La lotteria della scuola tra date incerte e bus fantasma
  • Giorni, orari, percentuali, turni di presenze: manca ancora una linea comune tra esecutivo e Regioni. Se l’istruzione dà i numeri, una sola cifra è sicura: l’anno perso ridurrà i futuri guadagni del 10%.
  • La Fondazione Agnelli aveva proposto lezioni a luglio, blocco della mobilità e stop al valzer delle supplenze: «Ora recuperare la preparazione è sempre più difficile».
  • Per il sindacato riportare i ragazzi in aula il 7 è troppo pericoloso perché il sistema dei trasporti è rimasto immutato e la gestione delle modalità di ingresso è caotica.
  • Lo storico della pedagogia, Adolfo Scotto di Luzio, vede un forte impoverimento culturale: «Lo studio è stato messo ai margini da una maggioranza che non si preoccupa delle crescenti differenze sociali. Lucia Azzolina? Figura debole».

Lo speciale contiene quattro articoli.

Riapre, non riapre, forse al 50%, o al 75%, in alcune Regioni sì, in altre non si sa, o magari per qualche settimana e poi tutti di nuovo a casa. La scuola è in balìa di una programmazione schizofrenica. L’accordo tra Stato e Regioni ha fissato il rientro in classe delle superiori per giovedì 7 gennaio al 50%, con ingressi e uscite scaglionati su due turni, dalle 8 alle 14 e dalle 10 alle 16 e orario delle lezioni ridotto a 45-50 minuti. Una decisione sulla quale il premier Giuseppe Conte si è impuntato nonostante la rivolta delle Regioni e le perplessità dei sindacati, tutti concordi nel rinviare l’apertura al 18 gennaio. È anche quello che suggerisce la curva della pandemia, con gli scienziati che prevedono una terza ondata del virus, le vaccinazioni che procedono con lentezza impressionante e soprattutto la mancanza di misure risolutive nei trasporti. A quasi un anno dall’inizio della pandemia, restano le carenze di sempre. A parte le ripetute rassicurazioni del ministro dei Trasporti, Paola De Micheli, sull’efficienza dei bus, non si segnalano piani straordinari di viabilità urbana o aumenti dei mezzi pubblici.

Il ministro Francesco Boccia ha cercato di cucire un fronte comune tra i governatori, che si muovono in ordine sparso, ma senza risultati. La Campania, che aveva chiuso anche elementari e medie, oggi dovrebbe varare un calendario breve per il rientro immediato dell’infanzia e di prima e seconda elementare, l’11 gennaio per la restante primaria, una settimana dopo per le medie e entro il 25 per le superiori. Perplesso sul 7 è il governatore del Veneto, Luca Zaia, che vuole consultarsi con il dipartimento di prevenzione. Il Piemonte opta per l’orario unico di ingresso e punta a un piano di vaccinazione di massa per docenti, amministrativi e ragazzi di seconda e terza media.

Turni differenziati in Lombardia. Nel Lazio si è rischiata una mezza crisi quando l’assessore alla Sanità Alessio D’Amato ha chiesto di non aprire ma è stato subito smentito dal presidente, Nicola Zingaretti, che ha ribadito di essere in linea con Conte: nella regione avvio il 7 e orari differenziati per entrate e uscite nonostante la sollevazione dei presidi. Il presidente dell’Associazione nazionale di categoria, Antonello Giannelli, batte sul tema dei trasporti: se i ragazzi escono alle 16 arrivano tardi a casa e hanno poco tempo per studiare: «Va limitata al massimo l’ampiezza degli scaglionamenti».

L’amministrazione però è irremovibile. Il dirigente dell’ufficio scolastico regionale, Rocco Pinneri, ha ribadito che gli orari differenziati non si possono modificare per l’affollamento sui bus. Gli ingressi scaglionati sono stati scelti da 11 regioni, mentre altre 9 opteranno per il turno unico. Toscana ed Emilia Romagna hanno detto di essere pronte per il 7 al 75%, ma seguiranno le altre regioni con il 50%. Michele Emiliano, in Puglia, vuole lasciare alle famiglie la scelta tra presenza o distanza. La Sicilia ha fissato il rientro per l’8 al 50% per poi passare il 18 gennaio al 75% e annuncia tamponi veloci volontari per le superiori.

Critiche alla data del 7 vengono anche dai sindacati. Lo Snals chiede di rinviare la riapertura delle aule al 18 gennaio, quando sarà più chiaro l’andamento epidemiologico. Maddalena Gissi, segretario della Cisl scuola, parla di «dissociazione schizofrenica tra quanto si dice sulla necessità di rientrare a scuola e quanto si riesce a mettere in campo realmente», mentre per la Flc Cgil c’è il rischio che all’apertura non adeguatamente preparata, segua una repentina chiusura.

Passi in avanti non sono stati fatti nemmeno sul tracciamento dei contagi negli edifici scolastici che è stata un’altra causa della chiusura a novembre. Il risultato dei tamponi continua a essere lento, spesso arriva dopo 15 giorni e nel frattempo tutta la classe va in quarantena. Il futuro di 9 milioni di studenti è legato ai dati della pandemia anche se il Comitato tecnico scientifico ha sempre detto che la scuola non è un luogo pericoloso per la trasmissione del virus.

Anita, la giovanissima china sul tablet, davanti alla scuola media Calvino di Torino, potrebbe essere la foto dell’anno. In quell’immagine è riassunta l’incapacità della politica di rispondere alla richiesta dei ragazzi di tornare nelle aule. Li hanno già ribattezzati la generazione del Covid. Sanno che a lungo porteranno il fardello di questa situazione eccezionale, e che per loro sarà più difficile entrare nel mercato del lavoro. Certo, non per tutti sarà così. La didattica a distanza ha accentuato le differenze sociali. Chi ha alle spalle una famiglia con disponibilità economiche potrà recuperare quest’anno perso, magari iscrivendosi in una università prestigiosa.

La Fondazione Agnelli riprendendo uno studio della Banca Mondiale, ha calcolato quale sarà la perdita di pil a causa del deficit di formazione scolastica di quest’anno. L’istituto stima che il tasso medio di rendimento dell’istruzione è circa il 10% del reddito futuro per ogni anno aggiuntivo di scolarizzazione: cioè un anno di lezioni in più consente di avere uno stipendio del 10% più alto nel corso della sua intera vita lavorativa. Perdere alcuni di mesi di scuola incide su quel rendimento. Considerando una chiusura delle scuole di 14 settimane, la perdita di guadagni futuri è pari al 3,5% all’anno durante l’intero arco della vita lavorativa di uno studente.

Seguendo questa ipotesi la Fondazione Agnelli ha stimato un minor rendimento annuo del capitale umano pari a 879 euro (ovvero il 3,5% di un salario medio annuo, che è di 25.110 euro). Ipotizzando una vita lavorativa di 40 anni e applicando un tasso di sconto del 3%, si ottiene un valore attuale dei mancati guadagni di 21.197 euro (84% di un salario medio annuo). Considerati gli 8,4 milioni di studenti italiani, la cifra diventa 178 miliardi di euro, ovvero circa il 10% del Pil 2019. È una valutazione che tiene conto solo del primo lockdown. Se si considerano i mesi successivi, di lezioni a singhiozzo o, per molti, addirittura assenti, i numeri crescono. E pure i danni per i giovani.


Da non perdere