- Bruxelles risponde ai teoremi pentastellati sull’Iran bocciando la missione in Libia, voluta dal ministro. E Mike Pompeo ci ignora.
- Nota congiunta di Emmanuel Macron, Angela Merkel e Boris Johnson. Berlino telefona a Roma a cose fatte.
Lo speciale contiene due articoli.
Un solo esempio per dimostrare due evidenze: l’inesistenza dell’Ue (tanto invocata retoricamente quanto incapace di giocare un ruolo minimamente costruttivo in qualunque crisi) e, ciò che è più doloroso per l’Italia, la crescente mancanza di credibilità del governo giallorosso, che incassa l’ennesima umiliazione internazionale.
Infatti, proprio nelle ore in cui Giuseppe Conte e Luigi Di Maio provavano ad accreditare un ruolo italiano per costruire una qualche iniziativa europea nella crisi esplosa tra Usa e Iran, era proprio l’Ue a sgonfiare come un palloncino l’idea di una missione europea con un forte ruolo italiano su una crisi molto più vicina a noi e molto più rilevante per i nostri immediati interessi nazionali: quella in Libia.
Formalmente, sarebbe stato Al Serraj, l’uomo di Tripoli (a lungo appoggiato dall’Italia, ma oggi sostenuto dalla Turchia) contrapposto al generale Haftar (supportato da Russia, Egitto, Arabia Saudita ed Emirati) a chiedere a Bruxelles di soprassedere. E, per altro verso, un po’ tutti hanno avuto gioco facile a usare come scusa la quasi certa responsabilità di Haftar nel recente attacco alla scuola militare di Tripoli, che ha causato decine di vittime.
E così – a meno di sorprese imprevedibili – l’Alto rappresentante Ue Josep Borrell (uno spagnolo dalla linea politica identica a quella di Federica Mogherini, che l’aveva preceduto nel ruolo), Luigi Di Maio e i capi della diplomazia di Francia, Germania e Regno Unito resteranno a casa. Di certo, non partiranno oggi, giorno in cui la missione congiunta si sarebbe dovuta svolgere.
Doppio schiaffo per Di Maio, dunque: da un lato, da parte di Al Serraj, che sembra ben contento del sostegno turco e quasi non gradisce altre intromissioni, anzi mostra di aver scaricato Roma; dall’altro, da parte delle cancellerie europee (Parigi in testa), disinteressate a mobilitarsi per i sempre più traballanti interessi italiani. Del resto, non si capisce per quale ragione gli altri Paesi europei, in un teatro di per sé complicatissimo come quello libico e in una situazione dagli esiti per definizione incerti, dovrebbero garantire un ruolo di primo piano a Di Maio, o farsi guidare e rappresentare da lui. Ognuno gioca per sé: Parigi per Parigi, Berlino per Berlino, e solo alcuni illusi eurolirici italiani continuano a credere in un ipotetico impegno comune e condiviso.
L’Italia, giova ricordarlo, ha 400 uomini a Misurata, ha installazioni Eni onshore e offshore, e rischia di perdere la partita sia sul fronte del rubinetto energetico sia su quello del rubinetto dell’immigrazione. Se a prevalere, come non sembra probabile, sarà il fronte turco, per noi sarà un disastro totale (e va notato come Erdogan stia inviando in Libia anche miliziani e mercenari jihadisti, non esattamente una novità rassicurante); se a prevalere sarà il fronte che fa capo ad Haftar, Roma sconterà il fatto di non averlo mai appoggiato, nonostante il maldestro e tardivo tentativo della Farnesina, in queste ore, di cambiare linea e ristabilire un contatto. Se infine Erdogan e Vladimir Putin raggiungeranno un’intesa spartitoria (domani l’incontro), fatalmente questa sorta di «supercondominio» russo-turco lascerà agli altri solo le briciole.
Complessivamente, si tratta di un requiem per la politica estera italiana. Tra Iraq, Libano e Libia siamo l’alleato degli americani con più truppe, eppure Mike Pompeo si è «dimenticato» di chiamare Roma; ora quest’altra umiliazione bruciante. Anche sul Colle più alto, che ha avallato la nascita del governo giallorosso, dovrà prima o poi venire il momento di elaborare il lutto: un esecutivo che era nato rivendicando (oggi possiamo dire: millantando) credito internazionale, viene trattato come un player irrilevante.
Ieri Di Maio ha provato a gettare fumo scrivendo un lungo post di segno pacifista su Facebook («la guerra genera altra guerra, la violenza chiama altra violenza, la morte altra morte»), ma, retorica a parte, il titolare della Farnesina è apparso a mani vuote sulla Libia: «Sono in continuo contatto con i miei omologhi europei e non solo. L’8 sarò al Cairo, poi Algeria e Tunisia. Questo pomeriggio (ieri, ndr) faremo il punto alla Farnesina sugli ultimi sviluppi». Di certo, fonti bene informate assicurano che ha fatto rumore, alla Farnesina, l’intervista alla Verità di un militare autorevole come il generale di corpo d’armata Vincenzo Santo, già capo di Stato maggiore del comando Nato (Isaf e Rs) a Kabul. Una dura requisitoria e l’indicazione di una linea totalmente alternativa ai balbettii del governo: passare a sostenere Haftar, decidere un blocco navale e una no-fly zone, mettere in sicurezza le installazioni Eni, far capire a Erdogan che l’Italia intende proteggere i suoi interessi strategici. Se solo la Farnesina non fosse di fatto sede vacante.
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