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2018-08-28
I vescovi Usa confermano le accuse del nunzio e pretendono chiarezza
Ansa
«Una lettera dell'arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio negli Stati Uniti, solleva gravi accuse e chiede le dimissioni di numerosi prelati di alto rango tra cui papa Francesco». Inizia così la lettera che monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler (Texas), ha rivolto ai suoi sacerdoti e fedeli. «Cerchiamo di essere chiari che sono ancora accuse», ha scritto, «ma come vostro pastore le trovo credibili. (…) la risposta deve essere un'indagine approfondita». Ancor più pesante quanto dichiarato al Catholic news agency dall'ex primo consigliere della nunziatura degli Stati Uniti - all'epoca del nunzio Pietro Sambi - il francese Jean Francois Lantheaume, citato nel dossier: «Viganò ha detto la verità. Questo è tutto». Sono due interventi tra i tanti che negli Stati Uniti stanno uscendo in queste ore dopo la pubblicazione del dossier Viganò e confermano la credibilità del memoriale.
L'ex primo consigliere Lantheaume è tirato in ballo nel dossier quando Viganò scrive che le sanzioni canoniche contro il cardinale Theodore McCarrick furono già comminate da Benedetto XVI e a lui comunicate dall'allora nunzio Sambi. E Lantheume, che ora conferma, riferì a Viganò del burrascoso colloquio intercorso in nunziatura proprio tra Sambi e McCarrick.
Il vescovo di Tulsa (Oklahoma), monsignor David Konderla, ha rilasciato un breve comunicato in cui scrive che «le accuse che ha dettagliato segnano un buon punto di partenza per iniziare le indagini che devono essere svolte per poter ripristinare la santità e la responsabilità della leadership della Chiesa». Si chiede quindi di fare chiarezza, di dare risposte, di prendere sul serio le affermazioni dell'ex nunzio per dire se davvero si tratta di un mucchio di menzogne, oppure no. D'altra parte il cardinale Blase Cupich di Chicago, anche lui tirato in ballo da Viganò per essere stato nominato grazie all'influenza esercitata proprio da McCarrick e i cardinali Oscar Maradiaga e Donald Wuerl, smentisce questa circostanza. Mentre lo stesso Wuerl da una parte ribadisce che non era a conoscenza della cattiva condotta di McCarrick fino al giugno scorso, ma poi il portavoce dell'arcidiocesi di Washington, Ed McFadden, ha confermato al Catholic Herald che il cardinale Wuerl annullò un evento vocazionale per giovani proprio con McCarrick «su richiesta del nunzio» Viganò (come riportato nel dossier).
A questo punto, infatti, non è importante soltanto capire se papa Francesco almeno dal 2013 fosse a conoscenza della condotta gravemente disordinata del cardinale McCarrick. La quantità di dettagli e nomi di altissimi prelati che vengono fatti nel dossier, e che riguardano anche il periodo precedente al pontificato di Bergoglio, richiederebbe davvero un'approfondita inchiesta.
Negli Stati Uniti la credibilità di Viganò viene difesa anche da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, citato indirettamente nel memoriale in quanto sarebbe stato considerato esempio negativo di pastore di «destra» dal Papa stesso. Chaput tramite il suo portavoce, come riporta il New York Times, ha garantito «sull'integrità del vescovo Viganò».
Un commentatore autorevole di cose vaticane come l'editorialista del New York Times Ross Douthat, ha scritto che «il Santo Padre, naturalmente, ha tutti i diritti di non commentare, ma il memoriale di Viganò nomina una lunga lista di eminenti cardinali a cui potrebbe essere ragionevolmente chiesto di chiarire la questione se McCarrick fosse stato sanzionato da Benedetto XVI». In effetti, almeno tre nomi sono immediati leggendo il testo del dossier, quello del cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, l'ex prefetto alla congregazione per la Dottrina della fede, cardinale William Levada, e il bresciano Giovanni Battista Re, già prefetto per i vescovi. Oltre allo stesso papa emerito, ovviamente.
Il cardinale Wilfrid Napier, Sud Africa, molto attivo sui social, ha scritto ciò che tutti si chiedono: «Leggendo i tweet sull'attuale scandalo abusi, non posso far altro che porre la domanda: la verità conta davvero?».
Davanti allo scandalo il Vaticano si gioca la carta del silenzio
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La Chiesa statunitense parla chiaro: «Viganò ha detto le cose come stanno». E si rivolgono direttamente al Pontefice: «È l'occasione per fare luce».Accuse devastanti dall'ex nunzio negli Usa. Il Papa, non potendo smentire, dà ai giornalisti una risposta surreale: «Giudicate voi».La propaganda parla di vendetta. Ma Marco Tosatti: «Viganò aveva tentato invano canali ufficiali».Lo speciale contiene tre articoli. «Una lettera dell'arcivescovo Carlo Maria Viganò, ex nunzio negli Stati Uniti, solleva gravi accuse e chiede le dimissioni di numerosi prelati di alto rango tra cui papa Francesco». Inizia così la lettera che monsignor Joseph Strickland, vescovo di Tyler (Texas), ha rivolto ai suoi sacerdoti e fedeli. «Cerchiamo di essere chiari che sono ancora accuse», ha scritto, «ma come vostro pastore le trovo credibili. (…) la risposta deve essere un'indagine approfondita». Ancor più pesante quanto dichiarato al Catholic news agency dall'ex primo consigliere della nunziatura degli Stati Uniti - all'epoca del nunzio Pietro Sambi - il francese Jean Francois Lantheaume, citato nel dossier: «Viganò ha detto la verità. Questo è tutto». Sono due interventi tra i tanti che negli Stati Uniti stanno uscendo in queste ore dopo la pubblicazione del dossier Viganò e confermano la credibilità del memoriale.L'ex primo consigliere Lantheaume è tirato in ballo nel dossier quando Viganò scrive che le sanzioni canoniche contro il cardinale Theodore McCarrick furono già comminate da Benedetto XVI e a lui comunicate dall'allora nunzio Sambi. E Lantheume, che ora conferma, riferì a Viganò del burrascoso colloquio intercorso in nunziatura proprio tra Sambi e McCarrick. Il vescovo di Tulsa (Oklahoma), monsignor David Konderla, ha rilasciato un breve comunicato in cui scrive che «le accuse che ha dettagliato segnano un buon punto di partenza per iniziare le indagini che devono essere svolte per poter ripristinare la santità e la responsabilità della leadership della Chiesa». Si chiede quindi di fare chiarezza, di dare risposte, di prendere sul serio le affermazioni dell'ex nunzio per dire se davvero si tratta di un mucchio di menzogne, oppure no. D'altra parte il cardinale Blase Cupich di Chicago, anche lui tirato in ballo da Viganò per essere stato nominato grazie all'influenza esercitata proprio da McCarrick e i cardinali Oscar Maradiaga e Donald Wuerl, smentisce questa circostanza. Mentre lo stesso Wuerl da una parte ribadisce che non era a conoscenza della cattiva condotta di McCarrick fino al giugno scorso, ma poi il portavoce dell'arcidiocesi di Washington, Ed McFadden, ha confermato al Catholic Herald che il cardinale Wuerl annullò un evento vocazionale per giovani proprio con McCarrick «su richiesta del nunzio» Viganò (come riportato nel dossier).A questo punto, infatti, non è importante soltanto capire se papa Francesco almeno dal 2013 fosse a conoscenza della condotta gravemente disordinata del cardinale McCarrick. La quantità di dettagli e nomi di altissimi prelati che vengono fatti nel dossier, e che riguardano anche il periodo precedente al pontificato di Bergoglio, richiederebbe davvero un'approfondita inchiesta.Negli Stati Uniti la credibilità di Viganò viene difesa anche da monsignor Charles Chaput, arcivescovo di Philadelphia, citato indirettamente nel memoriale in quanto sarebbe stato considerato esempio negativo di pastore di «destra» dal Papa stesso. Chaput tramite il suo portavoce, come riporta il New York Times, ha garantito «sull'integrità del vescovo Viganò». Un commentatore autorevole di cose vaticane come l'editorialista del New York Times Ross Douthat, ha scritto che «il Santo Padre, naturalmente, ha tutti i diritti di non commentare, ma il memoriale di Viganò nomina una lunga lista di eminenti cardinali a cui potrebbe essere ragionevolmente chiesto di chiarire la questione se McCarrick fosse stato sanzionato da Benedetto XVI». In effetti, almeno tre nomi sono immediati leggendo il testo del dossier, quello del cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, l'ex prefetto alla congregazione per la Dottrina della fede, cardinale William Levada, e il bresciano Giovanni Battista Re, già prefetto per i vescovi. Oltre allo stesso papa emerito, ovviamente.Il cardinale Wilfrid Napier, Sud Africa, molto attivo sui social, ha scritto ciò che tutti si chiedono: «Leggendo i tweet sull'attuale scandalo abusi, non posso far altro che porre la domanda: la verità conta davvero?». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-chiesa-americana-non-regge-il-gioco-a-roma-le-accuse-sono-vere-2599551429.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="davanti-allo-scandalo-il-vaticano-si-gioca-la-carta-del-silenzio" data-post-id="2599551429" data-published-at="1774136431" data-use-pagination="False"> Davanti allo scandalo il Vaticano si gioca la carta del silenzio Il Papa non risponde direttamente al memoriale circostanziato di monsignor Carlo Maria Viganò pubblicato domenica sulla Verità. Durante la conferenza stampa sull'aereo di ritorno dal viaggio in Irlanda, la risposta di Francesco alla domanda su cosa avesse da dire rispetto alle accuse che gli sono state rivolte dall'ex nunzio, rimanda alla «maturità professionale» degli stessi giornalisti. «Ho letto, questa mattina, quel comunicato», ha detto il Papa domenica sera. «L'ho letto e sinceramente devo dirvi questo, a lei e a tutti coloro tra voi che sono interessati: leggete voi, attentamente, il comunicato e fate voi il vostro giudizio. Io non dirò una parola su questo. Credo che il comunicato parla da sé stesso, e voi avete la capacità giornalistica sufficiente per trarre le conclusioni. È un atto di fiducia: quando sarà passato un po' di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò. Ma vorrei che la vostra maturità professionale faccia questo lavoro: vi farà bene, davvero». Una risposta che, ovviamente, non è una risposta diretta alla domanda che gli era stata posta da Anna Matranga, della televisione americana Nbc, e forse si può interpretare secondo quanto ha twittato uno dei più vicini collaboratori del Papa, padre Antonio Spadaro, direttore della Civiltà cattolica: «Il Papa non si è mai difeso contro le accuse (per esempio in occasione della dittatura [in Argentina] o in precedenza). Né ha fatto vantare meriti (come nel caso degli aiuti a coloro che sono stati perseguitati dalla dittatura) perché sa che prima o poi la verità verrà a galla». Allora, se dovessimo stare alle interpretazioni che alcuni giornalisti hanno dato delle parole del Papa, proprio come lui stesso ha indicato, bisogna riconoscere che la verità che dovrebbe emergere dal dossier non riguarda affatto la falsità delle precise circostanze riportate da Viganò, ma solo che lo stesso Viganò è un povero «personaggio oscuro, bugiardo, ambizioso e intrigante» (come lo ha definito Luis Badilla sul sito paravaticano Il Sismografo). E quindi non affidabile e perciò non merita una risposta. È la stessa linea che scredita Viganò sulla base di questioni legate ai suoi personali desideri di vendetta perché recentemente sfrattato dal suo appartamento vaticano, o per frustrazioni legate alla mancata carriera. Poi si tira in ballo il suo aver taciuto fino ad ora, pur sapendo. E avrebbe parlato solo ora per sabotare, utile burattino in mano alle cordate gerarchiche antipapali, il viaggio del papa in Irlanda, le riforme di Francesco, etc. Anche se non si capisce come mai proprio l'unico che ha parlato, mettendoci la faccia e facendo una lunga lista di nomi e cognomi, viene accusato di aver taciuto. Allo stesso modo non si capisce perché le beghe passate dell'ex nunzio, dall'indigesto trasferimento negli Stati Uniti nel 2011 ad opera di Benedetto XVI, fino alle sue faccende famigliari con il fratello, possano stabilire con certezza la falsità previa dei fatti riportati nel memoriale. È solo questa la verità che deve venire a galla dalla lettura «attenta» del comunicato Viganò? Un attacco personale e un processo alla intenzioni del monsignore? Il cardinale Raymond Burke ieri su queste colonne chiedeva di rispondere facendo chiarezza sulle gravissime circostanze riportate nel memoriale, ma forse questa richiesta non vale perché viene da un pulpito non gradito. Eppure, come riportiamo in queste pagine, negli Stati Uniti ci sono altre personalità ecclesiastiche e laici che chiedono chiarezza mediante una risposta diretta sui fatti riportati. Ma sembra che questa parte di Chiesa, ritenuta forse brutta, sporca e cattiva, non possa avere risposte. Sembra un copione già scritto. Tutti ricorderanno il caso dei cinque «dubia» che quattro cardinali, oltre al già citato Burke, il cardinale Walter Brandmüller, e i defunti cardinali Carlo Caffarra e Joachim Meisner, presentarono a Francesco per scongiurare possibili ambiguità di alcuni passaggi dell'esortazione Amoris laetitia. Al di là del merito, quello che oggi interessa è che quelle domande - poste secondo le regole - non hanno mai avuto risposta. Non solo. I quattro cardinali sono stati accusati di essere cospiratori che ponevano domande di cui c'era già risposta, con l'aggravante di aver messo tutto in piazza. Ebbene i quattro cardinali decisero di pubblicare i loro dubbi dopo aver atteso una risposta privata, poi scrissero una lettera al Papa nell'aprile 2017 per avere un'udienza e chiarirsi in camera caritatis. Nulla. Mai ricevuti. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/la-chiesa-americana-non-regge-il-gioco-a-roma-le-accuse-sono-vere-2599551429.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-monsignore-per-nulla-oscuro-che-e-stato-obbligato-ad-agire-cosi" data-post-id="2599551429" data-published-at="1774136431" data-use-pagination="False"> Il monsignore per nulla «oscuro» che è stato obbligato ad agire così Viganò «l'oscuro», Viganò «il cardinale mancato», Viganò «il vendicativo». L'interpretazione che i grandi media stanno cercando di offrire sul memoriale bomba di monsignor Carlo Maria Viganò pubblicato domenica sulla Verità, è quella di un regolamento di conti tra l'ala conservatrice della curia e quella progressista, capeggiata da papa Francesco. In realtà, come spiegato da una fonte molto informata al vaticanista Marco Tosatti, che ha riportato questa ricostruzione su Stilum Curiae, il suo blog, le cose non solo non stanno in questi termini, ma una simile lettura appare del tutto insostenibile. Tanto per cominciare perché l'allontanamento dal giro curiale che conta, da Roma agli Stati Uniti, a Viganò è toccato ancora sotto il regno di Benedetto XVI, che pure lo stimava. Un passaggio, questo, avvenuto anzitutto per volontà del cardinale Tarcisio Bertone in una fase in cui il vescovo godeva di una certa considerazione, se si pensa che il 30 gennaio 2012 era Andrea Tornielli, giornalista molto vicino a papa Francesco, scrivendo proprio di quel singolare allontanamento, a rimarcare i suoi «innegabili risultati di moralizzazione e di tagli alle spese». Sempre Tornielli evidenziava come, sotto papa Ratzinger, «la piena fiducia nutrita dal Pontefice verso Viganò» stesse ad indicare «il riconoscimento dei suoi meriti nel processo di risanamento». Questo fino a che il non monsignore è allontanato governatorato del Vaticano, finendo negli Usa. Lì che cosa accade? Da una parte, egli viene presto a sapere delle inquietanti vicende che hanno per protagonisti alcuni prelati e, dall'altra, assiste, secondo la fonte di Tosatti, «a una guerra interna all'episcopato scatenata dalle nuove nomine di Bergoglio, e dai vecchi progressisti in disarmo sotto Benedetto. Come aveva fatto a Roma, anche in questo caso Viganò segue la via canonica e denuncia ai superiori. Parla anche con Bergoglio di McCarrick, ma senza risultati. Poi arriva la pensione, e Viganò continua ad osservare; in qualche occasione parla con autorevoli personalità cattoliche, che lo invitano a parlare: «Dica tutto, per carità, per il bene della Chiesa!»». La tesi del Viganò losco figuro desideroso di picconare il Vaticano, insomma, non regge. Certo, è mediaticamente comoda, risulta senz'altro politicamente semplice, ma non sta in piedi. Tanto più che è Viganò il primo, nel suo documento, a riferire dettagliatamente di segnalazioni sugli abusi che aveva inoltrato ai vertici vaticani anni addietro. In altre parole, è lui stesso a sottolineare di aver tentato ogni via possibile, prima di esporsi pubblicamente: il che non è esattamente il comportamento di chi agisce d'impulso, mosso da chissà quali ancestrali rancori. Il motivo per cui l'ex nunzio apostolico negli Stati Uniti d'America ha deciso di parlare, insomma, non pare essere politico né personale, ma esclusivamente di coscienza. Insistere pertanto con una lettura politica di questa vicenda, se da un lato può forse risultare giornalisticamente stimolante, dall'altro può servire solo a distogliere l'attenzione da quanto il monsignore afferma rispetto a un tema gravissimo quale è quello della copertura vaticana degli abusi del clero. Col risultato, a prescindere dalle motivazioni che possono aver spinto Viganò a farsi avanti, che tutti seguiteranno a chiedersi se quanto egli ha messo nero su bianco con dovizia di nomi, date e circostanze, corrisponda al vero oppure o no. Il nocciolo della questione, del resto, è tutto lì.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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