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2018-04-12
Oltre alla partita la Juve ha perso anche la faccia
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ANSA
«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.
A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.
Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria.
Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti.
I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima.
Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale.
E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid.
E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora.
E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.
Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose».
Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.
Giorgio Gandola
Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato»
Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore.
Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.
Adriano Scianca
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Le parole avvelenate di Gigi Buffon e le lagnanze del presidente Andrea Agnelli sono una macchia sulla grande performance dei bianconeri al Bernabeu.Ma anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, i bianconeri dovrebbero cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza e quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita.Lo speciale contiene due articoli«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria. Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti. I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima. Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale. E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid. E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora. E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose». Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-juve-ha-perso-anche-la-faccia-2559306769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-da-juventino-dico-il-real-non-va-contestato-ma-imitato" data-post-id="2559306769" data-published-at="1778720956" data-use-pagination="False"> Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato» Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore. Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.Adriano Scianca
Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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Trump vola da Xi mentre la guerra in Iran pesa su economia e politica USA tra rincari, debiti, tensioni con la Cina e sfida elettorale.
Guido Guidesi (Ansa)
I numeri che accompagnano questa ambizione sono solidi. Con oltre il 23% del Pil nazionale e più di un quarto dell'export italiano, la Lombardia è già il principale motore economico del Paese. Dal 2021 al 2025 ha attratto 448 progetti su 1.158 complessivi in Italia, mantenendo una quota costante tra il 35% e il 45% del totale nazionale, con una crescita di 85-90 investimenti diretti esteri all’anno - il 35% in più rispetto al quinquennio precedente (lo dice il Financial Times). Dati ancora più significativi se confrontati con lo scenario globale: tra il 2023 e il 2024 i flussi internazionali di investimenti sono calati dell’11% e quelli europei del 5%, mentre la Lombardia ha segnato un +6%.
Nel periodo 2020-2025, grazie al progetto “Invest in Lombardy” – sviluppato in collaborazione con Milano & Partners – la Regione ha supportato oltre 1.400 aziende estere interessate a insediarsi sul territorio. Solo nel 2025, 34 di queste hanno già avviato o annunciato progetti concreti, con un impatto stimato di 2,8 miliardi di indotto e 6.200 nuovi posti di lavoro. Attualmente sono 428 i progetti in gestione attiva, concentrati nei settori a più alto valore aggiunto: manifattura avanzata (semiconduttori, Industria 4.0), Scienze della Vita (biotecnologie, farmaceutico), Clean Tech e IT/ICT.
«I numeri confermano il nostro primato italiano rispetto all’attrazione investimenti esteri: valiamo il 40% degli investimenti esteri che arrivano in Italia. Ma non possiamo però fermarci al primato nazionale, possiamo e dobbiamo migliorarci», ha dichiarato l’assessore allo Sviluppo economico Guido Guidesi, presentando la nuova strategia regionale.
«Questo è l’obiettivo della nuova strategia di attrazione degli investimenti in cui si evidenzia un ruolo più da protagonista e attivo di Regione Lombardia al fine di cogliere opportunità di nuovi investimenti presentandoci con ecosistemi completi: dalla ricerca, ai fornitori, alle competenze. Proviamo a giocarci la partita dell’attrazione in un campionato più difficile e maggiormente competitivo; alziamo il livello, proviamo a migliorarci; vogliamo essere meta internazionale e hub europeo», ha aggiunto Guidesi, sottolineando che con la nuova direttiva «andremo anche a cercarci gli investitori rispetto alle esigenze che abbiamo dal punto di vista della partecipazione ai nostri ecosistemi».
Tre le direttrici del piano di Guidesi. La prima è la qualità degli investimenti: la Regione punta sui settori ad alto valore aggiunto: ICT, scienze della vita, elettronica, aerospazio, chimica e agroalimentare avanzato. La seconda è la valorizzazione degli ecosistemi territoriali e in questo quadro si inseriscono le Zone di Innovazione e Sviluppo (ZIS), la Zona Logistica Semplificata di Cremona e Mantova, e l'iniziativa “Talenti – Trasferimento delle conoscenze”, che favorisce l’ingresso di dottori di ricerca e professionisti altamente qualificati nelle pmi lombarde. La terza direttrice è la semplificazione e la velocità dei processi, attraverso il rafforzamento del modello one-stop-shop per rendere più rapidi e prevedibili i percorsi di insediamento.
Per Giovanni Rossi, direttore generale di Promos Italia, «l'approccio internazionale è rafforzato da attività promozionali e roadshow nei principali mercati esteri, con “value proposition” focalizzate su settori ad alto valore aggiunto. La “business intelligence” permette di intercettare investitori qualificati e accompagnarli efficacemente nel percorso di insediamento. L'aftercare è considerato strategico per valorizzare le imprese già insediate e favorirne la crescita”, ha concluso Rossi.
Centrale nella strategia è il potenziamento di «Invest in Lombardy» come punto unico di accesso per gli investitori internazionali, capace di accompagnare le imprese lungo l'intero ciclo dell'investimento: dalla valutazione iniziale all'insediamento, fino ai servizi di aftercare.
Un riconoscimento al valore dell’ecosistema lombardo arriva dalle testimonianze delle imprese internazionali già presenti sul territorio. «Regione Lombardia ha accompagnato il nostro percorso di insediamento, supportandoci nel dialogo con il territorio e nello sviluppo delle competenze necessarie. La Lombardia si distingue per un ecosistema industriale solido e collaborativo, favorevole allo sviluppo di nuovi investimenti», ha evidenziato Carina Solsona Garriga, Coo di Affinity Petcare.
«Abbiamo scelto la Lombardia per la sua posizione strategica, la qualità delle infrastrutture e un ecosistema industriale unico a livello europeo, che consente di ottimizzare efficienza, sostenibilità e sviluppo produttivo», ha aggiunto Federico Castelli, amministratore delegato di Rockwool Italia.
«La Lombardia è più attrattiva di molte regioni europee grazie a una filiera industriale avanzata, competenze di altissimo livello e un forte orientamento all’export. Qui troviamo un luogo dove produrre, innovare e costruire valore nel lungo periodo», ha concluso Paolo Bertuzzi, Ceo & Managing Director di Turboden.
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