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2019-06-23
L’eterno braccio di ferro
tra Salvini e Di Maio si sposta nelle fabbriche
Ansa
C'è da scommettere che la prossima settimana le tensioni tra Lega e 5 stelle si sposteranno sull'acciaio. Motivo del contendere è Arcelor Mittal che è subentrato all'Ilva nei siti siderurgici di Taranto (e non solo) e a cui il Movimento guidato da Luigi Di Maio vorrebbe togliere la tutela legale compresa nel contratto firmato dallo stesso ministro del Lavoro meno di un anno fa. La Lega la pensa diversamente. Ritiene che il patto debba essere mantenuto, per il semplice fatto che la copertura legale riguarda gli stabilimenti e la loro messa in sicurezza che non avverrà, nella sua totalità, prima del 2023. Lo scudo legale non significa lasciare che gli angloindiani facciano ciò che vogliono, ma evitare che da ottobre la Procura esamini emissioni, lavori sulle coperture o qualunque altro parametro e decida di mettere i sigilli. Lo scontro tra i due partiti di maggioranza non è solo dialettico, è esploso venerdì sera alla Camera durante la discussione del decreto Crescita, quando l'ordine del giorno a firma Giovanni Vianello (5 stelle) è stato intercettato dalla Lega e stoppato. Salvo poi essere sostituito con una mozione firmata da praticamente tutti gli esponenti del Carroccio con obiettivo opposto. L'articolo 46 del decreto prevede lo stop all'immunità e la mozione notturna chiede al governo di «verificare la coerenza del recente intervento normativo di modifica della disciplina inerente l'Ilva con gli accordi intervenuti in sede di cessione dei compensi aziendali». Non solo, la Lega chiede al governo, e soprattutto al Mise, di fornire «l'impatto degli interventi normativi sulle prospettive di crescita aziendale e di mantenimento dell'attuale livello occupazionale».
Lo scontro è stato forte in Aula. Un po' come se i due partiti non partecipassero al medesimo governo. D'altronde le frizioni aumentano al calar del sole e tra i banchi del Parlamento, ma si vedono anche in pieno giorno.
«Entro luglio inviterò i sindacati al Viminale, con altri rappresentanti del lavoro, del commercio, dell'impresa e dell'agricoltura per confrontarci e ragionare insieme sulla prossima manovra economica», ha dichiarato ieri alle agenzie Matteo Salvini rispondendo alle sigle sindacali che da Reggio Calabria lo hanno tirato in ballo per criticare il progetto di autonomia. «Manderò a Landini, che evidentemente non la conosce, una copia della proposta sull'autonomia che finalmente porterà merito e responsabilità anche ai politici del Sud», ha aggiunto Salvini consapevole di aver realizzato un raid nel campo dell'alleato grillino in vista dell'incontro di fuoco che si terrà in occasione del Cdm destinato a varare il primo budget anti infrazione.
«Sono sicuro che in un anno questo governo abbia fatto di più rispetto ai governi di sinistra per lavoratori e precari», ha aggiunto il leader della Lega parlando a Landini perché Di Maio intenda, ma «con la flat tax per famiglie, lavoratori e imprese faremo ancora di più». Il messaggio cade a 24 ore di distanza dalle osservazione del capo grillino che aveva criticato l'insistenza leghista sulla tassa piatta senza le sottostanti coperture di spesa. La risposta di Di Maio è arrivata a stretto giro di posta. Durante un incontro territoriale a Terni, durante il quale ha sparato a zero su Alessandro Di Battista è tornato su Salvini. «In campagna elettorale i colleghi mi dicevano quello sta in ogni Comune e noi non ci siamo mai», ha esternato Di Maio additando a distanza Salvini. «Certo, poi abbiamo scoperto che usava gli aerei di Stato. Questa roba qua non può essere il nostro modello di riferimento. Se qualcuno pensa che dobbiamo cominciare a fare i voti con quella roba lì, uccidiamo il Movimento».
Parole pesanti che preparano la scaletta per la seconda metà di luglio, quando i tempi tecnici non consentiranno più di andare alle elezioni a settembre. A quel punto la prima data utile per il voto sarebbe la prima settimana di marzo 2020 e i grillini sanno che nemmeno alla Lega converrebbe mettersi nelle mani del Colle che si muoverebbe per un governo tecnico. Lega e 5 stelle sarebbero costretti a convivere e Salvini perderebbe l'effetto propulsivo del voto europeo ancora caldo nelle urne e Di Maio potrebbe tornare a fare la voce grossa. Tutto è però scritto sulla sabbia perché i trabocchetti e le insidie sono dietro ogni angolo. Ad esempio, vedremo che effetto produrrà la mozione anti grillina a favore di Arcelor Mittal. In settimana il decreto Crescita approderà al Senato. La mozione non implica alcun automatismo. L'articolo che toglie la tutela legale ai nuovi proprietari di Ilva potrebbe rimanere, ma il Mise sarà tenuto a riferire e allora a quel punto lo scontro politico su Taranto è destinato a emergere e lasciare Palazzo Madama per arrivare fino a Palazzo Chigi. E su questo Di Maio avrebbe pochi elementi per difendersi. Sta violando un accordo che lui stesso ha firmato, rischia di far scappare un investitore e di azzerare migliaia di posti di lavoro: dall'altra parte la Lega inchioderebbe il Movimento alle proprie responsabilità.
Un addio pesante tra le fila grilline. La Nugnes (vicina a Fico) al Misto
Paola Nugnes saluta e se ne va. La senatrice dissidente del M5s non ne può più: dopo un anno passato a criticare dall'interno la stragrande maggioranza delle scelte del governo e del suo stesso partito, è arrivato il momento della separazione. Una separazione che la Nugnes si augura possa essere consensuale, considerato che il M5s ha una regola che prevede, in caso di passaggio a un diverso gruppo parlamentare (nel caso della Nugnes sarebbe il Misto) il pagamento di una penale di 100.000 euro. Una regola, però, in conflitto con la Costituzione, che non prevede il vincolo di mandato, e che quindi la Nugnes sarebbe pronta a impugnare in tutte le sedi, se il M5s decidesse di tentare di trattenerla «con la forza»; del resto, quando lo scorso dicembre il deputato Matteo Dall'Osso è passato dal M5s a Forza Italia, per protestare contro la bocciatura di un suo emendamento sulla disabilità, eminenti costituzionalisti hanno escluso che il parlamentare dovesse pagare la penale. Penale che non è mai stata versata neanche da Marco Affronte, ex europarlamentare che nel 2017 abbandonò il gruppo pentastellato.
Ma torniamo alla Nugnes. Ieri mattina, sul suo profilo Facebook, la senatrice napoletana, storicamente vicinissima al presidente della Camera, Roberto Fico, leader dell'ala più ortodossa e di sinistra del M5s, ha scritto: «Se non riuscite a stare insieme, meglio dividervi subito». Segnali troppo chiari per non chiedere alla Nugnes se il momento dell'addio al M5s sia arrivato: «Quando cambiano troppe cose», risponde la Nugnes alla Verità, «è il caso di separarsi, e la separazione consensuale è la strada migliore. Meglio non arrivare alla guerra dei Roses». Non aggiunge altro, la senatrice, ma basta qualche telefonata al suo entourage per capire che l'addio è cosa fatta.
«Non si può restare insieme», ha spiegato la Nugnes a chi le ha chiesto cosa stesse accadendo, «quando si è così diversi. Altri possono sperare, come speravo io, che si possa cambiare la situazione. Io perderò di visibilità», ha aggiunto la senatrice, «perché finché faccio una opposizione interna vengo notata, uscendo mi si darà meno attenzione, ma l'opposizione dall'interno va bene finché si fa una volta, due volte, tre volte, poi non funziona più, diventa stucchevole, non me la sento più. Il gruppo Misto? Meglio chiamarli indipendenti, come negli altri Paesi».
La Nugnes, già lo scorso novembre, insieme ad altri senatori dissidenti (Elena Fattori, Matteo Mantero e Gregorio De Falco, quest'ultimo poi espulso dal M5s come un altro senatore, Saverio De Bonis) non aveva partecipato al voto di fiducia sul primo decreto Sicurezza. La senatrice partenopea, riferisce chi ha avuto modo di parlarle nelle ultime ore, ha argomentato la sua decisione e ha fornito la sua spiegazione sul perché siano così pochi i dissidenti: «Quelli che più si sono adeguati», ha detto la Nugnes, «al di là del secondo mandato, hanno la speranza concreta di poter restare sempre e comunque in un sistema di potere che assicurerà una collocazione. Poi ci sono quelle come me, che hanno un sistema di valori, che non sono disposte a scendere a patti su concetti come il bene comune, la coerenza, la trasparenza. Il decreto Sicurezza era disgustoso, il decreto Sicurezza due lo è due volte. Abbiamo ottenuto il reddito di cittadinanza? Ok, ma non si può camminare sulla testa delle persone. Facciano il loro lavoro, io voglio fare il mio: è il mio significa anche fare opposizione politica». Con il passaggio all'opposizione di Paola Nugnes, la maggioranza al Senato perde un voto. Il 5 giugno 2018, al primo voto di fiducia, il governo guidato da Giuseppe Conte ottenne 171 voti a favore: 107 del M5s, 58 della Lega e 6 del gruppo misto. La maggioranza assoluta è di 161 senatori.
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Una mozione al decreto Crescita chiede al governo di riconsiderare l'assegnazione ad ArcelorMittal della tutela legale che il Mise, invece, vuole togliere. Il tema dell'occupazione diventa un nuovo terreno di scontro. Matteo Salvini: «A luglio invito i sindacati al Viminale».La senatrice grillina Paola Nugnes è in polemica con la linea del Movimento: «Ho dei valori». La fedelissima di Roberto Fico pronta a dare l'addio.Lo speciale contiene due articoli.C'è da scommettere che la prossima settimana le tensioni tra Lega e 5 stelle si sposteranno sull'acciaio. Motivo del contendere è Arcelor Mittal che è subentrato all'Ilva nei siti siderurgici di Taranto (e non solo) e a cui il Movimento guidato da Luigi Di Maio vorrebbe togliere la tutela legale compresa nel contratto firmato dallo stesso ministro del Lavoro meno di un anno fa. La Lega la pensa diversamente. Ritiene che il patto debba essere mantenuto, per il semplice fatto che la copertura legale riguarda gli stabilimenti e la loro messa in sicurezza che non avverrà, nella sua totalità, prima del 2023. Lo scudo legale non significa lasciare che gli angloindiani facciano ciò che vogliono, ma evitare che da ottobre la Procura esamini emissioni, lavori sulle coperture o qualunque altro parametro e decida di mettere i sigilli. Lo scontro tra i due partiti di maggioranza non è solo dialettico, è esploso venerdì sera alla Camera durante la discussione del decreto Crescita, quando l'ordine del giorno a firma Giovanni Vianello (5 stelle) è stato intercettato dalla Lega e stoppato. Salvo poi essere sostituito con una mozione firmata da praticamente tutti gli esponenti del Carroccio con obiettivo opposto. L'articolo 46 del decreto prevede lo stop all'immunità e la mozione notturna chiede al governo di «verificare la coerenza del recente intervento normativo di modifica della disciplina inerente l'Ilva con gli accordi intervenuti in sede di cessione dei compensi aziendali». Non solo, la Lega chiede al governo, e soprattutto al Mise, di fornire «l'impatto degli interventi normativi sulle prospettive di crescita aziendale e di mantenimento dell'attuale livello occupazionale». Lo scontro è stato forte in Aula. Un po' come se i due partiti non partecipassero al medesimo governo. D'altronde le frizioni aumentano al calar del sole e tra i banchi del Parlamento, ma si vedono anche in pieno giorno. «Entro luglio inviterò i sindacati al Viminale, con altri rappresentanti del lavoro, del commercio, dell'impresa e dell'agricoltura per confrontarci e ragionare insieme sulla prossima manovra economica», ha dichiarato ieri alle agenzie Matteo Salvini rispondendo alle sigle sindacali che da Reggio Calabria lo hanno tirato in ballo per criticare il progetto di autonomia. «Manderò a Landini, che evidentemente non la conosce, una copia della proposta sull'autonomia che finalmente porterà merito e responsabilità anche ai politici del Sud», ha aggiunto Salvini consapevole di aver realizzato un raid nel campo dell'alleato grillino in vista dell'incontro di fuoco che si terrà in occasione del Cdm destinato a varare il primo budget anti infrazione. «Sono sicuro che in un anno questo governo abbia fatto di più rispetto ai governi di sinistra per lavoratori e precari», ha aggiunto il leader della Lega parlando a Landini perché Di Maio intenda, ma «con la flat tax per famiglie, lavoratori e imprese faremo ancora di più». Il messaggio cade a 24 ore di distanza dalle osservazione del capo grillino che aveva criticato l'insistenza leghista sulla tassa piatta senza le sottostanti coperture di spesa. La risposta di Di Maio è arrivata a stretto giro di posta. Durante un incontro territoriale a Terni, durante il quale ha sparato a zero su Alessandro Di Battista è tornato su Salvini. «In campagna elettorale i colleghi mi dicevano quello sta in ogni Comune e noi non ci siamo mai», ha esternato Di Maio additando a distanza Salvini. «Certo, poi abbiamo scoperto che usava gli aerei di Stato. Questa roba qua non può essere il nostro modello di riferimento. Se qualcuno pensa che dobbiamo cominciare a fare i voti con quella roba lì, uccidiamo il Movimento». Parole pesanti che preparano la scaletta per la seconda metà di luglio, quando i tempi tecnici non consentiranno più di andare alle elezioni a settembre. A quel punto la prima data utile per il voto sarebbe la prima settimana di marzo 2020 e i grillini sanno che nemmeno alla Lega converrebbe mettersi nelle mani del Colle che si muoverebbe per un governo tecnico. Lega e 5 stelle sarebbero costretti a convivere e Salvini perderebbe l'effetto propulsivo del voto europeo ancora caldo nelle urne e Di Maio potrebbe tornare a fare la voce grossa. Tutto è però scritto sulla sabbia perché i trabocchetti e le insidie sono dietro ogni angolo. Ad esempio, vedremo che effetto produrrà la mozione anti grillina a favore di Arcelor Mittal. In settimana il decreto Crescita approderà al Senato. La mozione non implica alcun automatismo. L'articolo che toglie la tutela legale ai nuovi proprietari di Ilva potrebbe rimanere, ma il Mise sarà tenuto a riferire e allora a quel punto lo scontro politico su Taranto è destinato a emergere e lasciare Palazzo Madama per arrivare fino a Palazzo Chigi. E su questo Di Maio avrebbe pochi elementi per difendersi. Sta violando un accordo che lui stesso ha firmato, rischia di far scappare un investitore e di azzerare migliaia di posti di lavoro: dall'altra parte la Lega inchioderebbe il Movimento alle proprie responsabilità.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-lega-sgambetta-il-m5s-su-ilva-e-lavoro-2638952975.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="un-addio-pesante-tra-le-fila-grilline-la-nugnes-vicina-a-fico-al-misto" data-post-id="2638952975" data-published-at="1774852682" data-use-pagination="False"> Un addio pesante tra le fila grilline. La Nugnes (vicina a Fico) al Misto Paola Nugnes saluta e se ne va. La senatrice dissidente del M5s non ne può più: dopo un anno passato a criticare dall'interno la stragrande maggioranza delle scelte del governo e del suo stesso partito, è arrivato il momento della separazione. Una separazione che la Nugnes si augura possa essere consensuale, considerato che il M5s ha una regola che prevede, in caso di passaggio a un diverso gruppo parlamentare (nel caso della Nugnes sarebbe il Misto) il pagamento di una penale di 100.000 euro. Una regola, però, in conflitto con la Costituzione, che non prevede il vincolo di mandato, e che quindi la Nugnes sarebbe pronta a impugnare in tutte le sedi, se il M5s decidesse di tentare di trattenerla «con la forza»; del resto, quando lo scorso dicembre il deputato Matteo Dall'Osso è passato dal M5s a Forza Italia, per protestare contro la bocciatura di un suo emendamento sulla disabilità, eminenti costituzionalisti hanno escluso che il parlamentare dovesse pagare la penale. Penale che non è mai stata versata neanche da Marco Affronte, ex europarlamentare che nel 2017 abbandonò il gruppo pentastellato. Ma torniamo alla Nugnes. Ieri mattina, sul suo profilo Facebook, la senatrice napoletana, storicamente vicinissima al presidente della Camera, Roberto Fico, leader dell'ala più ortodossa e di sinistra del M5s, ha scritto: «Se non riuscite a stare insieme, meglio dividervi subito». Segnali troppo chiari per non chiedere alla Nugnes se il momento dell'addio al M5s sia arrivato: «Quando cambiano troppe cose», risponde la Nugnes alla Verità, «è il caso di separarsi, e la separazione consensuale è la strada migliore. Meglio non arrivare alla guerra dei Roses». Non aggiunge altro, la senatrice, ma basta qualche telefonata al suo entourage per capire che l'addio è cosa fatta. «Non si può restare insieme», ha spiegato la Nugnes a chi le ha chiesto cosa stesse accadendo, «quando si è così diversi. Altri possono sperare, come speravo io, che si possa cambiare la situazione. Io perderò di visibilità», ha aggiunto la senatrice, «perché finché faccio una opposizione interna vengo notata, uscendo mi si darà meno attenzione, ma l'opposizione dall'interno va bene finché si fa una volta, due volte, tre volte, poi non funziona più, diventa stucchevole, non me la sento più. Il gruppo Misto? Meglio chiamarli indipendenti, come negli altri Paesi». La Nugnes, già lo scorso novembre, insieme ad altri senatori dissidenti (Elena Fattori, Matteo Mantero e Gregorio De Falco, quest'ultimo poi espulso dal M5s come un altro senatore, Saverio De Bonis) non aveva partecipato al voto di fiducia sul primo decreto Sicurezza. La senatrice partenopea, riferisce chi ha avuto modo di parlarle nelle ultime ore, ha argomentato la sua decisione e ha fornito la sua spiegazione sul perché siano così pochi i dissidenti: «Quelli che più si sono adeguati», ha detto la Nugnes, «al di là del secondo mandato, hanno la speranza concreta di poter restare sempre e comunque in un sistema di potere che assicurerà una collocazione. Poi ci sono quelle come me, che hanno un sistema di valori, che non sono disposte a scendere a patti su concetti come il bene comune, la coerenza, la trasparenza. Il decreto Sicurezza era disgustoso, il decreto Sicurezza due lo è due volte. Abbiamo ottenuto il reddito di cittadinanza? Ok, ma non si può camminare sulla testa delle persone. Facciano il loro lavoro, io voglio fare il mio: è il mio significa anche fare opposizione politica». Con il passaggio all'opposizione di Paola Nugnes, la maggioranza al Senato perde un voto. Il 5 giugno 2018, al primo voto di fiducia, il governo guidato da Giuseppe Conte ottenne 171 voti a favore: 107 del M5s, 58 della Lega e 6 del gruppo misto. La maggioranza assoluta è di 161 senatori.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 30 marzo con Carlo Cambi
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa (Ansa)
L’ultimo contatto è stato il 18 luglio quando Prevost ha chiamato Netanyahu dopo i bombardamenti della chiesa di Gaza per dire: cessate il fuoco e non fate diventare i luoghi di culto bersagli. Poi un lungo silenzio nonostante Leone XIV abbia ribadito «non tolleriamo l’antisemitismo e lo combattiamo, vogliamo approfondire il dialogo con i fratelli ebrei nonostante i malintesi attuali».
Ma ieri non è stato un malinteso è, come ha detto il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, bensì «un’offesa, non solo per i credenti». Benjamin Netanyahu è andato molto oltre il consentito. La polizia israeliana ha impedito al Patriarca di Gerusalemme il cardinale Pierbattista Pizzaballa - che ha ottimi rapporti col rabbinato italiano - e al Custode di Terra Santa padre Francesco Ielpo di entrare nella chiesa del Santo Sepolcro, nella parte antica di Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme: liturgia essenziale ed esiziale per i cattolici. Sono stati bloccati e costretti a forza dai gendarmi a tornare indietro. Non era mai avvenuto prima. Il patriarcato di Gerusalemme ha reagito: «Questa decisione affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie, rappresenta un’estrema violazione dei principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello status quo». Dal Patriarcato si sottolinea: «Si tratta di un grave precedente, s’ignora la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme».
Il cardinale Pizzaballa ha fatto sapere che le «autorità religiose hanno sempre rispettato le disposizioni di sicurezza» con padre Ielpo «esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita». Sul monte degli Ulivi si è comunque tenuta una celebrazione senza fedeli né giornalisti. Dal Getsemani Pizzaballa ha ribadito: «Oggi i nostri fratelli e sorelle non possono unirsi alle voci della processione, oggi portiamo la croce. Una croce che non è un peso per noi, ma la fonte della vera pace». Il Vaticano ha reagito con forza, con Papa Leone XIV, che pensa a Pizzaballa come successore del cardinale Pietro Parolin alla segreteria di Stato, che ha lanciato, durante l’Angelus di ieri, un segnale chiaro: «Siamo più che mai vicini con la preghiera ai cristiani in Medioriente che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e, in molti casi, non possono vivere pienamente i Riti di questi giorni santi».
Il rifiuto d’Israele si è invece trasformato in un caso diplomatico tra Roma e Tel Aviv. Giorgia Meloni ha telefonato a Pizzaballa esprimendolo a lui e padre Ielpo la solidarietà del Governo italiano e ha sottolineato: «Il Santo Sepolcro di Gerusalemme è luogo sacro della cristianità, e in quanto tale da preservare e tutelare per la celebrazione dei riti sacri». Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato per oggi l’ambasciatore israeliano e ha dato mandato al nostro ambasciatore in Israele di esprimere «il nostro sdegno e confermare la posizione italiana a tutela, sempre ed in ogni circostanza, della libertà di religione; piena solidarietà al cardinale Pizzaballa e padre Ielpo, è inaccettabile aver loro impedito di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro».
Dello stesso tenore le dichiarazioni di Guido Crosetto, Matteo Salvini, Stefania Craxi e del presidente della Camera Lorenzo Fontana. La segretaria del Pd Elly Schlein accusa: «La violenza cieca e la protervia senza limiti del Governo israeliano ha raggiunto anche uno dei luoghi più sacri della Cristianità, offendendo la dignità dei credenti e umiliando l’intera comunità cristiana. Il Governo italiano esprima forte la sua condanna e prenda una volta per tutte le distanze dal criminale Governo Netanyahu». Anche il presidente francese Emmanuel Macron su X si è espresso: «Condanno la decisione della polizia israeliana che si aggiunge alla preoccupante moltiplicazione delle violazioni dello statuto dei luoghi santi di Gerusalemme; la libertà di culto deve essere garantita per tutte le confessioni».
Mentre a Gaza padre Gabriele Romanelli con decine di fedeli riuniti per «le palme» nella chiesa della Sacra Famiglia esortava a pregare «per la comunità cristiana di Gerusalemme, che quest’anno non può celebrare questa solennità come al solito» da Tel Aviv hanno tentato una qualche spiegazione. L’ambasciatore in Italia Jonathan Peled illustra: «I Luoghi Sacri di Gerusalemme, incluso il Muro del Pianto, sono attualmente chiusi ai fedeli di tutte le religioni: ebraica, cristiana e musulmana. Ciò si è reso necessario a seguito dei missili lanciati verso Israele dal regime iraniano, ma Israele sta lavorando per individuare una soluzione alternativa, ribadendo che la protezione della vita umana deve prevalere su ogni altra considerazione».
Secondo la polizia di Gerusalemme il cardinal Pizzaballa era stato ampiamente avvertito: la sua richiesta esaminata sabato scorso non poteva essere approvata esclusivamente per motivi di sicurezza, con l’obiettivo primario di salvaguardare la vita umana dato che i luoghi santi sono sprovvisti di rifugi. Secondo la polizia il porporato cattolico avrebbe forzato il blocco da qui l’allontanamento perché «la libertà di culto continuerà ad essere tutelata, fatte salve le necessarie restrizioni».
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Giorgia Meloni (Ansa)
Inevitabile quindi, fisiologico probabilmente, ma andare al voto anticipato a questo punto è un’opzione diventata improvvisamente percorribile per questo esecutivo. Erano in molti a dire che in caso di vittoria del Sì, si sarebbero potute anticipare le elezioni, in pochissimi ragionavano su questa possibilità in caso di vittoria del No. Ma qui siamo perché l’esito del referendum ha segnato uno spartiacque, c’è un prima e c’è un dopo, Meloni lo sa e resta da capire se guidare o subire quello che verrà.
Nel frattempo, come spiegato dal direttore Maurizio Belpietro, tra le dimissioni e il voto c’è di mezzo il Colle. Non è nei poteri dell’esecutivo indire elezioni, è una facoltà che spetta al presidente della Repubblica che potrebbe ricorrere a consultazioni per formare un governo tecnico. Formalmente però non ci sono i numeri per tenerlo in piedi, ma guardando all’orizzonte vitalizio (si raggiunge ad aprile 2027) tutto può succedere.
Sono in tanti a sperare che si vada presto al voto. «Può aiutare l’economia» dice Francesco Giavazzi economista e già braccio destro di Mario Draghi. Una frase che ricorda un po’ quel «fate presto», il titolo che nel 2011 il Sole 24 Ore ripropose quando lo spread era alle stelle e tutti chiedevano le dimissioni di Silvio Berlusconi. Quello che è successo dal 2011 in poi è storia ben nota: governo Monti, austerity e tutto ciò che ne è seguito.
Oggi di nuovo le leve sono quella economica e quella del tempo. «Prendere tempo», spiega Giavazzi, «significa effettivamente perdere tempo, e l’Italia oggi non può permettersi di perdere tempo». E prosegue: «L’Italia ha un problema serio di crescita asfittica, di salari compressi, di risposte sull’energia che non riescono a essere all’altezza della situazione» e il governo, «ha al suo interno ministri ben più dannosi dei soggetti che si sono dimessi in queste ore». L’economista fa riferimento, al ministro dello Sviluppo Adolfo Urso sfiduciato a parole anche «dal presidente di Confindustria».
E Confindustria da alleata di governo, in queste ore sembra si sia unita allo stormo di avvoltoi con la scusa del dl Fisco approvato venerdì in cdm e che ha rivisto gli impegni presi alla luce di «uno choc esterno paragonabile a quello della crisi in Ucraina», ha chiarito il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che costringe ora l’esecutivo «a fare delle riflessioni su cosa fare, chi aiutare, chi incentivare». A Confindustria questo non è piaciuto: «Il fatto di non poter fare affidamento sulle norme e sulle dichiarazioni del Governo mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni e delle misure di incentivo e scoraggia chi vorrebbe continuare a fare impresa in Italia». Insomma è il momento del «piove, governo ladro». In questi momenti di acque agitate il più bravo a navigare resta l’ex premier Matteo Renzi: «È solo l'antipasto di ciò che accadrà nei prossimi mesi. Il governo Dracula ha portato ai massimi la pressione fiscale e finalmente le imprese iniziano a farlo notare». Opposizioni, parti sociali ma anche i giornali. Sono in molti a chiedere il voto anticipato, alcuni per interesse, altri per opportunità. Tra i leader di opposizione sicuramente ne gioverebbe la segretaria dem Elly Schlein. Con poco tempo per andare al voto potrebbero non esserci le primarie e questo le consentirebbe di evitare il confronto diretto con il temutissimo Giuseppe Conte, assicurandosi così la guida del campo largo. Nel centrodestra c’è chi suggerisce che avere Elly come leader di opposizione significherebbe assicurarsi una nuova vittoria e chi dice invece che andare avanti fino a fine mandato potrebbe tradursi in una lunga agonia.
Quello che è certo è che votare è un rischio, ma si considera poco un aspetto: Giorgia Meloni non ha paura di perdere e chi la conosce da tempo lo sa. Meloni viene da un mondo che ha perso tanto e questo non le ha mai impedito di prendere la decisione giusta e di andare avanti. A Meloni adesso interessa sapere se ha o meno il mandato degli italiani per continuare a governare. I sondaggi dicono di sì. Nonostante quello che racconta il campo largo, il centrodestra non solo tiene, ma resta saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto (45,2% contro 44,3% anche senza Vannacci, secondo la Ghisleri).
Resta quindi l’ipotesi rimpasto, sconfessata però da due big del governo.
Marcello Gemmato, sottosegretario alla Salute, «non lo vede all’orizzonte», e il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida spiega: «Se dovesse servire il mio posto è sempre a disposizione ma non mi pare che ci sia questo tipo di richiesta».
Intanto il ministero del Turismo rimane guidato ad interim da Meloni, ma in ballo c’è Luca Zaia, l’ex presidente veneto che in molti vorrebbero al governo e di lui si parla anche per la guida del Mimit al posto di Urso. Due posti in quota Fratelli d’Italia però e affidarne uno a Zaia e quindi alla Lega comporterebbe anche altri ragionamenti. Insomma si prende tempo, niente fretta per evitare scelte sbagliate, con buona pace degli economisti del «fate presto».
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