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2022-09-27
La maledizione di Silvio colpisce ancora chi lo lascia. Lui cerca una poltrona vip
Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini (Ansa)
Per la settecentesima volta dalla sua discesa in campo è stato dato politicamente per morto, e per la settecentesima volta invece è vivo e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi torna in Senato, nove anni dopo la decadenza votata dalla sinistra per la legge Severino, e può, anzi deve essere inserito tra i vincitori delle elezioni politiche 2022. Quell’8% conquistato dopo la scissione della pattuglia ministeriale guidata da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini ha il sapore dolce della ennesima rivincita di un uomo che, come accaduto molto, troppo spesso, gli osservatori politici prendono in giro, mentre è lui che prende in giro tutti.
È sbarcato su Tiktok e ha subito sbancato il social dei giovani tra barzellette e mosche schiacciate in diretta, ha dichiarato di voler sorpassare la Lega e per poco non ci è riuscito, sarà determinante per la tenuta della maggioranza, è riuscito a far rieleggere alla Camera la (quasi) moglie, Marta Fascina, nel collegio uninominale di Marsala, in Sicilia, ma soprattutto ha dimostrato che la maledizione di Gianfranco Fini, ovvero di chi lascia Silvio, è una scienza esatta: il sedicente terzo polo è dietro Forza Italia, contro tutti i pronostici della vigilia, e c’è da giurare che il suo ritorno a Palazzo Madama sarà l’evento più fotografato e commentato del giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento.
«Forza Italia», scrive Silvione su Instagram, «si conferma decisiva per il successo del centrodestra e determinante per la formazione del prossimo governo. Ancora una volta, ho messo il mio impegno al servizio dell’Italia, del Paese che amo. Vi ringrazio per la fiducia». «L’Italia, il Paese che amo», ed è subito 1994, discesa in campo, primo trionfo. «Il risultato della nostra coalizione», aggiunge Berlusconi, «premia la coerenza e la credibilità di un’alleanza vera, che sono orgoglioso di avere fondato 28 anni fa e alla quale gli italiani hanno di nuovo affidato la responsabilità di governo del Paese. Faccio i miei complimenti a Giorgia Meloni per l’eccellente risultato», sottolinea il Cav, «e ringrazio Matteo Salvini per il suo impegno come sempre generoso e leale in campagna elettorale. Un buon rapporto con i nostri storici alleati degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Unione Europea», argomenta il Cav, «è essenziale. Allo stesso modo, ci consideriamo impegnati dagli elettori a far valere nel centrodestra di governo i principi liberali, cristiani, garantisti che sono alla base del nostro impegno politico».
Sprizza soddisfazione da tutti i pori la senatrice Licia Ronzulli, che insieme ad Antonio Tajani ha guidato il partito in campagna elettorale, ovviamente sempre un passo indietro rispetto al Cav: «Il leone ha ruggito ancora!!», scrive Licia sui social, postando una foto che la ritrae insieme alla Fascina, ad altri parlamentari azzurri, e naturalmente a Berlusconi, raggiante con il pollice all’insù.
Il centro del centrodestra è in piena salute, e arrivano i complimenti dal Partito popolare europeo: «Siamo fiduciosi», twitta il Ppe, «che Forza Italia guiderà il prossimo governo in un percorso al servizio dei migliori interessi del popolo italiano come parte di un’Europa forte e stabile. L’Italia è un’ancora per l’Europa e il nostro partito una bussola per i valori europeisti». Leggi Ppe e pensi a Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, eletto alla Camera, il cui curriculum somiglia molto a quello di un prossimo ministro degli Esteri: «Per la prima volta», scrive Tajani sui social, «sarà un privilegio servire l’Italia qui da Montecitorio. Ringrazio Silvio Berlusconi, tutti i militanti di Forza Italia che non si sono mai risparmiati in questa campagna elettorale».
È riuscita a essere rieletta, vincendo l’uninominale in Basilicata, Maria Elisabetta Alberti Casellati, veneta doc, eppure spedita nelle terre lucane a conquistarsi il seggio a causa dell’ostracismo nei suoi confronti di Anna Maria Bernini, bolognese, che si è fatta paracadutare in Veneto per fare un dispetto alla presidente del Senato: «L’Italia», ha commentato la Casellati, «ha scelto il centrodestra. È una vittoria straordinaria, con cui Forza Italia si conferma ancora una volta determinante. Un grazie speciale ai lucani che hanno creduto in me. La Basilicata», ha aggiunto la Casellati, «mi ha accolto con affetto e io non lo dimenticherò».
Il Sud ha premiato ancora una volta Forza Italia, e non a caso: Berlusconi ha sempre avuto un feeling particolare con il meridione, e in particolare con Napoli (la Fascina, tra l’altro, ricordiamolo sempre, è di Portici). Proprio in Campania Forza Italia raggiunge la percentuale più alta d’Italia dopo la Calabria, sfiorando l’11% nonostante la diaspora di tanti esponenti locali di primo piano verso Azione e Italia viva. Merito della capacità organizzativa del commissario regionale, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, che esulta: «Un risultato straordinario, abbiamo ricostruito una comunità in poche settimane, abbiamo mobilitato militanti e dirigenti e siamo solo all’inizio».
Vince Schifani, boom di «Scateno»
Renato Schifani stravince in Sicilia confermando la tendenza positiva del centrodestra in tutto il Paese. Il vantaggio su Cateno De Luca è ampio, ma il fenomeno di «Scateno», come lo chiamano in Sicilia, è impressionante. Tanto che nella sua Messina ottiene sia il collegio della Camera sia quello del Senato. La sfida al terzo posto è un testa a testa fino alla fine con i candidati di Pd (Caterina Chinnici) e Movimento 5 stelle (Nuccio Di Paola) che si rincorrono a vicenda scartandosi di pochi voti.
I due partiti si erano presentati insieme con tanto di primarie per eleggere un candidato comune. Elezioni che avevano portato alla vittoria di Caterina Chinnici. Sembrava fosse andato tutto liscio, ma dopo la caduta del governo nazionale per mano dei grillini, i rapporti sono velocemente precipitati per portare a uno strappo finale voluto da Giuseppe Conte. Il Pd lo ha accusato di lasciare l’alleanza in Sicilia per un mero calcolo elettorale, ma il leader pentastellato si è difeso dicendo che le personalità proposte dai dem erano incandidabili. Il segretario regionale del Pd, Anthony Emanuele Barbagallo, in tutta risposta ha minacciato di arrivare alle carte bollate per il danno causato dallo strappo arrivato all’ultimo minuto.
Insomma, prima di questo voto in Sicilia si è consumato un vero e proprio psicodramma, una guerra dei Roses tra Pd e Movimento 5 stelle che ha portato a un suicidio di fatto. A favorirne il super candidato del centrodestra, Renato Schifani. Dopo lo scrutinio notturno per il Parlamento nazionale, le urne regionali siciliane sono state aperte ieri alle 14 e lo spoglio è andato avanti lentamente per tutto il pomeriggio, ma già dalle prime proiezioni il risultato del primo e del secondo posto, almeno, sono sembrati chiari, con Schifani che potrebbe superare il 40% dei voti.
Cateno De Luca è deluso per la sconfitta: «Io ho perso. Ma non credo che i siciliani abbiano vinto ...», ha scritto su Facebook annunciando una diretta Fb in serata da Piazza Matrice a Fiumedinisi. Il candidato alla presidenza di Sicilia Vera ha atteso i dati reali dello spoglio definendo «farlocchi» i dati degli exit poll.
Schifani invece celebra la vittoria: «Questo è un successo di tutto il centrodestra», commenta il neopresidente della Regione Sicilia in una conferenza stampa a Palermo. «Ci sarà una maggiorata abbastanza qualificata che rafforzerà l’azione di governo perché tutti i partiti avranno pari dignità», ha detto prima di «ringraziare Silvio Berlusconi» e aggiungere: «Amo la Sicilia, che non ho lasciato nemmeno quando ero presidente del Senato. Chiedo ai siciliani di avere un pizzico di pazienza, ma non accetterò mediazioni al ribasso. Abbraccio l’impegno senza se e senza ma».
Quanto ai singoli partiti, le proiezioni attribuiscono a Fratelli d’Italia il 15,8%, al Movimento 5 stelle il 15,4%, e a Sud chiama Nord il 15%. L’affluenza in Sicilia si conferma bassa come in tutto il Sud Italia: ha votato il 48,6% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali nel 2017 aveva votato il 46,7%: in quell’occasione però le elezioni non erano appaiate alle politiche.
Con il presidente si rinnova l’intero Parlamento (così si chiama l’assemblea regionale siciliana): si tratta di 70 deputati, 62 eletti con metodo proporzionale con annessa soglia di sbarramento al 5%, sei assegnati al listino del candidato presidente vittorioso, uno al presidente stesso e uno al candidato governatore arrivato secondo nelle preferenze.
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Per Gelmini, Carfagna e Brunetta lo stesso destino toccato a Fini: cancellati. Invece il Cav torna a Palazzo Madama dopo l’estromissione del 2013. Conferme per tutti i big.Schifani conquista la Regione Sicilia, la Chinnici (Pd) solo terza. Cateno De Luca si consola con due seggi in Parlamento per il suo partito personale.Lo speciale contiene due articoli.Per la settecentesima volta dalla sua discesa in campo è stato dato politicamente per morto, e per la settecentesima volta invece è vivo e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi torna in Senato, nove anni dopo la decadenza votata dalla sinistra per la legge Severino, e può, anzi deve essere inserito tra i vincitori delle elezioni politiche 2022. Quell’8% conquistato dopo la scissione della pattuglia ministeriale guidata da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini ha il sapore dolce della ennesima rivincita di un uomo che, come accaduto molto, troppo spesso, gli osservatori politici prendono in giro, mentre è lui che prende in giro tutti. È sbarcato su Tiktok e ha subito sbancato il social dei giovani tra barzellette e mosche schiacciate in diretta, ha dichiarato di voler sorpassare la Lega e per poco non ci è riuscito, sarà determinante per la tenuta della maggioranza, è riuscito a far rieleggere alla Camera la (quasi) moglie, Marta Fascina, nel collegio uninominale di Marsala, in Sicilia, ma soprattutto ha dimostrato che la maledizione di Gianfranco Fini, ovvero di chi lascia Silvio, è una scienza esatta: il sedicente terzo polo è dietro Forza Italia, contro tutti i pronostici della vigilia, e c’è da giurare che il suo ritorno a Palazzo Madama sarà l’evento più fotografato e commentato del giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento. «Forza Italia», scrive Silvione su Instagram, «si conferma decisiva per il successo del centrodestra e determinante per la formazione del prossimo governo. Ancora una volta, ho messo il mio impegno al servizio dell’Italia, del Paese che amo. Vi ringrazio per la fiducia». «L’Italia, il Paese che amo», ed è subito 1994, discesa in campo, primo trionfo. «Il risultato della nostra coalizione», aggiunge Berlusconi, «premia la coerenza e la credibilità di un’alleanza vera, che sono orgoglioso di avere fondato 28 anni fa e alla quale gli italiani hanno di nuovo affidato la responsabilità di governo del Paese. Faccio i miei complimenti a Giorgia Meloni per l’eccellente risultato», sottolinea il Cav, «e ringrazio Matteo Salvini per il suo impegno come sempre generoso e leale in campagna elettorale. Un buon rapporto con i nostri storici alleati degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Unione Europea», argomenta il Cav, «è essenziale. Allo stesso modo, ci consideriamo impegnati dagli elettori a far valere nel centrodestra di governo i principi liberali, cristiani, garantisti che sono alla base del nostro impegno politico». Sprizza soddisfazione da tutti i pori la senatrice Licia Ronzulli, che insieme ad Antonio Tajani ha guidato il partito in campagna elettorale, ovviamente sempre un passo indietro rispetto al Cav: «Il leone ha ruggito ancora!!», scrive Licia sui social, postando una foto che la ritrae insieme alla Fascina, ad altri parlamentari azzurri, e naturalmente a Berlusconi, raggiante con il pollice all’insù. Il centro del centrodestra è in piena salute, e arrivano i complimenti dal Partito popolare europeo: «Siamo fiduciosi», twitta il Ppe, «che Forza Italia guiderà il prossimo governo in un percorso al servizio dei migliori interessi del popolo italiano come parte di un’Europa forte e stabile. L’Italia è un’ancora per l’Europa e il nostro partito una bussola per i valori europeisti». Leggi Ppe e pensi a Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, eletto alla Camera, il cui curriculum somiglia molto a quello di un prossimo ministro degli Esteri: «Per la prima volta», scrive Tajani sui social, «sarà un privilegio servire l’Italia qui da Montecitorio. Ringrazio Silvio Berlusconi, tutti i militanti di Forza Italia che non si sono mai risparmiati in questa campagna elettorale». È riuscita a essere rieletta, vincendo l’uninominale in Basilicata, Maria Elisabetta Alberti Casellati, veneta doc, eppure spedita nelle terre lucane a conquistarsi il seggio a causa dell’ostracismo nei suoi confronti di Anna Maria Bernini, bolognese, che si è fatta paracadutare in Veneto per fare un dispetto alla presidente del Senato: «L’Italia», ha commentato la Casellati, «ha scelto il centrodestra. È una vittoria straordinaria, con cui Forza Italia si conferma ancora una volta determinante. Un grazie speciale ai lucani che hanno creduto in me. La Basilicata», ha aggiunto la Casellati, «mi ha accolto con affetto e io non lo dimenticherò». Il Sud ha premiato ancora una volta Forza Italia, e non a caso: Berlusconi ha sempre avuto un feeling particolare con il meridione, e in particolare con Napoli (la Fascina, tra l’altro, ricordiamolo sempre, è di Portici). Proprio in Campania Forza Italia raggiunge la percentuale più alta d’Italia dopo la Calabria, sfiorando l’11% nonostante la diaspora di tanti esponenti locali di primo piano verso Azione e Italia viva. Merito della capacità organizzativa del commissario regionale, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, che esulta: «Un risultato straordinario, abbiamo ricostruito una comunità in poche settimane, abbiamo mobilitato militanti e dirigenti e siamo solo all’inizio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-maledizione-di-silvio-colpisce-ancora-chi-lo-lascia-lui-cerca-una-poltrona-vip-2658345024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vince-schifani-boom-di-scateno" data-post-id="2658345024" data-published-at="1664273460" data-use-pagination="False"> Vince Schifani, boom di «Scateno» Renato Schifani stravince in Sicilia confermando la tendenza positiva del centrodestra in tutto il Paese. Il vantaggio su Cateno De Luca è ampio, ma il fenomeno di «Scateno», come lo chiamano in Sicilia, è impressionante. Tanto che nella sua Messina ottiene sia il collegio della Camera sia quello del Senato. La sfida al terzo posto è un testa a testa fino alla fine con i candidati di Pd (Caterina Chinnici) e Movimento 5 stelle (Nuccio Di Paola) che si rincorrono a vicenda scartandosi di pochi voti. I due partiti si erano presentati insieme con tanto di primarie per eleggere un candidato comune. Elezioni che avevano portato alla vittoria di Caterina Chinnici. Sembrava fosse andato tutto liscio, ma dopo la caduta del governo nazionale per mano dei grillini, i rapporti sono velocemente precipitati per portare a uno strappo finale voluto da Giuseppe Conte. Il Pd lo ha accusato di lasciare l’alleanza in Sicilia per un mero calcolo elettorale, ma il leader pentastellato si è difeso dicendo che le personalità proposte dai dem erano incandidabili. Il segretario regionale del Pd, Anthony Emanuele Barbagallo, in tutta risposta ha minacciato di arrivare alle carte bollate per il danno causato dallo strappo arrivato all’ultimo minuto. Insomma, prima di questo voto in Sicilia si è consumato un vero e proprio psicodramma, una guerra dei Roses tra Pd e Movimento 5 stelle che ha portato a un suicidio di fatto. A favorirne il super candidato del centrodestra, Renato Schifani. Dopo lo scrutinio notturno per il Parlamento nazionale, le urne regionali siciliane sono state aperte ieri alle 14 e lo spoglio è andato avanti lentamente per tutto il pomeriggio, ma già dalle prime proiezioni il risultato del primo e del secondo posto, almeno, sono sembrati chiari, con Schifani che potrebbe superare il 40% dei voti. Cateno De Luca è deluso per la sconfitta: «Io ho perso. Ma non credo che i siciliani abbiano vinto ...», ha scritto su Facebook annunciando una diretta Fb in serata da Piazza Matrice a Fiumedinisi. Il candidato alla presidenza di Sicilia Vera ha atteso i dati reali dello spoglio definendo «farlocchi» i dati degli exit poll. Schifani invece celebra la vittoria: «Questo è un successo di tutto il centrodestra», commenta il neopresidente della Regione Sicilia in una conferenza stampa a Palermo. «Ci sarà una maggiorata abbastanza qualificata che rafforzerà l’azione di governo perché tutti i partiti avranno pari dignità», ha detto prima di «ringraziare Silvio Berlusconi» e aggiungere: «Amo la Sicilia, che non ho lasciato nemmeno quando ero presidente del Senato. Chiedo ai siciliani di avere un pizzico di pazienza, ma non accetterò mediazioni al ribasso. Abbraccio l’impegno senza se e senza ma». Quanto ai singoli partiti, le proiezioni attribuiscono a Fratelli d’Italia il 15,8%, al Movimento 5 stelle il 15,4%, e a Sud chiama Nord il 15%. L’affluenza in Sicilia si conferma bassa come in tutto il Sud Italia: ha votato il 48,6% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali nel 2017 aveva votato il 46,7%: in quell’occasione però le elezioni non erano appaiate alle politiche. Con il presidente si rinnova l’intero Parlamento (così si chiama l’assemblea regionale siciliana): si tratta di 70 deputati, 62 eletti con metodo proporzionale con annessa soglia di sbarramento al 5%, sei assegnati al listino del candidato presidente vittorioso, uno al presidente stesso e uno al candidato governatore arrivato secondo nelle preferenze.
Marc Chagall. Ricordo del Flauto magico,1976. Collezione privata © Marc Chagall, by SIAE 2025
Nato a Vitebsk nel 1887, ebreo russo che trascorse la maggior parte della sua vita in Francia (morì a Saint Paul de Vence nel 1985), Mar Chagall ( il cui nome ebraico era Moishe Segal e quello russo Mark Zacharovič Šagal), conservò sempre nel cuore la sua Patria («Non mi sono mai separato dalla mia terra, la mia arte non può vivere senza di essa» dichiarò nel 1922), le tradizioni e la religione ebraica, elementi che ricorrono costantemente nella sua vasta e poliedrica produzione artistica. Un attaccamento alle origini che era parte fondamentale del suo essere, di uomo e di artista, e che non lo abbandonò mai, nemmeno quando le leggi razziali lo costrinsero a lasciare l‘Europa per trasferirsi negli Stati Uniti: nel Vecchio Continente ci tornò a fine conflitto, nel 1946, già artista famoso e con la consacrazione del MOMA, che in quegli anni gli dedicò un’importante retrospettiva.
Animo sensibilissimo (dopo la morte dell’amatissima prima moglie Bella cadde in depressione e per un anno non riuscì più a dipingere…) e dalla spiritualità profonda, Chagall fece della sua arte la trasfigurazione poetica del suo nucleo emotivo: Chagall non rappresenta gli eventi, ma i ricordi , la memoria dell’infanzia che si fonde con la cronaca, la sua storia personale che si intreccia a quella universale. Il tutto in un mondo da fiaba, fluttuante, apparentemente senza logica, dove gli sposi sorvolano i campanili, le figure si sdoppiano, gli animali parlano, i violinisti suonano sui tetti, i profeti biblici stanno accanto a capre azzurre. Anche l’Olocausto, che la sua emotività non gli permise di dipingere in tutto il suo inenarrabile orrore, sotto il suo pennello si trasforma in fantasiosa allegoria: in un ebreo barbuto e malinconico con in mano la Torah (Solitudine, 1933) o in un Cristo crocifisso circondato dal caos (Crocifissione bianca, 1938). In Chagall il tempo non segue la linearità cronologica, ma quello dello spazio interiore, dove immagini lontane e vicine convivono nella stessa opera, senza gerarchie: il dolore con la bellezza, la perdita con la rinascita. Artista di inarrivabile poesia e delicatezza, dietro l’apparente semplicità delle sue opere si celano temi comuni a tutta l’umanità, speranze e contraddizioni, ma soprattutto la volontà di condurre lo spirito del Mondo verso una bellezza capace di trovare, anche negli orrori del tempo, angoli di pace e comprensione.
A condurci nel mondo delle sue colorate atmosfere incantate la splendida mostra-evento (già nei primi due giorni di apertura ha registrato oltre duemila visitatori…) allestita nelle sale di Palazzo dei Diamanti di Ferrara, che in un percorso espositivo particolarmente coinvolgente raccoglie oltre 200 opere e sale immersive di stupefacente bellezza.
Chagall testimone del suo tempo. La Mostra
Curato da Paul Schneiter e Francesca Villanti, il ricco percorso espositivo parte dagli esordi di Chagall nella natia Vitebsk, passa per l'esilio negli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale e si conclude con le grandi composizioni della maturità. Diviso in dieci sezioni, fra opere di toccante bellezza e dense di significato come La sposa dai due volti (un dipinto che rappresenta la dualità dell'esistenza umana, fra i temi più cari all’artista), La nave dell'Esodo (un'opera che sovrappone due episodi: l'Esodo biblico dall'Egitto e la fuga degli ebrei europei dalle persecuzioni naziste) e La Pace ( una colomba bianca a cui Chagall affida il suo messaggio di speranza), davvero spettacolari le sale immersive che permettono al visitatore di ammirare due creazioni monumentali in una dimensione coinvolgente e grandiosa: il soffitto dell'Opéra di Parigi e le 12 vetrate per la sinagoga di Hadassah, esempio di come Chagall abbia saputo fondere arte e spiritualità.
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Il platino è il caso più evidente di riscoperta. Salvatore Gaziano (SoldiExpert Scf) nota che «dopo il boom dell’oro, molti investitori hanno riscoperto il platino, rimasto indietro nel rapporto storico di prezzo con il metallo giallo». La tesi poggia sulla doppia anima: bene prezioso per l’oreficeria (con domanda asiatica solida) e input industriale «insostituibile» per vetro e automotive. L’offerta, però, resta sotto pressione per i problemi estrattivi in Sudafrica: la scarsità fisica sostiene le quotazioni, con l’Etc WisdomTree Physical Platinum a +28,4% da inizio anno.
Se il platino è una scommessa sul valore, il rame è una scommessa sull’infrastruttura della civiltà digitale. Lo strategist di SoldiExpert Scf sintetizza: «L’Ia non è fatta solo di software, ma di chilometri di cavi e infrastrutture elettriche». E la scala è impressionante: «Un singolo data center richiede fino a 9.000 tonnellate di rame, e la rete elettrica per collegarlo ne richiede tre volte tanto». In Europa, poche storie offrono esposizione diretta: fra queste brilla Aurubis. «La sua forza sta nel riciclo»: dai rifiuti elettronici estrae rame per reti e mobilità verde, ma anche oro e argento; l’aumento dei prezzi dei metalli gonfia il valore delle scorte in bilancio e sostiene il titolo. Il termometro del settore è il consolidamento: la possibile fusione Rio Tinto-Glencore (260 miliardi di dollari) segnala che la «scala» è diventata requisito strategico per presidiare l’offerta globale. Sul lato investimenti, Gaziano ricorda che si può puntare sulle singole eccellenze o su panieri diversificati, tenendo conto della volatilità ciclica del comparto.
Stefano Gianti (Swissquote) sottolinea che «la maniera più semplice è probabilmente quella di acquistare un Etc», che replica l’andamento del metallo (al netto di costi contenuti).
Ma Gabriel Debach (eToro) invita a leggere il rame come un mercato logisticamente «inceppato»: a gennaio 2026 «il Lme è ancora prevalentemente in backwardation (una condizione di mercato in cui il prezzo attuale di una materia prima è superiore ai prezzi dei contratti futures con scadenza successiva, ndr)», mentre il Comex è in contango (il prezzo dei futures è superiore all’attuale, ndr) dopo l’accumulo di scorte Usa legato ai timori di dazi. Per questo, oltre alla direzione del ciclo, contano struttura a termine e flussi fisici. Quando il rame corre, l’alluminio entra nel gioco come sostituto: Goldman Sachs indica la coppia Long rame e Short alluminio fino a dicembre 2027. In parallelo, il platino torna centrale come catalizzatore per fuel cell e filiera dell’idrogeno. Palladio e litio sono osservati: la Cina punta a raddoppiare la capacità di ricarica Ev entro il 2027 a 180 Gw, mentre il litio oscilla tra domanda in crescita e ritorno dell’offerta».
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(IStock)
Don Chichì ha un’idea. «Tornare alle origini, a Cristo e ai suoi Apostoli che portavano alle genti sofferenti la parola consolatrice di Dio! Passare casa per casa, bussare a tutte le porte, interessarsi di tutti i problemi dei fedeli, intervenire attivamente dove è possibile. Trasformare il prete-burocrate in amico». Naturalmente l’idea di don Chichì, che poi è quella della Chiesa del post Concilio, fu un fiasco.
E rischia di esserlo ancora di più ora che la Cei - come si legge nel documento finale del suo consiglio permanente (quasi fosse la Cgil) - «ha demandato alla Presidenza la costituzione di gruppi di lavoro per lo studio di linee orientative e indicazioni per la riconfigurazione territoriale delle comunità parrocchiali e l’affido della partecipazione alla cura pastorale di una comunità a un diacono o un’altra persona non insignita del carattere sacerdotale o a una comunità di persone, e anche per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all’accoglienza di persone omoaffettive e transgender».
Proviamo a tradurre il burocratese della Conferenza episcopale: nel documento si chiede che ogni comunità parrocchiale abbia un fedele, sia esso diacono o laico, che si possa occupare dell’inclusione di persone omosessuali o trans. Bene. Anzi, male: perché la Chiesa oggi pare interessata a tutto fuorché a far arrivare il maggior numero di anime possibili al Padreterno. Per cui parla di tutto - del clima, dei trans, della disoccupazione e del fatto che non esistono più le mezze stagioni - ma mai (o quasi) della fede. Eppure quello dovrebbe essere il cuore di tutto.
Giovanni Maria Vianney, il curato d’Ars, faceva una cosa molto semplice. Si alzava la mattina e si chiudeva nel confessionale, dove rimaneva per ore e ore. I fedeli accorrevano da ogni dove per dirgli i peccati che avevano commesso, certamente, ma pure le loro difficoltà. E lui ascoltava tutti e li assolveva nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Promettevano di non peccare più, ma poi ci ricadevano lo stesso. E allora indietro dal curato d’Ars, che non si muoveva mai da quell’inginocchiatoio di legno. Era, lui, un prete-prete. Non il prete amico di don Chichì, prototipo di tanti preti-amici che oggi sono vescovi e cardinali. Che hanno perso il centro e che a furia di cercare chi era lontano hanno perso chi si trovava più vicino. Basta entrare in una chiesa per rendersene conto. Non c’è più nessuno che prega. A volte qualche vecchina, come una sentinella solitaria, che sgrana il rosario. A volte qualcuno che chiede un miracolo per sé o per qualche caro.
La primavera del Concilio, come ha detto Paolo VI, si è rivelata un gelido inverno. Che ha ghiacciato le anime. E ora, per provare a portare qualcuno in chiesa, si punta ad aprirsi ulteriormente, a colpi di psicologia e sociologia. Ma ciò che serve davvero è qualcuno che parli fede. Qualcuno che parli meno di questo mondo e più dell’altro. C’è bisogno del Cristo dell’altare maggiore, che indica la via, e di preti come don Camillo, che abbiano mani come badili per rimetterti in carreggiata. E che siano in grado di scaldare il nostro vecchio cuore di marziani, come direbbe Giovannino Guareschi.
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(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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