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2021-01-04
La lotteria della scuola tra date incerte e bus fantasma
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Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.
Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.
Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti».
L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.
Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.
Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus.
Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.
La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente.
Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.
«Governo sordo a ogni innovazione»
«La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico.
La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione.
E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro.
La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica.
Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano».
Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre».
Lo Snals: è la ripartenza peggiore
«Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi.
I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente».
No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici».
«questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti»
«La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta.
Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo?
«È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere».
Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici?
«La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori».
Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina?
«Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola».
Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza?
«La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni».
E le conseguenze sui ragazzi?
«Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni».
Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale?
«Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza».
L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto?
«L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo».
È un processo irreversibile?
«Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
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Giorni, orari, percentuali, turni di presenze: manca ancora una linea comune tra esecutivo e Regioni. Se l'istruzione dà i numeri, una sola cifra è sicura: l'anno perso ridurrà i futuri guadagni del 10%.La Fondazione Agnelli aveva proposto lezioni a luglio, blocco della mobilità e stop al valzer delle supplenze: «Ora recuperare la preparazione è sempre più difficile».Per il sindacato riportare i ragazzi in aula il 7 è troppo pericoloso perché il sistema dei trasporti è rimasto immutato e la gestione delle modalità di ingresso è caotica.Lo storico della pedagogia, Adolfo Scotto di Luzio, vede un forte impoverimento culturale: «Lo studio è stato messo ai margini da una maggioranza che non si preoccupa delle crescenti differenze sociali. Lucia Azzolina? Figura debole».Lo speciale contiene quattro articoli.Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti». L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus. Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente. Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-sordo-a-ogni-innovazione" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «Governo sordo a ogni innovazione» «La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico. La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione. E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro. La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica. Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano». Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-snals-e-la-ripartenza-peggiore" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> Lo Snals: è la ripartenza peggiore «Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi. I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente». No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="questa-e-una-generazione-perduta-soltanto-chi-ha-i-soldi-andra-avanti" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti» «La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta. Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo? «È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere». Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici? «La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori». Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina? «Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola». Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza? «La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni». E le conseguenze sui ragazzi? «Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni». Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale? «Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza». L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto? «L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo». È un processo irreversibile? «Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
La Commissione europea lancia la nuova Strategia antirazzista per il 2026: miliardi di euro per aumentare la sorveglianza digitale "contro l'odio", rieducare studenti e insegnanti, irreggimentare i media.
Papa Leone XIV. Nel riquadro, Kiko Argüello (Ansa)
Nato agli inizi degli anni Sessanta in Spagna, ad opera di due laici spagnoli, Kiko Argüello e Carmen Hernández con il sostegno dell’allora arcivescovo di Madrid, Casimiro Morcillo González, il Cammino si è diffuso in tutti i cinque Continenti ed è presente in più di 1.000 diocesi di 105 nazioni. Il carisma, la specificità, del Cammino neocatecumenale, è di non dare per scontata la fede; anzi di essere un percorso graduale di iniziazione alla fede e alla vita cristiana, che insegna ad incarnare la fede in ogni fatto e gesto della vita quotidiana, partendo proprio da eventi di dolore e sofferenza di fronte ai quali la ragione si perde e non ha parole di senso. Quando San Giovanni Paolo II lanciò il forte appello alla «nuova evangelizzazione», nel 1979, nello storico discorso tenuto a Nowa Huta, in Polonia, come risposta alla sfide del mondo sempre più secolarizzato, invitando a ripartire dall’annuncio pasquale della morte e Resurrezione di Gesù Cristo con un nuovo slancio missionario, il Cammino accolse l’appello e diede inizio a una stagione di missio ad gentes con presbiteri, laici e intere famiglie, itineranti in ogni angolo della Terra, dalla sperduta Siberia alla Terra del Fuoco. In particolare, le famiglie neocatecumenali hanno dato vita a una nuova, vera e propria implantatio ecllesiae, scegliendo di lasciare la propria città, per vivere in paesi stranieri, profondamente scristianizzati, come cellule vive di vita cristiana, nella certezza che «vedere la fede, invita alla fede».
Fu proprio papa Giovanni Paolo II a inviare in missione le prime famiglie, nel 1983, con il mandato che la Chiesa ha ricevuto dal suo stesso «fondatore»: «Andate e fate discepole tutte le genti, annunciando loro il Vangelo». A loro si è rivolto papa Leone, esprimendo il suo grazie: hanno lasciato «le sicurezze della vita ordinaria» e sono partite «con l’unico desiderio di annunciare il Vangelo ed essere testimoni dell’amore di Dio».
Negli stessi anni, cominciarono a nascere seminari per la «nuova evangelizzazione», a partire da Roma, sotto il titolo e la protezione della Redemptoris Mater. Ora se ne contano più di 100 in tutto il mondo. Un segno speciale della vitalità dell’esperienza neocatecumenale è proprio la presenza di numerose vocazioni alla vita sacerdotale, religiosa e consacrata, sia maschili che femminili, confermata anche dall’ultima chiamata vocazionale in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù di Tor Vergata: 130.000 giovani del Cammino, con 10.000 circa disposti a iniziare il percorso verso la definitiva consacrazione. In conclusione, papa Leone ha esortato a vivere in pienezza la comunione nella Chiesa: «La Chiesa vi accompagna, vi sostiene, vi è grata per ciò che fate, per il vostro impegno, per la vostra gioiosa testimonianza, per il servizio che svolgete nella Chiesa e nel mondo».
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(IStock)
Consiglio a tutti i genitori dei bambini deportati dai servizi sociali e ai loro avvocati la lettura di questo testo, così potranno rendersi conto di quanto sia granitico, ideologizzato e strutturalmente marcio il sistema che hanno di fronte. È ancora rintracciabile su Internet l’audizione fatta in Senato da Federica Anghinolfi, l’assistente sociale che ha spaccato famiglie e distrutto vite a Bibbiano: assolutamente da leggere. Abbattere la struttura sociale basata sulla famiglia è la missione ideologica degli assistenti sociali, ufficialmente dichiarata. Non sono onesti funzionari statali che si guadagnano lo stipendio svolgendo il compito di aiutare le persone socialmente in difficoltà, sono un movimento eversivo, hanno il compito di cambiare il mondo, cioè noi. Così come siamo gli facciamo letteralmente schifo. Siamo troppo cristiani, trappo patriarcali, troppo attaccati a un’idea di famiglia «che è e deve essere superata».
Forti di una laurea che altro non è che indottrinamento postmarxista, con una particolare attenzione alla parte più tragicamente scema del marxismo, quella di Alessandra Kollontay e Simone de Boauvoir, con in aggiunta l’ideologia Lgbt e le fesserie degli studi gender di Judy Butler, le assistenti sociali si ritengono in grado di capire le storture della società e di raddrizzarle, secondo un loro modello di società «buona» che è un inferno in Terra. Sono una cellula eversiva estremamente politicizzata, che usa il denaro dei contribuenti per distruggere famiglie, finanziare straordinarie e intricate filiere multimilionarie fatte di cooperative, comunità, sovvenzioni alle famiglie affidatarie, e orfanotrofi di Stato, che non sono né casa né famiglia, chiamati «case famiglia» con un’ironia in nulla inferiore alla scritta all’ingresso del gulag delle isole Solovki «Il lavoro fortifica anima e corpo». Hanno potere infinito di distruggere vite, ferire e portare all’inferno se non al suicidio e soprattutto traumatizzare in maniera atroce e irreversibile i bambini.
Il trauma della deportazione è talmente violento da causare un congelamento emotivo del bambino, un danno che candida il bambino a future malattie neoplastiche e degenerative, e che lo rende particolarmente malleabile. Nel linguaggio deforme dei cosiddetti servizi sociali questo annientamento emotivo si chiama resettare. I bambini deportati piangono ininterrottamente per la prima notte, a volte per un paio di giorni, poi «si calmano». Quelle che gli assistenti sociali fanno sono deportazioni. Una persona tolta da un istante all’altro dalla sua famiglia, dal suo vissuto, dalla sua casa, dal suo cane o dal suo gatto se ce li ha, dai suoi amici, dagli zii e dai nonni, dai suoi libri, i suoi giocattoli è deportato: una violenza inaudita che lo Stato italiano continua a permettere e a finanziare con cifre folli sottratte ai cittadini e alle famiglie dei bambini disabili. Questa violenza causa il congelamento emotivo che rende particolarmente vulnerabili all’abuso. I bambini non reagiscono, non parlano. Se anche avessero il coraggio di parlare, a chi parlano? Alla madre che non possono vedere? Al padre? Tuo padre non esiste più, ha sibilato una psicologa a uno dei bambini deportati a Bibbiano, tolti alle loro famiglie per essere consegnati agli amici degli amici insieme al sussidio per l’affidamento, un secondo stipendio. Un bambino deportato a chi parla? Alla stessa assistente sociale che lo ha deportato?
Ogni volta che un bambino è in un luogo a contatto con persone che non sono sue parenti, il rischio di abuso sessuale aumenta. Succedeva nei college inglesi, volete che non succeda nelle non case non famiglie? I bambini deportati in congelamento emotivo sono le vittime perfette dell’abuso sessuale, abuso che è spaventosamente sottostimato. Se digitate su Google le parole «casa famiglia e abuso sessuale» scoprirete che nelle case famiglia, cito testualmente «il quantitativo di abusi sessuali è preoccupante». Non abbastanza preoccupante perché qualcuno faccia qualcosa, per esempio lasciare i bambini a casa loro invece che deportarli nelle non-case-non-famiglie.
Un buon numero di abusi avviene ad opera di altri utenti della struttura, e resta ignoto. In effetti è oggettivamente a rischio il bambino carino di 7/8 anni messo di fianco al dodicenne, magari non tanto carino perché arriva da un campo rom o è un minore non accompagnato di un metro e 90 per un metro di spalle. L’abuso sessuale commesso da un minore lascia un trauma lo stesso, ma non è considerato un reato, perché il minore non è imputabile, e quindi scompare, non è presente nelle statistiche, non fa notizia, è solo presente in una psiche devastata, forse in una patologia proctologica e una malattia sessualmente trasmissibile. L’abuso sessuale può essere fatto dagli stessi operatori, in condizioni semplici o all’interno di riti satanici. Non è una battuta: è già successo. A Taviano (Lecce), nell’aprile 2013 ben sette bambini sono stati abusati all’interno di una rito satanico. Per una persona che abbia tendenze pedofile, quale situazione migliore che fare il corso di operatore e farsi assumere dove i bambini sono deportati?
I servizi sociali si sono precipitati a deportare bambini, a distruggere famiglie, mandare a processo padri innocenti che poi sono stati assolti per dei disegni. Chiunque vi spieghi che da un disegno di un bambino si può dedurre un abuso, vi sta dicendo fesserie. I bambini di oggi, con pochi lodevoli e geniali eccezioni come i bambini del bosco, crescono in mezzo alla follia di cinema e televisione, il fratello maggiore guarda film horror o spaventosi video musicali, per non parlare del nonno che ogni tanto guarda i porno dimenticandosi di chiudere la porta. Migliaia di immagini scolano nel subconscio del bambino ed escono in disegni da cui non si deve dedurre un accidente di niente.
I disegni dei bambini acquistano significato solo se ripetuti, ripetitivi, sistematicamente angoscianti, osservati nel tempo, in tempi lunghi e in ambienti molto sereni. Innumerevoli volte per un disegno sospetto, fatto a scuola e segnalato dalla maestra - che è un’esperta perché ha seguito il corso serale in due lezioni da 45 minuti ognuna sui disegni dei bambini - poliziotti sono piombati nel soggiorno di una madre che stava preparando il pranzo e hanno deportato i due bambini. È successo a Basiglio (2008-2011). Dopo anni di indagini, perizie grafiche e psicologiche, i genitori sono stati assolti con formula piena e i due fratellini deportati sono tornati a casa, e nessuno ha pagato per le loro vite traumatizzate e riempite di dolore. Lo stesso è successo a Ceccano nel 2020, dove tre figli sono stati tolti alla famiglia, per poi scoprire che le accuse di maltrattamento erano infondate. Il caso più tragico è quello di Angela, che ha fatto a scuola un disegno che, secondo lei, rappresentava il fantasma Casper, secondo la maestra un pene. Senza nessuna verifica, tramite l’articolo 403 del codice civile, con una fede cieca nell’interpretazione soggettiva di un disegno infantile, il 24 novembre del 1995 Angela è stata strappata alla sua famiglia. Un’assistente sociale e due carabinieri la prelevano a scuola. Ha sei anni. È terrorizzata. Piange e supplica che papà e mamma vadano a prenderla. Gli interrogatori nel centro di affido sono durissimi, durano ore, se dici che papà ti ha fatto male ti lascio andare a casa. Una volta che il bambino è stato deportato, non si può più dire che è stato un errore. La bambina farfuglia di un abuso che non c’è stato. Il padre condannato in primo grado farà due anni di prigione prima di essere assolto in appello. Ma nel frattempo Angela è stata data in adozione a un’altra famiglia che ora è la «sua famiglia» e non sarà restituita ai suoi genitori perché, «non si può levare un bambino alla sua famiglia», spiegano i servizi. Il padre non molla, impiegherà undici anni, ma ritroverà la sua bambina, ormai diciottenne, finalmente libera. Nessuno ha pagato. Nessuno paga mai.
Leggi da fare immediatamente: assistenti sociali e giudici devono pagare sia civilmente che penalmente per le conseguenze disastrose di eventuali scelte senza senso. In ogni istante deve esserci la presenza dell’avvocato di famiglia.
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(IStock)
Il padre dei piccoli ne detiene l’affido esclusivo. «Non voglio vedere i miei bambini così», ripete Giovanna. «Dovrei fare incontri alla presenza dei servizi sociali di Venezia, gli stessi che affermavano che Marco stava bene invece era già sofferente; e dichiaravano che i miei figli non andavano a scuola, quando proprio in classe furono prelevati una seconda volta il 14 ottobre 2024, senza avvisarmi, per collocarli nuovamente in casa famiglia. Almeno devono cambiare servizi sociali, per molto meno lo fanno ma la mia richiesta viene ignorata».
Come raccontato a dicembre dalla Verità, ricordando l’allontanamento molto violento dei piccoli una prima volta l’8 novembre 2022, con massiccio intervento di forze dell’ordine e addirittura pompieri documentato dalla trasmissione Fuori dal coro di Mario Giordano su Rete 4, questi bambini stanno soffrendo le conseguenze di un complesso iter giudiziario di separazione.
Ad aggravare e rendere inaccettabile la situazione è che Marco non vede la mamma da mesi. Non l’ha potuta avere accanto durante l’intervento e la successiva chemio. «Con i miei genitori, assieme ai quali ho cresciuto i bambini dal 2020 all’ottobre del 2024, avevamo chiesto a Natale di poter vedere in videochiamata Marco e Luca o di sentirli telefonicamente, ma il padre si è rifiutato», spiega sconcertata Giovanna.
La signora, uno dei 36 casi esemplari di vittimizzazione secondaria denunciati nel 2022 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato sul femminicidio, sconta la scelta di aver portato via nel 2019 i figli dalla casa dell’ex compagno a Venezia, sospettando abusi sulle creature. «La causa penale e quella civile sono state archiviate», dice. Solo nel 2025 ha potuto avere un riscontro ai suoi timori: «I bambini sono stati visti da due psicologi e psicoterapeuti che dichiarano che hanno probabilmente subìto abusi sessuali e sono in uno stato di rischio pericolo», documento della Neuropsichiatria della Aulss3 di Venezia mai segnalato né alla Procura né alla Corte d’Appello territoriale.
Giovanna sta soffrendo decisioni gravi e scorrettezze inaudite. Basti pensare che né l’avvocato del padre dei bimbi né la curatrice speciale dei minori le avevano notificato il decreto di fissazione dell’udienza in cui si discuteva se toglierle la responsabilità genitoriale. Udienza che nel 2024 si svolse così senza la madre dei bambini e senza nessun legale per essa, in violazione del contradditorio.
«Mi hanno addebitato presunte inadempienze scolastiche e ostatività materna verso la figura paterna, mentre ci sono tutte le pagelle consultabili. Quando al padre, i bambini temevano la figura paterna. Proprio per questo motivo mi sono sempre opposta agli incontri liberi fra di loro, continuando a chiedere che i piccoli venissero sottoposti ad accertamenti da parte dell’autorità giudiziaria, accertamenti da sempre negati».
Per l’avvocato Simona Donati, legale di Giovanna, la signora vive un’indubbia ingiustizia «ma allo stato attuale può vedere i figli solo se acconsente a incontri protetti. La mia assistita ne chiede l’immediata ricollocazione presso l’abitazione materna e il ripristino della responsabilità genitoriale, ma l’udienza è fissata dinanzi al Tribunale di Venezia il prossimo 16 aprile. Si prevedono tempi lunghi».
Giovanna ha presentato anche atto di citazione per querela di falso, chiedendo la nullità totale di tutti i decreti emanati dal pm. «L’unico decreto valido in 5 anni di giudizio risulterebbe essere quello di primo grado del 20 marzo 2020 che aveva disposto l’affidamento dei minori ad entrambi i genitori, con collocazione prevalente presso la madre, in quanto tutto quello che è avvenuto dal decreto del 21 luglio 2020 in avanti è da considerarsi nullo per via della costituzione del magistrato in giudizio quando lo stesso era già stato trasferito ufficialmente presso un’altra Procura», precisa l’avvocato Donati.
Con i tempi della giustizia nel frattempo i figli, uno dei quali malato, stanno lontani dalla mamma? «Il piccolo è stato portato in pronto soccorso con urgenza lo scorso 16 dicembre ma il padre l’ha comunicato solo in data 1 gennaio 2026 con pec inoltrata alla sottoscritta, al Tribunale ed al servizio sociale di Venezia. Come posso essere tranquilla?», chiede la mamma.
Aggiunge: «Più volte ho domandato una registrazione degli incontri, perché di nulla mi si possa accusare. Sono anche in causa con questi servizi sociali, pensiamo solo che è stato occultato per mesi un grave problema neurologico con effetti avversi sulla salute di Marco», esclama esasperata. «I miei bambini con me stavano bene, come certificato. Eppure io mi ritrovo senza responsabilità genitoriale».
Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, aveva chiesto «che si accerti se vi siano effettivamente stati negligenze e ritardi nell’intervento medico, se i servizi sociali e la struttura in cui il bambino era collocato abbiano efficacemente tutelato la sua salute - e così il padre, presso il quale i minori risiedono da luglio 2025 - e se l’iter giudiziario presenti eventuali irregolarità». A tutt’oggi, dice Terragni alla Verità, «non ho ricevuto nessun riscontro». Questo è l’interesse che si ha per i minori.
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