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2021-01-04
La lotteria della scuola tra date incerte e bus fantasma
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Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.
Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.
Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti».
L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.
Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.
Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus.
Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.
La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente.
Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.
«Governo sordo a ogni innovazione»
«La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico.
La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione.
E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro.
La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica.
Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano».
Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre».
Lo Snals: è la ripartenza peggiore
«Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi.
I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente».
No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici».
«questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti»
«La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta.
Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo?
«È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere».
Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici?
«La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori».
Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina?
«Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola».
Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza?
«La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni».
E le conseguenze sui ragazzi?
«Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni».
Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale?
«Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza».
L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto?
«L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo».
È un processo irreversibile?
«Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
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Giorni, orari, percentuali, turni di presenze: manca ancora una linea comune tra esecutivo e Regioni. Se l'istruzione dà i numeri, una sola cifra è sicura: l'anno perso ridurrà i futuri guadagni del 10%.La Fondazione Agnelli aveva proposto lezioni a luglio, blocco della mobilità e stop al valzer delle supplenze: «Ora recuperare la preparazione è sempre più difficile».Per il sindacato riportare i ragazzi in aula il 7 è troppo pericoloso perché il sistema dei trasporti è rimasto immutato e la gestione delle modalità di ingresso è caotica.Lo storico della pedagogia, Adolfo Scotto di Luzio, vede un forte impoverimento culturale: «Lo studio è stato messo ai margini da una maggioranza che non si preoccupa delle crescenti differenze sociali. Lucia Azzolina? Figura debole».Lo speciale contiene quattro articoli.Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti». L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus. Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente. Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-sordo-a-ogni-innovazione" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «Governo sordo a ogni innovazione» «La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico. La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione. E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro. La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica. Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano». Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-snals-e-la-ripartenza-peggiore" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> Lo Snals: è la ripartenza peggiore «Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi. I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente». No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="questa-e-una-generazione-perduta-soltanto-chi-ha-i-soldi-andra-avanti" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti» «La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta. Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo? «È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere». Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici? «La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori». Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina? «Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola». Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza? «La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni». E le conseguenze sui ragazzi? «Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni». Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale? «Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza». L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto? «L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo». È un processo irreversibile? «Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
Bruno Cefalà, chef del Rosa Grand Hotel Milano, con mano raffinata e sguardo rivolto al futuro senza dimenticare la tradizione, si misura con l'eccellenza italiana. Con ottimi risultati.
Giorgia Meloni (Ansa)
Gli è stato chiesto: l’Italia si muoverà da sola? Cioè senza attendere le liturgie di Bruxelles. La risposta è stata chiara: «Io non lo escluderei». E in aggiunta il ministro dell’Economia ha parlato con una metafora. «Tanti colleghi (intesi come ministri, ndr) si ritrovano con me a fare il medico nell’ospedale da campo e in tanti condividiamo lo stesso modo di vedere la situazione. Abbiamo feriti che arrivano da tutte le parti e che dobbiamo curare: non possiamo dargli l’aspirina». Insomma, non è tempo di pannicelli caldi: servono misure concrete di sostegno all’economia e se necessario l’Italia deve fare da sola, senza attendere il via libera di un’Europa che di fronte alla situazione venutasi a creare con il blocco dello stretto di Hormuz non sembra sapere che pesci pigliare. Concetto poi ribadito dallo stesso presidente del Consiglio in un post su X.
Tanto per far capire ancor meglio come la pensino al governo, Giorgetti ha poi fatto un riferimento al Patto di stabilità, ovvero a quell’insieme di regole europee che tra le altre cose impongono il vincolo di un rapporto deficit/Pil al di sotto del 3%, pena l’apertura di una procedura d’infrazione comunitaria. «Io non ho chiesto la deroga al Patto di stabilità, ma ho detto che bisogna essere pronti e flessibili per rispondere alle situazioni. Non rilassati, ma flessibili. Quello che secondo me non è accettabile è la rigidità nel confrontarsi con un mondo che è completamente cambiato». Il ministro non lo dice espressamente, ma il senso è chiaro: le regole di Bruxelles non possono essere un dogma a cui attenersi anche se lo scenario richiede l’adozione di altre misure, perché così facendo ci si schianta. Difficile non essere d’accordo. Sulla Verità ne abbiamo parlato spesso, invocando un cambio di direzione e un’azione per convincere l’Europa ad adottare politiche economiche che invece dei parametri di Maastricht favoriscano la crescita. Ma gli occhiuti funzionari della Ue da questo orecchio paiono non sentirci. Per loro vale soltanto la religione del pareggio di bilancio. E purtroppo alla miopia dei vertici dell’Unione corrisponde anche quella di chi amministra la politica monetaria nel Vecchio continente, ovvero Christine Lagarde.
Negli ultimi quattro anni è successo di tutto: l’invasione dell’Ucraina da parte di Mosca, con conseguenti sanzioni europee e rinuncia al conveniente gas russo; la guerra dei dazi che ha rallentato le esportazioni verso gli Stati Uniti; e ora il conflitto in Iran, con il blocco dello stretto di Hormuz e dunque delle esportazioni di gas e petrolio. Tutto ciò con un’impennata dei prezzi dei combustibili fossili, che a cascata si rovesciano su imprese e famiglie. Di fronte a tutto ciò si può rimanere ancorati al 3% che definisce il rapporto fra deficit e Pil? La risposta è no, perché se cambiano le condizioni devono cambiare le regole. «Noi abbiamo ancora un’industria» si è sfogato Giorgetti, «l’Italia è ancora un Paese industriale, mentre ci sono alcuni Paesi che l’industria non sanno nemmeno cos’è». Il ministro non fa nomi, ma è evidente il riferimento a quanti sono sempre pronti a puntare l’indice sui decimali.
E a proposito di numerini, ieri Eurostat ha «sentenziato» che l’Italia deve ancora sottostare alla procedura d’infrazione, perché il deficit per poche decine di miliardi è al 3,1%. Giorgetti dice che fino al 28 febbraio, cioè fino all’attacco contro l’Iran, avrebbe voluto rientrare nei parametri europei, ma adesso la faccenda non lo interessa più, perché con quel che è accaduto dopo la guerra in Iran lo zero virgola non è la cosa più importante. Ma la decisione di Eurostat ha suscitato allarmati commenti da parte di Giuseppe Conte, ovvero di colui che con il Superbonus ha contribuito a creare un buco che ancora si trascina nei conti dello Stato. Il leader dei 5 stelle strilla perché spera di ottenere visibilità, ma la risposta migliore gliel’ha data la premier, addebitando il mancato obiettivo del 3% di deficit alla gestione dello stesso Conte. Visti i risultati dei suoi anni al governo (reddito di cittadinanza, Superbonus e lockdown) gli italiani sanno che cosa li aspetterebbe nel caso tornasse a Palazzo Chigi. Incrociamo le dita per risparmiarci quest’altra sciagura.
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E, come tutti, lo osannò applaudendo la sua «decisione irrevocabile». Decenni dopo, in democrazia, egli stesso spiegò molto candidamente il motivo dell’entusiasmo: «La piazza era straripante e la dichiarazione di guerra sembrava l’annuncio di un ricco programma di festeggiamenti popolari: tutti erano esaltati, travolti dalla gioia, dal piacere, urlavano la felicità di essere in guerra e di fare la guerra, sventolando le mani al cielo. Mi lasciai trascinare da quell’entusiasmo». Perché mai? E Sordi confessò: «Per ignoranza. Gli italiani erano ignoranti, nessuno li aveva informati. Nessuno gli aveva mai detto altre cose, per quasi due decenni. Perciò tutto quello che sapevamo proveniva dalla propaganda del regime e dalla cattiva informazione. Ci avevano raccontato di aver ricostruito un impero, di avere una forza indistruttibile e di aver ragione. Per di più eravamo alleati con quell’altra potenza della Germania e davvero credevamo, noi italiani, che in quattro e quattr’otto avremmo conquistato il pianeta».
Ecco. Gli italiani non sapevano nulla della realtà. Alberto Sordi, invecchiando, lo aveva capito. Figurarsi se potevano conoscere l’effettivo scenario geopolitico mondiale, lo stato delle cose in Europa e in Italia. Erano stati relegati per anni in una meta-realtà che nulla aveva a che fare con la verità. Per Mussolini era stato facile: una volta sterminata nel sangue l’opposizione, gli era bastato dominare i giornali e la radio ed ecco che la propaganda poté stuprare l’informazione, ipnotizzando il popolo. La radio era una sola e di Stato e fu molto semplice, per i giornali invece la via fu più complessa e quindi più criminale.
E qui comincia Fascistissima, il nuovo libro di Giovanni Mari, edito da People (pp. 200, € 16): un’indagine storica rigorosa e avvincente che illumina i fatti di cent’anni fa esatti, il 1926, quando Mussolini strangolò la stampa libera in Italia. Attraverso documenti, telegrammi, circolari prefettizie e testimonianze d’epoca, il libro ricostruisce passo per passo la «stretta immediata» sull’informazione, con l’obiettivo di trasformarla in un megafono del regime. Non si tratta di una mera cronaca: Mari denuncia come la soppressione della libertà di stampa sia stata il pilastro della dittatura, un crimine contro la democrazia che rese gli italiani ostaggi di una propaganda monolitica.
La stretta sulla stampa cominciò subito. Nel 1923 Mussolini ordinò ai prefetti monitoraggi sull’atteggiamento dei giornali e promosse un decreto-legge (15 dicembre, n. 3288) che dava ai prefetti poteri discrezionali per diffidare e revocare gerenti di testate accusate di «notizie false», «allarme pubblico» o «odio di classe», permettendo sospensioni e sequestri. Cesare Rossi (capo dell’Ufficio stampa) schedò testate, direttori, redattori e finanziatori tramite circolari ai prefetti (ottobre-dicembre 1923), richiedendo dati su «colori politici», tirature reali, qualità morali e influenze. Ma l’operazione non si rivelò sufficiente. Anzi, dopo il delitto Matteotti la stampa criticò aspramente il regime, accusandolo apertamente di essere il mandante: le vendite schizzarono verso l’alto, con punte del +400% a Milano per i fogli antifascisti.
Come racconta Mari in Fascistissima, i giornali si batterono fino all’ultimo, rischiando ogni giorno. La Federazione nazionale della stampa (la Fnsi, il sindacato dei giornalisti), e grandi direttori liberali come Luigi Albertini (Corriere della sera) e Alfredo Frassati (La Stampa) bollarono la politica fascista come «liberticida e criminale». In quell’estate del 1924 Mussolini comprese che la stampa era ancora per lui un gigantesco ostacolo nella permanenza al potere. E sciolse ogni dubbio dopo che Vittorio Emanuele gli consegnò vigliaccamente una lettera di aiuto che 25 direttori di giornali gli avevano inviato nella speranza che interrompesse la spirale totalitaria del fascismo. Il re non solo non rispose, ma regalò la missiva al Duce.
Ecco stralci della lettera dei direttori, quasi tutti moderati e liberali, era il dicembre del dicembre 1924: «Maestà, la stampa italiana è in grave pericolo a causa delle decisioni prese dal governo. Disconosciuta la funzione del giornalismo, soppresso il principio statutario che la stampa è libera e che soltanto la legge può reprimerne gli abusi, sconvolti i cardini del nostro diritto pubblico che sancisce in materia norme di repressione e non di prevenzione, il governo applica disposizioni restrittive che mirano alla sospensione della voce della stampa […]. Questo nuovo stadio ha portato alla soppressione di più giornali; alla paralisi politica e anche cronistica di tutti i giornali non incondizionatamente favorevoli al governo ed al partito che lo sostiene. La stampa, che doveva essere libera e solo soggetta alla legge, è invece completamente soggetta all’arbitrio del potere esecutivo».
Non è un caso che il successivo mese di gennaio Mussolini pronunciò il celebre discorso alla Camera in cui si assunse tutte le responsabilità e di fatto avviò la torsione verso la dittatura. E così la Fnsi fu commissariata; l’agenzia Stefani cominciò a diramare veline tassative, direttori moderati, ma critici con il regime come Albertini e Frassati furono fatti epurare. In una corsa sfrenata caratterizzata dalle leggi fascistissime che distrussero il sistema democratico e fino alla legge di San Silvestro, 31 dicembre 1925, che uccise la stampa. Entrò in vigore dal 20 gennaio 1926.
La chiave di volta istantanea, che sottometteva la stampa allo Stato e dunque al governo e dunque a Mussolini, era contenuta già all’articolo 1: il direttore di un giornale, da quel momento, sarebbe stato designato solo con il timbro del procuratore generale presso la Corte d’appello di riferimento. Il direttore, quindi, doveva piacere alla magistratura, già pienamente (o quasi) vassalla del fascismo. Il colpo di grazia era inferto dall’articolo 7, che decretava la nascita dell’albo dei giornalisti: senza l’iscrizione non si poteva esercitare la professione giornalistica, ma l’iscrizione era subordinata ai meccanismi sanciti da un futuro regolamento (che quindi neppure sarebbe passato dal Parlamento). Venne deciso, infatti, che sarebbe stata concessa solo dopo il rilascio da parte del prefetto, un uomo di Stato completamente suddito del governo, di un certificato di «buona condotta politica». Significa esattamente quel che sembra: un cittadino poteva diventare giornalista solo con l’autorizzazione del prefetto, nominato direttamente dal governo Mussolini. Vittorio Emanuele promulgò il testo senza fiatare, diventando corresponsabile del bavaglio. Ed ecco che nel mazzo delle leggi fascistissime questa sui giornali generò una stampa fascistissima.
La «lenzuolata» sui giornalisti si perfezionò nel 1927, con una generalizzata cacciata dalle redazioni dei professionisti non allineati, ovviamente in combutta con le proprietà (e con buona parte dei giornalisti che accettarono il nuovo equilibrio, nascondendosi dietro la sicurezza e lo stipendio). E per effetto della nuova legge, l’iscrizione all’Ordine, entro il 1928, fu impedita a 1.897 aspiranti giornalisti, senza molte spiegazioni, per la semplice mancanza della «patente» dei prefetti. La stampa era morta.
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Da sx in alto: Emanuele Buttini circondato da ragazze, Sasha Dana Fontanarossa, Deborah Ronchi e Alessio Salamone con un'amica
«Vabbè, lui bene perché almeno guadagno qualcosa se viene». E poi: «Amore, avete guadagnato voi? Qualcosa?». Infine, la frase che dà il senso della pressione continua dentro il sistema: «Devo sempre trovare ragazze… sennò si incazzano». Quando Sasha Dana Fontanarossa dice «si incazzano», nelle carte si riferisce a Emanuele Buttini e Deborah Ronchi, i due che, secondo la Procura di Milano, stavano sopra di lei e sopra le ragazze, decidendo chi far arrivare, dove farle dormire, con quali calciatori mandarle e quanto pagarle. È da qui che oggi conviene ripartire per spiegare l’inchiesta milanese per favoreggiamento della prostituzione e riciclaggio: dal tema dello sfruttamento economico e della dipendenza materiale delle giovani ospitate nella casa di Cinisello Balsamo, tenute dentro un meccanismo fatto di stanze, regole, «buste», percentuali e pressione continua a trovare nuove presenze. E dentro quel mondo, raccontano i documenti, giravano anche gas esilarante nei palloncini e hashish.
È su questo sfondo che si apre la seconda fase dell’inchiesta che sta facendo tremare il mondo di Serie A e Serie B. Anche perché dall’elenco delle parole chiave emergono almeno 70 nomi riconducibili al mondo del calcio professionistico. Non significa siano stati clienti accertati (non sono indagati), ma solo profili ritenuti abbastanza rilevanti da entrare nel set di ricerca investigativa. Le squadre toccate sono soprattutto Inter, Milan, Juventus, Verona, Sassuolo, Torino, Monza, Bologna, Atalanta, Udinese, Lazio, Genoa, Cagliari, Fiorentina e Napoli, oltre ad alcuni profili con trascorsi in club esteri. Ma a giudicare dalle indagini ci sarebbero stati anche piloti di Moto Gp, Formula 1, giocatori di Hockey, imprenditori e politici.
Non a caso, nelle prossime settimane, alcuni calciatori potranno essere ascoltati come persone informate sui fatti. Dovranno chiarire come siano entrati in contatto con Buttini, quale rapporto avessero con il gruppo della MA.DE Milano e quale fosse la natura dei loro rapporti con le ragazze che partecipavano alle serate: semplice presenza da tavolo e dopocena oppure il passaggio al cosiddetto «servizio extra» del sesso a pagamento. E non è un passaggio banale: ieri molte ragazze che partecipavano a queste feste sono già state ascoltate dagli investigatori, chiamate a raccontare dal basso come funzionava davvero la macchina e che cosa accadeva nei rapporti con clienti e organizzatori. La prossima settimana, lunedì 27, è invece fissato l’interrogatorio di garanzia di Buttini, Luan Amilton Fraga Luz e Ronchi, difesi dall’avvocato Marco Martini, e anche dell’altro socio finito agli arresti domiciliari, Alessio Salamone.
Il nome che torna al centro di tutto è sempre quello di Buttini. Non solo come uno dei presunti capi dell’organizzazione, ma come snodo di un paradosso che per gli inquirenti è fondamentale. Per la Procura, dal 2015 al 2023 non ha dichiarato redditi e nel 2024 ha indicato appena 16.988 euro da lavoro dipendente, corrisposti dalla compagna Ronchi. Eppure, nello stesso tempo, guardando la sua pagina Instagram, si muove dentro un mondo di concierge, tavoli vip, viaggi, locali, Mykonos, Dubai, St Barth e contatti nel calcio che conta. È stato questa differenza palese, tra la povertà fiscale e la vita dorata sui social, che ha spinto i magistrati a guardare non solo alla prostituzione organizzata ma anche al denaro che quella rete avrebbe generato e poi assorbito negli anni.
Le carte spiegano che non tutte le giovani avevano la stessa funzione. Alcune erano ragazze immagine, hostess, accompagnatrici ai tavoli. Altre, però, erano disponibili anche a prestazioni sessuali. Il gruppo, secondo gli inquirenti, poteva contare su un centinaio di ragazze, molte giovanissime, italiane e straniere. Ed è proprio su di loro che si misura il rapporto di forza economico. I compensi ricostruiti nelle intercettazioni parlano di 70-100 euro a serata, con trattenute se la ragazza usa l’alloggio di Cinisello; in altri casi scatta un 10% sull’incasso del tavolo. Il cliente, secondo l’accusa, pagava l’organizzazione. Poi il vertice decideva quanto far scendere verso il basso. Fontanarossa, considerata dai pm la maitresse del gruppo, spiega che da quando vive nella casa viene pagata un po’ meno «perché comunque prendono un po’ diciamo per la casa», ma se fa spendere un tavolo prende la percentuale. Insomma prima c’è la cassa del gruppo, poi il resto.
In una conversazione del 19 dicembre 2025 la donna chiede a Ronchi «l’elenco» per capire dove sistemare le nuove arrivate, e la compagna di Buttini risponde che due dormiranno nella stanza doppia, mentre altre quattro andranno nella camera con i letti a castello; poi aggiunge che si fermeranno solo una notte e che la domenica ne arriveranno altre quattro. È un passaggio che spiega bene la gestione dell’azienda: non sono semplici ospiti, ma giovani distribuite e ruotate nella casa secondo le esigenze dell’organizzazione. Alle presenti veniva inoltre chiesto di versare anche il canone di affitto delle camere. È qui che l’inchiesta prende con più nettezza la forma dello sfruttamento economico: clienti disposti a spendere migliaia di euro, compensi minimi per chi partecipava alle serate, e un vertice che tratteneva il margine scaricando i costi verso il basso.
La Guardia di Finanza ricostruisce un profitto contestato di 1.214.374,50 euro. Ma soprattutto il decreto di sequestro spiega che quel profitto non proverrebbe solo dai clienti finali: deriverebbe anche dagli esercenti dei locali alla moda di Milano, che grazie alla presenza di personaggi in vista - soprattutto calciatori - e dell’indotto generato dalle serate organizzate dalla MA.DE avrebbero ottenuto maggiori incassi. È il punto in cui l’inchiesta smette di essere soltanto un fascicolo su escort e dopopartita e diventa una storia di economia della notte: tavoli, locali, ragazze e clienti che producono ricavi su più livelli.
Una parte consistente dei flussi, scrive il pm, è transitata anche su conti Revolut aperti in Lituania da Ronchi, Buttini, Barbera e Salamone, non dichiarati nelle rispettive dichiarazioni dei redditi. Il pm aveva chiesto di sequestrare anche una serie di immobili riconducibili a Ronchi e Buttini tra via Monte Nero e via Don Luigi Guanella: appartamenti, box, depositi, locali commerciali. La gip, però, ha detto no su questo punto. Nel decreto spiega che non ci sono ancora elementi sufficienti per affermare che quegli immobili siano il frutto di immediato reimpiego del profitto illecito, e che per i reati contestati non c’è base legale per la confisca per equivalente. Così il sequestro, almeno in questa fase, resta concentrato sul denaro che i pm stanno ancora cercando: sembra che sia stato spostato nei giorni scorsi.
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