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2021-01-04
La lotteria della scuola tra date incerte e bus fantasma
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Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.
Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.
Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti».
L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.
Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.
Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus.
Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.
La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente.
Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.
«Governo sordo a ogni innovazione»
«La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico.
La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione.
E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro.
La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica.
Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano».
Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre».
Lo Snals: è la ripartenza peggiore
«Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi.
I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente».
No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici».
«questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti»
«La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta.
Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo?
«È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere».
Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici?
«La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori».
Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina?
«Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola».
Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza?
«La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni».
E le conseguenze sui ragazzi?
«Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni».
Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale?
«Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza».
L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto?
«L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo».
È un processo irreversibile?
«Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
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Giorni, orari, percentuali, turni di presenze: manca ancora una linea comune tra esecutivo e Regioni. Se l'istruzione dà i numeri, una sola cifra è sicura: l'anno perso ridurrà i futuri guadagni del 10%.La Fondazione Agnelli aveva proposto lezioni a luglio, blocco della mobilità e stop al valzer delle supplenze: «Ora recuperare la preparazione è sempre più difficile».Per il sindacato riportare i ragazzi in aula il 7 è troppo pericoloso perché il sistema dei trasporti è rimasto immutato e la gestione delle modalità di ingresso è caotica.Lo storico della pedagogia, Adolfo Scotto di Luzio, vede un forte impoverimento culturale: «Lo studio è stato messo ai margini da una maggioranza che non si preoccupa delle crescenti differenze sociali. Lucia Azzolina? Figura debole».Lo speciale contiene quattro articoli.Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L'accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l'apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall'inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull'efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell'infanzia e di prima e seconda elementare, l'11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l'orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l'assessore alla Sanità Alessio D'Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell'Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l'ampiezza degli scaglionamenti». L'amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell'ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l'affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l'8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l'andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c'è il rischio che all'apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un'altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus. Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell'anno. In quell'immagine è riassunta l'incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest'anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest'anno. L'istituto stima che il tasso medio di rendimento dell'istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all'anno durante l'intero arco della vita lavorativa di uno studente. Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="governo-sordo-a-ogni-innovazione" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «Governo sordo a ogni innovazione» «La chiusura delle scuole e il passaggio alla didattica a distanza rischiano di lasciare segni pesanti su questa generazione di studenti, riducendo il capitale umano rispetto a quelle che l'hanno preceduta». Il direttore della Fondazione Agnelli, Andrea Gavosto, non ha dubbi: la generazione del Covid porterà il marchio di un anno scolastico da dimenticare. La gestione caotica della scuola durante la pandemia, avrà effetti pesanti sul futuro professionale di 9 milioni di studenti. «Abbiamo lanciato l'allarme più volte ma non siamo stati ascoltati», ribadiscono alla Fondazione Agnelli che in più documenti ha illustrato nel dettaglio quale è l'impatto sulla preparazione di questo anno schizzofrenico. La Fondazione ha avanzato alcune proposte ma sono cadute nel vuoto. Come la prosecuzione delle lezioni a luglio, scavalcando la tradizionale chiusura dell'anno scolastico a giugno per la pausa estiva: «Forse ci sarebbero stati problemi con i sindacati, ma il ministro non ha provato nemmeno ad aprire una discussione». Un altro suggerimento è stato di negoziare con il sindacato il blocco della mobilità degli insegnanti e riprendere a settembre le lezioni con una logica di continuità didattica, evitando buchi: «Invece abbiamo assistito al solito valzer delle cattedre con alcune scuole rimaste senza docenti e in difficoltà a reperire i supplenti. Il blocco della mobilità si poteva fare, ma il ministro dell'Istruzione non ha nemmeno tentato di proporlo», dicono i ricercatori della Fondazione. E spiegano che la natura dell'istruzione è cumulativa e la perdita di questi mesi rischia di riverberarsi sugli anni futuri rendendo più difficile il proseguimento degli studi e l'accesso al mercato del lavoro. La Fondazione ci parla di uno studio effettuato da alcuni ricercatori americani sugli effetti delle vacanze estive. L'assenza di scuola determina una caduta significativa di quanto si è appreso fino a quel momento (la cosiddetta learning loss): al rientro da periodi prolungati di vacanza, gli studenti dimostrano di aver minori conoscenze rispetto a quando sono partiti. Quest'anno, alla tradizionale caduta estiva va aggiunto un ulteriore, significativo, declino degli apprendimenti per le 14 settimane di chiusura delle scuole, solo parzialmente compensato dalla didattica a distanza. Il report su alcune scuole degli Stati Uniti ha verificato minori competenze rispetto alle generazioni precedenti, intorno al 35% per la capacità di lettura e del 50% per la matematica. Barbara Romano, ricercatrice della Fondazione Agnelli, pone in evidenza la contraddizione del governo. «È preoccupato delle fortissime ripercussioni negative del Covid sui diversi settori economici. Tuttavia, quando si discute della riapertura delle attività industriali e commerciali, nessuno sembra prestare attenzione e soprattutto porre rimedio alla perdita potenzialmente peggiore di tutte: quella del capitale umano». Per Gavosto è mancato un sistema di governo della scuola in grado di guidarla fuori dall'emergenza. Dopo un inizio promettente, il ministero si è mostrato incapace di fornire «regole del gioco» adeguate: «Al contrario, la scelta deliberata è stata di trasmettere una parvenza di normalità, pretendendo che l'emergenza non esistesse e che la scuola procedesse nel modo consueto: termine delle lezioni a giugno, esami di Stato in presenza, procedure di trasferimento e di nomina dei supplenti a inizio settembre». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="lo-snals-e-la-ripartenza-peggiore" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> Lo Snals: è la ripartenza peggiore «Al termine della pandemia raccoglieremo i cocci. Avremo un impoverimento culturale generalizzato, vuoti di apprendimento, difficili da colmare. Sarà una generazione marchiata a fuoco. Ci troveremo a contare quanti ragazzi abbiamo perso. La didattica a distanza ha favorito la dispersione scolastica. Non in tutte le famiglie ci sono i computer, c'è chi è costretto a seguire le lezioni dal cellulare, chi non riesce a collegarsi per una linea internet carente. Per tanti ragazzi che vivono in una realtà di degrado sociale, la scuola è un punto di riferimento. Su di loro il blocco delle lezioni in presenza ha avuto effetti gravissimi, li ha rimessi sulla strada con conseguenze che possiamo facilmente immaginare». Il segretario generale dello Snals, uno dei sindacati più rappresentativi della scuola, Elvira Serafini, è molto critica sulle lezioni a casa per un periodo così lungo anche se considera la riapertura del 7 gennaio «troppo rischiosa» a fronte dell'aumento dei contagi. I mesi trascorsi dovevano essere utilizzati per dare una risposta al sovraffollamento dei trasporti, una delle cause principali dei contagi. «Le condizioni non sono cambiate, continuano a esserci poche corse, inoltre passiamo da una situazione di zona rossa nazionale, al liberi tutti. Non vorrei che dopo qualche giorno si rialzasse la curva dei contagi e fossimo costretti a richiudere le classi». La sindacalista poi pone il problema dell'organizzazione per la riapertura prima con il 50% in presenza e poi con il 75% e con ingressi scaglionati: «Mi chiedo come farà il personale, già inferiore al fabbisogno, a coprire una turnazione così lunga nell'arco della giornata». Serafini dice anche che bisognerebbe avviare una serie di iniziative per far recuperare agli studenti il tempo perso durante la pandemia: «La didattica a distanza per molti è stata discontinua o, in famiglie disagiate, addirittura assente». No, comunque al prolungamento dell'anno scolastico. «Terminare le lezioni a fine luglio invece che a metà giugno, non è possibile perché c'è uno scadenzario legato agli esami. Vanno comunque studiati interventi sui processi di apprendimento per colmare i vuoti formativi ed evitare la fuga dalla scuola». Ma per fare lezioni integrative «è necessario aumentare gli organici». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lotteria-della-scuola-tra-date-incerte-e-bus-fantasma-2649724307.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="questa-e-una-generazione-perduta-soltanto-chi-ha-i-soldi-andra-avanti" data-post-id="2649724307" data-published-at="1609704957" data-use-pagination="False"> «questa è una generazione perduta. Soltanto chi ha i soldi andrà avanti» «La scuola è stata messa ai margini dell'agenda del governo. Ma non me ne stupisco perché è un processo che dura dagli anni Novanta. Solo che ora con il Covid è più evidente. Le nuove generazioni saranno meno preparate e quindi meno competitive e il Paese risentirà di questo impoverimento culturale. L'Italia avrà un ruolo internazionale sempre più subordinato. Nessuno si rende conto dei danni che la politica caotica sulla scuola avrà negli anni a venire». Adolfo Scotto di Luzio, storico della pedagogia, è una voce fuori dal coro del conformismo didattico. Docenti e pedagoghi descrivono la didattica a distanza come una esperienza formativa importante per i giovani, e sembrano non curarsi del vuoto di apprendimento causato dall'interruzione prolungata delle lezioni in presenza, mal compensato da piattaforme informatiche. Per Scotto di Luzio la generazione scolastica del Covid potrebbe essere una generazione perduta. Si parla tanto di ristoranti e bar ma ci si dimentica che la scuola è chiusa da mesi, che non tutti hanno pc e connessione per la didattica a distanza. Come mai la scuola è scesa agli ultimi posti dell'agenda del governo? «È la conseguenza della disarticolazione della catena di comando. La scuola non è più nelle competenze dello Stato centrale. Il ministro può consigliare una linea ma poi spetta alle Regioni decidere». Sta contestando il decentramento decisionale, l'autonomia delle Regioni e degli istituti scolastici? «La scuola è stata smontata dalle varie riforme. Gli istituti sono Stati indipendenti, il processo decisionale si interrompe sulla via del rapporto tra lo stato e le regioni, con i dirigenti scolastici presi in mezzo tra ministero e governatori». Quindi il problema non è il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina? «Il ministro è una figura debole perché l'ordinamento lo ha svuotato delle prerogative istituzionali. Il cuore dalla crisi del sistema scolastico è l'autonomia. Questo vulnus è emerso con maggior evidenza nell'emergenza Covid. Ogni Regione decide per proprio conto. Manca un'autorità politica con la responsabilità di dare l'indirizzo perché deve fare i conti con la moltiplicazione dei centri di poteri. Il governo dice una cosa ma poi deve venire a patto con i governatori. Il messaggio che arriva ai giovani è di una assoluta marginalità della scuola». Quali saranno le conseguenze della prolungata chiusura delle scuole? La didattica a distanza è riuscita a compensare il blocco delle lezioni in presenza? «La didattica a distanza è una soluzione dettata dall'emergenza ma di qui a teorizzare che la scuola possa funzionare attraverso le piattaforme online ce ne passa. Tante famiglie non hanno il computer e altrettante pur avendo i sistemi informatici non dispongono di un collegamento internet efficace. Questo sistema non può durare a lungo, non più di quanto è stato finora. C'è il rischio di mandare il messaggio che la scuola non serve a niente e gli insegnanti sono inutili e fannulloni». E le conseguenze sui ragazzi? «Questa è una generazione già fragile culturalmente, debole dal punto di vista degli strumenti intellettuali, della capacità di interpretare il mondo, della capacità critica. La conseguenza della perdita di un anno di scuola, perché di questo si tratta, sarà l'aumento delle differenze sociali di provenienza. Chi ha alle spalle risorse familiari economiche e di relazioni, se la caverà. Sa che potrà compensare quest'anno perso andando nelle migliori università straniere o con lezioni private di supporto. Gli altri porteranno lo stigma di essere la generazione Covid che sta dentro un processo di smantellamento culturale in corso da anni». Il Covid ha esaltato le differenze sociali, ridimensionando il ruolo della scuola come ascensore sociale? «Proprio così. Oggi più di ieri si farà sentire il divario tra le famiglie in grado di garantire ai figli un futuro e quelle meno abbienti. In una scuola più debole, il destino delle persone è restituito alle differenze sociali di partenza. Ma allora avrà fallito il suo compito. È un processo che non nasce con il Covid ma con il Covid si è accentuato. La crisi della scuola pubblica è anche la crisi dei meccanismi pubblici di formazione e di selezione delle classi dirigenti. Negli ultimi decenni le élite che hanno assunto funzioni di governo o vi hanno aspirato sono venute sempre più dal mondo delle banche e della finanza». L'eredità del Covid sarà quindi non solo una generazione perduta ma anche un Paese perduto? «L'impoverimento culturale porterà a un'ulteriore marginalizzazione del nostro Paese dai luoghi decisionali che contano. Abbiamo perso posizioni sul piano strategico, diplomatico, industriale e perfino nel Mediterraneo». È un processo irreversibile? «Bisognerebbe fare marcia indietro, abolire le misure controproducenti avviate a partire dagli anni Novanta, ridare centralità alla scuola. Lanciare un messaggio chiaro ai giovani sull'importanza della preparazione culturale. Il caos decisionale sulla ripresa delle lezioni in presenza non va in questa direzione».
Palazzo Grimani, sede della Corte d'Appello di Venezia. Nel riquadro, Walter Onichini (IStock)
Per Walter Onichini, macellaio di Legnaro (Padova) incensurato che il 22 luglio 2013 sparò al ladro che gli era entrato in casa e che stava scappando, la giustizia, in tutto il suo iter, ha mantenuto una costante: lo scorrere dei mesi. Ben 72 per arrivare alla sentenza di appello e 96 se si considera anche la Cassazione: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni di reclusione per tentato omicidio. Sentenza definitiva. E subito eseguita (48 ore dopo Onichini era in carcere a Venezia). L’uomo ferito, un pregiudicato albanese che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi per l’intrusione, non ha mai scontato la sua condanna in quanto irreperibile. Dopo aver passato due anni e mezzo in carcere, nel gennaio 2023, Onichini ottiene l’affidamento in prova: può lavorare e deve svolgere servizi di pubblica utilità. Ma il ciclo del tempo, per lui, non è cambiato neppure quando ha chiesto la grazia.
Novembre 2021: Sara Scolaro, moglie di Onichini, presenta istanza al magistrato di sorveglianza attraverso il suo legale, l’avvocato Ernesto De Toni. Il fascicolo resta in quella sede per nove mesi. Solo ad agosto 2022 viene inoltrato al ministero della Giustizia. Passa circa un altro anno. Un ulteriore segmento temporale senza esiti intermedi pubblici. Tanto che l’avvocato De Toni dirà ai giornalisti: «La domanda di grazia è rimasta ferma a Padova per oltre nove mesi e poi finalmente trasmessa al ministro della Giustizia a Roma e di essa nessuno aveva più saputo dirci nulla». La decisione arriva a distanza di 22 mesi e con parere contrario della pubblica accusa: richiesta respinta dal Quirinale, firma Sergio Mattarella. Per Nicole Minetti, invece, la stessa procedura sembra aver viaggiato su un binario accelerato. Il procedimento, dopo 166 giorni dalla presentazione della domanda, registra il parere positivo del sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Brusa: per la magistratura nulla osta alla concessione della grazia. Il parere arriva all’interno di un’istruttoria compatta. L’atto finale del Quirinale, ancora con firma di Sergio Mattarella, è dello scorso febbraio. Otto mesi. Richiesta 27 luglio 2025, il Quirinale sollecita il ministero della Giustizia il 6 agosto, lo scorso febbraio la pena viene cancellata. Prima ancora di essere eseguita. Minetti è liberata dal peso di dover scontare una condanna da 3 anni e 11 mesi ai servizi sociali.
Il percorso di Onichini a confronto sembra una gimcana. Le indagini furono avviate la notte stessa in cui dal fucile di Onichini partirono i due colpi che ferirono Elson Ndreca (irregolare sul territorio italiano con un provvedimento di espulsione sulle spalle), che era entrato nell’abitazione da una finestra. Venne colpito alle gambe. Secondo la ricostruzione processuale, Onichini lo caricò in auto con l’intenzione di portarlo in ospedale. Ma il tragitto si interruppe: Ndreca venne lasciato a circa un chilometro dall’abitazione, in una strada di campagna. Onichini rientrò a casa e chiamò i carabinieri. Il 18 dicembre 2017 arrivò la sentenza di primo grado: 4 anni e 11 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese legali e a una provvisionale di 25.000 euro a favore della parte offesa. In appello, dopo un percorso durato complessivamente sei anni dal fatto, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato l’impostazione accusatoria, escludendo la legittima difesa, nonostante il procuratore generale avesse chiesto di riqualificare il reato in «eccesso colposo di legittima difesa putativa». La richiesta non è stata accolta, perché, secondo i giudici, Onichini non aveva nulla da temere. Né lui né la sua famiglia. La Corte di Cassazione, il 10 settembre, ha confermato la condanna. Nel settembre 2021 la sentenza è diventata definitiva: 4 anni, 10 mesi e 27 giorni per tentato omicidio. Durante la fase esecutiva, i ricorsi presentati dalla difesa di Onichini sono stati rigettati. Nessuna modifica dell’impianto sanzionatorio nei gradi successivi. Solo dopo due anni e mezzo di detenzione, il tribunale di sorveglianza ha concesso l’affidamento in prova. Onichini ha potuto lavorare presso l’azienda di macellazione della sorella, rientrando a casa la sera e svolgendo al contempo attività di volontariato obbligatoria. In udienza ha dichiarato di essere pentito e il procuratore generale, questa volta, ha espresso parere favorevole alla misura.
Nel periodo in cui la richiesta di grazia per Onichini segue il suo iter, il Quirinale ne concede una «parziale» a Crocifisso Martina, guardia giurata di Torchiarolo (Brindisi), che aveva riportato una condanna a 14 anni di reclusione per l’omicidio di Marco Tedesco, avvenuto la notte del 23 gennaio 2007 nel corso di un tentativo di rapina, e che, così, ha potuto scontare sei anni di pena in meno, con uscita anticipata dal 2036 al 2026.
La sequenza degli atti, per Onichini, si sviluppa così: fatto nel 2013, primo grado nel 2017, appello dopo sei anni, Cassazione nel 2021, richiesta di grazia presentata nel gennaio 2021 (mentre la sentenza è già eseguita e quindi lui è detenuto), inoltro al ministero nell’agosto 2022, decisione di rigetto dopo circa un anno. Nel frattempo, due anni e mezzo di carcere prima dell’accesso all’affidamento in prova. Per Minetti la stessa sequenza si è concentra in pochi mesi, con una progressione ravvicinata tra richiesta, pareri e decisione finale. Il doppio binario del Quirinale.
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Ansa
E proprio su quest’ultimo episodio, nella giornata di ieri si è schierata la Cgil di Milano, che in una nota ha espresso «piena e convinta solidarietà a Primo Minelli, Gianfranco Pagliarulo e all’Anpi tutta, bersaglio in questi giorni da accuse gravi, strumentali e del tutto infondate». Nella nota i rappresentanti milanesi del sindacato guidato da Maurizio Landini sottolineano poi come «i fatti del 25 aprile a Milano hanno scatenato una polemica che riteniamo profondamente ingiusta nei confronti di un’associazione che da decenni custodisce la memoria della Resistenza e dei valori antifascisti su cui è fondata la nostra Repubblica». Secondo la Cgil «accusare di antisemitismo chi ha dedicato la propria vita alla memoria della Shoah e alla lotta contro ogni forma di razzismo e discriminazione è un’operazione politicamente strumentale, che offende la storia». Nelle stesse ore il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, durante un dialogo con la senatrice a vita Liliana Segre al Memoriale della Shoah di Milano, ha lanciato l’allarme sul ritorno della violenza politica. Per il titolare del Viminale, quanto successo durante la manifestazione del 25 aprile a Roma, dove due militanti dell’Anpi sono rimasti lievemente feriti dai colpi sparati da uno sconosciuto con una pistola da softair (per il ministro «ci sono indagini in corso con buone prospettive che la persona possa essere individuata»), è «intimamente legato a quello che è accaduto a Milano». «Metto sullo stesso piano», ha specificato Piantedosi, «tutte le espressioni di violenza, di aggressione e di estremismo che si sono manifestate».
Sui fatti di Milano il ministro dell’Interno ha spiegato di trovare «grave che non si parta dalla denuncia secca» dell’accaduto «ma si facciano manovre diversive» parlando per esempio della presenza delle bandiere di Israele. «Non si capisce», ha spiegato, perché non potevano portare ciò che era simbolo di una gloriosa partecipazione della Brigata ebraica alla lotta di Liberazione».
Durante il dibattito la senatrice a vita ha raccontato di sentirsi avvolta da «un mondo dell’odio talmente vasto, sempre più vasto», da una '«valanga d’odio», che «nonostante io abbia la scorta da anni e abbia 96 anni, trascina persone a mandarmi messaggi con scritto “perché non muori?”».
Interpellato sulle dichiarazioni di Piantedosi, il sindaco di Milano Beppe Sala ha dichiarato: «Io ho solo detto più volte che sentivo sarebbe andata così, tant’è vero che abbiamo discusso con prefetto e questore nelle sedi ufficiali, che è il Comitato per l’ordine e la sicurezza». «Con ciò», ha precisato il sindaco, «lungi da me accusare qualcuno, non era una cosa semplice».
Per Sala «sono stati parecchi i motivi per cui la situazione è degenerata, ma andiamo avanti perché l’anno prossimo sarà un altro 25 aprile, tra l’altro anche più a rischio perché in pieno momento elettorale, quindi bisogna veramente fare tesoro di quello che è successo e cercare di evitare certe situazioni».
Ad attaccare duramente le prese di posizione del primo cittadino ci ha pensato il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo De Corato: «Sindaco e centrosinistra hanno detto che la Brigata ebraica non doveva portare le bandiere israeliane al corteo dello scorso 25 aprile. È evidente che si sbagliavano e che c’è stata una grave sottovalutazione del problema. Finalmente, però, il prefetto di Milano oggi ha rimesso le cose a posto». Il parlamentare di Fdi poi ha aggiunto: «Claudio Sgaraglia, intervenendo al Museo della Shoah di Milano, ha infatti dichiarato che stanno aumentando le denunce per discriminazione razziale e per antisemitismo. Il prefetto ha poi avvertito che esiste il pericolo concreto che si possa assistere a reati più gravi. Lo stesso, sempre oggi, ha fatto il ministro degli Interni Piantendosi, il quale ha condannato nella maniera più netta e assoluta quanto accaduto tre giorni fa alla Comunità ebraica a Milano». Per De Corato «di fronte a queste dichiarazioni il sindaco ha il dovere morale di riconoscere come vi sia stata da parte sua una colpevole e faziosa sottovalutazione del problema. Nonostante quanto accaduto il giorno della Liberazione, il primo cittadino ieri (lunedì, ndr) non si è, infatti, presentato a una seduta del Consiglio Comunale durante il quale la maggioranza, salvo pochissime eccezioni, non si è nemmeno degnata di firmare un ordine del giorno presentato dalle opposizioni di centrodestra che esprimeva solidarietà alla Brigata ebraica. Tutto questo è vergognoso e l’indifferenza con la quale è stata trattata l’aggressione a cittadini italiani di religione ebraica da parte di fanatici pro-Pal verrà giudicata dalla storia».
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Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (Ansa)
Infatti, da quanto si è appreso il colloquio era in programma da qualche giorno e aveva a oggetto l’esame di alcuni provvedimenti in materia di giustizia. Mantovano, in serata, ha commentato: «Ciò che è nel fascicolo della Procura di Milano, che parlava di “radicale presa di distanza dal passato deviante” e faceva riferimento al figlio, lasciava pochi margini alla valutazione del ministro».
Ieri, parlando a Rainews 24, il viceministro alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, ha ribadito che «la procedura relativa alla grazia a favore di Nicole Minetti si è svolta nel pieno rispetto delle norme. Oggi emergono elementi nuovi riportati dalla stampa, è corretto che tali notizie vengano verificate, e con attenzione. Se dovessero risultare significative difformità rispetto a quanto rappresentato dalla richiedente la grazia, sarà altrettanto corretto trarne le debite conseguenze».
Mentre la questione prosegue sul piano giudiziario, le opposizioni fanno sentire la loro voce. Il leader di Italia viva, Matteo Renzi, nel corso di una conferenza stampa a Bologna, ha affrontato anche questa spinosa questione: «Considero la vicenda di Nordio tutta da verificare. Conosco, però, Sergio Mattarella, lo stimo, ne apprezzo la profondità e la leadership, e quindi mi fido delle decisioni che il Colle ha preso, e vorrà prendere, sulla base del supplemento di indagine che ha chiesto. Chi si deve dimettere è Giorgia Meloni». Sul caso interviene anche il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi: «La vicenda ha evidentemente diversi punti oscuri che vanno chiariti, accertando eventuali responsabilità». Il leader di Azione, Carlo Calenda, a Ping Pong su Rai Radio 1, ha evidenziato come ci sia stata «una campagna d’odio montata dal Fatto Quotidiano, che fa questo nella vita. Il problema è che non viene detto che la grazia è proposta dal procuratore generale di Milano. Se c’è un errore, riguarda chi ha dato parere favorevole. Il Quirinale non entra nel merito, valuta solo i documenti che riceve. Nordio si deve dimettere, ma non lo farà». I rappresentanti del M5s nelle commissioni Giustizia della Camera e del Senato (Stefania Ascari, Anna Bilotti, Federico Cafiero De Raho, Valentina D’Orso, Carla Giuliano, Ada Lopreiato e Roberto Scarpinato) continuano a chiedere «chiarimenti» al Guardasigilli: «A questo punto il ministro Nordio deve fare una sola cosa: dia spiegazioni chiare sull’istruttoria del suo ministero sulla grazia a Nicole Minetti, senza cercare nuovi capri espiatori e risparmiandoci qualsiasi altra esibizione di arroganza e protervia, e poi tolga il disturbo, prima di fare altri danni. Su Nicole Minetti e Giuseppe Cipriani sono emersi elementi pesantissimi e ombre allarmanti sull’istruttoria consegnata dal ministero al Quirinale. Siamo davanti, come minimo, all’ennesimo episodio di superficialità di un ministero allo sbando. L’Italia chiede a Nordio rispetto e chiarimenti, è suo dovere rendere conto e agire sempre nel rispetto delle istituzioni».
Ieri, Nicola Fratoianni di Avs ha chiesto le dimissioni del ministro: «Quello che è successo sul caso Minetti è più di un pasticcio: se è un pasticcio è gravissimo. Ma se è qualcosa di diverso è ancora più grave. L’unica cosa che non capiamo è cosa aspetti ancora il ministro Nordio a dimettersi». Sulla stessa lunghezza d’onda è la posizione della senatrice M5s Alessandra Maiorino: «L’inchiesta del Fatto Quotidiano ha svelato come i presupposti per la grazia a Nicole Minetti fossero infondati, pieni di bugie. Ci sono ospedali che non hanno mai visitato il bambino al centro del dossier, cambi di vita di Minetti mai avvenuti e molto altro. Il ministro Nordio non può per l’ennesima volta scappare dalle sue responsabilità politiche, come sul caso Almasri, sulla campagna referendarie e su altre pagine buie di questa legislatura, questa vicenda è sconcertante e a risponderne deve essere lui. L’istruttoria del ministero era drammaticamente superficiale o, peggio, era una sottaciuta volontà politica quella di non controllare troppo le carte presentate dagli avvocati di Nicole Minetti?». Richieste di dimissioni sono arrivate anche da Riccardo Magi (+Europa)
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Massimo Recalcati (Ansa)
E ieri, sulla prima pagina di La Repubblica, Recalcati pubblica una impietosa diagnosi sullo stato mentale della sinistra italiana: «Esiste una tentazione ricorrente - scrive commentando l’espulsione della Brigata ebraica dal corteo del 25 aprile a Milano - di una parte della sinistra, quella di credere che il diritto alla memoria e alla libertà appartenga a chi si riconosce sotto una sola bandiera». E ancora: «Si tratta di un vero e proprio cortocircuito ideologico… di un complesso di superiorità che affligge coloro che si sentono dalla parte giusta della storia e quindi autorizzati a espellere, censurare, ridurre gli altri al silenzio».
Sarebbe gioco facile chiosare la notizia con un banale e verissimo: «Professore benvenuto nel mondo reale, meglio tardi che mai»; sarebbe ovvio prevedere che la riflessione autocritica di Recalcati cadrà nel vuoto come quelle fatte in anni ormai lontani, prendendo spunto da altre questioni, da blasonati suoi colleghi quali Norberto Bobbio e Giovanni Sartori perché il corpaccione della sinistra italiana è irriformabile nel suo stupido settarismo. No, prendiamo per costruttivo (e benvenuto) il ragionamento di Recalcati, cioè che l’odierno antifascismo non è, come dovrebbe, la negazione del fascismo, dei suoi principi e dei suoi metodi, bensì più semplicemente l’inverso: un movimento illiberale e violento, in altre parole anti democratico. E lo scorso weekend a Milano se ne è avuta una dimostrazione plastica: cacciate dal corteo del 25 aprile - con la benedizione scioccante del sindaco Beppe Sala, uno dei teorici destinatari dell’appello di Recalcati - le bandiere di Israele che fino a prova contraria appartengono a un popolo martire della repressione nazifascista che ha contribuito alla liberazione dell’Italia, dentro il corteo le bandiere della Palestina di Hamas, un gruppo terroristico che opprime il suo popolo e che ha giurato di cancellare Israele dalla carta geografica riuscendoci per ora solo in parte; fuori le bandiere americane dei veri e unici liberatori, dentro quelle arcobaleno di una pace teorica che peraltro confliggono con lo spirito del 25 aprile che fu il giorno in cui la liberazione arrivò unicamente grazie all’uso massiccio e spesso spietato e vendicativo delle armi (non per nulla si parla di lotta partigiana, non di diplomazia partigiana).
Recalcati mette in guardia: «La democrazia non è mai garantita una volta per tutte. Essa vive solo nella misura in cui si accetta il rischio della parola, della differenza, persino dell’errore. Quando invece si pretende di proteggerla attraverso dispositivi di controllo morale, il confine con l’ideologia totalitaria sfuma pericolosamente». Parole forti, che stampate sul quotidiano La Repubblica fanno un certo effetto in quanto per una volta dirette non al governo delle destre bensì alle opposizioni di sinistra e ai suoi bracci operativi. Parole di psichiatra, medico dei disturbi mentali, che autorizzano a una conclusione: questi dell’Associazione nazionale partigiani, e i loro complici e cantori, sono davvero matti.
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