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2022-09-27
La maledizione di Silvio colpisce ancora chi lo lascia. Lui cerca una poltrona vip
Renato Brunetta, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini (Ansa)
Per la settecentesima volta dalla sua discesa in campo è stato dato politicamente per morto, e per la settecentesima volta invece è vivo e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi torna in Senato, nove anni dopo la decadenza votata dalla sinistra per la legge Severino, e può, anzi deve essere inserito tra i vincitori delle elezioni politiche 2022. Quell’8% conquistato dopo la scissione della pattuglia ministeriale guidata da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini ha il sapore dolce della ennesima rivincita di un uomo che, come accaduto molto, troppo spesso, gli osservatori politici prendono in giro, mentre è lui che prende in giro tutti.
È sbarcato su Tiktok e ha subito sbancato il social dei giovani tra barzellette e mosche schiacciate in diretta, ha dichiarato di voler sorpassare la Lega e per poco non ci è riuscito, sarà determinante per la tenuta della maggioranza, è riuscito a far rieleggere alla Camera la (quasi) moglie, Marta Fascina, nel collegio uninominale di Marsala, in Sicilia, ma soprattutto ha dimostrato che la maledizione di Gianfranco Fini, ovvero di chi lascia Silvio, è una scienza esatta: il sedicente terzo polo è dietro Forza Italia, contro tutti i pronostici della vigilia, e c’è da giurare che il suo ritorno a Palazzo Madama sarà l’evento più fotografato e commentato del giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento.
«Forza Italia», scrive Silvione su Instagram, «si conferma decisiva per il successo del centrodestra e determinante per la formazione del prossimo governo. Ancora una volta, ho messo il mio impegno al servizio dell’Italia, del Paese che amo. Vi ringrazio per la fiducia». «L’Italia, il Paese che amo», ed è subito 1994, discesa in campo, primo trionfo. «Il risultato della nostra coalizione», aggiunge Berlusconi, «premia la coerenza e la credibilità di un’alleanza vera, che sono orgoglioso di avere fondato 28 anni fa e alla quale gli italiani hanno di nuovo affidato la responsabilità di governo del Paese. Faccio i miei complimenti a Giorgia Meloni per l’eccellente risultato», sottolinea il Cav, «e ringrazio Matteo Salvini per il suo impegno come sempre generoso e leale in campagna elettorale. Un buon rapporto con i nostri storici alleati degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Unione Europea», argomenta il Cav, «è essenziale. Allo stesso modo, ci consideriamo impegnati dagli elettori a far valere nel centrodestra di governo i principi liberali, cristiani, garantisti che sono alla base del nostro impegno politico».
Sprizza soddisfazione da tutti i pori la senatrice Licia Ronzulli, che insieme ad Antonio Tajani ha guidato il partito in campagna elettorale, ovviamente sempre un passo indietro rispetto al Cav: «Il leone ha ruggito ancora!!», scrive Licia sui social, postando una foto che la ritrae insieme alla Fascina, ad altri parlamentari azzurri, e naturalmente a Berlusconi, raggiante con il pollice all’insù.
Il centro del centrodestra è in piena salute, e arrivano i complimenti dal Partito popolare europeo: «Siamo fiduciosi», twitta il Ppe, «che Forza Italia guiderà il prossimo governo in un percorso al servizio dei migliori interessi del popolo italiano come parte di un’Europa forte e stabile. L’Italia è un’ancora per l’Europa e il nostro partito una bussola per i valori europeisti». Leggi Ppe e pensi a Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, eletto alla Camera, il cui curriculum somiglia molto a quello di un prossimo ministro degli Esteri: «Per la prima volta», scrive Tajani sui social, «sarà un privilegio servire l’Italia qui da Montecitorio. Ringrazio Silvio Berlusconi, tutti i militanti di Forza Italia che non si sono mai risparmiati in questa campagna elettorale».
È riuscita a essere rieletta, vincendo l’uninominale in Basilicata, Maria Elisabetta Alberti Casellati, veneta doc, eppure spedita nelle terre lucane a conquistarsi il seggio a causa dell’ostracismo nei suoi confronti di Anna Maria Bernini, bolognese, che si è fatta paracadutare in Veneto per fare un dispetto alla presidente del Senato: «L’Italia», ha commentato la Casellati, «ha scelto il centrodestra. È una vittoria straordinaria, con cui Forza Italia si conferma ancora una volta determinante. Un grazie speciale ai lucani che hanno creduto in me. La Basilicata», ha aggiunto la Casellati, «mi ha accolto con affetto e io non lo dimenticherò».
Il Sud ha premiato ancora una volta Forza Italia, e non a caso: Berlusconi ha sempre avuto un feeling particolare con il meridione, e in particolare con Napoli (la Fascina, tra l’altro, ricordiamolo sempre, è di Portici). Proprio in Campania Forza Italia raggiunge la percentuale più alta d’Italia dopo la Calabria, sfiorando l’11% nonostante la diaspora di tanti esponenti locali di primo piano verso Azione e Italia viva. Merito della capacità organizzativa del commissario regionale, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, che esulta: «Un risultato straordinario, abbiamo ricostruito una comunità in poche settimane, abbiamo mobilitato militanti e dirigenti e siamo solo all’inizio».
Vince Schifani, boom di «Scateno»
Renato Schifani stravince in Sicilia confermando la tendenza positiva del centrodestra in tutto il Paese. Il vantaggio su Cateno De Luca è ampio, ma il fenomeno di «Scateno», come lo chiamano in Sicilia, è impressionante. Tanto che nella sua Messina ottiene sia il collegio della Camera sia quello del Senato. La sfida al terzo posto è un testa a testa fino alla fine con i candidati di Pd (Caterina Chinnici) e Movimento 5 stelle (Nuccio Di Paola) che si rincorrono a vicenda scartandosi di pochi voti.
I due partiti si erano presentati insieme con tanto di primarie per eleggere un candidato comune. Elezioni che avevano portato alla vittoria di Caterina Chinnici. Sembrava fosse andato tutto liscio, ma dopo la caduta del governo nazionale per mano dei grillini, i rapporti sono velocemente precipitati per portare a uno strappo finale voluto da Giuseppe Conte. Il Pd lo ha accusato di lasciare l’alleanza in Sicilia per un mero calcolo elettorale, ma il leader pentastellato si è difeso dicendo che le personalità proposte dai dem erano incandidabili. Il segretario regionale del Pd, Anthony Emanuele Barbagallo, in tutta risposta ha minacciato di arrivare alle carte bollate per il danno causato dallo strappo arrivato all’ultimo minuto.
Insomma, prima di questo voto in Sicilia si è consumato un vero e proprio psicodramma, una guerra dei Roses tra Pd e Movimento 5 stelle che ha portato a un suicidio di fatto. A favorirne il super candidato del centrodestra, Renato Schifani. Dopo lo scrutinio notturno per il Parlamento nazionale, le urne regionali siciliane sono state aperte ieri alle 14 e lo spoglio è andato avanti lentamente per tutto il pomeriggio, ma già dalle prime proiezioni il risultato del primo e del secondo posto, almeno, sono sembrati chiari, con Schifani che potrebbe superare il 40% dei voti.
Cateno De Luca è deluso per la sconfitta: «Io ho perso. Ma non credo che i siciliani abbiano vinto ...», ha scritto su Facebook annunciando una diretta Fb in serata da Piazza Matrice a Fiumedinisi. Il candidato alla presidenza di Sicilia Vera ha atteso i dati reali dello spoglio definendo «farlocchi» i dati degli exit poll.
Schifani invece celebra la vittoria: «Questo è un successo di tutto il centrodestra», commenta il neopresidente della Regione Sicilia in una conferenza stampa a Palermo. «Ci sarà una maggiorata abbastanza qualificata che rafforzerà l’azione di governo perché tutti i partiti avranno pari dignità», ha detto prima di «ringraziare Silvio Berlusconi» e aggiungere: «Amo la Sicilia, che non ho lasciato nemmeno quando ero presidente del Senato. Chiedo ai siciliani di avere un pizzico di pazienza, ma non accetterò mediazioni al ribasso. Abbraccio l’impegno senza se e senza ma».
Quanto ai singoli partiti, le proiezioni attribuiscono a Fratelli d’Italia il 15,8%, al Movimento 5 stelle il 15,4%, e a Sud chiama Nord il 15%. L’affluenza in Sicilia si conferma bassa come in tutto il Sud Italia: ha votato il 48,6% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali nel 2017 aveva votato il 46,7%: in quell’occasione però le elezioni non erano appaiate alle politiche.
Con il presidente si rinnova l’intero Parlamento (così si chiama l’assemblea regionale siciliana): si tratta di 70 deputati, 62 eletti con metodo proporzionale con annessa soglia di sbarramento al 5%, sei assegnati al listino del candidato presidente vittorioso, uno al presidente stesso e uno al candidato governatore arrivato secondo nelle preferenze.
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Per Gelmini, Carfagna e Brunetta lo stesso destino toccato a Fini: cancellati. Invece il Cav torna a Palazzo Madama dopo l’estromissione del 2013. Conferme per tutti i big.Schifani conquista la Regione Sicilia, la Chinnici (Pd) solo terza. Cateno De Luca si consola con due seggi in Parlamento per il suo partito personale.Lo speciale contiene due articoli.Per la settecentesima volta dalla sua discesa in campo è stato dato politicamente per morto, e per la settecentesima volta invece è vivo e lotta insieme a noi: Silvio Berlusconi torna in Senato, nove anni dopo la decadenza votata dalla sinistra per la legge Severino, e può, anzi deve essere inserito tra i vincitori delle elezioni politiche 2022. Quell’8% conquistato dopo la scissione della pattuglia ministeriale guidata da Mara Carfagna e Mariastella Gelmini ha il sapore dolce della ennesima rivincita di un uomo che, come accaduto molto, troppo spesso, gli osservatori politici prendono in giro, mentre è lui che prende in giro tutti. È sbarcato su Tiktok e ha subito sbancato il social dei giovani tra barzellette e mosche schiacciate in diretta, ha dichiarato di voler sorpassare la Lega e per poco non ci è riuscito, sarà determinante per la tenuta della maggioranza, è riuscito a far rieleggere alla Camera la (quasi) moglie, Marta Fascina, nel collegio uninominale di Marsala, in Sicilia, ma soprattutto ha dimostrato che la maledizione di Gianfranco Fini, ovvero di chi lascia Silvio, è una scienza esatta: il sedicente terzo polo è dietro Forza Italia, contro tutti i pronostici della vigilia, e c’è da giurare che il suo ritorno a Palazzo Madama sarà l’evento più fotografato e commentato del giorno dell’insediamento del nuovo Parlamento. «Forza Italia», scrive Silvione su Instagram, «si conferma decisiva per il successo del centrodestra e determinante per la formazione del prossimo governo. Ancora una volta, ho messo il mio impegno al servizio dell’Italia, del Paese che amo. Vi ringrazio per la fiducia». «L’Italia, il Paese che amo», ed è subito 1994, discesa in campo, primo trionfo. «Il risultato della nostra coalizione», aggiunge Berlusconi, «premia la coerenza e la credibilità di un’alleanza vera, che sono orgoglioso di avere fondato 28 anni fa e alla quale gli italiani hanno di nuovo affidato la responsabilità di governo del Paese. Faccio i miei complimenti a Giorgia Meloni per l’eccellente risultato», sottolinea il Cav, «e ringrazio Matteo Salvini per il suo impegno come sempre generoso e leale in campagna elettorale. Un buon rapporto con i nostri storici alleati degli Stati Uniti e dei maggiori paesi dell’Unione Europea», argomenta il Cav, «è essenziale. Allo stesso modo, ci consideriamo impegnati dagli elettori a far valere nel centrodestra di governo i principi liberali, cristiani, garantisti che sono alla base del nostro impegno politico». Sprizza soddisfazione da tutti i pori la senatrice Licia Ronzulli, che insieme ad Antonio Tajani ha guidato il partito in campagna elettorale, ovviamente sempre un passo indietro rispetto al Cav: «Il leone ha ruggito ancora!!», scrive Licia sui social, postando una foto che la ritrae insieme alla Fascina, ad altri parlamentari azzurri, e naturalmente a Berlusconi, raggiante con il pollice all’insù. Il centro del centrodestra è in piena salute, e arrivano i complimenti dal Partito popolare europeo: «Siamo fiduciosi», twitta il Ppe, «che Forza Italia guiderà il prossimo governo in un percorso al servizio dei migliori interessi del popolo italiano come parte di un’Europa forte e stabile. L’Italia è un’ancora per l’Europa e il nostro partito una bussola per i valori europeisti». Leggi Ppe e pensi a Tajani, ex presidente del Parlamento europeo, eletto alla Camera, il cui curriculum somiglia molto a quello di un prossimo ministro degli Esteri: «Per la prima volta», scrive Tajani sui social, «sarà un privilegio servire l’Italia qui da Montecitorio. Ringrazio Silvio Berlusconi, tutti i militanti di Forza Italia che non si sono mai risparmiati in questa campagna elettorale». È riuscita a essere rieletta, vincendo l’uninominale in Basilicata, Maria Elisabetta Alberti Casellati, veneta doc, eppure spedita nelle terre lucane a conquistarsi il seggio a causa dell’ostracismo nei suoi confronti di Anna Maria Bernini, bolognese, che si è fatta paracadutare in Veneto per fare un dispetto alla presidente del Senato: «L’Italia», ha commentato la Casellati, «ha scelto il centrodestra. È una vittoria straordinaria, con cui Forza Italia si conferma ancora una volta determinante. Un grazie speciale ai lucani che hanno creduto in me. La Basilicata», ha aggiunto la Casellati, «mi ha accolto con affetto e io non lo dimenticherò». Il Sud ha premiato ancora una volta Forza Italia, e non a caso: Berlusconi ha sempre avuto un feeling particolare con il meridione, e in particolare con Napoli (la Fascina, tra l’altro, ricordiamolo sempre, è di Portici). Proprio in Campania Forza Italia raggiunge la percentuale più alta d’Italia dopo la Calabria, sfiorando l’11% nonostante la diaspora di tanti esponenti locali di primo piano verso Azione e Italia viva. Merito della capacità organizzativa del commissario regionale, l’europarlamentare Fulvio Martusciello, che esulta: «Un risultato straordinario, abbiamo ricostruito una comunità in poche settimane, abbiamo mobilitato militanti e dirigenti e siamo solo all’inizio». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-maledizione-di-silvio-colpisce-ancora-chi-lo-lascia-lui-cerca-una-poltrona-vip-2658345024.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="vince-schifani-boom-di-scateno" data-post-id="2658345024" data-published-at="1664273460" data-use-pagination="False"> Vince Schifani, boom di «Scateno» Renato Schifani stravince in Sicilia confermando la tendenza positiva del centrodestra in tutto il Paese. Il vantaggio su Cateno De Luca è ampio, ma il fenomeno di «Scateno», come lo chiamano in Sicilia, è impressionante. Tanto che nella sua Messina ottiene sia il collegio della Camera sia quello del Senato. La sfida al terzo posto è un testa a testa fino alla fine con i candidati di Pd (Caterina Chinnici) e Movimento 5 stelle (Nuccio Di Paola) che si rincorrono a vicenda scartandosi di pochi voti. I due partiti si erano presentati insieme con tanto di primarie per eleggere un candidato comune. Elezioni che avevano portato alla vittoria di Caterina Chinnici. Sembrava fosse andato tutto liscio, ma dopo la caduta del governo nazionale per mano dei grillini, i rapporti sono velocemente precipitati per portare a uno strappo finale voluto da Giuseppe Conte. Il Pd lo ha accusato di lasciare l’alleanza in Sicilia per un mero calcolo elettorale, ma il leader pentastellato si è difeso dicendo che le personalità proposte dai dem erano incandidabili. Il segretario regionale del Pd, Anthony Emanuele Barbagallo, in tutta risposta ha minacciato di arrivare alle carte bollate per il danno causato dallo strappo arrivato all’ultimo minuto. Insomma, prima di questo voto in Sicilia si è consumato un vero e proprio psicodramma, una guerra dei Roses tra Pd e Movimento 5 stelle che ha portato a un suicidio di fatto. A favorirne il super candidato del centrodestra, Renato Schifani. Dopo lo scrutinio notturno per il Parlamento nazionale, le urne regionali siciliane sono state aperte ieri alle 14 e lo spoglio è andato avanti lentamente per tutto il pomeriggio, ma già dalle prime proiezioni il risultato del primo e del secondo posto, almeno, sono sembrati chiari, con Schifani che potrebbe superare il 40% dei voti. Cateno De Luca è deluso per la sconfitta: «Io ho perso. Ma non credo che i siciliani abbiano vinto ...», ha scritto su Facebook annunciando una diretta Fb in serata da Piazza Matrice a Fiumedinisi. Il candidato alla presidenza di Sicilia Vera ha atteso i dati reali dello spoglio definendo «farlocchi» i dati degli exit poll. Schifani invece celebra la vittoria: «Questo è un successo di tutto il centrodestra», commenta il neopresidente della Regione Sicilia in una conferenza stampa a Palermo. «Ci sarà una maggiorata abbastanza qualificata che rafforzerà l’azione di governo perché tutti i partiti avranno pari dignità», ha detto prima di «ringraziare Silvio Berlusconi» e aggiungere: «Amo la Sicilia, che non ho lasciato nemmeno quando ero presidente del Senato. Chiedo ai siciliani di avere un pizzico di pazienza, ma non accetterò mediazioni al ribasso. Abbraccio l’impegno senza se e senza ma». Quanto ai singoli partiti, le proiezioni attribuiscono a Fratelli d’Italia il 15,8%, al Movimento 5 stelle il 15,4%, e a Sud chiama Nord il 15%. L’affluenza in Sicilia si conferma bassa come in tutto il Sud Italia: ha votato il 48,6% degli aventi diritto. Alle precedenti regionali nel 2017 aveva votato il 46,7%: in quell’occasione però le elezioni non erano appaiate alle politiche. Con il presidente si rinnova l’intero Parlamento (così si chiama l’assemblea regionale siciliana): si tratta di 70 deputati, 62 eletti con metodo proporzionale con annessa soglia di sbarramento al 5%, sei assegnati al listino del candidato presidente vittorioso, uno al presidente stesso e uno al candidato governatore arrivato secondo nelle preferenze.
Ansa
Tutti gli anni, da tanti anni, il 25 aprile diventa un momento che contraddice la sua origine: nasce come la riconquista dell’unità nazionale accanto ai valori della libertà e della democrazia ma, purtroppo, si sviluppa come momento di divisione tra chi ritiene di essere l’intestatario unico di questa memoria e che ritiene gli altri, in qualche modo, co-partecipanti di serie B. È la storia della parte comunista nei confronti di tutte le altre parti (cattolica, azionista, socialista e liberale).
Se questo è stato vero da tanti anni, con tutta onestà, quest’anno mi aspetto il peggio e questo peggio lo esprimo in tre domande fondamentali a cui proverò a rispondere. La prima. Ci sarà posto a sufficienza per il ricordo del contributo angloamericano alla liberazione o, come al solito, si dirà che quella liberazione avvenne, se non esclusivamente, primariamente per le forze partigiane in campo, magari ricordando solo quelle della componente comunista? È stato ricordato da Marcello Veneziani, in un articolo sui veri liberatori dell’Italia, che nei 22 mesi della campagna d’Italia gli americani persero ben 200.000 uomini tra morti, dispersi e feriti. Le forze messe in campo da Churchill ne persero circa 45.000, con oltre 100.000 feriti tra britannici e appartenenti al Commonwealth. I partigiani caduti, secondo l’Anpi (Associazione nazionale dei partigiani), furono 6.882.
È pur vero che le vite umane non si contano ma si pesano e che ogni vita umana ha un peso inestimabile, ma non si può neanche continuare a non riconoscere in modo degno il sacrificio di 350.000 esseri umani che hanno dato la loro vita solo per la libertà di un altro Paese e di un intero continente che rischiava - ricordiamolo bene - di rimanere a lungo sotto il dominio nazifascista. Questa campagna voluta da Churchill e il conseguente contributo angloamericano alla liberazione dell’Italia prese il via con lo sbarco in Sicilia il 10 luglio 1943 e furono ben 180.000 i soldati Alleati che misero piede, per liberarci, sul nostro territorio nazionale. Tanto per chiarire le idee lo sbarco in Normandia vide sbarcare 156.000 soldati. Sarebbe bene affiggere dei manifesti con questi numeri lungo tutti i percorsi o le piazze nelle quali si svolgeranno le manifestazioni del 25 aprile perché certamente - al contrario - si bruceranno le bandiere americane contro Donald Trump, come se criticare l’attuale presidenza degli Stati Uniti possa, in qualche modo, autorizzare la dispersione e financo l’oltraggio della memoria che quel Paese giocò più di ogni altra componente in ciò che andremo a celebrare sabato. Questi traditori della storia, molti a viso scoperto e senza vergogna e altri, magari con il passamontagna o il casco per non farsi riconoscere (comportamento da infami), oltre a dimostrare un’ignoranza dei fatti dimostrano anche l’ignoranza del senso che hanno le celebrazioni di eventi che hanno contribuito alla storia e al suo progresso. Non so se in quelle manifestazioni ci saranno parole di riconoscenza verso il popolo statunitense. Temo di no. E comunque preferisco che non le dicano piuttosto che, come fanno in modo riprovevole da anni, da decenni, parlino, giustamente, del contributo della resistenza partigiana e a mezza bocca, senza convinzione, senza entusiasmo, e forse di malavoglia, sussurrano qualcosa sulla partecipazione angloamericana alla liberazione stessa. La seconda domanda che ci poniamo è: dovremo assistere anche quest’anno ai fischi e agli insulti nei confronti della Brigata ebraica che dette alla liberazione un contributo importante? Si formò nel settembre del 1944 come corpo militare dell’esercito britannico, combatté nelle ultime fasi della campagna d’Italia e fu sciolta nel 1946. Durante l’operazione in Italia, tra il 3 marzo e il 25 aprile del 1945, la Brigata ebraica subì 30 morti ed ebbe 70 feriti. La Brigata non si distinse solo per il contributo a fianco degli angloamericani per la liberazione del Paese dal nazifascismo ma si distinse anche nell’opera di assistenza della massa di profughi che dall’Europa centrale si dirigevano o semplicemente transitavano dall’Italia. Aiutarono anche gli ebrei sfollati, ad esempio, a Judenberg, un sottocampo nel campo di concentramento di Mauthausen. Il 3 ottobre del 2018, per volere del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, dopo il voto unanime del Parlamento, la Brigata ebraica è stata insignita della Medaglia d’oro al valor militare per il suo contributo durante la Resistenza italiana. Chissà se anche quest’anno questa massa di straccioni, volgari, ignoranti della storia, ma soprattutto ignoranti di umanità, fischieranno ancora il passaggio della Brigata ebraica non pensando a ciò che fece - una celebrazione e una lode, una esaltazione e financo una glorificazione di un atto, di un evento e di coloro che lo hanno compiuto - ma spregiando, denigrando, vilipendendo e sprezzando ciò che fece, bruciando le bandiere d’Israele e confondendo il capo del governo d’Israele Netanyahu con la storia del popolo ebraico e nella dimenticanza dei sei milioni di morti a causa della furia nazifascista.
Ci sarà spazio, infine, per una dimostrazione di unità che il popolo italiano si merita o finirà tutto facendo volare gli stracci in una giornata dove, più che gli stracci, ci vorrebbero semmai degli arazzi che festeggino la libertà, la democrazia, il contributo partigiano, il contributo angloamericano (superiore a tutti gli altri) e il contributo della Brigata ebraica.
Anche qui, in questo caso, non ho alcuna fiducia. Non vorrei erigermi a profeta ma, considerando le discussioni in corso ed avendo toccato con mano il livello di confusione nel non saper separare i popoli e gli Stati dai governi di turno, purtroppo, assisteremo in questo caso ad una manifestazione non di unità nazionale ma di disunità.
Questo è offensivo per la generazione, ormai quasi completamente scomparsa, che ha vissuto quella storia, è offensivo nei confronti del popolo ebraico, è offensivo della memoria dei giovani soldati inglesi e americani che hanno dato le loro giovani vite per la nostra liberazione, è offensivo della dignità della stessa nazione italiana ed è infine offensivo della nostra Repubblica. È un ammasso di offese che non può che offenderci e rattristarci ma, comunque, nelle singole coscienze ci conforti il fatto che potremo vivere quella memoria nel nostro intimo, tributandole il valore che si deve e non adeguandosi a quel probabile schifo che accadrà in piazza.
Saremmo felicissimi se alla sera di sabato prossimo 25 aprile fossimo sbugiardati per la compostezza delle piazze e per delle manifestazioni equilibrate e fedeli alla storia. Ci credo francamente poco.
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Ansa
È stato, inoltre, stabilito che le linee guida ministeriali disciplinino i criteri per la corresponsione dei compensi ai singoli rappresentanti legali e che al difensore munito di mandato, il quale assista lo straniero nella presentazione della richiesta di adesione al programma, spetti un compenso soltanto se alla domanda segua la partenza effettiva dell’interessato. Il dossier parlamentare della Camera chiarisce, infatti, che la novità consiste proprio nell’inserimento del Consiglio nazionale forense tra i soggetti collaboratori e nel riconoscimento di un compenso collegato all’esito finale del rimpatrio volontario assistito.
I rilievi del Colle, da quanto pare emergere, si concentrano su un punto preciso. Il pagamento del legale non viene collegato all’attività professionale in sé, ma al verificarsi di un risultato che coincide con l’obiettivo perseguito dal programma di rimpatrio. Da qui nasce il dubbio di costituzionalità. Un difensore retribuito solo se lo straniero parte potrebbe essere percepito come economicamente orientato verso un esito predeterminato. In questa prospettiva, il rapporto fiduciario con l’assistito rischierebbe di essere alterato, perché il professionista non apparirebbe più del tutto estraneo all’interesse dell’amministrazione. Nello stesso quadro problematico viene letto anche il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense, che verrebbe collocato non sul terreno proprio della rappresentanza istituzionale dell’avvocatura, bensì dentro il meccanismo operativo dei rimpatri e dei pagamenti.
A ben vedere, però, questi rilievi non reggono sul piano strettamente costituzionale. Il diritto di difesa, è bene ricordarlo, è violato quando la legge impedisce di agire in giudizio, svuota la tutela tecnica o rende la difesa solo apparente. Qui non accade nulla di tutto questo. La disciplina contestata non elimina ricorsi, non impedisce allo straniero di rivolgersi a un avvocato, non gli sottrae rimedi giurisdizionali e non lo obbliga ad aderire al programma. Regola, piuttosto, una fase distinta e preliminare, relativa all’assistenza nella presentazione di una domanda che resta, per definizione normativa, volontaria. L’articolo 24 della Costituzione vigente protegge il nucleo essenziale della difesa, non impone che ogni attività professionale connessa a una procedura amministrativa debba essere retribuita secondo un unico schema possibile.
Non basta neppure affermare che il compenso possa orientare il professionista. Perché vi sia un vizio di costituzionalità occorrerebbe dimostrare che la legge di conversione trasformi il difensore in una «longa manus» dell’amministrazione oppure che condizioni in modo giuridicamente vincolante la libertà di scelta dell’assistito. Questo passaggio, nel testo, non c’è. Il cliente, infatti, resta libero di aderire o non aderire e il difensore resta vincolato al mandato, ai doveri di lealtà, indipendenza e correttezza propri della professione. Un possibile problema di opportunità, o anche di deontologia, non coincide automaticamente con una lesione costituzionale.
Del resto, il Testo fondamentale del 1948 non è violato ogni volta che il legislatore costruisce male un incentivo. È violato solo quando il meccanismo normativo incide realmente sul contenuto essenziale del diritto protetto. Qui quell’incisione non emerge. Lo stesso vale per il coinvolgimento del Consiglio nazionale forense. La scelta può essere criticata, anche severamente, sotto il profilo dell’assetto ordinamentale dell’avvocatura, tuttavia non per questo diventa incostituzionale. Per arrivare a tale conclusione bisognerebbe mostrare che l’inserimento del Consiglio nel procedimento comprometta in modo diretto e necessario la difesa tecnica del singolo. Anche questo nesso, però, non si ricava dalla disposizione normativa. Ora, al di là del fatto che il legislatore statale avrebbe potuto scegliere una soluzione diversa, i rilievi del Colle esprimono soprattutto una forte obiezione di merito istituzionale. Varrebbe la pena ricordare che «non omne quod displicet, Constitutioni repugnat» («Non tutto ciò che non persuade contrasta con la Costituzione»).
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Sergio Mattarella e Giorgia Meloni (Ansa)
Beh, da allora non è cambiato niente e la questione del gratuito patrocinio per chi rischia di essere espulso è parte del meccanismo che garantisce la filiera delle imprese specializzate in extracomunitari.
Non ci vuole molto a capirlo. Quando un migrante arriva in Italia, la prima cosa che gli capita è di venire a contatto con avvocati specializzati nei ricorsi. Se anche non ha diritto a restare nel nostro Paese, poco importa. Ci sono moduli prestampati che vengono fatti loro firmare e che servono prima a richiedere la protezione umanitaria e poi, quando la domanda sarà respinta, a opporsi al diniego. È una procedura che non porta da nessuna parte dal punto di vista giuridico, ma che assicura allo straniero la possibilità di restare in Italia ed evitare l’espulsione. Al legale tutto ciò porta un compenso modesto, riassumibile in alcune centinaia di euro. Ma se si moltiplica per dieci, cento o duecento casi, alla fine dell’anno sono soldi. Denaro facile, perché non bisogna istruire una causa né cercare espedienti giuridici. Per di più i quattrini sono assicurati, perché a pagare è lo Stato. Arriveranno tardi? Sì, ma arriveranno e spesso con gli interessi. Dunque, il business è garantito e di conseguenza anche quello che viene dopo. Lo straniero ha bisogno di assistenza, deve essere accolto e le cooperative sono pronte a spalancargli le braccia, offrendo vitto e alloggio a spese del contribuente. Poi ci sono altre cooperative pronte a sfruttare il migrante e anche multinazionali a cui la manodopera a basso prezzo e senza nessuna garanzia fa comodo, a cominciare da quelle che si occupano di consegne di cibo per finire ad altre che lavorano nella logistica. Insomma, è un’economia che si fonda sull’utilizzo di persone che non hanno tutele e sono disposte a tutto.
Come si fa a rompere il sistema su cui lucrano in tanti? Il governo prova ad assicurare un compenso a chi aiuterà il migrante a tornare a casa propria e dunque a rinunciare a intasare le aule di giustizia anche se non ha alcuna possibilità di ottenere un permesso di soggiorno o un asilo per motivi umanitari. A sinistra, per avere introdotto un semplice meccanismo che agevola i rimpatri volontari, parlano di «taglie in stile Far West», di deportazione e altre stupidaggini del genere. In realtà non c’è nulla di tutto ciò: semplicemente, come accade in altri Paesi europei, si cerca di favorire il ritorno in patria dello straniero. Non ci sono gli arresti in stile Ice e neppure file di extracomunitari ammanettati che vengono caricati a forza su voli speciali. C’è semplicemente un’assistenza al rimpatrio, come c’è un’assistenza per la compilazione della dichiarazione dei redditi.
Nonostante le perplessità del Colle e nonostante il vociare dell’opposizione, il governo ha deciso di tirare diritto. Il decreto verrà approvato e portato alla firma di Sergio Mattarella e poi, in un secondo tempo, verranno accolti alcuni suggerimenti che dovrebbero consistere nell’ampliamento della platea dei professionisti che potranno occuparsi della faccenda. Non più solo avvocati ma anche associazioni o organizzazioni, che potranno suggerire all’extracomunitario di fare le valigie. Insomma, a Palazzo Chigi non si sono fatti mettere i piedi in testa. Del resto, il gratuito patrocinio costa alle casse dello Stato, senza alcun beneficio e cioè senza un alleggerimento della presenza di stranieri e neppure una diminuzione del contenzioso in tribunale, quasi mezzo miliardo l’anno, cifra raddoppiata nel giro di un decennio o poco più. Dunque, cominciare a smontare il sistema era un obbligo. Perché per questo gli italiani hanno votato centrodestra.
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Giorgio Gandola ospita il senatore Claudio Borghi (Lega) per un’analisi senza filtri sulla tempesta che minaccia l’Italia. Tra venti di guerra, crisi energetica e la rigidità glaciale di Ursula von der Leyen, il quadro che emerge è quello di un'Europa a due velocità che gioca con le carte segnate e in cui il nostro Paese è tenuto volutamente in svantaggio. Intanto a Trump non basta più attaccare l'Iran: ora se la prende pure con papa Leone XIV .