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2018-10-15
Voti in fuga da Baviera e Lussemburgo. Per Merkel e Juncker è batosta elettorale
ANSA
Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa.
Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese.
Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke.
Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu».
Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale».
La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd.
L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera.
Carlo Tarallo
In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato
Giphy
Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze.
Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche.
Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti.
Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti.
Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera.
Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri.
E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto.
Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti.
Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles.
È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi.
Fabio Amendolara
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La Csu, che fa capo alla cancelliera, ottiene il peggior risultato dal 1950: non governerà il land da sola. La scossa arriva fino a Berlino. In picchiata il partito del Commissario Ue. Non lo vuole neppure il Granducato. L'euroburocrate era leader del Csv, che ieri alle elezioni in Lussemburgo ha perso il 12%. Lo speciale contiene due articoli. Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa. Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese. Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke. Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu». Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale». La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd. L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-merkel-saluta-anche-la-baviera-travolta-dallonda-di-verdi-e-destra-2612372317.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-picchiata-il-partito-del-commissario-non-lo-vuole-neppure-il-granducato" data-post-id="2612372317" data-published-at="1780225338" data-use-pagination="False"> In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato Giphy Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze. Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche. Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti. Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti. Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera. Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri. E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto. Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti. Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles. È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi. Fabio Amendolara
Ursula von der Leyen (Ansa)
Il messaggio suona più o meno così: volete soldi per affrontare il caro energia? Benissimo. Però prima assicuratevi di non rallentare la corsa al riarmo. Mercoledì la Commissione presenterà il pacchetto di primavera del semestre 2026. Una sorta di pagella in cui Bruxelles distribuisce voti, bacchettate e consigli non richiesti. Quest’anno, tuttavia, il clima è diverso. Sullo sfondo ci sono la guerra commerciale globale, i prezzi energetici che continuano a tormentare famiglie e imprese, la crescita asfittica dell’economia europea e soprattutto la nuova ossessione comunitaria: la spesa militare. La coincidenza è singolare. Quando si tratta di finanziare carri armati, missili, sistemi di difesa e programmi militari, le regole del Patto di stabilità possono essere piegate senza problemi. Quando invece si tratta di aiutare imprese e famiglie a pagare bollette diventate insostenibili ricompaiono i ragionieri del rigore. A metà maggio Giorgia Meloni ha scritto direttamente alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen. Nella lettera ha chiesto di estendere all’emergenza energetica la clausola di salvaguardia che Bruxelles ha già aperto per le spese militari. Una richiesta semplice: se si possono fare deroghe ai vincoli di bilancio per acquistare armamenti, perché non consentirle anche per proteggere il sistema produttivo dall’esplosione dei costi energetici? Domanda apparentemente logica. Ma proprio la logica sembra essere la grande assente nei palazzi europei. Venerdì il portavoce della Commissione, Balazs Ujvari, ha spiegato che il semestre europeo «sarà un’occasione per affrontare i temi indicati nella lettera». Per la serie: ne parleremo.
Purtroppo le probabilità che l’Italia ottenga un’estensione della clausola sembrano ridotte. Le fonti comunitarie parlano apertamente di forti resistenze. «A livello tecnico e di ministri c’è piena opposizione», riferisce una fonte europea.
In compenso, mentre si chiude una porta, Bruxelles ne apre un’altra. O almeno finge di aprirla. Secondo indiscrezioni potrebbe essere predisposto «un qualche strumento di credito».
La risposta farà probabilmente eco alle indicazioni già fornite dal commissario all’Economia, Valdis Dombrovskis, raccomandando di restare all’interno del quadro fiscale e di privilegiare gli investimenti energetici rispetto ai sussidi. Il parametro è sempre lo stesso. Le regole restano regole. Purché non riguardino la difesa.
Infatti sedici Stati membri hanno già attivato la clausola per gli investimenti militari. Sedici. Nessun dramma. Nessun richiamo ai sacrifici delle generazioni future.
Per le armi il portafoglio si apre. Per le bollette si discute. Per le imprese si riflette. Per i cittadini si studia. Per il riarmo si firma. Naturalmente Bruxelles respinge qualsiasi accusa di doppio standard. E il commissario europeo Raffaele Fitto continua a ripetere che si lavora «con spirito costruttivo». Espressione meravigliosa.
Talmente costruttiva che, pochi giorni fa, i governi sono stati invitati a utilizzare le risorse dei fondi di coesione. Una scelta che, ovviamente, ha suscitato le proteste delle comunità che si vedrebbero tagliare i finanziamenti.
Così si fa avanti. Mercoledì la procedura per deficit eccessivo dovrebbe essere confermata. Il deficit del 2025 si è attestato al 3,1% del Pil, appena sopra la soglia magica del 3%. Ci sarà poi il consueto richiamo al consolidamento dei conti pubblici. Ci sarà il controllo sulla crescita della spesa netta. Ci saranno le raccomandazioni. Ci saranno gli ammonimenti. Ci sarà il rituale. Peccato che i numeri raccontino un’altra storia. Nel 2025 la spesa netta italiana è cresciuta dell’1,9%, oltre il limite dell’1,3% fissato dal percorso concordato con Bruxelles. Ma una parte significativa dell’incremento deriva dall’accelerazione nell’utilizzo dei fondi del Pnrr, elemento che le regole europee consentono di sterilizzare nei conteggi. Insomma, anche stavolta la realtà è più complicata delle formule burocratiche.
E come sempre il Semestre europeo si concluderà con il tradizionale elenco delle virtù obbligatorie: innovazione, capitale di rischio, aggregazioni tra imprese, elettrificazione, energie rinnovabili, politiche climatiche e ambientali. Il catalogo delle buone intenzioni non mancherà. Manca invece una risposta convincente alla domanda fondamentale che attraversa tutta questa vicenda. Perché l’Europa considera strategico finanziare la difesa ma non considera altrettanto strategico difendere famiglie e imprese? Una domanda che a Bruxelles preferiscono non sentire.
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(iStock)
Veniamo ai numeri: dalle dichiarazioni dei redditi del 2024, l’Irpef media pagata dagli imprenditori e dai lavoratori autonomi si è attestata a 8.331 euro mentre i dipendenti si sono fermati a 4.215 euro e i pensionati a 4.006. In termini percentuali, significa che le partite Iva versano circa il 98% in più rispetto ai dipendenti e addirittura il 108% in più rispetto ai pensionati.
La normativa delle imposte vede l’evoluzione della flat tax per questa categoria di contribuenti che si è concretizzata nell’innalzamento della soglia massima di ricavi e compensi. Dal 2023 il limite per accedere all’aliquota del 15% (o del 5% per i primi 5 anni) è fissato a 85.000 euro. Partito inizialmente nel 2016 con limiti variabili (da 25.000 a 50.000 euro in base all’attività), il tetto è stato unificato e portato a 65.000 euro nel 2019, per poi subire l’ultimo incremento a 85.000 euro. Il sistema attuale sostituisce l’Irpef progressiva e le relative addizionali regionali/comunali con un’imposta sostitutiva secca. L'imponibile non viene calcolato sui costi reali, ma attraverso specifici coefficienti di redditività legati al codice Ateco.
Il prelievo dell’Irpef sulle partite Iva è superiore da anni. Ad esempio nel 2018, le imposte versate dai lavoratori autonomi sono state pari a 5.091 euro mentre quelle dei dipendenti di 3.927 e quelle dei pensionati di 3.047 euro. Anche allora le partite Iva pagavano il 30% in più di Irpef all’anno rispetto ai dipendenti e il 67% in più di quanto versavano i pensionati. «È importante chiarire questa questione per smentire la tesi molto diffusa secondo la quale in Italia le tasse sono onorate quasi esclusivamente da coloro che subiscono il prelievo alla fonte», afferma il coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, Paolo Zabeo. «Fermo restando che la lotta all’evasione e alla sotto-dichiarazione è una priorità imprescindibile anche tra gli autonomi e ci mancherebbe, non può diventare un alibi per trascurare un dato altrettanto evidente. Mediamente le partite Iva figurano oggi tra i contribuenti più esposti al prelievo fiscale».
Complessivamente i contribuenti Irpef sono 42,5 milioni: di cui 23,8 sono lavoratori dipendenti (56%), 14,5 milioni pensionati (34%) e 3,3 milioni sono partite Iva (8%). Il gettito totale Irpef, è pari a quasi 190 miliardi di euro; di questi, 100,3 miliardi sono prelevati dai dipendenti (53%), 58,1 miliardi dai pensionati (31%) e 27,4 miliardi dai lavoratori autonomi (14%). Il gettito medio dei contribuenti Irpef è di 4.462 euro; tuttavia, se l’importo medio versato all’erario dai pensionati è di 4.006 euro, sale a 4.215 euro per i dipendenti e si attesta a 8.331 euro per gli imprenditori e lavoratori autonomi. Infine, se disaggreghiamo il dato riferito a quest'ultima categoria professionale, emerge che i lavoratori autonomi (ovvero i liberi professionisti) pagano mediamente 21.528 euro di Irpef pro capite, 5.959 euro gli imprenditori (artigiani, commercianti e piccoli imprenditori che nel 80% dei casi lavorano da soli), e 5.616 euro i collaboratori familiari/soci di società di persone. Anche in questi ultimi due casi, il versamento medio è superiore a quello dei pensionati e, in particolare, dei dipendenti che includono anche soggetti con elevati livelli retributivi (come medici, professori universitari, magistrati, dirigenti, manager).
La Cgia lancia una proposta provocatoria: eliminare il sostituto d’imposta. «Tutti i contribuenti sarebbero chiamati a dichiarare e versare in prima persona, aumentando trasparenza e responsabilizzazione. Questo potrebbe ridurre il pregiudizio secondo cui i lavoratori autonomi avrebbero maggiori possibilità di evasione/elusione: al contrario, emergerebbe con maggiore evidenza il reale livello di contribuzione di ciascuna categoria».
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Nel riquadro il vicepresidente comunale di Avs a Firenze, Vincenzo Pizzolo (iStock)
Così come non sembra sufficiente l’alta probabilità che a stretto giro (la giunta ha già approvato una delibera) i vincoli e i paletti (camere singole e cucine da almeno 9 metri quadrati, norme rigide sull’impatto acustico ecc) vengano estesi ad altre 500 e passa strade della cosiddetta “prima cintura” urbana. No a Firenze, la sinistra vuole di più e quel di più è scappato in modo consapevolmente semi-ufficiale al vicepresidente del Consiglio Comunale a Vincenzo Pizzolo.
Il rappresentante del gruppo consiliare AVS-Ecolò che un paio di giorni fa, nel corso di un’accalorata riunione della Commissione Sviluppo, ha apertamente dichiarato la disponibilità dei suoi a sostenere forme di requisizione delle case sfitte. «...Non so se suggerivano una forma di requisizione delle case sfitte», ha replicato a un intervento di alcuni colleghi in aula, «nel caso noi come gruppo consiliare siamo favorevoli, a livello parlamentare abbiamo anche fatto una proposta di legge». Boom.
Quanto c’è da tremare? Per quanti giorni un legittimo proprietario di casa può lasciare il suo immobile «vuoto» prima che arrivi l’esproprio di Stato? Alla fine sarà prevista un’indennità, un risarcimento o neanche quello?
Di primo acchito sembra una provocazione, ma visto che Pizzolo non è un passante ma un rappresentante autorevole della maggioranza di governo in città, è difficile derubricare la faccenda a boutade. E visto che già oggi il capoluogo toscano fa da battistrada nel Paese rispetto alla nuova battaglia rossa contro gli affitti brevi, la cosa diventa seria.
E seriamente la prende anche il vicepresidente del consiglio comunale fiorentino, lato opposizione, Alessandro Draghi di Fdi. «Credo sia allucinante», spiega alla Verità, «proporre di requisire le case sfitte dei nostri concittadini, nemmeno il Venezuela di Maduro era giunto a tanto. La proposta di legge di Avs sulla patrimoniale la conoscevo, la pirateria no! Forse il consigliere Pizzolo è stanco ed ha voglia di vacanze, gli suggerirei Pyongyang, dove magari le sue idee dell’abitare attecchiscono di più».
E a dimostrazione che Venezuela e Corea del Nord possono essere meno distanti di quanto si pensa, va presa sul serio anche la seconda parte dell’esternazione di Pizzolo. A cosa si riferisce l’avvocato di Avs quando dice che «a livello parlamentare abbiamo già fatto una proposta di legge...»?.
Basta fare qualche passo indietro con la memoria per ricordare che non molti mesi fa (eravamo a ottobre 2025), Pd, Avs e M5s avevano presentato quello che potremmo definire l’anti piano Casa che prevedeva la «requisizione temporanea, non per la piccola proprietà, ma per i grandi speculatori che tengono immobili sfitti».
I testimonial della proposta a Montecitorio erano Marco Furfaro, elemento di spicco del Partito Democratico, Marco Grimaldi, pro-Pal di Alleanza Verdi e Sinistra, e Agostino Santillo del Movimento 5 Stelle. «Non è estremismo, piuttosto giustizia abitativa», evidenziava Grimaldi. «Vogliamo trasformare la casa in un diritto reale», sentenziava Furfaro, «perché avere un tetto sopra la testa non è un lusso ma la base della dignità, della sicurezza di ogni persona».
Parole in libertà dietro alle quali si nascondeva un principio decisamente illiberale: il censimento delle case degli italiani con minacce di requisizioni degli immobili vuoti. Oggi Furfaro, Grimaldi e Santillo sono all’opposizione, quindi la proposta resterà sulla carta. Ma domani?
Del resto c’è poco da essere sorpresi. A indicare la direzione dell’esproprio ci ha pensato da tempo fa uno dei nuovi punti di riferimento della sinistra. Da anni ormai Ilaria Salis spiega tra gli applausi dei suoi che «chi entra in una casa disabitata prende senza togliere a nessuno, se non al degrado, al racket e ai palazzinari». «Anche perché», prosegue, «vivere in una casa occupata non è una svolta, non è qualcosa da furbetti. È logorante».
Diciamo che il consigliere fiorentino Pizzolo, ma anche Pd, Avs e Movimento 5 Stelle non stanno facendo altro che estendere i concetti della maestra «ungherese» ad libitum. Dal blocco degli sfratti, dalla resistenza agli sgomberi e dalle pratiche collettive dell’occupazione di case sfitte, siamo passati all’esproprio di Stato.
A ben guardare, la naturale evoluzione della deriva illiberale della sinistra di Elly Schlein.
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