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2019-06-23
L’eterno braccio di ferro
tra Salvini e Di Maio si sposta nelle fabbriche
Ansa
C'è da scommettere che la prossima settimana le tensioni tra Lega e 5 stelle si sposteranno sull'acciaio. Motivo del contendere è Arcelor Mittal che è subentrato all'Ilva nei siti siderurgici di Taranto (e non solo) e a cui il Movimento guidato da Luigi Di Maio vorrebbe togliere la tutela legale compresa nel contratto firmato dallo stesso ministro del Lavoro meno di un anno fa. La Lega la pensa diversamente. Ritiene che il patto debba essere mantenuto, per il semplice fatto che la copertura legale riguarda gli stabilimenti e la loro messa in sicurezza che non avverrà, nella sua totalità, prima del 2023. Lo scudo legale non significa lasciare che gli angloindiani facciano ciò che vogliono, ma evitare che da ottobre la Procura esamini emissioni, lavori sulle coperture o qualunque altro parametro e decida di mettere i sigilli. Lo scontro tra i due partiti di maggioranza non è solo dialettico, è esploso venerdì sera alla Camera durante la discussione del decreto Crescita, quando l'ordine del giorno a firma Giovanni Vianello (5 stelle) è stato intercettato dalla Lega e stoppato. Salvo poi essere sostituito con una mozione firmata da praticamente tutti gli esponenti del Carroccio con obiettivo opposto. L'articolo 46 del decreto prevede lo stop all'immunità e la mozione notturna chiede al governo di «verificare la coerenza del recente intervento normativo di modifica della disciplina inerente l'Ilva con gli accordi intervenuti in sede di cessione dei compensi aziendali». Non solo, la Lega chiede al governo, e soprattutto al Mise, di fornire «l'impatto degli interventi normativi sulle prospettive di crescita aziendale e di mantenimento dell'attuale livello occupazionale».
Lo scontro è stato forte in Aula. Un po' come se i due partiti non partecipassero al medesimo governo. D'altronde le frizioni aumentano al calar del sole e tra i banchi del Parlamento, ma si vedono anche in pieno giorno.
«Entro luglio inviterò i sindacati al Viminale, con altri rappresentanti del lavoro, del commercio, dell'impresa e dell'agricoltura per confrontarci e ragionare insieme sulla prossima manovra economica», ha dichiarato ieri alle agenzie Matteo Salvini rispondendo alle sigle sindacali che da Reggio Calabria lo hanno tirato in ballo per criticare il progetto di autonomia. «Manderò a Landini, che evidentemente non la conosce, una copia della proposta sull'autonomia che finalmente porterà merito e responsabilità anche ai politici del Sud», ha aggiunto Salvini consapevole di aver realizzato un raid nel campo dell'alleato grillino in vista dell'incontro di fuoco che si terrà in occasione del Cdm destinato a varare il primo budget anti infrazione.
«Sono sicuro che in un anno questo governo abbia fatto di più rispetto ai governi di sinistra per lavoratori e precari», ha aggiunto il leader della Lega parlando a Landini perché Di Maio intenda, ma «con la flat tax per famiglie, lavoratori e imprese faremo ancora di più». Il messaggio cade a 24 ore di distanza dalle osservazione del capo grillino che aveva criticato l'insistenza leghista sulla tassa piatta senza le sottostanti coperture di spesa. La risposta di Di Maio è arrivata a stretto giro di posta. Durante un incontro territoriale a Terni, durante il quale ha sparato a zero su Alessandro Di Battista è tornato su Salvini. «In campagna elettorale i colleghi mi dicevano quello sta in ogni Comune e noi non ci siamo mai», ha esternato Di Maio additando a distanza Salvini. «Certo, poi abbiamo scoperto che usava gli aerei di Stato. Questa roba qua non può essere il nostro modello di riferimento. Se qualcuno pensa che dobbiamo cominciare a fare i voti con quella roba lì, uccidiamo il Movimento».
Parole pesanti che preparano la scaletta per la seconda metà di luglio, quando i tempi tecnici non consentiranno più di andare alle elezioni a settembre. A quel punto la prima data utile per il voto sarebbe la prima settimana di marzo 2020 e i grillini sanno che nemmeno alla Lega converrebbe mettersi nelle mani del Colle che si muoverebbe per un governo tecnico. Lega e 5 stelle sarebbero costretti a convivere e Salvini perderebbe l'effetto propulsivo del voto europeo ancora caldo nelle urne e Di Maio potrebbe tornare a fare la voce grossa. Tutto è però scritto sulla sabbia perché i trabocchetti e le insidie sono dietro ogni angolo. Ad esempio, vedremo che effetto produrrà la mozione anti grillina a favore di Arcelor Mittal. In settimana il decreto Crescita approderà al Senato. La mozione non implica alcun automatismo. L'articolo che toglie la tutela legale ai nuovi proprietari di Ilva potrebbe rimanere, ma il Mise sarà tenuto a riferire e allora a quel punto lo scontro politico su Taranto è destinato a emergere e lasciare Palazzo Madama per arrivare fino a Palazzo Chigi. E su questo Di Maio avrebbe pochi elementi per difendersi. Sta violando un accordo che lui stesso ha firmato, rischia di far scappare un investitore e di azzerare migliaia di posti di lavoro: dall'altra parte la Lega inchioderebbe il Movimento alle proprie responsabilità.
Un addio pesante tra le fila grilline. La Nugnes (vicina a Fico) al Misto
Paola Nugnes saluta e se ne va. La senatrice dissidente del M5s non ne può più: dopo un anno passato a criticare dall'interno la stragrande maggioranza delle scelte del governo e del suo stesso partito, è arrivato il momento della separazione. Una separazione che la Nugnes si augura possa essere consensuale, considerato che il M5s ha una regola che prevede, in caso di passaggio a un diverso gruppo parlamentare (nel caso della Nugnes sarebbe il Misto) il pagamento di una penale di 100.000 euro. Una regola, però, in conflitto con la Costituzione, che non prevede il vincolo di mandato, e che quindi la Nugnes sarebbe pronta a impugnare in tutte le sedi, se il M5s decidesse di tentare di trattenerla «con la forza»; del resto, quando lo scorso dicembre il deputato Matteo Dall'Osso è passato dal M5s a Forza Italia, per protestare contro la bocciatura di un suo emendamento sulla disabilità, eminenti costituzionalisti hanno escluso che il parlamentare dovesse pagare la penale. Penale che non è mai stata versata neanche da Marco Affronte, ex europarlamentare che nel 2017 abbandonò il gruppo pentastellato.
Ma torniamo alla Nugnes. Ieri mattina, sul suo profilo Facebook, la senatrice napoletana, storicamente vicinissima al presidente della Camera, Roberto Fico, leader dell'ala più ortodossa e di sinistra del M5s, ha scritto: «Se non riuscite a stare insieme, meglio dividervi subito». Segnali troppo chiari per non chiedere alla Nugnes se il momento dell'addio al M5s sia arrivato: «Quando cambiano troppe cose», risponde la Nugnes alla Verità, «è il caso di separarsi, e la separazione consensuale è la strada migliore. Meglio non arrivare alla guerra dei Roses». Non aggiunge altro, la senatrice, ma basta qualche telefonata al suo entourage per capire che l'addio è cosa fatta.
«Non si può restare insieme», ha spiegato la Nugnes a chi le ha chiesto cosa stesse accadendo, «quando si è così diversi. Altri possono sperare, come speravo io, che si possa cambiare la situazione. Io perderò di visibilità», ha aggiunto la senatrice, «perché finché faccio una opposizione interna vengo notata, uscendo mi si darà meno attenzione, ma l'opposizione dall'interno va bene finché si fa una volta, due volte, tre volte, poi non funziona più, diventa stucchevole, non me la sento più. Il gruppo Misto? Meglio chiamarli indipendenti, come negli altri Paesi».
La Nugnes, già lo scorso novembre, insieme ad altri senatori dissidenti (Elena Fattori, Matteo Mantero e Gregorio De Falco, quest'ultimo poi espulso dal M5s come un altro senatore, Saverio De Bonis) non aveva partecipato al voto di fiducia sul primo decreto Sicurezza. La senatrice partenopea, riferisce chi ha avuto modo di parlarle nelle ultime ore, ha argomentato la sua decisione e ha fornito la sua spiegazione sul perché siano così pochi i dissidenti: «Quelli che più si sono adeguati», ha detto la Nugnes, «al di là del secondo mandato, hanno la speranza concreta di poter restare sempre e comunque in un sistema di potere che assicurerà una collocazione. Poi ci sono quelle come me, che hanno un sistema di valori, che non sono disposte a scendere a patti su concetti come il bene comune, la coerenza, la trasparenza. Il decreto Sicurezza era disgustoso, il decreto Sicurezza due lo è due volte. Abbiamo ottenuto il reddito di cittadinanza? Ok, ma non si può camminare sulla testa delle persone. Facciano il loro lavoro, io voglio fare il mio: è il mio significa anche fare opposizione politica». Con il passaggio all'opposizione di Paola Nugnes, la maggioranza al Senato perde un voto. Il 5 giugno 2018, al primo voto di fiducia, il governo guidato da Giuseppe Conte ottenne 171 voti a favore: 107 del M5s, 58 della Lega e 6 del gruppo misto. La maggioranza assoluta è di 161 senatori.
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Una mozione al decreto Crescita chiede al governo di riconsiderare l'assegnazione ad ArcelorMittal della tutela legale che il Mise, invece, vuole togliere. Il tema dell'occupazione diventa un nuovo terreno di scontro. Matteo Salvini: «A luglio invito i sindacati al Viminale».La senatrice grillina Paola Nugnes è in polemica con la linea del Movimento: «Ho dei valori». La fedelissima di Roberto Fico pronta a dare l'addio.Lo speciale contiene due articoli.C'è da scommettere che la prossima settimana le tensioni tra Lega e 5 stelle si sposteranno sull'acciaio. Motivo del contendere è Arcelor Mittal che è subentrato all'Ilva nei siti siderurgici di Taranto (e non solo) e a cui il Movimento guidato da Luigi Di Maio vorrebbe togliere la tutela legale compresa nel contratto firmato dallo stesso ministro del Lavoro meno di un anno fa. La Lega la pensa diversamente. Ritiene che il patto debba essere mantenuto, per il semplice fatto che la copertura legale riguarda gli stabilimenti e la loro messa in sicurezza che non avverrà, nella sua totalità, prima del 2023. Lo scudo legale non significa lasciare che gli angloindiani facciano ciò che vogliono, ma evitare che da ottobre la Procura esamini emissioni, lavori sulle coperture o qualunque altro parametro e decida di mettere i sigilli. Lo scontro tra i due partiti di maggioranza non è solo dialettico, è esploso venerdì sera alla Camera durante la discussione del decreto Crescita, quando l'ordine del giorno a firma Giovanni Vianello (5 stelle) è stato intercettato dalla Lega e stoppato. Salvo poi essere sostituito con una mozione firmata da praticamente tutti gli esponenti del Carroccio con obiettivo opposto. L'articolo 46 del decreto prevede lo stop all'immunità e la mozione notturna chiede al governo di «verificare la coerenza del recente intervento normativo di modifica della disciplina inerente l'Ilva con gli accordi intervenuti in sede di cessione dei compensi aziendali». Non solo, la Lega chiede al governo, e soprattutto al Mise, di fornire «l'impatto degli interventi normativi sulle prospettive di crescita aziendale e di mantenimento dell'attuale livello occupazionale». Lo scontro è stato forte in Aula. Un po' come se i due partiti non partecipassero al medesimo governo. D'altronde le frizioni aumentano al calar del sole e tra i banchi del Parlamento, ma si vedono anche in pieno giorno. «Entro luglio inviterò i sindacati al Viminale, con altri rappresentanti del lavoro, del commercio, dell'impresa e dell'agricoltura per confrontarci e ragionare insieme sulla prossima manovra economica», ha dichiarato ieri alle agenzie Matteo Salvini rispondendo alle sigle sindacali che da Reggio Calabria lo hanno tirato in ballo per criticare il progetto di autonomia. «Manderò a Landini, che evidentemente non la conosce, una copia della proposta sull'autonomia che finalmente porterà merito e responsabilità anche ai politici del Sud», ha aggiunto Salvini consapevole di aver realizzato un raid nel campo dell'alleato grillino in vista dell'incontro di fuoco che si terrà in occasione del Cdm destinato a varare il primo budget anti infrazione. «Sono sicuro che in un anno questo governo abbia fatto di più rispetto ai governi di sinistra per lavoratori e precari», ha aggiunto il leader della Lega parlando a Landini perché Di Maio intenda, ma «con la flat tax per famiglie, lavoratori e imprese faremo ancora di più». Il messaggio cade a 24 ore di distanza dalle osservazione del capo grillino che aveva criticato l'insistenza leghista sulla tassa piatta senza le sottostanti coperture di spesa. La risposta di Di Maio è arrivata a stretto giro di posta. Durante un incontro territoriale a Terni, durante il quale ha sparato a zero su Alessandro Di Battista è tornato su Salvini. «In campagna elettorale i colleghi mi dicevano quello sta in ogni Comune e noi non ci siamo mai», ha esternato Di Maio additando a distanza Salvini. «Certo, poi abbiamo scoperto che usava gli aerei di Stato. Questa roba qua non può essere il nostro modello di riferimento. Se qualcuno pensa che dobbiamo cominciare a fare i voti con quella roba lì, uccidiamo il Movimento». Parole pesanti che preparano la scaletta per la seconda metà di luglio, quando i tempi tecnici non consentiranno più di andare alle elezioni a settembre. A quel punto la prima data utile per il voto sarebbe la prima settimana di marzo 2020 e i grillini sanno che nemmeno alla Lega converrebbe mettersi nelle mani del Colle che si muoverebbe per un governo tecnico. Lega e 5 stelle sarebbero costretti a convivere e Salvini perderebbe l'effetto propulsivo del voto europeo ancora caldo nelle urne e Di Maio potrebbe tornare a fare la voce grossa. Tutto è però scritto sulla sabbia perché i trabocchetti e le insidie sono dietro ogni angolo. Ad esempio, vedremo che effetto produrrà la mozione anti grillina a favore di Arcelor Mittal. In settimana il decreto Crescita approderà al Senato. La mozione non implica alcun automatismo. L'articolo che toglie la tutela legale ai nuovi proprietari di Ilva potrebbe rimanere, ma il Mise sarà tenuto a riferire e allora a quel punto lo scontro politico su Taranto è destinato a emergere e lasciare Palazzo Madama per arrivare fino a Palazzo Chigi. E su questo Di Maio avrebbe pochi elementi per difendersi. Sta violando un accordo che lui stesso ha firmato, rischia di far scappare un investitore e di azzerare migliaia di posti di lavoro: dall'altra parte la Lega inchioderebbe il Movimento alle proprie responsabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sgambetta-il-m5s-su-ilva-e-lavoro-2638952975.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-addio-pesante-tra-le-fila-grilline-la-nugnes-vicina-a-fico-al-misto" data-post-id="2638952975" data-published-at="1782323764" data-use-pagination="False"> Un addio pesante tra le fila grilline. La Nugnes (vicina a Fico) al Misto Paola Nugnes saluta e se ne va. La senatrice dissidente del M5s non ne può più: dopo un anno passato a criticare dall'interno la stragrande maggioranza delle scelte del governo e del suo stesso partito, è arrivato il momento della separazione. Una separazione che la Nugnes si augura possa essere consensuale, considerato che il M5s ha una regola che prevede, in caso di passaggio a un diverso gruppo parlamentare (nel caso della Nugnes sarebbe il Misto) il pagamento di una penale di 100.000 euro. Una regola, però, in conflitto con la Costituzione, che non prevede il vincolo di mandato, e che quindi la Nugnes sarebbe pronta a impugnare in tutte le sedi, se il M5s decidesse di tentare di trattenerla «con la forza»; del resto, quando lo scorso dicembre il deputato Matteo Dall'Osso è passato dal M5s a Forza Italia, per protestare contro la bocciatura di un suo emendamento sulla disabilità, eminenti costituzionalisti hanno escluso che il parlamentare dovesse pagare la penale. Penale che non è mai stata versata neanche da Marco Affronte, ex europarlamentare che nel 2017 abbandonò il gruppo pentastellato. Ma torniamo alla Nugnes. Ieri mattina, sul suo profilo Facebook, la senatrice napoletana, storicamente vicinissima al presidente della Camera, Roberto Fico, leader dell'ala più ortodossa e di sinistra del M5s, ha scritto: «Se non riuscite a stare insieme, meglio dividervi subito». Segnali troppo chiari per non chiedere alla Nugnes se il momento dell'addio al M5s sia arrivato: «Quando cambiano troppe cose», risponde la Nugnes alla Verità, «è il caso di separarsi, e la separazione consensuale è la strada migliore. Meglio non arrivare alla guerra dei Roses». Non aggiunge altro, la senatrice, ma basta qualche telefonata al suo entourage per capire che l'addio è cosa fatta. «Non si può restare insieme», ha spiegato la Nugnes a chi le ha chiesto cosa stesse accadendo, «quando si è così diversi. Altri possono sperare, come speravo io, che si possa cambiare la situazione. Io perderò di visibilità», ha aggiunto la senatrice, «perché finché faccio una opposizione interna vengo notata, uscendo mi si darà meno attenzione, ma l'opposizione dall'interno va bene finché si fa una volta, due volte, tre volte, poi non funziona più, diventa stucchevole, non me la sento più. Il gruppo Misto? Meglio chiamarli indipendenti, come negli altri Paesi». La Nugnes, già lo scorso novembre, insieme ad altri senatori dissidenti (Elena Fattori, Matteo Mantero e Gregorio De Falco, quest'ultimo poi espulso dal M5s come un altro senatore, Saverio De Bonis) non aveva partecipato al voto di fiducia sul primo decreto Sicurezza. La senatrice partenopea, riferisce chi ha avuto modo di parlarle nelle ultime ore, ha argomentato la sua decisione e ha fornito la sua spiegazione sul perché siano così pochi i dissidenti: «Quelli che più si sono adeguati», ha detto la Nugnes, «al di là del secondo mandato, hanno la speranza concreta di poter restare sempre e comunque in un sistema di potere che assicurerà una collocazione. Poi ci sono quelle come me, che hanno un sistema di valori, che non sono disposte a scendere a patti su concetti come il bene comune, la coerenza, la trasparenza. Il decreto Sicurezza era disgustoso, il decreto Sicurezza due lo è due volte. Abbiamo ottenuto il reddito di cittadinanza? Ok, ma non si può camminare sulla testa delle persone. Facciano il loro lavoro, io voglio fare il mio: è il mio significa anche fare opposizione politica». Con il passaggio all'opposizione di Paola Nugnes, la maggioranza al Senato perde un voto. Il 5 giugno 2018, al primo voto di fiducia, il governo guidato da Giuseppe Conte ottenne 171 voti a favore: 107 del M5s, 58 della Lega e 6 del gruppo misto. La maggioranza assoluta è di 161 senatori.
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
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Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.
Il generale delle Guardie Rivoluzionarie Mohsen Rezaee (Getty Images)
Secondo un rapporto del Csis, Teheran punta a ricostruire capacità navali, missilistiche e industriali dopo gli attacchi subiti. Decisivi il sostegno tecnologico cinese e le nuove rotte commerciali via Pakistan e Mar Caspio per aggirare le restrizioni occidentali.
La guerra può essersi fermata sui campi di battaglia, ma la partita strategica è appena cominciata. Mentre la tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran ha congelato almeno temporaneamente le operazioni militari, a Washington cresce una preoccupazione diversa: impedire a Teheran di ricostruire l'apparato militare pesantemente colpito dagli attacchi americani e israeliani. È questo il tema centrale di un nuovo studio pubblicato dal Center for strategic and international Studies (Csis), uno dei più influenti think tank statunitensi, che analizza nel dettaglio ciò che l'Iran ha perso, ciò di cui avrà bisogno per tornare operativo e soprattutto come l'Occidente potrebbe tentare di ostacolarne la rinascita.
Secondo il rapporto, il danno subito dalla Repubblica Islamica è significativo. Le immagini satellitari esaminate dagli analisti mostrano la distruzione di gran parte della flotta navale convenzionale iraniana, il danneggiamento di basi strategiche come Bandar Abbas, Bushehr e Bandar Anzali e la compromissione di importanti infrastrutture industriali e cantieristiche. In diversi casi le navi affondate o gravemente danneggiate avrebbero addirittura bloccato gli accessi ai porti militari, creando un ostacolo logistico che potrebbe rallentare la ricostruzione stessa del Paese.
Anche il comparto missilistico ha subito contraccolpi importanti. Sebbene gran parte degli impianti sia protetta da strutture sotterranee e la reale entità dei danni resti difficile da valutare, gli attacchi hanno colpito siti produttivi per missili balistici e da crociera, fabbriche di propellente e sistemi mobili di lancio. Sul fronte dei droni, arma diventata centrale nella strategia militare iraniana e nelle esportazioni verso gli alleati regionali e la Russia, le stime riportate dal rapporto indicano una perdita di circa il 60% dell'arsenale disponibile prima del conflitto. Per gli analisti americani la priorità immediata di Teheran sarà dunque quadrupla: liberare i porti ostruiti, ripristinare gli impianti industriali, ricostituire le scorte di droni e rafforzare le capacità asimmetriche dei Pasdaran, in particolare motoscafi veloci, droni navali e sistemi destinati a operare nello Stretto di Hormuz. In altre parole, l'Iran potrebbe scegliere di rinviare la ricostruzione di una marina convenzionale e puntare invece su strumenti meno costosi ma estremamente efficaci per minacciare il traffico marittimo internazionale. Il vero nodo, però, riguarda gli approvvigionamenti. Il rapporto sostiene che l'industria militare iraniana, nonostante i progressi compiuti negli ultimi anni verso una maggiore autosufficienza, continui a dipendere dall'estero per una vasta gamma di componenti e tecnologie. Dalle macchine utensili a controllo numerico utilizzate per la produzione di missili e droni ai componenti elettronici, dai motori navali alle apparecchiature per i test industriali, gran parte di ciò che serve a Teheran arriva ancora attraverso reti commerciali internazionali. Ed è qui che entra in gioco la Cina.
Gli autori del rapporto identificano Pechino come il principale candidato a sostenere la ricostruzione militare iraniana. Non necessariamente attraverso la vendita diretta di armamenti, ma fornendo macchinari industriali, componenti elettronici, motori, sistemi di test e attrezzature necessarie per riattivare la produzione. Secondo il CSIS, la tecnologia cinese potrebbe non raggiungere sempre gli standard qualitativi europei o giapponesi, ma sarebbe comunque più che sufficiente per soddisfare gran parte delle esigenze militari iraniane.Il documento evidenzia inoltre come la Cina sia già diventata negli ultimi anni il principale fornitore di macchine utensili CNC destinate all'Iran, sostituendo progressivamente aziende europee penalizzate dalle sanzioni. Parallelamente, numerose componenti per droni e sistemi elettronici continuano ad arrivare attraverso società cinesi o attraverso reti commerciali che transitano da Hong Kong. Ma la ricostruzione non dipenderà soltanto dai fornitori. Saranno decisive anche le rotte commerciali.
Per oltre un decennio gli Emirati Arabi Uniti hanno rappresentato il principale hub di riesportazione verso l'Iran. Secondo i dati citati dal rapporto, il 95% delle esportazioni non petrolifere emiratine verso Teheran era costituito da merci provenienti originariamente da altri Paesi. Tuttavia gli attacchi iraniani contro il territorio degli Emirati durante il conflitto del 2026 rischiano di compromettere questo rapporto privilegiato. Abu Dhabi avrebbe già chiuso la propria ambasciata a Teheran e valutato misure restrittive contro interessi iraniani presenti nel Paese.
Per questo motivo gli analisti americani individuano due nuove direttrici strategiche: il Pakistan e il Mar Caspio. Islamabad avrebbe già autorizzato il passaggio di merci destinate all'Iran attraverso i propri porti e il proprio territorio, offrendo a Teheran un corridoio terrestre alternativo meno vulnerabile alle attività di controllo occidentali. Parallelamente, Russia, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan potrebbero trasformarsi nei nuovi nodi logistici di una rete commerciale che attraversa il Mar Caspio e raggiunge direttamente i porti settentrionali iraniani, aggirando il Golfo Persico e le aree dove la presenza navale americana è più forte. La conclusione del rapporto è chiara. Per Washington la guerra contro l'Iran non si conclude con la cessazione dei bombardamenti. La vera sfida sarà impedire che la Repubblica Islamica riesca a ricostruire rapidamente le proprie capacità militari sfruttando la rete globale di forniture commerciali. Per riuscirci, gli Stati Uniti vorrebbero applicare a Teheran lo stesso modello utilizzato contro Mosca dopo l'invasione dell'Ucraina: controlli più severi sulle riesportazioni, pressione diplomatica sui Paesi di transito, monitoraggio delle società di copertura e coinvolgimento diretto delle aziende occidentali nella prevenzione dell'elusione delle sanzioni. In sostanza, il prossimo confronto tra Iran e Occidente potrebbe non essere combattuto con missili e droni, ma con container, componenti elettronici, macchine industriali e rotte commerciali. Una guerra silenziosa, destinata però a influenzare gli equilibri del Medio Oriente per molti anni.
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Keir Starmer (Ansa)
Se entro il 16 luglio non dovessero giungere altre candidature al comitato esecutivo nazionale laburista e Burnham, ex sindaco della Great Manchester, non incontrerà ostacoli nella sua corsa verso Downing Street, potrebbe diventare automaticamente premier intorno al 18 luglio. Il secondo scenario, che prevede un cambio ai vertici in tempi più lunghi (verosimilmente a settembre) potrebbe scattare se si dovessero presentare altri sfidanti alle candidature per la leadership del partito, che Starmer aprirà il 9 luglio. In lizza potrebbe esserci Al Carns, ex viceministro delle forze armate, che vuole però conoscere la «visione» di Burnham per il Paese prima di decidere se candidarsi o meno: «Vedremo come si evolverà la situazione», ha dichiarato Carns. Un’ipotesi di là da venire, se si considera che il favorito alla successione di Starmer non ha mai presentato un programma e le sue idee su temi cruciali come la Brexit e il riavvicinamento di Londra all’Ue non sono affatto chiare: al momento è concentrato sulle poltrone e sta mettendo in piedi la squadra di governo. Anche il ministro Darren Jones, fedelissimo di Starmer, pur ritenendo la sua candidatura «molto improbabile», è stato incoraggiato da alcuni parlamentari a sfidare Burnham e anche lui, riferiscono fonti interne al partito, si sta tenendo aperte tutte le opzioni finché il favorito non presenterà «piani di governo più dettagliati, in particolare per quanto riguarda l’economia»: auguri anche a lui. Chi invece era considerato lo sfidante più probabile, l’ex ministro della salute Wes Streeting, esponente della «destra blairiana», ha già offerto il suo endorsement a Burnham.
La verità è che l’esito, con o senza competizione interna, sarà comunque scontato: se gli eventuali candidati hanno bisogno dell’appoggio di 81 parlamentari laburisti, Burnham è sostenuto dalla stragrande maggioranza degli oltre 400 deputati del gruppo di maggioranza ed è in testa anche nei sondaggi condotti fra gli iscritti. Il «Re del Nord», inoltre, è al momento il politico più popolare del Regno Unito e, pur non avendo offerto neanche l’ombra di una previsione economica di facciata, furoreggia sui social: quanto basta al malandato Labour per giudicarlo spendibile ed evitare di andare ad elezioni, come chiede insistentemente il partito di destra Reform guidato da Nigel Farage, primo partito inglese secondo i sondaggi. Alcuni parlamentari insistono sul fatto che convincere Burnham a presentarsi a elezioni generali, come richiesto dalla destra, conferirebbe maggiore legittimità al suo mandato, ma per il ministro Nick Thomas-Symonds una «rapida transizione» è «nel migliore interesse del Paese». E così, anche il Regno Unito passerà per la (ormai superata) trafila «all’italiana», avendo avuto sette primi ministri in dieci anni, dalla Brexit a oggi, e un futuro premier che non sarà eletto direttamente dal popolo, come invece è stato Starmer (e in Italia Giorgia Meloni). Il premier dimissionario, nel frattempo, porta avanti gli appuntamenti ufficiali: oggi sarà a Berlino insieme con Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro polacco Donald Tusk per discutere del sostegno all’Ucraina. Il vertice tra Unione europea e Regno Unito previsto per il 22 luglio appare invece sempre più incerto dopo le dimissioni: Starmer aveva fatto del ripristino delle relazioni con l’Ue una delle priorità del proprio mandato e stava finalizzando diversi accordi per rafforzare gli scambi commerciali e integrare i mercati dell’energia elettrica, ma Bruxelles ha confermato che i piani sono attualmente «in fase di rivalutazione».
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