti urbani a Kostantinyvka, la cui eventuale caduta esporrebbe Druzhivka e Kramatorsk. La guerra potrebbe essere decisa nella catena di piazzeforti Druzhivka-Kramatorsk-Slovjansk, col lungo macello fra trincee, macerie e granate, ma anche se la propaganda russa esagerasse i successi sul terreno, il pericolo per Kiev non sarebbe minore.
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A sinistra Sergio Spadaro, a destra Fabio De Pasquale (Imagoeconomica)
Il verdetto chiude uno dei capitoli più controversi nati dopo il processo Eni-Nigeria, il procedimento sulla presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione del blocco petrolifero Opl 245. Un processo durato anni, costruito attorno all’ipotesi di una maxi-tangente da oltre un miliardo di dollari, e conclusosi nel marzo 2021 con l’assoluzione di tutti gli imputati, compresi l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi, il suo predecessore Paolo Scaroni, manager, dirigenti e politici nigeriani. Una vicenda che ha comportato costi enormi, di decine di milioni di euro: anni di udienze, consulenze, difese legali, rogatorie, indagini internazionali e risorse della giustizia impegnate su un’accusa che, alla fine, è stata giudicata insussistente.
La sentenza della Cassazione arriva al termine di una giornata processuale segnata dalla requisitoria della sostituta procuratrice generale Cristina Marzagalli, che aveva chiesto l’assoluzione dei due magistrati sostenendo che mancassero sia l’elemento materiale sia quello soggettivo del reato. «I ricorsi degli imputati sono fondati», ha affermato Marzagalli. Secondo la pg, «la condotta dei due magistrati è stata tutt’altro che inerte e omissiva ma proattiva». Inoltre, ha aggiunto, «l’oggetto materiale del rifiuto non esisteva agli atti e non c’è una norma che imponga il deposito in quella fase».
È su questo passaggio che si misura il ribaltamento. Per la Cassazione il fatto non sussiste. Per i giudici di primo grado e per la Corte d’Appello di Brescia, invece, quel mancato deposito aveva avuto tutt’altra natura. Nelle motivazioni d’appello, oltre 130 pagine, i giudici avevano parlato di un «rifiuto consapevole» e di una «omissione di un atto doveroso e indifferibile». Avevano inoltre contestato a De Pasquale e Spadaro una gestione «a doppio binario»: da una parte l’utilizzo degli atti ritenuti utili all’accusa, dall’altra il mancato deposito di quelli potenzialmente favorevoli alle difese.
La decisione della Suprema Corte cancella dunque la condanna e lascia intatto il peso del contrasto tra le sentenze. Due gradi di giudizio avevano ritenuto penalmente rilevante la condotta dei pm, mentre la Cassazione ha escluso alla radice l’esistenza stessa del reato.
«L’avvocato Fabio Federico ed io siamo veramente felici: è una sentenza che fa giustizia di tanti anni di sofferenze», ha commentato il difensore dei due pm, Massimo Dinoia. «Vorremmo rimarcare che le conclusioni del pg della Cassazione sono state totali: ha chiesto infatti l’insussistenza sia del fatto materiale che, in subordine, dell’elemento soggettivo. Più di così non poteva dire».
Le «sofferenze» richiamate da Dinoia dimenticano però una vicenda molto più ampia, con 15 imputati trascinati per anni in un processo che ha mobilitato procure, tribunali, autorità straniere e collegi difensivi attorno all’accusa di una tangente miliardaria poi ritenuta inesistente dal Tribunale di Milano. Il 17 marzo 2021 tutti gli imputati furono assolti con la formula «perché il fatto non sussiste». Nel 2022 la Procura generale rinunciò all’appello. Anche le autorità statunitensi avevano già chiuso le proprie indagini nel settembre 2019. E anche per quelle nigeriane la vicenda è ormai chiuso, tanto che Eni ha di recente trovato nuovi accordi con Abuja.
Nel frattempo, a quanto pare, De Pasquale non considera ancora chiusa la partita. L’ex procuratore aggiunto ha avviato una nuova iniziativa attraverso l’avvocato Fabio Repici, legale molto noto per il lavoro svolto in procedimenti legati alle stragi di mafia e alla criminalità organizzata. Repici assiste oggi De Pasquale in una richiesta collegata all’inchiesta Equalize, con l’obiettivo di verificare se negli atti sequestrati possano emergere tracce di manovre contro il magistrato e contro il processo Eni-Nigeria.
Nella documentazione vengono richiamati, tra gli altri, il responsabile degli affari legali di Eni Stefano Speroni, il pm Paolo Storari e l’ex avvocato esterno di Eni Piero Amara. La Procura di Milano, guidata da Marcello Viola, non ha deciso direttamente sugli accertamenti richiesti e ha trasmesso gli atti alla Procura di Brescia, competente quando possibili parti offese sono magistrati del distretto milanese.
È un fronte ancora aperto che mostra come la partita su Opl 245 non sia del tutto chiusa. La Cassazione mette fine al procedimento penale per De Pasquale e Spadaro, ma la vicenda continua ad avere conseguenze sulla loro carriera. De Pasquale non era stato confermato dal Csm nell’incarico di procuratore aggiunto, mentre Spadaro è oggi procuratore europeo delegato Eppo a Milano.
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Il fermaglio ritrovato ieri sul sentiero vicino alla casa famigla. Nel riquadro Alysia e Sarah (Ansa)
Nella giornata di ieri, un fermaglio rosso con piccoli fiorellini bianchi è stato trovato nei pressi della casa famiglia. La prima vera traccia. Lo ha reso noto l’associazione Penelope. Il papà ha confermato che Sarah portava spesso dei fermagli, quindi si presume che appartenga proprio a lei. Le ricerche, intanto, proseguono senza sosta e si sono concentrate nelle aree che circondano la comunità che ospitava le giovani, nell’Aquilano. Subito dopo la segnalazione della scomparsa, le forze dell’ordine stanno setacciando la zona. Le attività di ricerca, coordinate dalla Procura di Sulmona, si stanno dirigendo pure in diversi Comuni del comprensorio cassinate, dove sono stati effettuati controlli in casolari, abitazioni isolate e strutture rurali.
Secondo quanto emerso finora, una delle ipotesi investigative è che le due ragazze possano aver trovato rifugio grazie all’aiuto di un adulto o di persone a loro vicine. Gli inquirenti non escludono che, dopo l’allontanamento dalla struttura abruzzese, possano essersi spostate verso un’area più vicina ai luoghi della loro infanzia e alle relazioni maturate negli anni precedenti. Le piccole erano monitorate dai servizi sociali dal 2020, dopo la difficile separazione dei genitori. Lo scorso 28 maggio, il tribunale aveva emesso un provvedimento con cui dichiarava decaduta la potestà genitoriale della mamma Valentina D’Acunto, riconoscendola invece al papà Stefano Di Giacinto.
Gli investigatori stanno indagando ad ampio raggio non escludendo l’ipotesi del rapimento. Le ricerche si sono appunto allargate alla zona del Cassinate proprio perché questo territorio rappresenta una naturale cerniera territoriale con Minturno e il Sud pontino, zona dalla quale proviene la famiglia. La Procura di Cassino e quella di Sulmona stanno collaborando in modo sinergico. Il procuratore capo di Cassino, Carlo Fucci, e il procuratore capo di Sulmona, Luciano D’Angelo, mantengono un costante scambio di informazioni investigative finalizzato alla ricostruzione del contesto familiare e relazionale delle ragazze. Tra gli elementi trasmessi agli uffici abruzzesi vi sarebbero anche atti e documentazione relativi alla complessa vicenda familiare, caratterizzata negli anni da una forte conflittualità tra i genitori e da provvedimenti del tribunale per i minorenni che avevano portato all’inserimento delle due sorelle nel circuito delle comunità educative.
L’inchiesta aperta dalla Procura di Sulmona procede per il reato di sottrazione di minori contro ignoti. Gli investigatori stanno verificando la possibilità che qualcuno abbia favorito o organizzato l’allontanamento delle ragazze dalla struttura. Questa ipotesi è rafforzata dal fatto che le due sorelline sarebbero uscite senza i cellulari. Infatti, i loro telefonini sono stati trovati nella casa famiglia e restituiti alla mamma. Ma, nelle ultime ore è emerso che le minori sarebbero in possesso di altri due cellulari le cui schede però risultano intestate a un uomo di origine kosovara e al compagno della mamma di Sarah e Alisya. Gli inquirenti stanno visionando tutte le immagini delle telecamere di videosorveglianza acquisite nelle ore successive alla scomparsa per capire se qualcuno si sia avvicinato alle ragazzine.
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