True
2018-04-12
Oltre alla partita la Juve ha perso anche la faccia
True
ANSA
«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.
A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.
Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria.
Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti.
I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima.
Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale.
E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid.
E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora.
E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.
Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose».
Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.
Giorgio Gandola
Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato»
Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore.
Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.
Adriano Scianca
Related Articles Around the Web
Continua a leggereRiduci
Le parole avvelenate di Gigi Buffon e le lagnanze del presidente Andrea Agnelli sono una macchia sulla grande performance dei bianconeri al Bernabeu.Ma anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, i bianconeri dovrebbero cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza e quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita.Lo speciale contiene due articoli«L'arbitro è l'alibi dei perdenti» è una frase scolpita nella prima pietra posata allo Juventus Stadium di Torino. Il deterrente definitivo ad ogni piagnisteo insorgente al culmine di un rivedibile fischio arbitrale, il motto liberatorio d'una crescita sportiva imposta dal club più blasonato e vincente (in Italia) a un calcio di provincia affetto da eterno vittimismo.A pronunciare quell'invito a conoscere se stessi prima di aggrapparsi alle giustificazioni era stato due anni fa proprio Mehdi Benatia, ragazzone di madre algerina e padre marocchino con i quadricipiti da centrale difensivo e la sintesi raffinata (almeno qui) di Albert Camus.Proprio lui, che mercoledì sera ha travolto come un treno in corsa in area piccola il mingherlino Lucas Vazquez all'ultimo respiro, provocando il rigore che ha spento la luce. Su una grande partita, sull'elaborazione della sconfitta, sulla superiorità nervosa di chi si è fatto re. Dentro la bolgia dello stadio Santiago Bernabeu, davanti agli undici squali bianchi del Real Madrid nei quarti di finale di Champions league, la Juventus aveva giocato una partita leggendaria. Memore della sbandata epocale dell'andata in casa (poteva finire 1-3 ma anche 0-5), aveva colpito subito con il guerriero balcanico Mario Mandzukic, di testa sul secondo palo, perfettamente consapevole che gli spagnoli privi di Sergio Ramos, squalificato, erano senza contraerea. Raid in fotocopia, 0-2, con i torinesi a ruggire a fil di caviglia come si deve fare in campo internazionale e i padroni di casa a impallidire, a prefigurare una realtà paralizzante: l'incubo di una figuraccia davanti agli 80.000 sudditi devoti. I bianconeri non erano padroni del campo, non lo sei mai quando di fronte hai Luka Modric, Cristiano Ronaldo, Marcelo Vieira da Silva, Tony Kroos. Ma erano dentro il gioco e psicologicamente lo guidavano, soffrendo come gladiatori che nulla hanno da perdere, tutt'al più la vita da guadagnare. E al terzo gol, su una papera del portiere madrileno Keylor Navas, avevano capito che l'impresa era possibile. Perché quando sbaglia il portiere è un segnale; c'è qualcosa di avvelenato nell'aria e nell'anima. Fino al 93º la Juventus aveva giocato una partita leggendaria, di quelle che somigliano a finali e ispirano libri di cronisti dalla buona penna, da regalare a Natale. Poi il fattaccio, all'ultima azione, con Vazquez che mai avrebbe dovuto essere solo in area, lasciato lì per un blackout di stanchezza a stoppare il pallone destinato al gol o all'ennesima parata da Superman di Gianluigi Buffon. Benatia in recupero salta in groppa allo spagnolo, l'arbitro inglese Michael Oliver è a tre metri e fischia il rigore, Ronaldo lo segna, il Real Madrid va in semifinale. E l'entusiasmo del popolo bianconero si trasforma in delusione profonda, subito mitigata dalla consapevolezza che la squadra è stata impeccabile, perfino eroica date le circostanze, e avrebbe meritato almeno i tempi supplementari. Suggello finale nelle parole del tecnico Massimiliano Allegri: «Se c'è un sentimento che prevale, questo è l'orgoglio. I ragazzi sono stati meravigliosi e commoventi: da qui si riparte. A testa alta, anzi altissima». Chapeau. Questo deve rimanere della notte di Madrid. E invece un rigurgito conformismo nazionalpopolare collettivo incapace di andare oltre il piagnisteo tradisce il senso di quella frase («l'arbitro è l'alibi dei perdenti») che non può non valere per chi ne ha fatto un principio fondante da esportare, come la democrazia. Accade che al fischio del rigore Buffon dia di matto. C'è da capirlo, a 40 anni è al passo di addio della carriera, vede sfuggire per sempre il trofeo più prestigioso, si sente defraudato, incendia gli animi di tutti. Lui sempre corretto, si vede sventolare il cartellino rosso sotto il naso, gesto che fa dire a un monumento del pallone come Gary Lineker: «Espellere Buffon è come sparare a Bambi». L'impresa guerriera stinge, lascia il posto al lamento giustificato dai nervi, non dalla ragione. Giorgio Chiellini grida ai madrileni: «You pay», facendo il segno di chi ha aperto il borsellino per incanalare il consenso, accusa volgare che in Italia è destinata da tempo immemore alla Signora. E Buffon, che mai avrebbe dovuto essere lasciato solo con i suoi cattivi pensieri davanti ai microfoni, sbrocca contro l'arbitro: «Non puoi distruggere il sogno di una squadra per un episodio stradubbio, al posto del cuore hai un bidone dell'immondizia. All'andata c'era un rigore per noi, non dato. Se ti manca la personalità stai in tribuna con tua moglie a berti la Sprite e a mangiarti le patatine». «Oliver ha la sensibilità di un animale, non quella che deve albergare in ogni uomo». Ragiona come se fosse il regista di un film a cui non piace il finale. Come se l'arbitro non avesse avuto il diritto di interrompere un'emozione (copyright Walter Veltroni, juventino doc) considerando andata e ritorno. Ma il direttore di gara non deve avere alcuna sensibilità per l'impresa, deve solo decidere se c'è un fallo oppure no.Buffon è travolto dall'amarezza, e in questi casi vale sempre la pena ricordare il consiglio del tennista Andre Agassi, contenuto nell'autobiografia di culto «Open»: «Ciò che provi alla fine non conta, il coraggio sta in ciò che fai». È quello che pensano alcuni calciatori juventini con una seconda vita da commentatori, come Ciro Ferrara, Angelo Di Livio, esterrefatti negli studi televisivi. Afferma Alessandro Del Piero: «Non ha mai protestato così tanto, la sua grandezza va oltre questa competizione. Emotivamente gli sono vicino ma non lo seguo quando dice quelle cose sull'arbitro. Faccio fatica a capirlo. Non so perché si debba fare tanto riferimento alla partita d'andata. Nel calcio conta il momento e si analizza il momento. Credo che cambierà idea presto e dirà altre cose». Urla, spintoni, scene antiche di italica isteria nelle viscere del Bernabeu. Quelle scene mille volte rimproverate con sussiego agli avversari interisti, milanisti, romanisti, napoletani, atalantini, laziali, sampdoriani, fiorentini, torinisti che oggi potrebbero replicare: facevate i fenomeni fino a quando non è capitato a voi. Una mazzata all'autoproclamata superiorità culturale sabauda. Il presidente Andrea Agnelli non si sottrae alle invettive, ma ha un altro obiettivo: il designatore arbitrale Uefa, Pierluigi Collina: «Pare che si vada a colpire le italiane per dimostrare che il designatore è imparziale. Probabilmente una posizione del genere va cambiata ogni tre o cinque anni e non parlo solo per quel che è successo a noi, ma anche a Milan e Lazio. Bisogna andare in fretta a introdurre il Var». Poiché Agnelli è il presidente dell'associazione dei club affiliati all'Uefa con alleati come Michele Uva (vicepresidente Uefa) ed Evelina Christillin (consigliere Fifa) si dia da fare lui per primo. Cambiare idea è sempre da persone intelligenti; il club che più aveva avversato la nuova tecnologia all'inizio della stagione si è reso conto dell'indispensabilità dell'occhio elettronico. È bastato un fischio di troppo.Giorgio Gandola<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-juve-ha-perso-anche-la-faccia-2559306769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-da-juventino-dico-il-real-non-va-contestato-ma-imitato" data-post-id="2559306769" data-published-at="1779387480" data-use-pagination="False"> Ma da juventino dico: «il Real non va contestato, ma imitato» Ha ragione quasi su tutto, Giorgio Gandola, nella sua analisi sulle reazioni fuori luogo dell'ambiente juventino alla sconfitta con il Real Madrid, e lo dico da juventino. Aggiungo il «quasi», perché al discorso sulla Var manca un pezzo: è vero che i bianconeri sono stati tra coloro che hanno maggiormente contestato l'introduzione della moviola in campo che ora sostengono a spada tratta, ma è anche vero il ragionamento speculare, ovvero che l'intera compagine antijuventina (cioè sostanzialmente i tifosi di tutte le altre squadre) aveva accolto l'innovazione come salvifica riforma per azzerare il corrottissimo impero bianconero, che sembra invece in buona salute. E se la Juve è prima anche con la Var, un'intera narrazione vittimaria che ha attribuito i successi bianconeri esclusivamente ai favoritismi arbitrali dovrebbe finire in soffitta come paradigma obsoleto, come un pensiero magico annichilito dall'illuminismo calcistico. Ma allora, proprio ora che la lagna complottista mostra il fiato corto, sarebbe bene che proprio gli juventini non si occupino di rinfocolarlo grottescamente in loro favore. Non funziona e non funzionerà, anche perché ai bianconeri non verrà mai concessa cittadinanza nella cittadella del risentimento che unisce tutti gli altri e la cui attribuzione, come noto, è regolata dallo ius sphigae. Questo significa che Real Madrid e Pizzighettone pari sono, agli occhi degli arbitri Uefa? Non è così, ovviamente, e chi segue il calcio lo sa. Così come sa che quel rigore - meno clamoroso di quanto ritengano gli antijuventini, ma più netto di quanto non dica lo juventino medio - al 93°, in un quarto di finale di Champions League, può essere fischiato solo in favore del Real Madrid, o al massimo del Barcellona. È il caso però di farne un dramma? Sì, se sei il tifoso di una squadra qualunque e al calcio deleghi la giustizia universale, la riparazione dei torti della storia, il riscatto degli umiliati e offesi, il trionfo del bene assoluto. Se invece sei juventino, sai, o dovresti sapere, che il calcio, così come la vita, è deciso dalla politica di potenza. E che non è il potere che crea le vittorie, sono le vittorie che creano potere. E quindi, anziché lamentarsi del potere del Real Madrid, l'ambiente bianconero dovrebbe cercare di imitarlo, di acquisire quella sicurezza, quella potenza, quella capacità di saper determinare il clima, anche psicologico, di una partita. L'epica stracciona sulla buona volontà frustrata dall'autorità cattiva lasciamola agli altri, noi cerchiamo di conquistare ciò che è nostro: l'efferatezza di un'egemonia calcistica a prova di piagnistei.Adriano Scianca
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
Continua a leggereRiduci
Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
Continua a leggereRiduci
Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.