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2018-04-12
Oltre alla partita la Juve ha perso anche la faccia
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ANSA
«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.
A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.
Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria.
Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti.
I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima.
Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale.
E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid.
E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora.
E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.
Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose».
Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.
Giorgio Gandola
Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato»
Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore.
Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.
Adriano Scianca
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Le parole avvelenate di Gigi Buffon e le lagnanze del presidente Andrea Agnelli sono una macchia sulla grande performance dei bianconeri al Bernabeu.Ma anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, i bianconeri dovrebbero cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza e quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita.Lo speciale contiene due articoli«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria. Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti. I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima. Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale. E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid. E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora. E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose». Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-juve-ha-perso-anche-la-faccia-2559306769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-da-juventino-dico-il-real-non-va-contestato-ma-imitato" data-post-id="2559306769" data-published-at="1781350986" data-use-pagination="False"> Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato» Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore. Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.Adriano Scianca
Guido Crosetto (Ansa)
Il progetto è contenuto in uno schema di Disegno di legge dal titolo «Disposizioni per la costituzione di Forze di riserva, in materia di personale militare nonché delega al governo per la revisione dello strumento militare», che abbiamo avuto modo di visionare.
Naturalmente, lo schema dovrà innanzitutto essere presentato dal ministro Guido Crosetto in Consiglio dei ministri: una volta licenziato dal Cdm, passerà all’esame del Parlamento, che potrà apportare eventuali modifiche. Dalla Difesa apprendiamo che a illustrare i contenuti del Ddl saranno anche esponenti di vertice delle Forze armate, attraverso specifiche audizioni. Veniamo ai dettagli. Per incrementare la capacità operativa dello strumento militare nazionale, si legge nello schema del Ddl, è istituita la riserva operativa, al fine di disporre di un adeguato bacino di personale addestrato e prontamente impiegabile, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, anche in tempo di pace. Ne farà parte personale militare in congedo da non più di cinque anni, che potrà essere richiamato in servizio, ma chi vorrà potrà fare domanda per una proroga. Il personale della riserva operativa può essere richiamato in servizio annualmente per lo svolgimento delle attività di addestramento finalizzate allo sviluppo e al mantenimento della prontezza operativa, secondo modalità definite dalla Forza armata di appartenenza. La riserva volontaria specialistica nasce invece al fine di disporre di un adeguato bacino di personale in possesso di peculiari competenze professionali, in grado di supportare e integrare le Forze armate e il Corpo unico della Sanità militare, sin dal tempo di pace, per l’assolvimento dei compiti di cui all’articolo 89.
È costituita da ufficiali, marescialli, sergenti e graduati di complemento. Chi ne fa parte, può essere richiamato in servizio, a domanda, per specifiche esigenze della Forza armata di appartenenza o del Corpo unico della Sanità militare. Infine, la riserva territoriale: stando allo schema del Ddl, questo personale è impiegato in attività addestrative, operative e logistiche, limitatamente al territorio nazionale, presso comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione. Questa riserva ha l’obiettivo di avere a disposizione un bacino di personale radicato sul territorio nazionale, rapidamente impiegabile a supporto delle esigenze funzionali delle Forze armate, incluso quello a supporto delle Forze di polizia, alla gestione delle emergenze e delle calamità, al soccorso e all’assistenza. Per partecipare alle procedure selettive per il reclutamento dei volontari della riserva territoriale occorre avere un’età non inferiore a 25 anni e non superiore a 35, e un diploma di terza media. I vincitori delle procedure selettive sono ammessi alla ferma prefissata di dodici mesi e sono disponibili, limitatamente al territorio nazionale, per l’assegnazione a comandi, enti, reparti e unità dislocati nell’area geografica o regione di arruolamento, ferma restando la possibilità di schieramento, addestramento e formazione al di fuori dell’area geografica o regione di assegnazione.
Come dicevamo l’obiettivo è raggiungere gradualmente le 40.000 unità in più, a seconda delle risorse disponibili (un membro della riserva operativa richiamato in servizio, ad esempio, viene pagato 130 euro per ogni giornata di lavoro) e delle effettive capacità di reclutamento, con questo cronoprogramma: un massimo di 5.071 unità per il 2028, 5.321 per il 2029, 7.001 per il 2030, 7.444 per il 2031, 7.500 per il 2032 e 7.663 per il 2033. Questo aumento, a regime, porterebbe le forze armate italiane a superare le 200.000 unità. Intanto l’Italia si appresta a tagliare in maniera consistente rispetto a quanto previsto la somma da chiedere in prestito al fondo Safe (Security Action for Europe), uno strumento finanziario europeo da 150 miliardi di euro nato per sostenere gli Stati membri negli investimenti nel settore della difesa e negli appalti congiunti. Al nostro Paese è stata riservata una quota di prestiti agevolati pari a 14,9 miliardi di euro, ma l’intenzione del governo è ridurre i prestiti previsti a circa 5 miliardi di euro per dare priorità alle misure contro il caro energia. Del resto, come ha spesso ripetuto il premier Giorgia Meloni, se non si affronta la drammatica crescita dei prezzi dei carburanti, in Italia resterà ben poco da difendere.
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Volodymyr Zelensky (Getty Images)
Non gli bastano le centinaia di miliardi sborsati dall’Ue, macché: secondo quanto riferisce Politico.eu avrebbe chiesto ulteriori 20 miliardi di dollari. E stavolta li ha chiesti alla Nato. Proprio così. Venti miliardi cash che dovrebbero uscire dalle casse dell’Alleanza atlantica e finire diritti diritti all’esercito di Kiev, cessi d’oro permettendo. E a cosa serviranno questi soldi? A difendere la democrazia? Macché: ad attaccare la Russia. Sono gli stessi ucraini, alti funzionari della difesa, ad ammetterlo: «Tutti vedono che la Russia sta bruciando, noi vogliamo che bruci ancor di più». Quindi la Nato paghi subito e senza fare storie perché, dicono, «la finestra di opportunità potrebbe chiudersi». Chiaro, no? Per non chiudere le finestre d’opportunità, bisogna aprire i portafogli.
Il Parlamento europeo ha calcolato che fra febbraio 2022 e febbraio 2026 nelle casse ucraine siano finiti circa 200 miliardi di euro. Di questi oltre 15 miliardi sono stati pagati dai cittadini italiani. Poi poche settimane fa, dopo un lungo tiramolla, c’è stato un ulteriore stanziamento di 90 miliardi di euro. Uno pensa: si accontenteranno. Invece no. Invece, come quei figli spendaccioni, che più gli aumenti la paghetta e più scialano, e non ne hanno mai abbastanza, Zelensky è tornato a bussare quattrini. Vuole 20 miliardi di dollari, cioè 17,3 miliardi di euro al cambio attuale. E stavolta li chiede alla Nato che ovviamente li chiederà agli Stati membri. Risultato: pagano sempre i cittadini. Compresi i cittadini italiani che già non sono felici di dover versare più soldi alla Nato (il famoso 5 per cento del Pil), mentre la sanità è a pezzi e le pensioni restano da fame. Se poi gli dici che devono dare ancor più soldi alla Nato per dare ancor più soldi a Zelensky, perché deve andare a bombardare Mosca, che diranno secondo voi?
Eppure stando alle indiscrezioni autorevolmente riportate da Politico.eu, sembra tutto apparecchiato. La proposta verrà ufficialmente presentata il 18 giugno in occasione della prossima riunione del Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina, noto anche come «formato Ramstein». E poi sarà discussa nel vertice dei leader della Nato che si terrà a luglio ad Ankara, al quale parteciperà il questuante Zelensky.
«A ciascun alleato verrà chiesto un contributo tra i 2 e i 6 miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo di 20 miliardi», dicono gli alti funzionari ucraini aggiungendo, bontà loro, che «potrà trattarsi di aiuti o di prestiti». In pratica: i Paesi della Nato potranno scegliere se donare i soldi a fondo perduto o fingere che i soldi siano prestati, anche se non torneranno mai indietro. Non è meraviglioso? In compenso a Kiev sanno già come spenderli quei soldi, sempre al netto dei cessi d’oro, s’intende: acquisteranno «più droni, munizioni, apparecchiature per la guerra elettronica e soprattutto strumenti con capacità a lungo raggio». Ovvio: la Russia brucia, ora brucerà di più. E intanto bruciano anche un po’ dei nostri risparmi.
Comunque sembra tutto deciso. E, per portarsi avanti, ieri Zelensky ha annunciato aumenti di stipendio per i militari ucraini, che saranno operativi, retroattivamente, dal 1 giugno. Si alza il livello minimo della retribuzione, vengono «introdotti nuovi contratti molto più vantaggiosi» e anche premi di produzione legati al numero di combattimenti cui i soldati parteciperanno. In pratica più ne ammazzi, più bonus avrai in busta paga. «L’Ucraina ha le risorse per aumentare gli stipendi nelle Forze armate», ha annunciato trionfante Zelensky con apposito video. Dimenticando di dire che quelle risorse l’Ucraina ce l’ha perché gliele abbiamo gentilmente offerte noi…
Ora però non resta che aspettare il momento in cui i Paesi Nato gli offriranno il resto. E sarà bello sentire come lo spiegheranno ai loro cittadini: scusate, cari italiani, lo sappiamo che abbiamo già dato una barcata di miliardi a quel signore di Kiev, lo sappiamo che grazie ai nostri soldi lui può fare contratti vantaggiosi ai militari ucraini mentre gli stipendi nostri continuano a essere miseri, lo sappiamo che abbiamo già applicato venti pacchetti di sanzioni alla Russia che hanno fatto più male a noi che a loro, lo sappiamo che, come Ue, abbiamo appena stanziato 90 miliardi per sostenere gli eroici combattenti ucraini, ma adesso, scusateci, dobbiamo aggiungerne un’altra ventina, tutti insieme, e a noi italiani ne toccano non meno di due. Abbiate pazienza, ma così va il mondo oggi: lacrime, sangue e oro a Kiev. Non siete contenti? Lo sappiamo. Ma già che ci siamo vorremmo farvi una confidenza: sapete quello che vi abbiamo sempre detto, cioè che i vostri soldi servono per difendere l’Ucraina? Ecco: non è così. Quei soldi oggi non servono per difendere l’Ucraina: servono per attaccare la Russia. Dunque pagate e bombardate con noi: è il momento del lungo raggio, non del braccio corto.
Eppure vi ricordate quanta prudenza c’era all’inizio della guerra, quando cominciarono i primi finanziamenti all’Ucraina? «Daremo solo armi difensive», si diceva. Poi dopo un po’ la correzione: no, daremo anche armi offensive, ma solo leggere. Poi: no, daremo armi offensive e anche pesanti. Cioè i carri armati. Poi anche i super carri armati. Poi i missili a corto raggio. Poi a medio raggio. Poi a lungo raggio e pure i caccia. Ora si arriva direttamente al finanziamento Nato per «far bruciare la Russia». In pratica: si trascina la Nato in guerra per interposto quattrino. Non è uno scherzo: passo dopo passo ci siamo arrivati. Se la richiesta sarà avanzata e accettata, in effetti, la Nato parteciperà di fatto all’attacco alla Russia, in modo esplicito, senza per altro che una dichiarazione di guerra sia mai stata presentata e votata dai Parlamenti degli stati membri. Il prossimo che dice che così difendiamo la democrazia merita altri 20 miliardi. Ma di calci nel sedere.
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Donald Trump (Ansa)
I rapporti transatlantici potrebbero essere presto rimodellati. «Gli alleati europei non sono stati d’aiuto adesso, ma possono essere molto d’aiuto in futuro, dopo l’intesa con l’Iran», ha dichiarato ieri Donald Trump. Nelle stesse ore, il New York Times riferiva che gli Stati Uniti sarebbero pronti a ridurre gli aerei e le navi da guerra messe a disposizione per le operazioni militari della Nato in Europa. «I funzionari del Dipartimento della Guerra hanno comunicato agli alleati che gli Stati Uniti ridimensioneranno il proprio contributo al Modello di Forza Nato, in linea con le direttive di condivisione degli oneri previste dalla Strategia di Difesa Nazionale 2026 e con la visione del Dipartimento per una Nato 3.0», aveva del resto già dichiarato il Pentagono la settimana scorsa. Non solo. Il Comandante supremo delle Forze alleate in Europa, Alexus G. Grynkewich, ha anche annunciato ieri una graduale riduzione delle truppe Nato in Kosovo.
Sempre ieri, il ministero della Difesa di Canberra ha annunciato che, in base all’Aukus, a partire dal prossimo anno quattro sottomarini a propulsione nucleare, comandati dagli Stati Uniti, opereranno a rotazione nella costa occidentale australiana. Secondo quanto reso noto da alcuni funzionari americani, questo permetterà a Washington di avere maggiore proiezione sul Mar cinese meridionale: il che consentirà alla Casa Bianca di aumentare il proprio margine di manovra soprattutto per quanto riguarda la crescente tensione tra Pechino e Taipei. Era inoltre fine maggio, quando, nell’ambito del Quadrilateral security dialogue, i ministri degli esteri di Australia, India, Giappone e Stati Uniti hanno concordato di realizzare congiuntamente un porto nelle Fiji, oltre a firmare accordi in materia di minerali strategici e di sicurezza energetica.
Si tratta di mosse significative. Il Quadrilateral security dialogue è un formato che venne rilanciato nel 2017 ai tempi della prima amministrazione Trump e che, durante il primo anno della sua seconda presidenza, era sembrato finire parzialmente nel dimenticatoio a causa delle tensioni commerciali tra Washington e Nuova Delhi. L’Aukus è invece un patto di sicurezza tra Usa, Australia e Regno Unito, che fu sottoscritto da Joe Biden nel settembre 2021. Ebbene, Trump ha adesso intenzione di far leva su entrambe queste partnership per aumentare la deterrenza statunitense nei confronti di Pechino. Tutto questo, mentre, come abbiamo visto, la Casa Bianca si prepara a ridurre la propria presenza militare in Europa.
Emergono quindi almeno due considerazioni. Innanzitutto, è chiaro come, dal punto di vista strategico, per gli Stati Uniti il Vecchio continente stia sempre più diventando di secondaria importanza rispetto all’Indo-Pacifico. Parliamo di un trend che era già iniziato ai tempi della presidenza di Barack Obama e che si è rafforzato nel corso degli ultimi anni. Trump, a maggior ragione nel pieno del difficile sforzo diplomatico per porre fine al conflitto iraniano, ha bisogno di alleati proattivi, che si assumano maggiori responsabilità e che permettano di ridurre oneri e costi agli Stati Uniti. Tutto questo, in nome della priorità strategica di Washington, che è il contenimento della Cina.
In secondo luogo, il presidente americano ha intenzione di usare il sostegno militare anche come strumento di ricompensa o punizione nei rapporti altalenanti con gli alleati. Da una parte, anche a causa dei suoi rapporti non idilliaci con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Trump ha annunciato a maggio l’intenzione di ritirare 5.000 soldati americani dalla Germania; dall’altra, l’inquilino della Casa Bianca ha tuttavia detto di volerne inviare altrettanti in Polonia in nome della sua solida relazione politica con il presidente polacco, Karol Nawrocki. Insomma, il Vecchio continente non può più dare nulla per scontato. E le ben note manovre filocinesi di leader, come Emmanuel Macron e Pedro Sánchez, rischiano soltanto di complicare (anziché rilanciare) le relazioni transatlantiche.
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