True
2018-10-15
Voti in fuga da Baviera e Lussemburgo. Per Merkel e Juncker è batosta elettorale
ANSA
Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa.
Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese.
Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke.
Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu».
Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale».
La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd.
L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera.
Carlo Tarallo
In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato
Giphy
Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze.
Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche.
Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti.
Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti.
Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera.
Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri.
E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto.
Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti.
Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles.
È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi.
Fabio Amendolara
Continua a leggereRiduci
La Csu, che fa capo alla cancelliera, ottiene il peggior risultato dal 1950: non governerà il land da sola. La scossa arriva fino a Berlino. In picchiata il partito del Commissario Ue. Non lo vuole neppure il Granducato. L'euroburocrate era leader del Csv, che ieri alle elezioni in Lussemburgo ha perso il 12%. Lo speciale contiene due articoli. Domenica amarissima quella di ieri per Angela Merkel: le elezioni in Baviera, il land più ricco della Germania, segnano la sconfitta netta della Csu, partito gemello della Cdu, la forza politica della cancelliera. Crolla anche la Spd, volano i Verdi, si ferma all'11% l'estrema destra di Alternative Für Deutschland (Afd), che fa registrare un buon risultato ed entra per la prima volta nel Landestag, ma non consegue il boom che qualcuno si aspettava. Altissima l'affluenza: ha votato il 72,5% dei 9 milioni e mezzo di elettori chiamati alle urne, nel 2013 il dato si era fermato al 63,3%. Grande incertezza per la formazione del nuovo governo: la Csu resta il primo partito, ma dovrà dare vita a una coalizione per ottenere la maggioranza necessaria per dare vita a un esecutivo. La Csu, emanazione bavarese della Cdu, ottiene il 35,7% e perde ben 12 punti rispetto al 2013, quando ottenne la maggioranza assoluta parlamentare con il 47,7%. Un calo vertiginoso di consensi per il partito che governa la Baviera, ininterrottamente, dal 1962. Il risultato di ieri, per la Csu, è il peggiore dal 1950. La Csu è il partito del ministro dell'Interno tedesco, Horst Seehofer, paladino dei «movimenti secondari» degli immigrati. Il governatore uscente, Markos Soeder, che si ricandidava alla presidenza, ha pagato, secondo gli analisti, le contraddizioni interne alla grande coalizione che governa Berlino, oltre al calo di popolarità della Merkel e alle continue frizioni interne al partito, in particolare con Seehofer. Va malissimo anche la Spd: i socialdemocratici si fermano a un misero 9,5%, dimezzando i voti rispetto al 20,6% di 5 anni fa. Passiamo ai partiti che possono cantare vittoria. Un vero e proprio trionfo per i Verdi, che ottengono uno straordinario risultato con il 18,7%, rispetto all'8,6% delle scorse elezioni. «Un risultato storico» per la leader Katharina Schulze, che a 33 anni è riuscita a imporre il suo stile tutto social network e sorrisi: selfie a raffica e smartphone sempre a portata di mano. I Verdi sono ora la seconda forza politica nel parlamento bavarese. Con l'11,1% dei voti entra per la prima volta nel parlamento della Baviera il partito di estrema destra Afd, che tuttavia rimane sotto le aspettative. Secondo le prime analisi dei flussi elettorali, Afd ha prosciugato la Csu. Ottimo il risultato dei Freie Waehler, i «liberi elettori», un movimento di protesta bavarese con connotazioni di destra, che ottengono l'11,6%. Il Partito liberaldemocratico (Fdp) con il 5,1%, supera di un soffio la soglia del 5% necessaria per ottenere seggi. Sotto questa soglia, con un misero 3,3%, si ferma la sinistra della Linke. Amaro il commento del leader della Csu bavarese, Horst Seehofer: «Sono abbattuto per il risultato elettorale», ha detto Seehofer, ex governatore, «quando io ero qui era qualcosa di diverso, ma d'altra parte abbiamo avuto un chiaro segnale per formare il governo. Lavoreremo per capire da dove viene questo risultato». Il governatore uscente, Markus Soeder, commenta: «Non è un giorno facile per la Csu. Per noi questo è un risultato doloroso. Lo accettiamo e ci confrontiamo. Lo analizzeremo. Ma una cosa è chiara: non solo siamo il partito più forte, ma abbiamo anche un chiaro mandato a governare. Adesso bisogna costruire un governo stabile per la Baviera. Parleremo con tutti i partiti, ma non tratteremo con Afd». Che replica prontamente: «Chi oggi ha votato Afd», risponde a stretto giro Alice Weidel, leader del partito di estrema destra, «ha anche detto che la Merkel deve andare via. Liberate la strada per le nuove elezioni». E ancora: «Con questo risultato», aggiunge Joerg Meuthen, esponente di Afd, «abbiamo fatto registrare l'aumento più significativo di tutti. I Freie Waeehler hanno costituito una forte concorrenza per la destra in Baviera. Non è realistico trattare per una coalizione con la Csu». Aria funerea al quartier generale dei socialdemocratici della Spd: «È una sconfitta molto amara», commenta il segretario generale del partito, Lars Klingbeil, «per il nostro movimento. Analizzeremo questi risultati in Baviera e a Berlino. Quel che già si può dire è che si tratta di un chiaro segnale al governo di federale». La Csu, dunque, pur terribilmente ridimensionata dal voto di ieri, si ripropone alla guida della Baviera, ma avrà bisogno di trovare alleanze. Quali sono le coalizioni possibili per il futuro della regione? In teoria - e dal punto di vista numerico - sarebbe possibile una maggioranza composta da Spd, Verdi, Fw e Fdp, che escluderebbe sia Csu sia Afd, ma la prospettiva, dal punto di vista politico, è molto remota, praticamente impossibile. L'ipotesi di coalizione più gettonata, ieri sera, era quella Csu-Verdi; in alternativa, la Csu potrebbe governare insieme Freie Waehler e Fpd. L'unica certezza è che gli elettori bavaresi hanno lanciato un chiarissimo segnale di dissenso alle due forze che governano a Berlino: la Cdu e la Spd. Il crollo dei due partiti tradizionali potrebbe avere ripercussioni anche sulla stabilità del governo tedesco centrale. Le prossime settimane diranno se Angela Merkel riuscirà a superare anche questa bufera. Carlo Tarallo<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/la-merkel-saluta-anche-la-baviera-travolta-dallonda-di-verdi-e-destra-2612372317.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="in-picchiata-il-partito-del-commissario-non-lo-vuole-neppure-il-granducato" data-post-id="2612372317" data-published-at="1772864885" data-use-pagination="False"> In picchiata il partito del Commissario. Non lo vuole neppure il Granducato Giphy Alle elezioni del Granducato il tonfo è pesante per Jean Claude Juncker e per il suo Partito popolare cristiano sociale, in sigla Csv. Con molta probabilità governerà, ma sarà costretto a stringere alleanze. Csv ai dati parziali è primo, ma crolla al 35,5% (47,7% nel 2013) e perde la maggioranza assoluta, stando agli exit poll delle 18 di ieri divulgati da Ard (il consorzio lussemburghese delle emittenti di radiodiffusione). Unica circoscrizione scrutinata completamente è quella dell'Est, dove il Csv perde 7 punti rispetto al 2013 ed elegge tre parlamentari. Per governare, insomma, se i risultati dovessero confermare le proiezioni parziali, il partito di Junker dovrà scendere a miti consigli con altre forze politiche. Ps progredisce dal 18,63% al 20,66%, pur mantenendo due eletti. Déi Gréng è il terzo partito, con una buona progressione di oltre 3 punti, attestandosi al 16,52%. Lsap riesce a mandare in Parlamento un eletto ma scende al 12,88%, perdendo 1,71 punti. Nelle liste Csv, stando ai risultati parziali, sono stati eletti Françoise Hetto Gaasch, il più votato dell'Est, Octavie Modert e Léon Gloden. Per la Ps, Lex Delles e Gilles Baum andranno alla Camera. Urne chiuse alle 14, dove circa 256.000 elettori erano chiamati a eleggere i 60 deputati del Granducato. Gli aventi diritto al voto sono meno del 43% della popolazione residente e i lussemburghesi hanno rifiutato nel 2015 di concedere il diritto di voto agli stranieri. E alla fine quindi pare che i sondaggi abbiano toppato: le intenzioni di voto piazzavano i socialcristiani in testa e di molto. Juncker è in politica da oltre quarant'anni e ha sempre militato nel Partito popolare cristiano sociale. Per quasi vent'anni è stato primo ministro del suo Paese, ma nel 2013 ha dovuto rassegnare le dimissioni per uno scandalo a base di intercettazioni illegali e dossieraggi dei servizi segreti. Gli 007 del Granducato per anni avrebbero spiato e schedato illegalmente decine di migliaia di persone. Come era immaginabile il suo partito fu bastonato dagli elettori e Juncker fu spedito in Europa. Il Partito popolare europeo lo candidò alla guida dell'Unione europea. E così Juncker si è trovato sconfitto in patria, ma vincente a Bruxelles. È un tonfo quello di ieri che fa rumore in Europa, dove il nome di Juncker pesa, grazie anche agli incarichi da manovratore che ricopre da anni: è stato governatore del Fondo monetario internazionale, responsabile della Banca europea per la ricostruzione e per lo sviluppo e nel 2005 è diventato il primo presidente permanente dell'Eurogruppo, la riunione informale dei ministri dell'Economia dei Paesi che hanno adottato l'euro. Durante la sua presidenza, Juncker ha dovuto gestire il pasticcio della mancata ratifica della Costituzione Europea (una specie di testo unico che doveva riunire i trattati europei già in vigore, poi abbandonato nel 2009), le complicate trattative per la gestione del bilancio dell'Unione e negli ultimi anni anche la crisi economica che ha interessato i Paesi europei. Ora il partito del presidente Juncker cercherà di non farsi sfuggire di mano lo scettro del comando. E già dalle prime dichiarazioni, con urne ancora non completamente scrutinate, è evidente la linea: governare, costi quel che costi. Fabio Amendolara
Massimo D'Alema nel 1999 (Getty Images)
Tuttavia, come ha ricordato Giorgio Gandola su queste pagine, qualcuno fra i compagni deve aver dimenticato quando, con Massimo D’Alema a Palazzo Chigi, l’Italia non solo concesse ad americani e Nato le basi per attaccare la Serbia, ma partecipò a una guerra senza neppure informare il Parlamento. E il primo ad averlo scordato a quanto pare è proprio l’ex premier, il quale, rispondendo al ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha sostenuto che la missione umanitaria del 1999 fu autorizzata da un voto delle Camere a cui partecipò, dando voto favorevole, persino Silvio Berlusconi. Sì, è vero, ma a cose fatte. Ovvero ad aerei decollati e rientrati alla base dopo aver bombardato Belgrado. Il tutto alle spalle degli italiani.
Non lo dico io: lo testimoniano gli atti parlamentari. Infatti, è sufficiente confrontare la data della seduta in cui D’Alema, divenuto premier da pochi mesi, informò il Parlamento della missione contro la Serbia. Il dibattito iniziò alle 14.05 del 26 marzo del 1999, con il seguente ordine del giorno: «Comunicazioni del governo e discussione delle mozioni Comino, Armando Cossutta, Pisanu e Bertinotti sulla crisi in Kosovo». Sì, proprio così: ufficialmente si parlò della crisi in Kosovo, ma in realtà quella discussione, e il voto che ne seguì, serviva a dare una parvenza di legalità ai bombardamenti in corso da due giorni. Già, perché gli aerei della Nato cominciarono a sganciare ordigni a grappolo il 24 marzo.
Del resto, che tutto fosse stato fatto in gran segreto, nascondendo agli italiani, e dunque alle Camere, ciò che il governo di D’Alema stava facendo, lo ha raccontato tempo fa l’ex comandante di Stato Maggiore della Difesa e comandante delle nostre Forze armate, il generale Mario Arpino. Ricordando quei giorni, l’alto ufficiale ha svelato non soltanto che c’era l’ordine di non parlare di operazioni di attacco, ma solo di difesa, ma ha rammentato una telefonata che ricevette in quelle ore da Sergio Mattarella, ai tempi vicepresidente del Consiglio: «Ho saputo che un suo dipendente, il comandante del gruppo Tornado di Piacenza, al rientro della squadriglia dalla missione ha rilasciato un’intervista dove ha raccontato di aver lanciato missili contro postazioni radar serbe… È inammissibile. La ritengo personalmente responsabile…». «In effetti», ha ricostruito Arpino, «era successo che il comandante dell’analogo gruppo della Luftwaffe ospitato sulla base, che non aveva alcuna restrizione nei confronti dei media, avesse ammesso il lancio di missili antiradar. D’altro canto, l’intervista era congiunta, e il comandante italiano non aveva altra scelta che associarsi.
I contadini, interrogati dai giornalisti ai margini della rete aeroportuale, avevano del resto già raccontato di aver visto i Tornado italiani e tedeschi partire con i missili e ritornare senza…». Cioè Mattarella, che del governo era il vice presidente, intimava il silenzio sulle operazioni militari ad attacco già avviato, mentre D’Alema alla Camera sosteneva che «il contributo specifico delle Forze armate italiane era limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale». E su quello il Parlamento votò.
Ma per capire l’ipocrisia della sinistra riguardo all’uso di basi militari e il richiamo alla Costituzione che ripudia la guerra, credo sia utile rileggere alcuni passaggi della lettera che Carlo Scognamiglio, all’epoca ministro della Difesa, scrisse al Corriere due anni dopo. Il titolo dell’intervento già dice tutto: «Il governo D’Alema nacque per rispettare gli impegni Nato», cioè per bombardare la Serbia. «Serviva un governo che garantisse alle Forze armate italiane la possibilità di assolvere con dignità i propri compiti nell’Alleanza di fronte all’imminenza di un conflitto» ricordava Scognamiglio. E D’Alema «il 24 marzo si assunse la responsabilità di acconsentire l’inizio delle ostilità». Serve altro per strappare il velo di ipocrisia? Beh, una perla è la frase con cui Scognamiglio in un’intervista definì curiosamente l’attività dei nostri Tornado come «difesa integrata». Bombardavamo, ma per difenderci da un nemico che non ci aveva attaccato e per integrarci, o meglio per adeguarci, alle decisioni prese da Bill Clinton. E adesso, 27 anni dopo, perfino la sosta degli aerei in una base aerea americana in Italia diventa, per la sinistra, una violazione della Costituzione.
Continua a leggereRiduci
Getty Images
Ma è tutto fermo. Fino a marzo possiamo stare tranquilli per le forniture. Da aprile si vedrà, sostengono i manager del settore. Risultato: il Brent, ovvero il greggio europeo, è rincarato del 25% da venerdì scorso a oltre 92 dollari al barile, il gas ad Amsterdam del 65% in una settimana a 52 euro per megawattora, la benzina e il gasolio hanno visto un balzo di poco inferiore al 20%. E ora attendiamo l’effetto caro-gas sulle bollette del metano e soprattutto dell’energia elettrica, dato che dal gas dipende circa metà della produzione elettrica italiana. Le stime parlano di possibili aumenti della bolletta energetica tra 250 e 300 euro annui per famiglia, nel caso le quotazioni non calassero. Per le imprese il peso potrebbe essere ancora più rilevante: un’azienda con consumi pari a un milione di kilowattora all’anno potrebbe affrontare rincari fino a 30.000 euro.
Consumi energetici più cari vuol dire più inflazione. Secondo il Codacons, se la crisi dovesse tradursi in un aumento complessivo dei prezzi di un punto percentuale, la spesa annua di una famiglia con due figli crescerebbe di circa 457 euro a parità di consumi. Questo aggravio si sommerebbe al carovita già acquisito nel 2026, pari all’1,1% secondo l’Istat, portando il conto complessivo per lo stesso nucleo familiare a circa 959 euro in più all’anno.
Dal caro carburanti infatti scatta tutta una filiera di aumenti. Secondo le stime di Cna Fita, l’incremento dei prezzi alla pompa registrato negli ultimi giorni si traduce già in un aggravio di oltre 2.400 euro l’anno per un mezzo pesante che percorre 100.000 chilometri. Se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero proseguire, gli autotrasportatori potrebbero trovarsi di fronte a un rincaro ulteriore di circa 0,445 euro al litro, pari a un aumento del 25%, con un costo aggiuntivo di circa 13.000 euro annui per ogni camion. L’impatto si estende anche al settore dei trasporti aerei. L’interruzione delle forniture dal Golfo ha fatto impennare il prezzo del carburante per l’aviazione di oltre l’80%. Prima degli attacchi il carburante per aerei nell’Europa Nord-occidentale costava circa 830 dollari a tonnellata, ora ha superato i 1.500 dollari. Si tratta dei livelli più alti dal 2022, quando i mercati furono scossi dall’invasione russa dell’Ucraina. Secondo gli analisti, se i costi resteranno elevati le compagnie aeree potrebbero trasferire gli aumenti sui biglietti, con tariffe più alte in vista delle vacanze estive. Più o meno un 10%, considerando che il carburante vale un quarto del biglietto finale.
Gli effetti potrebbero arrivare però rapidamente anche sugli scaffali dei supermercati. L’associazione di consumatori Codici stima che un aumento dei carburanti tra il 2% e il 3% possa generare nel breve periodo rincari dei prezzi alimentari tra lo 0,5% e l’1,5%. In questo scenario la spesa alimentare delle famiglie italiane potrebbe crescere di circa 20-40 euro al mese entro la fine di marzo, con aumenti che riguarderebbero soprattutto ortofrutta fresca, latticini, carne e prodotti legati alla filiera cerealicola.
Nel settore agricolo le tensioni internazionali stanno già incidendo sui costi di produzione. Confagricoltura segnala aumenti rapidi dei prezzi dei fertilizzanti e ovviamente dei carburanti, con punte superiori al 30%, con immaginabili effetti sui prezzi finali. Gianclaudio Torlizzi di T-Commodity ricorda che «dopo lo scoppio della guerra tra Russia e Ucraina, il petrolio passò da 68 a 94 dollari al barile, un aumento del 37%. Nello stesso periodo i prezzi alimentari globali salirono del 15%». Ci siamo quasi.
Le tensioni geopolitiche stanno influenzando anche alcune materie prime industriali. I future sull’alluminio sono saliti fino a 3.350 dollari a tonnellata, il livello più alto degli ultimi quattro anni, e parliamo di un metallo leggero e resistente alla corrosione comunemente utilizzato in settori come l’edilizia, i trasporti e l’imballaggio. Corre pure il prezzo del tanto vituperato carbone che ha raggiunto i 138 dollari a tonnellata, massimo da 15 mesi, spinto dalla maggiore domanda di combustibili alternativi dopo le chiusure in Qatar.
Gli analisti dunque avvertono che una crisi energetica prolungata potrebbe riportare l’inflazione su livelli più elevati. Secondo Ing Direct, se il conflitto dovesse protrarsi per diverse settimane l’inflazione potrebbe tornare intorno al 2,5% nell’eurozona, col rischio che la Bce rialzi i tassi. «Nel breve periodo, il recente aumento dei prezzi dell’energia seguito alle tensioni in Iran rende più incerto il percorso dell’inflazione», minaccia Isabel Schnabel, membro del consiglio esecutivo Bce. Ci mancherebbe solo l’aumento del costo del denaro. Allora sì che, come dopo il 2022, pagheremmo mutui e prestiti più cari, di fatto non fermando più l’inflazione e ammazzando definitivamente il potere d’acquisto degli italiani.
Continua a leggereRiduci
Il ministro per la Famiglia e le Pari opportunità interviene sulla vicenda della famiglia Trevallion: «I giudici facciano un passano indietro rispetto alla decisione presa di separare la madre dai tre bambini».