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2022-09-27
La maledizione di Silvio colpisce ancora chi lo lascia. Lui cerca una poltrona vip
Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini (Ansa)
Per la settecentesima volta dalla sua discesa in campo è stato dato politicamente per morto, e per la settecentesima volta invece è vivo e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi torna in Senato, nove anni dopo la decadenza votata dalla sinistra per la legge Severino, e può, anzi deve essere inserito tra i vincitori delle elezioni politiche 2022. Quell’8% conquistato dopo la scissione della pattuglia ministeriale guidata da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini ha il sapore dolce della ennesima rivincita di un uomo che, come accaduto molto, troppo spesso, gli osservatori politici prendono in giro, mentre è lui che prende in giro tutti.
È sbarcato su Tiktok e ha subito sbancato il social dei giovani tra barzellette e mosche schiacciate in diretta, ha dichiarato di voler sorpassare la Lega e per poco non ci è riuscito, sarà determinante per la tenuta della maggioranza, è riuscito a far rieleggere alla Camera la (quasi) moglie, Marta Fascina, nel collegio uninominale di Marsala, in Sicilia, ma soprattutto ha dimostrato che la maledizione di Gianfranco Fini, ovvero di chi lascia Silvio, è una scienza esatta: il sedicente terzo polo è dietro Forza Italia, contro tutti i pronostici della vigilia, e c’è da giurare che il suo ritorno a Palazzo Madama sarà l’evento più fotografato e commentato del giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento.
«Forza Italia», scrive Silvione su Instagram, «si conferma decisiva per il successo del centrodestra e determinante per la formazione del prossimo governo. Ancora una volta, ho messo il mio impegno al servizio dell’Italia, del Paese che amo. Vi ringrazio per la fiducia». «L’Italia, il Paese che amo», ed è subito 1994, discesa in campo, primo trionfo. «Il risultato della nostra coalizione», aggiunge Berlusconi, «premia la coerenza e la credibilità di un’alleanza vera, che sono orgoglioso di avere fondato 28 anni fa e alla quale gli italiani hanno di nuovo affidato la responsabilità di governo del Paese. Faccio i miei complimenti a Giorgia Meloni per l’eccellente risultato», sottolinea il Cav, «e ringrazio Matteo Salvini per il suo impegno come sempre generoso e leale in campagna elettorale. Un buon rapporto con i nostri storici alleati degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Unione Europea», argomenta il Cav, «è essenziale. Allo stesso modo, ci consideriamo impegnati dagli elettori a far valere nel centrodestra di governo i principi liberali, cristiani, garantisti che sono alla base del nostro impegno politico».
Sprizza soddisfazione da tutti i pori la senatrice Licia Ronzulli, che insieme ad Antonio Tajani ha guidato il partito in campagna elettorale, ovviamente sempre un passo indietro rispetto al Cav: «Il leone ha ruggito ancora!!», scrive Licia sui social, postando una foto che la ritrae insieme alla Fascina, ad altri parlamentari azzurri, e naturalmente a Berlusconi, raggiante con il pollice all’insù.
Il centro del centrodestra è in piena salute, e arrivano i complimenti dal Partito popolare europeo: «Siamo fiduciosi», twitta il Ppe, «che Forza Italia guiderà il prossimo governo in un percorso al servizio dei migliori interessi del popolo italiano come parte di un’Europa forte e stabile. L’Italia è un’ancora per l’Europa e il nostro partito una bussola per i valori europeisti». Leggi Ppe e pensi a Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, eletto alla Camera, il cui curriculum somiglia molto a quello di un prossimo ministro degli Esteri: «Per la prima volta», scrive Tajani sui social, «sarà un privilegio servire l’Italia qui da Montecitorio. Ringrazio Silvio Berlusconi, tutti i militanti di Forza Italia che non si sono mai risparmiati in questa campagna elettorale».
È riuscita a essere rieletta, vincendo l’uninominale in Basilicata, Maria Elisabetta Alberti Casellati, veneta doc, eppure spedita nelle terre lucane a conquistarsi il seggio a causa dell’ostracismo nei suoi confronti di Anna Maria Bernini, bolognese, che si è fatta paracadutare in Veneto per fare un dispetto alla presidente del Senato: «L’Italia», ha commentato la Casellati, «ha scelto il centrodestra. È una vittoria straordinaria, con cui Forza Italia si conferma ancora una volta determinante. Un grazie speciale ai lucani che hanno creduto in me. La Basilicata», ha aggiunto la Casellati, «mi ha accolto con affetto e io non lo dimenticherò».
Il Sud ha premiato ancora una volta Forza Italia, e non a caso: Berlusconi ha sempre avuto un feeling particolare con il meridione, e in particolare con Napoli (la Fascina, tra l’altro, ricordiamolo sempre, è di Portici). Proprio in Campania Forza Italia raggiunge la percentuale più alta d’Italia dopo la Calabria, sfiorando l’11% nonostante la diaspora di tanti esponenti locali di primo piano verso Azione e Italia viva. Merito della capacità organizzativa del commissario regionale, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, che esulta: «Un risultato straordinario, abbiamo ricostruito una comunità in poche settimane, abbiamo mobilitato militanti e dirigenti e siamo solo all’inizio».
Vince Schifani, boom di «Scateno»
Renato Schifani stravince in Sicilia confermando la tendenza positiva del centrodestra in tutto il Paese. Il vantaggio su Cateno De Luca è ampio, ma il fenomeno di «Scateno», come lo chiamano in Sicilia, è impressionante. Tanto che nella sua Messina ottiene sia il collegio della Camera sia quello del Senato. La sfida al terzo posto è un testa a testa fino alla fine con i candidati di Pd (Caterina Chinnici) e Movimento 5 stelle (Nuccio Di Paola) che si rincorrono a vicenda scartandosi di pochi voti.
I due partiti si erano presentati insieme con tanto di primarie per eleggere un candidato comune. Elezioni che avevano portato alla vittoria di Caterina Chinnici. Sembrava fosse andato tutto liscio, ma dopo la caduta del governo nazionale per mano dei grillini, i rapporti sono velocemente precipitati per portare a uno strappo finale voluto da Giuseppe Conte. Il Pd lo ha accusato di lasciare l’alleanza in Sicilia per un mero calcolo elettorale, ma il leader pentastellato si è difeso dicendo che le personalità proposte dai dem erano incandidabili. Il segretario regionale del Pd, Anthony Emanuele Barbagallo, in tutta risposta ha minacciato di arrivare alle carte bollate per il danno causato dallo strappo arrivato all’ultimo minuto.
Insomma, prima di questo voto in Sicilia si è consumato un vero e proprio psicodramma, una guerra dei Roses tra Pd e Movimento 5 stelle che ha portato a un suicidio di fatto. A favorirne il super candidato del centrodestra, Renato Schifani. Dopo lo scrutinio notturno per il Parlamento nazionale, le urne regionali siciliane sono state aperte ieri alle 14 e lo spoglio è andato avanti lentamente per tutto il pomeriggio, ma già dalle prime proiezioni il risultato del primo e del secondo posto, almeno, sono sembrati chiari, con Schifani che potrebbe superare il 40% dei voti.
Cateno De Luca è deluso per la sconfitta: «Io ho perso. Ma non credo che i siciliani abbiano vinto ...», ha scritto su Facebook annunciando una diretta Fb in serata da Piazza Matrice a Fiumedinisi. Il candidato alla presidenza di Sicilia Vera ha atteso i dati reali dello spoglio definendo «farlocchi» i dati degli exit poll.
Schifani invece celebra la vittoria: «Questo è un successo di tutto il centrodestra», commenta il neopresidente della Regione Sicilia in una conferenza stampa a Palermo. «Ci sarà una maggiorata abbastanza qualificata che rafforzerà l’azione di governo perché tutti i partiti avranno pari dignità», ha detto prima di «ringraziare Silvio Berlusconi» e aggiungere: «Amo la Sicilia, che non ho lasciato nemmeno quando ero presidente del Senato. Chiedo ai siciliani di avere un pizzico di pazienza, ma non accetterò mediazioni al ribasso. Abbraccio l’impegno senza se e senza ma».
Quanto ai singoli partiti, le proiezioni attribuiscono a Fratelli d’Italia il 15,8%, al Movimento 5 stelle il 15,4%, e a Sud chiama Nord il 15%. L’affluenza in Sicilia si conferma bassa come in tutto il Sud Italia: ha votato il 48,6% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali nel 2017 aveva votato il 46,7%: in quell’occasione però le elezioni non erano appaiate alle politiche.
Con il presidente si rinnova l’intero Parlamento (così si chiama l’assemblea regionale siciliana): si tratta di 70 deputati, 62 eletti con metodo proporzionale con annessa soglia di sbarramento al 5%, sei assegnati al listino del candidato presidente vittorioso, uno al presidente stesso e uno al candidato governatore arrivato secondo nelle preferenze.
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Per Gelmini, Carfagna e Brunetta lo stesso destino toccato a Fini: cancellati. Invece il Cav torna a Palazzo Madama dopo l’estromissione del 2013. Conferme per tutti i big.Schifani conquista la Regione Sicilia, la Chinnici (Pd) solo terza. Cateno De Luca si consola con due seggi in Parlamento per il suo partito personale.Lo speciale contiene due articoli.Per la settecentesima volta dalla sua discesa in campo è stato dato politicamente per morto, e per la settecentesima volta invece è vivo e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi torna in Senato, nove anni dopo la decadenza votata dalla sinistra per la legge Severino, e può, anzi deve essere inserito tra i vincitori delle elezioni politiche 2022. Quell’8% conquistato dopo la scissione della pattuglia ministeriale guidata da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini ha il sapore dolce della ennesima rivincita di un uomo che, come accaduto molto, troppo spesso, gli osservatori politici prendono in giro, mentre è lui che prende in giro tutti. È sbarcato su Tiktok e ha subito sbancato il social dei giovani tra barzellette e mosche schiacciate in diretta, ha dichiarato di voler sorpassare la Lega e per poco non ci è riuscito, sarà determinante per la tenuta della maggioranza, è riuscito a far rieleggere alla Camera la (quasi) moglie, Marta Fascina, nel collegio uninominale di Marsala, in Sicilia, ma soprattutto ha dimostrato che la maledizione di Gianfranco Fini, ovvero di chi lascia Silvio, è una scienza esatta: il sedicente terzo polo è dietro Forza Italia, contro tutti i pronostici della vigilia, e c’è da giurare che il suo ritorno a Palazzo Madama sarà l’evento più fotografato e commentato del giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento. «Forza Italia», scrive Silvione su Instagram, «si conferma decisiva per il successo del centrodestra e determinante per la formazione del prossimo governo. Ancora una volta, ho messo il mio impegno al servizio dell’Italia, del Paese che amo. Vi ringrazio per la fiducia». «L’Italia, il Paese che amo», ed è subito 1994, discesa in campo, primo trionfo. «Il risultato della nostra coalizione», aggiunge Berlusconi, «premia la coerenza e la credibilità di un’alleanza vera, che sono orgoglioso di avere fondato 28 anni fa e alla quale gli italiani hanno di nuovo affidato la responsabilità di governo del Paese. Faccio i miei complimenti a Giorgia Meloni per l’eccellente risultato», sottolinea il Cav, «e ringrazio Matteo Salvini per il suo impegno come sempre generoso e leale in campagna elettorale. Un buon rapporto con i nostri storici alleati degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Unione Europea», argomenta il Cav, «è essenziale. Allo stesso modo, ci consideriamo impegnati dagli elettori a far valere nel centrodestra di governo i principi liberali, cristiani, garantisti che sono alla base del nostro impegno politico». Sprizza soddisfazione da tutti i pori la senatrice Licia Ronzulli, che insieme ad Antonio Tajani ha guidato il partito in campagna elettorale, ovviamente sempre un passo indietro rispetto al Cav: «Il leone ha ruggito ancora!!», scrive Licia sui social, postando una foto che la ritrae insieme alla Fascina, ad altri parlamentari azzurri, e naturalmente a Berlusconi, raggiante con il pollice all’insù. Il centro del centrodestra è in piena salute, e arrivano i complimenti dal Partito popolare europeo: «Siamo fiduciosi», twitta il Ppe, «che Forza Italia guiderà il prossimo governo in un percorso al servizio dei migliori interessi del popolo italiano come parte di un’Europa forte e stabile. L’Italia è un’ancora per l’Europa e il nostro partito una bussola per i valori europeisti». Leggi Ppe e pensi a Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, eletto alla Camera, il cui curriculum somiglia molto a quello di un prossimo ministro degli Esteri: «Per la prima volta», scrive Tajani sui social, «sarà un privilegio servire l’Italia qui da Montecitorio. Ringrazio Silvio Berlusconi, tutti i militanti di Forza Italia che non si sono mai risparmiati in questa campagna elettorale». È riuscita a essere rieletta, vincendo l’uninominale in Basilicata, Maria Elisabetta Alberti Casellati, veneta doc, eppure spedita nelle terre lucane a conquistarsi il seggio a causa dell’ostracismo nei suoi confronti di Anna Maria Bernini, bolognese, che si è fatta paracadutare in Veneto per fare un dispetto alla presidente del Senato: «L’Italia», ha commentato la Casellati, «ha scelto il centrodestra. È una vittoria straordinaria, con cui Forza Italia si conferma ancora una volta determinante. Un grazie speciale ai lucani che hanno creduto in me. La Basilicata», ha aggiunto la Casellati, «mi ha accolto con affetto e io non lo dimenticherò». Il Sud ha premiato ancora una volta Forza Italia, e non a caso: Berlusconi ha sempre avuto un feeling particolare con il meridione, e in particolare con Napoli (la Fascina, tra l’altro, ricordiamolo sempre, è di Portici). Proprio in Campania Forza Italia raggiunge la percentuale più alta d’Italia dopo la Calabria, sfiorando l’11% nonostante la diaspora di tanti esponenti locali di primo piano verso Azione e Italia viva. Merito della capacità organizzativa del commissario regionale, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, che esulta: «Un risultato straordinario, abbiamo ricostruito una comunità in poche settimane, abbiamo mobilitato militanti e dirigenti e siamo solo all’inizio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-maledizione-di-silvio-colpisce-ancora-chi-lo-lascia-lui-cerca-una-poltrona-vip-2658345024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vince-schifani-boom-di-scateno" data-post-id="2658345024" data-published-at="1664273460" data-use-pagination="False"> Vince Schifani, boom di «Scateno» Renato Schifani stravince in Sicilia confermando la tendenza positiva del centrodestra in tutto il Paese. Il vantaggio su Cateno De Luca è ampio, ma il fenomeno di «Scateno», come lo chiamano in Sicilia, è impressionante. Tanto che nella sua Messina ottiene sia il collegio della Camera sia quello del Senato. La sfida al terzo posto è un testa a testa fino alla fine con i candidati di Pd (Caterina Chinnici) e Movimento 5 stelle (Nuccio Di Paola) che si rincorrono a vicenda scartandosi di pochi voti. I due partiti si erano presentati insieme con tanto di primarie per eleggere un candidato comune. Elezioni che avevano portato alla vittoria di Caterina Chinnici. Sembrava fosse andato tutto liscio, ma dopo la caduta del governo nazionale per mano dei grillini, i rapporti sono velocemente precipitati per portare a uno strappo finale voluto da Giuseppe Conte. Il Pd lo ha accusato di lasciare l’alleanza in Sicilia per un mero calcolo elettorale, ma il leader pentastellato si è difeso dicendo che le personalità proposte dai dem erano incandidabili. Il segretario regionale del Pd, Anthony Emanuele Barbagallo, in tutta risposta ha minacciato di arrivare alle carte bollate per il danno causato dallo strappo arrivato all’ultimo minuto. Insomma, prima di questo voto in Sicilia si è consumato un vero e proprio psicodramma, una guerra dei Roses tra Pd e Movimento 5 stelle che ha portato a un suicidio di fatto. A favorirne il super candidato del centrodestra, Renato Schifani. Dopo lo scrutinio notturno per il Parlamento nazionale, le urne regionali siciliane sono state aperte ieri alle 14 e lo spoglio è andato avanti lentamente per tutto il pomeriggio, ma già dalle prime proiezioni il risultato del primo e del secondo posto, almeno, sono sembrati chiari, con Schifani che potrebbe superare il 40% dei voti. Cateno De Luca è deluso per la sconfitta: «Io ho perso. Ma non credo che i siciliani abbiano vinto ...», ha scritto su Facebook annunciando una diretta Fb in serata da Piazza Matrice a Fiumedinisi. Il candidato alla presidenza di Sicilia Vera ha atteso i dati reali dello spoglio definendo «farlocchi» i dati degli exit poll. Schifani invece celebra la vittoria: «Questo è un successo di tutto il centrodestra», commenta il neopresidente della Regione Sicilia in una conferenza stampa a Palermo. «Ci sarà una maggiorata abbastanza qualificata che rafforzerà l’azione di governo perché tutti i partiti avranno pari dignità», ha detto prima di «ringraziare Silvio Berlusconi» e aggiungere: «Amo la Sicilia, che non ho lasciato nemmeno quando ero presidente del Senato. Chiedo ai siciliani di avere un pizzico di pazienza, ma non accetterò mediazioni al ribasso. Abbraccio l’impegno senza se e senza ma». Quanto ai singoli partiti, le proiezioni attribuiscono a Fratelli d’Italia il 15,8%, al Movimento 5 stelle il 15,4%, e a Sud chiama Nord il 15%. L’affluenza in Sicilia si conferma bassa come in tutto il Sud Italia: ha votato il 48,6% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali nel 2017 aveva votato il 46,7%: in quell’occasione però le elezioni non erano appaiate alle politiche. Con il presidente si rinnova l’intero Parlamento (così si chiama l’assemblea regionale siciliana): si tratta di 70 deputati, 62 eletti con metodo proporzionale con annessa soglia di sbarramento al 5%, sei assegnati al listino del candidato presidente vittorioso, uno al presidente stesso e uno al candidato governatore arrivato secondo nelle preferenze.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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