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2018-04-12
Oltre alla partita la Juve ha perso anche la faccia
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ANSA
«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.
A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.
Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria.
Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti.
I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima.
Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale.
E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid.
E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora.
E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.
Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose».
Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.
Giorgio Gandola
Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato»
Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore.
Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.
Adriano Scianca
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Le parole avvelenate di Gigi Buffon e le lagnanze del presidente Andrea Agnelli sono una macchia sulla grande performance dei bianconeri al Bernabeu.Ma anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, i bianconeri dovrebbero cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza e quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita.Lo speciale contiene due articoli«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria. Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti. I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima. Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale. E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid. E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora. E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose». Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-juve-ha-perso-anche-la-faccia-2559306769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-da-juventino-dico-il-real-non-va-contestato-ma-imitato" data-post-id="2559306769" data-published-at="1776380546" data-use-pagination="False"> Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato» Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore. Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.Adriano Scianca
Federico Vecchioni (Ansa)
History Law & Economics dalla Lumsa, la Libera Università Maria Santissima Assunta. Il conferimento, approvato dal dipartimento di giurisprudenza, economia e comunicazione dell’ateneo - con successiva delibera del Senato Accademico - si deve al fatto che la figura professionale di Vecchioni rappresenta «un punto di riferimento di rilievo nel panorama dell’economia agroalimentare italiana e mediterranea, per la capacità di coniugare visione strategica, innovazione tecnologica e attenzione ai profili di sostenibilità economica, sociale e ambientale».
La cerimonia è stata introdotta dal professor Gabriele Carapezza Figlia, coordinatore del collegio dei docenti del dottorato di ricerca in Mediterranean Studies e la laudatio è stata curata dal professor Giovanni Battista Dagnino, ordinario di economia e gestione delle imprese. A conferire titolo e proclamazione, il professor Francesco Bonini, rettore dell’ateneo. Alla cerimonia è seguita la lectio magistralis di Vecchioni. «Ricevere questo dottorato honoris causa dalla Libera Università Maria Santissima Assunta», le parole pronunciate da Vecchioni, «rappresenta per me un grande onore e una grande responsabilità. Ho sempre creduto nel valore del dialogo tra impresa, istituzioni e mondo accademico come leva per generare sviluppo duraturo. Il Mediterraneo non è soltanto uno spazio geografico, ma un orizzonte culturale ed economico strategico, nel quale l’Italia può e deve esercitare un ruolo da protagonista attraverso innovazione, sostenibilità e cooperazione internazionale». «In quest’ottica», ha proseguito quindi il presidente di Bonifiche Ferraresi, «si inseriscono le iniziative internazionali portate avanti da Bf con l’obiettivo di creare la più importante riserva agricolo alimentare del Mediterraneo».
A completamento delle formalità si pone poi il discorso del rettore della Lumsa, professor Bonini, che ha voluto rimarcare l’importanza del conferimento accademico: «Il dottorato in Mediterranean Studies, basato nel nostro dipartimento di Palermo, traguarda anche l’importante investimento che l’Università Lumsa ha aperto con l’istituzione del nostro University Africa Center. Il conferimento del dottorato a una personalità come quella di Federico Vecchioni vuole essere esemplare per i nostri studenti e studentesse, e per un impegno di ricerca, sviluppo e collaborazione con le realtà vive della società che qualifica l’università e ne conferma l’ispirazione e l’impegno per il bene comune nella grande prospettiva globale».
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Mentre l’Italia tenta una timida risalita (+7,6% a marzo, con 185.367 immatricolazioni), il resto del continente (+1,7%) resta frenato da condizioni finanziarie restrittive: tassi elevati che la Bce fatica a ridurre, complice uno choc petrolifero che alimenta un’inflazione ancora persistente e comprime i redditi reali. In questo contesto, la domanda effettiva si contrae e il pricing power si deteriora.
La realtà è che l’ideologia politica in Europa ha preteso di ignorare le leggi della domanda: le aziende «vulnerabili», quelle che hanno puntato tutto su una transizione elettrica forzata, si ritrovano oggi con piazzali pieni e margini a picco. Parallelamente, la Cina ha cambiato ruolo: da mercato di sbocco a concorrente diretto e aggressivo. Marchi come Byd e Leapmotor registrano crescite a tre o quattro cifre anche in Italia, segnalando un vantaggio competitivo costruito su costi, integrazione verticale e velocità di esecuzione.
Il nesso per il portafoglio del risparmiatore è brutale. I dati appena pubblicati dal Gruppo Volkswagen per il primo trimestre 2026 confermano che il «mal di Cina» è diventato cronico e forse irreversibile. Le consegne globali sono calate del 4% (2,05 milioni di unità), ma è il tracollo delle elettriche a far tremare Wolfsburg: un pesantissimo -64% in Cina e -80% negli Stati Uniti. La tenuta europea (+12%) non basta a compensare la fine degli incentivi e l’inasprimento dei dazi americani.
Come osserva Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf: «Volkswagen sta vivendo il suo momento più buio: il mercato cinese, che un tempo garantiva profitti certi, oggi rigetta i modelli tedeschi. Il rischio per chi ha il titolo in portafoglio è di restare intrappolati in un gigante che fatica a ruotare la sua enorme stazza verso ciò che il cliente vuole davvero: auto accessibili, concrete e con motorizzazioni affidabili».
In questo scenario, Stellantis affronta una transizione manageriale critica. Il nuovo numero uno, Antonio Filosa, è chiamato a ricostruire un gruppo segnato dalla precedente gestione di Carlos Tavares, lodata per il cost-cutting ma accusata di aver compresso investimenti e qualità. «Filosa sta tentando di rimettere in carreggiata un’auto che rischiava il deragliamento», osserva l’analista e consulente finanziario indipendente. «Ha ereditato una struttura dove l’ossessione per il bilancio a breve termine ha logorato la qualità e la fiducia della rete».
La delusione più fragorosa arriva però da Porsche. Nel primo trimestre 2026 le vendite globali sono scese del 15%, con un crollo in Cina da 68.000 unità nel primo trimestre 2022 a meno di 7.800. L’utile netto è crollato del 91,4% (da 3,6 miliardi nel 2024 a 310 milioni nel 2025), mentre il fatturato si è contratto a circa 36,3 miliardi.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Coldiretti la definisce «una svolta», in quanto difende un patrimonio che oggi vale 707 miliardi di euro e trova nella Dop economy la sua espressione più avanzata. «Questa legge giaceva nei cassetti da oltre dieci anni e nessuno aveva mai avuto il coraggio di farla diventare un provvedimento», ha spiegato Lollobrigida, sottolineando che introduce due nuovi reati, l’aggravante di agropirateria e sanzioni proporzionali alle dimensioni del fatturato delle imprese, «affinché siano un vero deterrente. Inoltre, istituzionalizza la cabina di regia per un efficientamento dei sistemi di controllo». La legge rafforza la trasparenza e la tracciabilità dei prodotti lungo tutta la filiera per fornire informazioni quanto più esaustive possibili al consumatore anche al fine di tutelare la salute.
Di conseguenza, vengono inseriti nel Codice penale due reati: la «frode alimentare» per punire chi commercializza alimenti o bevande che, a sua conoscenza, non sono genuini o che provengono da luoghi diversi rispetto a quelli indicati (prevista la reclusione da 2 mesi a 1 anno), e il «commercio di alimenti con segni mendaci» per punire chi utilizza segni distintivi o indicazioni per indurre in errore il compratore sulla qualità o sulla quantità degli alimenti (reclusione da 3 a 18 mesi). È inserita l’aggravante di agropirateria, quando l’attività illecita è realizzata in maniera organizzata e continuativa, l’aggravante «quantità e biologico» (se i prodotti sono commercializzati come biologici ma non lo sono). In questi tre casi le pene sono aumentate. La legge prevede per questi reati anche la confisca obbligatoria di prodotti, beni o cose oggetto o prodotto dei reati.
L’autorità giudiziaria avrà l’obbligo di distribuire i prodotti sequestrati, ma commestibili, a enti territoriali o caritatevoli per destinarli a persone bisognose o animali abbandonati.
È prevista la protezione delle Indicazioni geografiche, attività che secondo l’ultimo rapporto Ismea-Qualivita nel 2024 ha realizzato 20,7 miliardi di euro di fatturato di cui 12,3 miliardi di euro realizzati all’estero. Previste sanzioni più dure per il reato di contraffazione delle indicazioni geografiche e delle denominazioni di origine protetta.
La legge vieta poi l’utilizzo del termine «latte» e di prodotti lattiero-caseari per prodotti vegetali se non accompagnato dalla denominazione corretta (per esempio il latte di mandorla venduto come sostitutivo senza distinzione). A dimostrazione della necessità di una legge con questi contenuti, Coldiretti cita l’ultimo Rapporto elaborato insieme a Eurispes e Fondazione osservatorio agromafie, secondo il quale il volume d’affari dei crimini agroalimentari in Italia è salito a 25,2 miliardi, praticamente raddoppiato nel giro dell’ultimo decennio.
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Ecco #DimmiLaVerità del 16 aprile 2026. La deputata della Lega Rebecca Frassini illustra i contenuti della manifestazione di sabato 18 a Milano.