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2018-10-15
Voti in fuga da Baviera e Lussemburgo. Per Merkel e Juncker è batosta elettorale
ANSA
Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa.
Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese.
Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke.
Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu».
Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale».
La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd.
L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera.
Carlo Tarallo
In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato
Giphy
Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze.
Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche.
Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti.
Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti.
Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera.
Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri.
E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto.
Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti.
Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles.
È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi.
Fabio Amendolara
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La Csu, che fa capo alla cancelliera, ottiene il peggior risultato dal 1950: non governerà il land da sola. La scossa arriva fino a Berlino. In picchiata il partito del Commissario Ue. Non lo vuole neppure il Granducato. L'euroburocrate era leader del Csv, che ieri alle elezioni in Lussemburgo ha perso il 12%. Lo speciale contiene due articoli. Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa. Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese. Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke. Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu». Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale». La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd. L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-merkel-saluta-anche-la-baviera-travolta-dallonda-di-verdi-e-destra-2612372317.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-picchiata-il-partito-del-commissario-non-lo-vuole-neppure-il-granducato" data-post-id="2612372317" data-published-at="1781256746" data-use-pagination="False"> In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato Giphy Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze. Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche. Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti. Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti. Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera. Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri. E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto. Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti. Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles. È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi. Fabio Amendolara
Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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