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2018-10-15
Voti in fuga da Baviera e Lussemburgo. Per Merkel e Juncker è batosta elettorale
ANSA
Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa.
Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese.
Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke.
Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu».
Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale».
La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd.
L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera.
Carlo Tarallo
In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato
Giphy
Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze.
Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche.
Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti.
Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti.
Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera.
Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri.
E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto.
Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti.
Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles.
È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi.
Fabio Amendolara
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La Csu, che fa capo alla cancelliera, ottiene il peggior risultato dal 1950: non governerà il land da sola. La scossa arriva fino a Berlino. In picchiata il partito del Commissario Ue. Non lo vuole neppure il Granducato. L'euroburocrate era leader del Csv, che ieri alle elezioni in Lussemburgo ha perso il 12%. Lo speciale contiene due articoli. Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa. Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese. Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke. Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu». Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale». La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd. L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-merkel-saluta-anche-la-baviera-travolta-dallonda-di-verdi-e-destra-2612372317.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-picchiata-il-partito-del-commissario-non-lo-vuole-neppure-il-granducato" data-post-id="2612372317" data-published-at="1769867371" data-use-pagination="False"> In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato Giphy Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze. Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche. Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti. Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti. Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera. Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri. E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto. Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti. Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles. È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi. Fabio Amendolara
Oltre 3mila agricoltori si sono riuniti all’evento di Coldiretti al Parco della Musica, per un confronto sugli impegni europei e sulle sfide da affrontare. L’associazione di categoria denuncia gli aspetti che penalizzano i produttori italiani: «C’è un problema di concorrenza sleale quando non c’è la tracciabilità, quando si siglano accordi di libero scambio che non prevedono le stesse regole» ha dichiarato Ettore Prandini, presidente di Coldiretti.
Kevin Warsh, 55 anni, è il nuovo presidente della Federal Reserve (Ansa)
Il messaggio della Casa Bianca diffuso sui social è tutto miele e celebrazione: Warsh «passerà alla storia come uno dei grandi presidenti della Fed, forse il migliore». Trump lo conosce «da molto tempo». Assicura che «non deluderà mai». Tradotto dal linguaggio presidenziale: fidatevi, questa volta ho scelto bene. In effetti la designazione è meno lineare di quanto sembri. Warsh, 55 anni, curriculum da manuale all’interno del sistema finanziario Usa, è storicamente catalogato come un falco. Uno di quelli che sull’inflazione non scherzano, che guardano con sospetto i tagli dei tassi e che vorrebbero una Fed più snella, con un bilancio ridotto. Non esattamente il profilo ideale per un presidente come Trump che sogna un costo del denaro all’1% e che ha definito Jerome Powell un «idiota» per aver tenuto i tassi troppo alti.
Eppure, proprio qui sta la chiave politica dell’operazione. Perché il Warsh del 2026 non è più il falco del passato. Negli ultimi mesi ha ammorbidito il tono: ha parlato della necessità di abbassare il costo del denaro, invocato addirittura un «cambio di regime» nella politica monetaria. Una trasformazione che lo rende perfetto per Trump: abbastanza ortodosso da non far scattare l’allarme sull’indipendenza della Fed, abbastanza flessibile da non chiudere la porta a futuri tagli.
Un compromesso che non delude i mercati. Il Wall Street Journal, che rappresenta la voce della grande comunità finanziaria Usa parla di una «scelta giusta». Crollano i metalli preziosi. L’oro perde il 10% scivolando ben sotto i 5.000 dollari. Performance peggiore per l’argento che lascia sul parterre il 27% e saluta quota 100 dollari l’oncia. Il messaggio è chiaro: Warsh viene percepito come una nomina «tradizionale». Chi temeva una designazione totalmente asservita al presidente tira un sospiro di sollievo. La Fed non diventerà una succursale della Casa Bianca. Anche per questo Wall Street inciampa: il taglio dei tassi, è rimandato alla primavera e forse anche dopo. Non a caso il dollaro recupera sull’euro portando il cambio sotto 1,19.
Dopo mesi di tensioni, attacchi frontali a Powell e un’inchiesta giudiziaria sulla ristrutturazione della sede della Fed finita nel mirino del Congresso, Trump aveva bisogno di una figura che spegnesse l’incendio senza rinunciare al controllo politico della narrazione. Gli altri due candidati (Rick Rieder, personaggio di spicco di Wall Street, e Christopher Waller, nominato da Trump nel consiglio Fed) erano considerati troppo vicini al presidente. Kevin Hassett, direttore del Consiglio economico nazionale della Casa Bianca, è uscito di scena perché secondo le previsioni rischiava di inciampare nel voto contrario del Senato cui spetta l’ultima parola sulla nomina. Warsh, invece, mette tutti d’accordo: repubblicani, investitori, falchi e colombe.
La sua storia personale è molto indicativa. Laureato a Stanford e ad Harvard. Primo lavoro in Morgan Stanley a 25 anni, la Casa Bianca di George W. Bush come consigliere economico, poi la Fed, dove entra a 35 anni diventando il più giovane governatore di sempre. Nel 2008 è al fianco del mitico governatore Ben Bernanke nel pieno della crisi finanziaria globale. Da allora accademia, consigli di amministrazione, raffinati centri di ricerca economica. Un uomo che conosce i mercati e conosce il potere.
Trump lo voleva già nel 2017. Allora scelse Powell. Tre anni dopo gli chiese, quasi con rammarico: «Perché non hai insistito di più?». Stavolta non ce n’è stato bisogno. Anche perché Warsh è parte di un universo che Trump conosce bene: è sposato con Jane Lauder, erede dell’impero Estée Lauder, figlia di Ronald Lauder, grande finanziatore delle campagne repubblicane e sostenitore di alcune delle più ambiziose idee geopolitiche trumpiane.
Ora la palla passa al Senato, dove la maggioranza è risicata e l’audizione davanti alla Commissione bancaria sarà tutt’altro che una formalità. Ma il segnale politico è già arrivato: Trump ha scelto una Fed che non sia né ostaggio dei falchi né prigioniera delle colombe. Una banca centrale che resti indipendente sulla carta, ma abbastanza disponibile da non intralciare il progetto economico della Casa Bianca. Kevin Warsh, il falco che potrebbe diventare colomba, è la sintesi perfetta di questa ambiguità. E forse, per Trump, è proprio questa la qualità più preziosa.
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Mohammed Hannoun (Ansa)
Il cuore della decisione è nella qualificazione del ruolo attribuito ad Hannoun in quanto finanziatore di Hamas. Per i giudici non si tratta di un simpatizzante, di un militante o di un intermediario occasionale. L’indagato viene collocato all’interno di una rete stabile, strutturata e consapevole, che attraverso associazioni formalmente benefiche ha garantito un flusso continuo di risorse verso Hamas, rafforzandone la capacità di sopravvivenza e di azione. L’ordinanza dedica ampio spazio alla ricostruzione del funzionamento di queste realtà, descritte come strumenti operativi attraverso i quali la raccolta fondi veniva presentata come umanitaria, ma inserita in un contesto di piena consapevolezza della destinazione finale delle risorse. È qui che il tribunale compie una scelta interpretativa netta: il finanziamento non perde rilevanza penale perché veicolato attraverso finalità umanitarie dichiarate, né perché destinato a un’organizzazione che esercita anche funzioni di governo locale.
Il Riesame respinge in modo esplicito il tentativo difensivo di separare l’ala politica, sociale e amministrativa di Hamas dalla sua dimensione terroristica. Secondo il collegio, questa distinzione non regge né sul piano fattuale né su quello giuridico. Hamas viene descritta come soggetto unitario, dotato di una strategia complessiva in cui l’assistenza sociale, la propaganda, il consenso politico e la violenza armata concorrono allo stesso obiettivo. In questo quadro, le associazioni riconducibili ad Hannoun non vengono considerate meri contenitori neutri, ma ingranaggi funzionali di un sistema più ampio, idoneo a garantire continuità finanziaria e copertura operativa.
Un passaggio particolarmente delicato dell’ordinanza riguarda l’utilizzabilità della documentazione acquisita tramite canali di cooperazione internazionale, in particolare quella proveniente dalle autorità israeliane. La difesa aveva sostenuto l’inutilizzabilità dei materiali, evocando il rischio di una prova politicamente orientata e priva delle garanzie proprie del contraddittorio. Il tribunale respinge l’eccezione con una motivazione, che segna un punto fermo: non si è in presenza di atti anonimi o di informazioni occulte, ma di documentazione formalmente trasmessa nell’ambito della cooperazione giudiziaria e investigativa internazionale, acquisita secondo le procedure previste dall’ordinamento italiano. I giudici chiariscono che la provenienza estera degli atti non ne determina automaticamente l’illegittimità, né tantomeno l’inutilizzabilità patologica. La documentazione israeliana che non è anonima, viene considerata un elemento valutabile, soprattutto in fase cautelare, dove il giudizio non è di colpevolezza ma di gravità indiziaria.
Viene inoltre sottolineato come tali atti non siano isolati, ma trovino riscontro e conferma in intercettazioni, flussi finanziari, rapporti associativi e dichiarazioni raccolte in Italia, escludendo che l’impianto accusatorio poggi su fonti unilaterali o non verificabili. In questo senso il tribunale sposta il baricentro dalla polemica sulla fonte alla tenuta complessiva del mosaico indiziario. La fase cautelare, ricordano i giudici, non richiede una prova piena ma una valutazione d’insieme capace di reggere il vaglio di ragionevolezza: non basta smontare un singolo elemento, occorre incrinare l’intero impianto. Ed è proprio qui che la documentazione estera viene ricondotta alla sua funzione processuale di tassello, non di pilastro esclusivo. Il quadro accusatorio prende forma nella convergenza tra conversazioni intercettate, ricostruzione dei rapporti associativi e movimenti di denaro, letti come condotte funzionali a un programma unitario.
Sul piano probatorio, il collegio valorizza la coerenza interna degli elementi raccolti. Le intercettazioni non vengono lette come frammenti isolati o come semplici espressioni retoriche, ma come indicatori di consapevolezza, continuità e condivisione di obiettivi. Il linguaggio utilizzato, i riferimenti alla necessità dei fondi, gli incontri con i vertici di Hamas, il ruolo attribuito ai donatori esteri e la centralità del sostegno economico nella strategia del gruppo jihadista assumono, nella lettura del tribunale, un significato inequivoco, incompatibile con la tesi di una mera attività solidaristica o informativa. Secondo il tribunale del Riesame, le associazioni riconducibili a Mohammed Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. I giudici evidenziano come la raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, fosse caratterizzata da continuità, organizzazione e reiterazione, elementi incompatibili con un’attività episodica o emergenziale. Per i giudici del Riesame le associazioni riconducibili ad Hannoun non operavano come semplici soggetti umanitari, ma come strutture funzionali a un sistema stabile di sostegno economico a Hamas. La raccolta fondi, presentata in forma solidaristica, era caratterizzata da continuità e organizzazione, elementi incompatibili con un’attività episodica. Le risorse venivano ritenute idonee a rafforzare l’organizzazione nel suo complesso. L’ordinanza sottolinea la piena consapevolezza dell’indagato circa la destinazione finale dei fondi e chiarisce che la veste umanitaria non esclude la rilevanza penale della condotta.
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Il ministro a Furci Siculo: «Il ponte? Non possiamo togliere fondi degli stessi siciliani».
«Dal mio sopralluogo emerge la necessità di fare in fretta, tutti i sindaci, tecnici e gli imprenditori mi chiedono soldi, abbiamo messo 100 milioni di euro per l’urgenza, un taglio alla burocrazia». Lo ha affermato il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini a Furci Siculo in provincia di Messina, uno dei Comuni della fascia ionica colpito dal ciclone Harry. «Bisogna rivedere – ha aggiunto – norme vecchie, piani spiagge, valutazione di impatto ambientale, pulizia dei fiumi, barriere, frangiflutti, cose che, se uno dovesse seguire la normativa esistente, tra sei mesi siamo ancora qua a parlare. Sono rimasto colpito dalla devastazione, un conto è seguirlo dall’ufficio e dal ministero, un conto è sorvolare e andare sul posto. Più che dai soldi, anche forte di vecchie esperienze, sono preoccupato dei tempi della burocrazia. Qua la stagione bella è alle porte. Dobbiamo tagliare i tempi della burocrazia per spendere le risorse in fretta».