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2021-01-04
La lotteria della scuola tra date incerte e bus fantasma
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Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.
Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.
Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti».
L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.
Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.
Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus.
Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.
La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente.
Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.
«Governo sordo a ogni innovazione»
«La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico.
La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione.
E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro.
La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica.
Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano».
Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre».
Lo Snals: è la ripartenza peggiore
«Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi.
I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente».
No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici».
«questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti»
«La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta.
Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo?
«È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere».
Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici?
«La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori».
Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina?
«Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola».
Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza?
«La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni».
E le conseguenze sui ragazzi?
«Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni».
Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale?
«Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza».
L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto?
«L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo».
È un processo irreversibile?
«Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
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Giorni, orari, percentuali, turni di presenze: manca ancora una linea comune tra esecutivo e Regioni. Se l'istruzione dà i numeri, una sola cifra è sicura: l'anno perso ridurrà i futuri guadagni del 10%.La Fondazione Agnelli aveva proposto lezioni a luglio, blocco della mobilità e stop al valzer delle supplenze: «Ora recuperare la preparazione è sempre più difficile».Per il sindacato riportare i ragazzi in aula il 7 è troppo pericoloso perché il sistema dei trasporti è rimasto immutato e la gestione delle modalità di ingresso è caotica.Lo storico della pedagogia, Adolfo Scotto di Luzio, vede un forte impoverimento culturale: «Lo studio è stato messo ai margini da una maggioranza che non si preoccupa delle crescenti differenze sociali. Lucia Azzolina? Figura debole».Lo speciale contiene quattro articoli.Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti». L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus. Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente. Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-sordo-a-ogni-innovazione" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «Governo sordo a ogni innovazione» «La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico. La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione. E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro. La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica. Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano». Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-snals-e-la-ripartenza-peggiore" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> Lo Snals: è la ripartenza peggiore «Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi. I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente». No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="questa-e-una-generazione-perduta-soltanto-chi-ha-i-soldi-andra-avanti" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti» «La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta. Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo? «È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere». Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici? «La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori». Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina? «Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola». Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza? «La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni». E le conseguenze sui ragazzi? «Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni». Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale? «Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza». L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto? «L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo». È un processo irreversibile? «Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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