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2018-10-15
Voti in fuga da Baviera e Lussemburgo. Per Merkel e Juncker è batosta elettorale
ANSA
Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa.
Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese.
Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke.
Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu».
Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale».
La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd.
L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera.
Carlo Tarallo
In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato
Giphy
Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze.
Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche.
Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti.
Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti.
Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera.
Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri.
E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto.
Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti.
Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles.
È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi.
Fabio Amendolara
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La Csu, che fa capo alla cancelliera, ottiene il peggior risultato dal 1950: non governerà il land da sola. La scossa arriva fino a Berlino. In picchiata il partito del Commissario Ue. Non lo vuole neppure il Granducato. L'euroburocrate era leader del Csv, che ieri alle elezioni in Lussemburgo ha perso il 12%. Lo speciale contiene due articoli. Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa. Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese. Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke. Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu». Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale». La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd. L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera. 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Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche. Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti. Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti. Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera. Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri. E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto. Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti. Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles. È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi. Fabio Amendolara
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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